“FORMESETTANTA” Dentro alle differenze: la storia, la continuità, il presente, la ricerca, le esperienze, le trasformazioni, le sfide …

FORME’70 è un portale nato nel  marzo del 2012 che ha ripreso e  porta avanti l’esperienza di un giornale uscito a Lodi negli anni Settanta, distribuito gratuitamente alle persone interessate all’arte, alla letteratura e alla cultura in generale.
E’ nato dall’ esperienza  di un giornalista locale, che ha deciso di mettere sul web quanto maturato dal precedente impegno con l’intento di promuovere e interessare all’arte del territorio.
 Obiettivo del portale è  di offrire informazione e conoscenza attorno a mostre e artisti (pittori, scultori, calcografi, fotografi, ceramisti, video, illustratori, creativi ecc.) nonché   iniziative letterarie e di natura culturale che coinvolgono il territorio (scrittori, poeti, narratori, saggisti, i loro libri, le riviste specialistiche, i cataloghi ecc.), attivi nei comuni della provincia,  e, più estesamente, accompagnare cronache e recensioni con opinioni, commenti, riflessioni più estese da fornire una sorta di diagnostica critica dei livelli locali così da contestualizzare scritti,  note, recensioni, critiche ecc. e sottrarli al campanilismo provinciale, alla “genialità” diffusa e alle spocchie dei protagonisti e dai loro “agenti”, che trasformano i fatti dell’arte e della cultura in una sorta di overdose calcistica.
Sul portale  (www.formesettanta.wordpresso.com)  sono, di tanto in tanto,  offerti spiragli d’informazione di attività e autori non strettamente legati al sistema locale, di presenze che rientrano nel mondo  più ampio della cultura e della letteratura. Con una attenzione – dichiarata – a non trasformare il nostro interesse per le arti visive, la narrativa e la poesia in  qualcosa di diverso; in un’altra passione, a tratti patologica, in una stravaganza che può diventare segno distintivo opposto e che funziona pressappoco così: tu mi “folloui” (segui il sito di Forme 70)) io “follouo” e dico approvo e bello il tuo, io ti “taggo” e tu mi “tagghi“, che sarà anche un’idea geniale, frutto di quello spirito nuovo saldamente affermatosi (non solo tra i giovani), ma che a noi nati prima della seconda guerra mondiale e abbiamo difficoltà a operare coi nuovi social, sembrano una banalità. Lo diciamo solo perché la nostra lingua batte dove la nostra mente duole: non conosciamo il nuovo dizionario, non ci serviamo di parole inglesi storpiate dall’informatico, che non conosciamo. Siamo “arretrati”, lo confessiamo, non siamo smanettoni dei nuovi strumenti mediatici che molti  colleghi invece utilizzano per raccontare,  progettare, dipingere, creare con risultati invidiabili.. Naturalmente tutto questo diciamo a nostra parziale autodifesa. Sappiamo i limiti e i difetti di un blog autorealizzato. Sarà pazzesco, ma ce lo dobbiamo tenere com’è, fa parte  di un’epoca analogica che vuol essere liberatoria ma può essere totalitaria.


ANTONIO MAZZA (fotografo): Duomo di Lodi, tarsia lignea di Fra’ Gerolamo da Verona

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Ricordo di ALBERICO MORENA maestro di xilografia

by Aldo Caserini

Anche quando la dolce Umbria non si vede essa sta sullo sfondo dei suoi fogli ricchi di stralunate fantasie d’ispirazione enigmatica. Dire di Alberico Morena xilografo, artefice di una produzione molteplice, ricca della presenza di “omettini” fissati nel legno con segno raro, minuzioso e raffinato, stampata su sottilissimi fogli di velina, è facile e difficile al tempo stesso. Un po’ perché si affaccia subito il nome di Brueghel data la capacità dell’egubino-spoletino nel mettere in scena le masse, senza disperdere l’umanità  dei singoli individui, anzi arricchendola cogli atti, i gesti le arie degli “omettini” che animano le feste, il lavoro, il riposo, le fantasie.  Morena ha prodotto centinaia e  centinaia di silografie. Non tutte note e conosciute. E’ stato artista restio ad apparire. Preferiva star lontano dai media, dalle riviste specializzate, da Internet, dai social network, dalle gallerie e dalla mondanità. Per ricordare una sua mostra che abbia  fatto notizia bisognebbe andare indietro almeno una trentina di anni,  quando fu “omaggiato” dal Festival dei Due Mondi.

