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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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Libri/ Il gatto educatore di Silvia Ferrari

Notava Gianni Rodari, autore di culto e autentico maestro della fantasia del quale si sono compiuti a gennaio i cento anni della nascita, che fiabe, racconti, storie,filastrocche partecipano “a educare la mente” dei bambini.
L’attività di Silvia Ferrari, 46 anni, madre di due figli, scrittrice di Valera Fratta, da anni maestra e pedagoga di scuola primaria al comprensivo Collodi dove con originalità “traduce” e “verifica” un proprio metodo per avvicinare alla lettura i bambini con l’obiettivo di educarli  a diventare dei buoni adulti e dei bravi cittadini. Come nel racconto su Covid19, dove Crono, Virna, Nora, Sira – le iniziali di tutti i nomi sono nella parola “coronavirus”. La storia non la riveliamo, il lettore la potrà trovare sul sito http://www.silviastrocche.it, insieme ad altri racconti. Diciamo solo che il finale lo tirano fuori i piccoli lettori, che così rivelano le loro emozioni sull’emergenza.
Da alcuni anni l’originalità dei contributi forniti dalla Ferrari è legata alla didattica, in particolare a un modo di concretizzare un modello di scuola nuovo, una sorta di “officina” di scambievolezze sociali e culturali, dove le parole hanno un loro peso, nello scrivere e nel comunicare. Nei suoi libri, a partire dal primo “Le strambe storie”, a cui son seguiti “Le Silviastrocche”, “Il cavallo Gelsomino”, “Dolce Natale”, “Carolina e Giacomina” e varie antologizzazioni di racconti e poesie, si avverte lo spirito di Barbina. la Ferrari racconta storie che costituiscono un vero  “cantiere educativo”, dove  sono tenute insieme tante cose, soprattutto un rinnovato valore e impulso significativo delle parole e un’ampia panoramica del pensiero creativo e del suo patrimonio narrativo. Nell’ultimo libro “Il viaggio del gatto Palmiro” (In fila indiana Edizioni, Ill. V. Geroni, 2020, €14,99) il protagonista è un micio molto bello, ma anche molto arrogante, di quelli che tengono le distanze, che si ritengono unici e importanti. Un po’come tanti giovani d’oggi. Un bel giorno si entusiasma dei viaggi e pensa di andare a vivere altrove, in un paradiso per gatti soli. Tradotto ipso facto nonostante il viaggio duri un anno. Entusiasta di partire va incontro subito a una serie di vicende sfortunate e imprevisti che lo costringono a scopire sé stesso e a rinunciare alla propria boria per trovare aiuto negli altri. Il libro piace ai bambini ma anche ai genitori, non solo per la sua leggerezza ma per gli insegnamenti.
Aldo Caserini

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LIBRI: Le nuove memorie (discrete) di GIANMARIA BELLOCCHIO

 

