ARTE e VINO A MALEO

In questa stagione sono diverse le mostre di Arte e Vino inaugurate in diverse parti d’Italia che riesce difficile reggerne il conto. Anche da noi, a Maleo, ne viene proposta una chiamata “Cibo in vista”. Da dettaglio “accessorio” l’incontro con l’arte si è fatto quest’anno elemento prevalente, anche se si può replicare che pure il cibo “è un’arte”. Un’arte del manipolare i prodotti della natura.I futuristi in Italia e i dadaisti in Svizzera, Francia e Germania diedero per primi luogo a situazioni “nuove” in cui coinvolsero il pubblico. Allora erano gli artisti a guidare il gioco, a confondere i confini tra produzione estetica e intrattenimento (cagnaresco), oggi è la competizione presente nel mercato. Fine del pistolotto.

Coloro che negli ultimi decenni hanno avuto modo di frequentare a Milano la galleria Ponte Rosso di Orlando Consonni e attualmente condotta dal figlio Alessandro, non troveranno certo a Villa Trecchi di Maleo, dov’è in corso una ricca “proposta” di opere rigorosamente figurali di artisti che appartengono correntemente al repertorio della galleria, un qualche elemento o indicazione che non sia già loro nota: la minuziosa tecnica di rappresentazione e l’indiscussa maestria del dipingere che è stata di Gino Moro, Luigi Brambati, Attilio Rossi, Giuseppe Novello, Giuseppe Motti, Piero Giunni, Trento Longaretti, Carlo Della Zorza, Mario Vellani Marchi, Silvio Consadori, Vito Melotti, e oggi lo è di Adelio Galimberrti, Vittorio Emanuele, Giancarlo Perelli Cippo, Carlo Sciancalepore (quest’ultimo presente con una piccola personale). Un nucleo di pittori noti ai lodigiani e ai sudmilanesi, proposti in diverse occasioni a Lodi, Codogno, Melegnano, San Donato Milanese.

La riproposta – stavolta all’interno della rassegna vinicola di Maleo -, può offrire di conseguenza semplicemente una “sintesi” della consonanza della loro arte con i contenuti di sensibilità, di tecnica e di gusto espressi dall’avventura del Novecento, dal momento storico e dalle sue discipline, dalle sue passioni, dalla individuazione di piccole cose e nei salotti di una intimità lirica, di una composta e raffinata esternazione del simbolo.
La mostra è un racconto fatto di variabilità e dialettica, di incontri fra i soggetti, l’io, le stagioni, le varianti formali che possono essere anche culturali, il modo che colui che dice io collega al passato: al materiale, ordinarlo, collegarlo, adattarlo alla propria scuola o all’accademia, accendendo consolidate dialettiche oggi dimenticate (naturalismo e realismo, immaginazione e razionalità, superamento e ritorno all’ordine).
Senza imprevisti né variazioni laterali (presenti in alcuni “maestri”) la collettiva esperisce una raccolta pervasa dal sentimento, in cui è evidente la predilezione dei pittori per modelli espressivi che nella società contemporanea possono accusare una certa stanchezza.
A Villa Trecchi si possono incontrare veri esempi di pittura costruita e di poesia, ma soprattutto si coglie una sensazione di nostalgia. Da richiamare l’ultima tarsia che il medico-scrittore novarese Eugenio Borgna ha dedicato (alla nostalgia): ci sono nostalgie che fanno vivere, nostalgie che nutrono di gioia e altre di mestizia. Soprattutto ci sono “nostalgie che non si cancellano nel corso del tempo e nostalgie labili ed effimere”. Ovviamente non è per tutti gli artisti in mostra.

 

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Amedeo Anelli nel Delta del Po / Memoria per Giorgio Mazzon

Giorgio Mazzon (1848-2017) è un artista-poeta veneto rimasto pressoché inesplorato lontano dal Delta del Po, poco conosciuto dal grande pubblico fuori dal territorio, ma noto per le sue sculture in legno levigato dal Po e reti punto di riferimento di tanti artisti tra Chioggia, Ravenna e Rovigo.

Pittore, scultore, incisore, decoratore, fotografo, scenografo, organizzatore teatrale è stato un personaggio “raro”, che ha avuto il coraggio di trasformare il proprio studio di artista e parte della propria abitazione in una sorta di atelier aperto a tutte le esperienze dell’arte, della letteratura e della musica, inanellando parole, immagini, versi, note, caratteri, mescolandoli coi colori del Po.

