8 MARZO L’OMAGGIO DELL’ “ARCHIVIO LIBRI D’ARTISTA” AL TALENTO DELLE DONNE

 

 

In occasione della giornata internazionale della donna dell’8 marzo prossimo, L’Archivio Libri d’Artista curato a Palazzo Galloni, a Milano, da Fernanda Fedi e Gino Gini,  annunciando la propria adesione a ‘I Talenti delle Donne’ promosso dal Comune di Milano, ha programmato in Alzaia Naviglio Grande n.66, Milano) una esposizione di artiste della propria raccolta, riservata in particolare all’area della poesia visiva.
L’iniziativa vuole essere un omaggio specifico a Irma Blank, Mirella Bentivoglio, Betty Danon, Carla Bertola, Lucia Marcucci, Giulia Niccolai, Kiki Franceschi. Ai lodigiani non potrà sfuggire la presenza in mostra di Fernanda Fedi, Gabriella Benedini. Lucia Pescador. Mirella Bentivoglio, un pugno di artiste note anche nel sudmilano e nel lodigiano per avere presto parte con successo a diverse iniziative svoltesi sul territorio.

 

LE PROTAGONISTE  DI “ARCHIVIO LIBRI D’ARTISTA”

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Bellini Giuliana, Benedini Gabriella, Bentivoglio Mirella, Berardi Rosetta,  Bergamini Luisa,  Bertola Carla, Blank Irma,  Bogliacino Mariella,  Boschi Anna,  Bosco Rosa,  Buttinoni Piera,  Caccaro Mirta, Campesan Sara,  Cantamessa Maura,  Cappanera Loretta,  Carrano Gianna,  Castano Loriana,  Cataldi Francesca, Cibaldi Silvia,  Colombo Angela,  Danon Betty,  Diamantini Chiara,  Di Fazio Laura,  Elbaginelli Liliana,  Emmy Elsa,  Fagini Virginia,  Fanna Roncoroni Maria Pia,  Fedi Fernanda,  Ferrando Mavi,  Finzi Alessandra,  Fonticoli Paola,  Foschi Rosa,  Forster Rebecca,  Franceschi Kiki,  Garbin Ornella,  Gorni Meri,  Gut Elisabetta,  Leonardi Silvana,  Loro Mariella,  Maggiora Olga,  Magnabosco Nadia,  Magni Marilde,  Malato Paola,  Manfredini Federica,  Marcucci Lucia,  Massinissa Anna,  Milani Clara,  Milici Virginia,  Mitrano Annalisa, Morabia Adriana,  Moro-Lin Anna,  Nenciulescu Daniela,  Niccolai Giulia,  Oberto Anna,  Occhipinti Angela,  Persiani Gloria,  Pescador Lucia, Pietta Alfa,  Piluso Ornella,  Pollidori Teresa, Prestento Giustina,  Prota Giurleo Antonella, Quintini Rosella,  Savoi Alba Schatz Evelina,  Secol Mariuccia,  Squatriti Fausta,  Torelli Anna,  Toti Buratti Assunta,  Trentin Romolina, Vancheri Anna,  Verdirame Armanda,  Vitali Rosati Rita, Vitrotto . 

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“LA FENICE”, un laboratorio d’arte, restauro e conservazione a Lodi

L’iniziativa condotta in via Gaffurio da Chiara CANEVARA e Silvia TANSINI

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Alessandro Beltrami e la Secessione viennese

I semi della “rivoluzione dell’arte totale” in una grande mostra a Gorizia-Nova Gorica, nel 2026 Capitale europea della cultura

 

Nel 2026 Gorizia e Nova Gorica, una in Friuli Venezia Giulia, l’altra nella parte slovena, saranno insieme  Capitale europea della cultura. La scelta punta a promuovere due diverse anime della cultura europea e a dare cemento ai gruppi e appartenenze di cultura mitteleuropea.

