L’ARTE DELLA MANIERA NERA NELLE INCISIONI DI TEODORO COTUGNO

Nel corso dei cinquanta e più anni di attività artistica di Teodoro Cotugno si è detto e scritto parecchio della sua attività  operativa  e del profilo estetico, non sempre affrontando tutto quel che c’era da dire e dirlo bene. Dopo la  frequentazione dell’Istituto statale d’Arte di Urbino dove è stato allievo di dei maestri fondatori dei corsi internazionali di xilografia e calcografia – Pietro Sanchini e Renato Bruscaglia – l’informazione artistica che si è interessata di lui ha insistito massimamente sulle radici dei valore simbolico presenti nella sua opera – l’attaccamento alla terra, alla natura, alla campagna, ai luoghi, ai territori -, e sulla rappresentazione sentimentale e filosofica dell’ampia tastiera metaforica evocata, trascurando attenzione alla tecnica, ai procedimenti, al segno  con cui l’artista personalizza gli interventi all’eau-fort, all’ acquaforte, e alle altre scritture espressive praticate. E’ successo, e ancora si verifica, probabilmente per quell’aura che all’acquaforte è data e viene più che dal fascino alchemico dalle caratteristiche semplici di lettura. Benché chi la pratica, come Cotugno appunto,  sa perfettamente quanto essa sia complessa e risulta complicata. Resta la constatazione che questa preferenza accordata alla libera corsività dei segni grafici che l’acquaforte restituisce, ha fatto e fa ignorare a chi lo affida alla divulgazione tout-court, altri aspetti, altrettanto importanti e di valore, che  nella ricca produzione incisoria di Cotugno sono presenti. Facciamo mente alla tecnica della maniera nera, detta anche “mezzotinto” , “maniera inglese”, “incisione a velluto” e perfino “incisione a fumo”, nonché e agli esemplari realizzati dall’artista e dallo stesso fatti  conoscere attraverso facebook.

Si tratta di un numero ristretto di matrici concepite e manualmente elaborate e, perché stampe originali d’arte, di “tiratura”  limitata.  La realizzazione e stampa è avvenuta nella maggioranza a scavalco tra gli anni 1985 e 1990, un momento storico particolare si ricorderà, in cui le forme degenerative dell’autentico in incisione conobbero proporzioni insolite all’insegna dell’ “arte per tutti”.

“L’abbraccio”, “Trasparenze”, “Piccolo cactus”, “L’ultimo pagliaio” “Cardi del Subasio”, “Tre vetri Liberty, “Tre vetri Gallé” “Per un compleanno”, eccetera, eccetera sono incisioni su rame, di formati disparati, in cui le soluzioni tecniche risultano diverse a seguito della ricerca e della sperimentazione ( le “oscure” variabili tecniche messe in atto dall’artista, cioè quei particolari interventi che in Francia vengono sintetizzati con l’appellativo di “coucine”) e che variano da foglio a foglio secondo l’uso finalizzato ad esaltare l’espressione e il linguaggio della maniera nera.

I risultati, a nostro parere, al di la dei soggetti rappresentati, costituiscono una allusiva risposta al diffondersi, negli anni Ottanta, di certe tecnologie nell’arte incisoria.  Se vogliamo sono un coraggioso “voltarsi indietro”, un “guardare alla storia dell’incisione”, un rivendicare, anche  a quelle di riproduzione o descrittive, forza distintiva e originalità artigianale oltre a  rimandare ad artisti del XVIII e XIX.

Le  “stampe a fumo” di Cotugno, come le chiamava il suo amico professore, critico d’arte e storico dell’incisione Marco Fragonara, preziosa firma di Grafica d’arte, oggi purtroppo scomparso, costituiscono un “momento” della ricerca  dell’incisore, un momento partito alla metà degli anni Ottanta che lo ha visto impegnato controcorrente a sperimentare un metodo espressivo faticoso e lento, che altri preferivano abbandonare. Lo fece perché influenzato o colpito dalle tecniche insolite di Alberto Rocco?  Chilossà… Quel che è certo è che oltre coltivare diverse tecniche, il bulino, la punta secca, l’acquaforte e soluzioni miste, Cotugno  ha raccolto la sfida di sperimentare una tecnica “aristocraticamente anomala”, la maniera nera appunto, acquisendola con un lungo, ostinato e solitario impegno e, con risultati di qualità grafico-espressive personali. Tecnica  finemente atipica, è finita presto in archivio, dimenticata.  Una sorte toccata a tanti. Oggi sono rarissimi gli incisori che la praticano  e che ne percorrono i caratteri espressivi in modo autonomo.

