Ricordo di Grmas Zoran

Zoran Grmaš

La morte ci è vicina, ci accompagna e nel contempo ci aspetta, dice la saggezza dei nostri nonni e dei nostri contadini. La possiamo dimenticare, espellere dal mondo del nostro visibile, ma si prende sempre la rivincita. Magari dandoci la notizia di essere passata tempo prima senza informarci, mettendoci di fronte a risposte diverse. Come nel caso dell’amico Zoran
Zoran Grmas se n’è andato da tempo non ancora cinquantenne, colpito da un male incurabile. Solo le circostanze e internet lo hanno riportato ai nostri orizzonti cittadini. Il suo nome, dimenticato dai più, è di un artista che la guerra fratricida in Serbia aveva costretto a trovare rifugio a Lodi, rivelandosi uno dei grafici più interessanti e innovativi, distintosi per qualità e rarità nei rapporti grafici e pittorici.
Nato a Novi Sad nel 1970, allievo di Zoran Todovic col quale si laureò in pittura all’Accademia di quella città, dove anche insegnò prima di trasferirsi in Italia, Grmas fu collaboratore dell’Atelier Upiglio, con il quale lavorò all’opera del grande Wilfred. Lam ed espose in Giappone, India, Spagna, Bulgaria, e, naturalmente, Serbia e Italia. Dall’Accademia d’arte di “Carrara” di Bergamo, alla “Grafica Uno”, all “Atelier 14”, al gruppo d’arte “Quali differenze” e all’associazione “oltreponte di Lodi condusse un percorso sintetizzato nella definizione di “lirica razionalità”.
Autore di immagini sottoposte a incessante rinnovamento, l’artista, grande amico di Ugo Maffi, sciolse ogni richiamo al mondo visibile, liberando un universo interiore regolato da grande senso dell’equilibrio compositivo.
Ai lodigiani si rivelò artista di grande qualità tecnica, muovendosi tra passaggi e acquisizioni, riflessioni e riprese con estrema facilità e flessibilità. Per certe fioriture la sua grafica faceva pensare a una nuova traduzione di neonaturalismo. In verità Zoran si preoccupava di costringere la linea impulsiva dei segni, degli aggiuntivi materici e dei colori su di un terreno che conduceva all’unità d’immagine.
L’antologica alla ex chiesa dell’Angelo, l’esposizione a Bertonico e la personale al Circolo Ada Negri 2 furono tre momenti che raccolsero una esperienza di esiti in continua sottile compenetrazione di natura e scrittura, esistenza e trama del fare.
In quelle occasioni Zoran propose risultati di sottilissima intelligenza: una pittura e una grafica che estraevano intuizioni, segmenti di poesia, impulsi di presenze autobiografiche; rivelando in tutte e tre le esposizioni finezza compositiva e cromatica, e il sospetto di un intellettuale edonismo pari quanto lo schietto e sensuoso gusto nutrito per l’esplorazione e la materia. Mostrò un’arte di singolare lirismo, suggestiva, praticata e governata con alto senso critico, senza radici nella figurazione e nella rappresentazione. In un certo senso depistante. Una pittura di tentazione e di tendenza ermetica, frutto di un ingegno mobilissimo e sperimentalmente aperto, che mirava ad un proprio orfismo e spaziava fantasticamente in un mondo di profondità con un suo entusiasmo problematico, che nascondeva le paternità e rifuggiva dalle classificazioni. In ciò, mi confessò una sera davanti a dei boccali di birra, di voler conservare l’integrità culturale e quella affettiva con la sua terra, dove tali esperienze avevano ampia diffusione e raccoglievano spontaneo consenso.

