Le mostre: “Viaggio nella ricerca” di Andrea Alkin Reggioli alla BPL

La nuova mostra, all’interno della rassegna “Arte in Atrio” allestita a Lodi da BPL è  stata dedicata all’artista di origine bulgara Andrea Alkin Reggioli, ida tempo impegnato a condurre una ricerca attorno al linguaggio visuale basata sulla decodificazione di spartiti di batteria e  all’ interfacciare  con altri linguaggi artistici, come la musica e la danza.

“Viaggio nella ricerca” –  il titolo dato alla esposizione  di via Polenghi Lombardo è in programma fino al prossimo 29 novembre.

Nato a Dobritc, Andrea Alkin Reggioli ha superato da poco i trent’anni, risiede a Casalpusterlengo, dove la sua attività di artista  non ha ancora raccolto la meritata attenzione. Ha fatto parte di un gruppo heavy-metal e conseguito il diploma specialistico in arti visive e studi curatoriali, E si è subito distinto per la ricerca di nuove modalità espressive multimediali.

L’atto dell’osservare è fondamentale alla sua ricerca. E’, infatti, l’osservazione analitica che lo porta a tradurre processi di assimilazione con  altre forme artistiche (la musica e la danza)  componendo immagini e intrecci di insiemi. Sono  le partiture di batteria a catturarlo e  destreggiano in processi di espressione. Linee e forme, distanze, orditure, ritmi, intensità grafic alla fine catturano il visitatore con soluzioni personali di palesi potenzialità espressive si scoprono strutturali.

La procedura è una procedura di texture, una costante di energie concettuali e inventive  che traducono valori espressivi in immaginazioni.

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MOSTRE: Teodoro Cotugno al Centro dell’Incisione a Milano presentato da Patrizia Foglia

Si inaugura alle 18 di giovedì 27 p.v. al Centro dell’Incisione a Milano una personale del calcografo-acquafortista Teodoro Cotugno.

Il nitore, la pulitezza dei fogli, il modulato chiaroscurale, le tonalità, la qualità e delicatezza degli scavi sulla lastra danno identità alla maestria operativa grafica di Cotugno, alla sua strabiliante manualità facendolo conoscere in Italia per i risultati della sua instancabile vocazione creativa. Un approccio meno tecnico lascia spazio a una interpretazione più orientata ai “contenuti” elaborati dall’artista, all’arricchimento culturale di posizioni naturalistiche, collegate e rese coerenti.

Nella mostra annunciata, l’artista affronta tematicamente la suggestione degli effetti procurati dalle nevicate e dall’imbiancamento del paesaggio nostrano.

Anche se non dichiarato, il tema affrontato da Cotugno colloca le immagini create, lontano da quelle popolari, diffuse da letterati e poeti di successo: lontano da un Gozzano che non esitò a definire la neve “quella cosa monotona infinita” e, solo per citarne alcuni, lontano dal Pasternak del dottor Zivago che non esitò ad attribuire alla neve il compito di “avvolgere la terra di funebri lenzuoli”. Cotugno, da pittore grafico, vede la neve come un precipitare di segni, forme e armonie, favorevoli alla terra e al paesaggio, che procurano vigoria e forza con risultati visivamente piacevoli, vibranti di dolcezza e “colore”.

La mostra, allestita da Gigi Pedroli e dalla moglie Gabriella Cesarico – sempre sulla breccia! – sarà presentata all’inaugurazione da Patrizia Foglia, curatrice delle Civiche Raccolte storiche di Milano e critica d’arte. L’esposizione proseguirà quindi fino all’8 novembre p.v.

Alla storica cascina, per le sue numerose apparizioni e per l’ampiezza della sua produzione ricca di dettagli fondamentali, Cotugno è riconoscibile. Nel rapporto emozionale che i 25 fogli alle pareti restituiscono, il visitatore potrà rintracciare lo sguardo sorprendente dell’autore: uno sguardo insistente, pensante, pronto a affidare alla mano e al segno particolari creati dalla neve o sulla neve e dietro ad essi, oltre alla messa a punto dei più giusti modi di impressione, l’esistenza valorizzante di realtà (ambienti, agglomerati civili, monumenti, reperti storici, chiese). Realtà che a loro volta, sospingono alla contemplazione e sentimento.
Nella nuova uscita Cotugno definisce l’inconfondibile carattere del suo fare arte vivendo la natura. Scelta che basta a confermare la singolarissima definita qualità nelle sue acqueforti e la presenza in esse di ritmi, trame, sintesi, facoltà, libertà narrativa. Non un orientamento neotradizionalista ma l’incontro appassionato tra idea grafica e senso (non personalistico) della realtà a cui l’artista somma il dato devozionale per il paesaggio e la natura, la sua ‘metafisica’, la scoperta lucida del possibile incontro tra paesaggio naturale e poesia serenamente esistenziale.

