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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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La piazza e il duomo di Lodi in una serie di acqueforti di Teodoro Cotugno

Figurarsi piazza maggiore di Lodi senza il “suo” duomo che si erge imponente dopo i restauri di Alessandro Degani. Impossibile! Il centro geometrico e la sede primaziale vescovile sono due soggetti vincolati. Qualificano la rappresentazione visiva, sprigionano suggestione, il sentimento simbolico. Danno sintesi visiva a componenti figurative, che non si compiacciono solo di armonia, proporzione, equilibrio,. La spazialità della piazza, la sua dimensione e direzione, dilatano criteri di lettura dalle costanti culturali architettoniche e urbane alle dimensioni “umane”. Come un grande quadro storico che risucchia l’ habituè frequentatore o il visitatore.
Fa dispetto prendere atto che non basta più a farne tema d’intervento per gli artisti locali che pare averlo dimenticato. Solo perché appartengono a una “bellezza precedente”. Oggi la pittura è fatta di artificio, il soggetto non conta o conta appena appena. Lo diceva già cento ’anni fa Apollinaire. Piazza e cattedrale non attirano l’esercizio pittorico. C’è un solo bastian contrari, Uno che con punte, raschietti, lastre di zinco e rame, vernici e colle, tirando sul suo tornio a mano, con immediatezza crittografica ne salva i valori iconografici e ambientali con fresche magnetiche acqueforti.
Non serve farne il nome. Con l’autorevolezza che gli riconosce tutta Italia, Teodoro Cotugno ha esteso il soggetto a tema, un cammino a rebours che rischiara la memoria e convince artisticamente per la scrittura incisiva, a tratti veloce, a tratti complessa, mai brusca, sempre cordiale, con cui riempie fogli dell’immagine della piazza: sotto la neve, aimata dal mercato del giovedì, osservata da una coppia, impreziosita dal protiro della cattedrale, cogli effetti discreti e suggestivi dai campanili, dalla realtà quotidiana che si svolge sotto; accentuando  il chiaroscurale con l’ordito da una fitta rete di segni. I fogli rivelano la poetica dell’artista, impegnato a tradurre in incisione calcografica i luoghi e i monumenti di maggior prestigio della città (il duomo, l’Incoronata, San Francesco, il Broletto, il Torrione, il Castello, le Baste, angoli e rovine storiche,  particolari della natura ecc.). Primeggia con una grafia (quella della punta e dell’acquaforte), quanto mai varia e ricca, che estende all’espressione e alla comunicazione con distesa mobilità e andamenti paralleli. L’acquaforte è per lui un linguaggio eloquente, incisivo, che usa con insistita eleganza, e a volte con disinvolta spigliatezza di segno, e una  bianca o appena sfiorata  tonalità,
Rappresenta  un mondo in parte “inventivo”, alimentato da una cultura progressiva di innovazione del segno inciso, così come di quello stampato, che l’artista lucidamente sperimenta e fa coincidere con le esigenze delle sue idee. E’ un mondo descritto  con commosso rigore compositivo e filtri luminosi e cromatici da cui esala la poesia del silenzio.
Nelle acqueforti sulla piazza e il duomo insieme ai particolari descrittivi non si fatica a godere la poesia complessa e ispirata di una intera città.

Aldo Caserini

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Libri. Il debutto in scrittura del casalino Andrea Faliva. Un libro contro bullismo e razzismo nelle scuole e nello sport

Come scrive lo spezzino Alessandro Zaccuri,  saggista, scrittore, poeta, inviato culturale, giornalista di Agorà, la pagina culturale di Avvenire, autore di Citazioni pericolose, Milano la città di nessuno, Dopo il miracolo,  un romanzo è più della storia che racconta. “Non che la trama non serva, pur non mancando gli scrittori che della trama fanno a meno senza che il lettore neppure se ne accorga: Ma anche quando una storia c’è (ed è magari la storia di una vita) molto dipende dal modo in cu si sceglie di raccontarla” (Agorà, 11 agosto).
C’è dunque chi scrive trascendendo i propri pensieri e si affida al linguaggio e chi  intende offrire qualcosa di più di un semplice enunciato.

