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LIBRI: La scrittura narrativa nel lodigiano si rafforza. I nuovi scrittori commentati da Forme 70

Sono parecchi i lodigiani, soprattutto giovani, che in questi due ultimi mesi hanno scelto l’avventura dello scrivere e dei quali  Formesettanta ha “recensito” (Giorgio Magrelli non  ci avrebbe perdonato il termine).
“Scrivi che è la cosa più bella”, mi dissero quand’ero un ragazzino tredicenne, ed io mi misi in testa idee meravigliose. La cosa più bella oggi è che vedo sorgere Il sole. Per il resto sarà anche un piacevole “intrattenimento” o semplicemente, “un non pensare alle morte” come mi disse una volta  Indro Montanelli alla trattoria Camperio”. In ogni caso una fregatura, una trappola,  a volte persino “una galera”. Magari ti rovi anche bene a scrivere  di mostre, di libri, di avvenimenti culturali, come faccio da settant’anni, ma ci sono momenti che maledisci il giorno in cui hai deciso di fare questo mestiere. “Sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini. Naturalmente, altri tempi.  Oggi, se anche dedichi una giornata e più a scrivere di un chicchessia e del suo “prodotto” raccomandato (mostra, libro, evento, artista, poeta, conferenza) manco ricevi un “grazie”. Meglio così, in tal modo, puoi continuare ad essere più libero, d’essere più generoso con chi vuoi tu e fare torto ad altri che non ti convincono.
Metto per iscritto le note redatte negli ultimi trenta giorni così i fedelissimi lettori potranno verificare come abbiamo surfato sull’ onda della leggerezza:

Andrea Faliva:        “Il bel giorno che conobbi Nelson”
Massimo Valente: “Alla fine della strada”
Giampiero Curti: “Pioggia”
Anna Rigamonti: “Apprezziamo
Dario Mondini: “Diario di un perdente di successo”
Aldo Germani: “Due case”
Andrea Maietti: “Giuanbrerafucarlo. Secondo me”
Alan Zeni: “ Baci di AZ”
Emanuele Frjio: “Alibi”
Ilaria Rossetti:Le cose da salvare”
– Luca Greco: “Le strade dell’Apartheid”
Michele Crea: “La mia esperienza col cigno nero”
Fabrizio Arcari: “Orwell”

Sono titoli in maggioranza di scrittori debuttanti, anche se alcuni di loro  hanno già familiarità con lo scrivere. Segnalano che nel campo  delle pratiche culturali gli interessi si stanno spostando. Se aumenta l’offerta di nuovi titoli e tentano di farsi strada nuovi scrittori, vuol dire che cambia anche il consumo (la lettura) di libri. Ma questa è solo una regola di mercato che non serve a raccontare il virus dell’industria editoriale.
Alcuni dei nuovi narratori del territorio affrontati si distinguono per la scrittura, altri per la costanza, altri per saper mettere in produzione narrativa cronache e fatti, altri ancora per la passione con cui si sono schierati, altri, infine, per unire alcune di queste qualità. Se è vero che i talenti del Creatore vanno poi messi a frutto, alcuni degli esordienti ce la stanno mettendo tutta per farli fruttare, affidandosi alla comunicazione, alla pubblicità, all’ informazione, alla promotion.
Sbaglia chi pensa che la prosa sia solo l’originalità di quei pochi che sanno scrivere. E’, invece, soprattutto, del lavoro certosino, maniacale: stendere, cancellare, correggere, limare, stravolgere, arricchire … sostenere (investire) per diffondere il risultato (il libro, oggi detto anche prodotto).
Un libro può essere partorito per molte ragioni: per un bisogno o un travaglio interiore proprio; per la voglia di scrivere, di mettersi alla prova, di cercare evidenza, di comunicare, di sentirsi dire “bravo” o “brava”, di mettere sulla carta quel che si è sentito dire con le proprie orecchie o vedere con i propri occhi; per raccontare, per dar sfogo al fabulare; per bagnare il naso a questo o  quel concorrente, suscitare insicurezze e gelosie e (perché no?) risentimento, invidia; per mettere alla prova la propria capacità: lasciarsi ispirare dalla prosa di qualche scrittore, farsi amare o invidiare (il successo disturba soprattutto chi non  ce l’ha), oppure, dato i tempi che corrono, mettersi in gioco con un mestiere nuovo (il compenso che alletta? Ma va …). In questo caso catturare l’attenzione di qualche politico è d’obbligo, o di qualche direttore di banca o di un esperto del giornale locale (dietro cui c’è sempre un po’ il sospetto della combutta o della camarilla). Poco importa se poi ci dedica vagonate di banalità o smentisce quello che prima aveva detto un  altro suo collega. E’ il saldo che gli oracoli del nuovo danno prova regina in tanti loro interventi. Capita anche a noi che scriviamo per combattere le emergenze del lockdown del Covis 19 di caderci dentro, illudendoci di tenere il passo a quel che accade nel mondo della letteratura di casa e dell’arte semplicemente offrendo un affresco che spesso fresco non è. (Aldo Caserini)

