NEWS/FORME 70 :”PRIMA CHE IL GALLO CANTI”

Ai lodigiani che capitassero di questi tempi nel cuneese, spinti da richiami paesaggistici (vigneti, castelli, aree protette, e naturalmente, le Alpi) o anche solo dalla cucina, dai vini, dal tartufo bianco o dal salame di bue, non trascuri, se gli resterà uno scampolo di tempo, di far un salto a Guarene, un borgo di tremila anime della campagna del Rodero, dove è in corso, nel restaurato palazzo Re Rebaudengo, Prima che il gallo canti, una intrigante mostra curata da Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt.

Vi troverà esposte, una selezione di opere  di artisti internazionali messe sotto protezione pavesiana, il libro di Cesare Pavese formato da due racconti: Il Carcere e La Casa in Collina – da fornire sintesi ai temi narrati. In cui, come è noto, lo scrittore di Santo Stefano Belbo, ha esplorato gli ultimi giorni della seconda guerra  e i modi con cui gli individui li vissero,  affrontando o evadendo le nuove  situazioni  

Nelle cinque sedi dell’allestimento (otre che nella sede della Fondazione sono state adibite tre chiese, una cappella

privata e un ex carcere) sono discernibili i lavori di nomi affermati, tra cui  il performer e scultore statunitense .Matthew Barney, l’italiano Cattelan, la pittrice (di ritratti) e scrittrice cortonese Giulian Cenci, cofondatrice di Tile Project Space a Milano e del magazine online “Kabul,   l’inglese Lynette Yiadom Yiadom-Boaker, figura incline alla ricerca di percorsi dell’intelligenza artificiale; il torinese Mauele Cerutti da anni attento a reinserire nel circuito pittorico, frammenti d’oggetti d’uso quotidiano dismessi, il britannico Dinos Chapman fattosi conoscere in Europa per l’utilizzazione, insieme al fratello, di tredici acquerelli appartenuti a Hitler e autore di un’arte grottesca. Con loro, a contendersi l’attenzione sono: Alis/Filliol,  Chao Kao, Jake e Dinos Chapman, Olga Chernysheva, Hans-Peter Feldmann, Peter Fischli e David Weiss, Isa Genzken, Liam Gillick, Sanya Kantarovsky, Josh Klein, Zoe Leonard, Sherrie Levine, Nathaniel Mellors, Damián Ortega, Elizabeth Peyton, Susan Philipsz, Laure Prouvost, Magali Reus, Pietro Roccasalva, Yinka Shonibare, Andreas Slominski, Rosemarie Trockel,Helen van Meene ,Marianne Vitale, Li Wei, Richard Wentworth,  Jakub Julian Ziolkowski.

Le mediazioni culturali della mostra sono state adottate a conclusione del workshop “Verso. Educazione e mediazione culturale dell’arte” a cui hanno partecipato  studenti della Università e delle Accademie di Belle Arti del Piemonte.

Sedi della mostra:

Palazzo Re Rebaudengo, Piazza Roma 1, Guarene

Ex prigioni, Via Sismonda, Guarene

Chiesa di San Rocco, Piazzetta San Rocco, 4, Guarene

Edicola Cascina di Sant’Antonio, Via Garibaldi / Angolo Via Casoli, Guarene

Prima che il gallo canti – Opere dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo

a cura di Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt -5 giugno – 1 agosto 2021, Guarene

Orari: Sabato e Domenica dalle 12.00 alle 19.00. Ingresso gratuito, previa prenotazione suwww.fsrr.org/prenota-visita o mandando una mail a biglietteria@fsrr.org. Info: +39 011 3797600

Contrassegnato da tag

TACCUINO di FORME 70 – Gli anni Ottanta della pittura italiana a Milano

Mario Schifano : Paesaggio tv – Astronauti

Messi da parte (fin dove possibile) contenuto, forma ed evasione, il realismo espressionista, il dadaismo, l’astrattismo, l’arte povera, la body art, flexus  e tutto quanto  sapesse di avanguardia nata per via evolutiva, una formazione non organizzata di pittori si riconobbe, sul finire degli anni ’70,  a proprio agio sotto l’etichetta di trans- avanguardia coniata da Benito Oliva. Trovò elementi di sostegno nella critica e nell’ informazione specializza oltre che nell’affermarsi di una cultura finanziaria che guardava al prodotto artistico  quale alternatica d’investimento

