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Cambia editore la rivista Kamen’

elisabetta_balduzziQuella dell’editore, che, soprattutto quando piccolo o micro, è spesso anche stampatore e distributore, è figura poco esplorata e conosciuta dai consumatori ultimi della carta stampata. Di lui e del suo ruolo si parla solo negli ambienti dove c’è odore d’inchiostro. Eppure la sua è una figura professionale e culturale di primo interesse, al vertice di una catena di passaggi “produttivi” complessi. Si pensi solo al suo ruolo quando ci si trova a profilare i rapporti tra la galassia Gutenberg e i “poteri”, o a dover distinguere i quadri dell’editoria all’interno della storia della cultura separati da quelli puramente aziendali ed economici.
Si scrive perché si crede di saperlo fare, per impiegare il tempo, per divertire, per consumare inchiostro o toner, che fa la stessa cosa. Si edita per scelta imprenditoriale, per trasmettere conoscenza, interesse, simpatia, incoraggiamento. A volte le cose camminano bene insieme, a volte no. Per riuscirci sono necessarie altre cose. Si scrive, si stampa, si legge per tante ragioni diverse. Comune dovrebbe essere la cultura in senso lato, ma sappiamo che non è sempre così, che i compiti di una casa editrice e di uno scrittore sono diversi e diversi sono i modelli ai quali si attengono. Anche il lettore: ha da imparare a leggere il “prodotto”, ad allenare il proprio senso critico.
Scrivere può essere un “mestiere”, idem pubblicare un libro, stampare una rivista, un giornale (Valentino Bompiani ci ha scritto sopra una memoria e altre se ne potrebbero prendere in rassegna), solo le argomentazioni che esplorano presentano angolature diverse. Dall’editore può arrivare qualche suggerimento allo scrittore per scrivere in maniera efficace, da catturare e convincere il futuro lettore; dallo scrittore può partire qualche raccomandazione all’editore affinché confezioni un “prodotto” piacevole e curato da aiutare l’ immergersi nella lettura. L’editoria è un crogiuolo dove si fondono diversi saperi: modulati da un lato industrialmente, dall’altro con l’esercizio intellettuale e del linguaggio.
Cambiare editore (se non sussistono ragioni fondate come nel caso di Kamen’), è come cambiare bussola di navigazione. Tutto questo per significare l’importanza della scelta del semestrale di poesia e filosofia diretto da Amedeo Anelli di collaborare con la libraia vogherese Elisabetta Balduzzi, imprenditrice salvatasi dalla crisi con determinazione stampando libri eccellenti, di nicchia, dove stanno insieme qualità, grafica e amore, cercando “solidità economica nell’unione di due mestieri”, quelli appunto di libraia e di editore.
Da qualche tempo la Balduzzi, da oltre una ventina d’anni in attività, ha allargato lo sguardo della sua intrapresa a una collana collegata a Kamen’ di cui ha pubblicato “La civiltà dei bambini” di Margherita Rimi, “Aforismi e pensieri” di Edgardo Abbozzo, “Creare la parola, creare il mondo” di Luisa Marinho Antures, una selezione di autori e di testi proposta da Anelli con cui la Ticinum Edizioni punta a proiettarsi su un mercato più vasto. Una scelta coraggiosa, imprenditorialmente temeraria, culturalmente romantica che impegna la casa di via Giorgio Bidone a Voghera su una sorta di “binari paralleli”. A rivolgersi, come dice la titolare “sia al pubblico di casa  sia a quello di tutta la penisola”. Una operazione dalla quale anche la rivista lodigiana si propone “ritorni”: d’immagine attraverso una grafica e una stampa che garantisca elementi di finitezza e modernità da andare incontro alle esigenze dei numerosi lettori, sia una ritrovata ambizione di docere ed delectare (insegnare e piacere) che una distribuzione efficiente ed adeguata, corrispondente alla importanza raggiunta. Una reciprocità che valorizza  un modo di fare cultura senza l’aiuto di fondi pubblici.

