“La gravidanza della terra”, antologia di poesia rurale

Le antologie vanno di moda. Soprattutto quelle che rendono conto delle esperienze che riguardano la poesia contemporanea e i suoi autori. Recentemente ha visto la luce, per le edizioni Olio Officina di Milano, La gravidanza della terra. Antologizza in un centinaio di pagine una quarantina di autori lombardi (lodigiani, milanesi, varesotti, bergamaschi, pavesi) e di altre parti d’Italia ma anche stranieri (croati, francesi, portoghesi, rumeni, svedesi e svizzeri), accomunati da “tronchi di un medesimo legno”, da una riflessione comune legata alla terra. Da qui il titolo secondario dato dalla curatrice, la lucchese Daniela Marcheschi, di inediti “di poesia rurale”. La raccolta a tema – forse la prima del genere in Italia – mette a contatto voci diverse attorno a una realtà che influenza il percorso e l’attenzione oggi riservata al mondo naturale e alle sue varie relazioni. Il tentativo è indirizzato a far vedere meglio “le molte sfaccettature di una realtà problematica” attraverso le idee poetiche che traboccano dalla natura e dal mondo campestre e rurale. Senza che ne risulti in qualche modo disattesa l’energia e la tensione del canto.
Il grande beneficio della poesia, diceva Goethe, è “che essa insegna a intendere la condizione dell’uomo” e innalza l’individuale all’universalmente umano. L’antologia è anche prova (velleitaria?) rivolta a incoraggiare la cultura poetica a una nuova stagione, dove la magia poetica scaturisce dalla fusione di fantasia e forza di pensiero e offre una corrispondenza chiara con le problematiche del vivere contemporaneo, specificatamente quelle di richiamo “rurale”, una realtà con tutte le sue interconnessioni simboliche e oggettive, dialogiche e plurali.
La raccolta costruita dalla Marcheschi è, in un certo senso, “condotta” dal parmense Pier Luigi Bacchini, poeta fra i maggiori del nostro contemporaneo, morto nel 2014, autore di “Poeta di campagna”; dalla narratrice e critico svedese Ida Andersen che presenta Jorden; dalla romana Biancamaria Frabotta (Vendite allo scoperto), dalla neuropsichiatra siciliana, fatta conoscere da Kamen’, Margherita Rimi (Granatu); dal patron del Museo della Poesia di Piacenza Massimo Silvotti, presente in rassegna con L’infedeltà del presente; dalla lucchese Daniela Marcheschi autrice di Storia della campagna.

La silloge da inoltre rilievo a tre poeti di casa nostra: Sandro Boccardi, autore di Terra-Madre, poeta umilmente canonico ma di vitalità poetica alta; Guido Oldani (Il sole dei cibi), autore che attinge con ironia a verità profonde colte negli immediati dintorni della quaotidinaità, tra consumismi spiccioli e derive modaiole; e Amedeo Anelli (Sonatina, monotematica e bipartita), che assomma narrazione e struttura, con proprietà vincenti, ritmo poetico e montaggio immaginativo.

Il LIBRO: La gravidanta della terra- Antologia di poesia rurale – a c. di Daniela Marcheschi – Olioofficina, Milano, 2017, € 12