Aldo Caserini

ANNIVERSARI – “FORME 70” : DIECI ANNI DI “TRAVETTERIA” (1200 articoli postati WordPress)

Nel primo semestre di dieci anni fa  prendeva il via Forme ‘70 (www,Formesettanta.com). Questo mese ha raggiunto 1200 articoli “postati” online. Non  brandelli di informazione, mai veri e propri articoli di mostre, pittori, scultori, illustratori, grafici, novel graphic, poeti, narratori in gran parte presenti sul territorio nonché  recensioni di libri e riviste ed eventi editoriali e l’aggiunta di  qualche “opinione” suggerita da materie  problematiche. Come direbbe qualche pubblicitario un “bel” traguardo, costruito su una altrettanto bella ( si fa per dire) faticaccia.
Del traguardo siamo naturalmente grati a coloro che ci seguono, ai nostri followers, (pochini ma selezionati e fedeli) che ci aiutano a migliorare i risultati, e grazie anche a WordPress,com   che ci ha favorito con l’ offerta di creare gratuitamente il sito  servendoci di una piattaforma che ha permesso a noi nati prima della grande guerra, di avviarci a un linguaggio in cui spesso vocabolario e linguaggio tradizionali non si intendono con il nuovo introdotto dall’informatica, e grazie anche ai “rilanci” di Twitter e Facebook.
1200 articoli  postati dimostrano che la nostra pedantesca  travetteria  qualche ragione dovrà averla. Chi ha avuto pazienza  nel seguirci può (forse) dire di aver ricevuto qualche idea o qualche informazione in più. Certo, per ambizione, avremmo  voluto regalare a chi ci segue un “prodotto” senza errori,  più aggiornato e gustoso con un “impaginato” migliore. Che sarebbe anche possibile se fossimo  nella condizione di fare nostre le proposte professionali e gli aggiornamenti di WordPress.
A parte ciò, 1200 articoli sono un lavoro autoriale cospicuo per un sito che non si muove secondo statistiche- anche se quando le vediamo migliorare ci sentiamo gratificati.

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LIBRI / “INVERNALE E ALTRE TEMPERATURE” NUOVA RACCOLTA POETICA DI AMEDEO ANELLI

A cura della Libreria Ticinum, l’ editrice lombarda di Voghera che pubblica la rivista Kamen’, è in questi giorni in libreria la nuova raccolta di poesie del codognese Amedeo Anelli: Invernale e altre temperature. In edizione bilingue italiano-francese, con traduzione di Irène Dubouef, la raccolta è corredata da interventi dell’autore e della traduttrice, nonché da una nota, nel risvolto di copertina, dello scrittore parmense Guido Conti che da convincente lettura  della personalità. e dell’ esperienza del poeta, nonché della “amplificazione” francese, certamente una traduzione singolare e interessantie. Pagine, non si pensi, “francesizzanti” secondo i modelli forniti dai poeti contemporanei quali René Char o Francus Ponge e naturalmente, da diversi altri, ma correlano i versi al doppio piacere di una lettura immediata e di una decifrazione tradotta.

L’intervento di Guido Conti mette in luce alcune motivazioni e dettagli delle stesure di Anelli: «La poesia è esplorazione della vita e del mondo, nelle mani di Amedeo Anelli diventa strumento d’indagine, un bastone magico per il rabdomante che cerca la vita.

Leggere le poesie di Amedeo Anelli diventa un momento esperienziale dov’è possibile rivivere l’attimo vitale, irripetibile (da notare le date sotto le poesie), che fugge e che, grazie alla poesia, non si perderà più e il tempo non cancellerà. Leggere allora diventa un nuovo modo di fare esperienza. Da oltre trent’anni Anelli dirige «Kamen’» rivista di poesia e filosofia. Su questo doppio fondamento si costruisce la complessa architettura di questa poesia, facile ad un primo senso letterale, ma densa quando ci si sofferma sui ritmi, sulle strutture profonde che si rifanno alla filosofia di Husserl, alla fenomenologia di Enzo Paci, alla poesia e alla critica di Lucian Blaga, come si può leggere nei vari esergo che non sono mai citazioni a se stanti, o sfoggio di cultura, ma parti integranti della poesia.

