NATURALIA ALLA BIPIELLE: IN DIECI RACCONTANO LA BIODIVERSITA’

MARCO POLONIOLI La morta a Comazzo

MARCO POLONIOLI
La morta a Comazzo

Bipielle Arte si appresta a dare visibilità alla fotografia naturalistica, coinvolgendo nel proprio programma espositivo il Gruppo Fotonaturalistico Il Gerundo. Al riavvio della stagione espositiva le sale di via Polenghi Lombardo ospiteranno dal 9 settembre una collettiva di immagini d’appostamento e macro di Paolo Berto, Angelo Chinosi, Fabrizio Comizzoli, Pino Gagliardi, Antonio Marchitelli, Roberto Musumeci, Maurizio Pedrinazzi, Marco Polonioli Antonio Raimondi, dieci fotografi in grado comporre coi propri scatti un mosaico delle biodiversità del Parco Regionale Adda Sud e di ampliare lo sguardo ad altre tipologie italiane e europee, da Comacchio alla Slovenia, dall’Isola di La Cona in Friuli all’Islanda, dal Veneto alle Marche, dalla Finlandia alla Svizzera eccetera.
La fotografia naturalistica è una goccia nel sistema dei generi fotografici oggi diffusi. La sua pratica, ha vinto solo recentemente i pregiudizi di chi la considerava un genere marginale. Le stampe non enfatizzano (mai o quasi mai) più del necessario la macchina, la tecnica e l’attrezzatura (la versatilità dei grandangolari, il tuttofare dello zoom standard, le ottiche del teleobiettivo ecc.). Una conferma è offerta dalle immagini di Marchitelli, Polonioli, Berto, DSC01872 copiaChinosi che, insieme agli altri del gruppo hanno raccolto ai Musei di Storia Naturale di Milano e di Cremona e alla galleria di Cascina Roma a San Donato Milanese ampi apprezzamenti per la qualità delle loro fotografie, una “qualità” fatta di tecnica, indicata dal gusto e dal ragionamento.
Come è noto, la fotografia naturalistica esige un approccio creativo specifico. Non si affida soltanto alla capacità del fotografo di osservare. Gli richiede analisi, fantasia, intelligenza di trasfigurare. Reclama insomma bagaglio specialistico certo e insieme disponibilità e cultura orientata in tal senso; una sensibilità poetica e un pizzico di sapienza da distinguere quel che vale e quello che non vale trasmettere negli istanti irripetibili
DSC04095 copiaI dieci del Gerundo sono autori che vanno oltre agli accorgimenti che permettono risultati di tipo semplicemente controllato e deliberato. Nelle stampe dei Marchitelli, dei Polonioli, dei Berto e del gruppo sembra presente una comune ossessione: arrivare a capire perché gli uomini osteggiano il territorio e la natura anziché proteggerli nella loro organicità e integrità. Le immagini – una lanca, un fiume, un uccello, un fiore, un albero – segnalano insieme alle caratteristiche visive una decisa capacità di interpretare.
Nelle scelte per lo Spazio Bipielle gli autori (dei quali dovrebbe uscire a metà settembre un prezioso volume documentario a cura del Parco Adda Sud) non si limitano a fermare il tempo. Espandono il discorso, riducono o allargano lo spazio, danno personale interpretazione della biodiversità del territorio, si sottraggono alla semplice rappresentazione, orientando il discorso fotografico su aspetti che le problematiche più attuali suggeriscono. In ultima analisi, riaffermano come la cultura di chi fotografa e quella di chi guarda sono fondamentali per capire l’importanza della biodiversità ai fini della sostenibilità del nostro futuro.

NATURALIA. Dal fiume Adda alle bellezze naturalistiche d’Europa – Dieci fotografi raccontano la biodiversità a Bipielle Arte – via Polenghi Lombardo, Lodi – Dal 9 settembre al 25 settembre.