Affrancati (finalmente!) di muoversi a ventaglio come pareva e piaceva loro, soprattutto svincolati da ogni problematica e  liberi di poter dire addio all’arte ideologica e concettuale di contenuto definito, i primi furono Sandro Chia, Francesco Clemente, Nicola De Maria, Ninno Paladino. Grazie al riconoscimento critico di Oliva assunsero presto una funzione calamitante  nel richiamare un panorama yo-yo, creativo variegato e mobile che  non nascondeva, a sua volta, magari con altre premesse, la delusione verso un’arte radicata ai ritmi statici e resistenti delle accademie  e “teatrali” delle avanguardie storiche . Tra questi Enzo Cucchi, Luigi Ontani, Luigi de Dominicis, Mario Merz e il giovane siciliano Salvo (pseudonimo di Salvatore Mangione), ma anche Emilio Tadini, Mario Schifano, Franco Angeli che fece parte con Schifano della “Scuola di piazza del Popolo”, Enrico Baj, Aldo Mondino, eccetera. Nomi che fanno tutti parte (con altri) della mostra “Painting is barck. Anni Ottanta. La pittura in Italia”  inaugurata l’altro giorno alle Gallerie d’Italia a Milano (piazza della Scala, 6): ventun artisti e 57 opere affidate alla cura di Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

La mostra non fornisce ovvio un quadro organico di tutti i protagonisti, ma di alcune posizioni personali dominanti, quanto basta per essere una mostra importante da non perdere, soprattutto da parte delle nuove generazioni di artisti e da parte della stessa critica, o di quel che è rimasto di essa, per fornire interpretazioni non esteriori.

La mostra milanese fa  cogliere gli enunciati che diedero espressione alle esperienze degli anni ’80, al prevalere di una pratica pittorica “senza nostalgia di niente”, “senza più categorie temporali e gerarchiche”, “senza derive segnate un’unica prospettiva”.

La mostra proseguirà fino 3 ottobre con apertura ininterrotta dalle 9,30 alle 19,30 e chiusura il lunedì

LE TESTIMONIANZE POETICHE DEL 17ENNE ERMANNO MERLO “Nel tempo della casa” “Borse di stelle” due raccolte che dimostrano quanto è capace il giovanissimo poeta lodigiano

Nel groviglio deI tracciati e dei codici guida delle tecniche interpretative, cosa si può dire di un giovane che alle prime esperienze di scrittura poetica rivela sguardo penetrante e sensibilità acuta e fornisce prove stilistiche adulte e autosufficienti?

“Fonzi Merlo”, alias Ermanno Merlo, è un diciassettenne, studia alle Magistrali di Lodi e da un paio d’anni ha rapporto con la versificazione. Sembra semplice e difatti lui ha deciso che con la metrica non vuole avere niente a che fare. Infatti, scrive poesie di predominante discorsività o di realismo ereditato, in cui ognuno potrà tentare di trovare eventuali tracce e corrispondenze con le esperienze di poeti famosi. Le note che Giacomo Camuri ha scritto per “Nel tempo della casa” e “Borse di stelle”-non appiccicano etichette, dimostrano di quanto è capace il giovanissimo poeta.

Ciò che subito, a noi,  ha chiamato attenzione è l’io-poeta, gli impulsi verso l’umano, poi il fatto di comporre versi brevi e compatti, che a volte suonano come colpi di martello e in altre occasioni dolci, consegnati da parole semplici e profonde.  

Naturalmente nella poesia di Merlo c’è anche altro: la sua poesia non cerca di essere oscura, anzi…; la lettura può essere un osso duro, dipende da quel che noi si cerchi e che non sempre è quello che vuole dirci il poeta. La chiarezza è comunque una regola ben collaudata. Insieme a propositi etici e morali Merlo libera sonorità che danno senso, colore, forma anche a delle “sorprese”. Come a quell’ “Io, forse poeta?, che si legge in una forma “haiku” e che non può essere considerata un inciampo ma è il segno di una esplicita  consapevolezza. Almeno per chi non ha aggirato la definizione “esercizi”  con cui è dato certificazione in copertina a tenaci composizioni dedicate al fermentante mondo della natura: dallo scorrere dell’acqua d’estate alla danza delle farfalle, dai silenzi di una preghiera ai moti di un colloquio interiore…

Le poesie di Merlo hanno tutte  data di nascità,’ incipit tra il giugno 2019 e il dicembre  2020, Avviate alla stampa da “Media&Grafica” di Lodi sono editate in due volumetti  da “Laboratorio degli Artefici” (Associazione culturale di Teatro Scuola Poetica Ambiente e Poesia). Con le illustrazioni di copertina della grafica codognese Sabrina Inzaghi eda Marcello Chiarenza un artista che sta da  decenni  nella figurazione simbolica. Le introduzioni di Giacomo Camuri  rivelano la loro consistenza sin dalle titolazioni: Una voce fuori campo, Dare forza alla vita. Oltre a tracciare il ritratto del giovane poeta dicono molte cose interessanti sulla vita stessa della poesia. A noi non resta che qualche qualche filamento di commento  

Il primo: è la scelta, non convenzionale, di un giovane che si dedica a una poesia di Valori.  Merlo non scrive giochi verbali, consegna una scrittura concisa, essenziale che sfreccia veloce tra pensieri, sentimenti, aspirazioni, emozioni … E non “carica” il lettore con rappresentazioni mentali o contenuti inafferrabili e insensati..

