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ELDA AIDA SABBADIN. LA RISCOPERTA DELL’ARTE NELLA ICONOGRAFIA SACRA

  Dopo avere dedicato attenzione agli artisti sudmilanesi e lodigiani che partecipano sempre più a favore della contemporaneità e alla pelustrazione dei  buoni propositi di quelli che frequentano lo stanzone del citazionismo, o retrò, o come altro li si voglia etichettare , si può non dare almeno un’occhata a Elda Aida Sabbadin?  Ovviamente no.

Studiosa delle tecniche e del linguaggio iconografico e di soggetti religiosi, la Sabbadin è una artista lodigiana acquisita, trasferitasi negli anni Settanta da Varese, dalla personalità distinta, che nelle sue tavole interpreta iconograficamente  significati  simbolici, emblematici, allegorici ecc. con fertilità e profitto, da garantire interesse e riuscita alle mostre di arte sacra (per la verità infrequenti), alle quali partecipa.

Di lei e della sua arte ci piace ricordare  l’esposizione tenuta all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi,  quella all’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano con Villavesco, ora Spazio espositivo Acerbi, due  mostre che hanno contribuito a diffondere la fruizione di questa

pratica espressiva, con la bellezza dei dipinti a soggetto religioso.

Al suo attivo ha la frequentazione della Scuola di Iconografia Orientale S.Luca, fondata a San Gualtiero da mons.Fogliazza e di dedicarsi da allora ai temi poco esplorati dell’icona come simbolo incarnato della divinità. Il rovesciamento di attenzione è intervenuta dopo gli approcci in pittura avviati con Anna Rita de Tuglie, Angelo Pollini e Monica Anselmi e la seduzione per l’icona sacra esercitata su di lei dai avori di una monaca di clausura trentina.

Il linguaggio dell’icona presenta aspetti di importanza generale e particolare. L’artista deve saper rinunciare quasi del tutto alla sua fantasia figurativa e seguire sempre modelli che corrispondono a regole teologiche e plastiche, non limitarsi ai semplici valori essenziali di stilizzazione, ma orientarsi a cogliere il collegamento tra le tipologie figurative e la realtà che le ha originate o con le quali si sono poste in operante rapporto.

A partire dal Monastero dei Servi di Maria di Arco di Trento, la Sabbadin ha quindi, anno dopo anno, approfondito il proprio perfezionamento e la conoscenza storica di questa antica forma d’arte, concorrendo a far conoscere e a stimolare la sua conoscenza sul territorio. Fino a qualche tempo prima guardata un po’ da tutti con sufficienza e relegata prevalentemente negli spazi espositivi degli oratori parrocchiani.

Oggi, le sue icone, nelle loro forme e nei loro colori, scoprono una personalità artistica in grado di lasciar affiorare nei propri lavori, quel sacro che, di fatto, sfugge a molte rappresentazioni messe in atto da artisti figurali contemporanei.
Il linguaggio idella Sabbadin rivela, al contrario, un rigore e una padronanza   iconica, che è il risultato di studi e ricerche rivolte a dare intensità nell’espressione del sacro in efficace sintonia con il tratto spirituale dei soggetti rappresentati. Attenta a sottrarre all’immagine una bellezza che soppianti il senso del mistero e che la ridurrebbe a una declinazione puramente illustrativa.

L’arte sacra della Sabbadin è coerente con le regole del linguaggio evocativo; attenta, preciso e accurata l’artista offre spunti di confronto e approfondimento alla definizione identitaria delle credenze oltre che valutazioni di pregio artistico ed estetico.

Aldo Caserini

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Domenica Regazzoni, pitture e sculture. Arte sottratta all’emergenza.

Ha senso parlare di pittura e scultura in tempi maledetti quali gli attuali? Non rischia la parola arte di avere un significato negativo o minore, distraente, dopo essere stata utilizzata da predicatori fuori d’ogni regola, oggi spariti, e usata in messinscene che più nessuno ricorda?

In provincia il gioco è più sottile perché a queste domande preoccupate può rispondere in modo rassicurante la serietà di qualche artista di soggettività autosufficiente, distaccato dal “sistema”, che magari riesce ad affrontare i danni dell’emergenza: le gallerie chiusi, gli spazi pubblici serrati, il disinteresse dei media, l’ indifferenza della gente, la diserzione dei poteri locali e le tante altre cose che fanno sfondo monumentale a un abbandono dell’arte che è diffuso e culturale.

Dato il paesaggio, come attivare qualche lumicino di curiosità e d’ interesse, mantenendosi, senza il momento della visibilità, su un registro di semplice cronaca, o di letteratura? Negli anni Settanta la Regazzoni frequentava Brera (o l’aveva appena lasciata) e praticava una pittura figurale lontana da quella presente, fatta da una impostazione informale in pittura e di impianto iconico-musicale in scultura. A una sua mostra alle scuole di San Donato Milanese ci fu presentato suo padre Dante, celebre liutaio, di fama nazionale, un artista del legno – ripetiamo un “artista”  –  animato da un’etica di solida sapienza e conoscenza che è oggi perduta. Di quell’incontro abbiamo in memoria una frase: “L’arte esprime la nostra  anima. A volte glorifica le forme, a volte le sfida”. Parrebbe una filosofia o una metafora, invece è un  assunto che si può ritrovare nelle tappe della Regazzoni, a partire dalle illustrazioni per Il Pesce d’oro di Vanni Scheiwiller delle poesie di Antonia Pozzi. Fu quella, per lei, una laboriosa  esperienza, che fece da spartiacque verso nuovi equilibri, Da allora l’artista è sempre (o quasi) riuscita a sottrarre i suoi lavori alle opinioni diffuse; a tenerli lontani dai pasticci concettuali e dai pensieri di gruppo; a strutturarli coi richiami alle esperienze della bottega del padre e, in un certo senso, a tradurre la sua poetica.