Non c’è il due senza il tre” recita un vecchio proverbio popolare, per dire che un risultato o un evento si ripete almeno due volte. E’ un detto di sapienza che si esprime in chiave ottimistica quando l’esito è riferito a qualcosa in cui speriamo.
Ispirato (si fa per dire)  da una musa onnivora  con cui ha infiorato di fatti, fatterelli, incontri, aneddoti e memorie 160 pagine di Succede vivendo 3-Memorie discrete (stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi, editore Bolis, Bergamo, in distribuzione dall’ ottobre 2020, € 12,00)  Gianmaria Bellocchio, l’autore, si domanda  “Adesso come faccio a fermarmi?”. Il proverbio ha un seguito (…e il quattro vien da sé).
A noi recensori non resta pertanto che attendere il  quarto volume che qualche amico (linguacciuto)  fa sapere  d’essere già in preparazione.
Da recensori minori che si affidano nel migliore dei casi al gusto individuale, e nel peggiore a teorie estetiche strampalate e che scriviamo di libri e autori per mera informativa ad uso del lettore volenteroso e perbene, non resta che  impegnarsi in qualche descrizione empirica. Principalmente dopo che nel risvolto di copertina lo storico Ercole Ongaro  gli ha dedicato, con  invidiabile sintesi,  tutto quello che un critico può riconoscere e dire di uno scrittore: “lo stile limpido e misurato, la varietà di toni, la profondità di sentimenti, una vena di umorismo non artificioso,il culto delle relazioni, l’empatia che le caratterizza, la custodia della memoria degli amici scomparsi. Una attribuzione a cui c’è poco da aggiungere, se non che nel libro l’autore manifesta particolare attenzione oltre che alla buona tavola e ai ristoranti anche per la poesia. I dodici capitoli del libro sono tutti introdotti da citazioni di Gibran, Herriot, Scotellaro, Pozzi, Saba, Pascoli, Dal Bianco, Merini, Carlesi, Lorca, Tugan, Ungaretti, Zafòn e della lodigiana Chiara Cremonesi.
Anche nel suo nuovo lavoro Bellocchio si destreggia a narrare sentimenti, ricordi, affetti, amicizie, simpatie, incontri, chiacchiere e a richiamare la forza e il piacere della poesia.
Può darsi che ad alcuni lettori non ponga nessun problema, neppure di curiosità, tanto esso può apparire ovvio. Ma in ogni caso, per essere espliciti, va riconosciuto, per riaffermare come il “raccontare” di Bellocchio sia la diretta conseguenza della sua storia personale e familiare, della vita quotidiana che intreccia l’esistenza a giudizi e responsabilità culturali  e alla rivisitazione del passato con l’attualità. Ma può anche darsi che ad altri colpisca il suo tenere insieme l’amore e l’arte, il colloquiare e la poesia, l’autenticità delle piccole cose e dei fatti e fatterelli e, i momenti di invenzione letteraria, un garbatissimo umorismo col rinverdire ricordi, emozioni, luoghi…
Per uno come noi, che scrive senza essere un recensore, cioè un critico letterario,  non è facile affrontare l’intera dinamica di questo libro. Individuare i passaggi importanti, metterli nella giusta prospettiva, portare a termine l’analisi.
Oggi molti scrivono, pochi comperano libri, pochissimi leggono. Eppure la scrittura appare un esercizio di facile accesso. Basta vedere il rivolo dei nuovi scrittori che si inseguono nel lodigiano.
Perché Bellocchio scrive?  E’ la domanda che diversi si pongono. Perché si è messo a scrivere lo confessa lui stesso nei suoi libri. A noi piace ricavarlo dalle dediche. L’ultimo libro è dedicato a sua moglie Antonia e a suo figlio Matteo, ma se leggiamo “Diventare uomo”, scopriamo anche l’esistere di un “ filo rosso che lega le generazioni”, l’arrivo di Giada, figlia di Eleonora e ll raccontare semplice di cose semplici imprime una permutazione allo stile, che diventa dolce, tenero, attenzionato

Bellocchio scrive “per parlare con la gente”, e, forse, questo lo diciamo noi, con sé stesso. Per chiarire le  idee, fermare la memoria, capire di sé e del mondo. Che son poi corollari per un autore in cui non c’è pretesa letteraria, non ha rapporti conflittuali di stile o di linguaggio, scrive di cose spesso intime, che rivelano sentimenti nascosti, con uno stile che accorda tratti musicali. Si potrebbe dire quale scrittore lo influenzi, ma commetteremmo una enorme idiozia…

Sappiamo tutti che la scrittura non nasce dal nulla, ma da una cultura fatta di tradizioni, di idee, di libri, di linguaggio, di gusti. Scrivere pagine semplici vuol dire scrivere buone pagine. E’ diverso dallo scrivere  piatto o banale, che non comunica umanità, emozioni, sentimenti.  Nei rendiconti di Bellocchio circolano anche, senza pomposità, parole di estetica, di etica, insieme a una naturale capacità affabulatoria.
“Succede vivendo 3” è un distillato di fatti, tracce, esperienze, reminiscenze, persone; in esso c’è la consapevolezza che ogni persona o fatterello può insegnarci qualcosa; è un capitale sociale e di relazione; un ponte che mette in collegamento generazioni, amici, uomini e donne chiamate a rispecchiarsi negli universali di una comune e immutabile humanitas. Non è poco.
Aldo Caserini

