XX Carte d’Arte : Ricordo del maestro stampatore Franco Sciardelli

 

La XX edizione di Carte d’Arte, la consueta rassegna di grafica d’arte curata da Gianmaria Bellocchio, dedicherà quest’anno una delle sue “stanze” d’esposizione a Bipielle Arte a ricordare l’editore-stampatore Franco Sciardelli, un artigiano-artista che nella grafica (in particolare xilografia, litografia, acqueforti originali), in oltre cinquant’anni d’attività, seppe affermare la propria eccellenza pubblicando edizioni limitate di grande raffinatezza ( Guttuso, Migneco, Dova ecc.)
Leonardo Sciascia, che con lui lavorò a lungo, di lui disse che era uno degli stampatori più appassionati che conosceva, “forse il più appassionato”. E Franco Melotti ricordò le sue inalberate ” contro le licenze – per lui incomprensibili – con cui l’arte a stampa si adeguava, o meglio si prostituiva.
Nato a Palermo nel 1933, Sciardelli si trasferì a Milano nel 1949 a seguito della famiglia e iniziò a interessarsi di grafica non ancora ventenne. Pochi anni e divenne uno stampatore ricercato, elegante, e un collezionista esigente e originale. Si mise a trafficare coi libri, la carta, le parole, l’arte, a editare riviste e a stampare volumi preziosi, in edizioni esclusive e tirature limitate.
Di Sciardelli anche i lodigiani hanno qualche piccolo ricordo da vivificare: la cartella realizzata sull’Incoronata, con una acquaforte di Teodoro Cotugno e il volume sull’Ostensorio Ambrosiano del vescovo Carlo Pallavicino, con un intervento sempre di Cotugno oltre che un paio di xilo fatte stampare da Ugo Maffi e un disegno di Bucci che ritrae Ada Negri. Non è esagerato affermare che ha contribuito a far conoscere quell’arte riservatissima e originale fatta di segni, linee, tramature, varianti, varchi, congiunzioni, il misurabile e il non misurabile, che è appunto l’incisione, fatta di attenzioni critiche, di profondità e ampiezza di visioni.
L’attività editoriale a Milano prese il via i primi anni Sessanta in via Palermo, ponendo le originarie attenzioni ai giovani ( Antonietta Viganone, poi divenuta sua moglie, Nastasio, Mandelli, Guerricchio), e presto a Castellani, Reggiani, Manzoni, Maino, Giovanola, Francheschini. Nel 1962 trasferì l’attività in un sottoscala nei pressi del Giamaica di via Brera, incontrò Alberto Mondadori, apri una libreria de il Saggiatore, sviluppò l’esposizione “Il Mulino” proponendo Viani, Morlotti, Bartolini, Bueno, Kubin eccetera.
Allora amava comporre coi caratteri mobili a mano. Con l’avvento della fotocomposizione non li abbandonò del tutto, solo accolse il procedimento con la consapevolezza che “un’opera poteva assumere valore anche attraverso l’adattamento alla tecnologia disponibile”.
E venne l’acqua di Domenico Cantatore vide luce in via Ciovasso dove s’era sistemato dopo avere chiuso con Alberto Mondadori e li avviò le collaborazioni con Giancarlo Cazzaniga, Franco Rognoni, Remo Wolf, Aligi Sassu, Mimmo Paladino, Walter Piacesi…
L’omaggio che Carte d’arte gli dedica per ricordare la sua attività è da salutare come un “evento”, una scelta che servirà, speriamo, a far allargare lo sguardo e aprire la riflessione su un mestiere che non cessa di sedurre i patiti dei libri d’arte.
Sciardelli considerava l’editoria grafica un’arte, assai più di un’arte d’artigianato. Una missione più che una professione. Se tutto questo è vero – per lui lo era certamente – ciò non è solo molto bello, conforta e consola in tempi tanto grami per le stampe d’arte. Gli editori- stampatori di grafica sono, per loro stessa ammissione, strani personaggi. Una via di mezzo tra gli artisti artigiani e i cultori collezionisti, che “per vocazione, passione e un po’ di incoscienza si mettono a far da tramite tra gli uni e gli altri”. A volte ci azzeccano, altre no. Sciardelli ci azzeccava abbastanza. Prima che tutto il resto, la sua vita e le sue vicende editoriali e di stampatore oggi ci raccontano un intero mondo.