Se spogliati del loro “senso interno”, i suoi lavori  rischierebbero oggi di passare per esperienze di una “attualità” puramente giornalistica. Invece, per la  discendenza dei contenuti dal padre liutaio, c’è in essi una consapevolezza di tante cose che i critici, da Gillo Dorfles a Silvia Evangelisti, hanno giudicato di qualità distintiva e particolare.

Sono risultati di “convergenze” e variazioni, di forme e simboli musicali e della loro narrazione; di impulsi estemporanei e di richiami archetipali; della forza emotiva e del sentimento lirico; della concretezza nella elaborazione che valorizza intelligenza e lavoro senza ricorrere a particolari artifici.

Nell’era del virtuale, le costanti estetiche, la disciplina artigiana, la tradizione e la qualità maestra del padre liutaio sono un splendido esempio che si reperisce nell’espressività “contemporanea” della figlia artista, venuta mezzo secolo fa dalla Valsassina a vivere e a lavorare alle porte di Milano, e presso il castello di Peschiera Borromeo, lavora sempre con tenacia e intelligenza per dare corporeità a materie e a spessori, andando dietro alla linea del cuore., a dispetto della pandemia.

Aldo Caserini

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ALEX BORELLI graphic designer. Nel nudo femminile la sintesi che conta

ALEX  BORELLI,  lodigiano, classe 1983, diplomato all’Istituto Calisto Piazza e ai corsi triennali di graphic designer alla Scuola superiore di arte applicata del Castello Sforzesco di Milano una ventina di anni fa, non ha coltivato la propria creatività a livello professionale. Oggi preferisce fare il barman al bar  Valente & C  s.n.c, in via Grandi.. Al territorio multiforme della grafica e a tutto quello che costituisce le nuove frontiere dei media digitali, ha preferito sposare una applicazione tradizionale pur  tenendosi aggiornato sulle nuove logiche espressive.
Negli ultimi anni il graphic design è naturalmente cambiato. . Non ha cambiato le proprie scelte di linguaggio Borelli. Solo eccezionalmente (pazzesco!) è sceso nell’arena (o è salito in scialuppa); pur manifestan-do nei suoi fogli una colorata immaginazione non ha mai partecipato a mostre. E’ rimasto fedele a una narrazione fulminea, da graphic short story, che si affida al non detto, all’ allusione e infine alla complicità del lettore, denotativa di una sottile partecipazione dell’io  narrante..  Alex sa “leggere il bello” in ciò che lo circonda, è appassionato di arte e sa cosa fa tendenza: tutte caratteristiche che gli permettono di rispettare nei suoi disegni logiche e dinamiche di gusto e sociali. È un creativo che però impiega la sua tecnica in un particolare campo della comunicazione , senza marchi di tendenza. Non ha un elenco “freddo” di preferenze, di soggetti a cui si dedica.  Il suo orientamento mentale è tutto in un polo: la raffigurazione attraverso la presenza femminile. Un piccolo miracolo se si pensa a quel che produce oggi l’arte e a quel che avviene nella nostra società.

Naturalmente non manca chi non lo segue su questo  terreno Gli artisti sono sempre stati perseguitati da critici consumati o improvvisati, che dicono loro cosa dovrebbe ispirarli nel trattare l’arte, quali generi, suggestioni, afflati, citazioni. Non parliamo dei committenti, che qualche diritto pure l’avrebbero, ma di quei critici  che attribuiscono a un artista di non essere un altro, confermando l’aforisma wildiano, che «Un critico d’arte  trova sempre un po’ di male nelle cose migliori». Oggi, che certe epidemie criticiste che dominavano il confronto tra figurativo e informale e il tutto s’è fuso nei continui aggiornamenti, hanno perso in parte la loro virulenza, anche perché gli esperti  hanno escogitato un monstrum per sottomettere a nuove sollecitazioni gli artisti: il mercato. Che in un tale contesto il nudo femminile abbia una sua attualità “fumettara”, lo si sa da tempo essendo subentrati al posto dell’arte fattori culturali e sociali guidati dalla comunicazione di massa finalizzati al consumismo di una libido fantasiosa e irresponsabile, priva di significato umano e totale. Con la crescita esponenziale dell’ industria della moda e della bellezza si sono prodotti effetti a livello economico e socio-culturali, che hanno imposto veri e propri diktat alle arti visive spostandone l’orientamento da scelte di espressione estetica a scelte di puro godimento, a una iconografia comprensibile anche dalle classi popolari, in cui figure e immagini convergono in una narrazione visiva. Non sorprende, non può sorprendere,  che dopo  la parentesi formativa, pedagogica e didattica  Alex Borelli si sia rivolto alle  alternative proposte dal disegno graphic (con tutto quello che la brevità del termine comporta e la casistica dei sottogeneri ampia, talvolta con contaminazioni sorprendenti), per recuperare una parte disgiunta e differenziata dalla “tradizione”.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito sul piano ideale, attratto da una visione formale di matrice immaginaria è l’immagine della figura femminile raccontata in scene che trasmettono molte informazioni, in cui non sono proprio perdute le antiche tracce di reale e, rivelano la sottile partecipazione dell’artista alla bellezza che  rivela attimi privilegiati.
Nella figurazione dell’artista il femminile costituisce l’aspetto privilegiato.. Prevale in una sintassi immaginaria che spazia e accende luce su “momenti” con  calibrato equilibrio. Per i suoi requisiti il disegno grafico potrebbe raccontare tante cose differenti. Dal reportage a pagine lenzuolo, novel, a soggetti scollegati dall’attualità stretta, anche più personali.

