LE STANZE DELLA GRAFICA D’ARTE PROSSIME ALLA CHIUSURA. Una nota per Renato Bruscaglia, figura appartata ma di grande profilo della grafica italiana

Stanze d’Arte si avvia  alla conclusione, fissata tra un paio di giorni, alla ricorrenza della festività di San Bassiano. L’iniziativa curata da Gianmaria Bellocchio, Patrizia Foglia, Valter Pazzaia  e Paolo Verua.  è stata allestita, con un anno di ritardo  per la pandemia, anche per ricordare il 25mo della scomparsa di Mons.Luciano Quartieri.

Lo spazio centrale della sala espositiva della Fondazione Bpl in via Lombardi ha catturato interesse con un serie di lavori di Renato Bruscaglia, una sorta di “lezione” diretta  a una corretta lettura della dimensione artigianale e artistica del linguaggio inciso.

Figura appartata ma di alto profilo della grafica italiana, il  nome di Bruscaglia è legato alla Scuola del Libro di Urbino e, negli anni Sessanta, al Corso Internazionale di Tecniche dell’Incisione, al quale parteciparono artisti lodigiani, dei quali, si ricorda  in particolare Teodoro Cotugno, che fu allievo dello stesso Bruscaglia, e tra gli altri Flavia Belò, Luigi Poletti e Vittorio Vailati che, poi assunsero  l’incisione calcografica come linguaggio della loro attività di artisti.

La decisione di dedicare una “Stanza” al Maestro di Urbino, morto da una trentina d’anni, sul finire degli anni novanta,  dopo che nelle passate edizioni s’era omaggiato calcografi di assoluto rilievo della storia della grafica italiana ( Bartolini, Kallwikz, Diana, Timoncini,  è a noi è parsa una risposta indiretta allo scadimento dell’interesse dei lodigiani verso la grafica d’arte. Certo conseguente ai processi “storici” che hanno ridotto la specifica presenza sul fronte delle attività  e della visibilità artistica in loco ma anche del crescente abbandono del pubblico alle le mostre.

La “vetrina”, coraggiosamente realizzata  dall’associazione Mons. Qyartieri ha agito da richiamo culturale, da sollecitazione al “risveglio” della città, orientato alla attivazione (virus permettendo) non  di esposizioni  “passatempo” ma disciplinate dal messaggio e dalla cultura. La conoscenza di Renato Bruscaglia va pertanto riconosciuta come un aiuto a “leggere” meno superficialmente la stampa originale d’arte in generale e quella ad “incavo” in particolare. Cosa che noi riteniamo, con sincera umiltà,  prioritaria al fine di cogliere le potenzialità primarie ed elementari  dell’espressione.

Sosteneva Calavalle a una mostra tenuta al San Cristoforo a Lodi, curata da Elena Amoriello, sua ex allieva a Urbino, che “l’acquaforte può sembrare un’espressione semplice, come la scrittura, ma è complicata più della pittura”.

L’addestramento presente nella selezione di fogli di Bruscaglia esposti dalle “Stanze”  hanno rappresentato una lezione  di  segni grafici, materiali, procedimenti; di segni fra loro accostati e intervallati, aggregati a costruire insieme chiaroscurali che sintetizzano  tracciati figurali.Che a qualcuno potranno anche essere apparsi storicamente inadeguati.  Forse, lo saranno. Eppure, sappiamo, che in essi c’è la personalitò di un formidabile artista. C’è la  rincorsa continua di Bruscaglia  a sperimentare con decisione forme interpretative nuove.  Non è una esagerazione pertanto che noi si possa ritenere che i visitatori della 5° edizione delle  “Stanze della grafica d’arte” possano avere aleno assaporato se non imprigionato i contenuti culturali present nella scrittura di Bruscaglia, nel gran ceppo di tecniche e procedure rappresentate, ma anche la farrura delle scelte culturali presenti nelle  “segnature”.
Aldo Caserini.

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La basilica di San Bassiano nelle grafiche originali di Teodoro Cotugno

La  basilica di San Bassiano o dei 12 Apostoli ai quali fu dedicata alla fondazione, ha una fortuna figurativa particolare, paragonabile, forse, a quella del fiume Adda. Ciò grazie anche ai “risvegli” d’interesse per il paesaggio di uno sporadico numero di pittori, grafici e poeti, all’opposto di altri loro colleghi che  preferiscono dare seguito a  esperienze più attualiste.

Da noi, c’è un artista – Teodoro Cotugno – dalla decisa identità grafica, del quale scriviamo spesso, (senza nascosti fini), che da tempi immemori  dedica  almeno un’acquaforte ogni anno all’antica basilica ludevegina, in cui manifesta con quali proponimenti, ricerche e intenti autonomamente espressivi, si muove.

Il soggetto basilica S. Bassiano è divenuto, nel suo caso, una sorta di traccia-modello dell’assunto produttivo-interpretativo all’interno della sua vasta produzione di grafica originale d’arte, da permettere a esperti e a semplici collezionisti di ricevere preziose indicazioni e suggestioni grazie a una impronta riconoscibile per tecnica e linguaggio e per la sgorgante poesia che l’artista dosa con sentimento e sensibilità. Cotugno è  riconosciuto da tempo come calcografo esperto, padrone di una grafica sistematicamente atteggiata,  mai scomposta o “estrosa”, tesa sempre a dare valore al sottostante disegno (del soggetto).