E’ vero che l’avvenimento prenderà il largo solo tra cinque ann , ma è altrettanto vero che all’amalgama e al crogiolo le due realtà culturali, l’italiana e la slovena, stanno lavorando da tempo, anche se sulla stampa nazionale di questo sforzo per dare luce e richiamo a una città attraversata con vivacità d’interessi per pittura, musica, narrativa,  filosofia, cinematografia, conoscenza, s’incontra davvero poco (almeno per ora). Non si sono accesi i riflettori, neppure. su “Vienna 1900”, considerata la terza tappa di un percorso dedicato alle arti viennesi tra il XIX e il XX secolo, cominciato nel 2005 con Belle Époque Imperiale. L’arte e il design e proseguito nel 2008 con Josef Maria Auchentaller. Un secessionista ai confini dell’Impero.

Un percorso che Alessandro Beltrami, redattore della rivista “I luoghi dello spirito” e di “Agorà”, pagina culturale di Avvenire ha messo in luce  il 29 gennaio scorso con un servizio su la secessione e la sua “estetica rivoluzionaria”.

Giornalista conosciuto per avere avviato, nel 2008, in corso Adda a  Lodi, la “Galleria 08 Arte Contemporanea” insieme a Giorgio Daccò, docente di letteratura e storia dell’arte, e per la collaborazione intrecciata con il f

otografo Antonio Mazza, intesa a fornire una nuova lettura alle immagini di Lodi (es. Il Duomo di Lodi e i suoi tesori. Custode della città, Bolis Editore ) Beltrami prende in esame la mostra “Vienna 1900. Grafica e design” l’esplorandone i contenuti tracciati nel  bellissimo catalogo della Antiga Edizioni (pagg. 140, € 30) e dedicato alla esposizione in corso a Palazzo Attems Petzenstein (fino al 28 aprile): un’opera che illustra, documenta e propone immagini di grande eleganza, in cui  (assenti i quadri), sono libri, manifesti, arredi, moda, oggetti ecc.) a regalare un racconto straordinario che l’autore definisce “bellezza non classica”: una bellezza che gli artisti volevano creare con uno stile nuovo, da poter esprimere la complessità dell’anima moderna.

Con l’intento di promuovere un rinnovamento tanto estetico quanto etico-  fa notare Beltrami -, la Secessione viennese abolì ogni scala di valori tra le arti e puntò a una loro integrazione armonica in un Gesamtkunstwerk.

Del volume. curato dall’arch. Roberto Festi, Chiara Galbusera e dalla sovrintendente dei musei goriziani Raffaella Sgubin, l’articolista mette in risalto, aspetti singolari dell’attività del movimento e dei canali di diffusione del verbo secessionista: dalla rivista “Ver Sacrum”, al ruolo della formazione di artisti-artigiani e arrivare a singole vicende di protagonisti più e meno noti di una delle stagioni più luminose della storia dell’arte. Nel campo della grafica d’arte  Beltrami concentra l’attenzione su Klimt e sul gruppo dei suoi collaboratori, autori di eccellente qualità grafica e concettuale, un invito felice a riscoprire i protagonisti di questa importante pagina dell’arte mitteleuropea chiamata  Secessione viennese.

 

Aldo Caserini

LA PITTURA ASTRATTA-GEOMETRICA DI EMILIO CLERICI

Come si dice: Non è mai troppo tardi. Per parlare di un pittore di casa mai citato, mai rincorso o sviolinato. Un artista oggi ottuagenario, difficile da definire in tutti i suoi aspetti creativi in quanto da sempre pratica la pittura stando separato dagli apparati e dagli ambienti artistici locali. Deciso, per scelta personale mai  dichiarata, di praticare la pittura senza inseguire il consenso; isolandosi dal contesto artistico locale come un monaco di Theotocopuli cresciuto di dottrina e rigore lontano dai rapporti e dalla confusione procurata dalla accelerazione delle mostre intervenute sul territorio, alcune delle quali che con l’arte hanno avuto poco o nulla a che fare.

