Le memorie discrete di Gianmaria Bellocchio

L’idea che il mondo contemporaneo non abbia problema di conoscenza e di verità riguardo la famiglia, deposito di memorie e di filosofia di vita, pare dilagare in modo esponenziale, dove tutti cercano altrove relazioni sostitutive, senza attenzione agli inganni della “società liquida” (Z, Barman).

Come cellula essenziale, crogiuolo di idee, di sentimenti, ricordi, impulsi ed emozioni, il tema affiora e si propone sotto traccia nelle “memorie discrete” che Gianmaria Bellocchio ha raccolto in Succede vivendo 2, un libro editato in occasione del suo sessantaseiesimo compleanno, stampato dalla Tipografia Sollecitudo e dedicato ai suoi genitori:- la sarta Giuseppina Ciribini, donna “mite e paziente” e l’autista Atm, Gaetano (Nino), uomo “coraggioso e tenace” – “improntati” dall’autore con un suggestivo pensiero di Madre Teresa di Calcutta.

Si dice che un libro tira l’altro. Riguarda gli editori, gli attratti dalla scrittura e chi semplicemente è lettore. In questo senso da lettura nasce lettura. E’ questo il punto no?

Sarà nient’altro una combinazione o qualcos’altro che da una delle pigne di libri (comprati, letti, dimenticati o lasciati perché pallosi) dopo quelli dello scrittore londinese Nick Hornby – autore di Alta fedeltà, Come diventare buoni, Shakespeare scriveva per soldi per citare qualcuno dei suoi titoli di successo – a catturare il nostro occhio sia stato un libro di Gianmaria Bellocchio, in cui il dinamico presidente della “Don Quartieri” mette a prova le proprie capacità di scrittore con un tuffo nei ricordi scoperchiando sentimenti, liberando nostalgie, tratteggiando ritrattini di familiari e amici, introducendo fluidi e, gustosi assoli in vernacolo locale.

Succede vivendo 2 non distingue molto da quello pubblicato a metà dello scorso anno. E’ affidato a parole semplici, a segni distinguibili: sentimenti, affetti, idee, flashback. Le scelte rispetto il primo libro sono meno “claustrofiche” direbbe Hornby. Meno chiuse. Si avverte che Bellocchio combatte, senza esplicitarlo, l’allontanamento della società dai clichè un tempo riconosciuti della famiglia tradizionale moderna. Il nuovo libro rende noto lo spirito con cui è stato scritto: rinverdire “la memoria di persone conosciute”. Forse, ma questo l’immaginiamo noi, vuol dare soddisfazione al “viaggio” quotidiano di ognuno ricorrendo ai versi di Giorgio Caproni citati a pag. 13.

Bellocchio arriva alle “confessioni” non a caso. Attrae sfrugugliando nelle cose belle e in quelle meste, sepolte in fondo al proprio io del passato, che così riprendono efficacia e insegnano. Come nei libri di Hornby che guidano il lettore agli scaffali della sua personalissima biblioteca, il diario di Bellocchio dispensa discrezione, cordialità, simpatie, affetti senza troppo badare alla critica. E un libro che rende l’ autore un po’ controcorrente; che scrive di affetti e sentimenti “romantici” senza fiaccare, anche se marca sempre la tenerezza nei legami familiari e in quelli dell’amicizia. Per molti versi Succede vivendo 2 è un libro personale, aneddotico, racconta pagine di vita vissuta e mette in contatto con esperienze e caratteri “che affiorano dall’archivio della memoria e acquistano fisionomia da piccoli avvenimenti quotidiani”, come bene annota Annalisa Degradi.