Il Ponte del Sale, una associazione rodigina per la poesia e lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale, ha raccolto in un elegante volume, a cura della famiglia di Mazzon, una serie di fotografie di Giorgio Mazzon che lo scrittore Danilo Santoni si è peritato di far commentare a poeti e testimoniare da interventi di amici e letterati, realizzando un interessante e prezioso “omaggio” all’artista scomparso testimoniando l’azione e l’attività del “maestro” attraverso suoi scatti, riportando però anche l’attenzione del lettore sull’amatissimo Polesine, una terra fra le acque la cui storia si perde nella narrazione e nella mitologia.

“In calmissima luce”,è un volume di una novantina di pagine, di cui la metà almeno è consegnato alle immagini “fermate” da Mazzon; in caratteri Garamond, su carta Fedigroni Century Cotton Wove Premium White dalla Grafica Atrestina. raccoglie straordinarie suggestioni documentarie in b/n di una terra intensa per contenuti e ispirazioni.

Le immagini di Rosolina e del Parco del Delta del Po e dei circostanti luoghi intrecciati da canali e canneti che animano per una decina di chilometri le seducenti acque delle valli e del mare Adriatico sono introdotte da una poesia di Amedeo Anelli: “In Memoriam”, in cui il poeta lodigiano risolve un canto sobrio, liscio, in cui si coglie una semplificazione (per evitare sia l’ affabulazione sia gli addobbi) e il ricordo del maestro è trasferito in un approccio alla terra polesina, colta non come un acquarello (magari turistico) ma un qualcosa che restaura rapporti attraverso il continuo di cielo, acqua, nebbie e zolle.

La composizione del cogonese richiama infatti il legame terrigno tra gli abitanti del Basso Alaudense e i “fratelli di quelli della foce”, pur senza avere di questi lo sbocco. Coglie di entrambi la presenza di magnetismi e suggestioni, quel “qualcosa” di comune che li nutre:…fra le reti qualcosa passa, qualcosa resta/ qualcosa nutre nell’umida terra: la vena d’argilla…”.Il Po che attraversa il basso lodigiano e quello del Delta offre al poeta come già all’artista un elementi di comunanza, dati dalla ”continua immersione”. Che peraltro si può afferrare anche nelle liriche di Luigi Bressan, Loredana Bogliun, Luciano Caniato, Nando Celin, Maurizio Casagrande, Andrea Longeva, Gabriela Fantato, Marco Munari, Ivo Prandin, Gianni Sparapan eccetera.

IL LIBRO: In calmissima luce- Con Giorgio Mazzon nel Delta del Po – Fotografie di Giorgio Mazzon – Elaborazione delle immagini di Danilo Sartoni – Ed. Il Ponte del Sale Assoc. Per la Poesia, Rovigo. – pagg. 94 – maggio, 2018 – €.24

 

 

Gianmaria Bellocchio: “Succede. Vivendo”

Scrittori si nasce?”, si chiede Andrea Maietti prefando nel risvolto di copertina Succede Vivendo, “memorie discrete” di Gianmaria Bellocchio. E trova risposta in Daniel Defoe: “Certamente lo si può diventare. Daniel Defoe scrisse il suo primo romanzo a sessantun anni. Prima aveva vissuto nella distrazione di varie attività…Bellocchio ha più o meno l’età di Defoe al suo primo libro. Non è mai troppo tardi”.

Ma “perché?” si scrive e si stampa. E’ una domanda che si fanno parecchi in un Paese dove, è risaputo, si legge poco, anzi pochissimo, e le librerie fanno vita grama. Se lo chiede lo stesso Bellocchio nelle prime righe del suo libro d’esordio: per lasciare un segno di se, per mostrare “la propria passione per le lettere”, per far emergere pensieri, ricordi, affetti, nostalgie.

Le risposte del perché si scrive possono essere molte, da farci capire quanto sia importante scrivere, alimentare la ricchezza del nostro immaginario profondo: si scrive perché si ha molto/poco da raccontare; per passatempo, convenzione, abitudine; per capacità affabulatoria, perché è facile o tale lo si ritiene; perché si ama farsi leggere/conoscere, per gusto, per ottenere recensioni, per il piacere della mente; per comunicare, testimoniare, rivelare cose nascoste che senza il palombaro della scrittura rimarrebbero nel mare dell’inconscio; perché un libro è sempre/quasi una “terapia”; per l’impulso significativo delle parole e altre cose ancora.