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“Tra due stazioni” di Luca Raul Martini

Il poeta Luca Raul Martini

Luca Raul Martini è un giornalista milanese nato sotto il segno del capricorno nel ’58, poco noto fuori dalla corporazione giornalistica, anche se ultimamente sono diversi i siti di poesia che hanno preso a divulgarlo. Da anni lavora a Glamour ( punto di riferimento delle donne che amano la moda e lo shopping), dove è capo redattore. Ma questo conta poco o niente con la sua produzione poetica. Aiuta forse più una dichiarazione dello stesso Martini: “Scrivo poco e leggo tanto. Mi piace tutto quel che fa spettacolo e la musica rock”. Una volta messa in disparte la storia contemporanea studiata in Statale, ci si può azzardare sul resto: è autore non rampante né prolifico, assolutamente non divagante in trame glamour come quelli del loggione malignano, coltiva un linguaggio poco abbagliante ma attento alle tarme; erudito nel lessico, possiede un dizionario ben architettato che affida volentieri a ventate di parlato.“Sto aspettando / la tua morte / come se fossi / nella sala d’attesa / di un dentista / scadente / […] / sono semplicemente / il bambino / seduto allo stadio / che dondola le gambe / nel vuoto / dopo che è finita / la partita. Mi capita poi / di accendere / la radio con prudenza / e quasi paura / per sentire / se c’è una frequenza / se sugli altri campi / si gioca ancora” (The Waiting). Scrittore rifinito, Martini non da spazio a intrusioni. Resta sconosciuto sulle sponde del Naviglio, dove i poeti milanesi vanno a farsi leggere nei locali “in” e i critici almanaccano indulgentemente nel disordine dei loro versi.
Martini è esperto di comunicazione. “Acquartierato”, manifesta interesse per un diverso linguaggio, non esibitivo o da scorribanda rigattiera. Sa come ravvivare le parole per farle funzionare meglio. La poetessa Daniela Pericone se n’é accorta dedicando subito attenzione a “Tra due stazioni”.
Dove abbia preso il vizio antico del poetare non si sa. Ma questo vale per tanti. Avremmo torto se non riconoscessimo legami, anche se non stretti e profondi, del suo mondo con “altri” mondi. Ha stile, benché lo stile abbia ormai perduto di significato. Per Arbasino tutta colpa della moda. Chilossa?!
Il volumetto, una settantina di pagine, si avvale in appendice di una nota di Amedeo Anelli (Sequenza dopo il diluvio). Sotto una tessitura “intensiva e serrata” il direttore di Kamen’ ha individuato una sorta di viaggio biblico dove si danno da fare “elementi in tensione”: di natura, cultura, conversazione, con radici nell’ habitat della periferia dove si perdono i contorni dell’esistere. La poesia di Martini riflette/risente questo indistinto flusso della condizione metropolitana. Persino il “tu”, annota il critico lodigiano, ha brancolamenti e procura rifiuti.

 

Il libro: Luca Raul Martini: Tra due stazioni. Poesie, con una nota di Amedeo Anelli – Terra d’ulivi edizioni, 2017 , €10,00.