Al di la ogni semplificazione, nei risultati dei “fogli” da lui tirati  personalmente  al torchio a mano nello studio-laboratorio di Salerano al Lambro, non lascia sfuggire dettagli preziosi, quali gli effetti luminosi che filtrano tra alberi e erbe  presenti nella natura e nel suo paesaggio,  attraverso i quali  segna il modo diligente e minuzioso di vedere quel che trova davanti a sé.

Nelle rappresentazioni di Cotugno la Basilica di San Bassiano si è arricchita di una sorta di “racconto”, di una “narrazione”: simbolo storico della cristianità, ma anche del rispetto e dell’armonia con la campagna e la natura. C’è di più. Sotto l’aspetto critico la sequenza delle immagini regalano indicazione  circa il  modo di lavorare dell’artista, di “catturare” le immagini attraverso le ricognizioni dal vero. Nei numerosi fogli in cui si trova rappresentata, la basilica è colta quasi sempre, nel suo profilo orizzontale, o dell’abside romana, in sceniche inquadrature che danno splendente e compatto il blocco e i particolari. Non c’è il colore, ovvio.  Cotugno è un grafico rigoroso, rigido nell’osservare i criteri della grafica originale d’arte appresi alla scuola di Urbino da Bruscaglia. Non ama perciò introdurre variazioni da altre espressioni grafiche che contaminerebbero il linguaggio. Tuttavia, pur senza esserci il colore si avverte, si “sente” l’azzurro in cielo e il verde della campagna,  si immaginano.

Saranno almeno una quindicina le lastre in cui Cotugno ha inciso il soggetto, con risultati sempre nuovi e diversi che tecnicamente “colpiscono l’esperto e suggestionano l’occasionale osservatore. Nelle scritture all’acquaforte la chiesa è ripresa da prospettive in ambientazioni diverse: nel fiorire delle stagioni; “fermata” in piena luce, in penombra, quando si fa sera, d’estate o quando c’è neve,  evidenziando le  qualità seduttive delle architetture, l’esterno coi mattoncini a vista, la  coesione strutturale e l’armonia  con la campagna circostante eccetera.

L’ultimo lavoro, “Tramonto a San Bassiano,” inciso su lastra di zinco poco più grande di una cartolina (mm.190×140), tirato personalmente dall’artista al torchio a mano in quindici esemplari,  con impresso in modo diligente  un “fondino” da un risultato che, se sottratto alle interpretazioni letterarie  e ai simboli e non al mestiere e ai procedimenti, fa a conoscere dell’artista parte delle sue dotazioni tecniche e di linguaggio (figurativo). Nel risultato raggiunto c’è  quanto contrassegna il percorso grafico dell’artista: un segno che è elemento fondante del suo linguaggio e garantisce la qualità del paesaggio prospettico, legato alla tradizione. L’impegno  nel catturare i valori atmosferici all’imbrunire del giorno, il disegno che estrae e precisa la struttura e orchestra la ricognizione delle ombre procurate dai cespugli sul lato della basilica, eccetera. Nel rispecchiamento del reale si avverte i modi di vivere i luoghi dell’uomo e la stessa natura da parte dell’artista, l’abbondanza di poesia, di contemplazione e di sentimento che danno forza insieme all’abilità del linguaggio nel modulare la  costante energia concettuale e segnica  richiesta dall’immagine rappresentata.

Aldo Caserini

Le ottanta primavere di Luigi Poletti, da oltre sessant’anni nell’arte locale

 

Ancora giovane, “da Pino alla Parete,” a Milano, raccolse un  incoraggiante apprezzamento da Salvatore Quasimodo, Nobel della poesia

 Si fa presto a dire ottanta. Spesso ci si arriva nella trascuratezza generale e nella dimenticanza degli amici e dei colleghi. Succede!

Come ogni tempo, ogni città ha una serie di pittori. Succede, a volte, che siano di mano “fuori serie”, abbiano mani sorprendenti, prodigiose, da artista; altre volte abbiano mani da onesto e semplice operaio; ci siano coloro che differenziandosi riescono a far emergere dalla materia dei loro lavori la poesia che hanno dentro, altri, invece, che fermano il discorso alla buona raffigurazione, e altri ancora, che dal soliloquio passano  all’improvvisazione o alla “significazione”. E via di seguito.