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Pia Denti, la descrizione gustata

DENTI Pia Cavalli DENTI Pia Dalie DENTI Pia Ritratto

A cura dell’assessorato alla cultura la sala consiliare del comune di Livraga ospiterà dal 3 settembre prossimo una personale della Pia Denti. A presentarla Luciano Giuseppe Volino che in diverse occasioni ha avuto modo di coglierne le motivazioni e le proiezioni che la rendono pittrice garbata ed espansiva. La Denti è un’artista stimabile, dalla reputazione acquisita in oltre trent’anni di attività, autrice fine e buona di una produzione varia e allo stesso tempo ricca, feconda e vivace, di segno autentico, le cui opere non esigono speciali approfondimenti formali e di contenuto, dal momento che si mostrano da sé.
La mostra di Livraga si annuncia su questa linea. Non popone un talento nuovo o singolare, immagini forti della ragione o dell’io o strappate da un qualche corredo della trasgressione. Ma una pittrice di solida reputazione, già segnalata da don Luciano Quartieri, capace di una pittura semplice (non facile), che non presenta strettoie, consolidata da un sentimento raccolto attorno al colore e alla felicità formale.
La Denti non presenta riflessi, zone d’ombra, giochi di crepuscoli. Senza indugio, la sua è una pittura che non si interroga e non interroga, non dischiude porte di verità. Per essere chiari: non vivifica e non radica nel problematicismo contemporaneo. Come tale, il fruitore non sente necessità di saperne qualcosa di più di ciò che l’alimenta: la passione, il sentimento, l’ansimare e il gioire. L’atteggiamento dell’espressione artistica tende a dare alla struttura figurale una valenza di natura letteraria e decorativa, insistendo con circospezione su elementi di impegno formale e di rappresentazione coerente.
Quella che la Denti propone è una figurazione aperta allo sguardo, alla luce del sole, nutrita da pochi sostanziali elementi; non corre il rischio di precipitare e indietro o in avanti. I soggetti sono i cavalli e gli animali, descritti con libertà di movimento, le composizioni floreali, le immagini femminili, i ritratti: tutti soggetti che non incamminano l’immaginario su sentieri particolari, ma lo trattengono sui dettagli e ne rivelano la sensibilità e l’ intelligenza della poetica.

Il quadro generale non ha niente di ardito e temerario. Regge su una pittura semplice e diretta, pudica e protetta; su una pratica di disposizione romantica, libera dai ceppi delle intellettualità e delle concettualità preferendo la strada della semplicità, dell’equilibrio del nitore e dell’effetto, delle atmosfere costanti.

La mostra punterà insomma a offrire l’immagine di una pittura sottratta agli stereotipi della contemporaneità e ad afferrare la personalità di una pittrice non fragile, che ama le scelte tranquille modellate sull’esperienza, che si raccomanda all’attenzione degli amatori della bellezza e dei profumi rari, che ancora cercano nella tradizione qualcosa di autentico e profondo della vita.

Pia Denti Opere – Sala consiliare del Comune di Livraga –Dal 3 all’11 settembre – Presentazione critica di Luciano Giuseppe Volino, sabato 3 settembre alle ore 17,30. Orari d’apertura dalle 15 alle 19; dalle 21 alle 23.

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Ricordo di Ivo Giolo (1918 – 2005), pittore e scrittore