Stefano Sportelli racconta San Giuliano Milanese per immagini

Stefano Sportelli

Anche Stefano Sportelli, storico locale di San Giuliano Milanese, ha provato a raccontare la sua città. Lo ha fatto con un libro fotografico, annotato con ricchezza di date e riferimenti – con “immagini, memorie, personaggi dal 1950 al 2000”, com’è nel sottotitolo di “Raccontiamo San Giuliano” -, pubblicato dalla milanese Graphic House di Vittorio Viticci. Un’opera che ci consegna una impalcatura di cronologie non sempre esaurienti per poter cogliere l’intima oscurità che si annida dietro la superficie delle cose e ridisegnare il rapporto tra passato e presente (cosa che investe però più gli storici che noi resocontisti).
Il volume di Sportelli, realizzato con la collaborazione di Stefano Rossi e degli interventi fotografici di Luigi Sarzi Amadè di RcSando (la rete civica di San Donato Milanese e Sudmilanese condotta da Stefano Tommasi), si lascia sfogliare con tranquillità, senza i colori che a volte ubriacano senza allargare la conoscenza, mantenendo la promessa di incontrare un amico di quelli che chiamiamo i nostri interessi.
E’ un libro costruito su immagini e brevi annotazioni redatte cronologicamente che incuriosiscono ma aiutano anche a riflettere, senza essere un mattone ma un segno rinviante ad altre fatiche descrittive del sangiulianese, che ad esse si annoda e si allaccia.
Tolti un bel po’ di addobbi Raccontiamo San Giuliano è rianimato da centinaia di immagini di sagre, prevosti, sindaci, gente comune, cascine, corti, osterie, posterie, scuole, esondazioni, momenti collettivi, sportivi, ludici, ritrovi, mulini, strade, ex-conventi, chiese, cappelle votive eccetera scelte dal ricco archivio personale dell’autore oltre che essere state fornite dall’Amministrazione municipale e da Associazioni locali. L’interesse iconografico e documentale è catturato, non a caso, dalle cascine (Schiavi, Cantalupo, Carlotta, Molinazzo, Pedriano, Sestogallo, Selmo, Caverina, Occhiò, Invernizzi, S. Brera, Cassinetta, Castelletto…) essendo stato San Giuliano un territorio prevalentemente agricolo, da costituire oggi un vero serbatoio di ricordi delle trasformazioni intervenute in mezzo secolo e arricchire di “contenuti” la stessa narrazione.
Ricordare è importante. Il filosofo Nietzsche diceva che saper ricordare è una “grazia autentica”. Ma per ricordare è utile risvegliare la memoria, raccordarsi a fatti, immagini, avvenimenti, conoscenze, momenti piacevoli e rimpianti, prendere spunto da appunti e frammenti, magari da pagine solitarie, sparse o senza nessi, cercare nel passato storico la risposta ai problemi del presente. Per questo il libro di Sportelli è un libro da leggere quel poco che c’è di scritto e il molto da osservare. Permette di riconoscere e ricordare i tanti “passaggi” con cui San Giuliano Milanese si è trasformato da borgo agricolo a centro metropolitano del terziario e del quaternario. In mezzo c’è tutta la trama che consente agli abitanti identità e ideazione. La memoria, il ricordo, è innanzi tutto un ri-accordo che dalla dispersione genera unità. Il libro incoraggia i sangiulianesi attraverso dati asciutti e immagini scolorite di ricostruire la propria sfera di appartenenza attraverso azioni vissute e sentimenti, di dare un senso alla propria presenza sul territorio.
A“Raccontiamo San Giuliano” mancano sicuramente delle “pagine”. Per congedarci, un po’ di riflessione storica, su qualcosa che non doveva essere. Nel lavoro è messa più attenzione a tasselli di cronaca e alla ricostruzione intesa cronologicamente che non ai “processi formativi” (politici, urbanistici, sociali, culturali, comunitari). Ciò non impedisce al lettore di cogliere per sintesi sommarie offerte dalle immagini il carattere di certo sviluppo urbanistico intensivo, in cui trovava giustificazione da un lato il bisogno della gente di difendersi dagli effetti demografici delle trasformazioni e dello sviluppo e dall’altro il “giogo” degli investimenti e dei sottostanti interessi e darsi una lettura non troppo nostalgica e non effimera dei mutamenti e delle sottostanti progettazioni.

Il Libro: Stefano Sportelli: Raccontiamo San Giuliano – Immagini, memorie, personaggi dal 1950 al 2000 – Foto attuali di Luigi Sarzi – collaborazione di Stefano Rossi – Graphic House di Vittorio Viticci, Milano – Euro 10,00.

