Archivi categoria: PRESENTAZIONE SCRITTORI

Panorama letterario del lodigiano VITTORIO BEONIO BROCCHIERI, un giornalista di rango

Centodieci anni fa nasceva a Lodi Vittorio Beonio Brocchieri, accademico, grande firma del Corriere , viaggiatore. Sarà stato solo un accademico, solo un ciclista impenitente, solo un giornalista di primo rango, solo uno spericolato pioniere dell’aviazione, un instancabile viaggiatore, uno scrittore ricco di talento e conoscenza profonda delle vicende dell’uomo, un brillante conferenziere, uno studioso di antropologia, uno che ha sostituito il tristo esercizio della poesia futurista con quello dell’azione futurista (imprese piene di rischi, esplorazioni capricciose, scommesse disperate, conferenze al ritmo di duecentotrenta parola il minuto, tutte comprensibili e ragionevoli). Ma un po’ di lustro lo ha anche lasciato.

E’ vero che in occasione del centenario fu ricordato all’Università di Pavia e al Corriere della Sera, dove la sua immagine insieme altre di celebri giornalisti, s’incontravano nel corridoio del direttore, ed è immaginabile (oltre che auspicabile) che, sia pure con ritardo, Lodi tiri fuori una qualche idea dal cilindro per ricordarlo e rinverdine la memoria

Vittorio Beonio Brocchieri conseguì una prima laurea (in filosofia) a Torino con Gaetano Mosca e tesi sul pensiero di Hobbes, e una seconda in scienze politiche, a Pavia, dove poi divenne, nel 1972, professore di dottrine politiche.

Cosa insegnasse davvero ai suoi allievi, resta un mistero. Solo lui avrebbe potuto confessarlo. Per la verità, lo fece tanti anni fa, anzi, lo scrisse. Si legge in “Pigliatemi come sono”, memorie redatte e pubblicate non ancora quarantenne, aggiungendovi un beffardo sottotitolo: “Autodenigrazione di un filosofo volante”. Spiega che, in giro per il mondo, come conviene a un uccello – tale si riteneva oltre che professore, pedagogo, brava persona e rompicollo – a chi gli chiedeva quale materia insegnasse all’università aveva una risposta sola: “Una materia che si chiama col mio nome e il mio cognome. Non conosco che quella. Non posso insegnare che quella. O buona o grana che sia”.

L’antico e il nuovo, il nuovo contro il vecchio, il richiamo ai sentimenti eterni e l’esclusiva attenzione all’inedita vita dell’oggi, la classicità dello stile e il gusto per l’esperimento, l’avventura (anche galante), la passione per gli studi e per il ciclismo (citava il Panzini di Gita in bicicletta), poi per il volo e per l’affabulare – un raccontare veloce, brillante, favolistico con cui incantava le signore del “Circolo dei Nobili” in via XX Settembre a Lodi accorse ad ascoltarlo parlare di “Nuna”, l’ultimo suo libro in cui descrive avventure esotiche, di popoli e tribù, di usi e di culture beduine.

I suoi libri sono cronache di vita, reportage giornalistici illuminati da un ingegno sorprendente e dal rigore dello scienziato, ma anche labirintici documentari, orditi ideologici, antropologici e fantastici insieme, addentellati storici con spunti di dottrina, spesso una ibridazione di idee orientali e occidentali…

“Mi piace l’esistenza come insalata. Metteteci dentro un po’ di tutto e poi mescolate. Qualche cosa salta fuori…”, annotò nelle sue “autodenigrazioni” pubblicate nel 1940 e ripubblicate nel 1998 (Todaro editore, Lugano).