Perché Bellocchio si sia lanciato nell’avventura di “Succede-Vivendo” , una sorta di “frullato” diaristico, il lettore lo scopre passo a passo dalla lettura delle settantina di pagine date dall’autore alle stampe nel proprio sessantacinquesimo compleanno e dedicate al figlio Matteo da un anno sposo di Eleonora. Un omaggio da padre a figlio che rende conto del significato profondo e anche no, delle cose che capitano agli uomini e che aiutano a comprendere, con un pizzico di umorismo e di “leggerezza”, qualità che a dare retta a Galileo, al di la della fisicità, a seconda della propria gradazione tonale e intensità di trasparenza, contiene nella sua incorporea sostanza tutte le cose, le idee e i sentimenti. Sottintende perciò in chi scrive semplicità, chiarezza di pensiero, moderazione, sobrietà, capacità di valutare le cose della vita.

Succede.Vivendo è un testo sorretto dal soffio vitale dei ricordi che ha il sostegno di una virtù: la leggerezza capace di ingentilire, rasserenare e magari rallegrare con l’ironia delle insorgenze quotidiane. Per vivere con leggerezza, sembra volerci dire Bellocchio, ci vuole ironia. “Talvolta – coglie Maietti – si ha l’impressione che non è lui a cercare l’umorismo, ma piuttosto l’umorismo a trovare in lui un immediato vivace interprete”.

Le parole di cui Bellocchio si avvale non sono quelle della narrativa corrente, sono parole semplici, segni distinguibili di sentimenti e anche di idee. Del diario personale traducono flashback, pensieri, esperienze, giudizi che l’autore “stende” di fronte al lettore. Ma nella loro semplicità comunicativa rimandano a qualcosa che a volte è più profondo di ciò che possono indicare.

Aldo Caserini

 

IL LIBRO : Succede. Vivendo. Memorie discrete di Gianmaria Bellocchio. Stampato in 200 copie dalla Coop. Sollecitudo di Lodi. s.i.p.

De Lorenzi e Amoriello, madre e figlia, l’arte di due

ELENA AMORIELLO
L’ultima cometa

Se memoria non tradisce, una quindicina d’anni fa, commentando una mostra di coppie d’artisti Elena Pontiggia, Lea Mattarella (critica de La Repubblica, nipote del Presidente Mattarella, morta lo scorso gennaio) e Tulliola Sparagli giurarono all’ unisono che la conoscenza in pittura è soprattutto comparazione e che l’arte ha spesso bisogno del confronto per un maggior arricchimento. La mostra di Loredana De Lorenzi e di Elena Amoriello allo spazio Bipielle Arte, che proseguirà fino al 15 aprile, può esserne una prova. Approfondimenti in tal senso sono stati affidati all’intervento di Matilde Romito, dirigente dei beni culturali di Salerno che ebbe già occasione di presentare l’opera della De Lorenzi e che sarà, accompagnata dalle voci recitanti di Vanda Bruttomesso e Giovanni Amoriello.
L’esposizione lodigiana conferma che ci troviamo di fronte a due mondi differenti, che costruiscono il proprio Io su archetipi diversi, su culture linguaggi e tempi storici diversi, anche se nella personale dinamica intellettuale ed emotiva sentimenti e riflessioni si tengono compagnia e si scambiano peccatucci operativi.Le convergenze annunciate sono più nel titolo; trattandosi di allestimenti “antologici” qualche seduzione si può incontrare nei compiacimenti retorici o nei birignao estetizzanti. Non può dimenticarsi però che la personalità delle due ha una “edificazione” temporale di matrice disuguale: di reputazione didattica la De Lorenzi, laureata con una tesi su Lucio Fontana e corsi a Urbino l’Amoriello.
Se si vogliono cogliere “convergenze” perciò, ci si deve rimettere più alla sicurezza che entrambe portano nelle rispettive capacità tecnico-espressive che viene dal dedicarsi a materiali, procedimenti e sperimentazioni, dal riservare al rapporto arte-tecnica una attenzione che spesso trasforma i risultati da oggetti di contemplazione a oggetti di partecipazione.
Quanto esperta sia la De Lorenzi nel fare ricorso ai materiali per procurare fatture eleganti ed emotive e quanto sicura Elena Amoriello nel dare vita a cosmogonie mescolando paste e metalli lo dice assai bene la mostra. Nella De Lorenzi prevale il senso della meraviglia per la natura. I “decori” suggeriscono emozioni, sono eleganti, evocano un giusto grado di poesia. In essi si scorge una abilità d’ artiere, una capacità di produrre arte rimanendo al confine fra figurativo e non, fra tema e spazio spirituale. L’artista “legge” figure e forme della natura e del corpo, richiamando a volte le suggestioni del mito che vi intrecciano. Lo fa attraverso materiali, il metodo preparatorio, la tecnica di manipolazione, servendo il risultato di atmosfere ossidanti.
I lavori dell’Amoriello sono sorretti da un equilibrio di sensibilità cromatica e di temperatura poetica; solidi tra ambiguità figurale e astrazione, orchestrati su varianti, evocativi nelle forme e nel segno. Riferiscono metodo, procedimento, sapere tecnico, applicazione aperta alla sperimentazione, alle trasformazioni di un linguaggio legato al rigore operativo, dove il sapere manuale è al tempo stesso verifica linguistica e poesia.