Ricordo di Gaetano Bonelli a venti anni dalla morte

Gaetano Bonelli nel suo studio

Venti Anni fa, esattante nell’aprile 1997, moriva a Lodi Gaetano Bonelli, un artista che congiuntamente a Angelo Monico, Natale Vecchietti, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni,, Santino Vailetti e alle nuove leve Angelo Bosoni ed Enzo Vertibile e allargando lo sguardo al territorio, a Luigi Brambati e Gino Carrera ), ha rappresentato il nucleo centrale di quella generazione che per prima ha imposto la soffitta ad artisti che fino quel momento erano stati i protagonisti di un “giudizio sicuro”, sedimentato dalle convenzioni figurative post-impressioniste e dalla scuola di Brera, rappresentato dai Zaninelli, Belloni, Spelta, Maiocchi, Antonioli, Steffenini, Novello, eccetera.
In vita sono però risultate poche le occasioni (anche per sua scelta), di vedere organizzati saggi dell’arte “sconvolgente” – per la città, naturalmente – di Bonelli. Personalmente ricordiamo una personale di metà anni Ottanta al Salone dei Notai del Museo Civico e dieci anni più tardi una esibizione all’ex-chiesa dell’Angelo a cui fece seguito l’anno dopo una presentazione al Soave di Codogno, tutte e tre firmate da Tino Gipponi che sarà poi anche autore di una biografia critica (“Gaetano Bonelli pittore”, Il Pomerio, 1999, Lodi), disegnata sulla testimonianza tracciata in un catalogo dell’85 per la mostra del Museo Civico e richiamata in “Protagonisti di un’amicizia ideale”( Lodilibri).
Da allora il nome di Bonelli è letteralmente sparito dalle cronache artistiche cittadine, forse troppo prese dalle mostre seriali di un sistema espositivo che anziché aprire gli occhi su qualche buon autore (o contesto) in cui l’arte acquistava vero senso spingevano ad accettare pigramente presentazioni a volte mal fatte, sciatte e approssimative. Da rendere attuale l’ ultimo lavoro bonelliana – “La città che dorme”– e la conseguente accusa di “inerzia culturale” rivolta alla sua città, come fece cogliere Tino Gipponi, al quale va il merito di avere organizzato le uniche personali dell’artista.
A venti anni dalla morte era pertanto lecito attendersi una qualche interpretazione o rilettura della sua arte, che non fu solo quella vignettistica degli Spartaco e Fanfulla che firmavamo per “Rinascimento”.
La vicenda artistica di Bonelli riflette l’avventura e lo spirito degli anni Cinquanta e quelli seguiti. Costituisce un ponte di passaggi che scandiscono i mutamenti nell’essenza dell’arte di quasi un mezzo secolo. Offre non solo una informazione della personalità pittorica dell’artistica, ma fornisce suggerimenti aggiornati a un pubblico locale che allora come oggi regolava l’interesse per la pittura su criteri fondamentalmente da salotto (della nonna), rifiutandosi di fare i conti con le idee, l’evoluzione del gusto e la storia.
L’arte di Bonelli è fatta di andate e ritorni, di echi inquietudini, mozioni e contraddizioni. La produzione va dal figurativo all’astrattismo, dall’espressionismo al simbolismo in unità con procedimenti, tempere, resine, collage, materiali. Ha intenti profondi e a volte oscuri; passa dal colorismo al monocromatismo, dal citazionismo al nomadismo, dallo sperimentalismo al repertorio disegnativo. all’informale, dal “processo” all’immateriale del sogno, al caso. Conosce la variabilità: può apparire rigida, ma a volte anche mobile, soffice, articolata; fa i conti con un environment ricco di manualità e di oggetti, ma offre pure saggi di austerità, a volte di provvisorietà, altre volte adeguati al volto esterno della moda.
E’ tematica in Sinfonie, I pugili, Foot-ball, Le voci di dentro, pronta ad abbeverarsi di nuove informazione, a cogliere felicemente ciò che era in atto, ad abbracciare poetiche che consentivano di penetrare nel nocciolo delle cose e dare versione personale di esse.
In un certo senso Bonelli ha rappresentato in città l’estetica dello choc, praticando una sorta di astruseria del futuro. La si ritrova persino in affreschi, vetrate e terrecotte nelle chiese di Lambrinia di Chignolo Po, Mairago, Rubiano di Credera, Sant’Angelo Lodigiano, Massalengo, Graffignana, Ossago, Santa Maria della Fontana, Sant’Alberto a Lodi. Anche in esse c’è il segno della qualità del “doge” (così gli amici chiamavano Bonelli), un artista mai fermo nel suo incessante sperimentalismo. Purtroppo dimenticato da un “sistema” localmente senza progetti di valenze estetiche e politiche.