Anelli costruisce una geografia, una mappa di riferimenti poetici e filosofici che danno sostanza a questi paesaggi invernali, ai silenzi, alle case che crollano, alle nebbie che immobilizzano e talvolta cancellano il mondo. Frammenti di vita, immagini illuminate dalla luce e rapprese nella sostanza di una poesia ricca con versi memorabili che custodiscono dentro di sé un fuoco generante.

La traduzione francese della poetessa Irène Duboeuf fa di Invernale e altre temperature una raccolta con il suo controcampo quasi necessario, una doppia voce che amplifica ed espande la poesia nella sua ricchezza di senso. Una raccolta intensa che fa piazza pulita di tanto versicolare di moda, tendente al parlare colloquiale, facilmente emotivo: Anelli è un poeta che scrive poesia in tutte le sue vertiginose altezze».

 

Il Libro: Amedeo Anelli, Invernale e altre temperature / Hinvernales et autres températures (traduzione in francese di Irène Duboeuf)Libreria Ticinum Editore, Voghera – € 13,00.

 

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MOSTRE / L’esordiente Deborah Martino a Palazzo Galeano a Lodi

A Palazzo Galeano a Lodi, a cura di Platea, associazione che promuove l’arte e l’architettura contemporanea tra i lodigiani, prosegue fino a giovedì 21 luglio “Piccolo Celeste!, la personale della giovane artista astigiana Deborah Martino-
Quella della Martino, che lavora come assistente di Paolo Cirio, artista concettuale, “nacktivist” e critico culturale, è la sua prima  dopo il diploma triennale conseguito  all’università IUAV di Venezia.  A Lodi è  presentata da Giulia Denegale, curatrice indipendente: la ricerca della Martino “si focalizza principalmente sui corpi, organici e non, analizzandoli attraverso processi sperimentali e di metamorfosi. Incrociando vari media, dal disegno alla scultura fino alla scrittura di diari, la sua pratica ha come obiettivo la decostruzione del corpo fisico per ricercare nuove forme e identità in esso contenute, affini al concetto di corpo cosmologico
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L’esibizionea Palazzo Galeano giunge dopo “Notes For Dried and Living Bodies” di Luca Trevisani (“”). “Piccolo Celeste” è quindi il primo episodio della seconda edizione del “palinsesto” espositivo di Platea dedicato a giovani emergenti. In occasione di questa sua prima  personale, Deborah Martino porta in scena una pratica espressiva che trasforma la vetrina di Platea in un portale aperto su un mondo “altro”: una dimensione che nelle intenzioni dell’artista piemontese si avvicina al cosmo e trascende la comune materialità. Questa dimensione è popolata da un gruppo di  sculture modellato appositamente usando plastilina e argilla, con l’aggiunta di carta velina per donare loro movimento cromatico, sostenendo le forme con uno scheletro di spago e filo di ferro. «Con la sua ricerca artistica – chiarisce la curatrice Giuria Denegale – ricerca che include principalmente scrittura, disegno a pastelli e scultura, Martino sembra sostenere che nuove modalità di relazione tra corpi possano nascere, innanzitutto, da una rinuncia volontaria rispetto a tutto ciò che appartiene esclusivamente alla sfera dell’individuo e dell’individuale. Trascendendo la limitatezza umana, segnata dai confini del proprio corpo-carne, è possibile riscoprire una innata capacità di apertura verso l’altro, utile a rifondare idee di alleanza e affiliazione, al di là di ogni struttura sociale o legame prestabilito, che sconfinano nella dimensione celeste e cosmologica. Sono il cielo e infine il cosmo le realtà alla quali l’artista ambisce ad avvicinarsi con la propria pratica» .