Poletti, classe 1941, da poche settimane ha tagliato il traguardo dei così detti Ottanta. Sulla breccia è da oltre sessant’anni. Fa parte della nidiata di pittori venuta dopo i Monico, Bonelli, Vecchietti, Malaspina, Maiocchi, Antonelli, Vailetti, Bassi, Locatelli, Beonio Brocchieri, Vigorelli;, e di quella affacciatasi subito dopo costituita da Bruschi, Ottobelli, Beenito e Santino Vailetti, Malusardi, Salvagno, De Paolis, Stromillo, Segalini, Mocchi, Franchi, Podini, Bosoni. Inizialmente Poletti figurò “intruppato” con quelli delle generazioni successive: Cotugno, Maffi, Bertoletti, Vailati, Gozzi, Sordi, Maiocchi, Sidoli, Segalini, Maiorca, Cremaschi, Geri, Scagnelli, Marzagalli,  Farfaglia, Chicco, Martinato, Trequattrini, Angelini, De Lorenzi, Mangione, Valerani, Tresoldi, Belò, Martinato, Santus, Bracchi, Segalini, Costa, Chiarenza, Quadraroli, Volpi, Tronchetti… Ma alla fine risultò essere un “intruppato” particolare, piuttosto anomalo nella truppa per una serie di ragioni non solo di carattere personale ma perché sapeva farsi vedere, nel senso che era attivo e si distingueva per la  qualità della sua grafica d’arte e la mano di pittore. Insomma, non era un contornato nelle tendenze che allora andavano definendosi anche da noi.
Gli ottanta sono un bel risultato,, come lo sono i sessanta e oltre in attività, soprattutto se si considera che sono anche sessantacinque le orbite che il sole ha compiuto attorno alla terra, e che lui ha impegnato a scrivere ( naturalmente con altri), la storia dell’arte cittadina.
Personalmente c’eravamo conosciuti a scavalco degli anni ’60-’70. Insieme realizzammo quasi subito due volumetti dedicari alle rispettive metà, Fausta e Lina: Giorno aperto  e Omaggio a Lodi pubblicati dalle edizioni Cairo Rulfi di Codogno a cui seguirono la prima testata a stampa di Forme 70 e alcune cartelle di grafica dedicate a Ettore Archinti e per conto di, Num del Bug all’ ,Azzurra.
Ci piace ricordarlo perché ci dà motivo, ancora una volta, non solo di accennare all’attività di un amico, ma di ricordare il suo contributo all’arte locale; di riporre attenzione su un’attività lunga più di mezzo secolo, durante la quale Poletti ha realizzato migliaia di opere e di lastre, oltre a centinaia tra libri d’arte e cartelle. Sono autentiche pagine di riflessioni annotate con mano personale, rivestite da poesia e realismo, di, lavori che scoprono gli ampi ed eterogenei interessi da sempre coltivati da Poletti.
A fine lettura, non è difficile cogliere come la sua figura si allontani dalla visione che lo vorrebbe dentro la chiusa provincia. La cifra del segreto e della introversione si dipana davanti ai risultati raggiunti, alle illustrazioni di vita che appunto respingono il fertile humus prodotto dall’aneddoto e danno ampiezza a una attenzione che arriva a investire il lavoro, le macchine,  l’ambiente, i luoghi, i momenti integrati dello sviluppo sociale ed economico. Senza dimenticare l’importanza e l’attualità dell’interesse dedicato da questo artista all’altra sponda del Mediterraneo e alla sua gente. Un autentico e vero anticipatore delle problematiche che si misurano e animano le polemiche del  momento.

ALDO CASERINI

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“ALAMO – LETTERE DA UN FORTINO SULL’ADDA”: un nuovo libro Pmp di Andrea Maietti

Il nuovo libro di Andrea Maietti, Alamo. Lettere da un fortino sull’Adda, (PMP Edizioni, Lodi, novembre 2021, pagg. 86, € 10), prefato da Gino Cervi e una nota finale di Tino Gipponi si presenta in copertina con una acquaforte realizzata sull’Adda da Teodoro Cotugno.

Senza andare al film di John Wayne o al Tramp che lo visitò a chiusura del suo mandato, nel titolo recupera la “resistenza” a stare nel “fortino sull’Adda” e difendere i valori della tradizione (dialetto, memorie, abitudini, folclore, caratteri, fragranze, facoltà….) è “quelli che se il mondo va da una parte (essi) continuano ad andare dall’altra”.

Una fedeltà, quella dell’autore, nel trasferire immagini e ricordi che non esclude neppure le figure incontrate una sola volta; richiama scorci di terra e di vita, spesso di campagna (Costaverde) unendoli alla lirica permanenza nella memoria della terra natale, sempre presente nelle “voci” che ne

formano il terreno narrativo – con tutti i nessi di autobiografia e di saggistica letteraria –, concedendosi bagliori dialettali che rendono le parole aderenti ai fatti raccontati, senza artifici ragionativi.

L’acqueforte di Cotugno ha di suo una morbidezza governata e razionale di segno chela fa incontrare, per giustezza tecnica, con la chiarezza e la sintesi degli scritti. Risultato: come in Spigolando, Alamo. Lettere da un fortino sull’Adda è l’esito combinato di momenti riflessivi e di quadretti (anche morali) che “sequestrano” e “guidano” l’attenzione del lettore a cogliere le corrispondenze esistenti tra la battaglia di Fort Alamo del titolo e quelle  del fortino sull’Adda, ovvero il bagaglio di ricordi, usanze, dialetti, abitudini,  cultura.

