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E’ morto Luigi Franchi, pittore, scultore, ceramista, grafico. designer, glass fusing

FRANCHI- e Caserini 2

L’artista Gino Franchi e Aldo Caserini durante una OLdrado da Ponte

E’ morto Gino Franchi, pittore, scultore, ceramista, grafico, designer d’interni, glass fusine lodigiano. Da tempo aveva superato gli ottant’anni e da ancor prima era gravemente ammalato. I suoi funerali si svolgono oggi mercoledì pomeriggio, con una cerimonia semplice al Cimitero Maggiore. Con lui Lodi perde non solo un grande ceramista, ma un artista nel senso più compiuto della parola. Un autentico creativo che ha introdotto in città e sul territorio forme espressive non di effimera casualità, aderenti alla sensibilità e alla evoluzione del gusto contemporaneo, apportando in particolare alla scultura e alla ceramica, contributi di sensibilità, cultura e ricerca. Questo almeno, fintanto che una patologia oculare non lo obbligò a ridurre il suo impegno, una attività artistica lunga settant’anni, dipanata lungo situazioni e attraverso strumenti diversissimi; dalla pittura alla scultura, alla ceramica, al monotipo, alla grafica, alle sperimentazioni visuali le più varie, alla creazione di ambiti diciamo così applicati” (come la progettazione di arredi e oggetti). Con l’intricato interrelarsi, e confrontarsi, di artistico e utilitario, di estetico e pratico, e quindi nella frizione-raccordo tra singolarità e pluralità, funzionalità pratica e valore creativo puro. Su registri di linguaggio, prima ancora che di stile, assai vari. Eppure con una coerenza di fondo, con una reale continuità di ricerca e di esiti, che la poliedricità dell’artista, il suo iter polivalente non impedisce di riconoscere.
Dal suo studio e dal suo laboratorio in via San Colombano 10 a Lodi sono uscite teorie di sculture, di ceramiche, di pitture e di lavori in vetro e di progetti d’arredo che gli hanno procurato reputazione e successo. Su cui però lui non si adagiò mai, continuò a produrre e ad ampliare il proprio linguaggio d’artista attraverso una serie interminabile di opere

Gino Franchi al lavoro in una foto di Franco Razzini

Gino Franchi al lavoro in una foto di Franco Razzini

molte delle quali trovarono accoglienza nelle case milanesi per merito di architetti arredatori suoi amici.
Diplomato a Brera in pittura con Gino Moro e Dante Campestrini e, in scultura, all’ “Applicata” del Castello Sforzesco con Geminiano Cibau e Vincenzo Gasparetti, Franchi, lasciato lo sport del fioretto, iniziò subito a dedicarsi all’arte con testarda sagacia e promettenti risultati. Ricevette indirizzo da un critico intelligente e severo quale Elda Fezzi, alla quale va il merito, tra tanti, di avere riproposto l’arte di Medardo Rosso, e incoraggiamento da Suzy Green Viterbo, una eclettica artista egiziana di rinomanza internazionale.
Dal suo ingresso nel mondo attivo delle arti, sul finire degli anni Cinquanta, dopo il diploma in scultura ottenuto allo Sforzesco, non passò molto tempo perchè decidesse di fare personalmente la polvere alla Ceramica Vecchia Lodi, recuperandola all’attualità con le vivaci decorazioni dei Ferretti.
FRANCHI in uno scatto di RazziniCon serietà, studio, prove e riprove di cotture e di colori macinati, in breve ripropose non solo il taglio artigianale ma la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli. A lui, o principalmente a lui, si deve il ri-espandersi in città e sul territorio delle forme e dei decori delle storiche fabbriche locali. Ma non secondario fu anche la congiunta ripresa della pratica ceramistica e l’assunzione della ceramica come linguaggio creativo e non minore.
L’opera di Franchi non si esaurì nel rilancio delle forme e dei decori, ma approfondì le diverse tecniche di fabbricazione, le ricette degli smalti e delle vernici, i tempi e le gradazioni delle cotture, le paternità dei decori e la libera introduzione di similitudini e varianti nelle pitture.
Nel 1961 allestì a Palazzo Barni la sua prima personale di pezzi unici, un autentico concerto plastico di ceramiche smaltate di sottile e recondito significato espressivo.
Dal suo laboratorio artigiano uscirono poi elenchi ricchissimi di oggetti: chicchere, boccali, ovali ornamentali, salini, candelieri, lampade, caffettiere, vassoi, teiere, insalatiere, salsiere, cremiere, brocche e la tipica zuppiera lodigiana a sezione ellittica, con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocromi.   Lontano dalla serialità e dagli appiattimenti che ne conseguono, Franchi rifiutò stampi e manipolazioni per rivolgersi a chi aveva particolare attenzione per il valore artistico dell’oggetto. Realizzò pezzi di “alta qualità”.
Grande ceramista, è stato scritto di lui tanti anni fa e lo possiamo ripetere oggi che la città e la comunità artistica lo piange. In ceramica, ma anche in pittura, in scultura, nel glass fusion, nella grafica seppe sempre mostrare il suo tratto geniale, di qualità, la caratura artistica per le scelte espressive e linguaggio.
Rimettersi in proprio è stato l’ultimo capitolo della sua esperienza di artigiano e di artista. Finché la salute gli permise di lavorare, tornò a mostrare lo spessore dell’uomo di abilità e di gusto che provava gioia e piacere a raccontarsi attraverso le opere.
Attraverso le sue mani Luigi Franchi ha rivelato quel che c’era in lui: intelligenza applicativa, sensibilità, cultura, senso marcato della libertà creativa