Il secondo: è una fucina di idee. Merlo non tiene nascosto nulla: sogna, si arrabbia, riflette, denuncia, parteggia per l’umanità dolente e tante altre cose che spesso i poeti d’oggi neppure sfiorano. Mentre lui sa rimettere in circolo parole che la poesia ha messo in disuso: intrattiene con le stelle, i tramonti, accende il semibuio che è nel cervello con la bianchezza della neve, i campi e di grano che invocano il sole. I suoi versi contengono un assortimento di inviti: ad  ascoltare il vento, a fermare lo sguardo sul paesaggio, a scrutare le rondini che volano tra i tetti, a godere la pioggia, ad ascoltare la voce del mare. Tutto senza slogan né ad allegorie simboliste, senza vetrine “sentimentaliste” e magniloquenze retoriche.

Il terzo: Non è una poesia chiassosa ne pedante. Raro s’incontri in essa qualcosa di estraneo alla nostra vita. Le parole usate non “dipingono” astrazioni immaginative. Merlo descrive, racconta, commenta. Rallenta solo su dettagli importanti dei giorni di attesa e di quelli di festa.  Ritmo e musica sono dentro.  Nell’uso delle parole si avverte la convinzione del poeta di farsi sentire. Non di “nevrotizzare” il lettore. Ermanno. Detto Fonzi dagli amici, scrive secco, stringato, non introduce dati eterogenei. La via migliore per farsi leggere e conoscere.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

GESTO, MATERIA E OLTRE L’INFORMALE: Due antologiche di Franco Debernardi a Padova e nel Ragusano





f

Fermato (si spera) Covid-19, e riattizzato un po’ di quel fuocherello di curiosità e di interesse che i lockdown e i contagi hanno ridotto a residuo cenerino, ora anche le gallerie d’arte si stanno risistemando per rilanciare l’offerta, e riprendere quello che prima dello sconvolgimento era considerato un “requisito” di promozione che dava: visibilità e riscontro a opere e ad artisti che il brutale finimondo avrebbe poi rassegnato alla segregazione.

Franco Debernardi, uno degli artisti lodigiani di maggior spessore, ha saputo fare muro all’infestante proliferazione virale implementando la propria ricerca tra gesto e materia oltre l’informale. Ora ha anche risolto di cercaew “visibilità” e di  misurarsi su un fronte più largo dell’alaudense. Fuori dalle cosiddette “gabbie” che il “sistema” lascia immaginare – da sempre accorto a restare lontano dalle vetrine pubblicitarie – ha messo in camtere due  mostre nazionali: la prima alla Maison d’Arte di Padova, presso la sede del Circolo associativo di via Santa Sofia, 92, affidandola alla presentazione di Carla d’’Aquino Mineo; l’altra, in funzione integrativa del primo pervorso e allestita a Movic Spazio a Sicli in Sicilia, cittadina della Val di Noto patrimonio Unesco e nota per le storie del  commissario Montalbano.

Le due iniziative mirano a un aggiornamento della crtitica dell’artista, pittore che ruota alla esplorazione delle potenzialità del soggetto-materia, e che ricorre a un uso bidesionale delle colle, da lasciare tracce segniche sulle ardesie e sui  fondi procurati attraverso plastiline e le tecniche miste. ll risultato è consegnato da  una “calligrafia” che pur passando da un supporto all’altro. da una tessitura di pura sensibilità a scelte dai richiami naturalistico-materici,  non rinuncia mai al proprio stile.

Nel quadro riassuntivo delle due esibizioni annunciate non potrè in ogni caso  escludersi qualche discostamento procurato dalle procedure e dalle tecniche d’uso dei materiali percettivi e connotativi. De Bernardi è  un pittore che però ha sempre saputo mantenere coerenza, dal garantire efficacia alla meraviglia delle immaginazioni quando tesse trame del mondo, sia quando coglie sensibilità endogene. Da dare forza di costruzione e di comunicazione a un disegno vario e autoespressivo, dove l’anima vive nel gioco delle sensazioni, del reperimento del senso esprimendosi in austera solitudine.

Aldo Caserini

Maison d’Art:  Antologica di Franco Debernardi: L’ultima avanguardia tra il reale e l’immaginario, dal 14  giugno all’11 ottobre – Padova, via S.Sofia n.22 –  Dal lunedì al venerdì

Movic Spazio : Antologica di Franco Debernardi: Oltre le avanguardie storiche. Il dinamismo visivo di F.D  –  Scicla (Ragusa), via Alemanni, 21 – Dal 16 ottobre al 1 novembre, dal lunedì al sabato

IL LODIGIANO ALBERONERO (LUCA BOFFI) A BOLOGNA

IN UNA RASSEGNA STORICA DEDICATA AL DISEGNO ITALIANO

Luca Boffi all’anagrafe, Alberonero in arte, è un giovane trentenne nato a Lodi,  fattosi riconoscere (quindicenne) come writer  che realizzava figure personalizzate sui muri cittadini  servendosi di bombolette spray, Da una decina d’anni, dopo essersi  laureato in Interior Design al Politecnico di Milano e in Visual Display alla Bocconi trasferitosi a Milano si dedica a  interpretare forme essenziali e sintetiche  che riducono gli elementi del linguaggio visivo ai minimi termini.

