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Domenica Regazzoni, pitture e sculture. Arte sottratta all’emergenza.

Ha senso parlare di pittura e scultura in tempi maledetti quali gli attuali? Non rischia la parola arte di avere un significato negativo o minore, distraente, dopo essere stata utilizzata da predicatori fuori d’ogni regola, oggi spariti, e usata in messinscene che più nessuno ricorda?

In provincia il gioco è più sottile perché a queste domande preoccupate può rispondere in modo rassicurante la serietà di qualche artista di soggettività autosufficiente, distaccato dal “sistema”, che magari riesce ad affrontare i danni dell’emergenza: le gallerie chiusi, gli spazi pubblici serrati, il disinteresse dei media, l’ indifferenza della gente, la diserzione dei poteri locali e le tante altre cose che fanno sfondo monumentale a un abbandono dell’arte che è diffuso e culturale.

Dato il paesaggio, come attivare qualche lumicino di curiosità e d’ interesse, mantenendosi, senza il momento della visibilità, su un registro di semplice cronaca, o di letteratura? Negli anni Settanta la Regazzoni frequentava Brera (o l’aveva appena lasciata) e praticava una pittura figurale lontana da quella presente, fatta da una impostazione informale in pittura e di impianto iconico-musicale in scultura. A una sua mostra alle scuole di San Donato Milanese ci fu presentato suo padre Dante, celebre liutaio, di fama nazionale, un artista del legno – ripetiamo un “artista”  –  animato da un’etica di solida sapienza e conoscenza che è oggi perduta. Di quell’incontro abbiamo in memoria una frase: “L’arte esprime la nostra  anima. A volte glorifica le forme, a volte le sfida”. Parrebbe una filosofia o una metafora, invece è un  assunto che si può ritrovare nelle tappe della Regazzoni, a partire dalle illustrazioni per Il Pesce d’oro di Vanni Scheiwiller delle poesie di Antonia Pozzi. Fu quella, per lei, una laboriosa  esperienza, che fece da spartiacque verso nuovi equilibri, Da allora l’artista è sempre (o quasi) riuscita a sottrarre i suoi lavori alle opinioni diffuse; a tenerli lontani dai pasticci concettuali e dai pensieri di gruppo; a strutturarli coi richiami alle esperienze della bottega del padre e, in un certo senso, a tradurre la sua poetica.

Se spogliati del loro “senso interno”, i suoi lavori  rischierebbero oggi di passare per esperienze di una “attualità” puramente giornalistica. Invece, per la  discendenza dei contenuti dal padre liutaio, c’è in essi una consapevolezza di tante cose che i critici, da Gillo Dorfles a Silvia Evangelisti, hanno giudicato di qualità distintiva e particolare.

Sono risultati di “convergenze” e variazioni, di forme e simboli musicali e della loro narrazione; di impulsi estemporanei e di richiami archetipali; della forza emotiva e del sentimento lirico; della concretezza nella elaborazione che valorizza intelligenza e lavoro senza ricorrere a particolari artifici.

Nell’era del virtuale, le costanti estetiche, la disciplina artigiana, la tradizione e la qualità maestra del padre liutaio sono un splendido esempio che si reperisce nell’espressività “contemporanea” della figlia artista, venuta mezzo secolo fa dalla Valsassina a vivere e a lavorare alle porte di Milano, e presso il castello di Peschiera Borromeo, lavora sempre con tenacia e intelligenza per dare corporeità a materie e a spessori, andando dietro alla linea del cuore., a dispetto della pandemia.

Aldo Caserini

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Panorama dell’arte lodigiana. I motivi religiosi e liturgici nell’arte di FELICE VANELLI

fELICE vANELLI NEL SUO STUDIOCeramista, scultore, pittore, affreschista, disegnatore, decoratore, all’occasione anche grafico, Felice Vanelli ha unificato, in chiave operativa e fattuale, molte delle specializzazioni che trovano efficace sintesi didattica e attualità nei corsi della Scuola di Arti e Mestieri.
Come artiere-artista ha fatto parte della generazione del secondo dopoguerra quella di Bosoni, Vailetti (Benito), Volpi, Marzagalli, Mauri, Maiorca, Maffi, Vestibile, Perego, Podini Gabelli, Mocchi; prima cioè della stagione dei Cotugno, Poletti, Bertoletti, Vailati, Mangione ecc. Oggi suoi lavori arredano abitazioni, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Negli oli, nelle sculture, negli affreschi e nelle ceramiche  alle iniziali tracce di richiamo “michelangiolesco”,  Vanelli ha fatto seguire, uno sviluppo di indirizzi figurativi più aggiornati.