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Libri. Il debutto in scrittura del casalino Andrea Faliva. Un libro contro bullismo e razzismo nelle scuole e nello sport

Come scrive lo spezzino Alessandro Zaccuri,  saggista, scrittore, poeta, inviato culturale, giornalista di Agorà, la pagina culturale di Avvenire, autore di Citazioni pericolose, Milano la città di nessuno, Dopo il miracolo,  un romanzo è più della storia che racconta. “Non che la trama non serva, pur non mancando gli scrittori che della trama fanno a meno senza che il lettore neppure se ne accorga: Ma anche quando una storia c’è (ed è magari la storia di una vita) molto dipende dal modo in cu si sceglie di raccontarla” (Agorà, 11 agosto).
C’è dunque chi scrive trascendendo i propri pensieri e si affida al linguaggio e chi  intende offrire qualcosa di più di un semplice enunciato.

Due sono le domande che l’esordio in scrittura del casalino Andrea Faliva – 23enne, universitario alla Bicocca, allenatore della Juventina 2007, giornalista sportivo, relatore della Associazione Donatori Midollo Osseo di Lodi – pone come fondamentali: ”Che cosa?” e “Come?”.
Cosa cerca di dire “Il bel giorno che conobbi Nelson.? ( Dialoghi editore, Viterbo, luglio 2020). A colpire maggiormente è il messaggio. La trama, dapprima sviluppata in modo apparentemente lineare fa poi affiorare riflessioni fondamentali, d’attualità. Lasciati gli accorgimenti retorici dello scrivere l’autore  fa circolare con le esplorazioni le riflessioni, fa emergere la dimensione intellettuale del discorso: un ragionare che scava aspetti che sono a volte indisponenti e rischiosi, spesso aggressivi e violenti, presenti nello sport dei giovanissimi, ma anche nei comportamenti della scuola e della famiglia, considerati spazi protetti, di formazione e crescita, di relazioni sociali e apprendimento,
Il protagonista de “Il bel giorno che conobbi Nelson”  ha nome  “Momo” Un nome che fa subito andare al Momo del libro fantastico per l’infanzia del tedesco Michael Ende che è tanto piaciuto agli adulti. Ma non c’è rapporto. Il personaggio di Faliva è un ragazzo dalla figura verosimilmente reale mentre quello di Ende è una bambina di fantasia, che vive in una città dove ci sono templi dorati, alti palazzi di re e imperatori e grandi mercati,  Momo è un ragazzino di prima media, arrivato dal Senegal in provincia di Bergamo, che dopo avere attraversato col padre il mare e i suoi pericoli in cerca di un “futuro”, una volta iscritto a scuola deve fare i conti con pregiudizi, preclusioni, tabù di coetanei che sembra odino il colore.
Il bullismo  è un fenomeno diffuso nelle scuole, ed è una delle chavi che crea tensioni tra il ragazzino e i compagni; non è la semplice manifestazione di immaturità di una certa età, ma l’affiorare di una forma di dominio, di controllo. Le sue manifestazioni, prima ancora di atteggiamenti di rivalità e competizione, contiene tassonomie razziste di distinzione. Un fenomeno non solo della scuola frequentata da Momo, ma che avviene anche nella pratica sportiva, dove si afferma come demarcazione di confine razziale, fisico ed anche estetico, da  evidenziare la natura costruita e ideologica, tra l’altro manifestata dalla preoccupazione ossessiva alla individuazione dei “clandestini” degli “invasori” degli altri, i “non bianchi”.
La segregazione residenziale e l’ostilità dichiarata a una educazione non differenziata, agiscono a loro volta come fonte di identificazione e mobilitazione politica a favore di chi punta su un riequilibrio delle disuguaglianze e delle pratiche inique.
Sono questi i temi hanno dato spinta ad Andrea Faliva, di mettersi a raccontare “la piaga sociale del razzismo” a scuola, nello sport, in famiglia, in politica, nella società.
Lo scrittore fa intendere come scuola e sport, che i media enfatizziamo come  momenti di unificazione e integrazione, sono in realtà anche momenti di maltrattamento e forme di intimidazione.
I piccoli sono spesso quel che sentono dire in casa dagli adulti, mentre in classe il bullismo all’interno delle classi è fenomeno “silenzioso” praticato subdolamente da accorgersene  a fatti accaduti.
Nel racconto di Faliva è una partitella di calcetto a scoperchiare la natura delle rivalità esistenti tra Momo e Marco leader della scuole. Dall’analisi dei comportamenti lo scrittore fa maturare riflessioni di carattere generale e coinvolgenti: perché anziché invocare lo psicologo non si raccontare ai bambini e ai ragazzi la storia di Nelson Mandela?
Momo e suo padre – dice lo scrittore – non sono “migranti”, ma “uomini e basta”. In un contesto sportivo che lo comprenderà e lo stimolerà, Momo riuscirà alla fine a liberarsi della nostalgia della sua Africa, a farsi trascinare dalla scuola che prima voleva abbandonare e ad arrivare alla laurea. Diventerà avvocato e fonderà una associazione per assistere immigrati ed emarginati. Gli immigrati cesseranno di esistere  come “persone di colore”.
E’ un buon esordio quello di Faliva. Una sorpresa. Per contenuto  e stile di scrittura che rivela capacità di suggerire qualcosa “tra le righe”, di trasmettere un messaggio a livello profondo, visivo e allegorico.
La rappresentazione è in parte polifonica (l’ambiente sportivo, l’ambiente educativo, l’ambiente formativo, l’ambiente sociale), non sensazionale in termini di trovate narrative, ma di solida verosimiglianza psicologica.
Il suo è un libro che si legge con interesse: mette in evidenza le ritualità attraverso le quali il razzismo si avvale delle forme di bullismo per diffondersi. Ad esse contrappone un percorso di formazione all’accoglienza e alla accettazione, ad educare i bambini attraverso fiabe e racconti a comprendere l’importanza dei  valori contenuti nel messaggio di Mandela. Per il quale l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo[…], e una buona testa e un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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“Gianni Brera secondo me”, una biografia di Andrea Maietti sul dotto scrittore pavese, cultore di vino e calcio