Rompendo con un isolamento volontario lungo quasi venti anni che hanno tenuto l’arte figurale di Borelli in odore di “naftalina”, o di “torre d’avario”,  abbiamo potuto visionare una soggettistica impegnata nella vita, compresa dei comportamenti umani. Soffermandoci in particolare sul messaggio delle figure femminili immaginate, da offrire la rappresentazione di  significati,  emozioni, suggestioni erotiche,  integrate in una forma grafica non pubblicitaria, con risultati che mostrano movimento, plasticità dei corpi, espressioni e gesti misurati, sottratti alla mania degli effetti speciali e alla tentazione meramente decorativa.
Il genere graphic novel praticato da Borelli costringe a cercare la storia dietro al disegno. Non è facile, è una sfida, anche perché magari la storia immaginata non si è compiuta. Di solito è suggerita da un lampo, una specie di intuizione. Probabilmente è il brivido di un racconto che si svilupperà, che non ha ancora un lungo respiro, il passo di una storia, di cui però si avverte l’esistenza del messaggio poetico di energia che irradia con forza, come sorgente.
Alex non imita, non trascrive, non fotografa, modella, lo fa con modernità  di mano e sicurezza, mettendoci il sale di qualche estrosità, adatto a far convivere l’immagine con la comune esistenza. Nel monotematismo c’è una sfida, anche se nell’ itinerario esistono punti diversi di congiunzione: con la dimensione onirica, col rifugio precario di una realtà che ha perso ogni senso di logica e che spera di ritrovare attraverso la magia della presenza femminile. Muovendo controcorrente ai comportamenti dichiarati il “fumetto” (si può anche chiamare così) permette di ritrovare nella testimonianza il documento fondamentale della vita e forse una strada intelligente in grado di sottrarsi ad audaci scorribande di vicende empiriche della sua storia.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. DOMENICO MANGIONE, un artista tra continuità e variazione

Continuità e variazione sono i punti focali che disegnano il percorso di Domenico Mangine, una figura di autentico artista, con una sua storia precisa, esposto, da sempre, al rischio della disattenzione e della sottovalutazione, pur essendo uno dei pochi che a livello locale hanno mostrato omogeneità di comportamento e di linguaggio, meritevoli quindi di una attenzione non sbrigativa e superficiale. Mangione è un artista in cui prevale la manualità artigiana insieme a quella artistica, dotato di un lessico tentato da pochi cambiamenti, come confermano anche i recenti collage su carta e gli interventi su pietra.

Cultore di una paesaggio che ormai si potrebbe definire “prolungato”, esteso e accresciuto con poche e inevitabili pause,  l’artista è come lo privasse d’ogni esternazione emotiva e d’ogni gesto retorico, affidandolo alle regole dei segni e a ciò che una volta si chiamava “anima” ma che oggi il bestiario delle nuove definizioni non ha ancora individuato l’equivalente “post” da riconoscergli una qualche idea di energia e vitalità.

L’avere lavorato per lunghi anni come disegnatore tecnico di una importante azienda locale che nella denominazione sociale aveva l’indicazione di “Officina”, spiega perché tecnica e  disegno gli stiano  “cuciti addosso” ed anche “dentro”, L’artista tiene insieme abilità e tecnica, ma li distingue una volta che il processo creativo entra nello spazio immaginativo, dell’invenzione. Fa prevalere sul momento che da senso iniziale alla materia lavorata, una dimensione quasi immateriale di genere poetico, sostenuto con la libertà segnico-operativa che gli è propria.

Sia nelle tecniche miste, nelle acqueforti, negli acrilici su carta, nelle ceramiche, negli interventi su materiali solidi con cui si accosta alla scultura, Mangione da carattere  senza frasi magiche, a un’arte senza estroversioni e aggressività, semplicemente materiata e consegnata dalla pratica e dalla sensibilità. Un’arte paradigmatica che è il risultato della sua capacità di fare: dell’abilità, della conoscenza, della predisposizione naturale a una creatività sottile e puntuale come può essere l’ emergenza fisica delle trame contro la superficie, l’allineare spessori, il giocare  con gli accostamenti e le modifiche, l’ affidare al segno interventi che tolgono l’ eccesso di fissità e rigidità e fanno scoprire la finzione figurale, che rimane niente più che una esibizione di tributo grafico.

Collanti, gessi, acrilici, scaglie e frammenti di materia, oli disposti sulle tavole e sulle carte danno corpo a paesaggi “sensisti”, a esemplari rigorosi del ricorso alla tecnica materica compositiva. L’occhio fa andare immediatamente all’archeologo, al suo piacere sofistico di collocare ogni cosa in funzione d’immagine, di equilibrio, di composizione.

Con questa procedura Mangione si fa conoscere elegante “artigiano”, nel senso che non concettualizza e non attribuisce alla espressione ‘contenuti’ particolari se non quelli di un ossimoro di vita urbana artificiale. Nelle sue figurazioni entrano le capacità calligrafiche e anche musicali, senza costringere a scrutare questioni di stili, ma  forme dell’esperienza.