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“Raccontini di Cento Parole” di Alberto Raimondi. Contro il superfluo e il ridondante

di Aldo Caserini

Scrivere  “raccontini” di cento parole  – non una di più non una di meno – o cento drabble come è usato in fanfiction –  non è cosa senza difficoltà come potrebbe apparire. Più della costruzione subisce (e fa soffrire) la costrizione, le parole contate sopra alla narrazione. E’ un’esperienza che anni fa era stata tentata da una piattaforma letteraria, poi antologizzata, in due edizioni di AA.VV.100 Racconti di 100 parole da cui il lodigiano Alberto Raimondi ha ricavato il titolo del suo ultimo libro: una quarantina di racconti brevi (narrazioni, memorie, riflessioni, pillole, suggestioni ecc.) partendo da un  doppio convincimento: il primo, una piccola sfida “ai fiumi di parole e al mare di chiacchiere, di tanti talk-show televisivi e di tanti “social” e alla “alla sciatteria espressiva di tanti SMS”; il secondo, la certezza che la narrazione breve “anziché restringere il campo espressivo, ne incrementa le potenzialità”: libera il racconto “dal superfluo e dal ridondante”.
Di Alberto Raimondi e della sua passione per lo scrivere abbiamo detto in diverse occasioni. Il suo nuovo libro “Raccontini di 100 parole” (Youcanprint, pp.40, €7,00, ill. Pietro Terzini)), alla analisi critica già sviscerata non fornisce spunti ulteriori, se non suggerire la partecipazione di una “consapevolezza” che rende più rapida e vivida la memoria, da far rivivere le immagini e le esperienze accantonate come attualità. Gli oltre quaranta “raccontini” messi in stampa  rafforzano la tesi di molti scrittori che la vita non possa ritenersi completamente vissuta se non viene anche scritta.
Settanta passati, sposato con quattro figli e una nidiata di nipotini, Raimondi è stato medico pediatra all’O.M. di Lodi e da quindici è direttore sanitario alla residenza per disabili della Fondazione Danelli, coordinatore del Salotto letterario di Lodi, autore di libri di prose, poesia, saggistica, oltre che collaboratore di riviste letterarie, Raimondi esprime sentimenti, emozioni, suggestioni, riflessioni e tante cose. Nei suoi “raccontini” ci mette la vellutata apparenza di un “viaggio”, descritto con semplicità e grazia naturalissima. In alcuni vi si coglie il passato, che non vuole dire semplicemente nostalgia o un tornare indietro, ma una vertebra e un viscere che sta qui, resiste nel presente; di cui esistono e si possono cogliere segni importanti in affetti, simpatie, legami, destini, umanità. Senza celebrare il rito contemporaneo dell’indifferenziazione dei valori. Un rito che nella scrittura Raimondi riacquista solo nei modi formali, senza i connotati sfiguratissimi di tanta narrazione veloce dei  giorni nostri. Nella sua non c’è la finzione della parola che nasconde. Senza certificare la sua preferenza alla tradizione, la rispetta  convince, tenta, stuzzica con  l’etica e la morale, il messaggio del “dopo”, sostiene l’idea affettuosa e mai tragica della visione cristiana della vita. Si può dire che nel raccontare sembra volersi contemplare. Annota infatti come in un diario aspetti della sua vita attraverso immagini che sono sporgenti del tempo: le zie, i nonni, il fratello, gli amici. la moglie, i figli, i nipoti, sono tutti citati col nome a dare senso alle parole; lo stesso i paesaggi, il dialetto, gli studi al Ghisleri sono tutti appuntati, e con essi la figura del medico-scrittore si completa. Offrono una colata magica ai ricordi e alle rappresentazioni, attraverso una forma cordiale e familiare, mai concettosa e cifrata.
Nel raccontare di Raimondi cìè una amabile mescolanza di autobiografia, cronaca, meditazione, momenti sentimentali e lampi lirici che hanno il carattere di una trasposizione continua sul piano vitale della sensibilità. Anche se predominanti sono le immagini familiari e casalinghe, non solo le sole ad attrarre curiosità e simpatia. Nella loro cadenza s’inseriscono dichiarazioni interiori, spirituali, che l’esposizione non racconta come storie. Altre narrazioni escludono di colpo il carme dei sentimenti, riprendono uno spazio ragionativo, sempre autobiografico e meno innocente. Come nella segnalazione veloce degli scrittori preferiti e letti. Che hanno diritto a una citazione: J.K. Jerome,Tommasi di Lampedusa, Bassani, Meneghello, Bufalino, gli stranieri Sterne, Goethe, Cervantes, Proust, e Tostoi, “i poco amati americani” tranne Hemingway, “l’asciutto ed essenziale” A.B.Yehoshua, tutti che possono spiegare molte cose della attuale scrittura di Raimondi.
Nello stile di Raimondi non albergano tristezze, sbilanciamenti formali o corporei, personaggi fantastici. La scrittura è diretta, a tratti brillante, dirama un prisma di interessi umanistici. Il tono è sempre sereno, impiantato nella routine quotidiana realistica, distante però dal realismo della contemporaneità. L’autore segna una opposizione narrativa e di linguaggio alle tante parole che corrono attualmente. Dentro il lettore scopre tutta una mappa in scala del vivere, messa giù con sincerità, che corrisponde alla verità, un avanti e indietro lungo i fatti della vita.
Raccontini di cento parole costituisce una raccolta curiosa di piccole cose – momenti, nostalgie, affetti, ordinarietà, frammenti lirici – piccole cose fatte ricordare dalla mente e dal cuore e affidate a una scrittura a cui non manca il senso poetico.