Due sono le domande che l’esordio in scrittura del casalino Andrea Faliva – 23enne, universitario alla Bicocca, allenatore della Juventina 2007, giornalista sportivo, relatore della Associazione Donatori Midollo Osseo di Lodi – pone come fondamentali: ”Che cosa?” e “Come?”.
Cosa cerca di dire “Il bel giorno che conobbi Nelson.? ( Dialoghi editore, Viterbo, luglio 2020). A colpire maggiormente è il messaggio. La trama, dapprima sviluppata in modo apparentemente lineare fa poi affiorare riflessioni fondamentali, d’attualità. Lasciati gli accorgimenti retorici dello scrivere l’autore  fa circolare con le esplorazioni le riflessioni, fa emergere la dimensione intellettuale del discorso: un ragionare che scava aspetti che sono a volte indisponenti e rischiosi, spesso aggressivi e violenti, presenti nello sport dei giovanissimi, ma anche nei comportamenti della scuola e della famiglia, considerati spazi protetti, di formazione e crescita, di relazioni sociali e apprendimento,
Il protagonista de “Il bel giorno che conobbi Nelson”  ha nome  “Momo” Un nome che fa subito andare al Momo del libro fantastico per l’infanzia del tedesco Michael Ende che è tanto piaciuto agli adulti. Ma non c’è rapporto. Il personaggio di Faliva è un ragazzo dalla figura verosimilmente reale mentre quello di Ende è una bambina di fantasia, che vive in una città dove ci sono templi dorati, alti palazzi di re e imperatori e grandi mercati,  Momo è un ragazzino di prima media, arrivato dal Senegal in provincia di Bergamo, che dopo avere attraversato col padre il mare e i suoi pericoli in cerca di un “futuro”, una volta iscritto a scuola deve fare i conti con pregiudizi, preclusioni, tabù di coetanei che sembra odino il colore.
Il bullismo  è un fenomeno diffuso nelle scuole, ed è una delle chavi che crea tensioni tra il ragazzino e i compagni; non è la semplice manifestazione di immaturità di una certa età, ma l’affiorare di una forma di dominio, di controllo. Le sue manifestazioni, prima ancora di atteggiamenti di rivalità e competizione, contiene tassonomie razziste di distinzione. Un fenomeno non solo della scuola frequentata da Momo, ma che avviene anche nella pratica sportiva, dove si afferma come demarcazione di confine razziale, fisico ed anche estetico, da  evidenziare la natura costruita e ideologica, tra l’altro manifestata dalla preoccupazione ossessiva alla individuazione dei “clandestini” degli “invasori” degli altri, i “non bianchi”.
La segregazione residenziale e l’ostilità dichiarata a una educazione non differenziata, agiscono a loro volta come fonte di identificazione e mobilitazione politica a favore di chi punta su un riequilibrio delle disuguaglianze e delle pratiche inique.
Sono questi i temi hanno dato spinta ad Andrea Faliva, di mettersi a raccontare “la piaga sociale del razzismo” a scuola, nello sport, in famiglia, in politica, nella società.
Lo scrittore fa intendere come scuola e sport, che i media enfatizziamo come  momenti di unificazione e integrazione, sono in realtà anche momenti di maltrattamento e forme di intimidazione.
I piccoli sono spesso quel che sentono dire in casa dagli adulti, mentre in classe il bullismo all’interno delle classi è fenomeno “silenzioso” praticato subdolamente da accorgersene  a fatti accaduti.
Nel racconto di Faliva è una partitella di calcetto a scoperchiare la natura delle rivalità esistenti tra Momo e Marco leader della scuole. Dall’analisi dei comportamenti lo scrittore fa maturare riflessioni di carattere generale e coinvolgenti: perché anziché invocare lo psicologo non si raccontare ai bambini e ai ragazzi la storia di Nelson Mandela?
Momo e suo padre – dice lo scrittore – non sono “migranti”, ma “uomini e basta”. In un contesto sportivo che lo comprenderà e lo stimolerà, Momo riuscirà alla fine a liberarsi della nostalgia della sua Africa, a farsi trascinare dalla scuola che prima voleva abbandonare e ad arrivare alla laurea. Diventerà avvocato e fonderà una associazione per assistere immigrati ed emarginati. Gli immigrati cesseranno di esistere  come “persone di colore”.
E’ un buon esordio quello di Faliva. Una sorpresa. Per contenuto  e stile di scrittura che rivela capacità di suggerire qualcosa “tra le righe”, di trasmettere un messaggio a livello profondo, visivo e allegorico.
La rappresentazione è in parte polifonica (l’ambiente sportivo, l’ambiente educativo, l’ambiente formativo, l’ambiente sociale), non sensazionale in termini di trovate narrative, ma di solida verosimiglianza psicologica.
Il suo è un libro che si legge con interesse: mette in evidenza le ritualità attraverso le quali il razzismo si avvale delle forme di bullismo per diffondersi. Ad esse contrappone un percorso di formazione all’accoglienza e alla accettazione, ad educare i bambini attraverso fiabe e racconti a comprendere l’importanza dei  valori contenuti nel messaggio di Mandela. Per il quale l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo[…], e una buona testa e un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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Libri: “Le strade dell’Apartheid” del fotografo Luca Greco

