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INTERVISTA A DANIELA MARCHESCHI DELLA RIVISTA “FILLIDE”

 

fillideFillide, rivista semestrale che ha pe sotto titolo Il sublime rovesciato: comico, umorismo e affini, diretta da Luisi Bertolini, nel n.10/aprile 2015pubblica una intervista di Barbara Ricci a Daniela Marchjeschi. La rivista Fillide ha preso parte nell’ottobre dello scorso anno a Codogno (Lodi) al Convegno internazionale di studi sull’umorismo. Teorie e storia dell’umorismo. Arti, letterature e scienze. L’intervista a Daniela Marcheschi è nata in seguito alla partecipazione a quel convegno.

Daniela Marcheschi è scrittrice, antropologa, studiosa e docente di Letteratura italiana e scandinava di fama internazionale. Oltre a numerosi saggi tradotti in diversi paesi, ha curato i «Meridiani» Mondadori delle Opere di Carlo Collodi (1995) e di Giuseppe Pontiggia (2004), e ha pubblicato il volume di critica e teoria, Il sogno della letteratura (Gaffi 2012). È direttore scientifico della Fondazione Dino Terra e ha curato il volume La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario ed artistico del ’900 (Marsilio 2009). E’ componente la redazione della rivista di poesia e fiosofia “Kamen'”.

 

Come, quando e tra chi nasce l’idea di un convegno internazionale a scadenza biennale?

