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“VOLTAGABBANA” PERCHE’ PRENDERSELA? E’ SOLO UNA METAFORA

“Solo i cretini non cambiano idea“. E’ una frase che riecheggia di frequente in tv, nelle redazioni dei giornali, in Parlamento, tra politici, persino tra intellettuali, artisti e letterati, persino nella terra di San Bassiano. Solitamente a usare questa frase è è uno che ha cambiato idea. Due decenni fa almeno, Pia Luisa Bianco, ci scrisse sopra un saggio storico, pubblicato da Marsilio, che abbiamo adocchiato al Libraccio: Elogio del voltagabbana. “Un saggio provocatorio e politicamente scorretto” si legge in una pre-pre anticipazione dell’editore. A ruota ne uscì un secondo, sempre da Marsilio, opera di Claudio Sabelli Fioretti, giornalista la cui firma è apparsa su “Panorama Mese”, “Repubblica”, “L’Europeo”, “Sette” eccetera: “Voltagabbana. Manuale per galleggiare come un sughero”, una sorta di identikit tracciato attraverso a una serie di interviste, pubblicate sul Magazine del Corriere della Sera, che portavano a galla l’abilità degli uomini nel ricostruire un “completo lifting” del proprio passato, cambiando per interesse idee e azioni.. I nomi non si finisce più di scorrerli, alcuni ancora sulla scena: Pierluigi Battista, Fausto Bertinotti, Cirino Pomicino, , Emilio Fede, Vittorio Feltri, Maurizio Gasparri, Marco Travaglio, Sgarbi, Piero Fassino, Maurizio Costanzo, Maurizio Belpietro… Il gioco della torre coivolge personaggi illustri, compresi gli incontinenti verbali.
Una rapida scorsa e sono affiorati in noi i ricordi di tante sedute del consiglio comunale di Lodi (giunte Vaccari, Allegri, Riatti, Alboni, Montani ecc.), in cui non c’era bisogno di tirare in ballo lo Zingaretti per dare significato al termine voltagabbana. Nei battibecchi tra consiglieri delle opposte fazioni, i creativi della lingua italiana, trascinati da un audace Bosi, non mancavano e il ricorso ai sinonimi non difettava: voltagabbana. banderuola, riciclone, camaleonte, , anguilla, trasformista, saltafossi, gattopardo, ribaltino, canguro,. Naturalmente, come nelle occasioni ricorrenti, “volavano” anche le minacce di querela, che regolarmente finivano nel dimenticatoio e una bevuta al “Biella”. I contendenti scoprivano sempre, o quasi, di avere comuni radici in oratorio.

Ma allora, tanto per ritornare al discorso iniziale, chi è il voltagabbana? Un semplice folgorato sulla via di Damasco? O un calcolatore che ottiene posizioni privilegiate? O anche chi le conserva? E sono proprio tutti nel settore pubblico o anche nel privato? E quanti appartengono alle sottospecie del voltagabbana?. Gli immobilisti, i consapevoli, quelli di mestiere, gli sportivi? Esistono voltagabbana che hanno amici, frequentano associazioni, corporazioni, ambienti ottengono passaggi, promozioni, posizioni di riguardo, aumenti retributivi, premi, attenzioni di riguardo, contributi organizzativi, quando si verificano e si pretende di non dare spiegazioni, di tenere tutto nascosto, a noi vien spontaneo chiamarli “voltagabbana” Voltare gabbana non vuole dire cambiare idea. Ci sono molte altre condizioni.

Aldo Caserini

IL TRASH, WANNA MARCHI E LA COSTELLAZIONE

Chiedo scusa, ma non resisto a non dire la mia, a non raccontare quel che mi suggerisce il trash di casa nostra. In questi mesi estivi e di lockdown da Covid se n’è parlato e scritto. Anche noi che portiamo le nostre responsabilità nella diffusione della cattiva qualità, abbiamo detto la nostra.
Accusati di “moralismo estetico” per il nostro chiodo fisso contro il basso livello qualitativo delle mostre nostrane (non tutte, ovvio) pur mettendo attenzione a non fare nomi e a non tradire nascosti intendimenti censori, ma semplicemente lamentare la caduta strutturale delle scelte espositive che determinano la caduta di interesse del pubblico, siamo chiamati a riprendere il filo del discorso. Uno dei solitari che segue Formesettanta ci ha infatti lasciato un commentato, di cui non sappiamo se cogliere la malizia o l’ironia:” Perché allora  non ci dite anche i nomi di coloro che fanno la parte di Wanna Marchi nella costellazione artistica locale?”. Bella domanda. Ma come localizzarli? A Lodi, Codogno, Casale, Sant’Angelo? Nell’alto Lodigiano, nel basso lodigiano?  E poi, in quale ripartizione con quale metodologia: l’ideazione del modello espositivo, la progettazione, la selezione, la promozione, la comunicazione, la curatela fiduciaria (in cui si riassume in un colpo solo il nostro provincialismo e l’elenco della spesa).  Wanna Marchi vi ricorda qualcuno? Probabilmente più di uno, di alto e di basso profilo,visto che il tasso delle attività negli ultimi anni si era esteso al punto che singoli e gruppi hanno ritenuto di candidarsi e rivendicare attenzione. Ne è conseguito una affrettata (chiamiamola così) selezione, che ha favorito l’affermarsi nel linguaggio di superlativi nominali o rafforzativi trasferendo formule già presenti nelle cronache sportive, parlando d’arte e di cultura come di offerte da non perdere in uno spot di materassi.
Se vogliamo capire il trash, che non è un fenomeno locale ma di ben più  vasta portata (e mercato), a causa anche di una critica (essa stessa non immune dal trash) che ha preteso di porlo al pari dell’impressionismo, dell’espressionismo, del verismo, dell’arte povera, del concettuale ecc.
Senza localmente arrivare a considerarlo “immondizia” o “spazzatura”, mantenendolo a livello di semplice cattiva qualità, basterà che si rivanghi alcune iniziative collettive e individuali, timbrate da Enti locali, organizzazioni e privati prima della chiusura procurata dalla pandemia per rinverdire (con le solite poche esclusioni) l’immagine pertinente del trash diffuso.
Prima però di sfogliare le iniziative domiciliate  sarà bene chiarirsi le idee col significato che alla voce trash da il vocabolario: cattivo gusto, infimo livello, scadente, ecc.  Un fenomeno che coinvolge tutta la costellazione culturale (e non solo essa): la pittura, le altre arti, i film, i libri, la fotografia, gli spettacoli, la musica live, la tv, gli incontri…
Per conoscerne di più segnaliamo tre libri che aiutano a far fronte allo sterminato prodotto: Gabriele Ferraresi: “Mad in Italy, Manuale del transh italiano 1980-2020” ( Il Saggiatore, €20);  Claudio Giunta: “ Le alternative non esistono- La vita e le opere di Tomaso Labranca”(Il Mulino, €23), Claudio Giunta:”Andy Warold era un coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi €12). Se poi si avvertirà il bisogno di  ampliare indichiamo anche due interventi su “La Lettura”, quello del 5 luglio di Aldo Grasso( Una raccolta (indifferenziata) dell’Italia trash) e del 9 agosto di Alessandro Piperno (Compianto dello snob).
Pensiamo che alla fine non ci sarà più bisogno neppure  di mettere sotto esame le mostre ospitate in pubblici esercizi, nella hall dell’O.M., nei ritrovi e spazi disponibili del capoluogo, all’Arsenale di Bertonico, all’ex Soave e in altri punti di Codogno, spazi di Casalpusterlengo, sedi di Sant’Angelo L., eccetera, eccetera.
I libri segnalati suggeriranno che per incontrare Wanna Marchi non si deve fare molta strada: è dovunque sul territorio. Basterà sostituire gli esempi suggeriti dagli autori con gli equivalenti di casa nostra.