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Libri. “Liquid wordl”: Poesie e pitture di Pietro Terzini. “Guardare in viso ai bambini per ritrovare noi stessi”

Pietro Terzini è pittore, poeta, e, a suo tempo – detto per non perderne memoria – fondatore, col suo amico musicista Renato Cipolla, di un gruppo hobbystico teatrale (sia pure di un certo teatro, musicale), che ha allietato il lodigiano con una serie di spettacoli. Soprattutto è noto per svolgere una attività ultratrentennale di medico psicologo e psicoterapista cognitivo e comportamentale dell’infanzia e dell’adolescenza, professione che è condotta assieme alla moglie Angela Papetti.
Avviato verso i “settanta  (è nato, nel 1949 a Mairago, dove tuttora risiede), Terzini pubblica periodicamente da una decina d’anni libri di poesie. L’esordio risale però a Chiaroscuri diffusi uscito almeno una trentina di anni fa, attività di scrittura poi ripresa dopo una lunga sospensione nel 2012 con Diario di uno psicologico di campagna” e condensata in una raccolta di componimenti realizzati tra il 1991 e il 2014).

Di recente – messi insieme una cinquantina di testi e una trentina di produzioni figurali in parte dedicate a volti di bambini e donne – ha realizzato per i tipi di Youcanprint “Liquid World”. Titolo azzeccato con cui l’anno passato aveva titolato la sua ennesima personale e che ora è stato ripreso per dare corpo e carattere a una colorita combinazione di quadri e poesie. Come l’esposizione all’ex-chiesa dell’Angelo, il lavoro, fresco di stampa, prende spunti da un gruppo di libri (Liquid Life, Liquid Times, Liquid Lov…) del filosofo polacco Zygmunt Bauman sulla postmodernità.
Se la pittura del mairaghino è di derivazione post-pop e si risolve in espressioni descrittive, l’accompagnamento a composizioni tendenti al diario, in cui si allineano, con un eloquio semplice, prossimo al registro del parlato, pensieri, memorie, sentimenti, meditazioni, polemiche rigorosamente preparate e definite negli ingredienti, mantenendo alla lingua il trattamento in cui il mondo e la realtà in cui nasce ( cosa che ai frequentatori quali noi, di parole archetipe e manipolate ricavate da paludi mentali, può  sorprendere). offre  spunti di riflessione che impongono una lettura lontana da ogni tentazioni verniciaste da giudizio strettamente letterario. Le immagini e le parole di Terzini restituiscono infatti una catena di atmosfere sull’attuale situazione mondiale di precarietà; sfruttamento, crisi ambientale, diritti umani violati, libertà, srotolate dall’artista insieme una serie di comportamenti umani che ci qualificano :”spettatori in platea” (In Questa società, pag.4 ); “corridori bolsi”  di una “ civiltà moribonda” ( in Today, pag.7 ); dominati dal “gusto di avere” destinato a durare  “sempre meno” mentre ”la dipendenza aumenta”( in Vorrei possedere, pag.8).