Che Andrea Maietti e Gianni Brera fossero destinati ad incontrarsi e a diventare amici era nell’ ordine delle cose, non  di un qualche dio greco o romano o del caso, ma della convinzione che il loro scambio epistolare iniziato da tempo andava bene come documento, ma nel contesto che raccoglieva il loro mestiere di scrittori  richiedeva qualcosa di più di  qualche biglietto o missiva con cui si scambiavano  simpatia e opinioni o si facevano sapere trame e intenzioni.  Come hanno dimostrato le vicende che hanno coinvolto Brera in incredibili scontri con i colleghi giornalisti l’ambiente è un ambiente altamente competitivo, percorso da forze non facilmente controllabili, in cui spesso l’adulazione  allumaca, le ambizioni sono pari alle chiacchiere, l’individualismo alimenta le critiche, le vanità le invidie e le velleità.
Fu a casa del rusticano Brera, che aveva rotto (o stava rompendo) con Giovanni Arpino un rapporto prima idilliaco e divenuto tempestoso, che  la relazione di reciprocità operosa  mise  radici. L’amicizia,  convinta  del rispetto e della discrezione tra i due prese cittadinanza, andò oltre il momento ideale e della simpatia  e si proclamò qual è: una ingegnosa invenzione della ingegnosissima natura umana. Mandò  al diavolo quel coboldo invadente che da sempre contrasta i rapporti tra umani e diede il via a una collaborazione che durò finchè Gioânn, dopo una cena Al Sole di Maleo, finì in un letto d’ospedale a Codogno.
Destinati per attributi creativi alla scrittura narrativa, al giornalismo sportivo Brera e Maietti  sancirono sul lago di Pusiano (immissario il Lambro), davanti al tradizionale risotto del luogo e a una generosa barbera, un solidale rapporto di partecipazione artistica e intellettuale guidato dall’ esperienza e dal confronto e il lodigiano si trovò nominato “biografo ufficiale” del “figlio legittimo del Po”.
Quando due scrittori si sono “assaggiati” come loro due nel maneggiare la lingua, riconoscendo gli artifici che entrambi facevano a partire dall’espressione per produrre riverberi nel contenuto ( Maietti che dava eloquenza alla poesia della terra al di qua del Lambro, descrivendola intensa, amabile e persuasiva; Brera, che  al di la del Lambro  affidava a  preziosismi fraseologici (modi di dire, proverbi, citazioni, innovazioni) le povere braide  ( i cassinn )  per far capire il paesaggio della sua Bassa –  ci sono effetti, anche in termini di suono e di significato, che decifrati in campo di esercitazione dell’espressione creativa, finiscono per tradurre anche il sentimento dell’amicizia in uno strumento di ricerca e di controllo. Rafforzandolo con qualche capatina da  Eupilio, alla Quintana di Vidigulfo  o alla Barca di  Cavenago d’Adda.
Per anni, Maietti è stato lo scrittore più vicino a Gianni Brera per visione della letteratura, immersione nel territorio, accompagnamento di stile. Ovviamente non sempre e in tutto influenzato da connessioni breriane. Non può pertanto avere sorpreso che “Gioânnbrerafucarlo Gianni Brera secondo me” di Andrea Maietti (ed. Bolis, copertina, flessibile, prefaz. Luigi Sampietro, pagg.112, Crema, €8)  era entrato tra i finalisti del 57° Bancarella Sport, sottoposto a giudizio di una giuria letteraria nella Città del Libro, alias Pontremoli, dove aveva già ottenuto una statuetta di San Giovanni di Dio, simbolo protettore dei librai, quest’anno assegnato a Pietro Trellini.
Piccola parentesi marginale: le manicolari invenzioni del direttore del Guerin Sportivo fatte di tradizione e scongiuri popolari, ebbero a Lodi un “brerino” con Walter Burinato che sulle pagine dello Sportivo Lodigiano raccontò le partite del Fanfulla con  stile arricchito di parole nuove, “alla Brera” appunto, come : “prestapedatario” (giocare coi piedi senza  la testa), “uccellare” (dar la caccia all’avversario), “incornare” (segnare di testa), “ mollesco della Lombarda” (addolcinato), “smanceroso” (smanioso di apparire), “barchirol” ( che nabdava a fondo la squdra).
La vocazione artistica del Granngiuàn di San Zenone al Po era fertilizzata dalla passione di Brera per il calcio, il ciclismo e il tennis, tre discipline sportive che su di lui  avevano una sorta di richiamo sacro. Recuperavano alla sua prosa fantastica, l’imprevedibilità e l’invenzione; le facevano ritrovare il grottesco e il delizioso, infilavano nella narrazione una struttura mobile, polivalente, allucinatoria. La rendevano una macchina inventiva, dotta e vagamente razzista (oggi si sarebbe detto leghista) e costringeva noi  in tipografia, leggerlo per scoprire le invenzioni che metteva nei resoconti e racconti senza ricalco. “Abatini” fu una parola terribile per tanti anni per noi che scrivevamo di calcio alle prime armi, e che, catturati dalle arditezze, dimenticavamo che dietro all’ originalità stilistica c’era una intelligenza critica aggressiva e ferina che illuminava un linguaggio già per se abbagliante.
Nei libri di Maietti, Brera è una indicazione interna, lo si avverte nelle arabescate dove c’è la cultura rurale, i  costumi di una volta, il dare canto a pagine veloci di pagine estrose, liriche di sentimento lirico, di contemplazioni, testimonianze, umanità, memorie.
Di Brera Maietti ha curato le antologie pubblicate da Longanesi e da Baldini e Castoldi. Nei suoi articoli e libri c’è sempre qualcosa dell’amico: il profumo della terra, l’apparizione angelica di certi caratteri, l’orgoglio“della zolla”. La memoria che fa pari con quella di Gioânnbrerafucarlo scrittore: intatta, meticolosa, appassionata; conosce le astuzie dello scrivere, usa minuzie e piccolezze, ma senza modificare la qualità della rappresentazione, l’attinenza alle cose.
E’ una scrittura che intenerisce. Rispetto la scrittura (un bel po’ più ruvida) di Brera; ha maggior levigatezza, un impasto che quando si rinfresca del dialetto di Cécu Ferrari, racconta quel che ha raccolto nei cortili d’osteria, sull’ uscio di casa, all’ oratorio, sull’ aia o in chiesa, senza dare troppa attenzione all’ ambientazione letteraria.
Come l’ amico – “figlio legittimo del Po” – che sapeva dove raccogliere malinconie, solitudini, confessioni e arricchire il linguaggio con mescolate,  il – “figlio legittimo dell’Adda”  registrato all’ anagrafe meneghina -, col modo semplice e spontaneo della sua espressione linguistica , sa raccogliere e organizzare i brividi raccattati tra un tavolaccio di legno vecchio e quello levigato di marmo. Una ricetta difficile quando una parola italiana ammicca a una parola dialettale. In ciò Maietti, come già l’amico, nei suoi scritti fa cogliere le sfumature, le intensità di movimento, il gusto  delle interpretazioni, le “infiltrazioni” che danno grazia all’ umorismo, e son pronte subito a qualche altro poetico sussulto.