Può essere utile raccontare qualche antefatto. Per una combinazione, con Luisa Marinho Antunes, che stava iniziando la sua docenza di Letterature Comparate all’Università di Madeira (Funchal), ci siamo trovate a frequentare in Versilia lo stesso stabilimento balneare fin dal 1999. Ne è nata un’amicizia forte, rinsaldata nel tempo da comuni interessi e attività professionali e da una visione condivisa delle ricerche da intraprendere per rinnovare gli studi letterari. Fra le doti che più apprezzo della professoressa Marinho Antunes sono la mente brillante, la cultura in più lingue, la sensibilità per la poesia e la letteratura, il gusto e l’equilibrio nel giudizio: tutti aspetti che ne fanno una delle voci critiche e delle studiose più solide in campo internazionale, come mostrano anche i suoi recenti As malìcias das mulheres (Lisboa, CLEPUL-Esfera do Caos, 2014, ma in commercio dal febbraio 2015), uno studio europeo sopra il genere delle «malizie delle donne»; e CincoSentidos Mais 2. Sobre os livros (Funchal, O Liberal, 2014), un’antologia delle sue cronache critiche, apparse sul quotidiano portoghese «A Tribuna».
In un tipo di villeggiatura così tipicamente toscana e tranquilla, è stato normale, fra una cosa e l’altra, magari stando sedute davanti a un caffè o passeggiando, parlare degli argomenti letterari di maggiore interesse comune. La professoressa Marinho Antunes stava allora completando la sua tesi di dottorato su José M. de Alencar, il padre del romanzo brasiliano moderno e un grande sperimentatore di generi romanzeschi. Veniva naturale il confronto sia sulle storiografie letterarie sia sui testi, sulle tecniche, le tradizioni narrative internazionali, le esperienze della cultura europea, di cui Alencar era stato un profondo conoscitore e di prima mano. Io parlavo alla Marinho Antunes di Alessandro Manzoni, di Ippolito Nievo e di Carlo Collodi, diversamente, ma non meno sperimentatore, mentre ci scambiavamo di continuo romanzi, racconti dell’Ottocento e non solo, saggi italiani e stranieri, interpretazioni e pareri. Da quattro anni era uscito il meridiano delle Opere di Collodi (Milano, Mondadori, 1995), a mia cura; ed era importante poter verificare che alcune tesi e ipotesi esposte nel meridiano trovavano conferma in studi in apparenza tanto diversi, in problematiche individuate autonomamente da un’altra ricercatrice. Soprattutto, ci colpiva la presenza di una tradizione internazionale dell’Umorismo, inteso nelle sue varie declinazioni di ironico, satirico, grottesco ecc., nei termini in cui lo aveva pensato Joseph Addison in «The Spectator» (35, 10 aprile 1711), e con fondamenta antiche e autori o artisti ben consapevoli dei suoi statuti, come ad esempio Gérard de Nerval o, appunto, Collodi. Come ci confermavano negli anni, si trattava di una tradizione tutta da studiare nei suoi puntuali termini storici, di canoni, di contenuti anche teoretici, di forme, di generi, stili e via discorrendo.
L’idea di allestire un vero e proprio Progetto Internazionale di Studi sull’Umorismo (uso il titolo generale, ufficiale, in italiano) Studyng Humour/Estudos sobre o Humor/Studisull’umorismo/Etudes sur l’Humour, che costruisse una rete di studiosi di culture e discipline diverse, in grado di lavorare nella direzione già auspicata, cioè di approfondimento delle conoscenze della tradizione dell’Umorismo nelle culture internazionali, venne a Luisa Marinho Antunes nel 2007. In quell’anno poté infatti reperire fondi e individuare un gruppo di colleghe e colleghi, interessati a un lavoro così vasto, sia dell’Università di Madeira nella persona di Alcina Sousa, di Aline Bazenga, e di altri, sia dell’Università di Nottingham con John McRae, che ha insegnato a lungo anche all’Università di Napoli. Fui immediatamente contatta e coinvolta nel Progetto, al cui supporto la Fondazione Nazionale Carlo Collodi si dichiarò da subito disponibile, dal momento che proprio il classico Collodi era stato, per dirla con un sorriso, la «pietra dello scandalo»… il primo positivo motore. Del resto, da anni insegnavo oramai Antropologia delle Arti e allora anche Letterature Nordiche all’Università di Firenze.
Il Comitato Scientifico e dei fondatori fu così presto stabilito: Luisa Marinho Antunes ne fu nominata, e ne è tuttora, il Coordinatore. Un’altra personalità, subentrata poco dopo, ma non meno importante, è Sofia Gavriilidis, professoressa all’Università Aristotele di Salonicco e ottima studiosa di Letteratura per l’Infanzia: notevoli alcuni suoi saggi su Pinocchio in Grecia (Collodi-Roma, Fondazione Nazionale Carlo Collodi-Armando, 2004) e sui personaggi, i titoli e il paratesto in genere dei romanzi per ragazzi. La Gavriilidis è la responsabile del Progetto per la Grecia, paese da cui provengono diversi studiosi che hanno aderito a Studyng Humour, fatto che ha avuto di recente alcune conseguenze molto positive, come diremo più avanti.
Appena ne fu costituito il Comitato Scientifico si cominciò subito a pensare ai modi operativi più efficaci da adottare. Stabilire la ricorrenza di un convegno annuale, che facesse conoscere il Progetto nelle sue articolazioni di ricerca, gli studiosi fra loro, ne diffondesse gli scritti e simili, fu pertanto considerato fra le strutture portanti dell’impresa. Certo, nessuno si sarebbe aspettato che, in un brevissimo volger di tempo, vi aderissero tanti altri studiosi, università, enti di ricerca, scrittori, in Portogallo, Italia, Gran Bretagna e in tutto il mondo: dal Brasile allo Zimbabwe, dalla Grecia alla Spagna, dalla Germania alla Romania, dalla Polonia all’Estonia e altrove. Questo rapido successo del Progetto, la folta partecipazione ai primi due convegni – Funchal, 2008; e Lucca-Collodi 2009 (con l’ingresso, fra gli altri, della Fondazione Dino Terra nel Progetto stesso) – , che avevano richiesto uno staff di non poco conto, ed economicamente impegnativo, ci consigliò di fissare una scadenza biennale per i convegni. Si annunciava, poi, quella crisi economica, che tutti purtroppo conosciamo, e risultava sempre più laborioso reperire i fondi necessari per pubblicare volumi di atti tanto nutriti da oltrepassare anche le mille pagine.Il Progetto Internazionale Studyng Humour non si è comunque fermato. Sono usciti gli Atti del I Convegno Internazionale madereinse (in «The Journal of Linguistic and Intercultural Education – JoLIE», 2:2, 2009) e del II (Parma, Atelier65, 2014). Inoltre sono stati realizzati il III Convegno Internazionale di Studi sull’Umorismo in una prospettiva interdisciplinare: aspetti teorici e applicazioni, nel 2011, presso l’Università di Salonicco, nel frattempo giunta ad aderire al Progetto; e il IV Convegno Internazionale di Studi sull’Umorismo: Teorie e Storia dell’Umorismo. Arti, Letterature e Scienza. Quest’ultimo si è svolto a Codogno nel 2014, invece che nel programmato novembre del 2013, ma soltanto perché le autorità comunali di Codogno, città dell’Umorismo grazie al Premio Novello di Umorismo e Satira di Costume, hanno chiesto un rinvio imposto dalla crisi e dalle «gabbie» delle leggi, emanate nel frattempo per fronteggiarla.