Liquid World è una raccolta che aiuta ad affrontare il sentimento di avversità e rabbia sobillato e rinfrancato dalla meticolosa espressione di marca sociopolitica; offre una lettura che aiuta a “curare” l’errata convinzione di chi siamo con le nostre generalizzazioni negative sul nostro prossimo, basate su criteri di valutazione discutibili quando siamo chiamati ad affrontare difficoltà, dolore e confusione, cercando ragioni dove non possono essercene, neppure ricorrendo allo psicologo: “Ragazza/ piangi d’amore/e parrai meno barocca/con più  silenzio/ gracile/   divinamente donna” consiglia il poeta in Gaia (pag. 10). Confesserà poi lo psicologo “Mi sento un po’complice /nel curare talvolta/ ferite che sono / segni di malessere/derivanti dall’adesione esagerata/a questa società…(in Il mio mestiere, pag. 11).
Il confronto coi temi urgenti dell’attualità e della quotidianità  è presente in quasi tutte le composizioni di Terzini: Pane quotidiano, Sul Corso, Selfie, Sono disconnesso, L’Altro, Il Caffè, Un vecchio e un bambino, Dall’oblò della nave. Al di là del muro, Gallina nera, Sogno, Donna, Volti…  I volti, ecco su cui egli rinsalda il rapporto poesia-pittura. Ai volti –  volti di bambini, di donne, di madri – sono dedicate in gran numero le riflessioni e i richiami di Terzini. Si tratta di volti che messi in pittura sfidano, mettono in discussione certezze, evidenziano la nostra incapacità di condivisione, di fratellanza. “Il volto non si può uccidere”, “parla”, rompe il “cerchio”, ci dice: “eccomi!”. Raggiunge con la potenza critica che instilla dubbi.

Nelle poesie di Terzini, come peraltro nelle sue pitture ( “Laudato si”, “Capelli sciolti”, “Bambine nell’erba”, “Gemelli separati”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Bambina soldato”, “Pietro e Amir”, “Cielo e mare”, “To eat or not to eat”, citiamo solo alcuni dei titoli dei suoi quadri) le parole non inseguono la suggestione lirica, non ricercano una lingua diversa (enigmatica, simbolista, post-simbolista, ecc.), non fanno esercizio di sperimentazione sul linguaggio, non si abbandonano al flusso labirintico della vita psichica e dell’immaginario). Le sue parole non hanno un rapporto critico-dialettico – di avanguardia, sperimentale, sublime, orfico, aristocratico –; sono autentiche di uso corrente quindi immediate, piegano il linguaggio poetico a un livello di tirocinio autonomo dai registri espressivi, approdano alla semplificazione dell’io narrante; liberano dall’estetismo letterario; lo fermano sui fatti quotidiani: internet (Hikikomori”, pag. 13), le tonalità uniformi delle passeggiate sulla via centrale (Il Corso, pag.17), le regole e comportamenti aberranti nella società. Pur con qualche aritmia nel motore e ingenuità per via di definizioni “stecchite”,  Terzini sembra far affiorare la convinzione che è stata di Brecht, e cioè che la poesia (e congiuntamente la pittura) non deve cercare la bellezza ma la verità.
La sua pittura-poesia è infatti un’arte da “capire”, nel senso che va prima “sentita”, in essa non ci sono evocazioni magiche, estasi del verbali e del visibile, vapori musicali; immerge in un flusso di pensieri e immagini che mescolano fatti, sentimenti, avvenimenti, mode, interessi, convinzioni. In modo che le linee narrative  intrecciandosi lasciano la convinzione che gli uomini stanno irrimediabilmente rovinando il mondo in cui vivono, decisi a farla finita con l’umanità intera. Non c’è  materiale cromatico. Nei quadri c’è il colore, che a volte è intenso, brusco, privo d’ ombre (salvo eccezioni), ma non da stringere nel senso del tonalismo.