Le strade dell’Apartheid è un libro di fotografie del molisano Luca Greco, editato da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, presentato ai lodigiani nel cortile del Caffé Letterario a cura della Libreria Sommaruga. E’ un reportage di un centinaio di pagine che documenta la quotidianità di  tre popoli oppressi e schiacciati (i palestinesi, i nord irlandesi, i sahariani).
Classe 1979, nato a Termoli, sindacalista Cgil della Funzione pubblica, dottore di ricerca in filosofia teoretica, educatore, presente nell’ambito sociale,  no global, volontario e cooperante, nel suo libro da qualche mese nelle librerie, ha fermato l’obiettivo sui luoghi e i volti della gente nelle cui espressione è marcato il dramma vissuto e presente nei ghetti a causa delle guerre, del  razzismo,  della segregazione forzosa,dell’ allontanamento dalle proprie terre d’ origine; fa scoprire il filo che lega le loro storie.
Nei suoi scatti non c’è soltanto quello che si è visto proiettato, commentato e dibattuto durante la serata, ma la denuncia della condizione umana in cui sono lasciate vivere popolazioni  che  Greco ha avuto modo di conoscere in maniera molto approfondita, e di registrarne fotograficamente le condizioni di vita.
Il suo libro è una registrazione della continua e progressiva privazione della liberà di uomini e donne senza nome e senza diritti, da parte di altri uomini dispotici. A dire il giusto è un libro didattico, che offre uno scossone alla nostra  predisposizione a dimenticare.
Selezionando nel mare di immagini scattate in quei paesi Greco ha scelto le  più funzionali a un certo tipo di costruzione, in grado di offrire, attraverso frammenti di registrazioni fotografiche un quadro sociale, politico e umano che permette di  recuperare la realtà presente nel vertiginoso reticolato della memoria.

Oggi si sa che neanche con la fotografia queste registrazioni e questi recuperi sono neutri, anche se la fotografia e i pregiudizi pseudoscentifici ce lo possono far credere. Ma è sull’onda di una emozione e di una reazione mentale che il fotografo decide di fare una fotografia. Come fanno le emozioni vissute che “marcano” le esperienze  e ne dirigono il recupero. Nel  suo archivio di foto scattate e rimaste lì, Greco ha selezionato  quanto aveva visto e registrato durante i suoi viaggi in quei territori disperati, componendo degli  assemblaggi tematici, geografici, su quei  disperati che un’altra parte di mondo ”democratico” finge di ignorare.
Le strade dell’Apartheid  è un libro di immagini che “parlano” e convincono, non di quelle che si considerano “belle” tecnicamente e che fermano “attimi” di leggerezza anche quando riprendono un cadavere. terra. Sono il risultato di scatti che esprimono e sollevano  inquietudine, non incantano o dilettano per gusto estetico pur avendo in sé una certa pratica fotografica. Sono immagini che inducono alla riflessione, fanno pensare, non sono uno “specchio vuoto”, per dirla con Ferdinando Scianna. La raccolta non abbaglia ma scava, aiuta ad andare dentro ai percorsi della storia, ai diritti calpestati dei popoli, alle loro sofferenze. Scatto dopo scatto, le immagini  producono sensibilità nella coscienza , spingono a chiedersi “perchè?.
La fotografia di Greco non celebra l’eccesso di successo della fotografia del nostro tempo. La sua è una scelta di linguaggio , un album di immagini non ritoccate. Fatto di “scatti” che hanno preso il posto delle parole, nel momento in cui le parole tacciono (o sono messe a tacere)  certe realtà, scelgono altri argomenti , riferiscono altre rappresentazioni come luoghi della vita. Greco si rivela “fondamentalista” di un’altra poetica rispetto a quella che elimina sistematicamente ogni traccia di sofferenza, crudeltà, violenza; ha scelto l’immagine fotografica non per fare della semplice cultura figurativa, ma di parlare di forme di vita che vita non è, per traghettare l’attenzione su di un mondo terribile dimenticato dai media.