Sistemi teorici a parte, che a volte possono durare una stagione, comunque legittimi, che possono far discutere con i valori del linguaggio e  non sempre  resistono sul percorso dalla ideazione alla pratica. E’ vero che è a volte l’artista stesso a chiedere idee per dare  senso al proprio lavoro, renderlo insindacabile e acquisire l’allure di individuo speciale, ma è altrettanto vero che  l’altra faccia della medaglia è costituita da dinamiche diverse e dalla loro inclusione nell’agire artistico. Nessuna altra epoca ha visto fiorire tante variazioni e approcci tecnici come la nostra da far parlare di impollinazioni incrociate e a chiunque svolga una attività inventiva è concesso, anzi è richiesto di slittare in esperienze e competenze sempre nuove. Oggi l’arte contemporanea regge molto sulla sperimentazione. Gli artisti si muovono volentieri da una esperienza all’altra, da una disciplina all’altra, da un metodo progettuale a uno occasionale o inventivo. Soprattutto le giovani generazioni lasciano all’opera generare un senso. La giovane Deborah Martino pare in questa mostra mossa dal  tenere sotto controllo il corpo, il cielo, il cosmo, un mondo “altro”. Almeno è questo che gli viene riconosciuto in sede di teoria conoscitiva. I lavori i suoi orientamenti suggeriscono anche altro. Dimostra di  posseder fantasia operativa e creatività. Di conosce le regole per cui gli è possibile far relazioni. Elabora combinazioni formali, mostra  possibilità combinatorie nell’uso essenziale dei materiali. Cerca anche liberazione dagli schemi troppo rigidi. Produce con piacere, annodando insieme materiali essenziali, agisce di mano.

Di fronte alle esperienze dei giovani, bisogna sempre usare misura, cogliere i significati del loro operare. Deborah Martino mostra abilità nel fare. Le sue forme non sono amorfe, suggeriscono allegorie, metafore, riferimenti diretti o allusivi. Ha tempo senz’altro per indagare le forme dell’intenzione e raccogliere gli stimoli dell’esperienza..

A.C.

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LIBRI/I racconti di “Tosse”, storie normali di persone normalissime in una realtà che cambia

Scrivere di Giosué Cremonesi non è semplice né leggero. Classe 1982, pittore e scrittore di Casalpusterlengo, projet manager in una società di comunicazione e di web da lui e altri fondata, diplomato sceneggiatore alla Scuola di cinema Luchino Visconti di Milano, strumentista in un gruppo musicale, artista di arti visive e di trasposizioni multimediali, autore: del romanzo Mai avuto sentiment, di un gruppo di racconti  sotto il titolo “Tosse”  nonché di 20,21 Venti, Venuno, raccolta di 180 didascalie del feed instagram, ideato e realizzato in squadra con N3 Hack For Business tutti stampati da Amazon Italia Logistica Srl. Quanto basta per dargli l’ etichetta di fantasioso creativo iperattivo, anche se della sua esplosiva attività si è parlato poco e scritto ancor meno. Quasi  si intendesse annebbiare tanta energia creativa della polvere pesante dell’indifferenza, simile un po’ a quella dei batuffoli sporchi, ( che Tosse il protagonista (nome datogli dai compagni di lavoro per la sua bronchite cronica) respirata da magazziniere carellista turnista scansafatiche nel capannone dei prodotti per cosmesi e igiene della multinazionale Adecco. “Opera di finzione”, dirà Cremonesi, “frutto dell’immaginazione”, dove fatti, luoghi e persone sono “semplicemente casuali”. Non per lo scrittore aretino Fabio Migliorati che nella prefazione a “Tosse” si lascerà sfuggire una incertezza : “E’ tale la forza e l’intensità delle sue visioni [… ] che si fatica a non credere che “Tosse” sia solo e necessariamente lui”.

Al racconto lungo o romanzo-corto ( una sessantina di agili pagine che testimoniano non soltanto abilità nello sfruttare le proprie doti di affabulatore, quanto una acuta consapevolezza del mutamento in arte per l’arte, la scrittura, l’oralità e le tecnologie) il  libro di Cremonesi raggruppa sei racconti sparsi: Le elementari di via Einstein, Eros, I Tre Mariti, Lory dello spazoi, Una vecchia lumaca, La melodia perfetta pagine che scavano “il tempo che passa”, dove  smarphone, tablet, wifi sono lontani dal paese, dove “si partiva per andare in città o in città più lontane a fare i camerieri”.  Storie di tipi e ambientazioni sociali che aggiungono una narrazione ricca e dettagliata a dimostrazione che i tipi umani esistono ancora nonostante le tecnologie che avanzano, e lo scriverne impedisce un conclusivo esiziale atto sovversivo, salva figure marginali che hanno un posto reale e bastano poche parole a evocare adeguatamente le qualità”.