Agisce seguendo una sorta un istintività ragionata incanalando attraverso  differenti tinte, sensazioni e stati d’animo all’interno delle figure rappresentate e con esse muove sensazioni ed emozioni differenti. L’idea è quella di una costante e quasi impercettibile mutabilità dei colori. Dove, il cambio lento ed inesorabile dei colori raffigura quelle che sono le percezioni umane, in balia del vento del cambiamento costante che ne investe la forma e l’aspetto finale.

Nell’ultimo quinquennio Alberonero è andato via via ad incrementare le presenze espositive in Italia e all’Estero attraverso  personali e collettive. Ne citiamo alcune: Spazio Arte Bpl col Collettivo Sinaps a Lodi, Art Basel Miami, Campidarte in Sardegna, Sal Music a Oppido, Move a Perugia, Festival di Ucraina; ex Dogana di Roma, Move di Perugia, Mescita Visual Think, Fondazione Credito Valdinievole…eccetera

In questi giorni  è presente a Palazzo Paltroni, a Bologna dove è in corso, fino al prossimo 24 giugno la mostra-compendio dal titolo “141.Un secolo di disegno in Italia”, a cura di Maura Pozzati e Claudio Musso.Parte dalla prima decade del Novecento e finisce con gli artisti dei giorni nostri.

Promossa e organizzata dalla Fondazione Monte di Bologna e Ravenna  rientra nel progetto “Art City” e costituisce uno spaccato delle infinite possibilità offerte da una tecnica antica che non manca, ancora una volta, di sorprendere con la sua incredibile attualità. Nell’intervento Le mani pensano quando disegnano Maura Pozzati annota: «questa mostra su un secolo di disegno in Italia in fondo è un omaggio a chi ama il disegno, a chi si fa emozionare dal segno, a chi ricerca nell’arte la traccia di una espressione libera, di una energia accumulata, di un pensiero ossessivo». E a sua volta, Claudio Musso aggiunge: “Il disegno come il linguaggio, è materia viva, pulsante, brulicante di vita indipendentemente dalla data della sua creazione, tende inoltre a rigettare schemi e regole se non autoimposti e si presenta a tutti gli effetti come un processo creativo che non si esaurisce nel rapporto tra l’artista e la sua creazione, ma che viene sollecitato e riattivato da ogni singolo osservatore».

La mostra è accompagnata dal volume Corraini Edizioni, realizzato dallo Studio Filippo Nostri, pensato come una raccolta di schede organizzate in ordine di nascita in cui ai lavori sono affiancati testi degli artisti legati all’esperienza del disegnare. Oltre alle riproduzioni delle 141 opere in mostra, il catalogo raccoglie il pensiero degli autori in forma scritta affiancando ai paragrafi dedicati ai maestri  e tratti da libri spesso introvabili, numerosi inediti commissionati ai contemporanei.

Contrassegnato da tag , ,

UNA “PLATEA” PER LE AVANGUARDIE. Al via a Palazzo Galeano con Marcello Maloberti lo spazio espositivo su strada, nel centro di Lodi

Marcello Maloberti

“Platea” è una nuova associazione culturale nata nel 2020 a Lodi dall’iniziativa di un gruppo di amici appassionati di arte e architettura, con l’obiettivo di sostenere i giovani talenti e la produzione artistica dando vita a un dispositivo di presentazione d’arte sul territorio lodigiano con un orizzonte internazionale. Claudia Ferrari, Laura Ferrari, Carlo Orsini, Luca Bucci, Lorenzo Bucci e Gianluigi Corsi sono i soci fondatori.
Presieduta da Claudia Ferrari, Platea prende casa in uno spazio essenziale, con affaccio su strada, ricavato nei vani della portineria del secentesco Palazzo Galeano, con un intervento di restauro e ridisegno funzionale volto a costruire una vetrina display a fruizione gratuita e continua: inaccessibile dall’esterno, ma sempre aperta e disponibile alla visione.  Una soluzione di arte pubblica che si prefigge di generare incontri inattesi, offrendosi allo sguardo di chiunque attraversi il centro cittadino: esperti, appassionati, curiosi o semplicemente passanti distratti. 
Platea deve il suo nome – che contiene un preciso intento programmatico – a una generosa concessione dell’artista Marcello Maloberti, lodigiano di nascita, che, nel fare dono all’Associazione di quello che avrebbe dovuto essere il titolo di una sua nuova performance, ha detto: “Platea è l’omaggio alla città. Il nome dello spazio sottolinea l’importanza del pubblico, disposto in una grande ‘platea’, che poi è la città di Lodi, ma anche, citando Harald Szeemann, la ‘platea’ dell’umanità. E per me, il pubblico è il mio corpo.”