Le strade dell’Apartheid  è accompagnato da interventi che aiutano a decifrare la storia e la condizione di quei popoli. Strappa al buio del magazzino della memoria la vita di uomini, donne e bambini vinti ma non sconfitti malgrado la segregazione fisica, psicologica ed economica in cui trascorrono la loro quotidianità.Il libro è dedicato al fotoreporter siciliano Tano D’Amico ed è stato prefato da Giulio Di Meo.

Aldo Caserini

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“Gianni Brera secondo me”, una biografia di Andrea Maietti sul dotto scrittore pavese, cultore di vino e calcio

Che Andrea Maietti e Gianni Brera fossero destinati ad incontrarsi e a diventare amici era nell’ ordine delle cose, non  di un qualche dio greco o romano o del caso, ma della convinzione che il loro scambio epistolare iniziato da tempo andava bene come documento, ma nel contesto che raccoglieva il loro mestiere di scrittori  richiedeva qualcosa di più di  qualche biglietto o missiva con cui si scambiavano  simpatia e opinioni o si facevano sapere trame e intenzioni.  Come hanno dimostrato le vicende che hanno coinvolto Brera in incredibili scontri con i colleghi giornalisti l’ambiente è un ambiente altamente competitivo, percorso da forze non facilmente controllabili, in cui spesso l’adulazione  allumaca, le ambizioni sono pari alle chiacchiere, l’individualismo alimenta le critiche, le vanità le invidie e le velleità.
Fu a casa del rusticano Brera, che aveva rotto (o stava rompendo) con Giovanni Arpino un rapporto prima idilliaco e divenuto tempestoso, che  la relazione di reciprocità operosa  mise  radici. L’amicizia,  convinta  del rispetto e della discrezione tra i due prese cittadinanza, andò oltre il momento ideale e della simpatia  e si proclamò qual è: una ingegnosa invenzione della ingegnosissima natura umana. Mandò  al diavolo quel coboldo invadente che da sempre contrasta i rapporti tra umani e diede il via a una collaborazione che durò finchè Gioânn, dopo una cena Al Sole di Maleo, finì in un letto d’ospedale a Codogno.
Destinati per attributi creativi alla scrittura narrativa, al giornalismo sportivo Brera e Maietti  sancirono sul lago di Pusiano (immissario il Lambro), davanti al tradizionale risotto del luogo e a una generosa barbera, un solidale rapporto di partecipazione artistica e intellettuale guidato dall’ esperienza e dal confronto e il lodigiano si trovò nominato “biografo ufficiale” del “figlio legittimo del Po”.
Quando due scrittori si sono “assaggiati” come loro due nel maneggiare la lingua, riconoscendo gli artifici che entrambi facevano a partire dall’espressione per produrre riverberi nel contenuto ( Maietti che dava eloquenza alla poesia della terra al di qua del Lambro, descrivendola intensa, amabile e persuasiva; Brera, che  al di la del Lambro  affidava a  preziosismi fraseologici (modi di dire, proverbi, citazioni, innovazioni) le povere braide  ( i cassinn )  per far capire il paesaggio della sua Bassa –  ci sono effetti, anche in termini di suono e di significato, che decifrati in campo di esercitazione dell’espressione creativa, finiscono per tradurre anche il sentimento dell’amicizia in uno strumento di ricerca e di controllo. Rafforzandolo con qualche capatina da  Eupilio, alla Quintana di Vidigulfo  o alla Barca di  Cavenago d’Adda.
Per anni, Maietti è stato lo scrittore più vicino a Gianni Brera per visione della letteratura, immersione nel territorio, accompagnamento di stile. Ovviamente non sempre e in tutto influenzato da connessioni breriane. Non può pertanto avere sorpreso che “Gioânnbrerafucarlo Gianni Brera secondo me” di Andrea Maietti (ed. Bolis, copertina, flessibile, prefaz. Luigi Sampietro, pagg.112, Crema, €8)  era entrato tra i finalisti del 57° Bancarella Sport, sottoposto a giudizio di una giuria letteraria nella Città del Libro, alias Pontremoli, dove aveva già ottenuto una statuetta di San Giovanni di Dio, simbolo protettore dei librai, quest’anno assegnato a Pietro Trellini.
Piccola parentesi marginale: le manicolari invenzioni del direttore del Guerin Sportivo fatte di tradizione e scongiuri popolari, ebbero a Lodi un “brerino” con Walter Burinato che sulle pagine dello Sportivo Lodigiano raccontò le partite del Fanfulla con  stile arricchito di parole nuove, “alla Brera” appunto, come : “prestapedatario” (giocare coi piedi senza  la testa), “uccellare” (dar la caccia all’avversario), “incornare” (segnare di testa), “ mollesco della Lombarda” (addolcinato), “smanceroso” (smanioso di apparire), “barchirol” ( che nabdava a fondo la squdra).
La vocazione artistica del Granngiuàn di San Zenone al Po era fertilizzata dalla passione di Brera per il calcio, il ciclismo e il tennis, tre discipline sportive che su di lui  avevano una sorta di richiamo sacro. Recuperavano alla sua prosa fantastica, l’imprevedibilità e l’invenzione; le facevano ritrovare il grottesco e il delizioso, infilavano nella narrazione una struttura mobile, polivalente, allucinatoria. La rendevano una macchina inventiva, dotta e vagamente razzista (oggi si sarebbe detto leghista) e costringeva noi  in tipografia, leggerlo per scoprire le invenzioni che metteva nei resoconti e racconti senza ricalco. “Abatini” fu una parola terribile per tanti anni per noi che scrivevamo di calcio alle prime armi, e che, catturati dalle arditezze, dimenticavamo che dietro all’ originalità stilistica c’era una intelligenza critica aggressiva e ferina che illuminava un linguaggio già per se abbagliante.
Nei libri di Maietti, Brera è una indicazione interna, lo si avverte nelle arabescate dove c’è la cultura rurale, i  costumi di una volta, il dare canto a pagine veloci di pagine estrose, liriche di sentimento lirico, di contemplazioni, testimonianze, umanità, memorie.
Di Brera Maietti ha curato le antologie pubblicate da Longanesi e da Baldini e Castoldi. Nei suoi articoli e libri c’è sempre qualcosa dell’amico: il profumo della terra, l’apparizione angelica di certi caratteri, l’orgoglio“della zolla”. La memoria che fa pari con quella di Gioânnbrerafucarlo scrittore: intatta, meticolosa, appassionata; conosce le astuzie dello scrivere, usa minuzie e piccolezze, ma senza modificare la qualità della rappresentazione, l’attinenza alle cose.
E’ una scrittura che intenerisce. Rispetto la scrittura (un bel po’ più ruvida) di Brera; ha maggior levigatezza, un impasto che quando si rinfresca del dialetto di Cécu Ferrari, racconta quel che ha raccolto nei cortili d’osteria, sull’ uscio di casa, all’ oratorio, sull’ aia o in chiesa, senza dare troppa attenzione all’ ambientazione letteraria.
Come l’ amico – “figlio legittimo del Po” – che sapeva dove raccogliere malinconie, solitudini, confessioni e arricchire il linguaggio con mescolate,  il – “figlio legittimo dell’Adda”  registrato all’ anagrafe meneghina -, col modo semplice e spontaneo della sua espressione linguistica , sa raccogliere e organizzare i brividi raccattati tra un tavolaccio di legno vecchio e quello levigato di marmo. Una ricetta difficile quando una parola italiana ammicca a una parola dialettale. In ciò Maietti, come già l’amico, nei suoi scritti fa cogliere le sfumature, le intensità di movimento, il gusto  delle interpretazioni, le “infiltrazioni” che danno grazia all’ umorismo, e son pronte subito a qualche altro poetico sussulto.