“Le città impossibili” di Paola Mori

Paola Mori si è già fatta notare dal pubblico lodigiano e sudmilanese: prima come interprete delle favole di Calvino, poi come curatrice (con altri) di una documentazione di architetture, infine come pittrice, ottenendo a Paullo e a Lodi incoraggianti riscontri.L’attuale mostra al Caffé dell’ Albarola, dove già si era esibita con successo qualche anno fa, non necessità di speciali richiami. Richiama. nel titolo, le città di Calvino.
Architetto progettista da una quindicina d’anni, come artista coltiva preferibilmente una pittura di fantasia, che facilita la comunicazione. Superati i “gradini” della fase così detta sperimentale, attualmente pratica un linguaggio espressivo in cui mescola con mestiere disegno e acquerello. Il risultato è una pittura che esclude i colori violenti, congegnata in modo attento e curioso, senza troppi ammiccamenti all’illustrazione e a certa pittura corrente. Insomma, figurativa ma senza esercizio di luci e ombre. I lavori proposti risultano di illuminazione diffusa, affidati al disegno e ai colori ad acqua utilizzati con tecnica e accenti di musicalità.
Non sono le atmosfere, gli effetti o i rilievi chiaroscurali, le intensità cromatiche o gli attenuamenti a catturare l’attenzione. Bensì il garbato bilanciamento tra forme grafiche e colori, in cui l’artista esalta la propria sensibilità per la natura e le architetture, confermando l’inclinazione a unirle insieme al disegno progettuale.
Il riassunto è una composizione vivace e descrittiva cui non mancano elementi decorativi, introdotti con sicuro equilibrio visivo.
Alle pareti del Caffé dell’Albarola sono soggetti di appeal leggero. Tutti o quasi recenti, creati con proporzione ed eleganza, legati al mestiere di architetto, ma anche al sogno e al bisogno di raccontare. Non spostano i termini dei precedenti racconti: l’ attenzione resta orientata sulla natura, raggiunta dal fantastico e dalle architetture.
In ultima analisi quella di Mori è una pittura figurativa piacevole e riposante. Ogni suo disegno si profila come racconto immaginario, frutto di una interpretazione accumulata in una prospettiva fatta d’invenzioni e di attimi di poesia.

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Tindaro Calia e “il senso della figurazione”

Tindaro Calia: “Andrea”, olio su tela, 200×130

E’ chiusura per Tindaro Calia allo Spazio Arte Bipielle, autore di un una mostra-sommario che ha avuto il pregio di mettere in evidenza la profondità dell’ esperienza e della ricerca avviata sin dagli anni Settanta.
Il successo ottenuto è di quelli che si definiscono scontati. La reputazione raggiunta dal “professore” negli ultimi anni è tale da sfiorare la fama, il massimo credito, da scavalcare tutto e tutti, fino a emarginare ogni altra iniziativa. Le sue esposizioni fanno snocciolare aggettivi, non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi quelle stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo. Da sempre Calia è pittore attento a cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana, a tradurla in immagini intensamente morali, ricche di valore educativo e come tali strumento di una teoria che – azzardiamo un poco -, può far riandare a Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, “in grado di tradurre i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca”, in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”. Seveso scrive che al centro della sensibilità artistica dell’artista “continua ad esserci il corpo umano, specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Il successo ottenuto è frutto di una pittura non ingannevole, dell’ indagine dedicata alla figura umana, con cui egli ha, da tempo, definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico. Al di là delle tante attribuzioni che gli si possono riservare, una cosa è certa: pur avendo un profondo carattere iconografico la sua pittura non è commerciale. E’ figurativa (nel senso migliore del termine), ma di idee, da cui balza evidente il tessuto culturale che l’alimenta, insieme al composto intellettuale, spirituale e affettivo che l’arricchisce.
Calia è rimasto un pittore “non allineato”, non influenzato dalle mode. Chi lo ha seguito in questi anni, allo Spazio Bipielle non avrà forse trovato elementi aggiuntivi agli annodi e ai precedenti richiami. Tematizzando i fili della ricerca, pur rispettando modalità ricorsive, egli ancora una volta ha fornito indicazioni somatizzanti dell’individuo, dell’umanità e delle stagioni della vita, insieme a dettagli naturalmente pittorici, lasciando nel fruitore la consapevolezza del suo proseguire un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Ha reso il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”