” Da questo gesto si è sviluppato il progetto culturale votato al sostegno delle più giovani generazioni creative, attraverso la costruzione di collaborazioni con artisti affermati, chiamati in veste di “numi tutelari”, e con il coinvolgimento di gallerie d’arte contemporanea d’eccellenza.


Il progetto si basa sul concetto di “platea”, intesa anche come modalità molto attuale di esporre, di organizzare il display, in cui l’opera si offre allo sguardo del passante che inconsapevolmente la incrocia sul suo cammino. Per questo motivo, le opere che comporranno i cicli espositivi protagonisti di Platea saranno selezionate per la loro capacità di suscitare “un incidente di sguardo”, come annunciato nel Manifesto composto dall’associazione.

Platea disegna progetti espositivi in più episodi, autonomi ma coerenti. Il calendario prevede una sequenza di mostre personali che insieme compongono un percorso interconnesso grazie al rapporto dialogico tra un gruppo di giovani artisti e un maestro. Pur riconoscendo a ciascuno un momento dedicato, in cui presentare il proprio lavoro in autonomia, tutto il progetto si fonda sulla presenza sottesa di un dialogo virtuoso tra i giovani artisti invitati e un artista di chiara fama ed esperienza, riconosciuto dal gruppo come maestro.

A inaugurare Platea | Palazzo Galeano, mercoledì 9 giugno 2021, sarà proprio Marcello Maloberti (Codogno, 1966), con un progetto multiforme realizzato in collaborazione con la Galleria Raffaella Cortese. L’intervento comprende la grande installazione fotografica “Trionfo dell’Aurora” (2018) e una performance. Il tutto sarà anticipato da un manifesto – Martellata dedicato a Platea, che sarà collocato in tutte le vetrine del centro cittadino.

Artista di fama internazionale, Marcello Maloberti è il “nume tutelare” del palinsesto espositivo d’esordio coordinato da Francesca Grossi, che si svilupperà successivamente attraverso gli interventi di quattro giovani artisti: Vittoria Viale, Giulio Locatelli, Silvia Berry, Vittoria Mazzonis. Ciascuno di loro presenterà per un mese un’opera originale, pensata appositamente per Platea, con l’obiettivo di instaurare un dialogo inatteso con tutti coloro che attraverseranno il centro cittadino.  

Con l’inizio di questa avventura, Platea | Palazzo Galeano si propone di dare impulso a un nuovo ecosistema relazionale in città, basato sulla condivisione di valori culturali ed estetici, invitando il pubblico e la cittadinanza alla partecipazione attraverso formule diverse di mecenatismo, al fine di rafforzare il senso di comunità e responsabilità civile.  

Il progetto Platea | Palazzo Galeano è realizzato anche grazie al supporto dei main partner Ferrari Giovanni Industria Casearia Spa e Consorzio Tutela Grana Padano e ai partner tecnici Solux Led Lighting Technology e Verspieren Broker di Assicurazione.

Intervengono:
Claudia FERRARI, Presidente dell’associazione
Carlo ORSINI, Direttore artistico

Modera:
Lorenzo RINALDI, Direttore de Il Cittadino

L’appuntamento è aperto a tutti nel rispetto delle disposizioni per il contenimento della diffusione di Covid 19. Si ricorda di indossare la mascherina e di mantenere il distanziamento sociale.

MERCOLEDI’ 26 MAGGIO ALLE ORE 18.00 – PRESTAZIONE DELLO SPAZIO ESPOSITIVO

Daniela Marcheschi (Kamen’) sulle lezioni di Vittorio Sermonti “non utilizzate”

La lucchese Daniela Marcheschi, colonna portante della rivista Kamen , studiosa e critico, docente di letteratura e antropologia delle arti, saggista di fama internazionale, autrice di numerosissimi saggi di tematiche letterarie, non ce l’ha fatta a non dire la sua per come sono (o non sono) utilizzate le celebrazioni dantesche: Per chi vuole conoscere cosa ne pensa, proponiamo uno stralcio del suo intervento apparso su facebook.

Giuseppe Antonio Borgese si lamentava, e molto nel 1921, di come Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio fossero stati male utilizzati nelle celebrazioni dantesche, di cui denunciava la pochezza; e si augurava che, nel 2021, gli Italiani potessero fare molto meglio. Invece abbiamo avuto finora, in genere, spettacoli, e alcuni purtroppo modesti: intellettuali (molti “poeti”), che non hanno riconosciuto neanche una cesura o un enjambement, con quanto essi comportano sul piano della lettura della Commedia. Quanto si rimpiangono le belle lezioni-letture di Vittorio Sermonti, di cui anche Gianfranco Contini aveva grande rispetto! Su youtube c’è qualcosa di Sermonti, ma se la RAI intanto ne rimandasse in onda qualcuna?