Tra gli anni Novanta e Duemila, lasciati da parte i nomi di più vasta e affermata esperienza il sistema narrativo ha segnato più vaste e complicate esperienze. E’ in tale svogimento   che ha preso  interesse e forma la scrittura di Giosué Cremonesi, oggi quarantenne scrittore post-moderno. Con in copertina un olio della talentosa pittrice e illustratrice  Manusch Badaracco italo-iraniana,  “Tosse” raccoglie una serie di “frantumazioni” esatte, senza riferimenti ideologici, ma critici sì, il proporsi dei giovani della sua generazione e si orienta a rappresentare i punti di vista di quel mondo giovanile. Fa esperienze giovanili attraverso una propria narrativa generazionale con intenti “trasgressivi”, nostalgie, sentimenti, avventure, ironie, ma soprattutto manifestazioni di vitalità che si espandono entro confini provinciali, in cui resiste il tran ttran della tradizione seguito  attraverso gli spezzettamenti artificiali del linguaggio e ii riferimenti essenziali dei modelli di vita.

In “Tosse” e nel precedente”Mai avuto sentimenti”, romanzo d’esordio di una decina di anni prima, la narrativa di Cremonesi che affronta aspetti di umanità: entusiasmi e disagi, realtà polemiche e provocatorie, una quotidianità che dietro ai quieti tran-tran  presenta anche consigli di vita, vicende amorose, realtà del mondo del lavoroi, orizzonti diversi per lo più intreccianti e convergenti dell’ambiente locale.

Senza escludere la finzione la sua narrazione ha un suo radicamento nel sistema della comunicazione e della cultura attuali e nell’esercizio mira a situarsi nel significato.

 

Aldo Caserini

MOSTRE: Mario Benedetto alla Fondazione BPL contro la bohème e gli “ismi” dei d’intorni di casa

C’è ancora qualcosa di veramente nuovo che si possa dire dell’arte di Mario Benedetto, artista calabrese adottato dai lombardi,  dopo i tanti articoli eccitanti, originali e i importanti che lo hanno accompagnato negli anni trascorsi  nel mondo elegante dei quartieri alti  delle città europee, quando trattando una pittura d’argomento sociale e politico  contribuiva con tutti i diritti a sviluppare il rito degli “ismi” indagatori del reale.  Tutto quanto la mostra in corso allo Spazio Tiziano Zalli  rilegge dell’attività creativa Mario Benedetto è il seguito di quanto realismo, naturalismo e post-Novecento con le loro diramazioni estetiche hanno riassunto nelle loro inquadrature: esempi e fermenti, sfoghi, scintillii formali e ideali. La  pittura di Benedetto è specchio del nostro  tempo,. Riflette un panorama mosso  che addiziona per l’occhio una scala di figurazioni della quotidianità, ma anche della memoria, della storia e delle idee.

Padrone di un figurativo moderno, in cui non mancano forme dense e leggere neppure i collage, Benedetto si conferma un pittore che piace, la cui pittura è viene proposta come una forma di conoscenza , in contrapposizione con una certa presunzione intellettualistica; che è sempre piaciuto e piace per gli accenti espressivi a volte affidati al colore a volte al segno a volte  ai mixages di materia eperfino parole ricavando valori compositi, astratti o espressivi da una realtà ridotta a comunicazione immediata.

Settantacinquenne, il pittore  è protagonista autorevole, fino al 3 luglio prossimo, dell’antologica Homo Sum   allestita dalla Fondazione BPL, con una raccolta di oli disegni e incisioni,  curata dalla storica dell’arte Vera Agosti di Magenta. L’allestimento allo Spazio Tiziano Zalli se più “leggero” avrebbe contribuito alla “lettura” dei nuclei tematici e dei tanti significati. Semplice,, complesso, colloquiale e profondo la mostra è patrocinato dal Museo della Permanente di Milano e da ALI Associazione Liberi Incisori di Bologna e sostenuto dai Comuni di Lodi e di Scilla. Costituisce una vetrina  di spessore qualitativo ineccepibile per consistenza e attualità: favorisce il

guardarsi allo specchio e vedere esattamente quello che c’è : forma, ricerca, significati, storia, sentimento, poesia, paesaggio (territorio). Il visitatore trova in essa  le problematiche e le varianti della ricerca di questo artista di Scilla  che ha saputo integrare nel proprio linguaggio espressivo le esperienze maturate all’ estero, traducendole in percorsi ideali ed esistenziali, immaginando che i quadri possono essere strumenti utili alla trasformazione del Paese e alla sua crescita civile.

Nell’antologica si ritrovano presenti tante pagine della sua sua storia d’artista: una storia avviata alla fine degli anni Sessanta quando arrivò in Lombardia, dove operava già il fratello Agostino, pittore grafico e direttore di scena al Piccolo diretto da Giorgio Strehler. Dopo il servizio militare  Benedetto si dedicò inizialmente con entusiasmo alla grafica con risultati che entrarono nella mappa dell’acquaforte con un linguaggio  di “new generation”. Completati gli studi all’Accademia Brera, dopo una parentesi riservata  all’insegnamento conobbe  lo scrittore e critico dell’arte Gabriele Mandel, pittore lui stesso e professore a Bologna che lo introdusse al Centro Internazionale della Grafica di Venezia.