Emilio Clerici (Emilietto per gli amici), classe 1938, diplomato alla Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, ha avuto come insegnante di pittura e composizione Francesco Fedeli: un artista meneghino, reduce della ritirata dell’ARMIR in Russia, allievo di Lilloni; un pittore, incisore, affreschista e sceneggiatore apprezzato anche come restauratore e collaboratore di alcuni importanti registi teatrali e cinematografici.

Scomposizione-composizione

In tanti anni di esercizio pittorico praticati in assoluta riservatezza, Clerici ha avuto scarse occasioni di esibirsi in pubblico e far conoscere i risultati della propria ricerca  oltre i doni accademici

Per quel poco di cui abbiamo memoria, si presentò in pubblico solo in mostre collettive: al Centro Vanoni, al Circolo Ada Negri, alla “Büsa” e in una edizione della Oldrado. Il suo nome non è mai spuntato sulla stampa locale, neppure quando a metà degli anni Sessanta vinse il Premio Banca Provinciale Lombarda per “il suo lavorare sul linguaggio e leggere il passato e il presente”, premio che gli fu consegnato da Carlo Carrà,  allora insegnante a Brera.

Di Clerici pittore si sa poco, quasi niente. Noi che fummo suoi compagni di scuola e di giochi all’oratorio, scoprimmo che teneva in mano i pennelli da una confidenza del comune amico Gaetano Cornalba. Come dicevamo frequentò, sotto la guida di Fedeli, la Scuola Superiore d’Arte del Castello, ma i suoi avvii da pittore si possono solo immaginare, non molto dissimili da quelli dei coetanei: Maffi, Volpi, Ronchetti, Vanelli, Mai, Vailetti (Benito), Poletti, Napoli, Scagnelli, Maiorca, Tresoldi eccetera. Un drappello di ventenni interessati a una pittura che allora inseguiva i canoni formali del tempo. Variavano certo i temi, e orientavano a dare una immagine alle forme, che in Clerici, erano quelle abbastanza consuete del paesaggio descrittivo, agreste, privo d’enfasie ricco di sentimento.

Dopo qualche anno, scoprirà Morandi e la sua pittura variò il registro delle figurazioni. A un certo punto però avvertì che il “morandismo” lo costringeva a un repertorio che lo faceva riconoscibile dalla fissità. Se ne liberò con la scoperta del cubofuturismo che gli risvegliò nella mente un tumulto di immagini , una pastoia di elementi geometrici che con l’esperienza e i cambiamenti si renderanno più rilevanti.

Negli anni Ottanta le forme della rappresentazione diventeranno  astratte, lo spazio e il tempo scomposti nell’immagine. Al pittore non interessava più la riproduzione dell’oggetto, che però non  abbandonerà del tutto, Chitarre, brocche, tavoli, sedie, oggetti comuni sono individuabili all’interno di un tipo di rappresentazioni che occupano  di  scomposizioni l’intera superficie del quadro.

Come i cubisti Clerici scompone e ricompone. Ignoriamo se mosso da un intendimento o dal suo sentire, quello di trasferire alla pittura il ritmo della vita d’oggidì fatta di dinamismo e di tanta confusione. Qualcuno potrà vedervi  una scelta “anacronistica”; noi avvertiamo “passaggi” rivolti a recuperare una organizzazione del quadro diversa e contrapposta alle innumerevoli esperienze correnti, note più per rifiutare ogni regola e ogni interpretazione.

L’individuazione di una articolazione ritmica di elementi geometrici nella sua pittura esprime qualcosa di più che curiosità e movimento di forme. Clerici, ha i suoi riferimenti “storici”, che non staremo a dire. E’ pittore che non imita, ma crea, che cerca la musica attraverso le forme poste in prospettive diverse.

Nel recente variare, l’utilizzazione degli elementi geometrici e delle forme cubiche egli realizza una sequenza di “momenti” che, con qualche approssimazione, fanno pensare a tracce di artisti dell’avanguardia russa o anche europea, o, perché no?, milanese.