In Alamo. Lettere da un fortino sull’Adda sono importanti le parole, conducono senza eccesso al mosaico variegato e vivace  dei racconti. In particolare i richiami dialettali e quelli più “alti” dei letterati . Questi suggeriscono d’andare ai percorsi non annebbiati di Gianni Brera, (“Com’è difficile vivere, com’è difficile sempre, boja mondo”), di Tessa, Dossi, Kein, Heminguway, Leopardi, del suo amico Corsi,  ai versi di Yeat, fino al Memento homo… parole che noi credenti recitiano il giorno delle ceneri e a quelle niente affatto intrusive che richiamano la sapienza biblica: Prima che io nascessi tu mi hai conosciuto…”. Un florilegio letterario, certo. Che Maietti mette alla finestra con grazia e lascia andare presto.  Un “nugellae”, sembrerebbe, non però di poco conto, anzi  sempre perfettamente in linea coi contenuti.

La forza nei racconti di Maietti è nell’uso delle parole, impastate di storia e di storie, di realismo e di poesia. Parole semplici, dette, scritte, lette, ascoltate, sentite, dimenticate, recuperate, a cui non manca al caso il timbro dell’ironia. Parole che rivelano  straordinaria capacità di evocazione, che sprigionano storie che parlano di noi offrendoci riflessioni sull’arte di vivere, e tracce di una filosofia morale pratica, spoglia di infingimenti che fanno ricordare la filosofia di Montagne. Tutto in una ottantina di pagine di tono colloquiale e delicato, piene di nomi e riferimenti , in ogni voce traboccanti di sentimento lirico e umanità. Fondamentali per i presenti e per la posterità.

 

Aldo Caserini

 

Addio a Dario Meazzi il pediatra amico dei bambini, appassionato d’arte e di cultura

l mio non è un diario. A tenere un diario non ci ho mai pensato. Quel che sto “buttando giù” è un  qualcosa di soggettivo, di privato, diciamo una “registrazione” in prima persona. Perché lo faceio? A dire il vero non lo so. Forse perché senza rifletterci mi sono messo al computer l’ho avviato e ho  preso a battere sulla tastiera. O, forse, no, forse è perché ho sentito qualcosa che dentro di me mi spinge a farlo.  Un impulso? Chiamatelo come volete: sentimento, ricordo, rimpianto…
Dopo queste poche poche  parole ho risolto (sto’ risolvendo i perché). In linea di tempo, c’era  stata una telefonata, rincorsa da una seconda. “Pronto, sono Andrea, sei Aldo?”.  Non ha atteso il  che subito mi son trovato in una condizione diversa.
Ti ha lasciato il tuo amico medico, quello dei bambini. Sì, quello in pensione col quale parlavi sempre alle  funzioni in Santa Maria del Sole, quel pediatra dal quale tua moglie Fausta  mi mandò una volta per Lauretta, la mia bambina…”“. Porca miseria”!, m’era uscito. . “Proprio su di  lui doveva accanirsi ilo virus? Non bastava la caduta, il femore rotto e tutto quello che già sopportava?” Il virus non centrava in alcun modo, però quelle furono  le  parole suggerite dal dispiacere e dallo smarrimento. Le altre, di parole, sono rimaste “dentro” a creare scompiglio ai sentimenti col loro andare avanti e indietro,  ora verso la testa ora verso il cuore.
Quasi senza accorgermi  avevo chiuso la conversazione  e recitato un requiem. Mi pareva il minimo che potevo fare. A Dario la preghierina non sarebbe servita, lo so bene, so però anche  che non poteva dispiacergli la invocazione rivolta all’ Alto. Era un uomo di fede. Dava senso espiativo  alle cose funeste della vita, non per incoraggiare una passiva rassegnazione.  Anche nella pratica medica, sapeva che il giuramento d’ Ippocrate, ha significato d’attualità , non è un esercizio retorico preso dal mondo classico, va tradotta con competenza e responsabilità nella cura dei piccoli pazienti e di tutti gli ammalati.
Cosa resta di dire  per dare un significato maggiore a un saluto definitivo?  Dario Meazzi avrebbe compiuto il novantunesimo compleanno a fine mese. Manteneva fresca l’ attenzione ai percorsi della medicina pediatrica ma coltivava anche attenzioni di natura culturale: la storia, l’arte, la poesia, la teologia, la letteratura. Quando ci si vedeva si finiva quasi sempre lì, a parlare di mostre e di pittori, di poeti e letteratura. Certo a volte tradiva posizioni  un po’ da matti, che  davano una spruzzata di colore e una  vampata di calore al confronto.Il suo imperativo era: “Scrivi e leggi come mangi” .   Nelle preferenze era un   fortino.  In letteratura: Ada Negri stava a poesia, Delemene stava a teatro popolare. Federica Galli (che conosceva) all’arte grafica. E via di questo passo. Per molti altri il suo giudizio arrivava a ludic (artisti per gioco). Ci sono parole a cui ognuno di noi da un valore speciale. Da cui la memoria sprigiona in forma emozione, si fa sentimento, assume consistenza.
La forza delle parole è (anche) questa:  la capacità di evocare. Un  “doppio fondo”, che s’ apre al solo pronunciarle.  Per l’ addio a Meazzi“vorrei trovare le parole per dire…”. Solo che il vocabolario non me le mette a disposizione. Nemmeno una parola.
Ho  cercato un biglietto che aveva mandato a mia moglie dopo il ricovero della nostra primogenita alla scuola-convitto a Milano, dove Fausta si era professionalizzata assistente in pediatria. Non l’ho trovato. L’avevo messo al riparo, in un libro di poesie di padre Turoldo. E non ci ho più pensato. Ma mi  avrebbe aiutato?. Chissà.
Davanti alla morte e allo sconforto, alla tristezza e all’afflizione che procura ci sono parole che non si  riescono a dire. A dare eloquenza a quel che si prova basta il silenzio a fissare l’abisso che si è creato, la voragine.
Nella tradizione cattolica l’immagine della perdita è quella della pietà, della muta sofferenza  sotto la croce. Ma una parola che esprima questa condizione non c’è. Gli evangelisti non l’hanno trovata. Si avverte, si sente e basta.