Comunque, un fatto è sicuro: quel discorso, che oggi una certa critica pubblicitaria giudica o chiama “poesia”, e’ solo autoreferenziale, talmente narcisista che la musica dei significati non conta più. E la musica dei significati e’ anche l’ascolto a voce alta, il collocarsi fuori da sé per disporsi a incontrare gli altri. Ma tanto qual è il problema per chi ha ambizione di allineare parole nell’abbondono in cui versa oggi la critica? Si mettono in vista un po’ di viscere, si usa un poco di poetese medio, poi bastano un po’ di cinismo, le clientelate giuste, e il poeta è fatto… (Daniela Marcheschi)

Contrassegnato da tag ,

L’ADDA ABBANDONATA DAI PITTORI DI CASA

“Addio, fiume, che dal principio del mondo scorri/e scorrerai incessante come l’umano pensiero!(Cesare.Cantù)

Diversa è l’Adda lodigiana dell’Adda lacustre che il Manzoni lascia immaginare. Ciò naturalmente, ma anche per la diversa intensità dell’intervento antropico. Più di altri fiumi, assicurano gli specialisti, l’Adda ha volti distinti e dissimili. L’acqua è la stessa che nasce in Val Fraele, ma superata Spino si mette a fare sul serio, diventa adulta. Non cerca più spiegazioni geologiche al suo arzigogolare, obbedisce solo al richiamo di condursi sapientemente alla foce: e attraversando il Lodigiano il grande fiume parla la sua voce, acquista pienamente l’aspetto di fiume di pianura, sceglie di essere non solo bello per le sue lanche e le sue mortizze, per i suoi isolotti ghiaiosi, la fauna acquatica e le colonie di anatidi, ma utile. Intendo dire, un fiume generoso.

Prima del ponte di Lodi in onore di Napoleone, l’Adda cancella le leggende popolari del lago Gerundio e del drago Tarantasio e fa posto a storie di natura, agli aironi rossi e alle bianche gazzette. E, seppure tra i segni devastanti delle cave, il paesaggio regala ancora immagini di riposo e consolazione, su cui la ‘tavolozza’ leggera vi si adatta piacevolmente.

I suoi boschi – l’oasi di Zelo, quella di Belgiardino, la Valgrassa, il Casellario, quella di Montodine e di Cavenago, ecc. – offrono un’atmosfera ovattata, un silenzio irreale, solo il fragore dell’acqua che raramente passa le barriere di robinie, pioppi e arbusti. Le frotte di ‘domenicali’ che si accampano sui gerali con ombrelloni, transistor e scorte di lattine, li rendono meno idilliaci, ma confermano le straordinarie potenzialità dei luoghi che gli Amici del Burg  vorrebbero rilanciare.

Nella ricchissima vegetazione si può sempre riconoscere qualche esemplare di castagno, frassino, sanguinello, ciliegio selvatico, salice o gelso (il muròn,  come lo chiamava mio padre mezzo secolo fa, pianta tanto casa al baco da seta e di cui si sono perse le tracce). Negli acquitrini germogliano canne palustri, rigogliosi muschi d’acqua, la minuscola lenticchia e il candido ranuncolo, mentre nelle radure occhieggiano ciuffi di corolle rosa-violetto (i cosiddetti denti di cane), piante pelose di verbasco dalle foglie giallo-oro, iris e campanelle di ogni sorta.

Peccato siano pochi gli artisti – per struttura mentale e morale – penso in particolare ai pittori e ai poeti – disposti a cercare, ciò che ancora resiste in questo paesaggio dell’Adda lodigiana. Intendo dire: non la letterarietà e nemmeno la sommarietà, ma il filo conduttore per il quale siamo vivi e operiamo, l’interna plasticità propria al sentimento unitario del lavoro e del pensiero. E dei pochi, forse nessuno è più capace di provare l’insoddisfazione e la pazienza di un Giuseppe Vailetti davanti agli alberi che mettono foglie verdi, e a chi mi capisce, verde cinabro e verde cobalto chiaro.

Diceva il vecchio pittore Maiocchi che tante foglie di questo colore si chiaman Primavera, e il maestro Monico era pronto ad aggiungere che la primavera si chiama Foglie. Un verde più scuro anticipa un’altra stagione, modifica i rapporti riflessi nelle acque degli alberi d’alto fusto che le accompagnano dalle rive e creano scenari di piani diversi.

Mancano, ci mancano, dicevamo gli artisti capaci di vincere la brevità, di avere la pazienza dell’Adda che scorre e degli alberi che mettono foglie verdi, senza l’impazienza di mutare troppo presto il colore; artisti capaci di star fermi a guardare, per poter dire “Dio!” con l’intensità con cui oggi noi davanti alle loro opere diciamo “acqua”, “foglia”, “colore”.