La stesura è sensibile, delicata nelle intonazioni, serrata tra monocromatismo e materia. I “paesaggi” traducono luoghi immaginari,  combinando con una poetica rappresentativa da un lato e, dall’altro, non-figurativa. La suggestione ottica del colore è quasi trascurata dall’artista; hanno spazio invece le vibrazioni delle “tessere”. Nell’operazione Mangione mette sapienza  e destrezza, fa cogliere momenti di poesia, quella dei silenzi, delle meditazioni e dello stupore.

Aldo Caserini

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Panorama dell’arte lodigiana. I motivi religiosi e liturgici nell’arte di FELICE VANELLI

fELICE vANELLI NEL SUO STUDIOCeramista, scultore, pittore, affreschista, disegnatore, decoratore, all’occasione anche grafico, Felice Vanelli ha unificato, in chiave operativa e fattuale, molte delle specializzazioni che trovano efficace sintesi didattica e attualità nei corsi della Scuola di Arti e Mestieri.
Come artiere-artista ha fatto parte della generazione del secondo dopoguerra quella di Bosoni, Vailetti (Benito), Volpi, Marzagalli, Mauri, Maiorca, Maffi, Vestibile, Perego, Podini Gabelli, Mocchi; prima cioè della stagione dei Cotugno, Poletti, Bertoletti, Vailati, Mangione ecc. Oggi suoi lavori arredano abitazioni, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Negli oli, nelle sculture, negli affreschi e nelle ceramiche  alle iniziali tracce di richiamo “michelangiolesco”,  Vanelli ha fatto seguire, uno sviluppo di indirizzi figurativi più aggiornati.

La mano, la mente e il sentimento hanno tratto esperienza dalla conoscenza tecnica e culturale. Vanelli è’ stato figurativo dal primo istante, da quando per la prima volta ha messo i pennelli nel colore sulle rive dell’Adda. La scultura, l’affresco, sono esperienze arrivate dopo, e dopo ancora è arrivato il suo interesse per la ceramica. Nel ricco repertorio l’ enfasi giovanile ha quindi lasciato posto all’efficacia e all’indispensabile.
L’artista ha modellato a lungo motivi rischiosi: il religioso e il liturgico, ricavandoli dai Sacri Testi che ha collegato ad aspetti del quotidiano. Una scelta che faceva parte della sua poetica: come vi hanno fatto parte la maniera (senza manierismo), la spiritualizzazione (senza lacerazioni), la rappresentazione( senza complessità).
Le Scritture hanno animato la pittura della sua maturità. In quella su muro dava sfogo alla passione disegnativa. In scultura conosceva i segreti del rilievo – dell’alto, del mezzorilievo, del basso rilievo -.Qualità che si possono ritrovare anche in ceramica, un’arte in cui Vanelli faceva entrare in gioco elementi diversi: la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura.

Tra le ultime opere vanelliane di soggetto sacro sono da ricordare il bassorilievo sulla XVI stazione (“Gesù è sepolto”), destinato al complesso artistico “La via Crucis e la via Lucis in ceramica artistica” di San Cataldo in provincia di Caltanisetta, realizzato in duo con Angelo Pisati della Manifattura ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C.  

In Ultima cena, collocata in una chiesa di Roma  le figure sono in abiti contemporanei. Un lavoro in cui si ritrovano visione soggettiva, luce di qualità attiva, cronaca e gusto del nostro tempo. Sono anche da ricordare i quattordici cotti policromi collocati alla Cattedrale di Lomé in Togo. Una composizione di immagini sulla Passione di Cristo, in cui l’artista ha ribaltato i valori della tradizione iconica. Cristo non è accompagnato dalle figure della iconografia classica, da cavalli, donne piangenti e uomini in arme, ecc. La rappresentazione è semplice, controllata, ha una bellezza quasi soffocata dalla valenza simbolica dell’umiliazione e del dolore.
Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. ANNALI’ RIVA, artista casalese da spiegare

In attesa che qualche sala, pubblica o privata, bella o brutta, frequentata o abbandonata – speriamo no – si riapra per accogliere una  mostra di Annalì (Annalisa) Riva e qualcuno di quegli ordinatori abituali che una volta la contendevano (come pittrice o novità o anche perché allieva di Ugo Maffi) si rifaccia vivo, così da offrire, dopo l’indifferenza dell’ultimo quinquennio, la possibilità al pubblico di casa di conoscere dove lo svolgimento della sua ricerca l’ha portata, quale chiave di comprensione e di interpretazione rispetto alle sue prime immagini, calibrate attorno al colore, alla materia e alla simbologia, con cui catturava le proprie fantasie, ci proviamo noi a risvegliare, con qualche spunto di cronaca almeno l’attenzione dei “fedeli” di Formesettanta.

Annalì Riva, piacentina di nascita ma residente a Casalpusterlengo, si era fatta conoscere al pubblico della Bassa, – di Casale, Codogno, Lodi e di Piacenza – attraverso l’  ammiccamento giocoso di alcune esposizioni, come una pittrice di qualità non marginali e promettenti. Diplomata al Liceo Artistico Bruno Cassinari di Piacenza, laureata in Belle Arti a Brera (MI) nel 2007, allieva al Master di Landscape Design, assistente dell’Associazione culturale “Connecting Cultures” a Milano aveva  iniziato a dipingere (su carta da pacco)  nello studio di Ugo Maffi a Lodi.