Caro Dario… alla fine vorrei anche  capire una cosa:  perché mi sto prendendo tanta confidenza, visto che tra noi non ci siamo mai dati del tu. Forse  la morte riporta a zero anche le piccole distanze tra uomini che si rispettano ?  Prometto: verrò da te al camposanto, nella bassa campagna brembiese. Verrò in cerca di conforto e di fede . Tu neavevi tanta di fede e non  la nascondevi, io appena un briciolo e quasi me ne vergognavo. A te non bastava, me lo confidasti all’addio di tua moglie , a me quel poco  lo dimenticavo.
Ricordi?, certo che te lo ricordi, a volte nei nostri conversari tentavamo di volar alto;  quando ci mettemmo a disquisire sulla parola: transumanar. Siccome non ce ne venivamo fuori avevi deciso di farsela spiegare da un prete che conoscevi. “ Sa disegnare bene le cose del cielo, don…”. L’esito finale  fu sorprendente:” Significa qualcosa  che non si può esprimere a parole”.
Perché m’è venuto in mente ?  Perché davanti alla tua morte “vorrei trovare le paroler…”, ma non le trovo. Eppoi non potrebbero coprire il vuoto accusato. Probabilmente solo il silenzio può essere eloquente.

Aldo Caserini

Il nuovo libro di Gianfranco Colombi e Alberto Segalini: UN MOSAICO DI LODIGIANITA’

cOLOMBI E sEGALINI
i due autori di Lodi…nei ricordi

LODI…NEI RICORDI” raccoglie memorie ritenute, flashback, fotografie, documentazioni

  Molte delle cose che si crivono nei libri hanno avuto come fonte di ispirazione dei ricordi, delle fotografie, delle nostalgie, dei rimpianti eccetera.  Le immagini si mescolano dentro all’Autore.
Un elemento che rende i risultati rispettabili – trattandosi di ricordi -, è la fatica di selezionarli, di metterli insieme, di farne descrizione. Lo si avverte nel libro  Lodi…nei ricordi  di Gianfranco Colombi e Alberto Segalini, un lavoro  che è più di una “operazione nostalgia”. Riannodando i ricordi raccolti, riordinandoli  attraverso la verifica e la documentazione, una pubblicazione diviene qualcosa di più: un tracciato di
identità e di vissuto, il recupero di tante cose insieme, di cui il tempo  aveva fatto perdere consapevolezza.
Per tutto ciò un  libro di ricordi  nasconde sempre tante cose, magari in un modo disordinato, tante essenze di presenze, di episodi, di cronache, di immagini, di curiosità,  di aneddoti. Tanti  fatti accaduti e storielle curiose e profili biografici che i cassetti del tempo tenevano rinchiusi.
Il nuovo libro dei due autori lodigiani – l’ottavo – è un libro semplice, che cattura il lettore, e, se vogliamo, spericolato. Spiazzante: eterogeneo, svariato, ma anche  individuale.
Scrivere di persone e personaggi che hanno avuto o hanno ancora un ruolo nella realtà urbana organizzata richiede di disporli sempre (o quasi) nei loro “momenti” vitali.
Farlo corrisponde a una urgenza (prima che sia troppo tardi per poterne parlare) a una necessità dati gli  anni e i tempi  che corrono.
Gianfranco Colombi, ex comandante dei vigili di Lodi e Alberto Segalini, chirurgo plastico, ex sindaco della città e attualmente medico sportivo dell’Amatori Wasken Hockey, avvalendosi delle collaborazioni di Mario Gentile, Romeo Brioschi e Pinuccio  Brunetti, hanno messo insieme la loro “operazione” per necessità ( Colombi ha 85 anni, Segalini, un bel po’ meno) affinché tanti particolari di vita vissuta non si perdano, secondo le cattive abitudini che siamo soliti  attribuire all’azione spietata del tempo.
Hanno realizzato una raccolta di memorie che agli “specialisti” potrà sembrare insolita o strana. .In essa si trovano tante cose insieme. Si parla: di negozi e negozianti (Sottocasa. Mobilificio Peja, Bellinzoni, Minazza,Valeria “Kammi” ex-Varesina ); di luoghi, strade cittadine e associazioni (Amici di Serena, A.d.d.A Nostra, Associazioni sportive tra Avvocati di Lodi);  di imprenditori (Bergamaschi, Corsano, Benelli, Rossetti);  di progetti urbanistici cittadini (Efeso); di mobilità, Polizia Locale, vigili (Arigliano). E ancora: di picole curiosità (le schede telefoniche i “frati” scaldaletto, i miniassegn, scoperte, pubblicazioni ( Bollettino Bpl), pompieri, gemellaggi, premi della Bontà e Fanfullini della riconoscenza (Donato Lorandi, Franco Anelli), pellegrinaggi (Massimo Valente). C’è pure un’intervista al noto regista Donato Rivetta e tante altre cose ancora.  Da offrire un colorito mosaico di lodigianità attravereso luoghi, cose, episodi, eventi, persone, tanti nomi di gente che una volta ti dicevano buon giorno volendo veramente dire buon giorno.Lodi… i ricordi , prefato dal ministro Lorenzo Guerini e con una introduzione del sindaco Sara Casanova, si valuta meglio se si conoscono i sette i pressoché simili volumi di cronache minori locali.
La storia di un corpo sociale si fa anche coi particolari, con quanto essi ci indicano, senza entrare in esposizioni teoriche, aiutando ad aprire gli occhi sui contesti visivi e il loro percorso.
Gli autori del libro sperano di risvegliare con il loro lavoro, di risvegliare ricordi e assaporare soffi di poesia, di aprire davvero alla conoscenza della città in cui abbiamo fortuna di vivere; per rimettere in connessione passato e presente, per misurarci per ritrovare i tanti cambiamenti che sono intervenuti. Il loro libro  si regge su memorie personali ritenute, flashback, documentazione raccolta. Offrono un  modo di comunicare non convinzioni filtrate dalla letteratura, lasciandosi trasportare nella esposizione in prevalenza da quel che resta ad essi del passato nella memoria, senza cedere a interpretazioni, mondandoli anzi da ogni fantasia creativa o ricercata.