Ivo Giolo e UGo MaffiSono dieci anni passati che Ivo Giolo ci ha lasciati. Troppi per rinverdirne la memoria?
Gli anniversari si stagliano spesso su uno sfondo di silenzio, quel silenzio che poi cessa di accompagnare la successione delle parole in quella tipica relazione di contrasto che si stabilisce tra figura e sfondo. Imbavagliato dal silenzio, il ricordo è destinato ad essere sempre più silenzioso, a diffondere quel vuoto che le parole non riescono a riempire.
A Montebelluna Giolo fu ricordato con una mostra voluta dalla moglie Gina Zammichele alla sede della Pro Loco, a Lodi nulla. Oggi lo ricordano solo i pochi che frequentavano con lui il “Nino”, l’“Aquilone”, “Fra Diavolo”, il Salotto Letterario, e che reclamano di non imbavagliare il suo ricordo nel silenzio.
Classe 1918, nato a Rovigo e lodigiano dai primi anni Settanta, Giolo ha diviso i suoi interessi in modo eclettico: è stato musicista, scenografo, poeta, scrittore, giallista, resocontista per “il Cittadino” e per il “Corriere dell’Adda”. Ha fatto parte della città come le strade dove ha vissuto ( viale Milano, via Milite Ignoto, via Borgo Adda). Il suo esordio al “Nazionale” dei fratelli Sichel nel 1980, con una mostra naif. Poi solo insieme agli altri, ai tanti dell’Ada Negri e l’ultima volta alla galleria Oldrado da Ponte. E’ stato un “personaggio”, un signore qualunque sempre tirato a lucido, forse per dire a chi non lo sapeva, che aveva lavorato in Montecatini prima d’essere narratore, violinista, poeta, pittore, aiuto-sceneggiatore, giornalista.
Ha condotto la propria esperienza pittorica fuori da ogni azzardo, in equilibrio sopra i sentimenti, legando i colori alle inquietudini e alla mobilità del suo animo. Più che la tecnica, nelle sue tele era l’anima a raccontarsi. Lo spazio (inventato), qualcosa di più di una semplice superficie colorata, un modo per allargare i cieli, di trasformare i luoghi in sceneggiature. Risultato: una pittura semplice, immediata, intrecciata con gli impulsi e i sentimenti.
Ma c’è un aspetto di Ivo Giolo che è rimasto sempre in ombra e che riguarda la sua attività di scrittore. “Da dove gli venivano le idee?” per i suoi romanzi, si chiese una volta De Vecchi, presentando al Genio Racconti dell’Adda . Probabilmente da sua nonna. quando attendeva il rientro del nonno dall’Austria dov’era a commercializzare cavalli.
Al Salotto confidò: “ Mio nonno aveva grandi baffoni, mia nonna no. Mia nonna raccontava le sue storie, spesso inventate, in serate noiose e interminabili. Le idee gli venivano fuori anche dalla noia. Anch’io ho delle idee solo quando mi annoio. Allora, per vincere la noia, mi metto alla macchina da scrivere e mi passa”.
Per questo i suoi racconti iniziano con “c’era una volta”. Perché tra ciò che era accaduto e il racconto vero e proprio Giolo lasciava passare tempo. Il tempo della noia.
Il fatto che raccontiamo cose passate, non ha a che fare solo con la nostalgia ma con il tempo che un racconto richiede. “Tempo lungo” in veneto significa appunto nostalgia. Ambientati in America i gialli di Giolo hanno una verità personale: sono stati allestiti tra l’Adige e l’Adda .

 

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ETTORE ZOCCHI, il potere del paesaggio

L'artista Ettore Zocchi

L’artista Ettore Zocchi

Esauriti i momenti delle vacanze e dei suoi “riti”, compreso l’album dei ricordi delle immagini e delle emozioni legate a spiagge, luoghi esotici, valli, colline e, laghi, lasciati alberghi e villaggi dai nomi evocativi, lo sguardo torna a riposizionarsi su scorci, paesaggi e luoghi casalinghi teatro della vita di tutti i giorni, che sono dentro alla vita di ognuno. Ce lo ricorderanno le immagini con cui Ettore Zocchi, apre a settembre la stagione della Caffetteria Bizzò in via Cavour a Lodi, presentando una serie di suoi lavori.
Pittore autodidatta, ex agente rappresentante, ex tipografo, dedito al tennis e alle attività sociali, Zocchi è noto soprattutto per praticare con successo l’iconografia sacra. L’alterna a quella più dilettevole della pittura ad olio, del disegno e dell’acquerello realizzando paesaggi, illustrazioni, ritratti che raccolgono sempre ampiezza di consensi popolari. Lo fa con varietà di tecniche e di linguaggi che a loro volta forniscono un ben identificato involucro di mestiere, probità e idee.
Suoi lavori sono già stati presentati alla Libreria Rizzoli in galleria a Milano, alla chiesa dell’Incoronata, al Museo di Arte Sacra a Lodi, alla Chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, a San Colombano, all’oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla Caffetteria delle Arti all’Albarola e in altre esposizioni individuali e collettive, raccogliendo sempre apprezzamenti e consensi. e nell’arte iconografica l’artiere-artista pensa, immagina e opera nei limiti che la scrittura iconica gli impone, nell’arte paesaggistica e in quella più genericamente figurale il disegno e la pittura rivelano coerenza di equilibrio tra materia e forma della rappresentazione. Il gruppo dei soggetti che andranno in mostra da Raffaele Bizzoni in via Cavour realizzano un amalgama espressivo, in cui la narrazione si priva di ogni retorica localistico e si riscatta di poesia colorata attraverso l’organizzazione formale, con percezioni ed equilibri tonali ed anche di memoria interiore e sentimenti sicuri. L’ artista punta a convincere attraverso il nitore dei paesaggi delle cose di casa, per mezzo di immagini che trasferiscono un messaggio selezionato e asciutto ma umanissimo, rappresentare con ricchezza di effetti preziosi. Gli elementi delle sue descrizioni fanno cogliere la magia di quanto è semplice, vitale e umano nel vivere quotidiano. Suggeriscono impressioni intime, meditative e liriche, che permettono ai fruitori di porsi in rapporto con un tempo figurale “diverso”. Zocchi insiste su motivi precisi, che non sono il vespro, la sera, la nube, l’allegoria e altre cose che si possono trovare nella produzione corrente. La sua rappresentazione è rivolta più ai motivi del nostrani dei luoghi, esplorati e colti nei particolari, quelli evidenti e quelli più segreti, in modo libero e sereno. La sua pittura vuol persuadere attraverso modalità di comprensione, che alla figura non chiedono lacerazioni, ma una libertà di rappresentazione, impiegando con moderazione quegli aggettivi che nel giudizio comune della gente sono solo una mortificazione.