La mano, la mente e il sentimento hanno tratto esperienza dalla conoscenza tecnica e culturale. Vanelli è’ stato figurativo dal primo istante, da quando per la prima volta ha messo i pennelli nel colore sulle rive dell’Adda. La scultura, l’affresco, sono esperienze arrivate dopo, e dopo ancora è arrivato il suo interesse per la ceramica. Nel ricco repertorio l’ enfasi giovanile ha quindi lasciato posto all’efficacia e all’indispensabile.
L’artista ha modellato a lungo motivi rischiosi: il religioso e il liturgico, ricavandoli dai Sacri Testi che ha collegato ad aspetti del quotidiano. Una scelta che faceva parte della sua poetica: come vi hanno fatto parte la maniera (senza manierismo), la spiritualizzazione (senza lacerazioni), la rappresentazione( senza complessità).
Le Scritture hanno animato la pittura della sua maturità. In quella su muro dava sfogo alla passione disegnativa. In scultura conosceva i segreti del rilievo – dell’alto, del mezzorilievo, del basso rilievo -.Qualità che si possono ritrovare anche in ceramica, un’arte in cui Vanelli faceva entrare in gioco elementi diversi: la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura.

Tra le ultime opere vanelliane di soggetto sacro sono da ricordare il bassorilievo sulla XVI stazione (“Gesù è sepolto”), destinato al complesso artistico “La via Crucis e la via Lucis in ceramica artistica” di San Cataldo in provincia di Caltanisetta, realizzato in duo con Angelo Pisati della Manifattura ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C.  

In Ultima cena, collocata in una chiesa di Roma  le figure sono in abiti contemporanei. Un lavoro in cui si ritrovano visione soggettiva, luce di qualità attiva, cronaca e gusto del nostro tempo. Sono anche da ricordare i quattordici cotti policromi collocati alla Cattedrale di Lomé in Togo. Una composizione di immagini sulla Passione di Cristo, in cui l’artista ha ribaltato i valori della tradizione iconica. Cristo non è accompagnato dalle figure della iconografia classica, da cavalli, donne piangenti e uomini in arme, ecc. La rappresentazione è semplice, controllata, ha una bellezza quasi soffocata dalla valenza simbolica dell’umiliazione e del dolore.
Aldo Caserini

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Ottorino Buttarelli casalese, scultore di lievitanti spessori di materia

Il nome di Ottorino Buttarelli di Casalpusterlengo è’ più popolare come presidente della “Compagnia Casale Nostra”, il benemerito gruppo che divulga la storia cittadina, che come artista. Almeno se ci si allontana troppo dal corso del Brembiolo. Forse è l’effetto della sua ritrosia, del suo carattere lirico, gentile, un raro esempio di uomo di cultura di una razza genuina e di un ambiente ormai quasi scomparso.
Nel suo studio-laboratorio c’è aria di sacro, non perché il soggetto religioso è di casa e testimoniato, ma perché è un posto unico. Nessuno ha mai pensato a renderlo virtuale. Il nome di Buttarelli in rete ha solo pochissimi post in Google. Pochissimi i  richiami, pochissimi i selfi.  