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KAMEN N.51 : Il giornalismo d’arte di Dino Terra

Personalmente ho conosciuto Armando Simonetti (alias Dino Terra) alla redazione milanese dell’Avanti, quando aveva ormai brillantemente valicato i settanta ed io ero poco più che un trentenne. Terra era salito da Lucca per incontrare Aldo Lualdi, antifascista, storico e scrittore come lui, che come lui coltivava interessi per l’arte ed era, dell’edizione milanese, redattore oltre  far parte del Consiglio dell’Ordine Giornalisti della Lombardia. Nel dopoguerra Terra aveva ri-fondato l’Avanti e con Lualdi aveva in agenda d’incontrare “da Renzo” Franco Passoni (critico del giornale). Renzo era il gallerista di piazza Cavour, figura carismatica nel mondo artistico milanese.
Ho goduto per conto mio che Kamen’ (n.51, giugno 2017) lo abbia “ripescato”  riaccendendo l’attenzione sui suoi meriti dopo oltre una ventina d’anni dalla morte del 1995; introdotto da una nota di Amedeo Anelli che ne rileva la chiarezza di scrittura in arte (e non solo ) è documentato grazie un gruppo di articoli ripresi dal quotidiani romano “Il Tevere” nato sulle ceneri del Corriere italiano, chiuso dopo il delitto Matteotti,  che danno luce al raggiunto “punto di equilibrio fra descrizione e argomentazione” e alla sua “ messa in comune di significati, di valori, di pensieri” eccetera.
Terra fu scrittore, drammaturgo, critico d’arte e pittore egli stesso. Intellettuale dinamico si votò presto all’idea di “una nuova cultura”; fu amico di Chiaromonte e Moravia e, prima ancora di Paladini, Levi, De Chirico e Gramsci. Equipaggiato di estro e cultura si impose ancor giovane all’attenzione mettendo al centro di molti suoi lavori letterari le inquietudini e le contraddizioni dell’uomo moderno davanti a sé stesso e alla storia. Come peraltro documentano i molti interventi di Daniela Marcheschi, pilastro della redazione di Kamen’, che in questi anni ha scritto parecchio su di lui, e in particolare: “Letteratura e giornalismo” (Marsilio, Venezia, 2017), prefando “Ioni” e ”La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario e artistico del ‘900”.
Il numero di Kamen’ fresco di stampa riprende di Terra Esposizione d’Arte italiana a Ginevra;Visita a De Pisis; Mostra di Arturo Martini a Milano; Un architetto romano. Piacentini sulla bilancia. Sono articoli che suggeriscono a Anelli spunti valutativi per rimarcare la preparazione culturale e intellettuale dell’autore, definito “uomo enciclopedico, con cognizioni di prima mano dei maggiori fermenti della cultura nazionale ed europea”, dotato di “robusta conoscenza della letteratura e delle arti oltre che delle scienze dell’uomo, dalla medicina all’antropologia ai sorgenti movimenti psicoanalitici”.
Nel fare prosa d’arte, Terra “informa e allo stesso momento “educa e discrimina valorialmente”, argomenta e impronta; mette al servizio un unicum” che oggi ha pochi conseguenti nel giornalismo, da cui “è quasi sparito un approfondito dibattito di idee, di concezioni e competenze”.

 

 

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KAMEN 51: QUELL’ ISTRIONE di PAOLO POLI