La laurea in Architettura al Politecnico di Milano gli aprirà le porte a un soggiorno negli USA. dove cominciò a vedere che all’arte moderna toccavano tutte le glorie della “Consumazione”, non perché compresa e apprezzata ma piuttosto perché perché i maggiori artisti usa l’ utilizzavano.  Rientrato in Europa, il Centro Studi Italiani in Svizzera gli organizzerò una personale  “controcorrente” a  Zurigo con un centinaio di lavori sulla civiltà contadina e marinara in  estinzione.

Sulla fase ulteriore della sua ’espressione si possono dire molte cose. Ma la migliore sintesi è del critico e storico ornità Villatora : “L’iniziale emozionalità e la progressiva ricerca diventano funzioni catalizzanti ed evocative di una dinamicità sempre più crescente. Anche la sua scrittura diventa via via più serrata ed essenziale e, da un primo naturalismo-realismo-surrealismo, da stadi sperimentali cromatici e materici passa a forme di un espressionismo personale d’una libertà magicamente cantata”.

Lucidamente critico,  Mario Benedetto  da in questa antologica una eloquente dimostrazione di sensibilità culturale nel trasferire in pittura l’intreccio resistente tra politica e cultura, tra giovani e anziani, dando, senza eccesso  testimonianza appassionata e pudica dei problemi, delle trasformazioni  della società, nonché dei costumi e degli stili di vita in atto..

Aldo Caserini

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LIBRI – Giosuè Cremonesi : Dalla scrittura alla pittura alla iterazione umana. “Cosa succede quando si crea online?”

Se siete lettori di qualche giornale, sarà capitato anche a voi di  notare quanto  si sia diffusa  nell’informazione l’ attenzione  verso la produzione libraria (romanzi, racconti, saggistica, biografie, poesie), impensabile quando nelle redazioni era ancora operosa  la “veneranda critica letteraria”, oggi considerata sorpassata e inadatta alle  strategie di “focalizzazione” dei prodotti libri. I nomi che si leggono sono in buona parte di esordenti, che mettono in gioco l’esperienza del narrare e del pubblicare  e di tirocinanti con qualche familiarità con lo scrivere e con il consumo di libri. Un quadro, insomma, che esigerebbe riflessioni più ampie di un articoletto sia sugli  orientamenti narratologici che sulle nuove “pratiche  culturali” spostatesi marcatamente rispetto una ventina di anni fa.

Con l’offerta di sempre nuovi titoli è evidente che cerchino di farsi strada nuovi scrittori e che gusti e consumi. E’ una regola di mercato.

Oggi l’imperativo sembra essere univoco: importante è farsi conoscere. Se non ti conoscono sei nessuno. Le capacità vanno messe a frutto. Alcuni scrittori ce mettono tutta affidandosi alla comunicazione, alla pubblicità, all’ informazione, alla promotion. Sbaglieremmo pensare che la prosa sia solo l’originalità di pochi che sanno scrivere. Un libro può essere prodotto per molte ragioni: per la voglia di scrivere, di cercare evidenza, di comunicare, di dare sfogo al fabulare, di mettersi in gioco con un mestiere nuovo. In questo caso catturare attenzione è d’obbligo. In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, far conoscere la propria attività è importante. Può essere dì aiuto il libro recente di Giò Cremonesi “20,21 Venti Vetuno” editato da K3 Hack For Business, un testo diverso dai tanti che girano nel mondo di Internet e dei Social. In 52 pagine mette insieme le esperienza di scrittore di Cremonesi nutrite da  una raccolta di didascalie testuali associate ai “post” del social network Instagram. N libro dietro il quale sta anche l’idea di sviluppare una tela pittorica digitale attraverso 180 immagini (15 ogni mese) realizzate come “collage” con brevi testi, citazioni, aforismi, freddure senza contesto. Sotto sotto, una operazione creativa che fa mettere il naso nella progressiva estensione di ciò che racconta.