A una mia richiesta di avere qualche dettaglio in più sulla sua attività, un collega giornalista mi rispose semplicemente: “ E’ un artista che odora un po’ di muffa”. Con quel “po’”pensava di segnalarsi non troppo ruvido. Tanto quello che intendeva si capiva perfettamente. Oggi interessa poco cosa un artista produca, quali opere, ma a quante persone i suoi lavori piacciono. E’, importante l’immediatezza, come si inseriscono nel presente. E’ il consumo che rende l’arte appetibile. A Casale, ma non solo a Casale, lo pensano in molti. L’arte di Buttarelli, invece, si concentra nelle forme neoclassiche, irradia meditazione e  silenzio, quando tutti noi non facciamo che parlare o urlare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il populismo d’élite che impera esige che l’arte per essere riconosciuta vincente trovi degli imbonitori. Là dove c’è  silenzio attorno, domina il pregiudizio del manufatto superato. L’arte  ha perso la sua “aurea”, un parolone che oggi si potrebbe tradurre in “sex appeal”. Il passato, la tradizione, la memoria, per molti artisti delle nuove generazioni hanno un significato pedante, complicato, il “nuovo” di oggi, dicono i contemporanei di casa, è libero, vivace, legato al momento, del resto se ne fa un baffo. Il contrario di  Buttarelli che si è sempre battuto per la conservazione del patrimonio culturale locale. Durante la sua carriera prima di insegnante poi di preside ha coltivato con discrezione la sua passione per la terra preparata e modellata e la pittura. Una volta in pensione  si è buttato a capofitto a modellare la materia (la terracotta) e a liberare il sentimento ispiratore nei colori,  prediligendo però la nobiltà del marmo. Così come le sue forme sono sempre state figurali, legate alla lentezza, alla nostalgia, alla storia e anche al rimpianto. Tradotte in “lavori” da guardare ed essi, a loro modo, che guardano te. Molti hanno il timbro della memoria, della storia, sono realizzati con mestiere acquisito (l’arte è soprattutto mestiere, ci ha insegnato Bruno Munari).A Buttarelli non sarebbe difficile fare anche dell’altro, di più audace o divertente o attualista, con alle spalle il gusto che cambia, perché è cambiata la società e con essa è cambiato il rapporto con l’arte. E’ un bene o un male? Non c’è bisogno di risposta. Lui non cambierebbe il proprio linguaggio espressivo, basta osservare i suoi lavori, disseminati un po’ ovunque: a Brembio, a Corte Sant’ Andrea, le stazioni della Via Crucis allestite nel Borgo, l’omaggio a Francesco Agello a Casale, dov’ è anche una copia della Madonna dei Cappuccini, l’altorilievo sulla Natività, il mosaico che riprende il Ponte del Brembiolo, il marmo “Tenerezza”, l’altorilievo della chiesa di Somalia, il “cotto” in quella di S.Maria a Senna, eccetera. Le citazioni potrebbero continuare. Quello di Buttarelli è un “ieri” che coglie lo spirito sotterraneo di un “oggi” ancora bisognoso di idee, di identità, di cultura, di sentirsi un po’ più sicuro quando deve affrontare la funzione dell’arte.
Laureato in pedagogia  a Parma Buttarelli vanta una ricca frequentazioni di artisti che non l’hanno costretto in pantofole: il milanese Trillicoso. il laboratorio di nudo di Lidia Silvestri all’ Accademia di Brera, lo studio di arteterapia di De Gregorio a Milano, la scuola d’arte Gazzola a Piacenza con i pittori Donà e Scrocchi e lo scultore di Vigolzone Paolo Perotti. La pittura e la scultura non sono per lui  solo un mezzo di comunicare idee, ma di trasmettere emozioni, poesia, il solo modo di essere e di vivere. Nella pratica e nella qualità egli esprime l’accordo tra la verità fenomenica di impressione ed emozione e la verità ideale ch’ egli realizza nei lievitanti spessori della materia. Il vitalismo, l’enigmatica metafisica, la nostalgia umanistica, il naturalismo, sono  fasi del suo percorso artistico e culturale, in profondo collegate e rese coerenti dalla tensione al traguardo poetico ed esistenziale dell’arte.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: MAURIZIO FUSARI, l’immersione di ori, argenti e metalli nel mondo dell’arte