E’ un autore con il grande merito di avere fatto conoscere agli italiani angoli poco noti del mondo, della Terra del Fuoco, dell’Antardide, della Siberia e della Cina, della Mesopotamia e del Labrador… Sempre in giro per il mondo con la passione del volo. Buona parte dei reportages li realizzò pilotando personalmente il proprio aereo, un Caproni. Un monomotore senza radio che pensarlo oggi fa venire i brividi. Non a lui. A lui rompicollo con nel sangue il brivido dell’avventura e con il gusto per il pittoresco, bastava vedere quel Caproni 100 per accendersi di nuove tappe. Ma dentro c’era anche la tensione dell’intellettuale che puntava ad “aprire gli occhi nuovi sul mondo e prendere atto, anche in termini culturali, della necessità di superare ogni miope eurocentrismo”.

Iniziò la carriera giornalistica al Secolo di Milano nel1925 e la proseguì alla Gazzetta del Popolo di Torino da dove con un “imbroglio” (così era solito raccontarla), passò al Corriere delle Sera facendo credere al direttore di essere stato invitato dal Governo Norvegese a partecipare a una spedizione in Groenlandia e offrendogli l’esclusiva. Finì per rimanere in via Solferino dal 1930 alla morte, mezzo secolo riempito di racconti e reportage, raccolti anche in libri di successo: “Viaggio intorno al mondo”, “Cieli d’Etiopia”, “Dall’uno all’altro polo”, “Il Marco Polo”, “Vita selvaggia” ecc.

Col suo aereo e la sua penna “conquistò” i Paesi del mondo, perché questo era il programma che si era dato ancora giovane: “Il programma della mia vita: tempo e spazio. Nel tempo ripercorrere la storia dell’Umanità, nello spazio girare il mondo e vedere tutti i Paesi”. Da dove spedì cartoline agli amici lodigiani. Segno che il viaggiatore alla sua terra e alla sua città teneva.

Aldo Caserini

 

ENRICO ACHILLI (1893-1985): Tra giornalismo e novellistica, satira e politica

Lo scrittore e giornalista Enrico Achilli (Kilu) e il pittore e illustratore Gaetano Bonelli