Per realizzare una maniera nera non basta la lastra di rame. Perché diventi “matrice” deve essere preparata, accuratamente lisciata col berceau. Ma raggiungere effetti grafici apprezzabili non è né facile né immediato. Serve mestiere, destrezza, esperienza tecnica. Soprattutto avvertenza e controlli a vista, sperimentazione, tempo e fatica. In assenza di orditura, di texture l’esito va cercato nelle sfumature, nelle morbidezze, attraverso i modi e i mezzi della maniera..Una operazione che richiede tempo, fatica e applicazione di procedure che assicurino soluzioni idonee.

Aldo Caserini

Esordio di PLATEA con l’installazione “Trionfo dell’Aurora” del performer Marcello Maloberti

Si concluderà domenica 29 agosto, a Palazzo Galleani a Lodi (corso Umberto, 50), il palinsesto espositivo d’esordio di PLATEA, associazione culturale nata tempo fa in città ad opera ai alcuni giovani appassionati d’arte e di architettura.
Il progetto espositivo, realizzato con il concorso  della galleria Raffaello Cortese di Milano è costituito dalla installazione fotografica “Trionfo dell’Amore” e dal contributo del performer di origini alaudensi Marcello Maloberti, eletto a “lume promozionale” dell’iniziativa, annunciata da un insolito “manifesto-martello”, così definito dagli organizzatori del momento performativo. Tolto il velo a PLATEA , l’attività espositiva proseguirà, sempre in corso Umberto 50 con le proposte di quattro giovani artisti, Vittorio Viale, Giulio Locatelli, Silvia Berry, Vittorio Mazzoinis coordinati da Francesca Grossi.

VIRUS. UNA USCITA DALLA PANDEMIA SU CUI NON SCOMMETTERE

Quando in piazza una voce ha gridato: “tutti i morti di Covid  non esistono, li uccidono in ospedale”, Marco Natali non ci ha più visto…

Sono due anni che facciamo i conti con la morte. Il virus e la morte ci hanno costretto a ripensare a mille cose, a mutarne e riconfigurarle.

Uno degli aspetti più delicati dell’umana vicenda in corso è il gesto di disobbedienza civica di chi va in piazza, come è accaduto a Lodi, a recitare il mantra “non accetto”, “rifiuto le regole”, “invoco il diritto a interpretare”, “tutto sbagliato”, “è complotto”, “la scienza è venduta” e via di seguito con la bulimia di parole-chiave prese dai social .

Capisco il legame sottilissimo: la sosta al bar, la pausa dell’aperitivo, quella di pranzo, il caffè che ti regala tepore al mattino, l’ebbrezza dell’uscita la sera a fare quel che si vuole, il timore di nuove chiusure, il fastidio della mascherina, la seccatura del vaccino, il disturbo del pass.  Ma come non avere memoria  che il dramma del virus non è a Wuan, che è il dramma di tanti anche da noi, delle lacrime di tanti, dei tanti morti trapassati in condizioni da brivido. E davanti a tutto ciò, della trasformazione oggettiva e innegabile, gridare che “non c’è nulla di vero”, che tutto “è orchestrato”, mostrare tanta nebbia cognitiva da insultare un figlio che “osava” raccontare la morte di covid del padre e invitava ad aprire la mente, soffiargli addosso che la letalità è accidentale. Atteggiamenti che mettono in sordina “le cose che non vanno” o sembrano non andare, che pure ci sono ed esisteranno perché fan parte degli equilibri distorti  della società, dei suoi istituti, della politica, degli interessi.

Se la Natura potesse parlare direbbe che alle parole sta sempre dietro qualcosa…L’ egoismo,  la miopia, l’ analfabetismo, il magma desolante dei percorsi individuali, il proprio spazio, eccetera. Firmati con una sceneggiata “anti” (antivaccino, antipass, antipandemia, anti assembramenti, antigoverno)  affidata a un urlo con cui ha rotto il silenzio in piazza della Vittoria a Lodi ( “i morti di Covid non esistono, li uccidono in ospedale!”) poteva assicurargli il ritorno alle molte libertà compresse ( e non soppresse) per garantire maggior sicurezza e tutela alla salute.