(Aldo Caserini)

LIBRI: “I BACI DI AZ” (ALAN ZENI), un saggio di sapienti sgangheratezze e disegni sul bacio “post”

Il bacio è da sempre nel mondo dell’espressione artistica quale artificio dell’immagine che lascia il passo alla voluttà, al pensiero; puntella e anima la scena reale e quella artistica. E’ fatto di immagini e di varianti aperte a un ricco potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza di ognuno. Punto di partenza è, sì, il dato fisico, quello che tutti riconosciamo nella sua reale plasticità, ma il messaggio del bacio va oltre al piacere, alla sensazione di ciò che esso libera e si manifesta nel germe dell’immaginazione. E’ quanto fa capire “I baci di AZ” , un simpatico libretto di un centinaio di pagine,  delle quali la metà occupate da graziosi disegni parentetici. Ne è autore uno scrittore apparentemente facile, se vi chiedete perché sia tanto adescante. Se ci mettete attenzione il bacio descritto ha lievi oscillazioni di tono, rapide sfumature, un equilibrio di scioccheria, ma la serie di indizi psicologici, di coagulazioni linguistiche danno al bacio connotati di nobiltà inconfondibili. Stampato bilingue dalla Etabeta-ps di Alessandro Squaglia,  il libro di Zeni è dedicato “all’amore, a chi osa, a chi sa aspettare, a chi sbaglia, a chi vive amando”,, secondo le indicazioni di Saul Jacobus (divenuto poi Steinberg), un romeno, nazionalizzato americano, reso famoso dalla sua grafica popolare sul New Yoker.
I baci di AZ  non azzarda analisi, non è un romanzo, non ha tracce di letteratura è piuttosto un testo di  rubricazione di modi, metodi, procedimenti, attribuzioni, linguaggi, ricordi, direzioni, scelte, decorsi del bacio:”Il suo. Il loro. Il tuo”. E’ una sorta di taccuino mentale dell’autore. La prosa è povera, ma non sciatta o sgualcita. Può avere una qualità stilistica pertinente: è l’antico tema del “caos chiaro”. Peraltro annunciato dall’autore in un messaggio al lettore. “Tutto è voluto. Un puntino che sembra messo un po’ troppo in là oppure un “a capo” troppo presto. <in questo libro niente è a caso”.