Nota apparsa sul quotidiano IL CITTADINO  17 agosto 2016

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PERSONALE DEL FOTOGRAFO MATTIA LANZI AD ACQUANEGRA CREMONESE

Mattia LanziMattia Lanzi, proposto alla rassegna “Un fotografo al mese” non è una rivelazione. Del giovane fotografo, questi giorni in mostra ad Acquanegra, si può dire che mostra impegno, passione e una perizia  nel saper cogliere immagini di vita quotidiana. Col “click”  ha un rapporto simbiotico, che coltiva  dalle prime esperienze sedicenni e che ha consolidato dopo aver frequentato la Raw Academy a Cremona. Un arco di tempo breve, appena quinquennale, che gli assicura tuttavia abilità e disposizione nel strappare alla fugacità dell’attimo frammenti di realtà.
La sua  fotografia ispirata è dal quotidiano, che coglie  con inquadrature di immediato impatto, giocate sui contrasti e al di la del puro intento cronachistico, con un occhio alle suggestioni emotive.
Lanzi sviluppa racconti per immagini. Sono montaggi di momenti reali, ma anche simbolici, mai teatrali, mai esagerati o enfatici, “fermati” nel corso di viaggi e escursioni, in cui riflette la propria concezione visuale. Documentano momenti concreti e attimi che si allontanano. La realtà di Lanzi è fatta di istanti effettivi, consistenti, e di sentimenti e sensazioni. Fanno entrare nell’orizzonte del fotografo e ne fanno cogliere variazioni e mutamenti simbolici. Un campionario si può apprezzare da sabato a Villa Anselmi ad Acquanegra, borgo a pochi chilometri tra Codogno, Maleo e Pizzighettone. La mostra appartiene a un percorso espositivo, pensato e realizzato, fuori da schemi tradizionali da Gilla Stagno assessore alla cultura,  offre un excursus di interesse tecnico, e, senza retorica, di linguaggi poco convenzionali.
In Lanzi la tecnica ha un ruolo contenuto. Il giovane fotografo pare non volersi perdere dietro allo strumento-macchina, né dietro a regole e a procedure; punta alla sperimentazione, alla conoscenza e all’ esperienza. La visione (visi, ritratti, scorci, luoghi, paesaggi naturali) non è indisciplinata né  rilassante, ma meditativa. La narrazione rivela una sensibilità diretta, composita, diciamo “barattata”, ricca di istanti espressivi, linguistici, segnici che spiegano e motivano la capacità di visualizzare l’ immagine anche attraverso particolari.

 

Mattia Lanzi – Comune di Acquanegra – Biblioteca comunale – Un fotografo al mese –Orari dal lunedì al venerdì dalle 9,00 alle 13,00, sabato dalle 9,00 alle 12,00 – fino al 1 settembre.

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FRANCO DE BERNARDI, VARIAZIONI SUL TEMA…