Quello che raffigurava era un mondo “corale”, un insieme di uomini che si incontravano alle feste patronali, a lavorare la terra, nei cantieri, a rifare selciati, ad ascoltare un comiziante, a vedere architetture, a godersi scampagnate e momenti d’ozio, A salire e scendere scale, “una interpretazione personale del labirinto inteso come schema antropologico dell’esistenza, come separatore dell’individuo dal mondo a causa di una volontà superiore non spiegabile” . Le sue  descrizioni sono tutte condotte con  arte sottile e rara ironia, a volte con linguaggio sognante e naive, trasformava le figure in un palcoscenico dove tutto era sotto indagine, commentato, ridotto a racconto, tradotto in parabola, ed ogni comportamento individuale era visto nella trama sociale, ripensato e trascritto in chiave di “destino comune”.

Morena componeva visioni  senza contrasti, contraddicendo le spiegazioni strettamente “tecniche” che identificano l’immagine xilografica nella contrapposizione netta tra bianchi e neri, nella abolizione pressoché totale o anche parziale o ridotta dei valori chiaroscurali. Stampava le sue “veline” dopo avere intagliato il legno con una punta finissima; “tessendo”  variate trame di segni bianchi con un particolare tipo di bulino (da alcuni chiamato velo, da altri pettine  o anche  rigato) a punte multiple, con il quale si incidono numerose linee  parallele ravvicinate e si ottiene una morbidezza chiaroscurale. Creava così giocose visioni che spesso mettevano in evidenza i valori effimeri di tante azioni comuni.

Aldo Caserini

Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Panorama dell’arte lodigiana. I motivi religiosi e liturgici nell’arte di FELICE VANELLI

fELICE vANELLI NEL SUO STUDIOCeramista, scultore, pittore, affreschista, disegnatore, decoratore, all’occasione anche grafico, Felice Vanelli ha unificato, in chiave operativa e fattuale, molte delle specializzazioni che trovano efficace sintesi didattica e attualità nei corsi della Scuola di Arti e Mestieri.
Come artiere-artista ha fatto parte della generazione del secondo dopoguerra quella di Bosoni, Vailetti (Benito), Volpi, Marzagalli, Mauri, Maiorca, Maffi, Vestibile, Perego, Podini Gabelli, Mocchi; prima cioè della stagione dei Cotugno, Poletti, Bertoletti, Vailati, Mangione ecc. Oggi suoi lavori arredano abitazioni, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Negli oli, nelle sculture, negli affreschi e nelle ceramiche  alle iniziali tracce di richiamo “michelangiolesco”,  Vanelli ha fatto seguire, uno sviluppo di indirizzi figurativi più aggiornati.

La mano, la mente e il sentimento hanno tratto esperienza dalla conoscenza tecnica e culturale. Vanelli è’ stato figurativo dal primo istante, da quando per la prima volta ha messo i pennelli nel colore sulle rive dell’Adda. La scultura, l’affresco, sono esperienze arrivate dopo, e dopo ancora è arrivato il suo interesse per la ceramica. Nel ricco repertorio l’ enfasi giovanile ha quindi lasciato posto all’efficacia e all’indispensabile.
L’artista ha modellato a lungo motivi rischiosi: il religioso e il liturgico, ricavandoli dai Sacri Testi che ha collegato ad aspetti del quotidiano. Una scelta che faceva parte della sua poetica: come vi hanno fatto parte la maniera (senza manierismo), la spiritualizzazione (senza lacerazioni), la rappresentazione( senza complessità).
Le Scritture hanno animato la pittura della sua maturità. In quella su muro dava sfogo alla passione disegnativa. In scultura conosceva i segreti del rilievo – dell’alto, del mezzorilievo, del basso rilievo -.Qualità che si possono ritrovare anche in ceramica, un’arte in cui Vanelli faceva entrare in gioco elementi diversi: la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura.