Terzini è autore castigato, che ha rapporti di senso etico e morale, di intensi legami familiari come si capisce nei versi dedicati alla madre e al padre  (pag.65); è un artista convinto che l’uomo debba preoccuparsi del proprio lavoro, del proprio tornaconto, ma anche del destino di chi gli sta vicino. Il che in tempi di trumpismo, razzismo, sovranismi e “fabbricanti di paure” che “soffocano la solidarietà”, non è poco.

Aldo Caserini

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Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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Libri: “Due case”. Il nuovo romanzo di Aldo Germani ambientato nel lodigiano

“Due Case” il nuovo romanzo di Aldo Germani, da poco in libreria editato da Morellini che la Libreria Sommaruga ha presentato al caffé letterario, è la sua seconda fatica letteraria. Lo scrittore monzese aveva esordito cinque anni fa con “Le quattro del mattino”(edito da ExCogita), risultando finalista al “Premio Letterario Brianza” dell’Associazione Mazziniana di Monza e Brianza e vincitore del Premio Letterario “Il Ponte” dell’Associazione “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”.
Nato a Desio, cinquantadue anni fa, sposato e  separato con tre figli, ingegnere edile in libera professione, Germani è stato un ex capo scout e un ex insegnante di matematica ed è oggi un “insoddisfatto seriale” come si autoconfessa, con interessi per la fotografia in b/n, è un fan del cantautore Niccolò Fabi e supporter juventino. Sua madre era della “nidiata” di Salvatore Marazzina, sindaco di Massalengo e dirigente delle Acli, impegnatissimo nel settore dell’edilizia popolare e sociale. Quest’ultima “curiosità” spiega la collocazione del romanzo nel lodigiano, dove la madre scendeva “dai suoi” col figlioletto per lunghi periodi estivi. In quel paesaggio che Germani recupera dalla memoria e che fa da sfondo a una casa divisa in due da un’alta muraglia di cemento a causa delle rivalità sentimentali di due fratelli, protagonisti di dissapori e scombinate vicende familiari; fa correre il filo del racconto e delle sorprese; e fra contrasti,  malintesi, rivalità è un modo perdi opporsi alle distinzioni lasciate dalla guerra. 
Se “Le quattro del mattino” non aveva raccolto (almeno così parrebbe) tanta attenzione( tranne sicuramente quella dei giurati letterari), la frequentazione di un corso di scrittura creativa narrativa e i paralleli suggerimenti fornit da Gabriella D’Ina, ex consulente della casa Feltrinelli e docente IULM di un Master hanno convinto l’autore a sottoporsi alla “terapia” della scrittura e a compiere gli sforzi necessari per migliorarsi come narratore. “Due case”, è un libro che convalida la sua prestazione di scrittore, la conquista di quel qualcosa in più che era mancato al suo primo romanzo, cioè la capacità di racchiudere il contenuto nella storia raccontata.  In questo  secondo lavoro  intreccia situazioni ed esperienze di ogni giorno, che trasportate da un buon registro narrativo ricuciono le apparenze diverse di un viaggio quasi rituale di ritorno al paesaggio lodigiano degli anni cinquanta, prima della televisione, dove  con limpidezza di linguaggio e abilità di costruzione l’autore segnalata la povertà delle relazioni umane che accompagnavano l’esistenza degli uomini quegli anni. Germani non descrive solo,  fa “vedere” quello che pensa. Il suo  romanzo ha più sfaccettature che inducono a interessarsi dei luoghi, dei personaggi e della scrittura. Nel corpo narrativo sono affrontati aspetti delle relazioni familiari ma anche della condizione sociale che modella le esigenze della vita associata. L’autore non mette le cose sul semplice e questo lo rende convincente. Ha minuzia descrittiva nell’affrontare i residui oscuri della vita istintiva e passionale. Ma sa mettere da parte il rituale di certe situazioni e realizzare percorsi di psicologica unità. Non ci sono scelte audaci. Il lettore viene agganciato certo dalla trama, ma anche dallo spessore di personaggi conclittuali quali Pietro e Abele e dal piccolo Gae, che disorientato da quella barriera di cemento cercherà di scavalcarla dopo un pensare-immaginare non paralizzato dal clima tipico che si respirava negli ambienti rurali del dopoguerra. .

Aldo Caserini