Sono trascorsi trent’anni più un lustro. da quando Enrico Achilli, giornalista e scrittore lodigiano, che molti hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto, si è congedato dalla sua amata città.
Per i suoi trascorsi politici, è stato un autore seguito da pochi e scarsamente amato da molti, ma per stile e linguaggio singolari da non poter che essere apprezzato.
Achilli è stato un novellista di fervida fantasia ed anche poeta, oltre ad essere proprietario, direttore e redattore di Rococò (dal 1913 al 1915(, La patria di Fanfulla (1921-1925), Il Rinascimento (1950-1983), In vita, era considerato uno scrittore fertile, autore di racconti brevi brillanti e di elaborati lirici nel lessico del torrione e in vernacolo alaudense, in cui narrava fatti, historie e leggende del suo tempo, e metteva in salvo i racconti dei nonni compresi quelli sull’inferno (“gelato”). Il che ha fatto immaginare di quale pasta era la sua scrittura e la sua fantasia di narratore.
Oggi il ruolo di chi si appresta a scrivere di lui come autore e i suoi eventuali lettori, è di coglierne il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” che sono dietro al dialetto, alla fantasticheria.
Le “immagini “si fanno simbolo della complessità del reale”, del racconto, del rapporto tra città reale e città ideale. Lo stimolo che raggiunge e quello di approfondire ciò che può avere caratterizzato un linguaggio sottratto al “letterario” ( al colto e alle sue modalità operative), per un linguaggio rivolto a declinare nel segno del passato la ribellione al proprio tempo e nella forma, la riattivazione della speranza di un ritorno, che in Achilli corrispondeva alla rinascita sociale e culturale del Paese.
Nella fabula di Kilu c’è la lingua di Dante e il dialetto di Di Lemene insieme; ci sono unite pennellate di colore e l’essenzialità della matita; c’è il diletto del bozzettismo e l’approfondimento o l’analisi messi insieme; c’è la memoria che cancella in fretta e il bisogno di tenere vive pagine ritenute sacre della propria storia e dei propri sentimenti; c’è la politica e la contesa locale, e non solo quella; c’è l’accordo tra la verve dello scrittore scherzoso e la spigliatezza di un Tano Bonelli, illustratore mordace; ci sono la “nostalgia” dell’ex-ragionerie di banca e gli imperativi di un Umberto Niccolini della sua stessa linea politica. E poi c’è tutto il resto, poco o tanto che può avere reso scomodo il personaggio, in superficie aggressivo, in realtà sentimentale e idealista, umano; c’è la sua amicizia con Giovannino Guareschi, come lui nostalgico della monarchia; c’è il leit motiv retorico di fede, patria e umanità e il ruolo di padre Giorgio da Cantosio cappuccino; c’i sono le feste, i veglioni, i corsi dei fiori e quelli dei carri mascherati che gli procuravano popolarità e consenso, ma gli lasciavano anche dei “buchi” incolmabili per un venditore di pesce. Perché questa era la sua attività all’anagrafe: titolare della Bottega del pesce di piazza Mercato.
Verso la pittura Achilli teneva un debole, tanto da coinvolgermi a scrivere per “il gialdone”. Era stato simpatizzante dell’arte di Migliorini, Spelta, Zaninelli. Di quest’ultimo, suo amico, morto nel ’25, e suo amico, nutriva interesse particolare per la sua pittura di forte qualità espressiva.. Mi chiese – io poco più che ventenne – la recensione della mostra che nel maggio del ’59 al Museo civico era curata da Giulia Alfieri Zaninelli. Kilu non aveva tenuto conto (o forse sì) che quello era per me il periodo iniziatico ai “misteri” e all’infatuazione delle avanguardie anti-accademiche e anti-figurative. Nella mia nota impiegai parole improprie che mi costrinsero a provare imbarazzo. Kilu non se la prese, pubblicò tutto senza togliere una virgola. In chiosa si limitò a dire che lui non scriveva di pittura, non era esperto e a rinnovare all’ex-amico scomparso da tempo, il ricordo dei sentimenti di affetto e di stima. Per me fu una lezione di stile.
“Il sottofondo – scriverà Tino Gipponi impegnato in difesa del giornalista e scrittore a combattere ingratitudine, cecità e pregiudizi – degli scritti di Kilu, anche di quelli appassionati, sentimentali e impertinenti, ha sempre conservato un’onda di umanità…” “Il dialetto è stata un’arma efficace. Dialetto come freschezza del parlato sulla lingua ornata letteraria, difesa e recupero della lingua orale, popolare, materna, plastica nella proverbialità, nelle abbreviazioni, comunicativa più dell’italiano nella sentenziosità dei modi di dire, fragrante e sapida nella sua colloquialità”.
Oggi l’avventura di Kilu scrittore è nella sfera della memoria, dopo aver lasciato fluire tecnica, diletto, vigore, la vita. Non ha avuto il tempo di accorgersi che giornalisti e scrittori d’accatto stavano invadendo la narrazione, la novellistica, il racconto e l’informazione.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , , ,