(Aldo Caserini)

LIBRI: “I BACI DI AZ” (ALAN ZENI), un saggio di sapienti sgangheratezze e disegni sul bacio “post”

Il bacio è da sempre nel mondo dell’espressione artistica quale artificio dell’immagine che lascia il passo alla voluttà, al pensiero; puntella e anima la scena reale e quella artistica. E’ fatto di immagini e di varianti aperte a un ricco potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza di ognuno. Punto di partenza è, sì, il dato fisico, quello che tutti riconosciamo nella sua reale plasticità, ma il messaggio del bacio va oltre al piacere, alla sensazione di ciò che esso libera e si manifesta nel germe dell’immaginazione. E’ quanto fa capire “I baci di AZ” , un simpatico libretto di un centinaio di pagine,  delle quali la metà occupate da graziosi disegni parentetici. Ne è autore uno scrittore apparentemente facile, se vi chiedete perché sia tanto adescante. Se ci mettete attenzione il bacio descritto ha lievi oscillazioni di tono, rapide sfumature, un equilibrio di scioccheria, ma la serie di indizi psicologici, di coagulazioni linguistiche danno al bacio connotati di nobiltà inconfondibili. Stampato bilingue dalla Etabeta-ps di Alessandro Squaglia,  il libro di Zeni è dedicato “all’amore, a chi osa, a chi sa aspettare, a chi sbaglia, a chi vive amando”,, secondo le indicazioni di Saul Jacobus (divenuto poi Steinberg), un romeno, nazionalizzato americano, reso famoso dalla sua grafica popolare sul New Yoker.
I baci di AZ  non azzarda analisi, non è un romanzo, non ha tracce di letteratura è piuttosto un testo di  rubricazione di modi, metodi, procedimenti, attribuzioni, linguaggi, ricordi, direzioni, scelte, decorsi del bacio:”Il suo. Il loro. Il tuo”. E’ una sorta di taccuino mentale dell’autore. La prosa è povera, ma non sciatta o sgualcita. Può avere una qualità stilistica pertinente: è l’antico tema del “caos chiaro”. Peraltro annunciato dall’autore in un messaggio al lettore. “Tutto è voluto. Un puntino che sembra messo un po’ troppo in là oppure un “a capo” troppo presto. <in questo libro niente è a caso”.