 

 

 

Le ceramiche di Luigi Franchi alla Fondazione Santa Chiara

Lodi: Luigi Franchi durante una premiazione, tra le ultime apparizioni pubbliche di qualche anno fà

Sabato, alle 10,15, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, la famiglia del ceramista lodigiano Luigi Franchi ufficializzerà la donazione all’istituto di un importante gruppo di suoi lavori. La largizione decisa da Anna, Angela, Tanina e Vittorio Franchi, comprende alcuni pezzi unici della raccolta familiare e una serie di piatti dedicati dall’artista a personaggi illustri di Lodi, che troveranno adeguato allestimento in apposite teche collocate nella sala dell’Istituto recentemente restaurata.La decisione dell’ atto donativo è ovviamente finalizzata a ricordare il ruolo avuto per oltre mezzo da Gino Franchi con l’attività di via San Colombano, attività che non si è limitata al semplice rilancio delle forme e dei decori della “Vecchia Lodi” ma ha perfezionato e arricchito le tecniche di preparazione e realizzazione, raffinato le ricette di smalti e vernici, migliorato i tempi e le gradazioni delle cotture, indagato infine le paternità dei decori.

Diplomato a Brera in pittura con Moro e Campestrini e in scultura all’ “Applicata” dello Sforzesco con Cibau e Gasparetti, Franchi iniziò giovanissimo a lavorare la terra ricevendo indirizzo da un critico intelligente e severo: Elda Fezzi. Caratterizzò da subito il suo linguaggio espressivo, manifestando l’aspirazione a farsi riconoscere come un figlio artistico dei Ferretti, e per altri aspetti, dei Coppellotti.
In breve ripropose non solo il taglio artigianale ma la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli. A lui, o principalmente a lui, si deve il ri-espandersi di forme e decori della “Vecchia Lodi”.
Negli anni Sessanta e Settanta e poi via via nei decenni a seguire, dal suo laboratorio uscirono elenchi ricchissimi di oggetti e la tipica zuppiera lodigiana a sezione ellittica, con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocolori.
Franchi non si adagiò sui successi. Perfezionò nuove formule, nuovi colori, nuovi decori, all’italiana e alla francese. Introdusse, di tanto in tanto, innovativi modelli che invasero soprattutto le case della borghesia milanese.
Il forno e l’adozione delle tecnologie applicate, coerentemente con la concezione ch’egli nutriva dell’artigianato artistico, gli garantirono il gran salto: perfezionò la tecnica di cottura strettamente connessa all’uso di alcuni colori, ampliò la varietà dei soggetti e iniziò a cimentarsi nel “gran fuoco” con ambrogette allegoriche, fioriere, lampade, cineserie, grandi fruttiere e vasi, rivelandosi unico per sicurezza compositiva, inventiva e originalità.
Una volta tornato alla “sua” bottega e rimessosi a fare da solo, si impegnò a conservare all’espressività ceramistica non il solo contenuto della utilità ma quello più ampio e impegnativo della sensibilità, della cultura e della ricerca.
Per i collezionisti che avevano particolare attenzione per il valore artistico dell’oggetto seppe realizzare pezzi di alta qualità, selezionati nella terraglia, studiati nel colore e nelle sue proprietà, perfetti nella cottura, gusto della forma e personalità creativa.
Per decenni ha riscritto la storia della ceramica lodigiana sulla traccia di personalissime emozioni. Lo ha fatto con la sensibilità del pittore, bilanciando eleganza e contenuti, e, da vero maestro artigiano, calibrando i colori del gran fuoco.
I lavori che oggi entrano a far parte della Raccolta della Fondazione Santa Chiara sono tutti di caratura artistica. Riassumono bene quella che è stata la sua personale esperienza di artigiano e di artista. Aiuteranno a ricordarlo per l’attività svolta e la cultura specialistica, ma anche per la gioia e il piacere ch’egli provava nel raccontarsi attraverso la ceramica, arte vissuta come un archivio di momenti precisi, come storia ed evoluzione del gusto.