Aldo Caserini

Il virus estetico contagiava le mostre di casa prima di Codogno

Una tavola di Javer Rodriguez tratta dalla Storia dellUniverso Marvel[/caption]

Cosa si può aggiungere di nuovo al trauma della recente epidemia? Alla natura terroristica del virus, all’angoscia del contagio che ha fatto riempire pagine e pagine di giornali, irrigiditi nella lettura della dimensione anonima dei numeri, rendendo informi e insignificanti altre parole ?  Forse, c’è da dire  che è risultata in picchiata la cultura: la musica, il cinema, il teatro, la lettura, le mostre, queste ultime per certi aspetti da tempo sclerotizzate dal degrado estetico, senza più messaggi, alimentate costantemente dal conflitto amico-nemico dell’antagonismo e del sottobosco. Una cosa si può dire; Covid 19 ha reso possibile attraverso l’emergenza sociale e sanitaria cancellare dalla scena cittadina di Lodi e dal palcoscenico del territorio le mostre buone (veramente pochissime!) e le esibizioni di manufatti così detti artistici, in realtà senza valore né importanza né interesse. Anche se qualcuno s’è dato gran daffare a passarle per “rappresentazioni artistiche”.

D’altra parte è risaputo: il mondo pullula di sedicenti artisti e falsi critici o presunti intenditori e improvvisati galleristi, pronti a rendere automaticamente artista chi ha messo su tela del colore, anche se è lampante non è bravo, come è il caso del novantacinque per cento di coloro che realizzano forme, pitture, terrecotte, scattano click eccetera. Fortunatamente non ci vuole molto a rendersi conto che non basta riempire lo spazio di una tela per essere veri artisti, capaci di trascendere la comune realtà e di accedere a una dimensione “altra”, come non serve che qualche aspirante delle famiglie sgarbini o daveriotti ci ricami sopra per entrare nell’Olimpo.

L’arte, si dice, è “tante cose”,  tante cose uniche o  tante insieme –  implosive, devastanti, selvagge, trasgressive, oscure o messe a nudo -, si fa con tutto e in mille modi: al pc, dietro un proiettore, con immagini “portate” su tela, sensori fotoelettrici o altro, montando e smontando altri linguaggi, autodefinendosi involuzionisti, poveristi, edonisti, accroccaggianti, artigianali, ristorarti)  senza più sicura possibilità  di ottenere ostentazione (esibizione), oppure in modo unico, celebrativo, al servizio del rito, della tradizione…. Soltanto che la gente sembra si sia stufata di andare alle mostre e trovare solo acqua minerale e stuzzichini del supermercato.

La crisi delle mostre parte da lontano. Era già stata segnalata galoppante una decina di anni fa, mentre le mostre sembrava potessero essere ancora in grado di dare accoglienza a un pubblico eterogeneo, producendo un interesse di tutto rispetto. Poi i buoni nomi sono scomparsi dai calendari, stanchi, forse, di essere ombreggiati da una sessantina di mostre di ar-tristi complici della politica, di questo o quel funzionario, che approfittavano del cattivo gusto, della disinformazione di chi scriveva, della malafede di chi si arrogava organizzatore, per piazzare due dita negli occhi, opere da far vergogna  o quasi. Ed è andata sempre più peggiorando

L’arte è un problema di linguaggi. Non è fatta di idee al servizio di un prodotto (o anche di uno stile), di una tecnica o di una bravura, ma è stilo e tecnica e bravura al servizio delle idee (se si coltivano e si elaborano).

Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale l’uomo indica il proprio pensiero e contrassegna la realtà. Vale non soltanto per il linguaggio scritto o parlato ma anche per quello della pittura, della grafica, della scultura, della videoarte, delle installazioni.

