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Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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Libri: “Due case”. Il nuovo romanzo di Aldo Germani ambientato nel lodigiano

“Due Case” il nuovo romanzo di Aldo Germani, da poco in libreria editato da Morellini che la Libreria Sommaruga ha presentato al caffé letterario, è la sua seconda fatica letteraria. Lo scrittore monzese aveva esordito cinque anni fa con “Le quattro del mattino”(edito da ExCogita), risultando finalista al “Premio Letterario Brianza” dell’Associazione Mazziniana di Monza e Brianza e vincitore del Premio Letterario “Il Ponte” dell’Associazione “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”.
Nato a Desio, cinquantadue anni fa, sposato e  separato con tre figli, ingegnere edile in libera professione, Germani è stato un ex capo scout e un ex insegnante di matematica ed è oggi un “insoddisfatto seriale” come si autoconfessa, con interessi per la fotografia in b/n, è un fan del cantautore Niccolò Fabi e supporter juventino. Sua madre era della “nidiata” di Salvatore Marazzina, sindaco di Massalengo e dirigente delle Acli, impegnatissimo nel settore dell’edilizia popolare e sociale. Quest’ultima “curiosità” spiega la collocazione del romanzo nel lodigiano, dove la madre scendeva “dai suoi” col figlioletto per lunghi periodi estivi. In quel paesaggio che Germani recupera dalla memoria e che fa da sfondo a una casa divisa in due da un’alta muraglia di cemento a causa delle rivalità sentimentali di due fratelli, protagonisti di dissapori e scombinate vicende familiari; fa correre il filo del racconto e delle sorprese; e fra contrasti,  malintesi, rivalità è un modo perdi opporsi alle distinzioni lasciate dalla guerra. 
Se “Le quattro del mattino” non aveva raccolto (almeno così parrebbe) tanta attenzione( tranne sicuramente quella dei giurati letterari), la frequentazione di un corso di scrittura creativa narrativa e i paralleli suggerimenti fornit da Gabriella D’Ina, ex consulente della casa Feltrinelli e docente IULM di un Master hanno convinto l’autore a sottoporsi alla “terapia” della scrittura e a compiere gli sforzi necessari per migliorarsi come narratore. “Due case”, è un libro che convalida la sua prestazione di scrittore, la conquista di quel qualcosa in più che era mancato al suo primo romanzo, cioè la capacità di racchiudere il contenuto nella storia raccontata.  In questo  secondo lavoro  intreccia situazioni ed esperienze di ogni giorno, che trasportate da un buon registro narrativo ricuciono le apparenze diverse di un viaggio quasi rituale di ritorno al paesaggio lodigiano degli anni cinquanta, prima della televisione, dove  con limpidezza di linguaggio e abilità di costruzione l’autore segnalata la povertà delle relazioni umane che accompagnavano l’esistenza degli uomini quegli anni. Germani non descrive solo,  fa “vedere” quello che pensa. Il suo  romanzo ha più sfaccettature che inducono a interessarsi dei luoghi, dei personaggi e della scrittura. Nel corpo narrativo sono affrontati aspetti delle relazioni familiari ma anche della condizione sociale che modella le esigenze della vita associata. L’autore non mette le cose sul semplice e questo lo rende convincente. Ha minuzia descrittiva nell’affrontare i residui oscuri della vita istintiva e passionale. Ma sa mettere da parte il rituale di certe situazioni e realizzare percorsi di psicologica unità. Non ci sono scelte audaci. Il lettore viene agganciato certo dalla trama, ma anche dallo spessore di personaggi conclittuali quali Pietro e Abele e dal piccolo Gae, che disorientato da quella barriera di cemento cercherà di scavalcarla dopo un pensare-immaginare non paralizzato dal clima tipico che si respirava negli ambienti rurali del dopoguerra. .

Aldo Caserini