Suggeriscono una dinamica del tempo, che segmenta e ridefinisce il principio d’ordine delle cose e, parzialmente, dello spazio. Clerici risulta, senza dichiararsi, un pittore che rompe con le convenzioni e le gerarchie  (alto/basso) e le polarità (forma/contenuto, intelletto/sentimento). Senza alcun programmatico favore del “nuovo” a tutti i costi, egli pratica una pittura che piace al fruitore e lo induce ad allontanarsi da quel carico di idee a cui storia e attualità lo hanno reso assuefatto.

Aldo Caserini

I sogni antichi di un pittore moderno. Luigi Volpi alla maniera di Evaristo Baschenis

Fino a una buona metà del secolo scorso il disegno fu materia d’insegnamento. Poi “il finito” perse di di arte applicata (decorazione, oggettistica, fantasy, cartoon, fumetto, illustrazione, ritratto, ecc.). Una “lettura” che non convinceva Luigi (detto Gigi) Volpi, che negli anni Settanta addestrava all’uso del lapis alla Scuola d’arte Cova di Milano Conosceva bene i retroscena della pittura e sosteneva che il disegno era un “congegno di precisione”, una macchina “insostituibile”.

Se siamo qui a parlarne a dodici anni dalla sua morte (marzo 2019), è  per richiamare  un “passaggio” della sua pittura, quello che seguì al lungo racconto della condizione negli istituti psichiatrici.

Finita in dismissione l’utopia sessantottina e dopo ed essersi isolato dai fermenti della realtà milanese per inseguire le “armonie” zen, negli anni Ottanta Volpi spostò decisamente la sua pittura sul “privato” con una lunga serie di autoritratti, figure femminili e dei familiari, dedicandosi tolstojanamente alla bellezza della forma attraverso le nature morte

Naturalmente prima slacciò i residuali richiami al fragile realismo correntizio, poi prese a strizzare l’occhio alla “Metacosa”, che non fu una setta, ma un galleggiare di immagini e simboli poetici; al Fante di Spade strinse amicizia con Bernardino Luino di qualche anno più avanti di lui e faceva parte di una cerchia di artisti di Brera, quindi assicurò la sua ricerca alla storia dell’arte, di cui non si sapeva molto (e se ne sa ancora poco adesso). Un capitolo scritto da pittori d’accademia e non: il “pittore del silenzio” Chardin, la barocca Fede Galizia, l’ecclesiastico Baschenis, il monaco Juan Cotàn, il copista Carlo Magini -, tutti autori di “nature morte”, che Volpi definiva “vive”, prendendo a prestito Marcel Proust che le considerava un “genere vivo” dovendo sostenere che in arte “non c’è idea che non porti in sé la propria confutazione possibile, come una parola la parola contraria”

In Volpi si possono riconoscere repertori che rimandano a quei pittori i nomi dei quali metteva nei titoli anteponendo  “Alla maniera di…”. Non immaginava certo che nel gruppetto di amici pittori che incontrava quando scendeva a Lodi  ci sarebbe stato chi, spazientito per i richiami a Baschenis si rivolse a lui chiamandolo “Prevaristo”. Non era un soprannome ma una deformazione di “prete Evaristo”, con  cui il prediletto della serie “alla maniera” era stato conosciuto in valle Averara.

Volpi è’ stato uno dei nostri più dotati disegnatori. Niente voli lirici, solo rigore plastico e pratico, e tanto autocontrollo. Che non vuol dire assenza di situazioni e simboli. Nelle sue “stanze” coesistono i silenzi, la solitudine e i dettagli delle poche cose. Non c’è metafisica. Nelle nature morte filtrano invece, a volte, convinzioni e messaggi. Come in Baschenis l’allegoria del tappeto rosso.