Turismo culturale: Lodigiano virtuoso, ma un abitante su due non legge

Nell’ Alaudense si va scarsamente al cinema, poco a teatro, non si sostiene a dovere la musica , la lettura non emerge come dovrebbe. Il pubblico delle mostre non si concentra al Museo ( chiuso da tempo) e negli spazi istituzionali, mentre recupera risorse dai soggetti privati (grazie all’introduzione dell’Art Bonus di un paio d’anni fa?). Ad essere virtuoso è solo il turismo culturale per effetto della crescita di arrivi esteri. Ad affermarlo è il Rapporto 2016 di Federcultura, Impresa cultura, arrivato al dodicesimo anno di pubblicazione che rendiconta l’andamento dei “consumi culturali” nelle province italiane a livello nazionale, recentemente illustrato al Museo delle Culture di Milano. Federculture-Impresa Cultura Creatività Partecipazione Competitività presieduta dall’ex-sindaco di Lodi Andrea Cancellato, ha il merito del Rapporto che offre un punto di riferimento annuale agli operatori del settore : fornisce un esame puntuale delle dinamiche relative al settore e presenta una fotografia dettagliata della cultura nel nostro paese. Edito da Cangemi, oltre ad analizzare lo stato della cultura attraverso le dinamiche del sistema il volume è arricchito da importanti indicatori statistici relativi alla fruizione culturale e dagli interventi di autorevoli esponenti della cultura, delle istituzioni e dell’economia. Tra le proposte di Federculture è un “Cantiere per l’innalzamento della qualità dei progetti culturali”, il cui obiettivo è far emergere le potenzialità di sviluppo territoriale a base culturale con l’attivo coinvolgimento degli attori locali pubblici e privati, e indirizzare le fasi progettuali secondo criteri di coerenza strategica preventivamente condivisi e valutati. Scopo è superare le fragilità derivanti dalle eventuali difficoltà di relazione e da visioni di sviluppo locale spesso troppo settoriali, da «debolezze» strategiche e difficoltà a creare sistemi integrati di gestione e valorizzazione.Dal volume si colgono risultati positivi dei consumi in Lombardia, come la spesa mensile in cultura di 160,8 euro e una fruizione che la colloca ai primi tre posti per i musei, la lettura e il teatro, oltre che per la bassa “astensione culturale”, calcolata al 13,2%. Dati regionali che solo parzialmente risultano rinfrancati da quelli del Lodigiano che da solo un apporto a quelli del turismo culturale. Ma cos’è mai questo turismo culturale che caratterizza il boom locale rilevato? Gente che viene a Lodi e negli altri centri (Codogno, Sant’Angelo ecc.) guidata dal “gusto”, dalla giterella domenicale, dalla fuga breve dalla grande Milano e dalla attraibilità di alcuni monumenti (il Duomo, l’Incoronata, San Francesco, Il Castello di Sant’Angelo, quello di San Colombano, Villa Litta, ecc.), da qualche fiera” tradizionale. Quando si parla localmente di turismo culturale pareri e convinzioni si misurano. E’ lo stesso concetto di turismo culturale che riceve incertezze concettuali dalle ifficoltà di definizione di turismo e cultura. Almeno due le definizioni prevalenti: la prima, ristretta, fa riferimento agli spostamenti indotti da motivazioni essenzialmente culturali, come studio, rappresentazioni artistiche eventi culturali e visite a siti e monumenti; la seconda, più estesa, prende in considerazione forme tendenti ad innalzare il livello culturale degli individui ed aumentare la conoscenza, l’esperienza e gli incontri”. Questa definizione annette all’idea di turismo culturale anche l’offerta di prodotti destinati ai visitatori durante il loro soggiorno, oltre alla pratica di tutte quelle attività culturali, (artistiche, legate agli eventi, le visite a musei, alle esposizioni, ecc.) alle quali i visitatori prendono parte da spettatori.