Perché l’umorismo come categoria?

Non si tratta tanto di una categoria astratta, ma, appunto, come la vediamo noi, di una concreta tradizione storico-letteraria, storico-artistica, di riflessione teorica con sue altrettanto concrete esperienze manifestazioni e opere nelle culture e nel corso dei secoli dall’antichità ad oggi. Una trradizione delle cui ricche valenze di significato era non a caso consapevole anche Giacomo Leopardi, come ho cercato di mostrare nel volume Leopardi e l’umorismo (Pistoia, Petite Plaisance, 2010). Per chiarire meglio, con la parola «tradizione», come ho scritto nel mio libro Il sogno dellaletteratura (Roma, Gaffi, 2012), intendo ciò che instaura o esprime un rapporto con il passato, […] una rappresentazione e un insieme di esperienze talora anche molto eterogenee, di conoscenze varie, consuetudini comunicative, espressive, estetiche, modi, pratiche o poetiche, forme, generi, stili, significati, simboli, valori che provengono da un passato storico più o meno lontano e che permangono, che stabiliscono un nesso di vitalità e di continuità con il presente nell’intreccio mai scontato fra durata e innovazioni. La tradizione può essere orale o scritta, appartenere a ceti subalterni […]. Può essere una serie di norme ereditate da generazioni precedenti con cui quelle nuove sentono necessità di misurarsi, per recuperi e arricchimenti ulteriori, oppure per sostituirle con altre. Infatti il termine tradizione – dalla voce latina traditio legata all’altra trado – ha pure la valenza di «abbandono per via di tradimento». La battaglia dei Romantici italiani contro la mitologia, l’immutabilità di certe procedure espressive e l’interpretazione del concetto di classico fatta dal Neoclassicismo, è appunto un esempio di tutto ciò […]. La parola latina trado ha anche l’accezione di «trasmetto, tramando»; traditio sta perciò a indicare la consegna del patrimonio culturale o dei testi del passato in mano alle generazioni nuove. Tutto ciò implica una salda nozione e percezione del futuro: la tradizione è un insieme di possibilità per l’avvenire, analogalmente a quanto accade nella trasmissione genetica, che riproduce e differenzia un patrimonio preesistente.
Lo svolgimento del I Convegno Internazionale sull’Umorismo in Prospettiva Interculturale: Humour che divide; Humour che unisce (1st International Conference on Crosscultural Humour: Humour that Divides; Humour that Unites) – tenutosi presso l’Università di Madeira, precisamente dal 10 al 12 gennaio del 2008 -, fu fondamentale proprio per chiarire questioni nodali e alcuni veri e propri «punti critici» del lavoro intrapreso.
Memorabile la discussione con il linguista Paul Simpson del Queen’s College di Belfast, il quale aveva aderito immediatamente al Progetto, ma reagì altrettanto immediatamente nel corso del Convegno, perché non poteva condividere che l’Umorismo fosse considerato e studiato come un fenomeno non solo e non unicamente circoscritto all’ambito linguistico. Non a caso Simpson ha lasciato il Progetto Studyng Humour teso ad approfondire gli studi in prospettiva interdisciplinare e interculturale. Non si può infatti ridurre l’Umorismo umano a un fatto retorico o psicologico, perché la stratificazione delle corporeità e dei saperi in questo fenomeno è talmente ampia e diramata, che operare una reductio ad unum di tale complessità e compresenza di sovrapposizioni e intersezioni culturali significa privarsi della possibilità stessa di comprenderlo a fondo.
Il Progetto – di conseguenza le ricerche che vi sono collegate e che emergono nel corso dei convegni, dove non per nulla si discute molto – mira a non chiudersi in ambiti settoriali, talvolta non sempre capaci di dialogare fra loro; e a non soffermarsi a studiare solamente le evidenze linguistiche o gli aspetti neurofisiologici dell’Umorismo. Studyng Humour cerca di svilupparsi nella direzione di una sorta di nuova «archeologia dei saperi», di conoscenze da recuperare e portare a una più ampia compresione e articolazione critica; ecco perché, nello spirito di un confronto e di uno scambio culturale serrato, vi aderiscono, ad esempio, filosofi e storici, storici della Letteratura, inclusa la Letteratura per l’Infanzia e le Letterature Latina e Greca, medici e neurofisiologi, linguisti o psicanalisti.
Tutto quanto abbiamo detto per individuare più puntualmente la specificità del Progetto Internazionale di Studi sull’Umorismo non esclude, ovviamente, la stima e il rispetto per il lavoro svolto da altri progetti sull’argomento, con i cui protagonisti intendiamo collaborare al meglio per la nostra crescita culturale e nell’interesse della massima diffusione delle acquisizioni scientifiche.