Nella società dei“post”, nel grande puzzle dei nuovi linguaggi anche questo ci sta, compreso il bacio che accusa una deriva semantica, forzata dal mutamento quotidiano. Tipicamente rappresentato sempre dal contatto tra le labbra di una persona e quelle di un’altra, in generale il contatto può avvenire anche verso una qualsiasi altra parte del corpo. Il  termine, che aveva un significato, ne assume un’altro ‘vicino’ o anche lontano. In un gioco di proiezioni divertenti, ma a volte irriverenti I baci di ZA  sono un riepilogo di questi mutamenti. Paroliere, scrittore, grafico, pittore,  speaker radiofonico, giornalista e fotografo, fondatore di un giornale (durato poco), catturato dal teatro e dal cinema, insomma un performer,   Zeni ci ha messo la sua arte di virtuoso nel tingere i ricordi di affetto e  di ironia, affinché la scrittura prendesse valore dai disegni e realizzasse una vera e propria calligrafia personale.

Immaginiamo questo libro semplice una faticaccia, avrà richiesto tempo, fantasia e altro – adesso  ne sta chiedendo  a noi recensori, che abbiamo appena toccato la materia del libro che ci sta davanti, e che dovremmo prima dire di cose son fatte le pagine scritte e le illustrazioni che le accompagnano.Delizioso accoppiamento, quanto il bilinguismo italiano-inglese, affidato alla cura di… “una stella marina”. Se non ché una divagazione  su quel terreno affaticherebbe ulteriormente i destinatari. Insomma è un libro che tenendo insieme parole e graphica a volte alleggerisce e a volte mortifica, un libro  contraddittorio, un libro sghembo. Rimaniamo sul semplice. Nel libro non si trovano indicazioni ai baci di Illica in Tosca, a quelli di Catullo, di Rilke, di Block… Zeni va giù sodo. Non  “analizza”, non  descrive. lo targhetta. Gli mette un’ “etichetta”:  bacio “farmaceutico”, bacio “fiducioso”, bacio “che ti frega”, “del timidone”, “meteorite”, “d’attacco”,  “di pancia” e via di seguito per un’altra quarantina di talloncini e traduzioni. Tutti con riconoscimenti  appena accennati del loro valore intrinseco, misurati nello spazio della pagina e nel tempo, sulla base di relazioni funzionali, di senso, senza attribuzioni di bello o brutto da ignorare, Il bacio vien colto dallo scrittore nell’intenzione del momento; con pensiero frammentato, divisibile. Distinto,  il respiro prima che si faccia materia. Non c’è ricerca di significati profondi, definizioni di regole sociali che modellano. Nelle cento pagine il bacio è ridotto all’osso, affidato a una grafica essenziale, che a sua volta lo affida al sorriso e da un senso alla attribuzione dell’atto.

Alla “narrazione” (se si può dire), manca qualche estensione di significati: baciapiedi, baciaculo, baciabasso, baciapile, baciapolvere e altre 22 varianti. Ma è evidente che l’intenzione di Zeni non era quella di scrivere un saggio, di generare molteplici percorsi al bacio. Ma solo farlo rientrare nell’atto creativo, dove “non tutto è controllabile…proprio come in un bacio”  Il suo libro ci dice quanto le parole e il bacio siano importanti e che utilizzare le prime e apprezzare il secondo, alimenta la ricchezza del nostro immaginario. Perché le parole creano idee e i baci fan conoscere la vita in modo sempre nuovo e diverso.  (Aldo Caserini)

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