“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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IL PALCOSCENICO di GIGI PEDROLI ALLA GALLERIA GUIDI

Un’opera di Gigi Pedroli

Poliedrico, fantasmagorico, surreale, colorito, popolare ricco e vario nella scelta tematica e nei motivi, Gigi Pedroli, chansonnier, scultore, ceramista, pittore, disegnatore, incisore affreschista milanese, espone da sabato alla Galleria Guidi di San Donato Milanese. Allievo del grande Renato Bruscaglia a Urbino, dopo una parentesi da disegnatore pubblicitario, Pedroli ha portato avanti una variante tutta personale, una esperienza artistica molteplice come pittore, scultore, disegnatore, incisore, in cui diversità e molteplicità di linguaggi si compenetrano e integrano.
E’ di quegli artisti che liberano la fantasia. Il suo è un repertorio tematico e formale caratterizzato dalle cose; da una normalità che non esclude, l’originalità, l’umorismo e svela l’ispirazione del profondo. Nei suoi lavori, protagonisti e comprimari risultano in eguale misura rappresentativi di una umanità simpatica, resa dall’artista col gusto della teatralità e della convivialità.
L’esposizione alla Galleria Guidi si annuncia perciò interessante e condotta nel suo stile abituale: estroso, figurativo e controcorrente. Varia nella scelta tematica e nei motivi, il pubblico potrà scorgervi anche richiami popolari.
Pedroli è artista fantasioso, che studia e analizza i personaggi e li lascia liberi nei loro rituali. Delle donne coglie i vezzi e le sinuosità, degli uomini il linguaggio e le deformazioni. In tutti mette leggerezza, magia, significati. Soprattutto li spoglia dagli inganni, anche quando si dedica a una figurazione “stralunata”. Gli etimologisti la definiscono “fatta con la testa per aria”. Spesso e volentieri egli la raffigura. Chi va o sta col cervello nel mondo della luna è uno dei suoi soggetti (non l’unico) preferiti e riusciti. L’ umorismo praticato risulta sottile, intelligente affidato alla deformazione e allo spirito.
Lo hanno scritto un po’ tutti : è uno che racconta. Ma lo fa in modo tutto diverso rispetto a tanti. I personaggi sono sempre (o quasi) coinvolti in situazioni o fatti o situazioni reali. Tranne quando seguono il canovaccio del far ridere.
Le figurazioni bloccano l’attenzione con richiami al gotico e al bizantino. I visitatori della mostra sandonatese scopriranno che in esse c’è un po’ di tutto: la quotidianità, i riti sociali, il sacro, l’impegno. Incontrano personaggi di varia umanità, innamorati, dilaganti anticonformisti, zimbelli di sé stessi. Non strappano risate grasse, volgari, ma piuttosto di testa, complici. Sottili e rallegranti.E’ una mostra senz’altro da non perdere.

IL PALCOSCENICO: Dipinti – Sculture – Disegni d8 GIGI PEDROLI – Galleria D’arte Contemporanea Virgilio Guidi – Cascina Roma – Piazza Delle Arti – San Donato Milanese – Inaugurazione sabato 14 ore 18 -La mostra resterà aperta fino al 26 giugno 2017 – Orario da lunedì a sabato dalle ore 9.30-12.30 /14.30-18.30; domenica 10.30-12.30/16.30-19 – Informazioni tel. 0252772409 – cultura@comune.sandonatomilanese.mi.it

 