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il sodalizio culturale LANGELLA-OLDANI Due poeti acuti osservatori della nostra contemporaneità

Giuseppe Langella, ordinario di Letteratura italiana contemporanea alla Cattolica, studioso di Manzoni e Svevo, è direttore del Centro  “Letteratura e cultura dell’Italia Unita”. Poeta, scrittore, critico, storico della letteratura ha fama conquistata sul campo: libri, interviste, riviste, convegni, lezioni.  Tra l’altro ha prefato i libri di Guido Oldani consentendo di andare in profondità nella sua opera. Con lui e con la Salibra ha firmato il Manifesto del Realismo Terminale  e poi  promosso la sua candidatura al Nobel. Su Agorà l’ha anche, di recente, caldeggiata. Con premessa: “L’ambiente artificiale in cui viviamo, stipato di gente e di oggetti in megalopoli sempre più vaste sta producendo trasformazioni antropologiche che dal campo dell’esperienza quotidiana si riverberano sui paradigmi stessi della conoscenza di sé e del mondo”. Il dispositivo retorico più caratteristico –scrive lo studioso – è la «similitudine rovesciata», che assume, come termine di paragone per comprendere ciò che esiste o che accade, non la natura ma il mondo artificiale”.

Le radici sono corpose:La natura è stata messa ai margini, inghiottita o addomesticata. È il trionfo della vita artificiale. Gli oggetti ci avvolgono come una camicia di forza perché diventati indispensabili: senza di loro ci sentiremmo persi, tanto da portarci a farne incetta in maniera compulsiva. Da servi che gli oggetti erano, si sono trasformati nei nostri padroni; la loro invasione ha contribuito a generare  mutamenti antropologici di portata epocale, alterando pesantemente le modalità di percezione del mondo, in quanto ogni nostra esperienza ormai passa attraverso gli oggetti.”

Langella è anche poeta.  Sobrio, senza eccessi. Pubblica poco. In quel poco c’è tutto quel che si vuole sapere: le tensioni del nuovo, la carica dissacratoria verso le vistose contraddizioni delle stagioni culturali. Il suo esordio: Escursion, nella collettanea Ascensioni umane.Il seguito: Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore Quasi una trenodia , Il Moto perpetuo. Da Interlinea la narrativa: La bottega dei camme e quasi in simultanea Reliquiario della grande tribolazione., ispirato dalla guerra sul fronte alpino. Sue poesie nelle riviste (“Poesia”, “Incroci”, “Soglie”, “PoliScritture”, “Euterpe”), in siti (“Ossigeno nascente”) e in antologie.  Riferiscono la direzione sicura di un poeta sapiente, di robusta sostanza e sensibilissima capacità nel cogliere concretezza nella materialità viva del quotidiano.

Aldo Caserini

“E’ l’Anima che parla…” Il pocket-book dell’Opera Sant’Alberto nella recensione de “il Cittadino”

Il Cittadino del 22 luglio u.s. ha recensito il pocket-book “E’ l’anima che parla…” curato da Antonio Valsecchi e illustrato con acqueforti e chine da Teodoro Cotugno.

IL 30° DELLA RIVISTA KAMEN’/ La sezione di filosofia dedicata a Dino Formaggio

E’ uscito in questi giorni il sessantesimo numero (n. 59, giugno 2021) della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’», il numero del suo trentesimo anno.

La sezione di Filosofia è dedicata a Dino Formaggio. Fra i più eminenti studiosi di Estetica europei del Novecento – maestro ed amico di Amedeo Anelli – Kamen’ pubblica, i saggi: Fondamenti e valori dell’Arte in Lucian Blaga e Mikel vivant.