 

Aldo Caserini

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CHARTA: I libri donati alla Statale di MIlano

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L’ultimo atto di Charta si compie all’Università Statale di Milano, dove il fondatore, Giuseppe Liverani, si iscrisse  mentre si avevano le prime avvisaglie del maggio francese, che attraversate le Alpi sarebbe diventato il Sessantotto italiano.  Dagli anni Novanta e per decenni, la bottega di via della Moscova a Milano è stata il fiore all’occhiello del made in Italy dell’editoria italiana, ha prodotto cataloghi di mostre e libri d’arte, ha diffuso cultura. Ora non resta che il rimpianto. La  perdita non è da poco. “Non ci siamo voluti adeguare all’attuale mercato editoriale”, raccontano gli l’editori.
Fondata il 14 luglio del 1992 la Copy & Press Office si è da sempre occupata di arte in ogni sua forma: la pittura, la scultura, la fotografia, l’architettura, il design, ecc. Ha dato vita alla collana ‘Parole di Carta’, significativa già dal nome. Non meno importante  il rapporto di collaborazione avuto con enti culturali, case di moda, marchi aziendali di primo piano e soprattutto la diffusione delle opere di artisti italiani e internazionali.
Il primo titolo “Museo d’Arte e Architettura” inaugurò la collaborazione con il Castello di Rivoli. L’attività  di Charta è difficile da conteggiare, i numeri sono da capogiro:: oltre novecento i titoli pubblicati in Italia e distribuiti in tutto il mondo, circa 1900 gli artisti e oltre 2000 autori. Accanto all’attività editoriale è da ricordare quella non meno significativa di solidarietà con il mondo delle associazioni, portata avanti attraverso ‘Library’, un corpus di 101 libri (selezionati da un catalogo che ne comprende quasi 1000) donati a istituzioni e associazioni no profit impegnate nella diffusione della cultura. Le più recenti a LIBERA e alla Casa di Reclusione di Bollate (Milano). Recentemente Charta ha completato altre donazioni a due biblioteche comunali milanesi, Affori e Valvassori Peroni, e alla Biblioteca dell’Accademia di Brera per gli studenti d’arte. Donazioni sono state fatte inoltre a istituzioni cubane e americane, ma quella che assume significato particolare è senz’altro la donazione alla Biblioteca Comunale de L’Aquila, distrutta dal terremoto.
Arte e la cultura hanno trovato in questa insolita casa editrice, che ha sempre ritenuto i libri strumenti essenziali al progresso dell’umanità, la più valida rappresentante L’ultimo atto ha riguardato la donazione dell’intero catalogo, proveniente dalla biblioteca personale di Liverani, all’Università Statale di Milano  La scelta del Dipartimento dei Beni Culturali e Ambientali dell’Università, chiude idealmente un cerchio, ricorda Anna Maria Brizio e Marco Rosci, professori di Storia dell’Arte alla Statale che ebbero Liverani studente appassionato.

Marcello Simonetta ricorda Giorgio Upiglio a un anno dalla morte

GIORGIO UPIGLIO Editore, stampatore

GIORGIO UPIGLIO
Editore, stampatore

UN EDITORE, STAMPATORE, CONOSCITORE D’ARTE

“Ho cominciato nel 1945 all’ ATLAS, Arti Litografiche Ambrosiane a Milano in Porta Vittoria, con mio padre Emilio e mio zio Raffaele Cervone. Uno spazio di circa mille metri quadri con un reparto litografico condotto dal mio maestro Dante Caldara, un reparto tipografico e un dipartimento per il confezionamento del prodotto finito. In quel periodo, la sera, con mio cugino Luciano Cervone, stampavamo opere originali per amici pittori quali Gianni Brusamolino, Piero Leddi, Floriano Bodini e molti altri.”

 

SIMONETTAby MARCELLO SIMONETTA

Ho conosciuto Giorgio Upiglio quando aveva ancora il suo laboratorio a Tagliedo, un quartiere periferico di Milano, delimitato grossomodo dalle vie Mecenate, Bonfadini e Salomone. E’ lì che abbiamo agganciato il primo rapporto, poi sviluppato con cordialità e franca amicizia e tradotto in varie forme di collaborazione.. Frequentandolo ho visto lavorare molti artisti poi divenuti famosi. Mi ci vorrebbe una pagina di giornale per farne l’elenco, ammesso di saperli ricordare tutti. Di sicuro non potrei dimenticare Lam, De Romans, Matta, Vedova, Giacometti, Grass, Falkestain, Ackerman, Jorn, Errò, Fabbri.  Allora Upiglio cercava un collaboratore e mi chiese se avessi da consigliargli qualche volenteroso giovine. Gli proposi Giancarlo Pozzi, un giovane mio allievo di cui apprezzavo la tenacia operativa e la curiosità vivace.
Nel ’64, esattamente mezzo secolo fa, proposi a Upiglio di realizzare sotto la mia curatela una mostra a Legnano, alla