La pittura è un robusto sistema emotivo, in grado di suscitare sentimenti non meno di quanto sia in grado di trasmettere informazioni, di incidere sul gusto estetico, di produrre conoscenza e paradossi, di sollevare domande e procurare inquietudini, di vedere associato il proprio contenuto comunicativo a significati simbolici che vanno oltre ai codici puramente convenzionali.  Da noi il suo linguaggio si è imbrogliato da tempo in un groviglio paradossale. Da quando si è dimenticato che il linguaggio dell’arte è un linguaggio mentale e logico ed anche antropologico, vi si inseriscono richiami, citazioni, esperienze diverse e spesso lontane. Non è un semplice “prodotto” in cui si riassumono parametri di suggestionabilità e comunicazione individuati.

Una mostra è perciò sempre un fatto importante. Da valore alle immagini se queste imprimono significati , permette di intrattenere rapporti cogli altri, consente di pensare a noi stessi come individui, di vivificare la memoria integrandola negli orizzonti di senso e di significato e di arricchire culturalmente.

Non è uno spazio per il protagonismo. Richiede vigilanza. Se non scopre i poteri decisivi dell’espressione rischia un terreno insidioso, che lascia indifferente il pubblico e non basta il soccorso della retorica affinché produca  fermento artistico e creativo. Cose ovvie, non ci vuole molto a riconoscerlo.

Aldo Caserini

 

 

 

 

 

 

SIGFRIDO BARTOLINI contro l’impostura nell’arte e nella critica

Sifrido Bartolini lo avevamo conosciuto al Caffè Roma, a Forte dei Marmi, mentre eravamo stati con Giorgio Upiglio, suo stampatore di grafiche, a  Pietrasanta a una sua mostra di marine e case della Versilia. In quella occasione Upiglio mi regalò La grande impostura, “200 pagine di sproloqui toscani” mi disse ridendo consegnandomi un volume illustrato da xilografie ridotte di Bartolini, una selezione di scritti ( di articoli) del pittore-scrittore, che si rivelarono una serie di intelligenti stroncature contro l’arte di quegli artisti che si sentivano in “odore di santità” e i “critici piazzisti”. Una raccolta davvero imprevedibile.
Non sappiamo quanti l’avranno letto, se non lo avete ancora letto,  affrettatevi, perché Bartolini non solo scriveva in modo piacevole, ma sapeva introdurre con grande competenza nei suoi testi, argomenti e concetti di grande attualità. Come l’esasperazione di quegli artisti che rincorrono il successo appoggiandosi ai mass media e l’ arrendevolezza dei critici (o presunti tali) che non sanno tenere a freno il proprio violino. “Diffidare sempre del “successo” degli artisti”, fu una delle cose, rimaste di quelle quattro chiacchere davanti a un caffè e che “il pisano”, come dei Marmi, mentre eravamo stati con Giorgio Upiglio, suo stampatore di grafiche a Milano, Pietrasanta a una sua mostra di marine e case della Versilia. In quella occasione Upiglio mi regalò La grande impostura, “200 pagine di sproloqui toscani” mi disse ridendo consegnandomi un volume illustrato da xilografie ridotte di Bartolini, una selezione di scritti ( di articoli) del pittore-scrittore, che mi si rivelarono una serie di intelligenti stroncature contro l’arte di quegli artisti che si sentivano in “odore di santità” e i “critici piazzisti”. Una raccolta davvero imprevedibile.
Non sappiamo quanti l’avranno letto, se non lo hanno ancora fatto, si affrettino, perché Bartolini non solo scriveva in modo piacevole, ma sapeva introdurre con grande competenza nei suoi testi, argomenti e concetti di grande attualità. Come l’esasperazione di quegli artisti che rincorrono il successo appoggiandosi ai mass media e l’ arrendevolezza dei critici (o presunti tali) che non sanno tenere a freno il proprio violino. “Diffidare sempre del “successo” degli artisti”, fu una delle cose, rimaste di quelle quattro chiacchere davanti a un caffè e che “il pisano”, come Upiglio lo chiamava scherzosamente, inserì nella dedica del libro. Parliamone.
Un tempo la saggezza popolare insegnava a diffidare del “successo” e ne metteva in guardia. Nell’attuale società, guidata tirannicamente dai mass media, il successo è inseguito in maniera esasperata, poggiando, anche là dove un autentico valore non esista, su aspetti marginali, caduchi e fuorvianti che sono i soli in grado di incantare la gente.
Coloro che avrebbero il compito di ristabilire non una scala di valori ma un certo equilibrio – ossia noi che scriviamo – finiscono per essere essi stessi vittime della confusione. Nel mestiere di cui si parla, prima che di efficienza si dovrebbe corrispondere all’esigenza di sostanziale onestà verso il pubblico. Il lavoro critico può passare anche attraverso minuzie. Ma serve sempre una lente d’ingrandimento. L’obiettivo non è di prendere in castagna i soliti “pseudo” né di liberare gli umori del Kulturkritik.
Tenere a riposo le corde del proprio violino e misurare correttamente piccoli particolari (parole comprese) serve per spronare l’orecchio stilistico o l’occhio o il gusto del fruitore. Consente al lettore di misurare le distanze percorse dall’autore come dal critico. Evita che si accosti il ruolo di questi a quello del pubblicitario, del propagandista o del promozionale, e a garantire condensati d’informazione e di valutazione sui quali il lettore può misurare accordi o disaccordi.
Oggigiorno il rapporto tra il critico, il notista e l’autore (romanziere, poeta, pittore, artista visivo, esecutore) è inquinato. Manca una critica schietta, che sappia andare oltre alla vischiosa e gretta rete, delle logiche di corrispondenza. Questo fa crescere la fabbrica dell’incensazione. Lo vediamo bene qui in provincia, dove è raro trovare autori/artisti capaci di vedere in una nota severa una via per crescere e per migliorarsi.
La critica introduttiva o recensiva, esperta o anche di scarso profondità può essere un condimento” (più o meno gradevole), che avvicina l’autore al pubblico purché il tono e l’onestà intellettuale di chi si esprime seguano una cifra stilistica discretamente rispettosa del lavoro altrui e dei propri lettori, consapevoli che di per sé, quel “pezzo” è destinato il giorno dopo la pubblicazione ad essere dimenticato.
Un libro scritto bene troverà comunque modo di lasciare un proprio segno se ha qualcosa di valido e così un quadro, una scultura, una grafica, un mix visivo eccetera, anche se qualcuno ha intrepidamente parlato di opere spensierate o sottilmente stravaganti…