Dino Formaggio (Milano 1914 – Illasi  2008) si è formato alla scuola di Antonio Banfi. Fra i maggiori studiosi europei novecenteschi di Estetica, è stato anche critico d’arte e sperimentatore in proprio di numerose tecniche artistiche, favorite dalla assidua frequentazione di molti amici artisti cui ha dedicato numerose monografie, e dal fascino del sensibile e delle materie. A dodici anni iniziò a lavorare in fabbrica: prima alla Brown Boveri di Milano,  poi alle Orologerie Binda, ma la passione per lo studio lo portò a frequentare i corsi serali fino ad ottenere il  Diploma  Magistrale nel 1933. Come maestro elementare ricoprì la cattedra che era stata di Ada Negri a Motta Visconti. Intraprese gli studi  universitari e, dopo la laurea nel 1938 con Antonio Banfi, co-relatore Adelchi Baratono, fu prima docente al Liceo Manzoni, sempre a Milano, quindi, percorrendo tutti i gradi della carriera universitaria, insegnò nelle Università di Pavia, Padova tra il 1963 e il 1978 (dove fu Preside della  Facoltà di Magistero e pro-rettore negli anni difficili della contestazione giovanile) e, dal 1979 al 1984, come titolare della cattedra di Estetica all’Università Statale di Milano, della quale fu poi professore emerito. Sensibilissimo ai temi sociali, partecipò attivamente alla lotta partigiana e alla Resistenza.

Numerosi  i suoi volumi di Filosofia dell’Arte  e le monografie su movimenti ed artisti, tradotti in molte lingue, tra cui ricordiamo: Goya (Milano, Mondadori, 1951 e 1978); Tintoretto (Milano, Mondadori, 1951); Van Gogh (Milano, Mondadori, 1952); Fenomenologia della tecnica artistica  (Milano, Nuvoletti, 1953; Parma-Lucca, Pratiche Editrice, 1978); Michelangelo (Novara, De Agostini, 1955), Piero della Francesca (Milano, Mondadori,1957); Il Barocco in Italia (Milano, Mondadori,1960); Botticelli (Novara, De Agostini, 1960), L’idea di artisticità (Milano, Ceschina,1962); Studi di Estetica (Milano, Renon, 1962); Arte (Milano, ISEDI, 1973, e, dopo molte ristampe, ora Milano, Morcelliana, 2018); Trattato di Estetica, con Mikel Dufrenne (Milano. Mondadori, 1981); La «morte dell’arte» e l’Estetica (Bologna, il Mulino, 1983);  Van Gogh in cammino (Milano, Edizioni Unicopli, 1986); Problemi di Estetica (Palermo, Aesthetica, 1991); I giorni dell’arte (Milano, Franco Angeli, 1991);  Separatezza e dominio (Milano, Edizioni Dell’Arco, 1994); Filosofia dell’arte del Novecento (Milano, Guerini e Associati, 1996); Variazioni su L’idea di artisticità (Segrate, Nike, 2000); Riflessioni strada facendo (Milano, Mimesis, 2003). Presso  Alba Pratalia, a Verona (2011 e 2016), sono usciti i suoi carteggi con Antonia Pozzi. Segnaliamo inoltre L’Arte. Il senso di una vita, disegni, acquerelli, oli, sculture di Dino Formaggio artista (Crocetta di Montella, Antiga Edizioni, 2014). Nel 1996 gli è stato conferito nell’arena romana di Nîmes il “Lions d’Or International”, alto riconoscimento alla sua vita di lavoro, di impegno civile e di pubblicazioni largamente discusse nella cultura europea. A Teolo gli è stato dedicato il Museo di arte contemporanea Dino Formaggio, la cui nascita nel 1993 è stata resa possibile da alcune donazioni all’ente effettuate grazie al suo interessamento, e la cui collezione comprende opere di autori dei secoli  XIX e XX .

Kamen’ n. 59 – Giugno 2021. pp. 120 – € 10,00, Libreria Ticinum Editore

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GUIDO CONTI SU “KAMEN'” : L’UMORISMO SURREALE DEL “BERTOLDO”

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sotto il titolo L’umorismo surreale del «Bertoldo» 1936 – 1943, fra tradizione e avanguardia europea la sezione riservata all’umorismo dalla rivista Kamen’ (n.59) pubblica un saggio dello scrittore parmense Guido Conti.