Tra le ultime opere vanelliane di soggetto sacro sono da ricordare il bassorilievo sulla XVI stazione (“Gesù è sepolto”), destinato al complesso artistico “La via Crucis e la via Lucis in ceramica artistica” di San Cataldo in provincia di Caltanisetta, realizzato in duo con Angelo Pisati della Manifattura ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C.  

In Ultima cena, collocata in una chiesa di Roma  le figure sono in abiti contemporanei. Un lavoro in cui si ritrovano visione soggettiva, luce di qualità attiva, cronaca e gusto del nostro tempo. Sono anche da ricordare i quattordici cotti policromi collocati alla Cattedrale di Lomé in Togo. Una composizione di immagini sulla Passione di Cristo, in cui l’artista ha ribaltato i valori della tradizione iconica. Cristo non è accompagnato dalle figure della iconografia classica, da cavalli, donne piangenti e uomini in arme, ecc. La rappresentazione è semplice, controllata, ha una bellezza quasi soffocata dalla valenza simbolica dell’umiliazione e del dolore.
Aldo Caserini

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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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Libri: “Le strade dell’Apartheid” del fotografo Luca Greco

Le strade dell’Apartheid è un libro di fotografie del molisano Luca Greco, editato da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, presentato ai lodigiani nel cortile del Caffé Letterario a cura della Libreria Sommaruga. E’ un reportage di un centinaio di pagine che documenta la quotidianità di  tre popoli oppressi e schiacciati (i palestinesi, i nord irlandesi, i sahariani).
Classe 1979, nato a Termoli, sindacalista Cgil della Funzione pubblica, dottore di ricerca in filosofia teoretica, educatore, presente nell’ambito sociale,  no global, volontario e cooperante, nel suo libro da qualche mese nelle librerie, ha fermato l’obiettivo sui luoghi e i volti della gente nelle cui espressione è marcato il dramma vissuto e presente nei ghetti a causa delle guerre, del  razzismo,  della segregazione forzosa,dell’ allontanamento dalle proprie terre d’ origine; fa scoprire il filo che lega le loro storie.
Nei suoi scatti non c’è soltanto quello che si è visto proiettato, commentato e dibattuto durante la serata, ma la denuncia della condizione umana in cui sono lasciate vivere popolazioni  che  Greco ha avuto modo di conoscere in maniera molto approfondita, e di registrarne fotograficamente le condizioni di vita.
Il suo libro è una registrazione della continua e progressiva privazione della liberà di uomini e donne senza nome e senza diritti, da parte di altri uomini dispotici. A dire il giusto è un libro didattico, che offre uno scossone alla nostra  predisposizione a dimenticare.
Selezionando nel mare di immagini scattate in quei paesi Greco ha scelto le  più funzionali a un certo tipo di costruzione, in grado di offrire, attraverso frammenti di registrazioni fotografiche un quadro sociale, politico e umano che permette di  recuperare la realtà presente nel vertiginoso reticolato della memoria.