Nella società dei“post”, nel grande puzzle dei nuovi linguaggi anche questo ci sta, compreso il bacio che accusa una deriva semantica, forzata dal mutamento quotidiano. Tipicamente rappresentato sempre dal contatto tra le labbra di una persona e quelle di un’altra, in generale il contatto può avvenire anche verso una qualsiasi altra parte del corpo. Il  termine, che aveva un significato, ne assume un’altro ‘vicino’ o anche lontano. In un gioco di proiezioni divertenti, ma a volte irriverenti I baci di ZA  sono un riepilogo di questi mutamenti. Paroliere, scrittore, grafico, pittore,  speaker radiofonico, giornalista e fotografo, fondatore di un giornale (durato poco), catturato dal teatro e dal cinema, insomma un performer,   Zeni ci ha messo la sua arte di virtuoso nel tingere i ricordi di affetto e  di ironia, affinché la scrittura prendesse valore dai disegni e realizzasse una vera e propria calligrafia personale.

Immaginiamo questo libro semplice una faticaccia, avrà richiesto tempo, fantasia e altro – adesso  ne sta chiedendo  a noi recensori, che abbiamo appena toccato la materia del libro che ci sta davanti, e che dovremmo prima dire di cose son fatte le pagine scritte e le illustrazioni che le accompagnano.Delizioso accoppiamento, quanto il bilinguismo italiano-inglese, affidato alla cura di… “una stella marina”. Se non ché una divagazione  su quel terreno affaticherebbe ulteriormente i destinatari. Insomma è un libro che tenendo insieme parole e graphica a volte alleggerisce e a volte mortifica, un libro  contraddittorio, un libro sghembo. Rimaniamo sul semplice. Nel libro non si trovano indicazioni ai baci di Illica in Tosca, a quelli di Catullo, di Rilke, di Block… Zeni va giù sodo. Non  “analizza”, non  descrive. lo targhetta. Gli mette un’ “etichetta”:  bacio “farmaceutico”, bacio “fiducioso”, bacio “che ti frega”, “del timidone”, “meteorite”, “d’attacco”,  “di pancia” e via di seguito per un’altra quarantina di talloncini e traduzioni. Tutti con riconoscimenti  appena accennati del loro valore intrinseco, misurati nello spazio della pagina e nel tempo, sulla base di relazioni funzionali, di senso, senza attribuzioni di bello o brutto da ignorare, Il bacio vien colto dallo scrittore nell’intenzione del momento; con pensiero frammentato, divisibile. Distinto,  il respiro prima che si faccia materia. Non c’è ricerca di significati profondi, definizioni di regole sociali che modellano. Nelle cento pagine il bacio è ridotto all’osso, affidato a una grafica essenziale, che a sua volta lo affida al sorriso e da un senso alla attribuzione dell’atto.

Alla “narrazione” (se si può dire), manca qualche estensione di significati: baciapiedi, baciaculo, baciabasso, baciapile, baciapolvere e altre 22 varianti. Ma è evidente che l’intenzione di Zeni non era quella di scrivere un saggio, di generare molteplici percorsi al bacio. Ma solo farlo rientrare nell’atto creativo, dove “non tutto è controllabile…proprio come in un bacio”  Il suo libro ci dice quanto le parole e il bacio siano importanti e che utilizzare le prime e apprezzare il secondo, alimenta la ricchezza del nostro immaginario. Perché le parole creano idee e i baci fan conoscere la vita in modo sempre nuovo e diverso.  (Aldo Caserini)

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Panorama letterario del lodigiano VITTORIO BEONIO BROCCHIERI, un giornalista di rango

Centodieci anni fa nasceva a Lodi Vittorio Beonio Brocchieri, accademico, grande firma del Corriere , viaggiatore. Sarà stato solo un accademico, solo un ciclista impenitente, solo un giornalista di primo rango, solo uno spericolato pioniere dell’aviazione, un instancabile viaggiatore, uno scrittore ricco di talento e conoscenza profonda delle vicende dell’uomo, un brillante conferenziere, uno studioso di antropologia, uno che ha sostituito il tristo esercizio della poesia futurista con quello dell’azione futurista (imprese piene di rischi, esplorazioni capricciose, scommesse disperate, conferenze al ritmo di duecentotrenta parola il minuto, tutte comprensibili e ragionevoli). Ma un po’ di lustro lo ha anche lasciato.