Le vite di orafi-cesellatori eccellenti quali i Fusari – dall’ “orgoglioso” (del proprio lavoro) Giuseppe, il capostipite, al tranquillo e compiaciuto Maurizio suo figlio che dall’inizio del nuovo secolo conduce l’atelier di Graffignana -, oltre ai risultati d’impresa (notevoli per qualità, continuità e quantità) –  costituiscono un colloquio di cultura e progressione, di estetica ed etica, secondo la formula cara a questi “maestri” artigiani-artisti che dai colli banini hanno arricchito di tasselli, meglio, di capitoli, la collaborazione con scultori italiani, anche di fama mondiale.
Tra i “distratti” lodigiani ci corre l’obbligo di citare le istituzioni (gli enti locali, le fondazioni bancarie, le organizzazioni culturali, l’informazione sbadata) alle quali ci par legittimo chiedere di marcare il proprio interesse organizzativo anche con le forme meno pubblicizzate d’arte, di far conoscere l’evoluzione artistica di Maurizio Fusari, un vero interprete di dettagli (linguistici, visivi, creativi) e autore di risultati di precisione meticolosa e di creatività in senso non decorativo.

Una decina di anni fa a Lodi venne curato da CNA un Repertorio di artigiani-artisti lodigiani per conto di Regione Lombardia, al quale prestammo collaborazione giornalistica. Aiutò a dare luce a questa famiglia di “modellatori” e autentici protagonisti (in chiave contemporanea) del  cesellare, arte che fu praticata dai grandissimi Giberti, Pollaiolo,  Cellini e che Maurizio Fusari ha ripreso in chiave modernista ( ultimamente ha realizzato una serie di interessanti Paesaggi lunari) procurando prestigio a un Lodigiano come sempre distratto da non avergli ancora riservato attenzione al di la delle parole.
In momenti difficili come gli attuali, la passione per l’esercizio artistico, può dare senso di concretezza all’artigianato artistico, dove, notoriamente, non tutto è mai stato perfetto, soprattutto con gli avanzamenti tecnologici, che nei decenni trascorsi hanno diffuso produzioni seriali e fatto smarrire  l’importanza della qualità e delle distinzioni estetiche.
Nell’abc di molti, oggi, sembra stia ritornando d’attualità definizioni quali “artigianato artistico”,  in passato marginalizzate dalla complicata ragnatela tra mondo dell’arte, mondo della moda, fabbricanti e venditori di monili e ornamenti preziosi. Ora si torna a fare appello a quelle “nicchie” di sopravissuti che per loro intrinseca natura possono ridare immagine e contenuto, fiducia e certezze a certe realizzazioni. Una di queste “nicchie” è senz’altro rappresentata dagli oggetti in metalli preziosi creati dalla A.O.G.. Dal 1999 la titolarietà del laboratorio è passata al figlio d’arte Maurizio, rivelatosi immediatamente un vero autentico creativo, artista di modelli di alta qualità e visione. Oggi egli è conosciuto e affermato in Italia e nel Mondo, più di quanto non lo sia nell’Alaudense: suoi lavori sono stati esposti al Museo Guggenheim di New York e al Parlamento Europeo) e l’autore è diffusamente stimato per le sue doti operative e la capacità di conferire impronta personale  ai modelli su disegni di artisti, e, spesso, su qualche semplice indicazione delle “firme” famose che a lui ricorrono.
La validità di Fusari figlio si è sempre manifestata con evoluta bravura. Fatta di maestria, padronanza strumentale, esperienza, originalità e fantasia, da imprimere alla propria produzione connotazioni di artisticità.
Oggi la sua maestria e le sue capacità sono  diffusamente identificate riconoscendo all’artista orafo lodigiano conoscenza, storia, sensibilità e abilità manuale, insieme a una consapevolezza: che un artigianato artistico limitato alla pura imitazione e riproposizione non può procurare appagamenti durevoli.
In oreficeria non c’è un percorso facile. Già lo spiegava, con molta chiarezza, il Vasari nelle sue “Vite”: al cesellatore gioielliere chiedeva impegno assoluto, attenzione in ogni procedura, analisi di ogni risultato, padronanza assoluta degli strumenti e conoscenza perfetta dei materiali. A fianco del padre e di Giò Pomodoro, Maurizio ha intrapreso l’arte del cesellare in oreficeria ed oggi ha il vanto d’essere una delle figure chiave e di riferimento dell’arte orafa lombarda e italiana. La personalità d’artista  ha caratteristiche di distinzione: una manualità eccellente e il piuttosto “povero” contenuto di tecnologie, nel senso ch’ egli usa strumentazioni e metodi tradizionali, lavora al banco come facevano i grandi maestri del passato.

Maurizio Fusari  ha collaborato e collabora con nomi prestigiosi dell’arte italiana, tra questi, oltre col già detto Giò Pomodoro, Salvatore Fiume, Aligi Sassu, Eugenio Carmi, Pietro Consagra eccetera che, in vita, gli hanno affidato la realizzazione di loro progetti artistici.
E’ difficile fare sintesi (giornalistica)  di tutte le tecniche di lavorazione in cui  l’artista lodigiano eccelle: assemblaggio, prerifinitura, rifinitura, saldatura, incassatura, smaltatura, cesellatura, pulitura… Non basterebbe neppure, dal momento che la sua bravura ha sempre una vicinanza straordinaria con le doti dell’artista. Maurizio Fusari contempera e riassume fermenti di idee. simboli trasformati, il concreto e l’astratto, l’intuizione e la logica, la formula e il cromatismo eccetera.

Modellare metalli preziosi , è solo una parola. Si fa presto a dirla. E’ come a dire scolpire, incidere, dipingere. Ma cosa significa rappresentare quanto è in un  disegno, lavorare fino a ottenere l’oggetto illustrato è procedura varia e complessa. Dietro, c’è tutto il resto (e non è poco). Tra quello che rimane ci sono i requisiti che distinguono il bravo artigiano “specializzato”, che si ferma alla realizzazione, al campione e alle schede tecniche, e l’artiere, l’artigiano-artista, che sa aggiungere alle competenze tecniche e strumentali, l’orientamento estetico, aggiunge riconoscibilità artistica, di stile e di gusto al risultato finale.
Oggi Maurizio Fusari  realizza e firma gioielli e sculture tutte sue : “Era inevitabile che arrivassi a dire la mia…”, dice. Nel suo curriculum figurano esposizioni a Strasburgo,  New York,  Monte Carlo, Dubai, Istanbul, al Museo del Diamante di Anversa.  Attualmente collabora con la Galleria Luca Sforzini Arte di Casteggio.
Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. ELEONORA GHILARDI