Teodoro Cotugno e Agostino Zaliani: 100 incisioni allo Studio Bolzani a Milano

zaliani-e-cotugnoLa scelta dello Studio Bolzani, storica galleria milanese (ora in Galleria Strasburgo 3, in piazza San Babila) di presentare insieme 100 incisioni di Teodoro Cotugno e di Agostino Zaliani , due acquafortisti di tecnica diamantina, non può che definirsi una scelta coraggiosa, sia dal punto propositivo che da quello artistico. I tempi, si sa, sono quello che sono. Si scrivono pagine e pagine artisticamente “antagoniste”, dove per virtù paradossale, “vale tutto” e a prevalere, da tempo, è il compiacimento (o autocompiacimento o narcisismo) d’infrangere le “regole” della koiné, del far bene, a regola d’arte. Un anticonformismo che nelle arti visive è dilagato a dismisura sotto l’etichetta della “ricerca”, ma che in effetti è solo una pratica di maniera, destinata a stomaci forti, in cui l’ostentazione ossessiva dell’ originalità raccoglie consensi spesso imbarazzanti.
Cotugno e Zaliani (spentosi a Milano nel dicembre 2014) sono acquafortisti di formazione diversa, dotati di grande consapevolezza dei mezzi tecnici, da esprimere con chiarezza sensazioni prevalentemente ricevute dal paesaggio, dalla natura e dai luoghi. In tanti anni di attività, nella loro produzione calcografica si coglie non solo la realtà insieme al vero, ma anche il sentimento, che altrimenti il risultato rischierebbe di essere scarsamente eloquente. Nelle immagini la loro poesia non è sbrigativa, ideologica o letteraria: più di slancio quella dell’ex-geometra dell’aem di Milano, assiduo frequentatore di modelli espressivi canonizzati, ma insieme artista e poeta autentico, ha immerso le proprie sapienze e osservazioni in figurazioni folgoranti, in forme ricche che sottendono allusioni e spessori, forze ed energie che trascendono. Zaliani attirò l’attenzione, tra i primi, del critico lodigiano Tino Gipponi e si fece conoscere dai lodigiani attraverso “Carte d’Arte”, rivelando in ogni immagine il coraggio del proprio linguaggio, delle proprie padronanze tecniche fatte di esattezze e sentimento e l’azzardo della poesia naturalista. Varia, limpida e solare la produzione di Cotugno, in cui non c’è la ripetizione di un rito segnico, ma attenzione a ciò che si vede e si coglie, ai segni dell’esperienza e dell’emozione interiore, ma anche a ciò che non si vede, ai moti appena percettibili, alle spinte inconsce in cui l’immagine di volta in volta acquisisce lontananze e profondità, connessioni e distinzioni. A spiare le sue predilezioni figurative si scoprono sempre risultati ulteriori: la varietà sapiente del segno, il miglioramento di quel che già esse possedevano, la capacità di renderle varie e sincere. Ogni suo lavoro è pensato, elaborato, composto, riempito di energia. Dietro al velo di poesia si intuisce com’egli ormai segua una filosofia propria, in grado di trasferire nelle composizioni tranquillità, serenità, una certa disciplina e una fattura intessuta di mistero, che le sottraggono alla chiacchiera e alla letteratura. Le sue stampe convincono non tanto per la scelta dei soggetti o per i motivi, quanto per la fattura, la capacità di suscitare sensazioni nella sensibilità del fruitore.
La mostra delle opere dei due maestri lombardi allo studio Bolzani è un’occasione per dimenticare, sia pure per un attivo solo, i bulimilici schemi offerti da tanta arte d’intrattenimento attualista e ritrovare un’arte che apre alla poesia e alla riflessione, risultato di una ricerca dura sul linguaggio attraverso la concentrazione e il dialogo e una elaborazione affermatasi nell’arco di quattro e più decenni.

Teodoro Cotugno, Agostino Zaliani – Studio d’arte Bolzani – Cento incisioni in mostra Galleria Strasburgo, 3 Milano Inaugurazione giovedì 9 febbraio fino al 25 febbraio – orari: 9,30-12,30, 14,30-19, domenica e lunedì chiuso – info: studiobolzani@libero.it – tel 02.760.14221

 

 