Il volumetto è agile, di lettura scorrevole e anche divertente, parla di storie semplici, esperienze, fatti, emozioni. Tratteggia con garbo i ricordi di amici anche nostri: Rosario Mondani, Zaira Zuffetti, Cecu Ferrari, Gigi Petroli, Antonio Signoroni, e, naturalmente, d. Luciano Quartieri. In cento pagine i nomi dei citati fanno come l’Adda in piena. Corrono. Considerato lo spirito del libro, tanti nomi legano tanti pensieri, danno conto del significato profondo e anche no, di cose che capitano agli uomini. Tra l’altro ogni capitolo è introdotto da una citazione di “spessore” non semplicemente letterario: Maria Teresa di Calcutta, Mario Rigoni Stern, Vivian Lamarque, David Maria Turoldo, Franco Loi, Eugenio Montale, Guido Oldani, Andrea Maietti… danno colore all’impegno narrativo e al merito dell’espressione con la cultura autentica.

Succede vivendo 2 è scritto in prima persona, ma offre uno sguardo al plurale.

 

Aldo Caserini

 

Il libro: Gianmaria Bellocchio: Succede vivendo – Memorie discrete 2 – Stampato dalla Tipografia Sollecitudo, ,pagg.100, 2016 s.i.p.

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50 ANNI DI GIORNALISMO Una medagli alla cariera

Retrospettiva di Ottobelli alle Stanze di Carte d’Arte

 

Potrà sorprendere e insieme far piacere che un evento come Carte d Arte con le sue Stanze che anche quest’anno l’Associazione d. Quartieri darà assetto allo spazio arte Bpl, destini un’ attenzione a quegli artisti e artigiani che son passati dalle sue stanze e che oggi non ci son più (gli acquafortisti Timoncini e Diana, lo stampatore Zanaboni), e, in particolare, organizzerà una retrospettiva del medico-pittore Mario Ottobelli nel ventennale della morte.

Con tale attenzione il “quadro” dell’evento curato da Gian Maria Bellocchio e dall’architetto e storico dell’arte sangiulianese Walter Pazzaia mette a punto una selezione espositiva di interessi ampi, dal mondo della grafica a figure di spicco in qualche modo legate alle attività culturali dell’Associazione.

Delle qualità d’artista di Mario Ottobelli e della sua natura si e scritto molto a cominciare dalle sue mostre meneghine (galleria Montenapoleone, Ars Italica, Permanente) e, per rimanere a livello locale, al Collegio San Francesco ( dove il pittore fu allievo), alla Galleria Mazzi (2002), alla Casa del Popolo di Lodi (2009), all’I.T.I.S di Casale (2018) oltre a diverse altre individuali e collettive..

Voce singolare, Ottobelli fu pittore che espresse sempre il desiderio di miglioramento, riconoscendo l’insegnamento dei suoi maestri e dei successivi riferimenti. Dipingere fu per lui, un’ “esperienza umana”. Uomo di cultura (di cultura pittorica), sobrio, senza eccessi, misurato nei giudizi, diffidava di quei pittori che ricorrevano alle troppe parole da sorprendersi a volte per certe sue uscite giudicate pungenti o pepate. Il suo interesse era rivolto tutto alle “rigenerazioni” portate in pittura da De Amicis, Spilimbergo, Moro, artisti suoi amici che citava spesso per le qualità morali e le competenze e virtù di mestiere.

Il nostro primo contatto con la sua pittura risale a oltre mezzo secolo fa alla galleria Montenapoleone di Milano. Alla fine, con preziosa leggerezza disse: ”Se le capiterà di scrivere di me faccia riferimento al cezannismo di De Amicis, mi è il più vicino in senso unico”.

Suo insegnante e amico, De Amicis ha sempre mostrato grande apprezzamento da introdurlo alla Permanente di Milano. Nei suoi quadri, vi coglieva, da pittore, una vibrazione intensa e accenti di linguaggio “franco”, non viziato da estetismi.

La mostra che le Stanze gli dedicheranno a novembre costringe anche noi a tirar fuori qualche “fotografia” che dia idea del suo carattere e temperamento al di là delle analisi critiche. Ottobelli fu un artista appartato e silenzioso, fuori dalle contese che a Lodi non sono mai mancate, da negarsi a qualche legame con gli altri pittori locali, non per alterigia o supponenza. Tutt’altro. Semplicemente perché non era d’accordo con i concetti grossolani che alcuni di loro esprimevano.