Eleonora Ghilardi, da tempo trasferita e operante a Lodi con un proprio laboratorio in via Massimo d’Azeglio, si è fatta conoscere come artista plastico, esperta nell’arte del gioiello, del fashion designer, ma anche come scultrice, ideatrice di complementari d’arredo e abile ceramista-porcellanista che sa destreggiare la materia con sapienza manuale, individuando soluzioni di continuità che la contrassegnano in senso contemporaneo. La Ghilardi dipinge e scolpisce, colora e modella, passa dalla porcellana alla ceramica, al vetro, allo specchio, fino alla seta e alla carta, sperimenta le tecniche più varie e personali, crea manufatti di alto artigianato che stimolano la fantasia e l’interpretazione, evocando emozioni ogni volta diverse._ Muovendosi su fronti diversi d’interessi e d’applicazioni – dall’espressione alla sperimentazione dall’elaborato designer. al risultato artistico e fashion è difficile individuare i momenti di sua maggiore espressività e interesse. Le sue opere sono presenti in collezioni private italiane e straniere e hanno raccolto riconoscimenti e premi in vari concorsi. Suoi gioielli sono stati selezionati per importanti mostre, tra cui quella tenuta qualche anno fa a Palazzo Reale di Milano. Allieva del faentino Giovanni Cimatti, è attiva da tempo sul fronte della creatività artistica, da subito dopo il conseguimento del diploma di “maestra d’arte” all’Istituto di Design di Bergamo. Da Cimatti ha appreso con ricchezza e varietà tecniche e forme: foggiature, smaltature, rivestimenti, applicazioni a secco o fuse, disegno da toccare, paper clay (tecnica che richiede attenzione nel colaggio e nell’assemblaggio), decalcomania (procedimenti in grado di generare sorprendenti immagini ed effetti artistici), gres, porcellana, vetro e altri svolgimenti che sarebbe lungo elencare e che costituiscono la penetrazione della sua esperienza quotidiana, il patrimonio di una originalità tecnica e artistica di funzionale sensibilità. Un quarto di secolo di esperienze anche intense, condotte su un fronte ampio, dal pensiero all’immagine, dal disordine-ordine all’invenzione alla razionalità, dalla materia grezza ai collaggi agli assemblaggi, hanno liberato in lei fantasia e personalità, e dato significato culturale e senso vivente alla sua produzione, integrando l’intuizione e l’immaginazione con l’esperienza. Chiaramente, i suoi sono lavori ben diversi di quelli di chi pratica senza metterci le mani, confondendone i campi: il decoratore con il ricercatore artistico, l’artigiano con l’artista, il recupero storiografico e l’artisticità autonoma, il carattere seriale con il carattere soggettivista. Scontatatamente la nostra attenzione non può che soffermarsi sulla ceramica artistica, attività oggi in crisi per ragioni di sopravvivenza, ma anche perché ai problemi dell’autonomia e della funzionalità dell’arte sono pochi gli artisti che vi prestano attenzione. Dopo avere riflesso dentro sé modi diversi e a volte molto sottili, frutto di un certo eclettismo culturale, la ceramica moderna è giunta a una specie di esaurimento. Anche se poi rispunta sotto forma di “pittura a ceramica”. Come accade, a volte, in certi pannelli (porcellane-collage. argille-smalti, collage-ingobbi) di Elena Ghilardi, lavori destinati a spostare l’ attenzione più sul mestiere – sull’ arredo, sulla la pittura di ceramica per amatori e collezionisti -, mentre l’artista afferma una propria posizione tecnica che da valore alle mani che plasmano, piegano docilmente la terra alle proprie anse e fanno ricevere l’impronta che da significato. Scultrice, ma non solo, anche designer, pittrice (pure di stoffa), è presente nel campo del vetro con proprie forme e vasi. Vincitrice di un’edizione di Lodifaceramica e l’anno passato ha realizzato anche il famoso piattino di San Bassiano. La Ghilardi si è inoltre impegnata in modellazioni della porcellana con tecniche innovative (paper-clay, gres, terre sigillate, smalti, collages). L’intensità del suo rapporto con la materia, la differenzia nel riflettere nei risultati l’idea di funzionalità tecnica e comunicativa. (Aldo Caserini)

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Panorama artistico lodigiano. GIANNI VIGORELLI: “Senza la scultura la mia storia non esisterebbe”