Aldo Caserini

 

 

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Andare per mostre di pittura e non guardare i quadri

Siamo un mondo di individualisti. Ciascuno con le proprie peculiarità e i propri inerenti interessi in fatto di gusti, preferenze, insofferenze, linguaggi, teorie.
Spesso esprimiamo convinzioni su questo o quel pittore che appena abbiamo notato e sulla sua pittura che a stenta abbiamo degnato di un’occhiata. Ma ce ne occupiamo lo stesso perché lo raccomanda Tizio o Caio. Ripresi a fatica ricuciamo insieme i si dice mettendo ogni cosa al posto giusto come vuole il mestiere, da ingannare sulla nostra conoscenza del personaggio e della sua opera. Se poi non risultiamo convincenti o “floppiamo”, risolviamo al passo falso citando lo scrittore Roland Barthes ( Barthes di Roland Barthes, Einaudi, Torino), che permette di non entrare nello specifico e suggerisce la “pillola” “mi piace, non mi piace”. Che non è quello di Facebook, ma come quello dei social non ha importanza e neppure senso, non vuol dire interpretare con criterio soggettivo e personale, ma solo che io sono io e non tu. Così il confronto si risolve nell’ irrisolto e il sorriso smorfia alla De Filippo.
Con il coronavirus che non molla e costringe a un minimo di modi di fare in comune, con gli altri, anche l’arte individuale di ragionare attorno al mondo della creatività è destinata a cambiare, anzi, sta’ già cambiando. La dialettica tra arte, non arte, anti-arte, che qualche tempo fa dava ancora coloritura agli interventi sulla pittura, è finita senza risposte, senza rimpianti nel dimenticatoio. E con essa è finitp l’ intero arco storico che includeva la più attuale contemporaneità e la più istante stagione; e i tanti “ismi”e i tam-tam, su cui venivano impostate le presentazioni dei pittori casalinghi, conferendo mordente a idee, propositi, rivelazioni, scoperte, pentimenti, incidenti, percorsi… Attenti però a non mettere in campo le trame del mercato. L’ideologia della comunicazione suggerisce che si degraderebbe il sentimento commerciale dei pittori, sia di quelli di “buona stima” sia di quelli che la visibilità la cercano al mercato rionale.
Rispettata l’ apologetica dello scambio, è certo che non trovi istanza in alcun discorso, l’ osservazione del presente della pittura, un mondo vittima dell’idolatria del guadagno, né più né meno come il football, la finanza e la borsa, dato che l’analisi non interessa più a nessuno (o quasi), men di meno i pittori.
In attesa che qualcuno sieda al pianoforte e avvii una musica nuova che trascini fuori dal magma culturale ridando un profilo alla pittura-arte, gli argomenti da mettere sotto ingrandimento sono pochini, Nella gran muffa del preesistente può recuperare interesse quello sui nuovi compiti del critico d’arte, figura oggi spodestata da resocontisti corsari. Ma la sua figura benché da tempo marginalizzata e oscurata dal circuito mediatico che l’ha rimpiazzata con articolisti letterari, estensori di referti di eutanasia ha ancora qualche riserva prestigiosa da giocare. Sempre che si rispettino i ruoli diversi che toccano allo storico e al recensore.

A proposito di compilatori di note questa la riferiamo anche se apre un altro fronte: “Hai visto la mostra di…” “Sì, ma non personalmente.»
Semplice battutina o lapsus dicendi?, Da svelare, in ogni caso, come, a volte, chi commenta una mostra non l’ha vista e non dispone di elementi propri di conoscenza anticipata, come seguire l’attività dell’ artista, avere conoscenza del suo curriculum o aver frequentato il suo studio durante la preparazione della mostra. Scrivere, parlarlarne, segnalarlo lo espone a rischi: è naturale che un pittore preferisca a un critico esperto chi lo gratifica di aggettivi (di parole), e all’occasione gli attribuisca un’aureola sopranazionale, di artista “europeo”.
Quello di assegnare a tutti “grandi attributi” – una vera e propria sindrome – o una lente deformante – da far pensare che sul territorio esistono solo solo “grandi” pittori. Mai piccoli o medi, magri o grassi, soltanto grandi. Pittori kingzise, estralarge, ironizzerebbe Riccardo Chiamberge. Da Nobel o Biennale.. Sebbene a Stoccolma i pittori non vengono neppure invitati.
Ma poi, siamo tanto sicuri si tratti soltanto del difetto oculistico di qualche recensore? Che eccessi di narcisismo, ipertrofie dell’ego, paranoie e megalomanie non siano il terreno su cui la pittura ha camminato in questi anni in provincia e su cui tornerà a muoversi quando riprenderà efficacia sulla realtà? Resta l’ incognita.

 

Aldo Caserini.

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PANORAMA ARGTISTICO LODIGIANO: FRANCESCO BORSOTTI: LA RIVALUTAZIONE DEL SIMBOLO ESPRESSIVO

La pittura – non solo la pittura -, conosce da tempo uno degli aspetti più unici dell’interdisciplinarietà, ovvero una correlazione (non sempre stretta) con la storia, e (meno discosta) con la matematica, la geometria, la simbologia, la semiologia. In molte opere, soprattutto di tema religioso, l’uso del triangolo, aveva in passato il significato di richiamare (in modo molto schematico) nel campo del pensiero cristiano, un legame rimasto indissolubile, di Dio e la Trinità, raffigurato sospeso con un occhio (non sempre) a rappresentare l’onniscienza, la conoscenza di tutto ciò che è accaduto in passato, che sta accadendo nel momento presente e che accadrà nel futuro.