Ad una “Oldrado” gli venne consegnata una medaglia al merito. Naturalmente ben accetta, ma non da menarne particolare vanto. Preferiva star lontano dalle pedane. Era un pittore “fai ‘nsì – dicevano moglie e amici -. Che in tal modo riassumevano il carattere dell’uomo: uno che non si atteggiava, che respingeva le ritualistiche e l’ufficialità. Nelle sezioni (arte sacra, nudi e figure femminili, paesaggi, nature morte e interni) in cui troveranno disposizione i lavori (provenienti da collezioni private e dai familiari) i visitatori non scopriranno “inquietudini particolari”. Solo codici di sobrietà, una malinconia pensosa e tanta poesia.

 

Aldo Caserini

Liquid World di Pietro Terzini all’Angelo

Un gruppo di ritratti di Pietro Terzini

Pietro Terzini, lodigiano, nato nel ’49 a Mairago, psicoterapeuta cognitivo e comportamentale dell’infanzia edell’adolescenza con studio in Lodi insieme alla moglie Angela, impegnato da tempo non solo in campo specialistico ma in quello dell’arte, applicato a far cogliere “compresenze” in una pittura ch’egli conduce senza eccessi di gesti e di materia, affidandosi a una figuratività composta e lineare, resa con semplice quasi ingenua, che torna a riproporre ai lodigiani in una personale in cui sono tenute insieme immagini, poesie e musiche (di sottofondo) di Renato Cipolla, e tutto si annuncia affidato all’organizzazione e all’allestimento di Angela Papetti, anch’essa nota psicologa.

“Liquuid Word” è il titolo della mostra, preso a prestito da Zygmunt Barman, sociologo filosofo e accademico polacco, morto due anni fa, che ottenne fama internazionale spiegando la postmodernità con le metafore di modernità liquida e solida ( l’incertezza che attanaglia la società moderna derivante dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori) – tema che oggi si trova sviluppato in alcuni dei lavori che saranno espost,i a partire da sabato 7 settembre, all’ex chiesa dell’Angelo.
La pittura di Terzini – naturalmente figurativa, di derivazione pop (o post-pop) – non si risolve in espressioni unicamente descrittive. Al contrario offre spunti di riflessione all’osservatore, almeno di colui che non cerca l’ artificialità del “reality advertising”- di cui oggi si parla tanto ma non si capisce bene cosa sia

La serie di immagini elaborate dal pittore restituisce una catena di atmosfere circa l’attuale situazione mondiale di precarietà, sfruttamento, crisi ambientale, violazione dei diritti umani, libertà, a performance di fatti e problematiche d’attualità. Scopre una volontà per cui l’arte può ancora restituire alla pittura un futuro più nobile. Già i titoli forniscono spunto a delle indicazioni: “Sotto la luna”, “Greta Thumberg”, “La colomba di papa Francesco”, “Sotto il mare”, “Liquid World”, “Zygmunt Barman “, “Scopping cieco”, “Il ciclista gregario”, “Oh…my god”, “Baby connetten”, “Il quadrifoglio”, “L’abbraccio”, “Madre con due bambini”, “Vita all’Adda morta”, la serie di ritratti femminili, eccetera: lavori che al di là del risultato pittorico tecnicamente inteso, inducono a discutere, inseriscono nel confronto dell’attuale momento, richiamano e riassumono problematiche d’attualità.

Certo, quel che Terzini elabora è una pittura che si differenzia dal quadro attualista. Fa venire più in mente David Hockey o anche di Kelinde Wiley, ma formalmente distante tecnicamente e concettualmente da quell’arte che oggi viene passata per “esemplare” da critici che più che interpreti sono pubblicitari.