 

 

“Un mondo al limite”. Vasco Bendini alla Ricci Oddi

La mostra di Vasco Bendini alla Ricci Oddi di Piacenza, organizzata dalla moglie Marcella Valentini e curata da Ivo Iori e dall’Archivio Bendini è l’omaggio all’ artista spentosi due anni fa all’età di novanantré anni. Dopo il suo rientro a Piacenza, si sentiva – amava dire – un po’ piacentino, sia pure d’adozione; animava le cronache della città farnese, stimolando la ricerca di artisti distribuiti sui territori confinanti. Tra le tante cose che l’iniziativa stimola non sfugge ai lodigiani è la forbice esistente tra le proposte sull’altra sponda del Po – scaturite da un complesso di ricerche e di fermenti culturali precisi – e quelle campanilistiche e raffazzonate predisposte nella piana dell’Adda, affidate a criteri e fisionomie completamente differenti.
La mostra di Bendini aiuta chi abbia interesse ad  approfondire il significato di informale e di vagliarne l’azione attraverso i suoi svolgimenti; magari di chiedersi perché nei centri del lodigiano, dove il moderno ha avuto difficile fortuna, accompagnata da incertezze e contraddizioni, l’informale (salvo isolati casi) non sia arrivato a maturazione, anzi, neppure  abbia conosciuto un principio di incubazione, anche quando, mezzo secolo fa, il nuovo linguaggio conobbe una diffusione larghissima da sfiorare la saturazione. Troverebbe, forse, persino spiegazione alla decisione di Bendini di non accogliere l’invito di Giovanni Bellinzoni per una sua personale, dopo quella di Giulia Napoleoni.
Un mondo al limite raccoglie grandi tele realizzate dal febbraio 2009 al giugno 2013. In esse l’artista demolisce ogni barriera classificatoria, esplora gesti e materia, mischia visioni, indizi e segni, si muove in una condizione di leggibilità non formale. Le 25 opere rivelano come l’avventura informale non è stata un movimento dai caratteri linguistici precisi ed esternamente catalogabili, quanto piuttosto una nuova angolazione mentale sul fenomeno estetico, l’istituirsi di un nuovo rapporto tra l’artista e la sua opera, una nuova e diversa coscienza del fatto artistico e del fare arte.

Galleria Ricci Oddi, “Vasco Bendini. Un mondo al limite” a cura di Ivo Iori e dell’Archivio Vasco Bendini, fino al 7 gennaio 2018, Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18. Chiuso tutti i lunedì, a Natale, Santo Stefano, Capodanno.

 

Le Stanze della Grafica: conferenza su Kathe Kollowitz

Si avvia ormai a conclusione la seconda edizione de Le stanze della grafica. L’iniziativa, promossa dall’Associazione mons. Quartieri allo Spazio Bipielle di via Polenghi a Lodi esibisce, ancora per qualche giorno, fino al 10 dicembre prossimo. una selezione di rilevante importanza dedicata a Kathe Kollwitz (1867-1945), una ventina incisioni provenienti dall’omonimo museo di Berlino.  Allieva di Stauffer Bern, attiva in Germania fino al 1934, la Kollwitz ha affrontato come pittrice, scultrice, stampatrice, litografa e xilografa i temi della condizione umana, della violenza e della fame, della miseria degli “ultimi” del suo tempo,

A un uditorio non numeroso ma particolarmente attento ne hanno approfondito i termini espressivi e tecnici e le dotazioni storico culturali la curatrice Patrizia Foglia e la scrittrice Micaela Mander, quest’ultima autrice con Flavio Arensi, di “Kathe Kollwitz” (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2006), organizzatrice di eventi ed esperta in testi per insegnanti e bibliotecari, in occasione dell’incontro ideato da Gianmaria Bellocchio ai margine dell’esposizione.