E’ un anno e più che Paolo Poli, il grande attore comico italiano, se n’è andato. Kamen’, la rivista di poesia e filosofia diretta da Amedeo Anelli, lo ricorda nel numero 51 appena uscito riservandogli una cinquantina di pagine della sezione “Materiali”, con un devoto saggio di Mariapia Frigerio e un gruppo di deliziosi “libretti di sala” (pubblicazioni informative con note critiche) opera della maniacale gusto per la letteratura dello stesso Poli: La Nemica; Carolina Invernizio!; La Vispa Teresa; L’Uomo nero; Giallo!!!; Femminilità!!!; Apocalisse!!! Inoltre, l’Introduzione a STO (Sergio Tofano), Una linea di sorriso), alcuni dei quali scritti in collaborazione con la scrittrice Ida Omboni.
Per sessant’anni Poli ha intrattenuto le platee con interpretazioni civili e intelligenti, contro la banalità e il conformismo ideologico, in cui era mescolata letteratura, critica, canzonatura e satira. Ha contribuito a dare slancio a quel particolare “momento” rappresentato dalla “idea comica”, che segnò in Italia la corrispondenza tra piacere estetico e risata.
Protagonista di un corpo coloratissimo di soggetti rappresentò un caso raffinato di buonumore e poesia mordace da costituire un riscatto qualitativo e offrire uno sguardo culturalmente rilevante sui risvolti della storia, del costume, delle usanze e credenze, contribuendo alla dissolvenza dei modelli che imperavano.
Nel saggio di Mariapia Frigerio, ricco di resoconti di incontri, amicizie, di ragguagli e scelte, Poli è colto nel suo incessante muoversi tra letteratura alta e generi meno importanti. Quello della scrittrice lucchese è un autentico “frugare” nella persona e nel linguaggio. Con una ricerca ad ampio spettro intreccia, distingue e ritaglia di Poli esperienze, sodalizi, ruoli e influenze. Dimostra un unicum nel mondo teatrale italiano.
Fra le maggiori prove da regista e principale attore di Poli sono da ricordare Rita da Cascia (1966), La Nemica di Dario Niccodemi (1968), Il Coturno e la ciabatta (1990), La Leggenda di San Gregorio (1992), L’Asino d’oro (1994), I Viaggi di Gulliver (1997), Caterina De’ Medici (1999), Aldino mi cali un filino (2001). Rita da Cascia, lettura irriverente della storia della santa, che sollevò polemiche, e l’allora deputato Oscar Luigi Scalfaro giunse a presentare un’interrogazione parlamentare. Sono anche da ricordare Sillabari, 2008 ( tratto dall’omonimo libro di Goffredo Parise; Il mare, 2010 (ispirato da Anna Maria Ortese) e Aquiloni, 2012 (rivisitazione antiscolastica di Pascoli) Dopo la monografia Paolo Poli di Rodolfo di Giammarco (Roma, Gremese, 1985), sono usciti volumi con sue notevoli interviste: Siamo tutte delle gran bugiarde (conversazione con Giovanni Pannacci, Roma, Perrone, 2009), Sempre fiori mai un fioraio ( ricordi a tavola con Pino Strabioli, Milano, Rizzoli, 2013( e Alfabeto Poli ( a cura di Luca Scarlini, Torino, Einaudi, 2013).

 

 

 

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“La gravidanza della terra”, antologia di poesia rurale

Le antologie vanno di moda. Soprattutto quelle che rendono conto delle esperienze che riguardano la poesia contemporanea e i suoi autori. Recentemente ha visto la luce, per le edizioni Olio Officina di Milano, La gravidanza della terra. Antologizza in un centinaio di pagine una quarantina di autori lombardi (lodigiani, milanesi, varesotti, bergamaschi, pavesi) e di altre parti d’Italia ma anche stranieri (croati, francesi, portoghesi, rumeni, svedesi e svizzeri), accomunati da “tronchi di un medesimo legno”, da una riflessione comune legata alla terra. Da qui il titolo secondario dato dalla curatrice, la lucchese Daniela Marcheschi, di inediti “di poesia rurale”. La raccolta a tema – forse la prima del genere in Italia – mette a contatto voci diverse attorno a una realtà che influenza il percorso e l’attenzione oggi riservata al mondo naturale e alle sue varie relazioni. Il tentativo è indirizzato a far vedere meglio “le molte sfaccettature di una realtà problematica” attraverso le idee poetiche che traboccano dalla natura e dal mondo campestre e rurale. Senza che ne risulti in qualche modo disattesa l’energia e la tensione del canto.
Il grande beneficio della poesia, diceva Goethe, è “che essa insegna a intendere la condizione dell’uomo” e innalza l’individuale all’universalmente umano. L’antologia è anche prova (velleitaria?) rivolta a incoraggiare la cultura poetica a una nuova stagione, dove la magia poetica scaturisce dalla fusione di fantasia e forza di pensiero e offre una corrispondenza chiara con le problematiche del vivere contemporaneo, specificatamente quelle di richiamo “rurale”, una realtà con tutte le sue interconnessioni simboliche e oggettive, dialogiche e plurali.
La raccolta costruita dalla Marcheschi è, in un certo senso, “condotta” dal parmense Pier Luigi Bacchini, poeta fra i maggiori del nostro contemporaneo, morto nel 2014, autore di “Poeta di campagna”; dalla narratrice e critico svedese Ida Andersen che presenta Jorden; dalla romana Biancamaria Frabotta (Vendite allo scoperto), dalla neuropsichiatra siciliana, fatta conoscere da Kamen’, Margherita Rimi (Granatu); dal patron del Museo della Poesia di Piacenza Massimo Silvotti, presente in rassegna con L’infedeltà del presente; dalla lucchese Daniela Marcheschi autrice di Storia della campagna.