 

Querques e Marchesi, sintesi di una mostra

Ai primi di aprile, all’ex chiesetta dell’Angelo a Lodi, sono stati presentati gruppi di lavori recenti e non di due autori: Franco Marchesi di Cornegliano Laudense e Dionisio Querques, di radici per via del nonno ludevegine, ma aretino, due pittori dei quali hanno dato più occasioni di esporre insieme e insieme dare testimonianza di entusiasmo per la pittura figurativa, coltivata da entrambi con mestiere e dignità, con risultati di decisa rispettabilità visiva. Naturalmente con diversità di mano e sensibilità, differenti anche nella elaborazione: esibendo schematismi e innocenze (Marchesi); sgorgando realismo e fantasia, penetrando con variabilità e destrezza nel sentimento della natura e delle cose (Querques).
Stilisticamente lontani, insieme si sono sempre proiettati a recuperare il pubblico delle loro mostre a una idea di pittura che i percorsi della storia hanno in gran parte fatto dimenticare, avendo nell’ultima metà di secolo disconosciuto la dignità nel linguaggio pittorico: proporzione, integrità, luminosità, poesia, visibilità, eccetera, indispensabili per dare spessore di rispettabilità ai risultati espressivi.
La decisione di Marchesi e Querques di ripresentarsi ai lodigiani è senz’altro lodevole, sia pure le relative figurazioni non potranno aggiungere “qualcos’altro” da rendere più scorrevoli i linguaggi e sommarlo alle rispettive esperienze artistiche.
Nella pittura di Querques la materia colore, con variabili e adeguamenti, resta elemento che muove sull’ispida strada della contemporaneità di genere, confermando caratteristiche che gli assegnano vanto e simpatia: enfatizzazione di sensazione e visione, colorismo guizzoso, equilibrio formale, composti di luci, colori e volumi . “monetiani”. sedimentazione delle emozioni, organizzazione colore e disegno. Quanto fa insomma da sempre riconoscere temperamento alla sua vocazione pittorica.
Testimone di una pittura d’ambiente locale, semplice e diretta, che si legge facilmente per il lirismo silenzioso, fresco e romantico è invece Franco Marchesi. Non è mai stato un pittore naturalista problematico. Con la sua narrazione di casa non si è mai preoccupato di dare sfondo culturale a una pittura praticata con un unico criterio di lettura – la sensibilità – sottraendola al rischio dei travisamenti: i suoi soggetti sono di rapida popolarità, data anche la facile individuazione di luoghi, località e ambienti. Il pittore li salva dagli eccessi della uniformità e li difende a volte con un celebrativo legato alla memoria e al decorativo.
Gli “ismi” non lo sfiorano. Il mondo rappresentato è semplice, lineare, lirico, dispiegato su geometrie che fermano l’attenzione su atmosfere e cose essenziali, senza significati e disinvolte evocazioni. Quello di Marchesi si può dire un mondo inventato e reale insieme, con qualche varianza di toni e tentazioni al racconto suggerito dalla prossimità con la pittura di Quesques e alla poesia in prosa