DSC01151Si è inaugurata sabato allo spazio di via Milano a Ponte di Legno, con una prolusione del critico Amedeo Anelli, la personale dell’artista informale Franco De Bernardi. A far cornice con gli esponenti della municipalità un gruppo di poeti e artisti locali e un nutrito pubblico, che ha manifestato interesse agli elementi (o principi) cardine con cui l’artista opera, esposti con viva oratoria e agile analisi dal direttore di Kamen’.
 “Carte e libri d’artista”- questo il titolo della mostra – raccoglie poco più di una ventina tra tempere, collages, gessetti policromi, carte catramate, libri d’artista, è una esposizione sobria, senza eccessi, che regala variabili creative da costituire un test del modus operandi dell’artista. La “condotta tecnica” del De Bernardi sottrae la forma ad ogni richiamo dell’imitazione; è rivolta a rendere percepibile non un effetto da riproduzione ma un effetto sensibile ed emozionale da implicare una visione della vita del sentimento. Lo stesso ricorso che fa a carte patinate, carte incatramate, pigmenti, tempere, collages, pastellati, è indicativo di una rottura linguistica e concettuale rispetto alle sistematicità della tradizione. L’artista opera sui procedimenti e sui materiali, le soluzioni scaturiscono da una miscela variabile di processo, caso e progetto. E’ una tecnica che trascende dall’imitazione, che raggiunge, per così dire, effetti pittorici nell’astrazione. Con esiti di libertà espressiva segnata da una crescente autonomia individuale, fuori da qualsiasi ortodossia delle procedure e dei materiali. In diverse occasioni i risultati formali raggiunti si sono definiti in modi differenti e disuguali : trasformazione sensoria, energia magmatica, simbiosi materico-metafisica. Il “montaggio” della nuova presentazione sembra meno illusionistico. Richiama considerazione più sugli aspetti che esaltano, come essenza del fare artistico, la tecnica, a identificarsi non con l’oggetto ma con l’esperienza. Mettendo a frutto una manualità specializzata e istruita l’artista assume la materialità e la fisicità del processo creativo includendovi attribuzioni “di pensiero” (Anelli). Alle pareti sono opere non inquietanti, frutto di un costante esercizio della mente e della mano. Simboleggiano una esperienza soggettiva avviata da un trentennio e più ; comunicano idee, sensibilità, emozioni, esiti di individualità e intensità d’espressione. Offrono un significativo concentrato di effetti e di suggestioni visive.

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Festival della fotografia etica 2016: CALDON, LELTSCHUK, ANDUJAR,

Foto di Claudia Andujar

Foto di Claudia Andujar

Una immagine di Dmitrij Leitschuk

Una immagine di Dmitrij Leitschuk

Foto della milanese Laura Aggio Caldon

Foto della milanese Laura Aggio Caldon

Dalla prima edizione “Festival della fotografia etica” si distingue per il sostegno a coloro che in tutto il mondo sono impegnati sul fronte dei diritti umani, della difesa delle minoranze, della tutela della salute, dell’istru-zione agli ultimi e della salvaguardia del pianeta.
Al termine di una vasta selezione, gli organizzatori hanno scelto di arricchire i programmi del Festival di quest’anno  dando visibilità a tre importanti progetti promossi da “Unicef Libano”, “Greenpeace Germania” e “Survival International Italia”.
Avvalendosi delle fotografie di Laura Aggio Caldon – una documentarista della provincia milanese diplomata all’Isfci di Roma, nota in particolare per il suo approccio ai temi sociali – Unicef Libano illustrerà “Factory Boys”, un progetto che denuncia la piaga in Libano del lavoro minorile che coinvolge un numero spropositato di bambini siriani rifugiati.
Da parte sua Greenpeace Germania, proporrà “To the last drop,  attraverso la documentazione fotografica delbielorusso, Dmitrij Leltschuk,  noto freelance, laureato all’Università di Amburgo in tecnologie multimediali e autore di numerosi libri di fotografia. Le sue immagini richiamano l’attenzione sugli stili di vita delle popolazioni che vivono nelle zone remote dell’Artide raggiunte dalle aziende petrolifere, che rappresentano spesso l’unica fonte di sostentamento,  ma comportano una serie di problemi di carattere etico, umanitario e ecologico, spesso ignorati dalle popolazioni delle aree ricche.  A sua volta Survival International Italia, con “Custodi della foresta”,  richiamerà l’attenzione sulla lotta delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, in cui l’associazione è impegnata sin dagli anni ’70. La reportistica è quella della fotografa di origine svizzera Claudia Andujar, nota a livello mondiale per avere legato il proprio nome  agli Yanomani. L’osservazione del modo di vita e delle tradizioni di questo popolo è il filo conduttore della sua attività di fotografo e della ricca reportistica realizzata a partire dal 1970 sul Rio delle Amazzoni.