In un contesto ormai quotidianamente “post” – postmoderno, postindustriale, postminimalista, postutto come direbbe Francesco Bonami – Pietro Terzini non teme di elaborare e proporre una pittura legata alla “analisi” dell’immediato, alla cronaca, alla nostalgia, all’uomo, alla storia, al rimpianto, alla denuncia. Nei suoi lavori non ci sono misteri da scoprire, da affidare a qualche contorta interpretazione. Ciò che esprimono è parte di questa società che cambia, riferiscono di cose, sentimenti, rapporti umani. In Liquid World mettono in pittura “aspetti della realtà che viviamo giornalmente: l’individualismo imperante, la ricerca spasmodica di apparire, l’utilizzo alterato dei social, lo sfrenato consumismo, le disuguaglianze. Con una costante alla base: la voglia di cambiamento continuo e di conseguenza la mancanza di cose solide”:

Aldo Caserini

La mostra: Liquid World Pietro Terzini – Mostra personale, Chiesa dell’Angelo, via Fanfulla, Lodi – Dal 7 al 22 settembre. Orari: sabato e domenica:h 10-12,30/16,30-10; da marted’ a venerdì: h.16,30-19. Lunedì chiuso.

“MOVIMENTO” di Pasqualino Borella

Con “Movimento” un mix di immagini proposto alla Società di Mutuo Soccorso di Lodi in via Calisto Piazza,, Pasqualino Borella si pone in un certo atteggiamento che vuol vedere ciò che gli sta davanti, ma anche l’altra parte, sensibile alle facoltà dell’uomo, quella che promuove pensieri e astrazioni, cambia lo sguardo con cascate di colori, afferma l’abilità nel trasferimento di immagini che danno una importanza diversa e decisiva alla composizione della rappresentazione.

Borella è noto come fotografo, lo fa con passione e mestiere verificandolo con occhio critico, coltivato insieme al piacere di un linguaggio autonomo e corsaro, da mettere insieme molteplicità di interessi e originalità di risultati formali. Non è cioè un mero operatore che riduce l’intervento alle cose strumentali, all’inquadratura, alla messa a fuoco, alla scelta del tempo in rapporto al diaframma, alla cliccata eccetera…Al contrario è artista che coltiva l’ambiguità e l’astrazione presenti in una realtà mescolata a elementi integrativi di altri momenti, interpretando fermenti di poesia vidimati dall’autenticità di una ricerca garantita sempre dalla franchezza espressiva, narrativa e immaginaria,

“Movimento”, regge su lavori che risultano da input eguiti nel montaggio digitale e a cui Bonelli ha aggiunto del suo, un combinato di idee, fantasie, contrapposizioni e indipendenze prese dal una risma di carta, una pubblicità, da luci natalizie, da una cascatella o un quadro, dal pubblico a teatro o in movimento su una vecchia balera eccetera).

Fotografo, scrittore, collezionista, cultore di storia del territorio Borella accompagna l’attività del proprio studio con quella di cultore dell’immagine, profilo di lui meno noto ma non di secondaria importanza.

Nel suo archivio (Fogli di carta, Giochi di luce, Fluidi, Giochi d’acqua, Riflessioni da un quadro, Bottoni colorati, Ballo liscio, Cattedrale vegetale eccetera) c’è l’ insolito, il singolare, lo slancio, il sorprendente, l’ estro e altri elementi di qualità. Rappresentazioni che invitano alla riflessione e quelle che colgono un’emozione, altre che intrigano e sorprendono e distinguono concetti.

“Movimento” scopre come Borella non pratichi solo fotogiornalismo ma traduca i propri scatti in chiave di espressività creativa, introduca al miracolo delle “immagini che creano se stesse”. Vada oltre alla barriera costituita dalla macchina, cioè il mezzo del suo lavoro e del suo modo di conoscere e di fare.

Come confessa nell’autoperesentazione alla mostra “le foto sono ricavate da “files” originali e non elaborate in post produzione. il pathos comunicativo sta nel loro mix: dare dinamismo a una immagine reale, trasportarla verso un pensiero vivo, e dare con l’astrazione emozioni”.

“Movimento” propone forme che sono figlie di due contraddizioni: delle potenzialità della tecnica fotografica (la roteazione, il tempo, gli effetti, il colore, le masse, la luce, i contrasti, la gradualità nel farla entrare nell’obiettivo) e le spinte verso l’originalità simbolica, il contenuto,.