Franco Marchesi, il confronto con la natura

Franco Marchesi è un pittore autodidatta, uno dei molti che si fan conoscere nel Lodigiano, solamente che lui, da onesto dilettante, non si inventa maestri di richiamo e non cita episodi artistici attraenti. Si potrebbe dire un sopravvissuto, ai certificati storici che molti suoi colleghi agitano senza imbarazzo. Da anni dipinge paesaggi e nature morte. Sfida coloro che coltivano interesse per un’ “altra” pittura che nega la rappresentazione dei luoghi, la vista delle campagne, la poesia delle piccole cose.
Anche in occasione della sua recente uscita all’ex-chiesa dell’Angelo il pittore di Cornegliano Laudense ha mostrato di praticare una pittura pulita, perciò stesso apprezzabile, che non punta a vette, ma se la cava con dignità e disinvoltura, mostrando quel che occorre per fare bella figura: colori adeguati, composizioni giocate al centro, un pizzico di ingenuità distribuita con civetteria.
Per un ultra 70enne che si diletta, la sua è una produzione tutt’altro che da sottovalutare; rivela continuità di percorso e fedeltà alla sua terra, pur senza particolari versioni e visioni. La scelta della piena luce dimostra che Marchesi non è rimasto fermo, opponendo ai delicati effetti neoimpressionisti una pittura di gamma cromatica relativamente ridotta in composizioni perfettamente equilibrate, che emanano un’impressione di calma e di armonia e di atemporalità e un particolare intento di sintesi.
Nella produzione non mancano peraltro lavori in cui egli abbandona le stesure piatte per l’intensità dei contrasti, per giocare sul tocco, sui toni e sul trattamento libero. Dal paesaggio al paesaggio il passo è lungo. Sia nel caso il “passaggio” sia rivolto a soddisfare un pubblico esigente, o sia suggerito dall’aderenza alla sensibilità dell’artista. Egli mostra una sua capacità di “lettura” dell’ambiente e dei luoghi che gli permette d’ andare al di là della semplice riproduzione che asseconda il racconto naturalistico e la riconoscibilità del luoghi.
La “lettura” è un’arte della riproduzione. Suggerisce percezioni segrete, rende visibile l’invisibile, fissa immagini che l’occhio comune non coglierebbe o non vede più, ma che ancora persistono nei luoghi raffigurati. La natura, i cascinali, i borghi sono il terreno che la “lettura” di Marchesi privilegia e mette in pittura, senza trascurare, con altrettanta, sobrietà le nature morte. Lo fa con quel tanto di dolcezza e di rallentamento che spesso li trasforma in elemento simbolico e di memoria. Nelle sue impaginazioni non è estranea la sensibilità. Le composizioni non sono simbolo di inquietudine. Senza enfasi né particolari problemi, introducono ad uno spazio pittorico che soddisfa il bisogno dell’artista di coltivare un proprio individuale rapporto con la natura e le cose fondato sulla semplicità e il rispetto formale.

 

Ricordo di Grmas Zoran

Zoran Grmaš

La morte ci è vicina, ci accompagna e nel contempo ci aspetta, dice la saggezza dei nostri nonni e dei nostri contadini. La possiamo dimenticare, espellere dal mondo del nostro visibile, ma si prende sempre la rivincita. Magari dandoci la notizia di essere passata tempo prima senza informarci, mettendoci di fronte a risposte diverse. Come nel caso dell’amico Zoran
Zoran Grmas se n’è andato da tempo non ancora cinquantenne, colpito da un male incurabile. Solo le circostanze e internet lo hanno riportato ai nostri orizzonti cittadini. Il suo nome, dimenticato dai più, è di un artista che la guerra fratricida in Serbia aveva costretto a trovare rifugio a Lodi, rivelandosi uno dei grafici più interessanti e innovativi, distintosi per qualità e rarità nei rapporti grafici e pittorici.
Nato a Novi Sad nel 1970, allievo di Zoran Todovic col quale si laureò in pittura all’Accademia di quella città, dove anche insegnò prima di trasferirsi in Italia, Grmas fu collaboratore dell’Atelier Upiglio, con il quale lavorò all’opera del grande Wilfred. Lam ed espose in Giappone, India, Spagna, Bulgaria, e, naturalmente, Serbia e Italia. Dall’Accademia d’arte di “Carrara” di Bergamo, alla “Grafica Uno”, all “Atelier 14”, al gruppo d’arte “Quali differenze” e all’associazione “oltreponte di Lodi condusse un percorso sintetizzato nella definizione di “lirica razionalità”.
Autore di immagini sottoposte a incessante rinnovamento, l’artista, grande amico di Ugo Maffi, sciolse ogni richiamo al mondo visibile, liberando un universo interiore regolato da grande senso dell’equilibrio compositivo.
Ai lodigiani si rivelò artista di grande qualità tecnica, muovendosi tra passaggi e acquisizioni, riflessioni e riprese con estrema facilità e flessibilità. Per certe fioriture la sua grafica faceva pensare a una nuova traduzione di neonaturalismo. In verità Zoran si preoccupava di costringere la linea impulsiva dei segni, degli aggiuntivi materici e dei colori su di un terreno che conduceva all’unità d’immagine.
L’antologica alla ex chiesa dell’Angelo, l’esposizione a Bertonico e la personale al Circolo Ada Negri 2 furono tre momenti che raccolsero una esperienza di esiti in continua sottile compenetrazione di natura e scrittura, esistenza e trama del fare.
In quelle occasioni Zoran propose risultati di sottilissima intelligenza: una pittura e una grafica che estraevano intuizioni, segmenti di poesia, impulsi di presenze autobiografiche; rivelando in tutte e tre le esposizioni finezza compositiva e cromatica, e il sospetto di un intellettuale edonismo pari quanto lo schietto e sensuoso gusto nutrito per l’esplorazione e la materia. Mostrò un’arte di singolare lirismo, suggestiva, praticata e governata con alto senso critico, senza radici nella figurazione e nella rappresentazione. In un certo senso depistante. Una pittura di tentazione e di tendenza ermetica, frutto di un ingegno mobilissimo e sperimentalmente aperto, che mirava ad un proprio orfismo e spaziava fantasticamente in un mondo di profondità con un suo entusiasmo problematico, che nascondeva le paternità e rifuggiva dalle classificazioni. In ciò, mi confessò una sera davanti a dei boccali di birra, di voler conservare l’integrità culturale e quella affettiva con la sua terra, dove tali esperienze avevano ampia diffusione e raccoglievano spontaneo consenso.