Attento, scrupoloso non dipinse solo cucine, ma ambienti, figure e  altro. Soprattutto si autorappresentò. Per un attimo si lasciò “suggerire” da Baschenis di lasciare la vita vegetale, di mollare “silenzi”, “solitudini” e “sospensioni” per raffigurare strumenti musicali. Lo fece, confermandosi un perfettista. Ma non dedicò ai soggetti musicali particolare attaccamento. Fu un gettarsi la solita nocciolina in bocca.

Aldo Caserini

 

 

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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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ELDA AIDA SABBADIN. LA RISCOPERTA DELL’ARTE NELLA ICONOGRAFIA SACRA

  Dopo avere dedicato attenzione agli artisti sudmilanesi e lodigiani che partecipano sempre più a favore della contemporaneità e alla pelustrazione dei  buoni propositi di quelli che frequentano lo stanzone del citazionismo, o retrò, o come altro li si voglia etichettare , si può non dare almeno un’occhata a Elda Aida Sabbadin?  Ovviamente no.

Studiosa delle tecniche e del linguaggio iconografico e di soggetti religiosi, la Sabbadin è una artista lodigiana acquisita, trasferitasi negli anni Settanta da Varese, dalla personalità distinta, che nelle sue tavole interpreta iconograficamente  significati  simbolici, emblematici, allegorici ecc. con fertilità e profitto, da garantire interesse e riuscita alle mostre di arte sacra (per la verità infrequenti), alle quali partecipa.

Di lei e della sua arte ci piace ricordare  l’esposizione tenuta all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi,  quella all’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano con Villavesco, ora Spazio espositivo Acerbi, due  mostre che hanno contribuito a diffondere la fruizione di questa

pratica espressiva, con la bellezza dei dipinti a soggetto religioso.

Al suo attivo ha la frequentazione della Scuola di Iconografia Orientale S.Luca, fondata a San Gualtiero da mons.Fogliazza e di dedicarsi da allora ai temi poco esplorati dell’icona come simbolo incarnato della divinità. Il rovesciamento di attenzione è intervenuta dopo gli approcci in pittura avviati con Anna Rita de Tuglie, Angelo Pollini e Monica Anselmi e la seduzione per l’icona sacra esercitata su di lei dai avori di una monaca di clausura trentina.

Il linguaggio dell’icona presenta aspetti di importanza generale e particolare. L’artista deve saper rinunciare quasi del tutto alla sua fantasia figurativa e seguire sempre modelli che corrispondono a regole teologiche e plastiche, non limitarsi ai semplici valori essenziali di stilizzazione, ma orientarsi a cogliere il collegamento tra le tipologie figurative e la realtà che le ha originate o con le quali si sono poste in operante rapporto.

A partire dal Monastero dei Servi di Maria di Arco di Trento, la Sabbadin ha quindi, anno dopo anno, approfondito il proprio perfezionamento e la conoscenza storica di questa antica forma d’arte, concorrendo a far conoscere e a stimolare la sua conoscenza sul territorio. Fino a qualche tempo prima guardata un po’ da tutti con sufficienza e relegata prevalentemente negli spazi espositivi degli oratori parrocchiani.

Oggi, le sue icone, nelle loro forme e nei loro colori, scoprono una personalità artistica in grado di lasciar affiorare nei propri lavori, quel sacro che, di fatto, sfugge a molte rappresentazioni messe in atto da artisti figurali contemporanei.
Il linguaggio idella Sabbadin rivela, al contrario, un rigore e una padronanza   iconica, che è il risultato di studi e ricerche rivolte a dare intensità nell’espressione del sacro in efficace sintonia con il tratto spirituale dei soggetti rappresentati. Attenta a sottrarre all’immagine una bellezza che soppianti il senso del mistero e che la ridurrebbe a una declinazione puramente illustrativa.

L’arte sacra della Sabbadin è coerente con le regole del linguaggio evocativo; attenta, preciso e accurata l’artista offre spunti di confronto e approfondimento alla definizione identitaria delle credenze oltre che valutazioni di pregio artistico ed estetico.