Aldo Caserini

Ricordo di Sergio Zanaboni, artista della stampa calcografica

Ho conosciuto l’arte della stampa anni prima che Marcello Simonetta mi presentasse Upiglio, viaggiando su un treno pendolare con Sergio Zanaboni che mi parlava ingordamente ogni sera dei tipi di carta, delle variazioni del colore dell’inchiostro, di matrici e di effetti grafici, di presensibilizzazione e lastre, di stampe incise, piane, in rilievo, di presse e torchi, di soluzioni corrosive, aggressive e alternate, di controstampe e di procedimenti anastatici e via di seguito. Era come leggere un manuale di tecnica di mestiere. Naturalmente, poiché l’argomento era la grafica d’arte i miei interessi andavano ad altre tecniche: a bulino, a punta secca, a maniera nera, a acquaforte, a acquatinta, a tecniche miste e sperimentali. Dopo un bel po’ che ci scambiavamo le solite cose mi resi conto che affidare, come spesso capitava, alla sola espressione dell’artista quel che si vedeva nelle stampa era troppo sbrigativo e difettoso per avere un senso. Era chiaro dalle informazioni ricevute che materiali e procedimenti erano anch’essi medium, o meglio, risiedevano in essi potenzialità primarie ed elementari dell’espressione, come cercava di farmi accettare l’amico, intento a sollevare curiosità e attenzione verso la complessità del rapporto.

Nella pratica originale dell’incisione è imperante ancor oggi la finzione, avallata dagli artisti che tendono a presentare i propri risultati con qualche loro costante o ricerca, modulati dal proprio gesto, convertito in tagli, incavi e quindi in immagine. Mentre dietro alla capacità operativa dell’artista, c’è anche la versatilità della mano dello stampatore, la sua esperienza, l’intenzione e la riflessione interpretativa, i suggerimenti ricavati dall’avere “tirato” lastre di rame, zinco, ottone, acciaio e altro, l’individuazione di un percorso di stampa da ottenere risultati convincenti.

Il mestiere dello stampatore, amava dirmi Zanaboni, richiedono un approccio umile e consapevole. Non ha nulla delle vanità e dell’immodestia dell’artista. Spesso è nel mestiere dello stampatore che si radicano le qualità di un’arte che minore non è. Chi stampa con intelligenza ed equilibrio valorizza l’identità della ricerca dell’espressione dell’artista.

Le conversazioni – non sempre serene e concordi nelle conclusioni, anzi senza esito per le prevaricanti scelte che mi impedivano di riconoscere come il ruolo dell’artigiano e quello dell’artista, puntassero a un risultato comune, alla qualità nell’esito finale.

Dal 9 novembre al 15 dicembre, le Stanze della grafica a Bipielle Arte ricorderanno Sergio Zanaboni e la sua attività di stampatore entusiasta ed esperto svolta all’interno di “Carte d’Arte”, giunta alla XXI edizione. L’omaggio che l’Associazione rende alla sua maestria è l’invito a prendere familiarità e interesse alla “lingua” grafica, della punta e dell’acido, ma anche del ruolo distintivo e prezioso che in essa svolge lo stampatore.

Una sera Zanaboni arrivò in treno con un ritaglio. Era la presentazione di una mostra di grafica di Renato Bruscaglia. Se la memoria non mi tradisce diceva press’a poco: la grafica d’arte è tra le invenzioni espressive quella con caratteristiche di sembrare semplice, come la scrittura, appunto, ma è complicata come l’assoluto.

Era un modo per Sergio di rivendicare la specifica rilevanza dei momenti essenziali dell’esperienza di stampatore artistico. Il lavoro, la naturalità e il valore , il significato sociale e culturale della interrelazione tra artigianato e arte.