“Tra due stazioni” di Luca Raul Martini

Il poeta Luca Raul Martini

Luca Raul Martini è un giornalista milanese nato sotto il segno del capricorno nel ’58, poco noto fuori dalla corporazione giornalistica, anche se ultimamente sono diversi i siti di poesia che hanno preso a divulgarlo. Da anni lavora a Glamour ( punto di riferimento delle donne che amano la moda e lo shopping), dove è capo redattore. Ma questo conta poco o niente con la sua produzione poetica. Aiuta forse più una dichiarazione dello stesso Martini: “Scrivo poco e leggo tanto. Mi piace tutto quel che fa spettacolo e la musica rock”. Una volta messa in disparte la storia contemporanea studiata in Statale, ci si può azzardare sul resto: è autore non rampante né prolifico, assolutamente non divagante in trame glamour come quelli del loggione malignano, coltiva un linguaggio poco abbagliante ma attento alle tarme; erudito nel lessico, possiede un dizionario ben architettato che affida volentieri a ventate di parlato.“Sto aspettando / la tua morte / come se fossi / nella sala d’attesa / di un dentista / scadente / […] / sono semplicemente / il bambino / seduto allo stadio / che dondola le gambe / nel vuoto / dopo che è finita / la partita. Mi capita poi / di accendere / la radio con prudenza / e quasi paura / per sentire / se c’è una frequenza / se sugli altri campi / si gioca ancora” (The Waiting). Scrittore rifinito, Martini non da spazio a intrusioni. Resta sconosciuto sulle sponde del Naviglio, dove i poeti milanesi vanno a farsi leggere nei locali “in” e i critici almanaccano indulgentemente nel disordine dei loro versi.
Martini è esperto di comunicazione. “Acquartierato”, manifesta interesse per un diverso linguaggio, non esibitivo o da scorribanda rigattiera. Sa come ravvivare le parole per farle funzionare meglio. La poetessa Daniela Pericone se n’é accorta dedicando subito attenzione a “Tra due stazioni”.
Dove abbia preso il vizio antico del poetare non si sa. Ma questo vale per tanti. Avremmo torto se non riconoscessimo legami, anche se non stretti e profondi, del suo mondo con “altri” mondi. Ha stile, benché lo stile abbia ormai perduto di significato. Per Arbasino tutta colpa della moda. Chilossa?!
Il volumetto, una settantina di pagine, si avvale in appendice di una nota di Amedeo Anelli (Sequenza dopo il diluvio). Sotto una tessitura “intensiva e serrata” il direttore di Kamen’ ha individuato una sorta di viaggio biblico dove si danno da fare “elementi in tensione”: di natura, cultura, conversazione, con radici nell’ habitat della periferia dove si perdono i contorni dell’esistere. La poesia di Martini riflette/risente questo indistinto flusso della condizione metropolitana. Persino il “tu”, annota il critico lodigiano, ha brancolamenti e procura rifiuti.

 

Il libro: Luca Raul Martini: Tra due stazioni. Poesie, con una nota di Amedeo Anelli – Terra d’ulivi edizioni, 2017 , €10,00.