Inizialmente, di lei non era sfuggita la carica manipolatrice e la tendenza a  “un’autoreferenzialità enigmatica”. La giovane mostrata si sfruttare un certp background di cose viste e anche di cose attribuite. La “pusterlina” sSapeva essere credibile come artista, scrollandosi di dosso le solite poetiche (sentimentali, intimiste, passionali, fantastiche) che scrittori improvvisati di arti visive gli appiccicavano te addosso.

Sul suo attuale fare pittura quello che si sussurra è troppo poco rispetto alla precedente esperienza ma anche per  anche per ricondurre (giornalisticamente) i riflettori sulla sua comunicazione attraverso la pittura.  Dopo Villa Biancardi a Zorlesco, dopo l’Itis a Casale, la mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano, al Laboratorio delle Arti a Piacenza

e altre apparizioni estemporanee la commutazione del suo circuito espressivo era parsa decisiva con il superamento della fase degli  “intendimenti” e l’avvio alla

“appropriazione di senso” e alla “qualità” (la pittura è fondamentalmente una questione di esperienza non di principi e ciò che conta dal principio alla fine è la qualità) da farle  assumere un ruolo competitivo nel panorama territoriale. L’artista aveva iniziato a mettere sulla tela aspetti più aderenti della vita e della contemporaneità. A lavorare con la materia, a plasmarla secondo volontà, a renderla viva e vitale; ad elaborare, perfezionare e testare scelte di procedura e di contenuto autonomo e personale; a recuperare vecchie carte da parati, su cui creava il gioco dei colori, creava orizzonti, apriva “finestre”, immaginava stanze dove sognare.Senza compiacimenti affrontava il rischio di sorprendere con l’inatteso chi credeva ormai facile una sua catalogazione di comodo. Ci sono nuove pagine nel suo diario? Chissà.

Aldo Caserini

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Ottorino Buttarelli casalese, scultore di lievitanti spessori di materia

Il nome di Ottorino Buttarelli di Casalpusterlengo è’ più popolare come presidente della “Compagnia Casale Nostra”, il benemerito gruppo che divulga la storia cittadina, che come artista. Almeno se ci si allontana troppo dal corso del Brembiolo. Forse è l’effetto della sua ritrosia, del suo carattere lirico, gentile, un raro esempio di uomo di cultura di una razza genuina e di un ambiente ormai quasi scomparso.
Nel suo studio-laboratorio c’è aria di sacro, non perché il soggetto religioso è di casa e testimoniato, ma perché è un posto unico. Nessuno ha mai pensato a renderlo virtuale. Il nome di Buttarelli in rete ha solo pochissimi post in Google. Pochissimi i  richiami, pochissimi i selfi.  A una mia richiesta di avere qualche dettaglio in più sulla sua attività, un collega giornalista mi rispose semplicemente: “ E’ un artista che odora un po’ di muffa”. Con quel “po’”pensava di segnalarsi non troppo ruvido. Tanto quello che intendeva si capiva perfettamente. Oggi interessa poco cosa un artista produca, quali opere, ma a quante persone i suoi lavori piacciono. E’, importante l’immediatezza, come si inseriscono nel presente. E’ il consumo che rende l’arte appetibile. A Casale, ma non solo a Casale, lo pensano in molti. L’arte di Buttarelli, invece, si concentra nelle forme neoclassiche, irradia meditazione e  silenzio, quando tutti noi non facciamo che parlare o urlare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il populismo d’élite che impera esige che l’arte per essere riconosciuta vincente trovi degli imbonitori. Là dove c’è  silenzio attorno, domina il pregiudizio del manufatto superato. L’arte  ha perso la sua “aurea”, un parolone che oggi si potrebbe tradurre in “sex appeal”. Il passato, la tradizione, la memoria, per molti artisti delle nuove generazioni hanno un significato pedante, complicato, il “nuovo” di oggi, dicono i contemporanei di casa, è libero, vivace, legato al momento, del resto se ne fa un baffo. Il contrario di  Buttarelli che si è sempre battuto per la conservazione del patrimonio culturale locale. Durante la sua carriera prima di insegnante poi di preside ha coltivato con discrezione la sua passione per la terra preparata e modellata e la pittura. Una volta in pensione  si è buttato a capofitto a modellare la materia (la terracotta) e a liberare il sentimento ispiratore nei colori,  prediligendo però la nobiltà del marmo. Così come le sue forme sono sempre state figurali, legate alla lentezza, alla nostalgia, alla storia e anche al rimpianto. Tradotte in “lavori” da guardare ed essi, a loro modo, che guardano te. Molti hanno il timbro della memoria, della storia, sono realizzati con mestiere acquisito (l’arte è soprattutto mestiere, ci ha insegnato Bruno Munari).A Buttarelli non sarebbe difficile fare anche dell’altro, di più audace o divertente o attualista, con alle spalle il gusto che cambia, perché è cambiata la società e con essa è cambiato il rapporto con l’arte. E’ un bene o un male? Non c’è bisogno di risposta. Lui non cambierebbe il proprio linguaggio espressivo, basta osservare i suoi lavori, disseminati un po’ ovunque: a Brembio, a Corte Sant’ Andrea, le stazioni della Via Crucis allestite nel Borgo, l’omaggio a Francesco Agello a Casale, dov’ è anche una copia della Madonna dei Cappuccini, l’altorilievo sulla Natività, il mosaico che riprende il Ponte del Brembiolo, il marmo “Tenerezza”, l’altorilievo della chiesa di Somalia, il “cotto” in quella di S.Maria a Senna, eccetera. Le citazioni potrebbero continuare. Quello di Buttarelli è un “ieri” che coglie lo spirito sotterraneo di un “oggi” ancora bisognoso di idee, di identità, di cultura, di sentirsi un po’ più sicuro quando deve affrontare la funzione dell’arte.
Laureato in pedagogia  a Parma Buttarelli vanta una ricca frequentazioni di artisti che non l’hanno costretto in pantofole: il milanese Trillicoso. il laboratorio di nudo di Lidia Silvestri all’ Accademia di Brera, lo studio di arteterapia di De Gregorio a Milano, la scuola d’arte Gazzola a Piacenza con i pittori Donà e Scrocchi e lo scultore di Vigolzone Paolo Perotti. La pittura e la scultura non sono per lui  solo un mezzo di comunicare idee, ma di trasmettere emozioni, poesia, il solo modo di essere e di vivere. Nella pratica e nella qualità egli esprime l’accordo tra la verità fenomenica di impressione ed emozione e la verità ideale ch’ egli realizza nei lievitanti spessori della materia. Il vitalismo, l’enigmatica metafisica, la nostalgia umanistica, il naturalismo, sono  fasi del suo percorso artistico e culturale, in profondo collegate e rese coerenti dalla tensione al traguardo poetico ed esistenziale dell’arte.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: MAURA BACCIOCCHI, designer-decorator di Cavacurta