Oggi si sa che neanche con la fotografia queste registrazioni e questi recuperi sono neutri, anche se la fotografia e i pregiudizi pseudoscentifici ce lo possono far credere. Ma è sull’onda di una emozione e di una reazione mentale che il fotografo decide di fare una fotografia. Come fanno le emozioni vissute che “marcano” le esperienze  e ne dirigono il recupero. Nel  suo archivio di foto scattate e rimaste lì, Greco ha selezionato  quanto aveva visto e registrato durante i suoi viaggi in quei territori disperati, componendo degli  assemblaggi tematici, geografici, su quei  disperati che un’altra parte di mondo ”democratico” finge di ignorare.
Le strade dell’Apartheid  è un libro di immagini che “parlano” e convincono, non di quelle che si considerano “belle” tecnicamente e che fermano “attimi” di leggerezza anche quando riprendono un cadavere. terra. Sono il risultato di scatti che esprimono e sollevano  inquietudine, non incantano o dilettano per gusto estetico pur avendo in sé una certa pratica fotografica. Sono immagini che inducono alla riflessione, fanno pensare, non sono uno “specchio vuoto”, per dirla con Ferdinando Scianna. La raccolta non abbaglia ma scava, aiuta ad andare dentro ai percorsi della storia, ai diritti calpestati dei popoli, alle loro sofferenze. Scatto dopo scatto, le immagini  producono sensibilità nella coscienza , spingono a chiedersi “perchè?.
La fotografia di Greco non celebra l’eccesso di successo della fotografia del nostro tempo. La sua è una scelta di linguaggio , un album di immagini non ritoccate. Fatto di “scatti” che hanno preso il posto delle parole, nel momento in cui le parole tacciono (o sono messe a tacere)  certe realtà, scelgono altri argomenti , riferiscono altre rappresentazioni come luoghi della vita. Greco si rivela “fondamentalista” di un’altra poetica rispetto a quella che elimina sistematicamente ogni traccia di sofferenza, crudeltà, violenza; ha scelto l’immagine fotografica non per fare della semplice cultura figurativa, ma di parlare di forme di vita che vita non è, per traghettare l’attenzione su di un mondo terribile dimenticato dai media.

Le strade dell’Apartheid  è accompagnato da interventi che aiutano a decifrare la storia e la condizione di quei popoli. Strappa al buio del magazzino della memoria la vita di uomini, donne e bambini vinti ma non sconfitti malgrado la segregazione fisica, psicologica ed economica in cui trascorrono la loro quotidianità.Il libro è dedicato al fotoreporter siciliano Tano D’Amico ed è stato prefato da Giulio Di Meo.

Aldo Caserini

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Libri: “Due case”. Il nuovo romanzo di Aldo Germani ambientato nel lodigiano

“Due Case” il nuovo romanzo di Aldo Germani, da poco in libreria editato da Morellini che la Libreria Sommaruga ha presentato al caffé letterario, è la sua seconda fatica letteraria. Lo scrittore monzese aveva esordito cinque anni fa con “Le quattro del mattino”(edito da ExCogita), risultando finalista al “Premio Letterario Brianza” dell’Associazione Mazziniana di Monza e Brianza e vincitore del Premio Letterario “Il Ponte” dell’Associazione “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”.
Nato a Desio, cinquantadue anni fa, sposato e  separato con tre figli, ingegnere edile in libera professione, Germani è stato un ex capo scout e un ex insegnante di matematica ed è oggi un “insoddisfatto seriale” come si autoconfessa, con interessi per la fotografia in b/n, è un fan del cantautore Niccolò Fabi e supporter juventino. Sua madre era della “nidiata” di Salvatore Marazzina, sindaco di Massalengo e dirigente delle Acli, impegnatissimo nel settore dell’edilizia popolare e sociale. Quest’ultima “curiosità” spiega la collocazione del romanzo nel lodigiano, dove la madre scendeva “dai suoi” col figlioletto per lunghi periodi estivi. In quel paesaggio che Germani recupera dalla memoria e che fa da sfondo a una casa divisa in due da un’alta muraglia di cemento a causa delle rivalità sentimentali di due fratelli, protagonisti di dissapori e scombinate vicende familiari; fa correre il filo del racconto e delle sorprese; e fra contrasti,  malintesi, rivalità è un modo perdi opporsi alle distinzioni lasciate dalla guerra. 
Se “Le quattro del mattino” non aveva raccolto (almeno così parrebbe) tanta attenzione( tranne sicuramente quella dei giurati letterari), la frequentazione di un corso di scrittura creativa narrativa e i paralleli suggerimenti fornit da Gabriella D’Ina, ex consulente della casa Feltrinelli e docente IULM di un Master hanno convinto l’autore a sottoporsi alla “terapia” della scrittura e a compiere gli sforzi necessari per migliorarsi come narratore. “Due case”, è un libro che convalida la sua prestazione di scrittore, la conquista di quel qualcosa in più che era mancato al suo primo romanzo, cioè la capacità di racchiudere il contenuto nella storia raccontata.  In questo  secondo lavoro  intreccia situazioni ed esperienze di ogni giorno, che trasportate da un buon registro narrativo ricuciono le apparenze diverse di un viaggio quasi rituale di ritorno al paesaggio lodigiano degli anni cinquanta, prima della televisione, dove  con limpidezza di linguaggio e abilità di costruzione l’autore segnalata la povertà delle relazioni umane che accompagnavano l’esistenza degli uomini quegli anni. Germani non descrive solo,  fa “vedere” quello che pensa. Il suo  romanzo ha più sfaccettature che inducono a interessarsi dei luoghi, dei personaggi e della scrittura. Nel corpo narrativo sono affrontati aspetti delle relazioni familiari ma anche della condizione sociale che modella le esigenze della vita associata. L’autore non mette le cose sul semplice e questo lo rende convincente. Ha minuzia descrittiva nell’affrontare i residui oscuri della vita istintiva e passionale. Ma sa mettere da parte il rituale di certe situazioni e realizzare percorsi di psicologica unità. Non ci sono scelte audaci. Il lettore viene agganciato certo dalla trama, ma anche dallo spessore di personaggi conclittuali quali Pietro e Abele e dal piccolo Gae, che disorientato da quella barriera di cemento cercherà di scavalcarla dopo un pensare-immaginare non paralizzato dal clima tipico che si respirava negli ambienti rurali del dopoguerra. .