 

 

 

 

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BASSANO VACCARINI, UNO SCULTORE LODIGIANO SU PARAMETRI INTERNAZIONALI

BASSANO VACCARINI e una sua scultura a Ribeirau Preto in Brasile

BASSANO VACCARINI e una sua scultura a Ribeirau Preto in Brasile

Il 9 agosto ricorre il centenario della nascita dell’artista lodigiano Bassano Vaccarini, nativo di San Colombano al Lambro, allora degno borgo lodigiano, pittore e scultore come altri artisti lodigiani poco conosciuto “in patria”, ma notissimo in Brasile, a Ribeirao Preto e a San Paolo, il cui nome da noi è scampato soltanto perché fa parte delle collezioni della Cariplo e della Galleria d’Arte Moderna di Milano. Di lui ci si era già occupati recensendo il terzo volume della serie “Le collezioni d’Arte” della Cariplo, a cura di Sergio Rebora. Sarà perché lui ancora giovanissimo i suoi si trasferirono a Milano, sarà per la poca attenzione prestata dall’Alaudense alla sua arte o per altre ragioni, di fatto non esistono tracce sul territorio della sua pittura e della sua scultura, raggiunte con originalità di sentimento.
Vaccarini non ha lasciato segni e rispecchiamenti particolari. Almeno che si conoscano. Le “schede” sono ridotte all’essenziale. Non dipanano i fili della ricerca e della rappresentazione artistica, non chiariscono idee, sentimenti legati a una concezione e visione. Ci dicono semplicemente che studiò pittura all’Istituto di Arti decorative di Monza, scultura all’Accademia di Brera, dove seguì anche i corsi di incisione tenuti da Benvenuto Disertori e che frequentò la Scuola di Belle Arti di Ginevra prima di avviare la propria attività in quel di Milano. Dove fece parte, appena ventenne, del drappello futurista milanese che intendeva rinnovare l’arte combattendo il “passatismo”: la prosopopea accademica e lo stile convenzionale, detto anche “umbertino”, di ossequio monarchico e celebrativo. Nel 1935 partecipò con il dipinto “La resurrezione di Lazzaro” alla V Rassegna lombarda del Sindacato artisti alla Permanente e al Palazzo dell’Arte edificato da Muzio al Parco Sempione, alla V Triennale di Milano e nel ’37 ai “Litorali dell’Arte”. Contemporaneo di Emilio Locatelli prese parte nel ’39 a una mostra al Salone Napoleonico dell’Accademia di Brera. Subito dopo una sua scultura (in gesso), “Figura di uomo seduto”, fu acquistata dalla Galleria d’Arte Moderna di

Bassano Vaccarini: "Ritratto di mia madre"

Bassano Vaccarini: “Ritratto di mia madre”

Milano, nella cui collezione risulta anche censito un olio titolato “Famiglia”.La testa femminile fu acquisita dalla Cariplo all’inizio del 1939 in occasione del Pensionato Artistico di Scultura promosso dall’istituto bancario. Prima d’essere invitato alla XXV Biennale di Venezia, partecipò con una composizione futurista al Premio Bergamo e vinse, nel 1946, il Premio Tantardini per la scultura alla Rotonda di via Besana.. Nel ’50 prese parte con successo a Venezia, catturando l’interesse dell’allora ministro della Giustizia Guido Gonnella. Fu quella una Biennale di successo, grazie anche al clima createsi attorno all’evento per merito di Rodolfo Pelucchini, che seppe riprendere il discorso lasciato da Roberto Longhi e diede spazio ai numerosi artisti raccolti sotto le avanguardie Fauves, Cubismo, Futurismo, Blaue Reiter e grazie alla pittura messicana rappresentata da Oronzo, Riviera, Siqueiros, Tamayo.
Subito dopo Vaccarini lasciò l’Italia e si trasferì in Brasile dove si fece notare per l’intensità e la poliedricità delle attività, come docente di Arti Plastiche all’accademia di Ribeirao Preto, una città di 600mila anime sita nella parte interna del Paese, ma anche nel campo del scenografia, del teatro e del cinema, e dove un teatro è stato a lui dedicato. Nel ’68 poi, si trasferì definitivamente a San Paolo del Brasile dove praticò con intensità l’arte della ceramica, “nella quale riversò la vocazione dinamica e coloristica della sua creatività”.
Nella collezione Cariplo, Vaccarini è presente con “Ritratto di mia madre”, un bronzo 30x12x12 dai lineamenti severi, in cui si riflette un temperamento meno fantasioso rispetto al carattere attribuitogli dalla critica dell’epoca e più attrezzato di incisiva osservazione.
Dotato di un dono lirico e plastico, nelle poche opere che si conoscono, il “banino” rivela in scultura una profonda qualità di materia e di saper trasfigurare gli elementi di realtà in sentimento plastico., in spaziature e proporzioni formali che sono immagine di vita”.