Si va delineando un gruppo di lavoro su questo tema?

In effetti si è costituito quello che potremmo definire un «gruppo di lavoro» entusiasta, che comprende scrittori e poeti come Roberto Barbolini, Guido Conti e Guido Oldani, e studiosi portoghesi, italiani e greci di varie discipline: Linguistica, Letterature Comparate, Letterature Classiche, Filosofia, Antropologia, Psicanalisi, Letteratura per l’Infanzia, Fisiologia. Si tratta di un gruppo aperto, desidero precisarlo, in cui la curiosità e il desiderio della conoscenza, lo scambio e il dialogo scientifico, si sono tradotti in alcuni casi anche in rapporti di amicizia.
Al Progetto, e agli studi che esso così coinvolge, si è aggiunto nel 2009 l’apporto prezioso, per non dire decisivo, della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’», diretta da Amedeo Anelli. A sostegno delle ricerche, e attraverso gli studiosi aggregati alla rivista, «Kamen’» ha infatti raccolto libri, documenti, bibliografie internazionali e pubblicato saggi del passato sull’Umorismo durante ben dieci numeri, fra il 2009 e il 2015. Sono stati in tal modo messi di nuovo a disposizione testi teorici fondamentali in varie lingue – a partire da Des causes du rire di Léon Dumont (Paris, Durand, 1862) -, dei quali in alcuni casi si era addirittura perduta la memoria culturale, ma che erano/sono stati un punto di partenza o riferimento imprescindibile per la rflessione teorica sull’Umorismo di pensatori successivi come Friedrich Nietzsche, Henri Bergson o Sigmund Freud.
Ripeto, non dimentichiamo che esiste anche una tradizione degli studi sull’Umorismo, a cui appartiene a pieno diritto il volume, peraltro non originalissimo, L’umorismo di Luigi Pirandello, come ho mostrato nell’Introduzione all’edizione negli Oscar Mondadori del 2010 (ristampa 2014).

Quali sono le prospettive per il futuro?

Sicuramente, continuare ad allargare il campo degli studi sull’Umorismo senza preclusioni di sorta e mantenendo il «ritmo» dei convegni a scadenza biennale. Inoltre, ampliare quanto più possibile il raggio delle collaborazioni e dare spazio ai giovani. Molto importante, in proposito, la recente adesione al Progetto di un gruppo di giovani ricercatori, che fanno principalmente capo, ma non solo, a Centri studi come il CISESG di Seravezza e il CISLE di Torino e Milano. Poi, pubblicare non solo gli atti dei convegni, ma anche saggi interessanti al di fuori di questi ambiti, e che affrontino il tema in maniera originale. Infine, sostenere la rivista on line del Progetto, che si intitola proprio «Studyng Humour – International Journal», e che ha sede in Grecia, presso l’Università di Salonicco. Nonostante la congiuntura, grazie alla tenacia dei colleghi di quel paese, la rivista è sorta e ha iniziato le pubblicazioni nell’ottobre del 2014. Vi stanno uscendo ora gli Atti del III Convegno Internazionale, che, come già detto, si è tenuto a Salonicco nel maggio 2011: un Convegno che è stato caratterizzato anche dalla stimolante partecipazione di diversi studiosi di Medicina e di Teologia.