Aldo Caserini

“Gianni Brera secondo me”, una biografia di Andrea Maietti sul dotto scrittore pavese, cultore di vino e calcio

Che Andrea Maietti e Gianni Brera fossero destinati ad incontrarsi e a diventare amici era nell’ ordine delle cose, non  di un qualche dio greco o romano o del caso, ma della convinzione che il loro scambio epistolare iniziato da tempo andava bene come documento, ma nel contesto che raccoglieva il loro mestiere di scrittori  richiedeva qualcosa di più di  qualche biglietto o missiva con cui si scambiavano  simpatia e opinioni o si facevano sapere trame e intenzioni.  Come hanno dimostrato le vicende che hanno coinvolto Brera in incredibili scontri con i colleghi giornalisti l’ambiente è un ambiente altamente competitivo, percorso da forze non facilmente controllabili, in cui spesso l’adulazione  allumaca, le ambizioni sono pari alle chiacchiere, l’individualismo alimenta le critiche, le vanità le invidie e le velleità.
Fu a casa del rusticano Brera, che aveva rotto (o stava rompendo) con Giovanni Arpino un rapporto prima idilliaco e divenuto tempestoso, che  la relazione di reciprocità operosa  mise  radici. L’amicizia,  convinta  del rispetto e della discrezione tra i due prese cittadinanza, andò oltre il momento ideale e della simpatia  e si proclamò qual è: una ingegnosa invenzione della ingegnosissima natura umana. Mandò  al diavolo quel coboldo invadente che da sempre contrasta i rapporti tra umani e diede il via a una collaborazione che durò finchè Gioânn, dopo una cena Al Sole di Maleo, finì in un letto d’ospedale a Codogno.
Destinati per attributi creativi alla scrittura narrativa, al giornalismo sportivo Brera e Maietti  sancirono sul lago di Pusiano (immissario il Lambro), davanti al tradizionale risotto del luogo e a una generosa barbera, un solidale rapporto di partecipazione artistica e intellettuale guidato dall’ esperienza e dal confronto e il lodigiano si trovò nominato “biografo ufficiale” del “figlio legittimo del Po”.
Quando due scrittori si sono “assaggiati” come loro due nel maneggiare la lingua, riconoscendo gli artifici che entrambi facevano a partire dall’espressione per produrre riverberi nel contenuto ( Maietti che dava eloquenza alla poesia della terra al di qua del Lambro, descrivendola intensa, amabile e persuasiva; Brera, che  al di la del Lambro  affidava a  preziosismi fraseologici (modi di dire, proverbi, citazioni, innovazioni) le povere braide  ( i cassinn )  per far capire il paesaggio della sua Bassa –  ci sono effetti, anche in termini di suono e di significato, che decifrati in campo di esercitazione dell’espressione creativa, finiscono per tradurre anche il sentimento dell’amicizia in uno strumento di ricerca e di controllo. Rafforzandolo con qualche capatina da  Eupilio, alla Quintana di Vidigulfo  o alla Barca di  Cavenago d’Adda.
Per anni, Maietti è stato lo scrittore più vicino a Gianni Brera per visione della letteratura, immersione nel territorio, accompagnamento di stile. Ovviamente non sempre e in tutto influenzato da connessioni breriane. Non può pertanto avere sorpreso che “Gioânnbrerafucarlo Gianni Brera secondo me” di Andrea Maietti (ed. Bolis, copertina, flessibile, prefaz. Luigi Sampietro, pagg.112, Crema, €8)  era entrato tra i finalisti del 57° Bancarella Sport, sottoposto a giudizio di una giuria letteraria nella Città del Libro, alias Pontremoli, dove aveva già ottenuto una statuetta di San Giovanni di Dio, simbolo protettore dei librai, quest’anno assegnato a Pietro Trellini.