Aldo Caserini

Commento a una rassegna di arte locale dedicata a Ada Negri

Lo spessore dei ricordi. Il richiamo della pittura e, in alcuni casi individuati, la qualità delle opere.  Questi gli avvertiti capitoli della mostra collettiva  Ada Negri: storie, testimonianze di un circolo culturale  tenutasi qualche settimana fa all’ex-chiesa dell’Angelo.

 Era stata immaginata l’anno scorso da Loredana De Lorenzi  che l’aveva  tradotta con impegno all’interno del programma promosso dall’assessorato alla Cultura di Lodi per  il centocinquantesimo della  nascita di Ada Negri. Il virus, implacabile l’aveva cancellata prima ancora della sua traduzione. Un peccato!

Anche perché l’esposizione oltre  voler dare  apporto alla ricorrenza, di suo si proponeva di richiamare alla memoria le attività  condotte dal circolo artistico che portava il suo nome; circolo, che ebbe una prima sede espositiva in corso Roma a Lodi e fu condotto dalla pittrice Katia Scagnelli  e successivamente, dopo un intervallo, in via Gaffurio e fu diretto dalla De Lorenzi, allora insegnante di materie artistiche a Lodi.

L’impianto rievocativo non è andato comunque disperso e grazie all’intelligente recupero voluto dall’assessore Maggi (appena appena in tempo, prima della nuova ripresa pandemica) e curato da Elena e Giovanni Amoriello (figli d’arte della De Lorenzi), che hanno chiamato al loro fianco nell’ organizzazione Mario Quadraroli, è stata resa possibile la sua organizzazione, da ottenere un adeguato convincente riscontro dal pubblico locale. Il tutto, da corrispondere anche come augurio non formale  alla sua progettista ( a “Niguarda” a Milano per un importante intervento) e offrire un  segnale di ripartenza  al settore artistico cittadino. E, non ultimo, nutrire la speranza di vedere in futuro sottratte le mostre lodigiane a quella “quantità” che purtroppo  disperde, sparpaglia e degrada, e che  asseconda purtroppo nel pubblico la pervasività all’abulia e alla negligenza.

Non accennare agli esiti di questa mostra di club, sia pure con qualche ritardo,  sarebbe stato una autentica mancanza. Detto con estrema sintesi, ci è parsa una mostra “ coscienziosa ” e “affidabile”, in una parola “seria”, pensata e selezionata con le attenzioni possibili. In un certo senso educativa. Grazie, ovviamente, alla presenza di opere marchiate Tindaro Calia, Ugo Maffi, Pier Manca, Bruna Weremeenco, Zoran Grmas, Caterina Benzoni, Ornella Bernazzani, Vanda Bruttomesso, Franchina Tresoldi, Mario Quadraroli, Elena Amoriello e  Loredana De Lorenzi, eccetera.

Pur circoscritta ai soli ex-soci del circolo, è stata una mostra convincente, sottratta alla facile etichetta di “minore” e all’andazzo delle tante mostre ornamento o maquillage. Una prova di come si configurassero sotto l’insegna del circolo Ada Negri, artisti di diverse esperienze formali, visive e culturali, da assicurare un interessante contributo formativo alla diffusione dell’arte in città.