La visual designer-decorator Maura Bacciocchi, insegnante alla Gerundia di Lodi, è personalità creativa dalle molte parentele, che arriva a mettere in arte dalle forme di scarpe ai paesaggi e tante altre cose, avvalendosi di varie tecniche e materiali, dai colori acrilici alle photo, dalle tavolette al riutilizzo del legno, trovando forme sempre divergenti, ovvero forme che a differenza di quelle convergenti che tendono all’unicità di espressione a cui le immagini vengono condotte, presentano originalità di idee e fluidità concettuale.

Capacità che sin qui sembrano non avere ancora tratto beneficio di quella attenzione che la sua ricerca meriterebbe.

Milanese all’ anagrafe, residente a Cavacurta, come prima formazione artistica la   indica il “Callisto Piazza”, ma è a Brera che ha probabilmente iniziato a confrontarsi con esperienze più estese e contemporanee dispiegando poi capacità di lavoro, autodisciplina, versatilità e gamma di interessi, che coloro che la conoscono gli attribuiscono: un territorio di interessi che abbracciano anche la trasformazione, l’arrangiamento, il restauro, l’habitat umano e l’architettura d’ìnterni. Scelte che spiegano l’ assortimento di impegni, interventi e collaborazioni portati avanti dopo l’Accademia e il diploma, impegnandola su fronti e discipline differenti: dalla pittura al disegno, dalla decorazioni al piccolo restauro, dalla creazione di oggetti-immagine alle forme spontanee, dall’ architettura di .paesaggio alla progettazione urbana e ambientale, all’ arredamento d’interni. Tutti interessi che l’avvento del coronavirus e la crisi del settore estetico partita molto tempo prima della pandemia, ha costretto alla quarantena e, quello che è più grave, ha spinto il pubblico a disinteressarsene, optando per altri interessi e gusti di sapore effimero.

Ciò non impedisce però a noi notisti culturali di riaccendere una qualche attenzione sulla attività di una artista, attività che per come l’abbiamo sin qui riassunta, potrebbe immaginarsi  sbrigativa e generica, mentre è risaputo la Bacciocchi è una artista dotata di sensibilità, che prende ogni cosa molto sul serio e primeggia nel proprio lavoro..

Gli anni passati l’avevano, tra l’altro, fatta conoscere anche come  visual design nel campo della progettazione di prodotti grafici e multimediali e della comunicazione. La presenza a delle mostre che l’ avevano poi messa in luce grazie alle re-introduzioni e re-interpretazioni di tecniche e di materiali alcune documentate anche su Internet (facebook, instagram), senza nessun particolare “azzardo” rispetto alle esperienze di consumo “immediato” del contemporaneo), l’avevano segnalata piuttosto per una sua capacità di condividere il “Post” presente nell’ arte ; per  sperimentare e realizzare in modo mai

BACCIOCCHI: “Per-Corsi”, Photo, 2014

ambizioso, mai pedante ma convincente legato a segni, simboli e informazione visiva, oltre che alla “sorpresa” e alla nostalgia (la campagna, il cagnolino, i particolari), giocando sulla ambiguità del termine post-moderno (termine legato uno al passato e uno all’ immediato)  con un po’ di malinconia e un po’ di vivacità legata all’attimo dell’invenzione, dello stupore.

Parlando di visual design, design e ricostruzioni teoriche di oggetti immaginati, Bruno Munari diceva che l’arte oggi deve essere consumata, non come cibo, ma comunque masticata, digerita, eccetera per poi poter ripartire da capo. Visti i tempi, in cui anche la post art  della Bacciocchi è destinata a mutare, non sarebbe male se qualche patrocinante tirasse le fila per dare visibilità agli “aggiornamenti” del suo linguaggio visivo.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: MAURIZIO FUSARI, l’immersione di ori, argenti e metalli nel mondo dell’arte

Le vite di orafi-cesellatori eccellenti quali i Fusari – dall’ “orgoglioso” (del proprio lavoro) Giuseppe, il capostipite, al tranquillo e compiaciuto Maurizio suo figlio che dall’inizio del nuovo secolo conduce l’atelier di Graffignana -, oltre ai risultati d’impresa (notevoli per qualità, continuità e quantità) –  costituiscono un colloquio di cultura e progressione, di estetica ed etica, secondo la formula cara a questi “maestri” artigiani-artisti che dai colli banini hanno arricchito di tasselli, meglio, di capitoli, la collaborazione con scultori italiani, anche di fama mondiale.
Tra i “distratti” lodigiani ci corre l’obbligo di citare le istituzioni (gli enti locali, le fondazioni bancarie, le organizzazioni culturali, l’informazione sbadata) alle quali ci par legittimo chiedere di marcare il proprio interesse organizzativo anche con le forme meno pubblicizzate d’arte, di far conoscere l’evoluzione artistica di Maurizio Fusari, un vero interprete di dettagli (linguistici, visivi, creativi) e autore di risultati di precisione meticolosa e di creatività in senso non decorativo.