«Bertoldo», fu diretto da Giovanni Mosca e Vittorio Metz, editato da Rizzoli, a Milano, nel luglio 1936. Nel settembre del 1943, due giorni dopo la firma dell’Armistizio, assunse carattere bisettimanale per tornare successivamente a settimanale a colori fino al numero 9 del 1939 ed  essere trasformato in «edizione letteraria». Del “Bertoldo” uscirono sette almanacchi tematici: Gli uomini illustri, 1936; L’Arcibertoldo-Guida umoristica d’Italia, 1937; Almanacco delle nuove Muse, 1938; Il Gastone, dedicato a moda-usi-costumi, 1939; Il postiglione, dedicato ai mezzi di trasporto, 1939; Il cannone, a guerre, armi e munizioni, 1939 e L’Albione, 1941 .

Al «Bertoldo» collaborarono i migliori scrittori del momento e un numero elevato di autori anche prestigiosi dell’illustrazione e della grafica italiana:Mario Bazzi (al quale fu affidata la grafica del titolo della testata),,Walter Faccini, Dino Falcon, Daniele Fontana, Giovanni Guareschi, Carletto Manzoni, Marcello Marchesi, Giuseppe Marotta, Guido Martina Walter Molino, Giacinto Montaini (padre di Sandra), Federico Fellini, Saul Steimberg, Rino Albertarelli, Bruno Angoletta, Mario Brancacci, Achille Campanile,Alberto Cavaliere, Carlo Dalla Zorza, Ugo De Vargas, Eugenio Gara,, Leo Longanesi, Gilberto Loverso, Mino Vaccari, Mario Ortensi,  Ferdinando Palermo Ortensi, Fortunato Palermo, Massimo Simili, Nino Camu.

 «Bertoldo» ebbe un settimanale “nipote”: «Settebello» edito da  Rizzoli, e diretto da Giovanni Mosca; e dal 1938 anche il settimanale “cugino” «Tutto», anch’esso diretto da Mosca insieme a Vittorio Metz e con gli stessi collaboratori del «Bertoldo».

Nel dopoguerra la testata riprese le pubblicazioni. Fu un mensile in formato tascabile dal 1952 al 1953, diretto da da Sveno Tozzi, e avendo collaboratori personalità dello spettacolo, come Rascel a Riva, diede spazio ai racconti di Festa Campanile, Federico Fellini e a vignette di  autori italiani e stranieri oltre  ai fumetti.

Negli anni sessanta vi fu un ultimo tentativo di rilanciare la testata ad opera dell’editore  Sansone. Riprese nel 1961 dando spazio a un gruppo di autori emergenti, come Pier Carpi, Giovan Battista Carpi e Max Gardini. Le uscite continuarono fino alla metà del decennio quando chiuse dopo 41 numeri

 L’umorismo di «Bertoldo» si distinse da quello di altre testate , in particolare romane (es.il Marc’Aurelio). La sua differenza trovera un riassunto nelle parole di Italo Calvino: «Bertoldo» usciva a Milano ed era un prodotto riuscito della nascente industria culturale milanese, puntando su una linea di stilizzazione coerente e inconfondibile, sulla modernità e rifinitura e leggerezza. I lettori di «Bertoldo» si riconoscevano subito tra loro appena scambiavano due battute. Anche adesso riconosco tracce del «Bertoldo» impalpabili ma indelebili nel modo di esprimersi di persone della mia generazione, siano essi anche letterati sofisticati o giornalisti con decenni di mestiere alle spalle. Modernità, leggerezza e coerenza stilistica furono  caratteristiche, diametralmente opposte rispetto all’eclettismo e alla festosità anche rozza e volgare dell’omologo romano, che connotarono il «Bertoldo» sin dagli inizi e che lo resero il campione di un umorismo più «intelligente», sottile e aereo. Un tipo di umorismo plasmato attraverso gli apologhi surreali di Mosca,  dai sillogismi di Metz (pseud. Emmetizeta), dalle avventure improbabili del Signor Veneranda partorito dalla mente di Carlo Manzoni, dalle saghe parodiche di personaggi avventurosi come il Capitano Snapp di Marotta, dallo scimmiottamento delle cronache dei quotidiani operato in rubriche quali Lo strampaliere di Guareschi e il Notiziere di Manzoni. Aprendo le pagine del «Bertoldo» vi si trovava una lingua asciutta, perfettamente piana e rapida, depurata in massima parte da dialettismi e animata il più delle volte da un piglio dimostrativo che si infrangeva comicamente nei rovesci paradossali a cui approdava, scivolando inavvertitamente da un campo semantico all’altro, fino a confondere uso letterale e idiomatico in descrizioni e narrazioni che affacciavano spesso e volentieri sull’abisso del nonsense”.