Il laboratorio stamperia di Giorgio Upiglio

Il laboratorio stamperia di Giorgio Upiglio

Associazione Artisti Legnanesi, di cui ero segretario. Accettò senza esitazione. Era la prima mostra di suoi lavori – di quei procedimenti tecnici di incisione e di stampa che lo renderanno poi uno specialista unico in tutta Europa. Arrivò all’allestimento con le opere di Arp, Alechinsky, Bellmer, Brauner, Ernst, Fontana, Giacometti, Guerreschi, Falkenstein, Hsiao Chin, Lam, Matta, Sugai e Volpini e fu un successo immediato, una sorta di rivalutazione dell’homo faber e dell’art graphiques, delle matrici ideate o incise o litografate o serigrafate manualmente, le cui “battute” ne consacreranno la maestria artigianale in giro per il mondo. E in giro per il mondo Upiglio ci andò personalmente presto, soprattutto in America e in Asia, nei mesi estivi, chiamato a insegnare quella sua personale tecnica di stampa, dove materiali e procedimenti erano medium, o meglio, diventavano potenzialità primarie ed elementari dell’espressione. Fu a Cuba – in quegli anni era d’obbligo per gli artisti andarci, ora non più o molto meno – incontrò Castro, fu al centro anche di situazioni “avventurose”, oggetto spesso di nostre successive “dispute” più che altro colorite.
Nel ’68 mi decisi a realizzare con Giancarlo Pozzi e Luciano Bianchi (con me nella Raccolta di Cascina Roma, a San Donato Milanese) una cartella di sei acqueforti che fu subito acquistata dall’editore Cerastico, noto collezionista milanese e consulente di Mattioli, mentre una seconda cartella con Davide Laiolo, dedicata a Cesare Pavese, che Upiglio avrebbe dovuto stampare per conto di Cerastico e destinata alla moglie di questi, non se ne fece nulla, per la morte improvvisa dell’editore.
Il mio approccio con l’arte incisoria è sempre stato molto sperimentale. Dopo le prime lastre di zinco incise in modo tradizionale, sono subito passato a disegnare sul catrame fresco e ad asportare la materia con una semplice asticciola. Vedendo lavorare Alechinsky, scoprii successivamente la tecnica cosiddetta all’acqua zuccherata colorata, una maniera – una tecnica incisoria e di stampa – che permette esiti grafici analoghi a quelli del disegno a penna e/o pennello su carta. Non l’ho più lasciata, anche perché la stampa di Giorgio Upiglio mi garantiva totalmente: volevo un fondo morbido, non piatto ma vibrante e l’amico Giorgio sapeva trovare sempre la soluzione per quanto da me immaginato e preteso, tanto che Leo Lionni poté scrivere di lui in “Etrusca”: “…oppure il caos rilassato che uno spirito più irrequieto e disordinato non potrebbe tollerare. O il fatto che tutto ora è nelle “sue” mani e che la lastra che gli porti, pasticciata dai troppi ripensamenti o incompleta per i troppi dubbi ritroverà nella sua saggezza artigianale la chiarezza degli originali intenti”. Giorgio mi assecondava nei miei accostamenti sperimentali. Mi suggeriva quel che la gente considera la sensibilità o il gusto: territori di preferenze puramente soggettive, di attrazioni misteriose, soprattutto sensuali, non assoggettate alla ragione. Per intrappolare una sensibilità (e lui sapeva farlo) bisogna essere guardinghi e delicati.
Da Mico, a tavola, si discutevano le soluzioni ed egli trovava sempre come conseguire il risultato voluto. “Interpretava”. Il termine può suonare ambiguo, ma Giorgio non si sostituiva con una sua “lettura” alla idea originale dell’artista. Era bene accorto a non sovrapporsi ad essa. Cercava e trovava solo la tecnica giusta per la soluzione attesa. Non suggeriva piani di trasformazione, ma di rafforzare l’opera nel suo contenuto.
Grande lavoratore, indefesso sperimentatore, una miniera di talento, non aveva bisogno di giustificarsi e di chiedere che cosa “dicesse” un’opera. Perché lo sapeva da sé. Possedeva un occhi critico allenatissimo. Era per tutti la consapevolezza umana, a cui gli amici affidavamo il compito di difendere la loro prestazione.
Il laboratorio di via Fara 9 dove si trasferì divenne presto un porto di mare, frequentato da personaggi di varia estrazione e provenienza, dagli scrittori ai fotografi ai giornalisti ai venditori di carte particolari o di vasellame di provenienza tombale etrusca, Un giorno un venditore di acque e birra mi propose l’acquisto di un mio dipinto in cambio di una camionata di acque minerali. Naturalmente non accettai e la scusa addotta fu semplicemente quella che non possedevo spazio sufficiente alla collocazione.
Abbandonata Milano a causa dell’avanzare dell’età, anche i nostri incontri si diradarono. Ma mi sono sempre mancati quegli incontri, quei rituali di devoto completo abbandono al colorato bagliore dell’arte. Tanto più oggi che se ne è andato definitivamente. Tra le ultime occasioni di scambio ricordo una importante iniziativa promossa con felice sinergia da Archivio del Moderno, Accademia di Architettura di Mandrisio, Museo Cantonale di Lugano e Biblioteca Salita. Upiglio aveva deciso di donare all’Archivio Moderno di Mendrisio migliaia di fogli incisi, lastre, manoscritti, volumi e altro materiale documentale. Mi chiese se ero disponibile a donare le lastre che lui aveva inciso. Non ebbi perplessità, lo feci, anche perché era lui a chiedermelo.
A Lodi ci gratificarono entrambi con una medaglia d’oro: “Una vita per l’arte”. Strano destino quello di vedersi accomunati in un riconoscimento che aveva già il sapore del rimpianto. Più avanti gli mandai il catalogo della mia personale di La Spezia e la nota apparsa sul Cittadino di Lodi. Seppi dal figlio della sua morte, mi consigliò di non vedere la salma.
Era l’11 ottobre di un anno fa.