Aldo Caserini

Anelli tradotto in romeno . “Polifonii” la raccolta di poesie

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad

Amedeo Anelli, fondatore e direttore di Kamen’

alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.
Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.
Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.
Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.
L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kamen’ : per capire il Settecento serve leggere Giuseppe Baretti

Di Giuseppe Marco Antonio Baretti, torinese di nascita, poeta e scrittore di forza espositiva ironica e vivace che ha contribuito al nostro Settecento letterario con molti altri autori minori – coloro che il De Sanctis nel capitolo della Storia della letteratura italiana sulla “Nuova letteratura” chiamò uomini nuovi- , non ci appartengono più. Sopravvivono a malapena in qualche antologia di studiosi, non in quelle scolastiche e solo in studi specifici. Di loro non rimane neppure il cattivo ricordo di scuola per averci costretto a imparare qualche poesia o testo. Perché?, Semplicemente, perché gli storici della nostra letteratura “pura”, cioè “astratta”, hanno pensato di averne abbastanza delle loro “libertà” o autonomia. Anche se, nel caso di Baretti, si possono citare, senza troppo andare indietro, studiosi che hanno rivisitano le sue pagine e se ne sono innamorati, che ne hanno riletto in chiave originale gli scritti offrendo interpretazioni particolari e argute o anche soli richiami e citazioni. Tra questi Enzo Mandruzzato ne I piaceri della letteratura italiana, Ruggero Jacobbi (L’avventura del Novecento), più volte Luigi Piccioni, e, più vicini a noi, Bruno Maier, profondo conoscitore della letteratura rinascimentale; Elvio Guagnini, critico letterario, ordinario di lettere e filosofia all’università di Trieste, esperto di letteratura di viaggio nel Settecento e studioso del rapporto tra letteratura e scienza e poesia, che ora ripropone l’esperienza di Baretti su Kamen’, attraverso un aggiornamento interpretativo delle sue forme e i modi di scrittura.
I testi di Kamen’ sono tratti dai reportage apparsi su “Frusta letteraria” e nelle Lettere ai familiari e presentano caratteri di sicura originalità dello scrittore, e lo fanno ritenere autore lucido, lunatico e duro nei giudizi, di singolare personalità, essenziale nelle “impressioni”, impegnato non tanto a creare teorie, ma a vincere, con una certa pedanteria e ironia, imperfezioni formali e francesismi, ai suoi tempi largamente diffusi.
Spiega lo stesso professor Guagnini: “L’antologia qui proposta di Baretti scrittore del (e sul) viaggio vuol testimoniare il rilievo le esperienze di scrittura hanno nella biografia di Baretti, oltre che nella storia letteraria italiana ed europea del Settecento… Sicuramente interessanti – tutte – sul piano del documento e della testimonianza, oltre che del gusto e della cultura dell’autore. Alcune, come le pagine delle Lettere familiari, di grande rilievo, anche sotto il profilo della qualità e dell’originalità letteraria, sia a confronto con altre opere di Baretti sia a confronto con altri testi della cultura contemporanea italiana”
Perché Kamen’ (n.55) propone Baretti ai sui lettori? Perché sin dai primi numeri la rivista diretta da Amedeo Anelli recupera testimonianze di significativi autori diversi (economisti, storici, scientifici, esperti del diritto, ecc.) che aiutano a comprendere l’evoluzione della società, del pensiero, della lingua, della scrittura (anche della comicità e dell’ironia), individuando fili conduttori, rapporti, analogie con il presente.
Nel Baretti che ci consegna Guagnini si coglie l’intensità del lavoro e, soprattutto, la novità della critica, in cui c’è poco mestiere e molta cultura, una cultura diversa. Nei numerosi “viaggi” descritti non c’è il turismo, ma la costruzione di un linguaggio critico consegnato attraverso la novità delle parole, speziate al punto giusto, che marcano le differenze con quelle cruschiane allora primeggianti. Una sfida interessante che costella gli scritti di curiosità e ne contrassegna i passaggi con una quantità di stimoli polemici, spesso pungenti o taglienti. Baretti dimostra di aver meglio capito di altri del suo tempo (e di tanti che oggi vanno per la maggiore), un rigore critico e uno stile oggi fuori moda, che invece non sarebbe un male recuperare.