 

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Prossima personale di Marcello Maloberti alla galleria di Raffaella Cortese

Marcello Maloberti, codognese di nascita (1966), l’ infanzia giocata sul Brembiolo, indicato per questo dai casalesi come “uno di loro” ma milanese da quel tempo, ora con studio e abitazione in Porta Romana, in via Lattuada, è un artista straordinario, un performer che mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, sguardo, teatralità; quanto serve a differenziare o ad assottigliare differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice o viceversa.
ritratto-Maloberti-orizzPerformer è oggi come una parola d’ordine, un segno di riconoscimento che dà lasciapassare a tante altre cose insieme: creativo, inedito, innovativo, inventivo, fantasioso, singolare, originale…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio figurato dei simboli una creatività artistica che rimodula percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Allievo di Luciano Fabbro a Brera – scultore e scrittore, in stretto rapporto di pensiero ed elaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani nel giocare sugli accostamenti tra materiali e iconografie feticistiche o simboliche – Maloberti, come il suo maestro, muove dalla convinzione che “l’arte è ciò che trasforma”, e che “non si può essere creativi a comando”, “le idee più belle vengono dal dialogo”. Ma perciò richiede coraggio e fantasia “in grado di imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione che si generano nel nostro cervello.
In questo modo l’attività artistica del performer (interprete, manipolatore, inventore, giocatore, “attrattore”) serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone magari in cucina attorno a un tavolo coperto da una plastica quadrettata di bianco e rosa, dove “ci si può rinfrancare le idee”. L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga.
Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro. Come in Vir temporis acti: un ragazzo seduto sul pavimento che senza sosta ritaglia immagini neoclassiche. Per farne cose? Con quale significazione? Quale valore di rinforzo? Quella del ritagliare immagini non è nuovo in Maloberti, se ne è valso anche in altre performance: “Ritagliando do nuova forma alla materia della carta e della immagine e coltivo una mia sana ossessione; è¨ un gioco di cui tutti hanno esperienza. In questa azione la pesantezza del marmo e la fisicità della materia vengono alleggerite. L’atto riporta in vita le immagini, le rende tridimensionali, permette di farne un’ ìesperienza diretta. Preferisco ritagliare il marmo, la pietra e le montagne che il cielo e il mare.”
Circus Revival, riproposta a giugno a Palermo (duecento specchi appesi sotto un tendone di mercato, illuminato dai fari delle auto) introduce invece sulla scena varianti “felliniane”, fatte da infinite visioni che fan vedere più dell’occhio nudo, e “l’ironia e l’assurdo” aiutano a “meravigliarsi del mondo” e all’artista di “trovare sintesi”
L’arte di Maloberti è fonte di infinite visioni. E’ un’arte che “parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione. Segue un po’ L’Italia capovolta di Fabro. L’universo visionario è fatto di immagini e parole che si rincorrono in uno spazio mentale in tutte le direzioni. Si pensi a Metal panic ( all’eccentrico Spazio Raum xing di Bologna), dove un gruppo di uomini fu messo a reggere un tubo di ferro. A significare cosa? Quale ambiguità? Quale discontinuità? Con quale ammonimento?
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.
Una sua personale è intanto annunciata da novembre a febbraio alla galleria di Raffaella Cortese in via Stradella a Milano. Maloberti ci dirà qualcosa di più e di nuovo. Come conviene a un sottile e perseverante creatore di sorprese, di scoperte e riscoperte, di rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale e lacerazioni del lessico, di ossessioni e di caos, sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente.

 

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Gino Carrera: Omaggio di Caprino Veronese

 