Gianni Vigorelli in uno scatto di Franco Razzini

Sono passati più di venti anni (esattamente ventidue) dalla morte dello scultore lodigiano Gianni Vigorelli (1016-1998). Per una settantina d’anni la scultura è stata impiegata da questo lodigiano allievo di Francesco Messina e amico di Ettore Archinti, per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Nel fuoco dell’esercizio creativo, lo ha fatto con una coerenza, in un rapporto stretto e necessario, che sarebbe impossibile non tenere viva la sua opera nel contesto dell’arte territoriale. Vigorelli non è stato conosciuto e valorizzato in vita come avrebbe meritato. Un po’ per colpa sua, che non ha mai sofferto la fregola di esibirsi, tranne che in pochissime “uscite” di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli perfino rinunciare a una partecipazione alla Biennale di Venezia; infine perché, lo confessava lui stesso, i “meccanismi” che si erano affermati tradivano le sue convinzioni di artista. Era moderno, e lo dimostrerà introducendo strutture romboidali (a losanga), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc., ma nel mantenere anche il rapporto con la forma, cercava spiegazioni dell’evoluzione artistica, nella rottura dei valori ottocenteschi senza rituffarsi nelle vertigini romantiche. Il suo rifiuto del romanticismo è stato netto, in transigente, non quello della realtà. Riconosceva nel reale il contenuto dell’opera, quando ovviamente non ne tradiva i caratteri ma ne metteva in evidenza i valori.
In tutti questi anni, delle sue opere si è parlato poco, non come la sua arte avrebbe meritato. Anche se mostre, biografie, riscontri critici non gli sono mancati. Di Vigorelli hanno puntato a far apprezzare, attraverso la scultura, l’idea dell’arte, come arte delle idee, non secondaria alla crescita civile della società.
Negli anni ’90 , in occasione di una retrospettiva al San Cristoforo uscì da Pomerio un libro che ha mantenuto un’invidiabile freschezza nelle analisi delle sue opere. Tino Gipponi, l’autore, vi ha recuperato considerazioni già precedentemente espresse, ma d’attualità.
Vigorelli è stato un uomo di poche parole. Una delle poche parole che amava pronunciare era “umanesimo” insieme a “pietas”. Ricusava perciò l’ipotesi, allora di moda, della “morte dell’arte” poiché, spiegava, sarebbe stato sinonimo di “morte dell’uomo”.
Sul finire degli anni ’60, l’accanita polemica che accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di divulgazione in città di forme che raccoglievano le provocazioni (nei caratteri e nelle tendenze) dell’arte moderna. La sua fu una autentica “sfida” in una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica allineata ai tempi. E’ tra gli anni settanta e ottanta che la scultura si fa conoscere meglio ( e in modo forse eccessivamente generico), da darsi una diversa immagine attraverso Staccioli, Mauri, Corsini, Canuti, Suzy Green Viterbo e i giovani Costa, Tatavitto e Chiarenza, che impressero una svolta postmoderna, contrassegnata anche dalla presenza di sculture “accettate” di Franchi, Ceglie, Vanelli, e, più tardi, di Fabbri e Bernazzani).
In tale contesto Vigorelli rimase però un esempio non seguito, con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi, riconoscibile nelle sue madonne o maternità, dal “chiasmo” delle mani e della vicinanza, dai richiami a elementi di stile arcaici, dalle strutture a volte romboidali (a losanga), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste. Ritrovando però occasione per  passaggi e recuperi a un’arte svincolata dall’invenzione affidata alla linea e alla losanga, ma anche al “rapimento” della forma neoaccademica.
La mostra che Gipponi curò nella occasione del centenario della sua nascita risultò preziosa: per i dati oggettivi, di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” che seppe dare delle fasi più significative e personali della ricerca dell’artista, la tensione stilistica e l’approfondimento di soluzioni formali liberate in un limpido ductus di stile culturale.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano : FLORIANO FABBRI, SCULTURE TRA L’IRONIA E IL DRAMMA