Il triangolo non è il solo elemento che ha organizzato la composizione figurale durante i secoli; nei dipinti è stato largamente utilizzato per dare stabilità e ordine alla rappresentazione mentre altri simboli tipo il pesce, l’agnello, il cervo, il serpente, Alfa e Omega, i monogrammi, il pavone reale, la croce, i numeri, i cembali, l’uva, la vite eccetera, diversi dei quali si ritrovano nei lavori del pittore casalese Borsotti, sono simboli espressivi di portata metaforica.

Francesco Borsotti è un artista che da sempre si dedica a una pittura dai “significati speciali”. Gli studi di prospettiva li ha fatti alla Scuola di disegno di Brera, quelli di grafica e progettazione tra pensiero e segno alla Scuola Superiore di Arti Applicate del Castello Sforzesco dove è stato allievo di Luigi Timoncini. Vanta dunque un retroterra importante di conoscenze e cultura in fatto di linee, simboli e altre indicazioni quali funzione, forma, dimensioni, lavorazione e materiale.

Prospettiva e percezione visiva danno proiezione alle sue scelte estetiche, al suo dedicarsi a una pittura che si fonda su simboli, forme geometriche e segni inseriti nel proprio esercizio della creatività. Li troviamo utilizzati come ausili d’interesse decorativo, ma soprattutto associati a precisi significati della storia, anche mitologica, e intrecciati ad altre personificazioni con altri simboli e figure di costituzione recente.

Quella di Borsotti è sempre stata una pittura traboccante di figure geometriche e di simboli; fino a far credere (a volte) d’essere in presenza di una pittura esoterica, misteriosa; sia pure, e allo stesso tempo, piena di concettualità, ovvero di estensioni mentali, intellettuali, speculative, attente alla teologia. Tanto che il linguaggio richiede impegno di decifrazione dei contenuti e delle allegorie, oltre che delle modalità tecniche, delle procedure, dei materiali e dei “montaggi”: un insieme di progettazione, invenzione e creatività che può arrivare a collegare un manufatto dal significato esplicito ed esemplificativo a una realtà altra. In questo complessivo procedere hanno una portata significativa valori quali la sacralità e la verità (poco riconosciuti dal sentire comune) e la manifestazione dei polisensi, su cui l’artista sembra avere organizzato la propria esperienza del momento. Il tutto è rinvigorito da una “ri-lettura” della simbologia cristiana tradizionale e storica, condotta con una dose di narcisismo moderno e mondano ( quindi non sempre innocente), da conferire familiarità all’eros e all’ego ( non in chiave psicoanalitica, ma in ogni modo inerente la persona e la coscienza) e in cui trova senso l’ espressione indicale di “adesso” consegnata da quella di “ieri”.

In questa relazione di equivalenza, ha rilevanza l’utilizzazione dei simboli delle geometrie spirituali e sacre, dei segnali di direzione verso l’alto e verso il abasso, nonché dei numeri (es il numero 6) che sono indicatori prevalentemente di quella ambivalenza di proprietà della metafora a cui concorrono i colori, il campionamento delle icone e altre affiliazioni. Borsotti sa dare di tutto una rappresentazione misurata, ordinata, secondo angolazioni precise (da disegno industriale), assicurando un equilibrio senza ridondanze al linguaggio inventivo e alle forme, da introdurre variazioni di sensibilità attraverso l’inserimento di campioni di corpi ignudi da favorire contesti di comunicazione ulteriori da far supporre un di un di più nascosto,

Negli ultimi esemplari realizzati da Borsotti il corpo umano pare essere il mezzo più importante di espressione e di comunicazione. Non è esattamente così, è comunque rivelatore di pulsioni interne, aspiranti a una loro naturale esposizione. Nei lavori a noi noti, c’è in quasi tutti, un corpo umano nudo (o quasi) che si nutre delle sue forme ed esprime potenza atletica, in grado di conciliare l’espressività dell’artista con la materialità e il gusto del tempo all’interno di una narrazione relazionata a un orizzonte culturale storico preciso. Nella Deposizione – realizzato su tavola – , un vertiginoso scorcio prospettico fa ricordare subito il Mantegna di Brera, la figura del Cristo deposto (al rigor mortis ha prestato il proprio corpo lo stesso Borsotti), è sistemata all’interno del triangolo equilatero. Dietro non ha il sole simbolo del bene e della religione cristiana, non c’è neppure Giuseppe d’Arimatea, né Nicodemo, gli uomini che furono incaricati di deporlo. Al posto loro, a sostenere la parte superiore del corpo del Cristo c’è uno di quei giovani che in palestra curano la propria forma fisica. Il che complica le cose già complicate dai simboli con altri simboli che denotano quanto esemplificato da se stessi.