20,21 Venti, Ventuno  è diffuso da Amazon (€ 9,36, pagg.52, cat.Arte concettuale, classifica Bestseller), oltrepassa il campo della tradizionale narrazione letterariamente intesa e introduce in una dimensione multidisciplinare, in un dialogo produttivo, che esplora territori eccedenti l’immanenza testuale, attraverso il rapporto con Internet e i Social Network definibili con generica approssimazione ‘tematici’: comunicazione digitale, creatività, struttura, competenze,, marketing ecc…

Negli ultimi decenni anche le ricerche teoriche hanno cercato di legittimare pratiche critiche alternative rispetto alle visioni monologiche del passato, incentrate esclusivamente sul testo nella sua costituzione linguistico-stilistica e sulla rimozione degli aspetti extratestuali e extraletterari Il lavoro di  Cremonesi contribuisce a leggere la trasformante esperienza nell’uso dei social, attraverso un ampliamento di orizzonti pratici.

In sintesi insegna a non utilizzarli in maniera impropria, sbagliata. Le indicazioni sono rivolte ad aziende ma appaiono adattabili anche al mondo dei libri. In vena di confessioni una scrittrice si lasciò andare una volta a una provocazione dichiarando che il romanzo era “cannibale”. Intendeva dire che il romanziere prendeva pezzi di realtà rimasti fuori dai confini letterari e li faceva propri.

Cosa avrebbe detto oggi che i libri si nutrono su Internet e sui Social e il linguaggio narrativo avviene online, dove gli scrittori spesso lustrano i propri scheletrini di autofiction?.

In “20,21 Venti, Ventunolibri e scrittori non sono menzionati, ma si capisce che pur parlando d’altro, nelle “chiacchiere” dei trasgressivi e concettualizzati esperti di Ground Zero  macina  materia utile per qualche loro conclusione . Non parametri lunghi, magari solo un twist, cìoè un impasto non effimero, ineludibile.

Nella sua parte visiva, il progetto  iniziale ha trovato uno sviluppo creativo. il pittore-scrittore di Casale sta valutando di renderlo materico con una “soluzione a rullo”, stampato su tela, con una base di 60 cm che diventerebbe alto 10 metri. L’idea  è che il fruitore lo veda “a porzioni”, attraverso una  interazione umana attraverso la scambievolezza del movimento verso l’alto e il basso, fornendo una informazione progressiva e i da indurrlo a una posizione articolata e presisa rispetto ai propri schemi di riferimento.

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Aldo Caserini

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Giò Cremonesi alla Biblioteca Comunale di Casale: una piacevole scoperta

Oggi è ordinario che la Musa della pittura si assenti, taccia, si distragga o si disperda a posizionare simpatie medianiche (quello che in altro modo chiamiamo il mercato); oppure cambi registro e trattenga l’ attenzione – sempre generosa e splendida quella della stampa – sotto la lente d’ingrandimento qualche suonatore o musicista o scrittore o poeta di casa. Quel che gli esperti chiamano con una abbreviazione: “provincializzazione”.

D’altra parte sarebbe una Musa a dire un  poco insolita oggi se tenesse dietro alle numerose presenze emergenti meritevoli per rivolgersi al disordine-ordine che influenza la nostra visione, immaginazione e “lettura” di contemporanei. Rincorra tutto quanto fa parte della sintesi visiva: i percorsi evolutivi. Il linguaggio, il segno, il gesto, le tecniche, le manipolazioni eccetera. Proponga al fruitore l’ incontro col graphic design, il web design, la pubblicità, la progettazione,, le tipologie e le relazioni presenti nell’accumulo dei linguaggi, delle tipologie e relazioni di chi applica progettualmente ed espressivamente nuove tecniche: approfondimenti calcoli e alchimie comunicative o anche il solo “frugare” tra le pieghe dei linguaggi per individuare qualche “sorpresa”, da coincidere rispetto del mestiere e probità ma anche idee, con esiti che riflettano il buon gusto moderno, il nuovo dell’espressività non di mestiere.

In tale contesto è gradito  segnalare ai lettori di Formesettanta , che il nostro occhio (sempre molto distratto) passando per piazzetta Pusterla a Casalpusterlengo, è stato attirato ( niente più di una veloce occhiata) da una serie di lavori esposti alla Biblioteca Comunale di Casalpusterlengo e visibili ancora per qualche giorno: opere del pittore casalese Giosué ( Giò) Cremonesi, una personale, che ci informano è stata incoraggiata dalla direttrice bibliotecaria Nicoletta Riboldi e ottenuto il patrocinio dell’assessorato alla cultura.

Cremonesi è un artista casalese rimasto pressoché in ombra in  città come pittore. Deve parte della sua notorietà nel Basso Lodigiano e nella città di Piacenza  come scrittore e creativo e il ruolo di projet manager nella N3 di Codogno.