Con agghiaccianti visioni, la Kollwitz ha vissuto e lavorato in arte per rispondere a una propria “necessità interiore” e per “ intervenire attivamente nel suo tempo”, traducendo in lastre pagine delle tragedie della vita, servendosi di un espressionismo acceso Questa, in larga sintesi, la premessa con cui la Foglia, ha affidato alla propria eloquenza di studiosa le caratteristiche del lavoro incisorio della grande artista, facendo emergere come il linguaggio della Kollwitz dia evidenza a grandi “sentimenti”: dal mondo dei diseredati, alle lotte sociali, alla vita contadina e operaia, e aiuta a capire, al di la delle parole, il clima artistico e culturale, ma anche quello sociale e politico dell’Europa del secolo scorso.

L’ opera è quella di una grande figura della scena artistica, che ha mixato punta secca, acquaforte e acquatinta, la perentorietà del bianco e nero xilografico e le frangiature della pietra litografica. Estranea comunque alle mode – ha osservato la Mander -; la Kollowitz ha recuperato alla storia dell’arte e della cultura del proprio tempo il mondo delle persone comuni, dei diseredati e dei calpestati. La sua è un’arte fatta di talento e di umanità, non estranea all’evoluzione artistica, in cui la sobrietà dei mezzi impiegati ha impedito di cadere nel sentimentale e nel letterario. Di idee socialiste e pacifiste, superata la fase di naturalismo courbettiano, acquistò carattere espressionistici sotto l’urgenza del messaggio politico sociale. Questo, riassuntivamente, il nucleo centrale della conversazione organizzata per cicli produttivi (Una rivolta dei tessitori, Guerra dei contadini, Il tema della morte, quello della Pietà, il ruolo sociale, ecc. ) dalla Foglia e dalla Mander avvalendosi della proiezione delle immagini.

 

Aldo Caserini

Prossimo omaggio a Felice Vanelli alla Centropadana

Dopo due mostre di ottimo livello dedicate a Chighine e a Cotugno, concluse con significativi riscontro di pubblico, il limpido equilibrio dello spazio centrale di Palazzo Sommariva-Ghisi a Lodi, sede della Banca Centropadana si appresta ad accogliere in coincidenza con la ricorrenza di San Bassiano, un “omaggio” a Felice Vanelli, affidato alla curatela artistica di Tino Gipponi.

Una mattinata del luglio scorso l’ottantenne Vanelli risolveva le proprie tribolazioni terrene, delle quali pochissimi erano a conoscenza, perché fuori d’ogni enigma, come un Giobbe biblico, egli aveva voluto che la forza espiativa della sofferenza e la sacralità della morte non fossero turbate. Sulla sua storia d’artista richiama ora l’attenzione la mostra alla Centropadana con l’intento di ricordare la figura di pittore-scultore-artefice e far riprendere contatto con gli squarci di verità, sacralità, poesia e storia che l’hanno accompagnato in oltre sessanta anni di attività artistica..

In Vanelli soggetto e forma, immagine e simbolo plastico, si alternano e si fondono, compongono insieme pagine di un diario appassionato in cui è testimoniato il rapporto di tre dimensioni temporali: il tempo della esperienza individuale dell’artista, il tempo della storia e della cultura locale, il tempo metafisico e religioso.

Vanelli fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, grafico e unificò in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni. I suoi lavori arredano case, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Naturalmente non tutti sono del medesimo livello, ma molti hanno una specificità di linguaggio: sono fuori dai vincoli delle mode e del convenzionale.