Gino Carrera con i galleristi della libreria antiquaria Prandi di Reggio Emili

Il Museo di Caprino Veronese ha inaugurato a fineluglio una antologica di Gino Carrera. L’esposizione, fissata fino al 28 agosto successsivo, è inserita a cura di quel Comune tra l’antica sagra di Santa Cristina e la Fiera di Montebelluna.
Nato a Casalpusterlengo nel 1923, Carrera, dopo aver vissuto sulla propria pelle le tragedie della guerra, si trasferì dopo il matrimonio prima a Milano poi tra il Garda e il Monte Baldo, a Caprino Veronese, un piccolo paese di ottomila abitanti dove trovò forza per associare nella sua pittura un po’ di Bacon e un po’ di Sutherland.
Non scordò mai la ‘sua’ terra. In occasione dei settant’anni festeggiò con una mostra il suo atto di nascita a Casale, dove il Marsagaglia lo aveva incoraggiato alla scelta artistica.
Carrera non fu un pittore qualunque. Oltre che dalle opere lo si coglieva dai discorsi: “Un pittore è un pittore se dentro ha l’anima, altrimenti è solo uno che dipinge”. E’ una delle frasi che raccolsi durante la sua mostra alla Pusterla di Casalpusterlengo. Me ne segnai anche un’altra: “L’artista deve saper scendere dalla superficie nelle profondità umane”. E un’altra ancora: “Il pittore è come il poeta, deve colpire col pennello e i colori : la palude della noia gli dev’essere sconosciuta”. Il lodigiano Carrera è stato senz’altro uno degli artisti di più alto livello che abbiano rappresentato la “sua terra” in giro per il mondo. I cinquant’anni della sua attività artistica gli furono festeggiati a Verona, a Palazzo Forti, alla galleria d’Arte Moderna. Come uno di loro.
Aveva iniziato ad esporre negli anni Cinquanta, dopo i corsi liberi di Brera. Pochi anni dopo era tra i protagonisti della cultura figurativa milanese. Frequentava Scanavino, Tancredi, Reggiani, ecc., coi quali però non si legò né in esperienze né in linguaggio. Non era tipo da rifugiarsi nelle avanguardie. Come evitò “le insidie del realismo, sociale o no”. “Mi preoccupava – confidò – finire sulle strade della semplice bellezza formale e della ripetitività senz’anima”.
Le sofferenze in guerra e quelle in ospedale lo incoraggiarono a stabilirsi sul colle San Michele, a Caprino Veronese, in una chiesetta cinquecentesca ridotta a deposito di arnesi di campagna e pollaio e dai lui riportata alla vita. Realizzò ka sua arte per vie dicotomiche: da un lato la grafica con sapori felliniani gli procurò consensi critici, dall’altra la pittura, di qualità drammatica e di alto livello ma poco indagata.
Interprete del realismo espressionista, negli oli i temi del peccato e della trivialità ( frequenti nelle incisioni) lasciano il campo a problematiche più ampie. Non spariscono del tutto, ma si metamorfizzano. Nei colori dominano più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. A prevalere sono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza e della morte.
Carrera straziava la tavolozza e torturava la forma con l’intenzione di scontrarsi con la cultura del nostro tempo, una cultura che esorcizza la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano.
Ciò spiega perché questa forma di pittura drammatica sia tanto specifica e personale. Carrera ha dato testimonianza di una condizione umana, assumendosi il compito di essergli testimone.

Ricordo di Marcello Simonetta il pittorei dei “pretesti”

Chi ha conosciuto almeno un po’ Marcello Simonetta, scomparso all’O:M: di Lodi esattamente un anno fa di questi tempi mentr’era prossimo agli 87 anni, sa che non gli sarebbero dispiaciute le parole di Luigi Cavallo, critico, saggista, “profeta” dell’arte contemporanea, poeta milanese e suo grande amico con cui l’accompagnarono al cimitero di San Bernardo: “Hai concluso la tua tela/sfrangiando il cielo di rosso/ lavorando le piante di nero. / Che sia lieve il passaggio da un colore all’altro/da qui all’altrove/in cui le strade scivolano/sotto di noi/e bisogna percorrere solo la luce”.
Ricerca, rigore, intransigenza, rispetto hanno guidato Marcello Simonetta e lo hanno difeso per la vita intera, senza mai sottrarre alla sua storia d’artista l’empatia, collocando la sua arte , in consonanza prima con l’impressionismo, poi con le figurazioni di Afro, quindi le gestualità di Vedova e l’espressionismo dello spagnolo Antonio Saura eccetera.
Vincitore nel 2011 del premio “Una vita per l’arte” conferitogli in occasione dei trent’anni della Oldrado da Ponte, Simonetta ha offerto la chiave di lettura della sua arte in diverse occasioni locali: alla galleria Oldrado da Ponte, all’Archivio storico di Lodi, all’ex-chiesa di San Cristoforo, alla galleria Guidi di Cascina Roma a San Donato Milanese, eccetera, mostrando in ogni circostanza d’essere pittore estraneo alle arbitrarietà, alle mode, al mareggiare di tanta arte del suo tempo.
Nato nel 1930, con lo studio a Spino d’Adda, apprese da suo padre Maurizio – un artista di grande esperienza distintosi alla Biennale di Venezia -, senso del rigore, dell’impegno e il privilegio della fantasia.
In una struttura semantica ricca di idee, nelle sue opere s’incontrano la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il ricorso marginale ai neri. Un dato solo è ordinario: il ritmo, l’imprevedibilità, lo svelarsi percettivo delle cose. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate”, senza retorica.
All’arte d’impegno politico del dopoguerra si sottrasse gradualmente, per approdare a una sintesi di elementi di