Piccola parentesi marginale: le manicolari invenzioni del direttore del Guerin Sportivo fatte di tradizione e scongiuri popolari, ebbero a Lodi un “brerino” con Walter Burinato che sulle pagine dello Sportivo Lodigiano raccontò le partite del Fanfulla con  stile arricchito di parole nuove, “alla Brera” appunto, come : “prestapedatario” (giocare coi piedi senza  la testa), “uccellare” (dar la caccia all’avversario), “incornare” (segnare di testa), “ mollesco della Lombarda” (addolcinato), “smanceroso” (smanioso di apparire), “barchirol” ( che nabdava a fondo la squdra).
La vocazione artistica del Granngiuàn di San Zenone al Po era fertilizzata dalla passione di Brera per il calcio, il ciclismo e il tennis, tre discipline sportive che su di lui  avevano una sorta di richiamo sacro. Recuperavano alla sua prosa fantastica, l’imprevedibilità e l’invenzione; le facevano ritrovare il grottesco e il delizioso, infilavano nella narrazione una struttura mobile, polivalente, allucinatoria. La rendevano una macchina inventiva, dotta e vagamente razzista (oggi si sarebbe detto leghista) e costringeva noi  in tipografia, leggerlo per scoprire le invenzioni che metteva nei resoconti e racconti senza ricalco. “Abatini” fu una parola terribile per tanti anni per noi che scrivevamo di calcio alle prime armi, e che, catturati dalle arditezze, dimenticavamo che dietro all’ originalità stilistica c’era una intelligenza critica aggressiva e ferina che illuminava un linguaggio già per se abbagliante.
Nei libri di Maietti, Brera è una indicazione interna, lo si avverte nelle arabescate dove c’è la cultura rurale, i  costumi di una volta, il dare canto a pagine veloci di pagine estrose, liriche di sentimento lirico, di contemplazioni, testimonianze, umanità, memorie.
Di Brera Maietti ha curato le antologie pubblicate da Longanesi e da Baldini e Castoldi. Nei suoi articoli e libri c’è sempre qualcosa dell’amico: il profumo della terra, l’apparizione angelica di certi caratteri, l’orgoglio“della zolla”. La memoria che fa pari con quella di Gioânnbrerafucarlo scrittore: intatta, meticolosa, appassionata; conosce le astuzie dello scrivere, usa minuzie e piccolezze, ma senza modificare la qualità della rappresentazione, l’attinenza alle cose.
E’ una scrittura che intenerisce. Rispetto la scrittura (un bel po’ più ruvida) di Brera; ha maggior levigatezza, un impasto che quando si rinfresca del dialetto di Cécu Ferrari, racconta quel che ha raccolto nei cortili d’osteria, sull’ uscio di casa, all’ oratorio, sull’ aia o in chiesa, senza dare troppa attenzione all’ ambientazione letteraria.
Come l’ amico – “figlio legittimo del Po” – che sapeva dove raccogliere malinconie, solitudini, confessioni e arricchire il linguaggio con mescolate,  il – “figlio legittimo dell’Adda”  registrato all’ anagrafe meneghina -, col modo semplice e spontaneo della sua espressione linguistica , sa raccogliere e organizzare i brividi raccattati tra un tavolaccio di legno vecchio e quello levigato di marmo. Una ricetta difficile quando una parola italiana ammicca a una parola dialettale. In ciò Maietti, come già l’amico, nei suoi scritti fa cogliere le sfumature, le intensità di movimento, il gusto  delle interpretazioni, le “infiltrazioni” che danno grazia all’ umorismo, e son pronte subito a qualche altro poetico sussulto.