La funzione simbolica scelta dall’artista è un modo per relazionare l’umano ed il sovraumano. Il passaggio è nei due cerchi che l’artista ha posto nell’architettura, ai lati superiori esterni del triangolo, in cui sono dipinti due pavoni (simboli della resurrezione e della vita eterna, ma che hanno altri significati simbolici in altre culture). Sulla destra in basso del Deposto, si trova inveve, in posizione di assoluto relax, un altro balestrato nudo con un grappolo d’uva in mano. A mente suggerisce la presenza del male attraverso il dio greco Dioniso che ambiva conoscere i misteri del dopo morte. Ma l’uva dà anche vino, che a sua volta simboleggia gioia, estasi divina e paragona l’uomo con la gioventù (si pensi al Bacco seminudo di Caravaggio) -, e, se collegata alla vite diventa simbolo di benessere, fecondità, benedizione, mentre nel quadro di Borsotti sembra assumere una semplificazione dialettica contrapposta al significato del sacrificio di Gesù. La presenza di un vigoroso Dioniso e di un altrettanto esuberante Giuseppe riduce la presenza delle due donne (Maria e Maria Maddalena) che a sinistra manifestano le loro lamentazioni e il dolore. Quella realizzata dall’artista casalese è una pittura che affida alle figure significatività applicata all’analisi. Totalmente diversa dai modelli di tanta pittura che si può incontrare sul territorio, praticata dai continuatori del figurativo, dell’astrattismo-informale, del post pop, del post human eccetera. In Borsotti si fa riconoscere per comporre insieme doti di qualità pittorica e ricchezza e la varietà dei contenuti. Non è, insomma, una pittura senza scopo. Ha grande accuratezza formale, che l’artista fa coincidere – in modo sempre controllato e costruito – con una narrazione evocativa dei contenuti di difficile espressione, in cui si trovano in reciproca compenetrazione il simbolo, il segno, la tradizione, la sostituzione, la convenzionalità, l’immediatezza sensibile, Ed è una pittura che si pone fuori dai termini temporali e generici di tradizione e di contemporaneità, e intende “leggere” la storia delle tematiche (reali o presunte) e delle forme, non ristrette alla datazione. Il suo artefice lavora come in una bottega rinascimentale, anziché in uno scantinato sotto casa al 14 di via San Paolo a Casale. Di volta in volta chiama a collaborare, senza gerarchie, il fotografo, il grafico, l’artigiano del legno, la sarta, lo stampatore di tessuti, lo studioso di teologia, l’esperto di simbologia e il conoscitore di cristogrammi. Scontato che l’ idea rimanga sempre quella da lui avuta e ch’egli intenda tradurla in un dato modo, posizionandola in evidenza, affinché possa far porre domande sul senso dell’opera e sulla necessità, ancor oggi, di continuare a fare arte.

 

Aldo Caserini

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TRA “MARKETING VIRALE” E COMUNICAZIONE

Il coronavirus o C19 è l’altra faccia della nostra vita, sempre in tensione per gli affari, l’impresa, il lavoro, la carriera, il successo, la salute, il domani. Se ne saranno accorti in tv?

La comunicazione al tempo del coronavirus

Il nomadismo nelle parole con cui i numerosi talk show ci asssediano (Piazza pulita, L’Aria che tira, Diritto e rovescio, DiMartedì, Carta Bianca, Che tempo che fa Stasera Italia, Non è l’Arena, Quinta colonna, Il Caffè) e i vari speciali sfido chiunque a dire che non siamo un paese di loquaci inconcludenti –  ci ingannano pure, proponendoci da quattro mesi “scalette” appena appena ritoccate che vanno dalla scienza alla tecnica, dalla statistica alla quantistica, dalla politica all’economia, dal mercato alla pubblicità, dagli ospedali alle case di cura, dai nosocomi alle case di riposo, alla geografia della diffusione. Fan parte di quel “marketing virale” in cui sono individuati e mescolati i fatti con la comunicazione. Da quando s’è capito, dai primi di gennaio, che il virus era “letale”  ed è stato riscoperto il film dii Wolfgang Petersen con Dustin Hoffman di una quindicina d’anni prima ,-  le tv pubbliche e private si sono buttate a capofitto a diffondere in progressione messaggi casalinghi nel segno della paura, del dolore, della speranza, del tempo, dell’ulteriorità, del metodo e della metafora. Somministrando informazione (poca) e comunicazione (molta), scaricando sugli spettatori pareri scientifici di virologi, ricercatori, infettologi, microbiologi e di uomini politici “tuttologi” con intervalli di comunicazione felicitante sui trend rilevati ai pronto soccorso degli ospedali, o sull’esecuzione dei tamponi e dei test sierologici compreso la dotazione di mascherine. Con una sola attenzione vera, quella rivolta alla velocità e facilità della pressione digitale sul telecomando.
Brillanti, intelligenti, simpatici sono sempre i soliti ad essere chiamati a dire la loro in tv. Sia che a “condurre” siano Lilli Gruber, Giovanni Floris, Nicola Porro, Bianca Berlinguer, Fabio Fazio, Bruno Vespa, Corrado Formigli, Barbara Palombelli, Lucia Annunziata, Massimo Giletti, Paolo Del Debbio, Riccardo Icona, Andrea Pancani , dall’altra parte del tavolo (ora in streaming) ci troveretei invitati ( o gli ingaggiati, come preferite) sempre gli stessi: Beppe Severgnini, Marco Travaglio, Marco da Milano, Vittorio Sgarbi, Roberto Burioni, Paolo Mieli, Massimo Cacciari, Andrea Scanzi, il sociologo del lavoro Domenico De Masi, Luciano Fontana. Peter Gomez, Antonio Padellaro, Alessandro Sallusti, Franco Bechis, Maurizio Belpietro, Ferruccio De Bortoli, Aldo Cazzullo, Massimo Franco, Federico Fubini; e abituali sono anche i politici: Matteo Renzi, Carlo Calenda, Matteo Salvini, Gianfranco Centinaio, Massimiliano Romeo, Davide Faraone, Gianrico Carofiglio. Gli intellettuali ? Raramente e con “moderazione” sono ammessi i filosofi Diego Fusaro, Umberto Galimberti, Paolo d’Arcais, gli economisti Carlo Cottarelli e Tito Boeri, lo storico Galli della Loggia, il sindacalista Maurizio Landini ; straordinariamente gli scrittori Roberto Saviano, Alessandro Piperno, Dacia Maraini.
A sto’ punto vien la tentazione di citare, per concludere, l’abrasivo Honoré de

Bufale e fake news

Balzac e il suo feroce e divertente pamphet Les Journalistes, in cui faceva conoscere i meccanismi (oggi più o meno segreti) della macchina che quotidianamente ci ragguaglia in poltrona. Nella svariatissima galleria balzacchiana non fatichereste a riconoscere molti dei conduttori, dei politici e degli ingaggiati che sono stati citati. Poiché però la lista finirebbe per essere troppo lunga meglio stare sugli scenari che nei quattro mesi ci sono stati somministrati da tv e giornali.
Ognuno avrà notato come il significato delle cose non era sempre affidato alle cose stesse ma alla loro descrizione e che, connettendole a un impianto di significati di volta in volta differenti, le faceva apparire cose del tutto differenti.
E’ il prodotto della comunicazione. L’opposto (o quasi) della conoscenza. Come non avere riconosciuto sotto la cosiddetta trasparenza dei tanti conduttori di talck show, la sottile intenzione di portare consenso?
Per dirlo con il professor Mario Perniola (filosofo, accademico e scrittore astigiano, marxista libertario con radici post-situazioniste, morto nel gennaio di due anni fa), la comunicazione comporta una “rideterminazione” dei valori: “ha un’apparenza democratica, in realtà è una forzatura che omologa ogni differenza”. Che sia anche per questo che attorno alla pandemia di coronavirus c’è ancora parecchia confusione e incrementano le bufale medianiche?