MARCELLO SIMONETTA: Acquaforte (1975)

conclusione che oggi chiamiamo per convenzione astratti, in verità a una pittura empirica (mai comunque in senso riduttivo), fatta di forme, gesto, colore in cui si ritrovano le energie migliori che dagli anni Sessanta in poi indirizzarono la pittura non descrittiva in Lombardia.
Seppe preservare la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non s’incontra la preoccupazione del fare, ma incessante la coerenza del fare. Che intercetta lo sguardo e costringe a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione.
E’ stato e lo ricorderemo oltre che come amico, come il pittore dei “pretesti”.

ELIZA MACADAN, “Frammenti” con introduzione di Amedeo Anelli

Di Eliza Macadan, giornalista e poetessa di origini moldava residente a Bucarest, nata nel 1967, che scrive e pubblica in italiano, romeno e francese dal 1994, i lodigiani conoscono i risvolti umani, politici, letterari e di prerogativa ( della poesia). L’anno passato, a Tavazzano, per iniziativa del Piccolo Presidio Poetico “On fa l’os” Amedeo Anelli dialogò con lei alla Biblioteca; aveva appena pubblicato da Archinto Pioggia lontano e la sua ars poetica (senza scomodare Aristotele, Orazio e Nottolino di Pario) trovava risalto sulle riviste di poesia (Kamen’) e considerazione sulla stampa d’informazione.
Con il passare del tempo la sua produzione lirica non ha svigorito su di se l’attenzione pubblica. Frammenti di spazio austero (Ticinum Editore, 2018 euro 10), appena uscito, è un volumetto di una cinquantina di pagine che riprende l’edizione ragusana del 2001. In copertina riproduce una bella formella di Fernanda Fedi e s’apre con un intervento di Amedeo Anelli che gratifica l’autrice con una nuova puntigliosa analisi delle stratificazioni culturali, degli “attraversamenti” e delle “assimilazioni” intervenute sulla “unità poematica”, Così il direttore di Kamen’, consapevole ovviamente di occuparsi sotto il profilo teorico del punto di vista descrittivo-sistematico non al fine di suggerire norme preferenziali, ma per esigenza “naturale e necessaria”, di risvegliare “temi esistenziali di interesse universale”.
Anelli ne richiama lo spazio poetico: forme intonative, precisione del dettato, analisi del quotidiano e del contingente, il dire e il non dire (gli spazi bianchi) eccetera.
In “Frammenti” le parole della Macadan non catturano come altre volte. Per intenderci, non sorprendono come in Anestesia delle nevi, dove i versi s’avviano con “Cronofaga”, che obbligano tutti a ritornare al dizionario. In ogni caso non si può dimenticare che i frammenti hanno una quindicina d’anni e la poesia della romena è stata sottoposta al “labor limae” (letteralmente a un lavoro di cesello, ovvero a un perfezionamento del prodotto). Anelli si limita a riconoscere che vi sono “in nuce molte procedure, procedimenti e temi delle raccolte successive”.
C’è però qualcosa almeno di “inusuale” nelle 40 liriche in lingua originale, non tradotte, tutte brevi, ciascuna composta da un minimo di sei versi a un massimo di ventuno, scritte con linguaggio asciutto, essenziale, senza nessuna punteggiatura, senza lettere maiuscole, senza nessun titolo; un “modello” che si ricorda in altre raccolte, come in Anestesia delle nevi, anch’esso prefato da Amedeo Anelli, che in “Frammenti” nota vi trovano posto già “il lato sentimentale e il duro attraversamento quotidiano e del romanzo personale, la incerta navigazione dell’ora e del minuto”.
La Macadan è un poeta che giocherella sugli opposti, i contrari, sul diversivo del rilanciare, dell’aumentare e infine “sul tono iperbolico, ironico, enigmatico e sapienziale” dei giudizi e delle sentenze. Ha una sua significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”,

 

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Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