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TEODORO COTUGNO: Una raccolta di stampe d’arte per “SANTANGIOLINA” nel cinquantenario della sua costituzione

In tempi di pandemia e di tante cose altre, può avere senso parlare di prodotti artistici e di creatività? Non c’è l rischio nelle trappole dei luoghi comuni? D finire col dare ai risultati significati distraenti?

A una tale eventualità sembra sottrattosi Teodoro Cotugno, l’artista saleranino che  qualche mese fa ha messo insieme un gruppo di disegni a china e di acqueforti per conto di “Santangiolina”. la società agricola lodigiana che opera nella raccolta latte delle fattorie lombarde..

Il risultato, o se si preferisce il “prodotto”, mette insieme una serie di immagini con cui lo “staff” della  società guidata da Antonio Baietta ha inteso ricordare il cinquantesimo della propria costituzione societaria (1961), con una simpatica e intelligente promozione visiva affidandola agli esemplari di incisione calcografica e di alcuni disegni a china e alle visioni di luoghi e monumenti di riscontro storico presenti nel ma anche in quelli  cremonese (Dovera, Pandino, Crema), sudmilanese (Chiaravalle) e mantovano (Volta Mantovana).

L’iniziativa di deciso magnetismo per le indicazioni tecniche racchiuse nei disegni, documenta la presenza delle attività d’impresa nei centri lombardi, dall’altro offre l’ ennesima dimostrazione del senso della composizione ricercato dall’artista e della semplice efficace esclusività qualitativa delle sue “tirature”.  Le  stampe oltre richiamare l’attenzione sulle sottese soluzioni che arricchiscono il linguaggio grafico (materiali, procedimenti, segni ecc.) suggeriscono e accompagnano l’indagine ai significati su cui Cotugno è poeticamente da una vita.

La natura, le stagioni, le località, i monumenti, eccetera hanno una originalità generativa che anche in momenti particolari come quelli attraversati, risultano i temi-soggetto ee contrassegnano dell’artista il percorso di grafico d’arte.

Il sentimento della natura è l’asse portante della sua ricca attività calcografica. Quello che l’artista vede e trasferisce sulle lastre non è semplicemente “paesaggio”. E’ un modo  di vivere la natura, un modo che porta oltre la natura stessa, tanto che i contenuti possono sembrare, a volte, altro . Intendiamo dire: rispecchiare un  movimento parallelo dell’anima.

Le immagini sono il risultato di una energia foggiata ed affilata fatta scorrere liberamente sulla lastra e a praticarvi i segni che l’intuizione e la riflessione interpretative via via suggeriscono. C’è nei risultati espressivi la consuetudine dell’artista a convertire in tagli, in incavi, in valori grafici quindi in immagine la natura partecipandola al racconto unitario della vita.  

Aldo Caserini

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KAMEN’ n.59: La poesia “rovesciata” di Guido Oldani nei saggi dei lodigiani Amedeo Anelli e don Roberto Vignolo

La sezione Poesia della rivista Kamen’(n.59/2021) diretta da Amedeo Anelli è dedicata a Guido Oldani, autore già presente nel n. 0 del 1991 della  rivista e in altri successivi numeri. Di Oldani, letterati, poeti e intellettuali italiani, cinesi, russi, statunitensi e svedesi  hanno promosso la candidatura al Nobel letteratura 2021  in qualità di fondatore del movimento internazionale del “Realismo Terminale”  
Oltre alla silloge di poesie approntata appositamente per Kamen’ (Uomo in scatola) il nuovo numero della rivista pubblica i saggi di Amedeo Anelli (Guido Oldani e l’uomo in scatola) e del teologo Roberto Vignolo ( Agganciando il cielo. A proposito dell’ultima raccolta di poesie di Guido Oldani).