Aldo Caserini

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Domenica Regazzoni, pitture e sculture. Arte sottratta all’emergenza.

Ha senso parlare di pittura e scultura in tempi maledetti quali gli attuali? Non rischia la parola arte di avere un significato negativo o minore, distraente, dopo essere stata utilizzata da predicatori fuori d’ogni regola, oggi spariti, e usata in messinscene che più nessuno ricorda?

In provincia il gioco è più sottile perché a queste domande preoccupate può rispondere in modo rassicurante la serietà di qualche artista di soggettività autosufficiente, distaccato dal “sistema”, che magari riesce ad affrontare i danni dell’emergenza: le gallerie chiusi, gli spazi pubblici serrati, il disinteresse dei media, l’ indifferenza della gente, la diserzione dei poteri locali e le tante altre cose che fanno sfondo monumentale a un abbandono dell’arte che è diffuso e culturale.

Dato il paesaggio, come attivare qualche lumicino di curiosità e d’ interesse, mantenendosi, senza il momento della visibilità, su un registro di semplice cronaca, o di letteratura? Negli anni Settanta la Regazzoni frequentava Brera (o l’aveva appena lasciata) e praticava una pittura figurale lontana da quella presente, fatta da una impostazione informale in pittura e di impianto iconico-musicale in scultura. A una sua mostra alle scuole di San Donato Milanese ci fu presentato suo padre Dante, celebre liutaio, di fama nazionale, un artista del legno – ripetiamo un “artista”  –  animato da un’etica di solida sapienza e conoscenza che è oggi perduta. Di quell’incontro abbiamo in memoria una frase: “L’arte esprime la nostra  anima. A volte glorifica le forme, a volte le sfida”. Parrebbe una filosofia o una metafora, invece è un  assunto che si può ritrovare nelle tappe della Regazzoni, a partire dalle illustrazioni per Il Pesce d’oro di Vanni Scheiwiller delle poesie di Antonia Pozzi. Fu quella, per lei, una laboriosa  esperienza, che fece da spartiacque verso nuovi equilibri, Da allora l’artista è sempre (o quasi) riuscita a sottrarre i suoi lavori alle opinioni diffuse; a tenerli lontani dai pasticci concettuali e dai pensieri di gruppo; a strutturarli coi richiami alle esperienze della bottega del padre e, in un certo senso, a tradurre la sua poetica.

Se spogliati del loro “senso interno”, i suoi lavori  rischierebbero oggi di passare per esperienze di una “attualità” puramente giornalistica. Invece, per la  discendenza dei contenuti dal padre liutaio, c’è in essi una consapevolezza di tante cose che i critici, da Gillo Dorfles a Silvia Evangelisti, hanno giudicato di qualità distintiva e particolare.

Sono risultati di “convergenze” e variazioni, di forme e simboli musicali e della loro narrazione; di impulsi estemporanei e di richiami archetipali; della forza emotiva e del sentimento lirico; della concretezza nella elaborazione che valorizza intelligenza e lavoro senza ricorrere a particolari artifici.

Nell’era del virtuale, le costanti estetiche, la disciplina artigiana, la tradizione e la qualità maestra del padre liutaio sono un splendido esempio che si reperisce nell’espressività “contemporanea” della figlia artista, venuta mezzo secolo fa dalla Valsassina a vivere e a lavorare alle porte di Milano, e presso il castello di Peschiera Borromeo, lavora sempre con tenacia e intelligenza per dare corporeità a materie e a spessori, andando dietro alla linea del cuore., a dispetto della pandemia.