Prossima personale di Paolo Carlo Lunni

Oggi siamo tutti, chi più chi meno, fotografi o aspiranti fotografi: Fotoamatori digitali, analogici o altro, col desiderio di poter presto essere gratificati dai apprezzamenti e arricchire così il ragguaglio della nostra carriera (fotografica). Nell’era dei social network e dei selfie, degli smartphone tutti ci scopriamo fotografi. Una volta scattare e stampare una richiedeva tempo, si usava la macchina a pellicola solo in speciali occasioni. Oggi non più. Con le tecnologie moderne si scattano foto in tempo reale, “senza errori”. Paradossalmente, siamo meno capaci di vedere. Il visibile ha preso a significare qualcosa di differente ad acquistare un significato diverso, distinto dal messaggio; sia esso di un paesaggio, della natura, di un ritratto, di un nudo, di una posa, di una fattezza femminile, di un carattere, di un monumento, di un mestiere, di un fatto reale o di una forma artistica eccetera. A livello professionale, ci sono comunque fotografi che scattano digitale per scopi commerciali e su pellicola per progetti più personali, che scoprono (o riscoprono) le belle sorprese che la fotografia su pellicola ha da offrire. Se ne incontrano anche da noi, in locali che sono soliti a ravvivare le proprie pareti con immagini. Il Bizzò di via Cavour è uno di questi, un locale “storico”, di outsider, di personalità per lo più ignote, lontane dal sistema ufficiale, autori di disegni, grafiche, oli di piccolo formato, fotografie, più o meno “irregolari” ignorati dalla critica, esponenti di quell’ “arte espansa” che nel privato coltivano piccole cosmologie creative dal valore estetico.

A settembre, alla riapertura dopo le ferie, Raffaele Bizzoni ha già annunciato una personale di Paolo Carlo Lunni, lodigiano, nato nell’83, laureato, da sempre con la passione per la fotografia e conosciuto specialmente per i suoi ritratti femminili, scatti che hanno taglio diverso a seconda dell’occasione o della scelta – fashion, glamour, boudoir eccetera – dotato di un porfolio ricchissimo e vario, caricato su diversi siti (Instagram, Pinterest, Imagelistener, FotograFare), da equipaggiare reportage di ritrattistica femminile, moda, ambienti

La fotografia, dice Lunni, “è la mia passione”, naturalmente condivisa con altri interessi professionali (contabilità, consulenza) e con la sua disabilità fisica, che non nasconde. “Mi può vincolare a certi punti di vista con la macchina fotografica”. Tutto qui. “Se sto catturando il movimento e la grazia della danza, per esempio, o la natura”, ma non arretra, si forza “di garantire che la bellezza cruda del momento”, lasci passare la luce, si riveli.

Specialista dell’immagine femminile, attento alla resa visuale tecnica, Lunni è presente attualmente con quattordici lavori al bistrot dell’Ospedale Maggiore, dove la sua immaginazione straordinariamente feconda e la sua capacità di esplorare sono sacrificate, ignorate se non da pochi devoti. Lunni è un amante della bellezza che coglie con sicurezza e leggerezza poetica. “Nei miei soggetti – confessa – bellezza e audacia si connettono attraverso la poesia”. Lo confermerà a settembre alla Caffetteria Bizzò attraverso con una serie di scatti fatti per dimostrare le scelte altamente consapevoli dell’artista.

 