E’ vero che in occasione del centenario fu ricordato all’Università di Pavia e al Corriere della Sera, dove la sua immagine insieme altre di celebri giornalisti, s’incontravano nel corridoio del direttore, ed è immaginabile (oltre che auspicabile) che, sia pure con ritardo, Lodi tiri fuori una qualche idea dal cilindro per ricordarlo e rinverdine la memoria

Vittorio Beonio Brocchieri conseguì una prima laurea (in filosofia) a Torino con Gaetano Mosca e tesi sul pensiero di Hobbes, e una seconda in scienze politiche, a Pavia, dove poi divenne, nel 1972, professore di dottrine politiche.

Cosa insegnasse davvero ai suoi allievi, resta un mistero. Solo lui avrebbe potuto confessarlo. Per la verità, lo fece tanti anni fa, anzi, lo scrisse. Si legge in “Pigliatemi come sono”, memorie redatte e pubblicate non ancora quarantenne, aggiungendovi un beffardo sottotitolo: “Autodenigrazione di un filosofo volante”. Spiega che, in giro per il mondo, come conviene a un uccello – tale si riteneva oltre che professore, pedagogo, brava persona e rompicollo – a chi gli chiedeva quale materia insegnasse all’università aveva una risposta sola: “Una materia che si chiama col mio nome e il mio cognome. Non conosco che quella. Non posso insegnare che quella. O buona o grana che sia”.

L’antico e il nuovo, il nuovo contro il vecchio, il richiamo ai sentimenti eterni e l’esclusiva attenzione all’inedita vita dell’oggi, la classicità dello stile e il gusto per l’esperimento, l’avventura (anche galante), la passione per gli studi e per il ciclismo (citava il Panzini di Gita in bicicletta), poi per il volo e per l’affabulare – un raccontare veloce, brillante, favolistico con cui incantava le signore del “Circolo dei Nobili” in via XX Settembre a Lodi accorse ad ascoltarlo parlare di “Nuna”, l’ultimo suo libro in cui descrive avventure esotiche, di popoli e tribù, di usi e di culture beduine.

I suoi libri sono cronache di vita, reportage giornalistici illuminati da un ingegno sorprendente e dal rigore dello scienziato, ma anche labirintici documentari, orditi ideologici, antropologici e fantastici insieme, addentellati storici con spunti di dottrina, spesso una ibridazione di idee orientali e occidentali…

“Mi piace l’esistenza come insalata. Metteteci dentro un po’ di tutto e poi mescolate. Qualche cosa salta fuori…”, annotò nelle sue “autodenigrazioni” pubblicate nel 1940 e ripubblicate nel 1998 (Todaro editore, Lugano).

E’ un autore con il grande merito di avere fatto conoscere agli italiani angoli poco noti del mondo, della Terra del Fuoco, dell’Antardide, della Siberia e della Cina, della Mesopotamia e del Labrador… Sempre in giro per il mondo con la passione del volo. Buona parte dei reportages li realizzò pilotando personalmente il proprio aereo, un Caproni. Un monomotore senza radio che pensarlo oggi fa venire i brividi. Non a lui. A lui rompicollo con nel sangue il brivido dell’avventura e con il gusto per il pittoresco, bastava vedere quel Caproni 100 per accendersi di nuove tappe. Ma dentro c’era anche la tensione dell’intellettuale che puntava ad “aprire gli occhi nuovi sul mondo e prendere atto, anche in termini culturali, della necessità di superare ogni miope eurocentrismo”.

Iniziò la carriera giornalistica al Secolo di Milano nel1925 e la proseguì alla Gazzetta del Popolo di Torino da dove con un “imbroglio” (così era solito raccontarla), passò al Corriere delle Sera facendo credere al direttore di essere stato invitato dal Governo Norvegese a partecipare a una spedizione in Groenlandia e offrendogli l’esclusiva. Finì per rimanere in via Solferino dal 1930 alla morte, mezzo secolo riempito di racconti e reportage, raccolti anche in libri di successo: “Viaggio intorno al mondo”, “Cieli d’Etiopia”, “Dall’uno all’altro polo”, “Il Marco Polo”, “Vita selvaggia” ecc.

Col suo aereo e la sua penna “conquistò” i Paesi del mondo, perché questo era il programma che si era dato ancora giovane: “Il programma della mia vita: tempo e spazio. Nel tempo ripercorrere la storia dell’Umanità, nello spazio girare il mondo e vedere tutti i Paesi”. Da dove spedì cartoline agli amici lodigiani. Segno che il viaggiatore alla sua terra e alla sua città teneva.