I pittori d’oggi hanno tutti una strana fretta, il loro linguaggio non puzza più di terra e di sangue, sono ferocemente portati alla sbrigatività, a velocizzare le forme che cambiano dal mattino alla sera, prima ancora di diventare linguaggio; non si vedono più coi cavalletti sulle rive del fiume, pazienti e pronti a catturare la luce, e anche le ombre che sono movimento e colore.

Il paesaggio del fiume richiede coagulo di stile e mestiere, una capacità di visione, un raggrumarsi dei grassi e del sangue in un equivalente coagulo di materia colorante, una identità di fenomeno.

Altro che cantonate romantiche! Richiede un prezzo alto “fare” l’Adda: senza che sia urlo e violenza; richiede lo sguardo e l’ascolto, forza di distinguere e penetrazione. Come la nebbia leggera del mattino, la cognizione è patrimonio della luce del giorno, non dei subdoli residui notturni del sogno. L’Adda non si incontra con la fretta dell’insolito. Chiede la pazienza dell’addizione, la costanza di accumulare giorno a giorno. Solo chi si veste di questa virtù può sperare di cogliere come si forma l’armonia dello scorrere delle acque, o della luce su un campo non appena sciolte le nebbie. Il suo è un invito di poesia; e un invito di poesia è la prerogativa e la finalità di ogni forma d’arte.

ALDO CASERINI

Contrassegnato da tag , , , ,

Il bestiario di Beuys a Spazio Arte Bipielle

Una riflessione dell’ espressione artistica, nutrimento dell’arte visiva al di là della semplice imitazione del “vero”

Angela Vattese, affermata storica e critica di arte contemporanea, nata ad una cinquantina di km da Lodi, a Treviglio. Docente universitaria a Venezia, già presidente di giuria alla Biennale e direttrice della Galleria Civica di Modena, nota per numerosi saggi dedicati alle nuove tecniche dell’arte e per essere stata direttore artistico ad Arte Fiera di Bologna, eccetera.

L’ enunciato che il linguaggio possa inglobare “ogni mezzo e cosa” è divenuto oramai assioma: l’arte – è il concetto riconosciuto da molti –  può anche non fondarsi sulla mano che produce forme, ma  semplicemente su elaborazioni mentali, idee, pensieri, concetti, dichiarazioni, riflessioni, teorie, ideologie, concezioni del mondo… Da qui un’ arte oggi consegnata “alle parole” ( di storici dell’arte, letterati, critici, giornalisti, poeti…). In sostanza: un  ribaltamento o “ridefinizione” o “un ricominciare daccapo. Non distante dalla “rivoluzione” metapolitica immaginata dal tedesco Beuys (1921-1986) , l’ artista-teorico del fare arte semplicemente “piantumando un albero”, reso celebre con la sua retrospettiva al Guggenheim di N.Y., e proposto nel 2007 a Lodi da “Naturarte” nel 2007  con la piantumazione alle Caselle di una quercia.

Che quell’ “evento” nessuno lo ricordi in città, tranne forse gli organizzatori e Lucrezia De Domizio che lo patrocinò, non può cancellare ciò che Beuys è stato ed ha rappresentato: patrocinatore di un’arte intesa come-“presa di coscienza”. da “far prendere consapevolezza all’uomo delle sue possibilità creative…”. Che lo collegassero “verso il basso con la terra, la natura, le bestie; e verso l’alto con gli spiriti». Questa, detto con approssimazione, la poetica di  Beuys, celebrata a Bipielle Arte a cura della Fondazione bancaria sotto la titolazione: “Omaggio a Beuys: Il bestiario di BeuysDocumentazione fotografica, video e azioni

Il tema dell’animalità è ricorrente in numerosi percorsi di artisti. Del passato e della contemporaneità. Oggi si incontrano facilmente coloro che lo propongono, un po’ come proporre battaglie per l’ecologia e salvaguardie della natura..

Si può dire che, anche perché non costa niente, che il bestiario di Beuys e la sua “didattica”, rientrino nella complessa trama che avvolge le relazioni uomo-animale. Un percorso che da sempre è stato dominato da “visioni”, tradotte dagli artisti delle diverse avanguardia, dai militanti del realismo a quelli del naturalismo accademico, dai surrealisti tradizionali a quelli irrazionali o dagli “strani” dell’ultima ora ecc. Una conferma che qualcuno ha notato nei quaranta pittori, illustratori e grafici, che col progetto Artepassante  Renato Galbusera e Francesca Vitali Baldini hanno organizzato in una mostra /”Animalia”) a Spazio Arte Bipielle di via Polenghi a Lodi. Al nodo concettuale dell’iniziativa è stato successivamente agganciata la declinazione-omaggio a Joseph Beuys  nel centenario della sua nascita ristretto alla presenza di animalità nelle sue trame espressive. Un tentativo rivolto (si suppone) a rilanciare lo sciamanesimo dell’artista, tecnica antichissima, consistente nell’affermare la relazione dell’uomo con ogni altro essere e cosa, .umani, animali, vegetali, essere spirituali ecc. al fine di creare un sostegno attivo fra tutte le forme di vita.