Stefano Sportelli racconta San Giuliano Milanese per immagini

Stefano Sportelli

Anche Stefano Sportelli, storico locale di San Giuliano Milanese, ha provato a raccontare la sua città. Lo ha fatto con un libro fotografico, annotato con ricchezza di date e riferimenti – con “immagini, memorie, personaggi dal 1950 al 2000”, com’è nel sottotitolo di “Raccontiamo San Giuliano” -, pubblicato dalla milanese Graphic House di Vittorio Viticci. Un’opera che ci consegna una impalcatura di cronologie non sempre esaurienti per poter cogliere l’intima oscurità che si annida dietro la superficie delle cose e ridisegnare il rapporto tra passato e presente (cosa che investe però più gli storici che noi resocontisti).
Il volume di Sportelli, realizzato con la collaborazione di Stefano Rossi e degli interventi fotografici di Luigi Sarzi Amadè di RcSando (la rete civica di San Donato Milanese e Sudmilanese condotta da Stefano Tommasi), si lascia sfogliare con tranquillità, senza i colori che a volte ubriacano senza allargare la conoscenza, mantenendo la promessa di incontrare un amico di quelli che chiamiamo i nostri interessi.
E’ un libro costruito su immagini e brevi annotazioni redatte cronologicamente che incuriosiscono ma aiutano anche a riflettere, senza essere un mattone ma un segno rinviante ad altre fatiche descrittive del sangiulianese, che ad esse si annoda e si allaccia.
Tolti un bel po’ di addobbi Raccontiamo San Giuliano è rianimato da centinaia di immagini di sagre, prevosti, sindaci, gente comune, cascine, corti, osterie, posterie, scuole, esondazioni, momenti collettivi, sportivi, ludici, ritrovi, mulini, strade, ex-conventi, chiese, cappelle votive eccetera scelte dal ricco archivio personale dell’autore oltre che essere state fornite dall’Amministrazione municipale e da Associazioni locali. L’interesse iconografico e documentale è catturato, non a caso, dalle cascine (Schiavi, Cantalupo, Carlotta, Molinazzo, Pedriano, Sestogallo, Selmo, Caverina, Occhiò, Invernizzi, S. Brera, Cassinetta, Castelletto…) essendo stato San Giuliano un territorio prevalentemente agricolo, da costituire oggi un vero serbatoio di ricordi delle trasformazioni intervenute in mezzo secolo e arricchire di “contenuti” la stessa narrazione.
Ricordare è importante. Il filosofo Nietzsche diceva che saper ricordare è una “grazia autentica”. Ma per ricordare è utile risvegliare la memoria, raccordarsi a fatti, immagini, avvenimenti, conoscenze, momenti piacevoli e rimpianti, prendere spunto da appunti e frammenti, magari da pagine solitarie, sparse o senza nessi, cercare nel passato storico la risposta ai problemi del presente. Per questo il libro di Sportelli è un libro da leggere quel poco che c’è di scritto e il molto da osservare. Permette di riconoscere e ricordare i tanti “passaggi” con cui San Giuliano Milanese si è trasformato da borgo agricolo a centro metropolitano del terziario e del quaternario. In mezzo c’è tutta la trama che consente agli abitanti identità e ideazione. La memoria, il ricordo, è innanzi tutto un ri-accordo che dalla dispersione genera unità. Il libro incoraggia i sangiulianesi attraverso dati asciutti e immagini scolorite di ricostruire la propria sfera di appartenenza attraverso azioni vissute e sentimenti, di dare un senso alla propria presenza sul territorio.
A“Raccontiamo San Giuliano” mancano sicuramente delle “pagine”. Per congedarci, un po’ di riflessione storica, su qualcosa che non doveva essere. Nel lavoro è messa più attenzione a tasselli di cronaca e alla ricostruzione intesa cronologicamente che non ai “processi formativi” (politici, urbanistici, sociali, culturali, comunitari). Ciò non impedisce al lettore di cogliere per sintesi sommarie offerte dalle immagini il carattere di certo sviluppo urbanistico intensivo, in cui trovava giustificazione da un lato il bisogno della gente di difendersi dagli effetti demografici delle trasformazioni e dello sviluppo e dall’altro il “giogo” degli investimenti e dei sottostanti interessi e darsi una lettura non troppo nostalgica e non effimera dei mutamenti e delle sottostanti progettazioni.

Il Libro: Stefano Sportelli: Raccontiamo San Giuliano – Immagini, memorie, personaggi dal 1950 al 2000 – Foto attuali di Luigi Sarzi – collaborazione di Stefano Rossi – Graphic House di Vittorio Viticci, Milano – Euro 10,00.