Aldo Caserini

 

ENRICO ACHILLI (1893-1985): Tra giornalismo e novellistica, satira e politica

Lo scrittore e giornalista Enrico Achilli (Kilu) e il pittore e illustratore Gaetano Bonelli

Sono trascorsi trent’anni più un lustro. da quando Enrico Achilli, giornalista e scrittore lodigiano, che molti hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto, si è congedato dalla sua amata città.
Per i suoi trascorsi politici, è stato un autore seguito da pochi e scarsamente amato da molti, ma per stile e linguaggio singolari da non poter che essere apprezzato.
Achilli è stato un novellista di fervida fantasia ed anche poeta, oltre ad essere proprietario, direttore e redattore di Rococò (dal 1913 al 1915(, La patria di Fanfulla (1921-1925), Il Rinascimento (1950-1983), In vita, era considerato uno scrittore fertile, autore di racconti brevi brillanti e di elaborati lirici nel lessico del torrione e in vernacolo alaudense, in cui narrava fatti, historie e leggende del suo tempo, e metteva in salvo i racconti dei nonni compresi quelli sull’inferno (“gelato”). Il che ha fatto immaginare di quale pasta era la sua scrittura e la sua fantasia di narratore.
Oggi il ruolo di chi si appresta a scrivere di lui come autore e i suoi eventuali lettori, è di coglierne il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” che sono dietro al dialetto, alla fantasticheria.
Le “immagini “si fanno simbolo della complessità del reale”, del racconto, del rapporto tra città reale e città ideale. Lo stimolo che raggiunge e quello di approfondire ciò che può avere caratterizzato un linguaggio sottratto al “letterario” ( al colto e alle sue modalità operative), per un linguaggio rivolto a declinare nel segno del passato la ribellione al proprio tempo e nella forma, la riattivazione della speranza di un ritorno, che in Achilli corrispondeva alla rinascita sociale e culturale del Paese.
Nella fabula di Kilu c’è la lingua di Dante e il dialetto di Di Lemene insieme; ci sono unite pennellate di colore e l’essenzialità della matita; c’è il diletto del bozzettismo e l’approfondimento o l’analisi messi insieme; c’è la memoria che cancella in fretta e il bisogno di tenere vive pagine ritenute sacre della propria storia e dei propri sentimenti; c’è la politica e la contesa locale, e non solo quella; c’è l’accordo tra la verve dello scrittore scherzoso e la spigliatezza di un Tano Bonelli, illustratore mordace; ci sono la “nostalgia” dell’ex-ragionerie di banca e gli imperativi di un Umberto Niccolini della sua stessa linea politica. E poi c’è tutto il resto, poco o tanto che può avere reso scomodo il personaggio, in superficie aggressivo, in realtà sentimentale e idealista, umano; c’è la sua amicizia con Giovannino Guareschi, come lui nostalgico della monarchia; c’è il leit motiv retorico di fede, patria e umanità e il ruolo di padre Giorgio da Cantosio cappuccino; c’i sono le feste, i veglioni, i corsi dei fiori e quelli dei carri mascherati che gli procuravano popolarità e consenso, ma gli lasciavano anche dei “buchi” incolmabili per un venditore di pesce. Perché questa era la sua attività all’anagrafe: titolare della Bottega del pesce di piazza Mercato.
Verso la pittura Achilli teneva un debole, tanto da coinvolgermi a scrivere per “il gialdone”. Era stato simpatizzante dell’arte di Migliorini, Spelta, Zaninelli. Di quest’ultimo, suo amico, morto nel ’25, e suo amico, nutriva interesse particolare per la sua pittura di forte qualità espressiva.. Mi chiese – io poco più che ventenne – la recensione della mostra che nel maggio del ’59 al Museo civico era curata da Giulia Alfieri Zaninelli. Kilu non aveva tenuto conto (o forse sì) che quello era per me il periodo iniziatico ai “misteri” e all’infatuazione delle avanguardie anti-accademiche e anti-figurative. Nella mia nota impiegai parole improprie che mi costrinsero a provare imbarazzo. Kilu non se la prese, pubblicò tutto senza togliere una virgola. In chiosa si limitò a dire che lui non scriveva di pittura, non era esperto e a rinnovare all’ex-amico scomparso da tempo, il ricordo dei sentimenti di affetto e di stima. Per me fu una lezione di stile.
“Il sottofondo – scriverà Tino Gipponi impegnato in difesa del giornalista e scrittore a combattere ingratitudine, cecità e pregiudizi – degli scritti di Kilu, anche di quelli appassionati, sentimentali e impertinenti, ha sempre conservato un’onda di umanità…” “Il dialetto è stata un’arma efficace. Dialetto come freschezza del parlato sulla lingua ornata letteraria, difesa e recupero della lingua orale, popolare, materna, plastica nella proverbialità, nelle abbreviazioni, comunicativa più dell’italiano nella sentenziosità dei modi di dire, fragrante e sapida nella sua colloquialità”.
Oggi l’avventura di Kilu scrittore è nella sfera della memoria, dopo aver lasciato fluire tecnica, diletto, vigore, la vita. Non ha avuto il tempo di accorgersi che giornalisti e scrittori d’accatto stavano invadendo la narrazione, la novellistica, il racconto e l’informazione.