Aldo Caserini

L’arte in coppia: il contributo fantasma

Arte vuol dire tante cose. Pensate solo ai significati e alle distinzioni che ne hanno date i filosofi, i pensatori, gli studiosi di semantica, ecc.

di Aldo Caserini

Danno al coro un suono parecchio frastornante. La trappola è sottile. Le definizioni sono troppe e il rischio è che molti artisti non ne tengano più conto, lavorino,inconsapevoli, meccanicamente, in funzione della domanda sociale o del proprio narciso.
Che senso può avere, allora, affrontare un argomento che con le passate definizioni del sentimento del bello e del gusto non tiene più relazione certa, non rimanda a una esperienza della molteplicità che ne legittimi l’ approfondimento?
Per Munari che filosofo non era, ma è stato un grande designer, l’arte è pura e semplice conoscenza; “La conoscenza di “come si fa a fare una cosa…”, Splendida no? Essenziale. Benché già presente tra i classici: Non fa niente, visto che agli antenati diamo scarsa importanza.
La determinazione poco “filosofica” o “estetica” va, in ogni caso, bene a noi: mette in relazione, correla, alla pratica dello scambio di idee, di suggerimenti e proposte che in una coppia d’artisti si trasferisce.
Orbene, perché un tale aspetto è pressoché ignorato, quando individuato, in sede di critica d’arte? Solo perché esistono altri dati nelle strutture creative da smontare? Come può la critica – che vuol essere analisi e non un’opinione- sottovalutare che dietro a un risultato estetico può non esserci unicamente un lui o un lei , ma un contributo altro procurato da suggerimenti, accostamenti, complicità, appoggio?

Si è cioè in presenza di una compartecipazione. E’ vero, che una volta conosciuta non ce ne faremmo granché. Faciliterebbe però il nostro distinguere. Certe cose hanno “dentro” schegge di conoscenza del risultato finale. Possono avere partecipato agli effetti o a scelte di natura tecnica, procedurale, espressiva. Sono particolari raramente dettagliati nei resoconti. Che segnalano i mutamenti di un artista su un ’altro, che danno distinzione all’interno di un particolare o di un insieme. Certamente rilevanti da cogliere in artisti di rilievo internazionale. Da evidenziare però anche nelle coppie di artisti locali. Coppie di artefici non numerose che si fa presto a citare: Loredana De Lorenzi-Nino Amoriello, Emilia Vanelli e Marco Uggé, Linda Ferrandi e Luigi Poletti, Vanda Bruttomesso e Oreste Minoia, i fotografi Pinuccia Vanelli e Pasqualino Borella. Fin dove hanno mescolato idee e risultati? E’ possibile dipanare l’intreccio di rappresentazioni mentali e di doni in questi artefici della pittura, della ceramica, della fotografia, senza che vi sia una frequentazione personale?
Personalmente sappiamo di coppie in cui la dinamica dello sguardo su quanto fa l’altro è dichiarata: l’idea nasce da uno e l’altro la traduce artigianalmente, per poi ritornarla all’ideatore che la stabilisce.
In altre coppie invece è dichiarata la “separatezza”: ognuno afferma l’ esclusività del proprio fare personale, ma ciò rischia di confondere la griglia di lettura, ben sapendo che la famiglia, lo stare insieme, intrecciano relazioni di un certo tipo comunque utilitaristico dall’ambito esteso. Possiamo essere degli isolati con la nostra creatività, ma in realtà non siamo isole nel mare.
La conclusione non può essere una. In campo, a seconda dei ruoli e delle attività, se ne sviluppano altre. E’ importante non perdere di vista una cosa semplice: che c’è un filo segreto che tiene uniti i destini dell’arte e quelli della vita.

 

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Riscoprire le mostre serie. Non solo una questione di dettaglio

            di Aldo Caserini

Idea per quando s’aprirà questa gabbia in cui ci ha rinchiusi il coronavirus: dedicare il tempo libero a disposizione a non visitare nemmeno una mostra. Ovvio è solo una provocazione. Il riferimento è alle mostre patacca, quelle che nei nostri comuni sono testimonianza del livello di banalizzazione e vulnerabilità culturale con cui si “esplorano” le opere di un artista o di un gruppo. Poiché però siamo convinti sia inutile sperare qualche tipo di cura – progetti che assicurino un contatto di qualità col pubblico -, in attesa di un ritorno alla normalità quotidiana, possiamo riprendere a parlare di mostre serie e di come ridarci la bussola.

Le mostre sono occasione di intreccio tra opere, artista, curatore, pubblico e contesto. Cito, a modo mio, Paola Nicolin, teorica e storica dell’arte della Bocconi: le mostre sono un veicolo di promozione artistica, politica culturale e naturalmente di valori economici ed estetici.

Dunque, una mostra, per un artista, non è più solo una esposizione di quadri o opere, ma un tentativo per far conoscere la propria storia personale e  finanziarsi l’attività, ma di sistematizzare idee e valori estetici. Per un ente pubblico o privato, è un’occasione per delineare una politica culturale, dare  centralità all’arte, riconoscerle ruolo, spazio, funzione civile e formativa.