ROBERTA GRAZZANI: FIABE, TEATRO, FUMETTI, RACCONTI E ROMANZI PER RAGAZZI

Roberta Grazzani è giornalista e autrice di racconti, fiabe, sceneggiature per il teatro, fumetti, il romanzo nei suoi vari stili e sfaccettature. In breve, scrive moltissimo. Per bambini, bambini/ragazzi, ragazzi e ragazzi/adulti. Distinzioni che fanno le differenze. Di temi, contenuti, forma e stile.
Fino a quattordici anni la Grazzani è vissuta e cresciuta a Castiglione d’Adda, comune che oggi ha poco più di quattro mila abitanti ma che ai suoi tempi – quando lei a scuola divorava libri e leggeva tutto Pirandello -, di residenti ne aveva assai meno. Oggi a Castiglione d’Adda i Grazzani sono un cognome “storico”, diffuso, da avere dimenticato che: la scrittrice vive da una vita a Milano, da quando la povertà della sua famiglia la costrinse a lasciare la scuola per andare a fare la copista dattilografa nella grande città. Confesserà: “Ero la maggiore di cinque fratelli, mio padre era operaio e la vita era difficile. Non lasciai solo la scuola, ma anche il mio paese in riva all’Adda, dove ero cresciuta, e tutto un mondo felice fatto di libertà e di grandi affetti…Fu una tremenda lacerazione”. Oggi può permettersi di rifugiarsi in liguria a scrivere tranqulla, ma delle sue radici lodigiane qualcosa gli è restato “dentro”, da scoprire. Compito di chi parla di lei narratrice, instancabile e feconda, che ha prodotto una trentina di libri con differenti scritture, a seconda se romanzo, racconto, avventura, realtà, fantasy da spaziare i temi dell’ambiente, del giallo, del mito, della leggenda, della divulgazione., dell’attualità. Alcuni li ha realizzati e illustrati con Franca Tabacci (Il mio piccolo Tom, Lupi dietro gli alberi, Abdul vuol vedere il mare), Giovanna Osellana (Un coniglio per amico), A. Ferrari (Bobbi il robot), A.La Duca (Giovanna, il coraggio e la paura), C. Bordoni (Tartarica di Recalmuto); insieme al proprio fratello fotografo Sergio Grazzani, (Sette giorni nel passato, Tante poesie, Il pirata Barbarossa) e a Walter Grazzani (Babbo Natale va in vacanza a Riccione). Il percorso della Grazzani scrittrice s’era orientato da subito verso i ragazzi, con un linguaggio dimostratosi capace di cambiare lo sguardo dei destinatari. Per le edizioni di Vita e Pensiero ha scritto Giancarlo Brasca. Lettera per una ragazza, E’ arrivato un brigante ( raccolta di favole e racconti), Favole a teatro.Recite per bambini,Popotus, Top scrittori in metropolitana, Sette giorni nel passato, Tante poesie, Il pirata Barbarossa). Qui ci fermiamo dal citare i suoi titoli perché richiederebbero un catalogo. Tanto impegno l’ha infilata dentro a un universo emotivo e cognitivo che esige responsabilità. I suoi non sono solo libri “belli” da leggere, ma “buoni”. La bellezza non ha niente (o poco) da vedere coi finali, in cui a contare è la potenza dei sentimenti che si affacciano nello svolgimento della storia. Conta che i libri siano edificanti, offrano storie credibili. Soprattutto in un sistema di valori sforacchiati da incertezze travestite di libertà qual è il nostro. La scrittrice assicura di non fare distinzioni tra racconto e romanzo. “Sono storie”, dice. Lei le racconta veloci, reali, fantastiche. Di lei hanno scritto che è scrittrice di buoni sentimenti, un riconoscimento che non la convince. E’ questione di “metodo”. Mi vengono spontanei una lettura e un giudizio, non tanto a giustificazione del cattivo, ma piuttosto per sottolinearne la debolezza”. Raccontare personaggi cattivi e lasciarli cattivi è semplicemente una scelta possibile, confesserà. Anche lei lo ha fatto in alcuni romanzi. “Ma alla fine, come succede sempre nei libri per ragazzi, non è il cattivo che vince”. Infine c’è l’ altro aspetto della sua carriera nel mondo dei libri che la rende importante ed è l’informazione: dal 1972 al 1996 ha diretto il mensile «Giovani Amici» dell’Università Cattolica.; con Dino Boffo ha creato «Popotus», inserto del quotidiano «Avvenire»; ha rifondato «Giovani Amici» con il nome di «Ciao Amici» per le Edizioni del Messaggero di Padova. “Dentro”, confessa, ha però ancora altre storie che spingono per essere raccontate. Hanno per scena prati, boschi, acquitrini, sorgenti e un fiume “dalle acque scure e le spiagge bianche.”
Per Piemme, Roberta Grazzani ha ultimamente realizzato “Seduti sulla riva del fiume”. È un ritorno ai luoghi della Bassa. Non crediamo gli basterà.

Aldo Caserini

 

 

Contrassegnato da tag , , , ,