Floriano Fabbri scultore romagnolo di Modigliana, feudo dei conti Guidi nel forlinese, ex-insegnante dell’Istituto d’arte Piazza, residente con famiglia a Lodi e attività a Russi nel ravennate, i lodigiani ebbero modo di conoscere la sua arte in una mostra di trent’anni fa all’ ex-chiesa dell’Angelo dove furono presentate sculture in legno policromo, legni, gessi e terrecotte, e, contemporaneamente, al centro culturale Vanoni dove lo scultore espose bozzetti, disegni e principalmente paesaggi pittorici, che qualcuno di sicuro ancora ricorderà per le suggestive incantazioni. Chiamato dalla propria attività a Russi, comune confinante con Bagnocavallo, dove, tra l’altro, iniziò appena venticinquenne, il proprio curriculum espositivo, il contatto dei lodigiani con l’artista si è perso, non l’impronta del suo soggiorno lodigiano, cadenzato dalle cronache d’arte sul quotidiano locale che lo facevano ritenere (dai lodigiani)  “quasi” uno dei loro.
Sessantenne a breve Floriano Fabbri, da quaranta in attività come affreschista (premiato a Monza alla rassegna internazionale dell’affresco nel ‘77), pittore (Premio Guttuso a Venezia nel ’78) e scultore apprezzato in Italia e all’estero, in particolare in Svizzera e Germania, è uno dei pochi scultori contemporanei che si possono vedere e rivedere senza il rischio di annoiarsi.
Nel panorama di instabili funamboli della sua generazione e forse anche di quelle che nei decenni portarono all’azzeramento dei linguaggi, all’opera-ambiente, all’arte-povera, all’arte che si fa con tutto, Floriano Fabbri si muove “controcorrente”. E’ persino difficile nelle forme e nelle trame del suo repertorio attribuire eventuali richiami, sedimentazioni, influenze, neppure di coloro che lo hanno a lungo seguito come Zancanaro e Cortellazzi. Piuttosto, la sua è una proposta di scultura che ha la qualità della linea personale, riconoscibile, integra e solida nella plasticità e nelle fisiologie dinamiche.
Pur considerando la vivacità e la qualità dei tanti episodi presenti in scultura, il romagnolo non ha mai rincorso, e probabilmente non rincorre, l’inatteso, il sorprendente, il provocatorio. Si è opposto, sempre, nei fatti, agli stravolgimenti dello sperimentalismo fine a se stesso. Scelta la “stabilità” della scultura a confronto delle instabili trasformazioni, da anni insiste su un percorso di linearismo con spunti tematici “dal vero” che lo obbligano a mantenere il contatto con il colore e a fare come avevano fatto la statuaria greca e quella lignea. Su questa via ha intrecciato anche una sorta di dialogo tra il presente, il classico e l’espressionismo.
Le ultime mostre delle quali si era avuta notizia hanno permesso di approfondirne il linguaggio. Quella di Fabbri è una ricerca autonoma e personale anche se carica di “echi” della storia dell’arte, Non è mai il “mito” ad emergere, bensì la capacità “classica” di vedere ogni cosa con ironia e di coglierne le diverse dimensioni: lo stupore, il sentimento, il mistero, l’eccesso, e insieme il dato di costume o sociale o psicologico.
Ciò che propone Fabbri è un’arte spogliata da ogni tono retorico, spostata sul versante del realismo espressionista. Mantiene l’uomo al centro delle relazioni anche quando il dato fantastico può suggerirgli qualche facile escamotage surrealista. Sotto le relazioni di amore, di passione e di sangue, c’è la storia: un po’ della sua storia personale e molta storia universale. Nelle sue figure, alcune a un passo dalla stilizzazione, ad essere comunicata è la realtà della vita con un filo di ironia, introducendo elementi strutturali energici e una dinamica plastica qualificante. Sono la risposta di Fabbri alla crisi della scultura. Non adagiandosi nell’equivoco di un realismo spento e conformista, né all’astrattismo inespressivo degli assemblaggi e delle tecnologie, egli cerca nell’economia della narrazione plastico figurale le ragioni stesse di una nuova e moderna espressività.
Infine, nei marmi ritrova il mestiere e l’idea (mai dimenticata) che la scultura debba essere scolpitura, debba creare una forma netta e precisa. Sembrava riscoprisse Martini, ma in altrilavori sembrò avvicinarsi al simbolismo wildtiano, a un espressionismo venato di reminiscenze classiche, a una scultura che non è tanto per gli occhi ma per l’anima.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: MAURO CEGLIE: La scultura come disciplina classica e moderna

Lo scultore lodigiano Mauro Ceglie al lavoro sull’opera presentata in Biennale

Ceglie, sessantacinque anni è uno scultore succoso, ricco di contenuti, che nell’ attuale situazione italiana, ha saputo e sa, per sostanza e linea di sviluppo, spostarsi controcorrente, senza cadere nell’ eccentrico o nella stravaganza

Nella confusione dei linguaggi, segno distintivo della Babele che domina il mondo delle arti, è un artista che riesce sempre a sorprendere per la sua coerenza e a distinguersi nella selva degli attori sui generis. Nelle sue tappe fondamentali della sua carriera si “legge” la lezione dei “protagonisti storici” dell’integrazione di materia e forma. Dei Perotti, Messina, Crocetti, Martini, Fabbri, Fazzini, del primo Mastroianni e dell’ultimo Vangi, dei quali ovviamente Ceglie non è discendente, ma dai quali – in particolare dal primo, suo maestro al Gazzola di Piacenza, e dal secondo, con il quale ha collaborato per tre anni, dopo aver frequentato l’Accademia di Venezia ed ha perfezionato il suo apprendistato -, ha ricevuto stimoli e suggerimenti, che si possono cogliere in scarse eco di disciplina e proprietà classica di sapore moderno.

Le figure – icone sacre, nudi, cavalli, ritratti, ballerine, composizioni, – plasmate nel bronzo, in alcuni casi arrotondate nel marmo, da dare guizzo al corpo e fremito ed esaltare con la percezione tattile, in altre di solido richiamo realistico e d’ispirazione religiosa, mettono in evidenza un percorso a cui va riconosciuta una costante e ascendente conquista di vita insieme con una costante e ascendente conquista espressiva.

Nato nell’ubertosa piana di Santo Stefano Lodigiano e opera a Corno Giovine, si colloca per intima persuasione fuori d’ogni forma di sperimentalismo tout court, ignorando consapevolmente le formulazioni estetiche più recenti. Non per questo ha rinunciato a indagare e saggiare forme nuove, con risultati di viva attualità.