Aldo Caserini

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“VOLTAGABBANA” PERCHE’ PRENDERSELA? E’ SOLO UNA METAFORA

“Solo i cretini non cambiano idea“. E’ una frase che riecheggia di frequente in tv, nelle redazioni dei giornali, in Parlamento, tra politici, persino tra intellettuali, artisti e letterati, persino nella terra di San Bassiano. Solitamente a usare questa frase è è uno che ha cambiato idea. Due decenni fa almeno, Pia Luisa Bianco, ci scrisse sopra un saggio storico, pubblicato da Marsilio, che abbiamo adocchiato al Libraccio: Elogio del voltagabbana. “Un saggio provocatorio e politicamente scorretto” si legge in una pre-pre anticipazione dell’editore. A ruota ne uscì un secondo, sempre da Marsilio, opera di Claudio Sabelli Fioretti, giornalista la cui firma è apparsa su “Panorama Mese”, “Repubblica”, “L’Europeo”, “Sette” eccetera: “Voltagabbana. Manuale per galleggiare come un sughero”, una sorta di identikit tracciato attraverso a una serie di interviste, pubblicate sul Magazine del Corriere della Sera, che portavano a galla l’abilità degli uomini nel ricostruire un “completo lifting” del proprio passato, cambiando per interesse idee e azioni.. I nomi non si finisce più di scorrerli, alcuni ancora sulla scena: Pierluigi Battista, Fausto Bertinotti, Cirino Pomicino, , Emilio Fede, Vittorio Feltri, Maurizio Gasparri, Marco Travaglio, Sgarbi, Piero Fassino, Maurizio Costanzo, Maurizio Belpietro… Il gioco della torre coivolge personaggi illustri, compresi gli incontinenti verbali.
Una rapida scorsa e sono affiorati in noi i ricordi di tante sedute del consiglio comunale di Lodi (giunte Vaccari, Allegri, Riatti, Alboni, Montani ecc.), in cui non c’era bisogno di tirare in ballo lo Zingaretti per dare significato al termine voltagabbana. Nei battibecchi tra consiglieri delle opposte fazioni, i creativi della lingua italiana, trascinati da un audace Bosi, non mancavano e il ricorso ai sinonimi non difettava: voltagabbana. banderuola, riciclone, camaleonte, , anguilla, trasformista, saltafossi, gattopardo, ribaltino, canguro,. Naturalmente, come nelle occasioni ricorrenti, “volavano” anche le minacce di querela, che regolarmente finivano nel dimenticatoio e una bevuta al “Biella”. I contendenti scoprivano sempre, o quasi, di avere comuni radici in oratorio.

Ma allora, tanto per ritornare al discorso iniziale, chi è il voltagabbana? Un semplice folgorato sulla via di Damasco? O un calcolatore che ottiene posizioni privilegiate? O anche chi le conserva? E sono proprio tutti nel settore pubblico o anche nel privato? E quanti appartengono alle sottospecie del voltagabbana?. Gli immobilisti, i consapevoli, quelli di mestiere, gli sportivi? Esistono voltagabbana che hanno amici, frequentano associazioni, corporazioni, ambienti ottengono passaggi, promozioni, posizioni di riguardo, aumenti retributivi, premi, attenzioni di riguardo, contributi organizzativi, quando si verificano e si pretende di non dare spiegazioni, di tenere tutto nascosto, a noi vien spontaneo chiamarli “voltagabbana” Voltare gabbana non vuole dire cambiare idea. Ci sono molte altre condizioni.

Aldo Caserini

Angelo Palazzini, una intelligenza creativa che trasmette stupore e piacevolezza

 Altri climi oramai”. Per la pittura, quella di casa. Non solo. Sarà allora per quel  “qualcosa” che uno avverte – quell’ uggiolina che di tanto in tanto chi scrive sente dentro – se capisce di dover prendere in mano la maledettissima penna o mettersi davanti al computer. Così, eccoci a combinare il solito pezzo su di un pittore del territorio, malgrado “i tempi grami”, i “siamo combinati male” e i “così è dovunque”;a sviluppare qualche pensierino in più, o a ribadirne di precedenti, anche se di nuove mostre il nostro non ne ha più tenute a causa di Covid-19 e della chiusura delle gallerie di riferimento.