(Intervista a cura di Barbara Ricci della rivista “Fillide” n.10, aprile 2015)

 

 

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L’allegoria dell’Invidia nelle stampe tra XV e XVII secolo

Grafica d'arte n 97Alle abituali rubriche di storia dell’incisione, recensioni di mostre, presentazione di artisti e notizie dal mondo della grafica, nel suo ultimo numero «grafica d’arte» (n.97, gennaio-marzo 2014, Edi Artes, Milano), oltre agli interventi sull’arte grafica e sui disegni di Duilio Rossoni, Barbara Scacchetti, Francesco Giuliari, Valentine Rau ecc. firmati da Agnese Sferrazza, Marzio Dell’Acqua, Rebecca Carnevali, Barbara Germani, Carol Morganti, Margherita Fratarcangeli e Jonathan Beechet, dedica una trascinante ricerca su “L’allegoria dell’invidia in alcune stampe tra il XV e il XVII secolo” di Silvia Bianchi.
Veneziana di nascita da tempo adottata da Milano, Silvia Bianchi – laurea in Lettere e Filosofia con una tesi in storia dell’arte e diploma di perfezionamento in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi in storia dell’incisione-, è apprezzata per i suoi studi dell’incisione. Da oltre una trentina d’anni è presente con ricerche e analisi su «Rassegna di Studi e di Notizie» dei Musei di Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano e su «grafica d’arte», rivista di storia dell’incisione antica e moderna e storia del disegno diretta da Paolo Bellini. Oltre alle linee interpretative su Lino Bianchi Barriviera (in «grafica d’arte», Milano 1991, nn.7 e 8) la Bianchiè autrice di alcune voci del Dizionario della stampa d’arte di Paolo Bellini.
Il nuovo elaborato mette sotto lente di ingrandimento come il vizio capitale dell’Invidia è stato affrontato da incisori eccellenti sin dal XIV secolo, attraverso schemi iconici insoliti, come nel bulino (1465) di Anonimo che lo rappresenta attraverso un avvoltoio accanto a una femmina in piedi sulle fiamme.
Tema affascinante quello dell’Invidia, non per i soli richiami a episodi mitici e biblici e a versioni popolari, ma per come nei secoli passati è stato elaborato. Spesso affidato all’immagine di una megera (Cristoforo Robetta, Allegoria dell’Invidia”, bulino, fine sec. XV) o attraverso simboli e allegorie (Andrea Mantegna nel bulino Battaglia di divinità marine, 1470-1480) a cui son seguite “letture”, interpretazioni e illustrazioni cariche di allegorie e di pensiero, di ironia, di verve proverbiali e letterarie ispirate dal momento storico e ambientale: serpenti al posto di capelli, serpenti dalla lingua biforcuta, pipistrelli, draghi alati, ragni neri, donne artigliate, animali aggressivi, occhi umani schizzati… Un quadro che risulta sempre originale di vari sensus, passabili di molteplici interpretazioni, in cui si scontrano con la dinamica della tensione progresso e conservazione le rappresentazioni di incisori toscani, emiliani, germanici, olandesi e fiamminghi, dal prolifico bolognese Giuseppe Maria Mitelli all’altro felsineo Giovanni Giuseppe Del (o Dal) Sole, dal tedesco George Pencz al connazionale da lui influenzato Heinrich Aldegrever, dai grandi Bosch a Bruegel il Vecchio (inciso da van der Heyden), dall’olandese Cornelis Cort al bulinista fiammingo Van Mallery Karel. L’ iconografia dell’Invidia individuata da Silvia Bianchi mette in sequenza gli apporti e gli aspetti estetici presenti negli olandesi Jan Matham, incisore di riproduzione, Hubert Goltzius e Van de Passe Cristin, nel disegnatore e incisore francese Jacques Callot, nel fiammingo Vorsterman (vedi immagine di copertina) offrendo con forza un filone di immagini che attorno all’Invidia sviluppa elementi centrifughi prendendo ispirazione da Ovidio e dai proverbi popolari. Dalla descrizione affiora un traboccante quadro iconico e di qualità incisoria, ma anche uno spaccato che avvicina filosofia e vita quotidiana. L’ individuo spiritualmente volgare è oppresso da una specie di “mostruoso egoismo metafisico”, per cui considera sottratto a sé tutto ciò che altri posseggono, anche se la cosa invidiata non gli giova in alcun modo. Le radici dell’invidia sono quindi nell’ inimicizia e nel disprezzo verso gli altri, nell’insofferenza del bene altrui, nel turbamento dinanzi alla supposta felicità degli altri. Lo studio della Bianchi fa emergere, attraverso le immagini, l’Invidia come la sorella degenere dell’emulazione. E’ figlia della superbia, dell’egoismo, dell’arrivismo, dell’ambizione, delle menzogne, dell’anarchia e dei disastri.

Aldo Caserini

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