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“ALCUBO”, Le vignette di Lele Corvi in mostra fino a fine gennaio p.v.

Di Lele Corvi, vignettista codognese si è già scritto su Formesettanta, su di lui e la sua ironia, sull’incisività delle sue vignette, la loro capacità di indurre a riflessioni e così via. Sarebbe uno sbaglio scambiare ora la sua esposizione di lavori  “Uno sguardo d’insieme” “alCubo” di Casalpusterlengo, alla biblioteca comunale di via Galileo Galilei 1, per un semplice sfoggio di esibizione professionale o di mestiere.

In una trentina di immagini il vignettista lodigiano fornisce infatti un contributo alla chiarezza del ruolo del vignettista: osservazioni in chiave non esclusivamente di divertimento “Vignetta” è un termine del fumetto, dove tutto si risolve in una inquadratura. Negli ultimi decenni la vignetta come l’illustrazione si è però evoluta in “genere”,  fatica a tenere distinta ironia e satira. L’obiettivo di un vignettista non è più solo la canzonatura o la caricatura, è la critica. Con le sue vignette Corvi sollecita alla risata, ma ancor più stimola le idee e i giudizi. E questo che lo distingue. I suoi lavori non si fermano all’effetto, manifestano l’ intenzione al giudizio, al contrasto, alla polemica. Muovono controcorrente.

Il suo è stile consacrato: due personaggi senza volto che dialogano, l’uno che pone il problema, l’altro che fornisce osservazioni critiche su fatti, misfatti o dichiarazioni, vivacizzano il  Crow’s Village.

In Corvi però la polemica può anche essere severa, ma raramente spietata. La sua satira, proprio perché punta a canzonare, irridere, schernire e  incidere, non arriva al paradossale. Dovendo affrontare situazioni quotidiane se rinunciasse all’imparzialità, rinuncerebbe a sé stessa. Sa però nascondere bene l’uso strumentale. Raramente si concede  “crudeltà”. Il suo è uno stile spontaneo, espansivo e nello stesso tempo misurato L’ ironia sa essere pungente, saporita senza essere troppo pepata. Il codognese sa spingere il coltello nelle piaghe, fermandosi alla nota simpatica, a un sarcasmo canzonatorio, rivelatore. Senza rinunciare all’analisi (politica, sociale, etica, sportiva, di costume).

Dalla vita di tutti i giorni coglie l’ eterodossia dei fatti. A modo suo fa sintesi: rivela, denuncia ciò che sta dietro, prende in giro e diverte fornendo il senso del rapporto della società e degli individui col mondo.

La mostra “alCubo” di via Galilei raccoglie una trentina di disegni eseguiti da Corvi per il Manifesto, L’Avvenire, L’Eco di Bergamo, Il Cittadino ed è visitabile nelle giornate di sabato e domenica dalle 10 alle 12, fino al 30 gennaio p.v., prenotandosi a asiamo alcub@gmail.com.

Aldo Caserini

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AL BAR-LIBRERIA MITTEL DI LODI. LE GRAFICHE DI ALEX BORELLI, GRAPHIC DESIGNER, TATTOO, FOTOGRAFO

Alessio Borelli
Sabato 4 dicembre prossimo, alle 19, alla libreria Mittel di Francesco Gesti e Gianni Ronconi in via Lodino 41 a Lodi, il graphic designer, tattoo e fotografo lodigiano Alex Borelli inaugura una esposizione di opere su carta, di diverse date, che riassumono le tappe della sua ventennale carriera grafica, atteggiata a lungo in scelte  compatta e bloccata dall’ immagine femminile. La mostra è un’occasione per osservare con più attenzione gli sviluppi la sua produzione (di cui Formesettanta ha già avuto modo di parlare), aspetto  tutt’altro da trascurare per quanto riguarda l’analisi della sue personalità  e della sua attività, recentemente classificata al primo posto alla XV edizione di The New Gallery con l’opera “Odio”.
Diplomato al Calisto Piazza e ai corsi triennali di arte applicata del Castello Sforzesco di Milano, ormai prossimo agli anni quaranta, Borelli  dopo aver lavorato come barman e tatuatore, sembra  intenzionato a  rioccupare un ruolo  nel mondo multiforme della grafica e in  tutto quello che costituisce “le nuove frontiere” dei media digitali.
Negli ultimi tempi  è ovviamente cambiato, senza troppo variare  le scelte di linguaggio, rimanendo anzi fedele a una narrazione fulminea, da graphic short story,  affidandosi al non detto, all’ allusione e infine alla complicità del lettore.  
Alex non imita, non trascrive, non fotografa (se non in fotografia), modella, lo fa con modernità  di mano e sicurezza, mettendoci il sale di qualche estrosità, adatto a far convivere l’immagine con la comune esistenza.
Nel suo percorso di grafico si possono individuare punti diversi di congiunzione: un certo monotematismo coniugato al femminile, una figuralità soggettistica corrente, un muoversi controcorrente, lontano anche dal “fumetto”, eccetera. .
Borelli sa “leggere il bello” in ciò che lo circonda, è appassionato di arte e sa cosa fa tendenza. Tutte caratteristiche che gli permettono di rispettare nei suoi disegni logiche e dinamiche di sapore contemporaneo e sociali.
È un creativo che impiega la tecnica anc he con comunicazione , ma senza marchi di tendenza. Non ha un elenco rigido di soggetti preferiti. Segue piuttosto un orientamento mentale. Costituisce, per certi versi, non un miracolo ma una piacevole sorpresa se si pensa a quel che produce oggi in città e sul territorio.
Al Mittel, libreria con angolo bar, dove si respirano l’odore della carta stampata e i profumi di vino di marca, le creazioni di Borelli troveranno l’ ambientazione confacente al visitatore per catturare con attenzione simbolismi e surrealismi presenti nel realismo di Borelli e interpretarne la narrazione.
Aldo Caserini.
 