 

Bassano Vaccarini e una sua opera a Ribeirao Preto

Bassano Vaccarini: “Ritratto di mia madre”, alla Cariplo

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GIANCARLO SCAPIN, ricordo di un grande ceramista della forma

Scapin E’ morto Giancarlo Scapin, un grande maestro della ceramica artistica contemporanea. Di Schio, ha fatto conoscere i suoi lavori a mezza Europa, compresi ITS Cesaris e Villa Vistarini, dove lo ricordano perfettamente per la sua didattica, per come ha appassionato gli studenti dell’istituto con una dimostrazione di sapienza e di mestiere, interessandoli al significato dell’ operare e ai contenuti: soggetto, genere, iconologia, gusto, elementi culturali, sociali, rituali, eccetera.
A noi spetta ricordarlo non per la circostanza, ma perché lo teniamo presente come uno degli  artisti  impegnati a rendere chiare le leggi di combinazione, di costruzione e gli aspetti di occasionalità che sono in ogni fare artistico. Nel produrre oggetti d’arte non c’è alcun intervento “divino” o “superiore”, amava dire, togliendo di dosso all’artista quella patina di muffa che i secoli gli avevano appiccicato.
Nella pratica aveva caratteristiche tutto personali: sapeva mettere in sintesi dinamica gli elementi e muovere le strutture dell’immaginario. I lodigiani hanno visto in lui un creativo coinvolgente, un grande artigiano di professata chiarezza  intellettuale. Ma anche l’autore di opere di grande appagamento estetico.
Scapin era un cultore non solo della materia-terra, ma dei suoi collegamenti rituali e antropologici. Non era, per dirla in breve, un semplice sostenitore dell’emozione e della regola.
Colpiva la sua energia, la vitalità, la manualità, la forza delle idee con cui sosteneva l’importanza del lavoro umano. Metteva grande impegno nel darne dimostrazione. Nel manifestare padronanza e continuità di rapporto tra la mano e la mente.
La sua produzione è connotata di valori, ricerca, poesia, sensibilità umana. Di lui in vita,  molti han detto era un creatore di emozioni. E’ stato un vero artigiano di mestiere, un maestro della forma. Che rifiutava la neutralità. Nella forma – in essa e con essa – egli cercava il valore. Il valore intimo, il valore plastico, l’accordo “musicale”.  Era un conoscitore straordinario di materiali e della loro applicazione. “Sono elementi importanti”, diceva.”Si inseriscono e muovono i processi creativi”.  Congiunti alle motivazioni. Saldati all’alta professionalità. Insieme alle variabili: mistiche, idealistiche, corporee, fatturali e sentimentali. Tutte cose a cui Giancarlo Scapin credeva e con cui aiutava a “gustare” i risultati. Coinvolgendo sul fronte ampio della cultura.

 

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FORMESETTANTA, un anno di informazione culturale e artistica

BLOG3FORMESETTANTA  (https://formesettanta.wordpress.com) compie a fine marzo un anno di vita. L’idea è nata da precedenti esperienze, a cominciare dal periodico a stampa *Forme 70’ , dalla successiva agenzia NewsForme 70 e dall’omonimo sito.L’attuale blog mette in rete una serie di note che riguardano pittura, scultura, grafica, fotografia, mixart, artigianato artistico, libri letteratura poesia e musica. L’obiettivo è  coinvolgere il maggior numero di appassionati e operatori del territorio nel condividere fatti, avvenimenti e personaggi dell’attualità culturale.FORMESETTANTA non ha ambizioni di giudizio critico se non quello di sottrarre, fin dove possibile, gli artisti al mercato dell’aurea, oggi largamente diffuso attraverso l’ostensività del mercato. Prevalentemente si indirizza a persone  del Sudmilano e del Lodigiano anche se non esita ad estendere l’interesse ad artisti e iniziative regionali e nazionali.In questo primo anno di vita sono stati pubblicati in totale 182 articoli (post) e il sito è stato visitato a tutt’oggi 15 marzo,  12.154 volte.Per una proposta che proviene da una città di provincia (non da una grande città) e che si preoccupa di incoraggiare filoni di attività che uniscano il territorio superando il campanilismo diffuso, è un piccolo  onorevole risultato. Strappato soprattutto grazie alla costanza dei  lettori. Ciò  sprona a continuare nell’azione intrapresa, fiduciosi di accrescere con l’informazione e l ’ approfondimento, gli stimoli  forniti da una maggiore articolazione delle idee.

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