Angelo Palazzini, classe 1953, nativo di Casalpusterlengo. residente a Terranova de’ Passerini, in attività dalla metà degli anni Settanta,  di formazione grafica e figurale, pittore di vena fabulatoria, con alle spalle microstorie bassaiole, lodigiane, piacentine, bolognesi, toscane, oggi  è forse un po’ inselvatichito (come i baristi e i ristoratori) perché stanco di rincorrere lepri e catturare conigli. In tempi migliori dell’attuale momento difficile dell’artigianato pittorico, Palazzini mostrava di tenere bene insieme l’essenziale e l’invenzione divertente e maliziosa, il “sense of humor”, il recupero onirico e i ricordi giovanili. Surrealista? Detto di sfuggita, solo se lo si intende in senso di “spiazzamento” dell’ oggetto nella dimensione narrativa. Niente più.

Nelle tele fa incontrare ricordi autobiografici, cloisonnisme, visioni oniriche, concetti estetici, sociali, costruiti su corrispondenze simboliche. Associate a un carattere acuto, spiritoso e burlesco e agli arricchimenti del linguaggio, alimentano la fascinazione ambigua delle architetture. Sennonché, i contenuti non sempre ottengono la giusta attenzione. Restano come “fuori fuoco”. Più spesso a catturare il fruitore sono le soluzioni spiritose giocose e burlesche, gli sberleffi. Quel che si dice il suo fervido universo fantastico. Benché di vena “narrativa” brillante e scherzosa Palazzini non sia un Carlo Lorenzini, alias Collodi., per capirci

La sua distanza dalla linea del realistico e naturalistico è stabile. Sostituita (compensata) da altre componenti: le procedure di applicazione del colore, il movimento ludico  delle invenzioni; le “fioriture murali” (cloisonné), che sono aspetto importante della sua pittura. Danno ornamentazione alla rappresentazione, insieme agli schematismi acquisiti e alle propensioni modulari.

La raccolta delle sue immagini risulta una naturale continuazione di soggetti e “scritture”; una  rappresentazione non solo pittorica ma “intertestuale”. Ogni suo quadro tiene compagnia o sembra avere  rapporto con altri quadri, ciò permette di collocarlo in una determinata narrativa, nei modi perseguiti dalla funzione creativa come i simboli, lo stile e (qui scomodiamo Eco), la “zeppa”,i momenti cosiddetti “morti”, che in realtà sono pause tra un lavoro e l’altro, funzionali allo sviluppo di un linguaggio, di una forma artistica.

Dicevamo prima , dell’ abbaglio che colpisce molti “lettori” di questi lavori. Quello di apprezzare la sua pittura semplicemente perché piacevole, divertente, leggera, è graficamente rallegrante. In verità  sorprende anche per le idee e per i contenuti. Per questa via Palazzini – unico artista lodigiano – da  sostanza interna, di pensieri e concetti – alle divagazioni estrose, ironiche, fantasiosi. L’intendimento strutturale è spesso allargato da simboli, allegorie e soggetti di movimento (bastimenti, treni, tramvai, auto, motociclette, cavalli, aerei, giostre, uccelli, carrozze, altalene…); o stabili e casalinghi (caffettiere, abiti, fortezze, case, trumeau, cassettoni, scatole, cassapanche, vasche da bagno, giocattoli, cavallucci a dondolo, vasi, tazze, alberi di frutta, corpi umani e oggetti vari ). Un mondo, insomma. Che racchiude idee e sentimenti osservati e “narrati” per mezzo di specchi deformanti. In fondo una ricostruzione estetica. Senza scordare che nella geometria mentale oltre il raccontare, il teatro e l’utopia di sapore metafisico nei lavori dell’artista trovano sintonizzazione la materia pittorica, l’elaborazione tecnica e quella ottica, la  preparazione e l’esercizio, la traccia grafica. Un mixage di eleganza singolare e suggestiva e dettagli dell’ intelligenza.

Aldo Caserini