Presentato da Amici del Nebiolo e Unitré Lodi il volume curato da Amedeo Anelli dell’opera poetica di Roberto Rebora

Trent’anni fa (1992), moriva a Milano,, in via Cappuccio, in seguito a una rovinosa  caduta, Roberto Rebora.

Poeta con radici familiari nel Basso Lodigiano (a Codogno), e nipote del celebre Clemente Rebora, fu anche traduttore, giornalista e critico teatrale. Oggi è da tempo un poeta, conosciuto solo da qualche bibliofilo e qualche studioso del variegato materiale e carteggio ordinati presso la Cattolica di Milano e il Fondo Roberto Rebora.

Uno spiraglio d’attenzione gli è  giunto  domenica al Circolo Archinti a Lodi a cura del “Piccolo Presidio Poetico”  emanazione degli Amici del Nebiolo, un gruppo di tenaci divulgatori di poesia, solito a ospitare esponenti del verso, interdipendenti autori di modelli di particolare,  costruzione e messaggio, che insieme a Unitré-Lodi hanno presentato la raccolta Poesie (1932-1991), presenti Amedeo, Lucia Geremia, Luciano Pagetti, Luisa Cozzi Anelli, Isabella Ottobelli, Guido OLdani, Unitrelodi e Comitato Soci Coop Lodi.


Il volume di 400 pagine, edito da Mimesis ( Sesto San Giovanni, 2021,euro 26,00),  con in copertina un calligrafico monotipo di Simonetta Ferrante,  prefato da Luisa Cozzi di “Poetando”, ha prestato alcuni brani  alla lettura di un impeccabile Luciano Pagetti, e si aggiunge alla collana La nuova Rosminiana/  Sezione Poetando del Rosmini Institute. 

Curato da Amedeo Anelli,  raccoglie l’intero materiale poetico di Rebora e si avvale di una introduzione dello stesso curatore del progetto editoriale, un vero saggio pieno di concentrati d’ analisi:  che sottrae il poeta   allo schiumante pentolone del lirismo diffuso,  ne studia i  modelli di organizzazione testuale , coglie  contenuti, rimandi e sviluppi, individua briciole autografe, cancellature e riscritture,  connessioni e  distanze. Un lavoro di qualificata cura. Anelli si era già occupato di Roberto Rebora e della sua poesia  una decina di anni fa, dando alle stampe “Qui sto e tu?”- Interrogazioni sulla poesia di Roberto Rebora (ZonaFranca, Lucca), registando la scelta del poeta di tenere a una debita distanza il lirismo, e il non affidarsi ai facili risultati dei ritmi del sentimento, gestendo un rapporto tra le “parole” e le “cose”  con tecnica  personale, eccetera. Particolari che  hanno trovano conferma nell’opera di antologizzazione.

”Poesie (1932-1991)  costituisce un vero   accertamento, un disegno  dei vari passaggi chiave che hanno delineato il percorso della lingua e degli interessi dell’autore, a cominciare dal brogliaccio tenuto  durante la vita militare e la prigionia fino agli ultimi testi dell’iter creativo, pubblicati in vita  (“Altrove”).

L’introduzione di Anelli trova conferma nella  postfazione di Lucia Geremia, docente di Letteratura italiana contemporanea e custode del Fondo Roberto Rebora, mentre  aggiuntivi elementi d’interesse si leggono nei contributi di Guido Oldani che già sul Melegnanese lanciò fasci di luce su questo uomo pieno di orgoglio e di problemi,   letteralmente dimenticato dall’editoria milanese,  severo e a volte persino irritante nel commentare la Milano di quegli anni e i colleghi poeti che amano le frequentazioni  solo di chi ha “potere editoriale”. Oltre trovare poca sorpresa nei giochi che affidavano alle parole e poche differenze tra loro.

Nella sua analisi Anelli fa risaltare i diversi piani del percorso di Rebora; lo definisce un poeta di parole “sensibili e affettive”, vicino “a una prospettiva neo-fenomenologica” e ai “temi del silenzio attivo”,  interessato “agli enigmi della Natura”. Che sul finire del percorso di vita, mise a segno  veri “affondi” d’assestamento.  Un poeta che solo Vanni Scheiwiller apprezzò e pubblicò. (Aldo Caserini)

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