Una decina di anni fa a Lodi venne curato da CNA un Repertorio di artigiani-artisti lodigiani per conto di Regione Lombardia, al quale prestammo collaborazione giornalistica. Aiutò a dare luce a questa famiglia di “modellatori” e autentici protagonisti (in chiave contemporanea) del  cesellare, arte che fu praticata dai grandissimi Giberti, Pollaiolo,  Cellini e che Maurizio Fusari ha ripreso in chiave modernista ( ultimamente ha realizzato una serie di interessanti Paesaggi lunari) procurando prestigio a un Lodigiano come sempre distratto da non avergli ancora riservato attenzione al di la delle parole.
In momenti difficili come gli attuali, la passione per l’esercizio artistico, può dare senso di concretezza all’artigianato artistico, dove, notoriamente, non tutto è mai stato perfetto, soprattutto con gli avanzamenti tecnologici, che nei decenni trascorsi hanno diffuso produzioni seriali e fatto smarrire  l’importanza della qualità e delle distinzioni estetiche.
Nell’abc di molti, oggi, sembra stia ritornando d’attualità definizioni quali “artigianato artistico”,  in passato marginalizzate dalla complicata ragnatela tra mondo dell’arte, mondo della moda, fabbricanti e venditori di monili e ornamenti preziosi. Ora si torna a fare appello a quelle “nicchie” di sopravissuti che per loro intrinseca natura possono ridare immagine e contenuto, fiducia e certezze a certe realizzazioni. Una di queste “nicchie” è senz’altro rappresentata dagli oggetti in metalli preziosi creati dalla A.O.G.. Dal 1999 la titolarietà del laboratorio è passata al figlio d’arte Maurizio, rivelatosi immediatamente un vero autentico creativo, artista di modelli di alta qualità e visione. Oggi egli è conosciuto e affermato in Italia e nel Mondo, più di quanto non lo sia nell’Alaudense: suoi lavori sono stati esposti al Museo Guggenheim di New York e al Parlamento Europeo) e l’autore è diffusamente stimato per le sue doti operative e la capacità di conferire impronta personale  ai modelli su disegni di artisti, e, spesso, su qualche semplice indicazione delle “firme” famose che a lui ricorrono.
La validità di Fusari figlio si è sempre manifestata con evoluta bravura. Fatta di maestria, padronanza strumentale, esperienza, originalità e fantasia, da imprimere alla propria produzione connotazioni di artisticità.
Oggi la sua maestria e le sue capacità sono  diffusamente identificate riconoscendo all’artista orafo lodigiano conoscenza, storia, sensibilità e abilità manuale, insieme a una consapevolezza: che un artigianato artistico limitato alla pura imitazione e riproposizione non può procurare appagamenti durevoli.
In oreficeria non c’è un percorso facile. Già lo spiegava, con molta chiarezza, il Vasari nelle sue “Vite”: al cesellatore gioielliere chiedeva impegno assoluto, attenzione in ogni procedura, analisi di ogni risultato, padronanza assoluta degli strumenti e conoscenza perfetta dei materiali. A fianco del padre e di Giò Pomodoro, Maurizio ha intrapreso l’arte del cesellare in oreficeria ed oggi ha il vanto d’essere una delle figure chiave e di riferimento dell’arte orafa lombarda e italiana. La personalità d’artista  ha caratteristiche di distinzione: una manualità eccellente e il piuttosto “povero” contenuto di tecnologie, nel senso ch’ egli usa strumentazioni e metodi tradizionali, lavora al banco come facevano i grandi maestri del passato.

Maurizio Fusari  ha collaborato e collabora con nomi prestigiosi dell’arte italiana, tra questi, oltre col già detto Giò Pomodoro, Salvatore Fiume, Aligi Sassu, Eugenio Carmi, Pietro Consagra eccetera che, in vita, gli hanno affidato la realizzazione di loro progetti artistici.
E’ difficile fare sintesi (giornalistica)  di tutte le tecniche di lavorazione in cui  l’artista lodigiano eccelle: assemblaggio, prerifinitura, rifinitura, saldatura, incassatura, smaltatura, cesellatura, pulitura… Non basterebbe neppure, dal momento che la sua bravura ha sempre una vicinanza straordinaria con le doti dell’artista. Maurizio Fusari contempera e riassume fermenti di idee. simboli trasformati, il concreto e l’astratto, l’intuizione e la logica, la formula e il cromatismo eccetera.