All’ iniziale culto “michelangiolesco” l’artista ha fatto seguire uno sviluppo di indirizzi personali ricavati dall’ esperienza e dalla conoscenza tecnica e culturale. Era un figurativo, che combatteva “i malevoli spiriti che veleggiano a stormi” (citava, un po’ a modo suo, Montale, per non fare i nomi dei “modernisti” di casa). Si vantava d’essere artista di mestiere e tecnica, e soprattutto di “sentimento”. Intendeva dire di cuore, impulso, sensazione. Non si fece mai (o quasi) guidare dal desiderio di meravigliare con “audacie” o bizzarrie. Fino all’ultimo diede testimonianza della sua fiducia nell’immagine; che, nata dall’artista viveva della fedeltà alla natura, all’uomo, alla sua storia, alla sua religiosità.

Scultura e affresco, sono arrivati dopo la pittura, e dopo ancora è approdata la ceramica, quando l’ enfasi aveva fatto posto all’efficacia e lui s’era messo a stringere sull’indispensabile.

Nella pittura su muro diede sfogo alla passione disegnativa con cui ha narrato la realtà e la speranza dell’uomo, attraverso semplici miti e figure della più comune simbologia popolare. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto mezzorilievo e basso praticati con attenzione al grado di dare spessore alla figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che si ritrovano nella ceramica, dove in gioco entrarono la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura. Le qualità più specifiche che riportano il lavoro manuale alla grande dignità artigiana.

Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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L’arte ludica di Ettore Zocchi al “Bizzò” di Lodi

L’artista Ettore Zocchi

Ettore Zocchi si ripropone in questi giorni alla Caffetteria Bizzò in via Cavour a Lodi. Forse spinto dal desiderio di riprendere il successo sentimentale ottenuto dai suoi disegni lo scorso anno.
Di lui è già stato detto: milanese del 1939, lodigiano dal 1966, ex agente rappresentante, ex tipografo, dedito al tennis e alle attività sociali, Zocchi è autodidatta, di esperienza e mestiere oggi riconosciuti; noto soprattutto per praticare l’iconografia sacra, che alterna a pittura, disegno, acquerello: “una passione che mi diverte e mi permette di riempire ore del giorno e della notte”, dichiara il pittore..
Dunque un’arte ludica (disimpegnata o disobbligata) la sua. Non riconducibile a un qualche indirizzo confezionato ed etichettato. Nella nuova uscita Zocchi propone paesaggi e illustrazioni di taglio assolutamente popolare, realizzati con una varietà di tecniche di ben identificato involucro, che non spostano il campo del soggetto su nuove attenzioni e rispecchiamenti.
A partire dagli anni 2000 la sua attività figurale si è fatta vedere alla Libreria Rizzoli di Milano, alla chiesa dell’Incoronata, al Museo di Arte Sacra a Lodi, alla Chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, a San Colombano, all’Oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla Caffetteria delle Arti all’Albarola, al Bar Bizzoni di Lodi e in diverse collettive (all’Aquilone, a Santa Chiara, a Cascina Archinti) e concorsi.
Nell’arte paesaggistica e in quella genericamente figurale Zocchi dimostra di inseguire un bilanciamento tra materia e forma e segno, indispensabile a dare “fioritura poetica” alle rappresentazioni.
I soggetti presentati al “Bizzò” offrono tuttavia descrizioni a cui non sono estranei particolari e richiami post-impressionisti. Ma a convincere sono i lavori che trasmettono un messaggio asciutto e che fanno cogliere quanto di semplice, vitale e umano può esserci nell’ambiente naturale.
Zocchi insiste su motivi precisi. Guarda a quelli nostrani dei luoghi, che coglie nei particolari evidenti e nascosti. Non sempre incontrando l’adesione dell’amoroso visitatore. Che a volte è interessato alle modalità di esposizione o si accontenta di un lirico canto coloristico anziché dalla esplorazione, che col tempo muta l’angolo di osservazione e può muovere parametri diversi.
E’ una pittura senza lasciti culturali, se non il ricordo sentimentale dei possibili luoghi che evocano sensazioni ora gioiose ora malinconiche, mai tristi. L’esperienza della natura è l’unica che si sente immediata in Zocchi, pittore di misura descrittiva, che non rinuncia alla tradizione. Negarla per lui equivarrebbe annullare se stesso, le proprie persuasioni, i propri valori.

 

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