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“ANDREA SCHIAVI”: 72 PIETRE CHE RACCONTANO L’ARTE LITOGRAFICA IN LOMBARDIA

Un aspetto della Sala Arte del Museo della Stmpa Andrea Schiavi a Lodi

Un aspetto della Sala Arte del Museo della Stmpa Andrea Schiavi a Lodi

Lithographie, litografia, lithography, Lithographie o Steindruck… Sono alcune varietà dei procedimenti tecnici e di espressioni moltiplicabili a stampa in bianco e nero o a colori, originariamente “mediate” da una matrice di pietra (poi anche di zinco e alluminio) per la stampa d’arte; elaborata manualmente con appositi pastelli e inchiostri grassi e quindi, preparata in modo che le parti disegnate o positive accettino le inchiostrazioni, mentre quelle negative e cioè i bianchi, in grado di assorbire acqua e mantenersi umide, la rifiutino. E’ considerata una delle tecniche industriali, fotolito, offset ecc.  Fra i secoli XIX e XX è stata però quella che ha fortemente attratto  artisti e fruitore di stampe d’arte. La litografia non è  un’incisione. Su di essa l’artista disegna con una speciale matita che ha, al posto della normale grafite, una sostanza, o dipinge, con un pennello, stendendo un inchiostro grasso colorato. E’ per questo motivo che si è diffusa con grande rapidità, procurando anche qualche dispiacere ai collezionisti meno accorti di fogli d’arte e qualche guaio ai suoi venditori.
Fra i tanti che hanno utilizzato la litografia nel XIX secolo si possono ricordare Daumier, Delacroix, Manet, Renoir e, più tardi,  Redon, Toulouse-Lautrec, Munch, Kollwitz. La litografia è stata usata, alternandola alla pratica incisoria, da Ferroni, De Chirico, Carrà, Picasso, Rouault, Mirò, Marini, Greco, Cascella, Guttuso, Paladino, Maffi, Tadini, Chia, Benito Vailetti, Gino Franchi, eccetera.
Non è comunque una incisione. Almeno non nel senso letterale del termine. Anche se si avvale di risorse grafiche non dissimili. Sostanzialmente, da quelle dell’acquatinta. In ogni caso assicura rese ed effetti espressivi di matita, lavis, acquerello. La tecnica è stata utilizzata anche da artisti lodigiani. Ma non è di questo che intendiamo parlare, bensì del fatto che  fra le centinaia di macchine e attrezzature che si trovano al Museo della Stampa Andrea Schiavi di Lodi e che “raccontano” la storia della stampa, delle sue tecniche e dei significativi cambiamenti nell’ambito delle produzioni e riproduzioni, esiste un  autentico “tesoretto” nascosto, costituito da ben 72 pietre litografiche di grosse dimensioni, che pochissimi hanno visto, e che aspettano, dopo la sistemazione  studiata da Osvaldo Folli, direttore del Museo  di via della Cagnola,  di essere ammirate (e studiate) nella varietà dei soggetti direttamente disegnati su pietra. Tra questi, scene di  epiche battaglie come quelle dei bersaglieri a Porta Pia o dei dei carabinieri a Pastrengo disegnate dal De Albertis e numerose altre di soggetto storico e letterario: iIl trionfo di Cesare, il Giuramento degli Orazi  “ I promessi Sposi” disegnati dal bussetano Alberto Pasini e stampate da V. Malinverno. Ma sono molti altri i pezzi della collezione, che sono stati catalogati dai volontari del museo lodigiano e che attendono la giusta valorizzazione..
Una dozzina di preziose e pesanti “matrici” della raccolta sono state ora esposte nella sala arte. Provengono quasi tutte dalla Casa Editrice Vallardi di Milano.
Le pietre litografiche del Museo fanno parte di quelle prodotte negli stabilimenti di Antonio Vallardi a Milano dalla fine del XIX secolo fino agli anni ’60 del secolo scorso. Costituiscono uno dei tanti cimeli raccolti e conservati  da Andrea Schiavi,  attraverso un lungo e impegnativo  lavoro di ricerca, recupero e valorizzazione e, insieme alle centinaia di macchine, danno oggi ampiezza e concretezza a un progetto che a molti, solo ieri, sembrava  cosa irrealizzabile e avveniristica.