Contrassegnato da tag , , , ,

Teodoro Cotugno: La grafica d’arte sottratta all’emergenza Covid-19

In tempi di pandemia, di vaccini, di lockdown e di tante altre cose, può avere senso parlare di pittura e di artisti, senza finire nelle trappola (involontariamente, s’intende!) della comunicazione ?
Con gli artisti ridotti all’inoperosità e all’isolamento il rischio è di dare alla pittura un significato distraente, dopo essere stata a lungo utilizzata da predicatori fuori d’ogni regola e usata per messinscene che nessuno ricorda.
Fatto lo spulcio delle abitudini che ci hanno cambiato l’esistenza quotidiana quelle  risultate positive sarebbero, almeno un paio: il riavvicinamento dei pittori al paesaggio ( come assicurano alcuni osservatori);il ritrovato interesse per la lettura e i libri ( questo dicono le statistiche editoriali). Al contesto sarebbe anche da computare l’attività di quei pittori che  non hanno messo in quarantena – causa il Covis-19 – il loro rapporto con l’arte visiva.. Tra questi è senz’altro Teodoro Cotugno, che qualche tempo fa ha selezionato un gruppo di chine e di acqueforti per “Santangiolina”. La raccolta merita almeno una segnalazione. Raccoglie infatti un insieme di immagini con cui lo “staff” guidato da Antonio Baietta ha inteso ricordare il cinquantesimo della costituzione societaria (1961) offrendo una simpatica sintesi visiva dell’ irradiamento della fattoria sui territori oltre che alaudensi, cremonese (Dovera, Pandino, Crema, Caravaggio),  milanese (Chiaravalle) e mantovano (Volta Mantovana).

Nello-studio-2003

L’iniziativa si avvale di un deciso magnetismo, da un lato documenta le attività d’impresa della cooperativa, dall’altro offre la dimostrazione del naturale senso della composizione coltivato dall’artista nonché la esclusività semplice ed efficace delle sue “tirature”.  Le stampe oltre che richiamare l’attenzione sulle soluzioni che ne arricchiscono il linguaggio grafico (materiali, procedimenti, segni ecc.) suggeriscono e accompagnano il fruitore nell’indagare i significati su cui l’autore è poeticamente da una vita.
La natura, la terra, l’acqua, le piante, i fiori, i vigneti, le stagioni, le località, i monumenti, l’urbanistica agreste eccetera hanno una originalità generativa che permette, anche in momenti particolari e difficili come quelli attraversati, di conferire uno sviluppo ai temi-soggetto sviluppati dell’artista, contrassegnandone ulteriormente il percorso di grafico d’arte di fama nazionale oltre che di pittore.
Il sentimento della natura è l’asse portante della produzione artistica di Cotugno. In esso sono rintracciabili le corrispondenze espressive, morali e le analogie spirituali di cui si è tanto parlato e scritto. Quello che l’artista vede e trasferisce sulle lastre (o sulle tele) non è semplicemente “paesaggio”. E’ un modo  di vivere la natura, di frequentarla, scoprirla, apprezzarla, difenderla, un modo che porta oltre la natura stessa, tanto che i contenuti sembrano essere a volte altro . Cosa intendiamo dire? Che rispecchiano un oltre il linguaggio tecnico- espressivo e la poesia che esso declina tradizionalmente declina. Rispecchiano un  movimento parallelo dell’anima.

Nei “fogli” cotugnani la natura è come un racconto unitario della natura e della vita. L’artista lo scorre con “chiavi” diverse (non opposte o contrapposte). A voltela chiave semplice, dolce, serena. Bucolica direbbe un qualche professore di letteratura. A volte caricando la poesia di contemplazione e sentimento, Ma non per questo rinuncia a fornirli di una chiave che è quella della descrizione del reale in cui egli libera, in senso composito, le componenti naturaliste egli aspetti della vita: la storia dei luoghi, la fatica nei campi, la geometria delle colture, la storia attraverso i monumenti, il sentimento religioso e popolare rappresentato dalle chiese,
Davanti ai suoi lavori, diceva lo scrittore cremasco Gian Franco Grechi presentando la serie preziosa di cartelle dedicate alle cascine del lodigiano, non ci si sottrae a qualche citazione. Per intenderci: la poesia è vita e la natura poesia, sosteneva il poeta greco Elitis (Nobel, 1979), così per Cotugno dipingere e incidere è vivere la natura. Ciò lo spinge oltre la natura, facendo si che l’argomento non sia più solo la natura, ma un movimento parallelo dell’anima.
Nella sua arte, rigorosamente descrittiva  non c’è solo la poesia della natura, ma è possibile cogliere insieme proiezioni di movimento segreti, interiori, prolungamenti del semplice riscontro figurale.

Aldo Caserini