ELDA AIDA SABBADIN. LA RISCOPERTA DELL’ARTE NELLA ICONOGRAFIA SACRA


  Dopo avere dedicato attenzione agli artisti sudmilanesi e lodigiani che partecipano sempre più a favore della contemporaneità e alla pelustrazione dei  buoni propositi di quelli che frequentano lo stanzone del citazionismo, o retrò, o come altro li si voglia etichettare , si può non dare almeno un’occhata a Elda Aida Sabbadin?  Ovviamente no.

Studiosa delle tecniche e del linguaggio iconografico e di soggetti religiosi, la Sabbadin è una artista lodigiana acquisita, trasferitasi negli anni Settanta da Varese, dalla personalità distinta, che nelle sue tavole interpreta iconograficamente  significati  simbolici, emblematici, allegorici ecc. con fertilità e profitto, da garantire interesse e riuscita alle mostre di arte sacra (per la verità infrequenti), alle quali partecipa.

Di lei e della sua arte ci piace ricordare  l’esposizione tenuta all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi,  quella all’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano con Villavesco, ora Spazio espositivo Acerbi, due  mostre che hanno contribuito a diffondere la fruizione di questa

pratica espressiva, con la bellezza dei dipinti a soggetto religioso.

Al suo attivo ha la frequentazione della Scuola di Iconografia Orientale S.Luca, fondata a San Gualtiero da mons.Fogliazza e di dedicarsi da allora ai temi poco esplorati dell’icona come simbolo incarnato della divinità. Il rovesciamento di attenzione è intervenuta dopo gli approcci in pittura avviati con Anna Rita de Tuglie, Angelo Pollini e Monica Anselmi e la seduzione per l’icona sacra esercitata su di lei dai avori di una monaca di clausura trentina.

Il linguaggio dell’icona presenta aspetti di importanza generale e particolare. L’artista deve saper rinunciare quasi del tutto alla sua fantasia figurativa e seguire sempre modelli che corrispondono a regole teologiche e plastiche, non limitarsi ai semplici valori essenziali di stilizzazione, ma orientarsi a cogliere il collegamento tra le tipologie figurative e la realtà che le ha originate o con le quali si sono poste in operante rapporto.

A partire dal Monastero dei Servi di Maria di Arco di Trento, la Sabbadin ha quindi, anno dopo anno, approfondito il proprio perfezionamento e la conoscenza storica di questa antica forma d’arte, concorrendo a far conoscere e a stimolare la sua conoscenza sul territorio. Fino a qualche tempo prima guardata un po’ da tutti con sufficienza e relegata prevalentemente negli spazi espositivi degli oratori parrocchiani.

Oggi, le sue icone, nelle loro forme e nei loro colori, scoprono una personalità artistica in grado di lasciar affiorare nei propri lavori, quel sacro che, di fatto, sfugge a molte rappresentazioni messe in atto da artisti figurali contemporanei.
Il linguaggio idella Sabbadin rivela, al contrario, un rigore e una padronanza   iconica, che è il risultato di studi e ricerche rivolte a dare intensità nell’espressione del sacro in efficace sintonia con il tratto spirituale dei soggetti rappresentati. Attenta a sottrarre all’immagine una bellezza che soppianti il senso del mistero e che la ridurrebbe a una declinazione puramente illustrativa.

L’arte sacra della Sabbadin è coerente con le regole del linguaggio evocativo; attenta, preciso e accurata l’artista offre spunti di confronto e approfondimento alla definizione identitaria delle credenze oltre che valutazioni di pregio artistico ed estetico.

Aldo Caserini

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