Ricordo di Gaetano Bonelli a venti anni dalla morte

Gaetano Bonelli nel suo studio

Venti Anni fa, esattante nell’aprile 1997, moriva a Lodi Gaetano Bonelli, un artista che congiuntamente a Angelo Monico, Natale Vecchietti, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni,, Santino Vailetti e alle nuove leve Angelo Bosoni ed Enzo Vertibile e allargando lo sguardo al territorio, a Luigi Brambati e Gino Carrera ), ha rappresentato il nucleo centrale di quella generazione che per prima ha imposto la soffitta ad artisti che fino quel momento erano stati i protagonisti di un “giudizio sicuro”, sedimentato dalle convenzioni figurative post-impressioniste e dalla scuola di Brera, rappresentato dai Zaninelli, Belloni, Spelta, Maiocchi, Antonioli, Steffenini, Novello, eccetera.
In vita sono però risultate poche le occasioni (anche per sua scelta), di vedere organizzati saggi dell’arte “sconvolgente” – per la città, naturalmente – di Bonelli. Personalmente ricordiamo una personale di metà anni Ottanta al Salone dei Notai del Museo Civico e dieci anni più tardi una esibizione all’ex-chiesa dell’Angelo a cui fece seguito l’anno dopo una presentazione al Soave di Codogno, tutte e tre firmate da Tino Gipponi che sarà poi anche autore di una biografia critica (“Gaetano Bonelli pittore”, Il Pomerio, 1999, Lodi), disegnata sulla testimonianza tracciata in un catalogo dell’85 per la mostra del Museo Civico e richiamata in “Protagonisti di un’amicizia ideale”( Lodilibri).
Da allora il nome di Bonelli è letteralmente sparito dalle cronache artistiche cittadine, forse troppo prese dalle mostre seriali di un sistema espositivo che anziché aprire gli occhi su qualche buon autore (o contesto) in cui l’arte acquistava vero senso spingevano ad accettare pigramente presentazioni a volte mal fatte, sciatte e approssimative. Da rendere attuale l’ ultimo lavoro bonelliana – “La città che dorme”– e la conseguente accusa di “inerzia culturale” rivolta alla sua città, come fece cogliere Tino Gipponi, al quale va il merito di avere organizzato le uniche personali dell’artista.
A venti anni dalla morte era pertanto lecito attendersi una qualche interpretazione o rilettura della sua arte, che non fu solo quella vignettistica degli Spartaco e Fanfulla che firmavamo per “Rinascimento”.
La vicenda artistica di Bonelli riflette l’avventura e lo spirito degli anni Cinquanta e quelli seguiti. Costituisce un ponte di passaggi che scandiscono i mutamenti nell’essenza dell’arte di quasi un mezzo secolo. Offre non solo una informazione della personalità pittorica dell’artistica, ma fornisce suggerimenti aggiornati a un pubblico locale che allora come oggi regolava l’interesse per la pittura su criteri fondamentalmente da salotto (della nonna), rifiutandosi di fare i conti con le idee, l’evoluzione del gusto e la storia.
L’arte di Bonelli è fatta di andate e ritorni, di echi inquietudini, mozioni e contraddizioni. La produzione va dal figurativo all’astrattismo, dall’espressionismo al simbolismo in unità con procedimenti, tempere, resine, collage, materiali. Ha intenti profondi e a volte oscuri; passa dal colorismo al monocromatismo, dal citazionismo al nomadismo, dallo sperimentalismo al repertorio disegnativo. all’informale, dal “processo” all’immateriale del sogno, al caso. Conosce la variabilità: può apparire rigida, ma a volte anche mobile, soffice, articolata; fa i conti con un environment ricco di manualità e di oggetti, ma offre pure saggi di austerità, a volte di provvisorietà, altre volte adeguati al volto esterno della moda.
E’ tematica in Sinfonie, I pugili, Foot-ball, Le voci di dentro, pronta ad abbeverarsi di nuove informazione, a cogliere felicemente ciò che era in atto, ad abbracciare poetiche che consentivano di penetrare nel nocciolo delle cose e dare versione personale di esse.
In un certo senso Bonelli ha rappresentato in città l’estetica dello choc, praticando una sorta di astruseria del futuro. La si ritrova persino in affreschi, vetrate e terrecotte nelle chiese di Lambrinia di Chignolo Po, Mairago, Rubiano di Credera, Sant’Angelo Lodigiano, Massalengo, Graffignana, Ossago, Santa Maria della Fontana, Sant’Alberto a Lodi. Anche in esse c’è il segno della qualità del “doge” (così gli amici chiamavano Bonelli), un artista mai fermo nel suo incessante sperimentalismo. Purtroppo dimenticato da un “sistema” localmente senza progetti di valenze estetiche e politiche.

 

 

 

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