Predisposto come sono a dare fastidio (volg. un rompiscatole), ho scelto di andare oltre i dettati teorici e procurare ai lettori di Formesettanta, che prima del coronavirus lamentavano le danze sfrenate sul territorio delle mostre personali, collettive, blockbuster, alcune tracce (non comandamenti) che  esperti che s’occupano di attività di approfondimento delle esposizioni (Montanari, Trione, Piperno, Fumaroli, Clair, Nicolin,ecc.) hanno elaborato. e che possono fornire linee di sostanza – anticorpi, bussole – per muoversi nel mondo delle esposizioni, e condurre fino alla disamina del “contenitore”, spostando l’attenzione dalle opere all’allestimento e ai suoi presupposti; aiutando a scegliere quale mostra ha giustificazioni serie ed educative. In caso contrario ? Vi rimetto a un Federico Zeri tranchant: Le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda”. .

Dunque, quali i presupposti per una mostra seria? Mettiamone alcuni in fila:

⁕Una mostra di pittura deve essere “concepita” se esistono i presupposti e non organizzata come un fine in sé.
⁕Deve essere davvero necessaria, quindi allestita per parlare al pubblico, a quello erudito e a quello popolare.
Deve presentare un’idea, una acquisizione, una visione, una ricostruzione.
Deve essere davvero libera, non può accettare alcun tipo di pressione politica, amministrativa, economica, comunque extraintellettuale.
Dev’essere curata nell’allestimento, che a sua volta deve essere consono, adeguato, coerente, progettato per dare risalto all’idea, all’espositore o agli espositori , allo scopo.
Prima di iniziare a camminare deve rispettate altre regole: avere chiaro da parte degli organizzatori e curatori il rapporto con l’informazione, la stampa, il contesto, la comunicazione e con le motivazioni del pittore o dei pittori…

L’auspicio è che le mostre del dopo virus, quando probabilmente assisteremo alle rincorse, vengano progettate con rigore e preparazione, documentate non da chierici sempre acquiescenti, ma aggiornati e imparziali, curate con impegno e coraggio nel sostenere i punti di vista dell’arte e della cultura.

 

 

Contro la “mostrificazione” dell’arte

di Aldo Caserini

Dalle stanze di casa, dove i libri fanno da carta parati (o da fortezza), in questi giorni di isolamento obbligatorio, stanchi dello schermo tv, del pc, del telefonino e anche del giornale (quando lo consegnano) capita di farsi attrarre dal dorso dei tanti libri, letti o ancora da aprire, la cui suggestione va oltre il coronavirus (Covid 19), capaci di sottrarre ai talk, alle serie ripetute mille volte e a Facebook che incatenano al divano. Nei libri “recuperati” capita che l’occhio si fermi su “particolari”, su qualche osservazione appassionata e polemica da chiedere un aggiornamento o un monitoraggio delle proprie precedenti esplorazioni.

E’ capitato al sottoscritto, che s’è trovato tra le mani l’ultimo libro della sociologa e saggista italo-americana Camille Paglia, docente alla University of the Art di Philadephia, un saggio donatomi a Natale dai colleghi Federica Melis e Salvo Mancuso sette anni fa e che approfitto per rinnovar loro i miei ringraziamenti. Seducenti immagini,Un viaggio nell’arte dall’Egitto a Star Wars – questo il titolo dato dalla Paglia – tradotto da Biagio Forino e pubblicato dalla Editrice Il Mulino di Bologna, è un testo scritto con vivacità e cognizione, che concentra l’ impegno ad affrontare il cedimento culturale ( di qualità, poesia, profondità) delle arti visive, e la responsabilità di rimediare attraverso forme di autoeducazione, L’arte, “non è un lusso , ma una necessità”. È conveniente perciò contrastare il guazzabuglio visivo generato dal mercato e dalla fiumana di artisti (o così detti ) che nel mercato inseguono non l’approfondimento, non la qualità e il significato, ma il consenso a una produzione generalista. L’invocata autoeducazione è l’unica strada (o anticorpo) che abbiamo per che può fermarne il declino, sostiene Paglia.

Una serie di immagini note o meno, dalla regina Nefertari a Pollock, Warhol, Cox, Lucas, snoda un racconto che invita il pubblico a ritornare a a “guardare”. In sostanza, quello che in Italia il Marangoni di Come si guarda un quadro negli anni venti chiedeva agli italiani: sottrarre lo status dell’arte alla cultura commerciale, alla pubblicità e alle tecniche di marketing d’importazione americana. Oggi, la lezione della Paglia chiede un’attenzione in più: non fidarsi dei mass media. Sono “terra selvaggia”, scrive, “in cui è facile perdersi”. In passato, sostiene, ci si difendeva, perchè prevaleva un’istruzione orientata sui fondamentali di storia e di materie umanistiche. Oggi, invece… I giovani o non si interessano di arte o quando si muovono, vanno incontro a una densa confusione “di relativismo e sincronie”. Lo svuotamento culturale delle arti visive che gli intellettuali non asserviti al mercato e alla politica (cfr Tomaso Montanari, Vincenzo Trione:”Contro le mostre”, Einaudi, e-book € 7,99) denunciano invocando “mostre serie” sottratte alle gabbie dei curatori seriali, alle scelte irrilevanti e pericolose, allo “sforna a getto” (pensavano, forse, al Lodigiano?) dello “sforna a getto” è materia che la stessa scuola non può ignorare. Deve ritrovare la sua funzione di anticorpo. C’è bisogno di un’arte diffusa. Che riallacci il passato al presente attraverso la conoscenza; che non veda solo la società, ma ritrovi la metafisica, indaghi il rapporto dell’uomo con l’ universo, il cosmo, il creato. Nel cuore delle nostre città. Non solo Milano, Roma, Torino, Venezia. Anche Lodi, Codogno, San Donato M., Casalpusterlengo… Troppo?

 

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