Laureato in sceneggiatura a Milano, Cremonesi ha frequentato il liceo artistico Bruno Cassinari di Piacenza, poi abbandonato per dedicarsi al lavoro in fabbriche e in attività di magazzino. Quel che non ha mai messo in disparte è la scrittura.  Ultimamente ha infatti pubblicato da Scheletri Racconti: un lavoro convincente in  cui affiorano universi possibili, alternativi e complementari che arricchiscono le visioni individuali del presente e in cui c’è la capacità di far affiorare l’inedito.

In pittura e in grafica è un artista contemporaneo, non anacronistico nè sincronizzato sulle mode. Se come scrittore è autore brillante  di piacevole lettura, di fresco e scorrevole esercizio e coraggiosa intelligenza; in pittura si distingue con un linguaggio senza lusinghe, senza perorazioni;, per la variabilità formale e la gerarchia ricca di significati . Eì un bel dipingere, libero, comunicativo, non rituale, padrone di una espressione che documenta i tempi. Insomma è un artista da non tenere in ombra,  in disparte, ma da approfondire e seguire.

Aldo Caserini

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Conclusa la personale di Guido Boletti allo Spazio Arte BPL

Pinta, Guido Boletti pinta e pintando  (dipingendo) rivendica parti di sé. Lo ha presentato allo Spazio Arte della Fondazione BPL in via Polenghi Lombardo, in occasione dei suoi trent’anni (“suonati”) di attività pittorica, l’antropologa e storica dell’arte Marina Bergonzi che di lui mette in risalto la voglia di vita riversata “prepotentemente sulla tela”: “Guido dipinge  e, dipingendo respira””, scrive l’educatrice museale milanese. La quale non ha dubbi: Boletti, rientrato temporaneamente in Italia dal Brasile dove ormai vive, è un artista che si lascia “trasportare dal colore” e dalla musica a cui affida “la totalità dei suoi sensi”, “con freschezza e genuinità”.
Chi durante la domiciliazione lodigiana ha seguito le sue mostre, forse non coglierà nulla di realmente nuovo nella sua pittura, se non una maggiore libertà nell’uso  del colore acrilico e nel rapporto tra la presenza del soggetto figurale e l’astrazione anche se c’è poi  un affiorante retroterra di ritmi compositivi che sono il “mantra, come li definisce lo stesso artista, il veicolo che conduce a una pittura affidata al colore e dal colore consegnata influenzata da una “musica-pittura” che in Brasile ha fertili cultori.
Per Boletti il colore è la ricetta. “Il rapporto con la pittura acrilica mi restituisce le maggiori soddisfazioni”, dichiara. I suoi colori prevalenti – blu, rosso, giallo, verde – non sono indovinelli. Sono semplicemente indispensabili al tipo di pittura praticata,  all’equilibrio di una espressività affidata, per l’inclinazione personale, alla funzione ottica. Attraverso blu, rosso, giallo, verde Boletti esprime un suo linguaggio, o meglio, aiuta a pensare nel suo linguaggio.  Ed è, probabilmente, solo perché le parole faticano a descrivere questi colori come mezzo di comunicazione della sua pittura ch’egli  costringe alla  titolazioni le sue tele: Anassimandro, Dialettica, Logos, Horizonte dos eventos, Fundos inexplorados, Fine-tuned, Scarlatti, Angelo Seminatore per citare solo alcune di esse. Il ricorso agli acrilici forti e brillanti privano dei segni “pittorici” del pennello. Solo raramente ( es. Il filosofo, Monet méthaphysique, Horixà cacador, ecc.) Boletti si avvicina a dimensioni cromatiche. Crea invece sempre composizioni folgoranti funzionali a un linguaggio visuale. Utilizza colori violenti in cui fa emergere  oggetti, strumenti musicali, immagini o spezzoni, a secondo del tema e dell’allegoria, animali ecc.
Un suono blu  è il titolo dato alla mostra. Se ricordiamo bene l”artista l’aveva già usato, in altre esposizioni. In quest’ultima è stato ripreso per avvertire che alcune tele era state realizzate grazie all’accompagnamento di musiche brasiliane. La pittura di Boletti da comunque primaria importanza ai colori. L’artista ne fa un uso quasi “fisico”. Vivezza, ritmi, folclori, trovano risalto in una applicazione “liberatoria”, che rimanda allo status kandinskijano di arte libera.

Aldo Caserini

 

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