Isaia Crosson: elegie e fotografie

Isaia Crosson, trent’anni, nato in Florida e per qualche anno cittadino di Lodi, dove, prima di laurearsi alla Cattolica, ha fatto il cameriere, poi trasferitosi a Manhattan, divisione di New York City, ora iscritto ai corsi di dottorato in Lettere Classiche della Columbia University, uno degli atenei privati americani più prestigiosi, propone a Palazzo Rho a Borghetto Lodigiano, da esordiente, un gruppo di stampe fotografiche ed è presente anche in una collettiva di fotografi a Lodi. “La mia passione, è sempre stata la fotografia”. Messa alla prova prima da autodidatta poi nello studio di Amir Badaran che nel mondo americano si è fatto conoscere con instagrammi e video, soprattutto per sostenere una fotografia realista “ aumentata o mediata attraverso l’elaborazione”.
Nei dodici scatti esposti fino al 24 agosto, Crosson non appiattisce su tale genere di posizioni, anzi. Le immagini sono ancora “su pellicola” e non “ritoccate”. Non per semplice ordinaria procedura, che non accende atteggiamenti particolari, di ammirazione o di indifferenza, ma di dimensione comunicativa. Solo che il ridotto numero di immagini non consente di andare a fondo nei segni che si intercettano nel linguaggio espressivo.
A parte i componimenti letterari – elegie improntate da motivi autobiografici – che lasciamo all’esame dei visitatori – l’autore mostra un interesse per contesti che incorniciano dettagli di “vita vissuta”. Per questa via indaga un mondo fuori dai canoni ufficiali popolati dalle etichette coniate dal sistema consolidato.
Crosson esplora un mondo che non è del tutto, oggi, sconosciuto, ma è estraneo al mondo ufficiale della fotografia: accorda rilievo a soggetti e a dimensioni espressive “popolari”, “ingenue”, fatte di “elementi marginali”, perciò stesso “minori”, ribaltando la prospettiva scenografica della grande New York (Manhattan), fatta di snobismo. L’invito è a posare l’occhio su ricavati ed estratti che “sono e dicono”, conforme del mondo e dell’esperienza.
“Il mondo – diceva Athanasius Kircher – gesuita filosofo e storico del XVII secolo – è tenuto insieme da nodi segreti”, da piccole cose quotidiane, in questo caso anche da giochi, serrature, inverni a primavera, macchine della polizia ecc. Andando più in là si può attribuire a Crosson di sottrarre la propria fotografia alle classificazioni convenzionali (attuale, reale, fantastica, storica e moderna, analogica per pochi e digitale per tutti) non limitandosi alla giustapposizione, ma creando un terreno in cui si riconoscono categorie che reggono ancora la nostra conoscenza. scorci, attimi di vita, memorie, suggestioni, particolari. Anche marginali, nascoste, coi loro simboli, cercando in esse punti di vista che possono stimolare il modo di vedere. Un modo saliente che da conto della percezione che in fotografia, “guidata dal frammento, cattura momenti temporali e punti di vista spaziali destinati a sparire (Linda Nochlin).

 

Goffredo Costa, schizzi e disegni della città di Lodi

 

Goffredo Costa è un pittore hobbysta, presente con molta discrezione sulla scena lodigiana. Dipinge per divertimento, che non vuol dire solo per piacere personale o distensione, ma qualcosa di più. Nei risultati c’è intenzione, passione, c’è il pensiero fisso rivolto a rappresentare la sua città, Lodi, intento a individuare attraverso architetture e luoghi la “sintassi”, a cogliere il rapporto fra gli elementi che le danno luce alla sua storia: Il Duomo, Il Torrione, Piazza Broletto, il Mercato sotto la neve, Isola Carolina, Piazza Duomo, gli Angoli delle vie centrali, i Cortili, i Parcheggi di biciclette ,l’Adda e il suo ponte, l’ormeggio delle barche al fiume eccetera. Lo spunto è, a volte, tratto da vecchie foto tradotte in chine e disegni corretti dal chiaroscuro, che realizzano attraverso l’organizzazione delle forme un rapporto di suggestione e lirismo.
All’attivo Costa ha un numero discreto di mostre di gruppo e di personali: all’Oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, al Museo dell’Incoronata, a Cascina Archinti, alla Borgognone, a San Colombano al Lambro, a Cavenago d’Adda, e con una certa insistenza alla Bottega delle Cornici Arioli, al Fuori Lodi, al Bar Bizzò dove incontra sempre curiosità e interesse.
Da tempo nello spazio di via Cadamosto 6/1, Costa si cimenta coi colori a china, segno che ormai può spostarsi su nuove direttrici.
Per un patito dalla fotografia, che ha scoperto il disegno e il colore e che concentra l’ interesse espressivo su luoghi della città cogliendone la quotidiana razione di poesia, affidata a un segno pulito, libero e ben proporzionato, c’è materia per qualche attenzione, più di quanta non ne abbia ottenuta finora.
Gli viene rimproverato un figurativo troppo “fotografico“. “Per il mio stile, definito troppo ‘fotografico’, sonospesso criticato. Ma continuo e continuerò a riservare meticolosità ai miei lavori. Chi li osserva deve poter cogliere l’interesse, il piacere e la passione con cui mi dedico ad essi”. Nella sua ricerca di ordine c’è anche la rappresentazione di uno stato d’animo. Costa è’ un paesaggista che, propone ciò che vede e sente davanti al soggetto. Nei lavori emerge la volontà di quiete, di gioia (di realizzazione, d’effetto. di misura). Possono risultare anche decorativi, ma c’è pure altro oltre alla rappresentazione, c’è scelta, succosità, leggerezza. Non poca cosa.

 

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