Alcune note biografiche del poeta. Guido Oldani nasce a Melegnano (Milano), il 2 maggio 1947. Consegue la maturità tecnica contemperandola con una istruzione umanistica grazie ai maestri della sua adolescenza: il critico letterario, di formazione laica Giovanni Cesari, studioso di Alessandro Manzoni, e il violoncellista-pittore Gianni Zuccaro, autore di diverse vetrate della cattedrale di San Paolo del Brasile e altre opere in America Latina. Oldani si iscrive quindi alla Facoltà di Medicina, nel 1966, concentrandosi nello studio dell’anatomia umana normale microscopica, con pubblicazioni in «Acta Anatomica» fino al 1984. Si occupa anche di psicodiagnostica, impadronendosi della metodica di Rorschach. Intanto, frequenta i poeti Luciano Erba, Antonio Porta, Alda Merini e Giovanni Raboni, il quale scriverà la prefazione alla sua prima opera poetica, Stilnostro (Liscate, CENS, 1985); e stringe amicizia con gli scultori svedesi Gert Marcus e Françoise Ribeyrolles. Nel 1987, è invitato al Festival internazionale MilanoPoesia, e, nel 1997, al Seminario Internazionale degli Artisti, presso la Fondazione Vardo, in Stoccolma.  Nel 1999 è invitato come membro della delegazine dei poeti italiani alla Columbia University di New York, dove stringerà amicizia con il poeta americano Allen Mandelbaum, italianista traduttore della Divina Commedia in lingua inglese. Nel 2001 esce la sua seconda raccolta, Sapone, sotto l’egida della rivista internazionale «Kamen’».  Ha lavorato intanto con alterni impegni nella scuola, collaborando a case editrici, a vari quotidiani, come «Il Sole 24 Ore», «Avvenire», «Affaritaliani» on line, «Il Cittadino», al periodico «Luoghi dell’Infinito» e a diversi network televisivi, come Rai 2, Telenova, Rete 55 ecc. Dal 2001 al 2006, collabora, presso il Politecnico di Milano, con la cattedra di Tecnica della Comunicazione, nella Facoltà di Ingegneria, avendo l’opportunità di applicare il suo tipo di linguaggio ai saperi delle tecnoscienze. Nel 2005, pubblica una plaquette, La betoniera (Falloppio, LietoColle) tradotta in diverse lingue. Intanto l’editore Mursia gli ha affidato la direzione di una nuova collana di poesia, intitolata “Argani”, dove nel 2008 esce la nuova raccolta,  Il cielo di lardo. Nel 2009 partecipa al Festival Mondiale della Poesia di Medellin (Colombia) e nello 2010 a quello di Granada (Nicaragua). Nello stesso 2010 viene alla luce, ancora per Mursia, il libro-manifesto Il Realismo Terminale – il cui primo germe era scaturito al Convegno di Losanna  Varcar Frontiere nel 2000 – dove Oldani fissa in maniera compiuta i cardini e il canone della sua poetica. Si apre così, per Oldani, un decennio di divulgazione: i princìpi del Realismo Terminale entrano nelle scuole e nelle università. è invitato a molti eventi e manifestazioni fra cui basta citare la rassegna Bookcity Milano, che lo vede partecipare senza interruzioni dal 2012 al 2021. Intorno a Oldani si riunisce un gruppo di persone, poeti e artisti di varia formazione, che nel 2014, col lancio, al Salone del Libro di Torino, del “manifesto breve” A testa in giù, firmato con Giuseppe Langella ed Elena Salibra, si costituirà ufficialmente in movimento del Realismo Terminale: Cfr. a cura dello stesso Langella Luci di posizione” (Milano, Mursia, 2017), e Daniele Maria Pegorari L’occhio di vetro  (Milano, Mursia, 2020), per la narrativa. Tra le iniziative di cui Oldani è stato promotore, si ricordi almeno, dal 2016 al 2018, presso il Teatro della Memoria di Milano, il festival del dialetto Lingua di calcestruzzo. Nel 2018 Oldani dà alle stampe, negli “Argani”, una nuova raccolta di versi, La guancia sull’asfalto (Milano, Mursia). Nel 2019, in Cina a Luzhou riceve, come primo poeta italiano, l’International Poetry Award 1573 e partecipa alla  rassegna internazionale di poesia . Nello stesso 2019, pubblica il testo E hanno visto il sesso di Dio (Sesto S. Giovanni, Mimesis), libro di poesia della religiosità, che Oldani  denomina «poesia civile del sacro».  A dieci anni dalla pubblicazione del Realismo Terminale, Oldani pubblica una “lettera aperta” a quanti si sono variamente accostati al suo movimento, Dopo l’Occidente (Milano, Mursia, 2020).


		
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