Aldo Caserini

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ROBERTA GRAZZANI: FIABE, TEATRO, FUMETTI, RACCONTI E ROMANZI PER RAGAZZI

Roberta Grazzani è giornalista e autrice di racconti, fiabe, sceneggiature per il teatro, fumetti, il romanzo nei suoi vari stili e sfaccettature. In breve, scrive moltissimo. Per bambini, bambini/ragazzi, ragazzi e ragazzi/adulti. Distinzioni che fanno le differenze. Di temi, contenuti, forma e stile.
Fino a quattordici anni la Grazzani è vissuta e cresciuta a Castiglione d’Adda, comune che oggi ha poco più di quattro mila abitanti ma che ai suoi tempi – quando lei a scuola divorava libri e leggeva tutto Pirandello -, di residenti ne aveva assai meno. Oggi a Castiglione d’Adda i Grazzani sono un cognome “storico”, diffuso, da avere dimenticato che: la scrittrice vive da una vita a Milano, da quando la povertà della sua famiglia la costrinse a lasciare la scuola per andare a fare la copista dattilografa nella grande città. Confesserà: “Ero la maggiore di cinque fratelli, mio padre era operaio e la vita era difficile. Non lasciai solo la scuola, ma anche il mio paese in riva all’Adda, dove ero cresciuta, e tutto un mondo felice fatto di libertà e di grandi affetti…Fu una tremenda lacerazione”. Oggi può permettersi di rifugiarsi in liguria a scrivere tranqulla, ma delle sue radici lodigiane qualcosa gli è restato “dentro”, da scoprire. Compito di chi parla di lei narratrice, instancabile e feconda, che ha prodotto una trentina di libri con differenti scritture, a seconda se romanzo, racconto, avventura, realtà, fantasy da spaziare i temi dell’ambiente, del giallo, del mito, della leggenda, della divulgazione., dell’attualità. Alcuni li ha realizzati e illustrati con Franca Tabacci (Il mio piccolo Tom, Lupi dietro gli alberi, Abdul vuol vedere il mare), Giovanna Osellana (Un coniglio per amico), A. Ferrari (Bobbi il robot), A.La Duca (Giovanna, il coraggio e la paura), C. Bordoni (Tartarica di Recalmuto); insieme al proprio fratello fotografo Sergio Grazzani, (Sette giorni nel passato, Tante poesie, Il pirata Barbarossa) e a Walter Grazzani (Babbo Natale va in vacanza a Riccione). Il percorso della Grazzani scrittrice s’era orientato da subito verso i ragazzi, con un linguaggio dimostratosi capace di cambiare lo sguardo dei destinatari. Per le edizioni di Vita e Pensiero ha scritto Giancarlo Brasca. Lettera per una ragazza, E’ arrivato un brigante ( raccolta di favole e racconti), Favole a teatro.Recite per bambini,Popotus, Top scrittori in metropolitana, Sette giorni nel passato, Tante poesie, Il pirata Barbarossa). Qui ci fermiamo dal citare i suoi titoli perché richiederebbero un catalogo. Tanto impegno l’ha infilata dentro a un universo emotivo e cognitivo che esige responsabilità. I suoi non sono solo libri “belli” da leggere, ma “buoni”. La bellezza non ha niente (o poco) da vedere coi finali, in cui a contare è la potenza dei sentimenti che si affacciano nello svolgimento della storia. Conta che i libri siano edificanti, offrano storie credibili. Soprattutto in un sistema di valori sforacchiati da incertezze travestite di libertà qual è il nostro. La scrittrice assicura di non fare distinzioni tra racconto e romanzo. “Sono storie”, dice. Lei le racconta veloci, reali, fantastiche. Di lei hanno scritto che è scrittrice di buoni sentimenti, un riconoscimento che non la convince. E’ questione di “metodo”. Mi vengono spontanei una lettura e un giudizio, non tanto a giustificazione del cattivo, ma piuttosto per sottolinearne la debolezza”. Raccontare personaggi cattivi e lasciarli cattivi è semplicemente una scelta possibile, confesserà. Anche lei lo ha fatto in alcuni romanzi. “Ma alla fine, come succede sempre nei libri per ragazzi, non è il cattivo che vince”. Infine c’è l’ altro aspetto della sua carriera nel mondo dei libri che la rende importante ed è l’informazione: dal 1972 al 1996 ha diretto il mensile «Giovani Amici» dell’Università Cattolica.; con Dino Boffo ha creato «Popotus», inserto del quotidiano «Avvenire»; ha rifondato «Giovani Amici» con il nome di «Ciao Amici» per le Edizioni del Messaggero di Padova. “Dentro”, confessa, ha però ancora altre storie che spingono per essere raccontate. Hanno per scena prati, boschi, acquitrini, sorgenti e un fiume “dalle acque scure e le spiagge bianche.”
Per Piemme, Roberta Grazzani ha ultimamente realizzato “Seduti sulla riva del fiume”. È un ritorno ai luoghi della Bassa. Non crediamo gli basterà.

Aldo Caserini

 

 

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