 

 

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Poesia e fotografia: Anelli e Tomassini al castello Carlo V di Monopoli

TOMASSINI Scan_Pic0021C’è qualcosa di non semplicemente teorico o estetico, che può far “incontrare” poesia e fotografia? All’interrogativo cerca di dare risposta l’iniziativa di “fotoletteratura” promossa dalla rivista “Incroci” (ediz. Adda, anno XVII), condiretta dal poeta, scrittore, saggista Lino Angiuli, al quale Kamen’ ha dedicato una intera sezione di poesia ( n. 42, gennaio 2013). “Scatti di poesia”, la mostra curata dallo stesso Angiuli e da Giuseppe Pavone del Centro Ricerche per la Fotografia contemporanea, si poggia su un progetto della Quorum Italia inteso a dare corpo a un “laboratorio di ricerca per la produzione di immagini originali e creative”. L’inaugurazione della mostra è prevista per il prossimo 29 luglio nelle splendide sale del castello Carlo V di Monopoli dove andrà avanti fino all’11 settembre p.v.
Dodici fotografi italiani documenteranno aspetti e caratteri di grande interesse naturalistico, paesaggistico e culturale del territorio pugliese, ricco di testimonianze romane, bizantine, longobarde, normanne, spagnole. Tra gli invitati Gianfranco Tomassini, noto ai lodigiani per alcune personali a Codogno e a Casale e per diverse sue presenze a “Semina Verbi”,  dove si è fatto apprezzare per l’attenzione dimostrata al rapporto tra fotografia, simbolismo e alchimia. Con lui si potranno ammirare gli scatti di Matteo Basilé , tra i primi in Italia ad avere sperimentato le potenzialità della computer grafica e praticato una fotografia onirica e surreale; di Vladimir Asmirko, dedito alla “geografia sacra”; del sudmilanese Daniele De Lonti, collaboratore (a suo tempo) di Luigi Ghirri con un proprio percorso creativo e assistente dell’Archivio della Provincia di Milano; di Fernando Bevilacqua, gradito per la linea “etnodemologica”, eccetera.
I loro “scatti” interagiranno con le composizioni in lingua italiana e in dialetto di dodici poeti, tra i quali il lodigiano Amedeo Anelli, e i noti Rita Pacilio, Antonio Verri, Giuseppe Langella, docente di letteratura contemporanea alla Cattolica di Milano e promotore con Guido Oldani del “realismo terminale”, Gabriella Montanari, direttrice della WhiteFlay Press, eccetera, autori di una trama viva di adiacenze e richiami, presente con forza nel canone contemporaneo.
In tale occasione è destinata a farsi distinguere la collaborazione tra il lodigiano Anelli e il perugino Tomassini, autori di un canto e di una fotografia che raggiunge un’unità convincente, non mistica ma fisica e formale, dialogica e percettiva.
La poesia del lodigiano si impernia tra una visione naturale del paesaggio pugliese, punteggiata di echi espliciti e l’enigma dialettico dell’ ordine fisico cosmologico. Il richiamo finale all’ Europa “che sogna”, accentua la versatilità e la polivalenza poetica, mescolando con ritmo nella rappresentazione gli elementi naturali presenti nel paesaggio, in primo luogo l’ulivo, albero ricco di simbologie e miti, dall’Anelli riassunti con “tutti i colori e i moti”.
La foto trattata di Tomassini contribuisce, per così dire, adeguatamente alla percezione poetica. Oltre che per qualità formale e suggestione visiva è una immagine di “condivisione”, che altresì rivela il rapporto di razionalità con lo strumento e la sensibilità estetica dell’autore.

 

Fra gli olivi a Monopoli

Scruta l’orto come in un breviario
il cappero, il pomodoro, la zucchina e l’ulivo
la foglia che si apre, la terra
che si screpola e il cielo che promette acqua.
L’aria corre tra la balaustra e il monte
e il mare in viso dalle fronde
ma come lontano vede di lato
la bianca città
dalla terra e il mondo che scruta
alla terra per ironia ricondotto
è il peso che si fa aria e moto

e al moto ritorna
e l’ulivo ha tutti i colori e i moti
è dall’Europa che sogna, guarda il mondo.
                                               Amedeo Anelli

 

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Franco De Bernardi a Ponte di Legno / Quel che crediamo di vedere