Modellare metalli preziosi , è solo una parola. Si fa presto a dirla. E’ come a dire scolpire, incidere, dipingere. Ma cosa significa rappresentare quanto è in un  disegno, lavorare fino a ottenere l’oggetto illustrato è procedura varia e complessa. Dietro, c’è tutto il resto (e non è poco). Tra quello che rimane ci sono i requisiti che distinguono il bravo artigiano “specializzato”, che si ferma alla realizzazione, al campione e alle schede tecniche, e l’artiere, l’artigiano-artista, che sa aggiungere alle competenze tecniche e strumentali, l’orientamento estetico, aggiunge riconoscibilità artistica, di stile e di gusto al risultato finale.
Oggi Maurizio Fusari  realizza e firma gioielli e sculture tutte sue : “Era inevitabile che arrivassi a dire la mia…”, dice. Nel suo curriculum figurano esposizioni a Strasburgo,  New York,  Monte Carlo, Dubai, Istanbul, al Museo del Diamante di Anversa.  Attualmente collabora con la Galleria Luca Sforzini Arte di Casteggio.
Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. Ricordo di ANGELO BOSONI

ANGELO BOSONI, Composizione

Venti anni fa se ne andò un altro pezzetto di storia della pittura locale. Angelo Bosoni chiese un ultimo sforzo di discrezione. Come aveva fatto per tutta la vita, tenendo la propria attività artistica discosta dai palcoscenici. Un po’ come suo suocero Silvio Migliorini, Bosoni fu pittore atipico nel panorama locale. Si sottraeva dal fare mostre, rigettava l’idea di costruirsi curriculum e referenze. Per tutta la vita è stato un pittore solitario, più precisamente un “isolato”. Amici ne aveva, anche se bisogna andare indietro agli anni Cinquanta e Sessanta, quando tutti eravamo giovani e noi allora lo si annoverava scherzosamente (insieme a Vanelli e a Perego) tra i “vecchi. Tanto per intenderci a Monico, Bonelli, Vecchietti, Malaspina, Roncoroni, Maiocchi, Bassi, Santino Vailetti, Sordelli una generazione che aveva fatto guscio al Caffè del Broletto detto della Pìssa., Anche in quel gruppo egli ebbe una posizione appartata. Era impiegato di banca, ma a lui importavano due cose: la famiglia e il dipingere. Raggiunta la pensione, vi aggiunse l’andare per mostre. Almeno una volta la settimana ci incontravamo a Milano a rinverdire interessi, curiosità, conoscenze. Poi sul treno del rietro a Lodi misuravamo le rispettive convinzioni, Aveva gli occhi tondi e attenti, chiari e severi, prosciugati come la voce. La parola artista non la gradiva: “E’ inflazionata”, diceva. E scivolava via. Non ha mai inseguito riconoscimenti né cercato rapporti di convivenza con il “potere”. Negli anni Sessanta e Settanta, faceva un po’ rabbia il suo andare alla ricerca (nel paesaggio, nella figura, nelle composizioni) di un perfezionismo resistente. Il tempo si è preso la briga di chiarire: la sua pittura non si risolveva nel descrittivo e nel perfezionismo tecnico. Agli aspetti di linguaggio egli ha accompagnato un rapporto intimo di autoidentità poetica con le “cose” rappresentate. Nei suoi lavori cercava modi di vedere e misurare le cose, di cogliere il paesaggio, di approfondire e interiorizzare la figura umana, di creare rapporti, variazioni ed evocazioni geometriche e di luce. Instancabilmente, per mezzo secolo, ha cercato il rapporto dell’uomo e dell’artista con le cose, il circostante e l’ambiente. Su tutto ciò che dipingeva continuava a meditare e ricercare, ora soffermandosi su equilibri di sapore classico ora spostandosi verso varianti plastiche. Non era un istintivo, un simbolista, neppure uno che seguiva i canovacci della rappresentazione, non ha mai generato prospettive alla rovescia. E’ sempre stato affascinato non dalle facilonerie, ma dalle rigide regole che fanno armonia. Suo riferimento era Pier Della Francesca. Per questo, agli “ismi” di dubbia provenienza preferiva la ricerca della luce. Forma e colore, tono, estensione e ritmo, armonia, quiete e moto sono gli elementi che nei quadri della sua maturità pittorica hanno generato forme che offrono idea di una realtà senza nome, sempre collegata alla vita del sentimento. Ha sempre praticato un’arte “costruita”, una pittura che richiedeva tempo, acquisizione critica, memoria del colore. La novità da lui rappresentata è stata proprio il rigore, l’arricchimento formale portato avanti nella fedeltà ai suoi maestri Migliorini e Maiocchi, nell’efficacia della raffigurazione, il suo non-essere avanguardia, il riflettere in pittura quasi un esercizio di culto naturale. E’ stato un pittore che sapeva scegliere, che sceglieva un oggetto o un paesaggio solo se vi scorgeva i possibili riflessi della forma che voleva creare. Non ha mai improvvisato. Dopo venti anni che se ne è andato possiamo anche dirlo: Bosoni ha costituito una sfida al dilettantismo, al cattivo gusto, alla superficialità. Allievo del suocero per il quale nutriva un sentimento forte di riconoscenza per il “sentimento” della pittura che gli aveva inculcato, Bosoni, ha dipinto motivi che sono ben riconoscibili. Ma dietro di essi c’è un’opera parnassiana di semplificazione e potenziamento del discorso, una ricerca intellettuale non dichiarata. La sua tecnica non va confusa con qualcosa di accademico. Oltretutto egli è stato autodidatta. L’abilità l’ha appresa al cavalletto, lavorando i colori, superando con la capacità quella che chiamiamo convenzione. E’ stato un pittore di temperamento, rimasto fedele negli anni a queste regole, applicato a una figurazione di elegante composizione e di registro attualissimo.

ALDO CASERINI