(Aldo Caserini)

Panorama artistico lodigiano. ANNALI’ RIVA, artista casalese da spiegare

In attesa che qualche sala, pubblica o privata, bella o brutta, frequentata o abbandonata – speriamo no – si riapra per accogliere una  mostra di Annalì (Annalisa) Riva e qualcuno di quegli ordinatori abituali che una volta la contendevano (come pittrice o novità o anche perché allieva di Ugo Maffi) si rifaccia vivo, così da offrire, dopo l’indifferenza dell’ultimo quinquennio, la possibilità al pubblico di casa di conoscere dove lo svolgimento della sua ricerca l’ha portata, quale chiave di comprensione e di interpretazione rispetto alle sue prime immagini, calibrate attorno al colore, alla materia e alla simbologia, con cui catturava le proprie fantasie, ci proviamo noi a risvegliare, con qualche spunto di cronaca almeno l’attenzione dei “fedeli” di Formesettanta.

Annalì Riva, piacentina di nascita ma residente a Casalpusterlengo, si era fatta conoscere al pubblico della Bassa, – di Casale, Codogno, Lodi e di Piacenza – attraverso l’  ammiccamento giocoso di alcune esposizioni, come una pittrice di qualità non marginali e promettenti. Diplomata al Liceo Artistico Bruno Cassinari di Piacenza, laureata in Belle Arti a Brera (MI) nel 2007, allieva al Master di Landscape Design, assistente dell’Associazione culturale “Connecting Cultures” a Milano aveva  iniziato a dipingere (su carta da pacco)  nello studio di Ugo Maffi a Lodi.

Inizialmente, di lei non era sfuggita la carica manipolatrice e la tendenza a  “un’autoreferenzialità enigmatica”. La giovane mostrata si sfruttare un certp background di cose viste e anche di cose attribuite. La “pusterlina” sSapeva essere credibile come artista, scrollandosi di dosso le solite poetiche (sentimentali, intimiste, passionali, fantastiche) che scrittori improvvisati di arti visive gli appiccicavano te addosso.

Sul suo attuale fare pittura quello che si sussurra è troppo poco rispetto alla precedente esperienza ma anche per  anche per ricondurre (giornalisticamente) i riflettori sulla sua comunicazione attraverso la pittura.  Dopo Villa Biancardi a Zorlesco, dopo l’Itis a Casale, la mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano, al Laboratorio delle Arti a Piacenza

e altre apparizioni estemporanee la commutazione del suo circuito espressivo era parsa decisiva con il superamento della fase degli  “intendimenti” e l’avvio alla

“appropriazione di senso” e alla “qualità” (la pittura è fondamentalmente una questione di esperienza non di principi e ciò che conta dal principio alla fine è la qualità) da farle  assumere un ruolo competitivo nel panorama territoriale. L’artista aveva iniziato a mettere sulla tela aspetti più aderenti della vita e della contemporaneità. A lavorare con la materia, a plasmarla secondo volontà, a renderla viva e vitale; ad elaborare, perfezionare e testare scelte di procedura e di contenuto autonomo e personale; a recuperare vecchie carte da parati, su cui creava il gioco dei colori, creava orizzonti, apriva “finestre”, immaginava stanze dove sognare.Senza compiacimenti affrontava il rischio di sorprendere con l’inatteso chi credeva ormai facile una sua catalogazione di comodo. Ci sono nuove pagine nel suo diario? Chissà.

Aldo Caserini

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