Aldo Caserini.

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VANNI SCHEIWILLER, NON SOLO EDITORE

Ricordo di un editore di poesia a due anni e mezzo dalla morte 

Vanni Scheiwiller nel suo studio

Non so, non riesco a immaginare quanti  possono avere in casa quei volumetti di piccolo formato dal singolare marchio All’Insegna del Pesce d’Oro, ma tra i lettori di poesia il nome di Scheiwiller non è certamente sconosciuto perché Vanni è stato l’unico vero editore di poesia. in più aveva una caratteristica, la predilezione assoluta per la grafica con cui impreziosiva i suoi curatissimi quadernetti, tutti con numerazione.
L’ho conosciuto personalmente negli anni Settanta. Mi era comparso davanti in ufficio, in via San Vittore al Teatro a Milano. Non riusciva venire a capo di un problema burocratico che riguardava la sua attività. Allora, lui non solo stampava, ma andava in giro dai librai con pesanti borse a offrire la sua produzione in miniatura. Io ero un semplice lettore curioso, che nel cassetto della scrivania, con i libri acquistati sulle bancherelle dei pontremolesi Tarantola, tenevo la prima edizione di “Questa mia Bassa (e altre terre)” di Cesare Angelini.
Spinto da un sentimento strano, probabilmente orgoglio, gli mostrai il volumetto n. 50. Ricordo la sua corpertina verdognola, un colore che si sente addosso alla pelle di certi nostri paesi. Gli dissi che possedevo in buon numero i suoi “acquari”: Quasimodo, Montale, Sereni, Borlenghi, Bontempelli, Siciliani, Pozzi. Fu parecchio sorpreso e me lo disse con tono quasi sospettoso: ”I miei libri non si trovano nelle librerie, non li recensiscono i giornali e me li trovo da un impiegato pubblico…”. Poi, saputo che ero di Lodi, mi confidò che ai tempi del liceo aveva filato con una ragazza di qui e che per starle vicino si faceva invitare al Tennis club di viale Rimembranze.
Suo padre Giovanni, di origine svizzera, era stato (o era) un pezzo grosso della Hoepli di Milano, amico di Giovanni Hausmann. Ignoro se a legarli fosse la buona musica o qualche interesse comune per la scienza.
Dopo qualche giorno mi vidi recapitare un pacchetto. Conteneva le “Poesie” di Ezra Pound e un invito ad andarlo a trovare nel suo ufficio di corso di Porta Romana. Ci sono stato un paio di volte, accolto come un amico di vecchia data, quantunque i suoi impegni gli lasciassero solo briciole di tempo. O fose neppure quelle. Da lui c’era sempre qualcuno d’importante o che lo sarebbe diventato.
Sono stato presentato a Giovanni Giudici e a Gilberto Altichieri, critico d’arte e scrittore veronese. Non sapevo neppure chi fossero. Altichieri, un settantenne,  saputo di certe mie “manie”, mi testimoniò subito la sua acuta afflizione per il decadimento delle arti figurative.
In entrambe le visite ho goduto di attenzioni e in tutte e due le occasioni ho rimediato autori dimenticati dal mondo (Camillo Sbarbaro e Clemente Rebora) che Scheiwiller aveva recuperato.
Vanni Scheiwiller è morto poco più di due anni fa. Appena in tempo per partecipare alla mostra della moglie Alina Kalzezynska, non per celebrare le nozze d’oro con la sua piccola casa editrice.
E’ stato un editore umile, raffinato e puntiglioso. Senza< esagerare, un artista.  Aveva fatto dell’editoria artigiana una pazzia. L’ha lasciata come monito contro l’approssimazione, la faciloneria e l’incompetenza: tremila, forse più, volumetti fatti con amore e gran fiuto, gusto e cultura, che sono un catalogo della  storia artistica e letteraria dagli anni cinquanta a questo  inizio di secolo.

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