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NATURARTE / Una mostra rievocativa dei venti anni

naturarte-303x207Naturarte entra nel ventesimo anno con una selezione rievocativa alla Bipielle Arte. Venti edizioni sono un risultato rispettabile, da rendere quasi scontate le parole di stima e di elogio. Sennonché far la semplice conta delle edizioni significherebbero poca cosa – quasi quanto giudicare un libro dalle copie vendute, dal suo peso o dal numero delle pagine – se non si considerassero insieme l’impatto e il “contesto”. E questo, al di la di quanto possono legittimamente chiedere, per il loro meritorio lavoro, i curatori.
Nel suo percorso, Naturarte ha conosciuto saliscendi che un anniversario inclina per simpatia a trascurare. Sarebbe un giochetto malinconicamente infantile praticarlo. In primis perché a Naturarte non sono mancate le prove ben connotate espositivamente, che hanno saputo mettere in scena la sfida costante del soggettivo col collettivo, dell’individuo con la cultura del tempo. Basterà citare gli apporti di Alix Cavaliere, Floriano Bodini, Ugo La Pietra Ennio Morlotti, Paolo Baratella, Lucia Pescador, Joseph Beuys, Renato Galbusera, Giansisto Gasparini, Attilio Forgioli, Fabrizio Merisi, Giuliano Mauri, Renato Galbusera, Gabriella Benedini, Clara Bartolini, Piero Leddi, Maria Jannelli…artisti di valore nazionale che hanno lanciato messaggi precisi diversi dalle frivolezze presenti invece in “percorsi” impegnati più a mostrare elenchi di artisti.
Mostre del tipo di Naturarte difficilmente potrebbero avere un cammino lineare. Sono spesso un rompicapo: risentono di associazioni, contrasti e corrispondenze, anacronismi e dissonanze. Dotarle della forza di interpretare una “visione” che raccolga l’espressione di un dato momento richiede progetti curatoriali accurati e scrupolosità nel selezionare opere ed espressioni in grado di portare in superficie la loro relazione con la tematizzazioni della rappresentazione, di rivelare le parentele tra “le cose” presentate e quelle pensate o immaginate.
Nell’abbondanza delle opere che hanno tracciato la strada di Naturarte, a parte lo sfiancamento procacciato da replicanti implacabilmente presenti, mentre nelle prime edizioni non facevano difetto opere di qualità e di contenuto da fornire risposte alle domande che la gente pone al mondo delle arti visive, nei frammenti di informazione e di “nuova narrativa” che successivamente hanno preso sopravvento, a parte le eccentricità e le trasgressioni della contemporaneità, non hanno brillato le idee veramente originali e nuove.
Al di la delle querelle che l’hanno sempre accompagnata, l’esperienza di Naturarte resta l’unica manifestazione territoriale sorretta da una impalcatura o progetto pubblico “consortile” per la divulgazione delle arti visive. Se a questo dato di natura intellettuale si affianca la consapevolezza che il successo di pubblico delle mostre non deriva solo dalle premesse di un progetto culturale, ma dal piacere e dall’emozione che provocano le opere esposte, il seguito del discorso non può che suggerire considerazioni che ratificano la forzata presenza di condizioni diverse e opinabili. Una senz’altro non trascurabile : nei venti anni di Naturarte è esplosa in Italia la mostramania, fenomeno di proliferazione delle attività espositive promosse e sostenute da flussi finanziari e turistico-commerciali, che hanno orientato il pubblico verso offerte di contenuto. Si chiama “competitività”. Una risorsa che nel lodigiano non si è mai fatta vedere. La mostra che si inaugura mercoledì a Bipielle Arte sarà l’occasione per approfondire questi aspetti che hanno accompagnato i primi venti anni di un progetto espositivo che tra “alti e bassi” ha saputo reggere a una concorrenza spietata e impari per risorse finanziarie e organizzazione.

NATURARTE – Percorsi artistici nel territorio lodigiano 1998-2017- a cura di Mario Quadraroli e Renato Galbusera – Dal 18 gennaio al 12 febbraio – Inaugurazione mercoledì 18 gennaio alle ore 18 – Info:Fondazione Banca Popolare di Lodi tel. 0371 440711 – Fax 0371 565584

 

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