Aldo Caserini

 

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Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno in mostra alla Biblioteca don Milani di San Martino

Della grafica per azione impressiva e della stampa originale d’arte, non gira molta conoscenza tecnica, pratica e operativa sul territorio. Per questo è da salutare favorevolmente l’iniziativa del Comune di San Martino in Strada e della biblioteca comunale di organizzare, a partire da martedì 3 settembre, una presentazione di acqueforti del calcografo lodigiano Teodoro Cotugno, acquafortista di prolungata consuetudine operativa e riflessiva da convertire i tagli in incavi, in valori grafici e quindi in immagini, referenziando soggetti naturalistici, che sono poi quelli della propria ricerca artistica di pittore. Da offrire quindi anche una solida didattica. Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – questo il titolo della mostra, destinata a durare sino al 15 settembre e che venerdì 6 settembre il critico Tino Gipponi presenterà nelle sale di piazza Pagano -: offre una rappresentazione “dolce” e varia del territorio laudense; blocca i dati del vero, dell’impressione e dell’emozione con una serie di scorci e paesaggi dove trovano comprensione acque, vigneti, cascinali, monumenti storici, chiese e altre forme significative. Soggetti e temi che fanno parte del patrimonio iconografico dell’artista e del suo modulo stilistico, avviato quarant’anni fa, appena diplomato ai corsi di perfezionamento di grafica di Urbino. La sua è infatti una esperienza artistica e umana che dura ormai una vita supportata da valori umanistici. I venti fogli portati in esposizione fanno ovviamente parte di un esteso deposito di emozioni tradotte con una grafica fatta di finezze, di messaggi e di fiducia nella natura ai quali l’artista ha affidato la propria sensibilità creativa e fa ritrovare brezze di serenità meditativa e amore per la propria terra. In parecchie occasioni si è detto di Cotugno di un “artista poeta”, cantore “dei silenzi”, “della luce”, “del sentimento”, “della terra” ecc. Definizioni che nascondono – forse – ridondanza di retorica, che trovano però verità nelle tante pagine pacate affidate a lastre e punte, raschietti, composti, carte e paste abrasive, bulini, lenti, ecc., in prevalenza nei valori di tono e di luce e nell’abilità del disegno, in cui l’artista depone il respiro e il canto della sua anima. L’’evoluzione di questa grafica chiamata per semplicità “di paesaggio”, in cui scorre sotto il segno scaltro e seducente una narrazione di lucidissima sensibilità che oggi risulta più sciolta e libera nel rappresentare, determinata nel ritmo e nella misura formale ideale. Quella di Cotugno è una produzione che sospinge il fruitore a socchiudere le palpebre e a godere della soavità delle visioni, a coglierne la vivacità e il rigore, il modo tutto diretto con cui l’artista grafico coglie colti scorci, archeologie urbanistiche, simboli del passato, intrecci di cultura e società da rendere “immagate” e non “stranite” le presenze nel capoluogo e nel territorio. Nelle stampe di Cotugno non c’è solo la manualità, l’abilità nella traduzione dei luoghi; c’è, insieme, la ricerca di esprimere l’intuizione poetica, lo stesso momento fatto di brividi intensi, di assonanze della memoria, di vibrazioni tonali ed espressive. Nelle stampe esposte il visitatore troverà l’immedesimazione dell’artista nel paesaggio, ma anche distacco, passione controllata, equilibrio di lumi, immediatezza fenomenica e un pizzico di nostalgia. Il bianco/ nero delle sue acqueforti, gli serve – alla fine – per rendere la qualità del sentimento lodigiano. Aldo Caserini La mostra: Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – Biblioteca comunale Don Lorenzo Milani, San Martino in Strada, piazza Pagano 3 – Apertura 3 settemebre, inaugurazione 6 settembre ore 19,30 con una presentazione di Tino Gipponi – Orari: martedì, mercoledì, giovedì: 15,30-18,30; venerdì 9,30-11,30/ 14,30 – 18; sabato e domenica 14,30-18, Fino al 15 settempre.

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