DSC00411 5 DSC04800 DSC08131“La verità è che non si può dire nulla riguardo a ciò che nasce sotto la propria mano. Spesso il risultato è una sorpresa che oltrepassa l’intendimento”, così Franco De Bernardi a proposito della origine della sua pittura. I suoi sono interventi pittorici che possono essere “letti” in modi diversi: come fermenti di emozioni, procedimenti e percezioni o anche versioni di pura abilità manuale eccetera. Dire qualcosa di nuovo e di veramente diverso di quanto sia già stato detto e scritto di lui e della sua arte è pertanto difficile. Un supplemento può venire da Carte e libri d’artista, la mostra personale con cui dal 6 al 16 agosto p.v. a Ponte di Legno il pittore si presenta al pubblico della importante stazione turistica, introdotto da Amedeo Anelli. Allo spazio comunale di via Milano l’artista lodigiano mette in mostra una serie di lavori su carta patinata e colori a tempera dei primi anni Duemila, alcuni collages realizzati nel triennio 1986-89, un gruppo di gessetti policromi su carte catramate del 2004-2005 e, piatto forte, un gruppo di libri d’artista realizzati su vetro di recente fattura. Una selezione che oltre che offrire un campionario di variabilità creativa  fornisce una prova delle sue qualità artistiche sottratte alla dittatura dell’immagine, indicative di un modus operandi , attraverso la manipolazione di materiali con un intento precipuamente estetico. Intervenendo con azione gestuale su vetri e carte speciali trattate con azione, De Bernardi rende possibile dilatazioni di effetti luminosi e contrasti attraverso una pluralità di linguaggi e metodi, processi e sostanze, che gli hanno fatto conquistare una posizione di assoluto prestigio nel panorama artistico lodigiano e in un territorio più vasto. La sua è un’esperienza singolare, in cui si compendiano tecniche, materiali, procedure, sperimentazioni, un unicum estraneo alla tradizione formale figurale. Che lega l’espressione a qualcosa di “sfuggente”: attrazione, percezione, sensazione o intuizione. A un “qualcosa” che si può chiamare in modi diversi: certamente effetto di luce, forza generatrice, energia magmatica, simbiosi cosmica, materica, metafisica, eccetera. Un risultato, in ogni caso, di laboratorio, dove la tecnica si avvicina alla scrittura automatica e lo “sfumato” (delle tamponature) si approssima alla ricercatezza e alle attribuzioni di pensiero. Aldo Caserini

Carte e Libri d’Artista – Mostra personale di Franco De Bernardi – a c. di Amedeo Anelli – Comune di Ponte di Legno, via Milano 35 – Dal 6 al 16 agosto – Orari: feriali dalle 10 alle 12, dalle 16,30 alle 19,30; festivi dalle 10 alle 12, dalle 16 alle 19,30

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Felice Vanelli (1936-2016), una vita per l’arte