L’aver saputo, per scelta critica, mantenersi a distanza da coloro che il linguaggio della scultura lo fanno ormai con tutto gli dà facoltà di trovare in certi marmi e in certi bronzi e anche mixage, particolari poco convenzionali e di diversa corrispondenza linguistica, senza infrangere i valori formali nei quali Ceglie si riconosce, senza dare origine a situazioni eterogenee.

Nei nuovi sistemi di produrre, gli scultori contemporanei cambiano spesso squadra per ciascun obiettivo da raggiungere e del contratto più remunerativo. Lo scultore lodigiano, invece, non cambia abito. Mostra una coerenza che registra, senza dichiararlo, avversione per certa arte che racconta una storia fatta senza logica né principi.

L’attualità della sua opera si fonda, invece, sulla convinzione irriducibile dell’uomo e dei suoi valori, della sua indivisibile e visibile identità fisico-spirituale. E’ una convinzione morale, intuitiva, intellettuale e poetica, da cui nasce anche quel senso della continuità che in alcuni manufatti è segno vivo di tensione e di modernità.

Nella gestazione del proprio operato scultoreo egli conserva all’immagine una essenzialità compositiva che coincide col sentimento che l’artista ha della figura: di ispirazione spontanea, spogliata da superfluità, modellata con sensibilità, senza ispessimenti di procedimento o di mestiere, diretta nella comunicazione. Risultato dell’impulso emotivo che da spinta al processo creativo.

Aldo Caserini

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“CANTICO” / Un pocket book sulle sculture di Marcello Chiarenza

La Pro Loco Maratti di Camerano, un borgo sulle colline del Conero, ha pubblicato dopo un pugno di altri piacevoli volumetti, quest’ultimo pocket elegante costruito sulle fotografie della milanese Laura Fantacuzzi e di Fabrizio Schiavoni, che contribuisce a svelare le “parole chiave” che hanno suggerito a Marcello Chiarenza una serie di sculture tematiche che richiamano assunti tipicamente francescani.
Marcello Chiarenza è artista di radici siciliane, nato nel 1955 si è laureato in architettura al Politecnico di Milano ed opera nel campo della figurazione simbolica. A Lodi si è trovato a casa propria, seminando un’arte che va molto al di la dei confini di campanile. Oggi svolge infatti l’attività di scultore, scenografo, conduttore di laboratori, autore e regista teatrale in giro per il mondo, in prestigiosi contesti.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è un libro da vedere e da leggere; un pocket book di una ottantina di pagine che combina immagini di esemplare linguaggio fotografico e pensieri messi al loro posto, veri e propri stralci del “nutrimento” del “Cantico” che conferiscono a nuclei significativi di sculture, la difesa da equivoci e fraintendimenti. Grazie anche ai contributi e ai saggi dello storico Angelo Mondali, di Roberto Lambertini, del dipartimento di studi umanistici dell’Università di Macerata, del Cardinale e Arcivescovo Metropolita Edoardo Menichelli, del Vescovo Ausiliare di Milano Paolo Martinelli, dell’Ordine dei frati Minori Cappuccini, che attraverso una serie di passaggi, risolvono nella chiarezza sfondi teologici, antropologici, spirituali, psicologici che costituiscono il terreno comunicabile del pensiero di San Francesco.
Il libro dedicato alle sculture di Chiarenza, conferma che esistono ancora libri, magari piccoli di dimensione, in grado di diffondere non solo rappresentazioni, idee, nozioni capaci di farsi amare ( o avversare) per le idee che hanno mosso le forme espressive, ma anche di vincere i pregiudizi, cioè le idee che ciascuno possiede prima della lettura di un libro o ponendosi davanti all’opera alchemica di un artista.
Non c’è profezia se non come infrazione di un ordine, dice un detto popolare. Ma non c’è neppure il progresso se non c’è l’ascolto della profezia, dice sempre la filosofia popolare.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è giocato su registri forti e d’attualità, come sempre è per il registro religioso quando non è troppo preso dalla visione devozionale.
Scritto da testimoni del pensiero francescano e arricchito dalla ebbrezza creativa di un artista attratto dalla “metafisica”, richiama l’attenzione sulle piccole cose, sul loro senso e la loro qualità di simbolo e fa riflettere su quell’al di là che la società-mercato ha sostituito con lo scintillio del denaro, afferma l’urgenza di un ritorno semplice dell’uomo con la natura.
Alla fine “Cantico” fa dire che la scultura presa in esame è un’arte che mette il fruitore in contesa con le forme del tempo, che afferma appunto l’esigenza di uno “spostamento dello sguardo”. L’ opera di Chiarenza è orientata ad affermare non tanto la perfezione evangelica o le regole dell’ordine dei fratelli, ma piuttosto a denunciare attraverso la semplicità e povertà materico-formale ciò che è radicalmente mutato nella contemporaneità; e cioè la percezione del mondo che non offre più il richiamo delle cose (delle piccole cose) perché tutte le cose sono risolte negli equivalenti di business.

 

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