VANELLI FELICE-7Felice Vanelli, uno dei migliori artisti lodigiani, cresciuto fuori da ogni deformazione ideologica – con una tendenza naturale al classico, al racconto e al procedimento tecnico – , ci ha lasciati. Aveva ottant’anni. Lascia la moglie Clara Cozzi e il figlio Siro. Artista serio, vigoroso, caparbio, se ne è andato come ha vissuto, alla chetichella, senza disturbare, sottraendosi allo sguardo degli amici. Ha dedicato la sua vita interamente all’arte, introducendovi l’idea della naturale ineluttabilità dell’addio, da lui considerata “segno e presenza di poesia”, speranzoso che nell’aldilà avrebbe ritrovato colori, forme, simboli e preghiere che in vita gli suggerivano le grandi rappresentazioni, da destinare qualche nuovo messaggio.
Pittore, scultore, affreschista, litografo, ceramista lascia nelle nostre chiese e nelle nostre case una impronta consistente, migliaia di opere dove la morte non è esclusa, anzi è spesso rappresentata facendone un momento alto, quando possibile, della vita.Forse, per la popolarità raggiunta sin da giovane, non gli sono mancate le avversioni e le critiche, ma più che per scelta estetica per una questione di pelle, e forse per quel suo impegno a voler dare sostanza morale alla sua arte. La critica, soleva dirmi, non è creatrice. Si può accettarla da persone riflessive, sensibili. Il commento non ha giustificazioni se non mette in luce il compimento misterioso di un’opera”. Nei lavori migliori, in maggioranza d’identificazione religiosa, malinconia e dolore sembrano trovare conforto. In uno spazio figurativo realistico è il cristianesimo che rigenera l’umanesimo.Al primario culto di germe realista Vanelli ha fatto accompagnare l’ostentazione michelangiolesca, per poi seguire indirizzi più aggiornati, sempre fedeli alla figura. Ad artisti del Cinquecento tengono dietro approcci e accostamenti ad artisti recenti. Non nascondeva il suo interesse per Floriano Bodini.
Le simbologie estreme – di morte e di vita, di speranza e di resurrezione -, sono esplicite nei riferimenti diretti al cristianesimo. Vanelli sapeva andare oltre l’occasione per offrire meditazioni sul mistero dell’uomo, sul suo destino, sulla contraddizione che lo rendono uguale e insieme diverso, sul senso della fede.
Disegni (sanguigne, gessetti, matite) e tecnica litografica, possono trasmettere l’impressione di un artista disinvolto. Ma nell’affresco e nella pittura ad olio o in certe ceramiche (in particolare quelle ultime dedicate ad Ada Negri e a Madre Cabrini cotte dalla Ceramica Pisati e Minetti), è chiara l’abitudine classica o il meccanismo barocco, più precisamente di sublime retorica e mestiere. Vanelli non era un buon parlatore, lo si sapeva. Ma leggeva, si documentava, approfondiva, discuteva, si schierava. Credeva alla sua professione e alla sua arte. Possedeva stile nobile, non nel senso di aristocratico ma di decoroso. Si distingueva senza doni accademici (ricercati, sofistici, teorici). Dietro all’abilità e al mestiere non eclissava la scuola. Aveva frequentato quella degli Artefici di disegno e chiaroscuro a Brera e quella libera di nudo all’accademia. Come autore ha manifestato costanza di carattere nell’immaginare opere capaci di suscitare un senso. In certi lavori non ha trascurato un pizzico d’enfasi, sempre comunque ragionevole. Ma quando restringeva sull’indispensabile, i risultati erano diretti, fragranti, perpicui.
Era un uomo particolare, che sapeva amicare e allo stesso tempo allontanarsi. A volte spinoso, a volte poco duttile, non amava l’ invadenza, la petulanza dei suoi stessi colleghi. Poco mondano, sfuggente, non veramente conosciuto dal grande pubblico, ha maneggiato motivi rischiosi, il poetico, il religioso e il liturgico, in particolare ricavando scene dai Sacri Testi che collegava e sviluppava sempre più spesso agli aspetti del quotidiano. Faceva parte della sua poetica: come vi facevano parte una maniera senza il manierismo, una spiritualizzazione senza lacerazioni, una rappresentazione senza complessità. Era subito piaciuto, dai primi disegni, all’onorevole Giuseppe Arcaini che fu il suo primo vero sostenitore.
Del suo percorso artistico, soprattutto dopo che negli anni ’60 si avviò all’affresco, si è detto e scritto molto, forse troppo. Se certa pittura letteraria la si carica di interpretazioni piene d’ enfasi o di retorica, il rischio è che si perdano di vista linearità del percorso e contenuti simbolici, e si finisca per fornire di essa una versione compendiaria, magari accattivante ma accentrata sulla superficie. Un errore in cui sono caduti in diversi prendendo in esame la sua scultura monumentale (Castiraga Vidardo, Turano Lodigiano, Lodi, Graffignana, ecc.)
Nelle chiese del Lodigiano le rappresentazioni sacre, iconiche e devozionali abbondano. Vanelli non è mai stato un manierista. Ha cercato sempre di coniugare in modo credibile l’ espressione con la sensibilità verso i problemi e le contraddizioni dell’uomo contemporaneo. Nelle chiese le sue opere propongono diverse interpretazioni, e, naturalmente, giudizi. Sono un documento della varietà di elementi con cui egli ha cercato di intrecciare e accompagnare il messaggio. Pitture a fresco, oli, sculture si trovano a Dovera, Mirabello di Senna, Meleti, Muzza di Cornegliano, Montanaso Lombardo, San Colombano al Lambro. Ossago Lodigiano, Camairago, Meleti, Muzza di Cornegliano, San Rocco al Porto, Casalpusterlengo, ma anche a Roma e nella cattedrale di Lomé in Togo. Sono un numero tanto abbondante da contenere le prove della qualità e della sua maturità, dei suoi percorsi e delle loro finiture. Senza contare, naturalmente, i paesaggi, le composizioni, i ritratti che arricchiscono le collezioni private e pubbliche in cui egli mostra un mestiere e una attenzione consapevolmente rivolta a comunicare.
Dal momento in cui si è presentato la prima volta in pubblico a Lodi e a Milano Vanelli ha sempre rifiutato la posizione di coloro che volevano limitasse il suo intervento “solo a ciò che vede”. Lo studio dal vero ha rappresentato un punto di partenza ma per giungere alla sintesi tra nature e immagination.

 

 

 

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