La silloge da inoltre rilievo a tre poeti di casa nostra: Sandro Boccardi, autore di Terra-Madre, poeta umilmente canonico ma di vitalità poetica alta; Guido Oldani (Il sole dei cibi), autore che attinge con ironia a verità profonde colte negli immediati dintorni della quaotidinaità, tra consumismi spiccioli e derive modaiole; e Amedeo Anelli (Sonatina, monotematica e bipartita), che assomma narrazione e struttura, con proprietà vincenti, ritmo poetico e montaggio immaginativo.

Il LIBRO: La gravidanta della terra- Antologia di poesia rurale – a c. di Daniela Marcheschi – Olioofficina, Milano, 2017, € 12

KIKOKO / Non sempre il nomadismo riconosce l’assuefazione

La pittura, si sa, è nomade. Quanto lo sono le parole che l’ accompagnano, quanto lo è la creatività, intesa come carattere saliente del comportamento umano. Come la creatività, le parole servono con gli strumenti della ragione a far conoscere i caratteri e a darne descrizione, a tracciarne gli itinerari e le relazioni. Nelle sue forme, l’arte ha sempre bisogno di “senso” nuovo, di codici nuovi che la sottraggano al gioco protettivo dell’ assuefazione e della stabilità. Modificandosi cammin facendo, la pittura contribuisce al processo “migratorio” delle proprie stesse proprietà, obbliga a rinunciare ai rivestimenti della critica, a fare i conti con nuove modalità, nuovi legami che l’ideale e il reale mettono in relazione. Raramente la pittura di un vero artista si salda all’ immobilismo . Lo fa (non sempre) la pittura normalizzata della tradizione, quella così detta figliata dall’accademia, che non avverte necessità di “muoversi” in modo attivo, neppure di recuperare alla manualità e alla tecnica l’esperienza della soggettività. In tal modo si riduce a un’espressione senza vero nutrimento, che si accontenta di visioni parole e poesia non recenti.

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

Kikoko si era fatto conoscere per essere un artista di formazione “nomade”. Nomade lui, nomade la sua pittura. Trascinati al “fare” dopo avere conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Dai lodigiani Kouevi-Akoe Ekoe Kookovi, alias Kikoko, era conosciuto per il colore,  il segno, le ambientazioni fantastiche, le amplificazione conferite ai modelli etnici e a certe loro formule ad effetto: pesci, uccelli, gatti, giochi, imbarcazioni, oblò, strumenti musicali, sigilli, figure umane riflettevano un conciso universo di figure e cose di chiaro riferimento avito.
Nel periodo intermedio, aveva sviluppato una pittura di riferimento agli elementi naturali, ambientali, di vita e ai mezzi di navigazione, trasposti in forme eclettico-manieriste di estrazione franco-algerina, con quel tanto di “euforia” che fu dei Basquiat, dei Fisch, dei Schnabel, di tedeschi, francesi e italiani. Il toghese aveva però mano meno febbrile. più di impatto lirico e di impressione, da originare accostamenti e nuove narrazioni.
Nella fase più recente pulsioni istintive e forme di derivazione etnica e popolare, sembrano voler/dover lasciare campo a una produzione meno spontanea, stemperata nei collage, orientata a un “confezionamento” di atteggiamenti stilistici di pluristratificazione ed eterogeneità. Comunque sempre interessante. Da vedere all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi

“Avanzamentofermo” Kikoko all’ex-chiesa dell’Angelo – a c. di Mauro Gambolò – dal 14 al 29 gennaio – orari: sabato e domenica dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 19. Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19,30

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Roberto Fenocchi, l’officina post-concettuale a “CasaIdea”

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

All’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano, storica location di “Casa Idea” che i fratelli Acerbi, affermati arredatori lodigiani, ambientano a eventi culturali, esposizioni, conferenze e concerti, prosegue l’interessante vetrina dei prototipi di Roberto Fenocchi, il cui “decollo” artistico fu segnato da Giovanni Bellinzoni a scavalco degli anni Settanta-Ottanta al Gelso, fuori dagli imperanti standard di validità operativa e qualitativa.
Ora, in una fase avanzata dell’età contemporanea, in cui i fronti dell’arte accavallano logiche diverse, meridiane e parallele, e la rappresentazione è resa ostica dalle difficoltà di ricostruzione filologica delle mappe, la ricerca artistica di Fenocchi si propone per il modo un po’ audace e un po’ estroso, fuori dagli appiattimenti del “contesto”, attraverso una pittura che traduce manualità e concetti senza uscire completamente dall’esercizio del pennello, della tela e dei fogli di carta, del quadro e dei suoi riti. Ancora in grado di star lontana dal “presente banale” delle esperienze conformate agli stagni diffusi, con un proprio individuale coefficiente di novità, posto a distanza dalla congestione dei dijà vù del figurativo accademico e dalle lievitazioni sui generis di tanta pittura ornamentale aniconica, chiassosa e aggressiva quanto guarnita di lacerti sfarzosi.
In un clima di “tutti bravi” e di panoplia squadernata, il pittore di Villavesco riafferma un proprio personale percorso il cui primo merito è di non imbrogliare le carte con significati di “flusso verbale”. Consapevolmente o meno, di sicuro fuori da ogni teorizzazione redatta nei modi del messaggio pubblicitario, l’arte in mostra alla chiesetta del Viandante è condotta al recupero di caratteri sensibili-sensuosi, tra materia e atteggiamento estetico. Con passi di libertà e mosse di imprevedibilità, che la critica etichetta “post”. Ma che segnalano anche indirizzi “neo” scoperchiando segnali di “piccola poesia”, che innalzano il gesto, la materia, la casualità, la scoperta, il capriccio, il significante, la procedura, il repertuale, il movimento, il colore, l’insieme, l’accordo, il richiamo a modi liberi, vari, informali. E’ un’arte condotta all’insegna del “rompete le righe”, che non si preoccupa di imporre una legittimità di concetti, ma del “fare”, di una koiné di austerità compositiva, il cui voltaggio è ricaricato con note sensibili di accese colorazioni, giocando con una molteplicità di moduli, corpi e caratteri.

ROBERTO FENOCCHI: Antologia di opere recenti e non – CASAIDEA, ex-Chiesetta del Viandante, via Emilia, 23- Tavazzano con Villavesco – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800 Fino a: data non definita

 

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Tra il “nuovo-nuovo” della materia e il “post-post” del pop(olare)

Sara Forte e Alì Hassoun a San Donato

SARA FORTE : opera in silicio

SARA FORTE :
opera in silicio

Prosegue fino a fine mese alla Galleria Guidi a Cascina Roma, in piazza delle Arti a San Donato Milanese, l’esibizione di due artisti  convinti autori di una pittura condotta in modo bipolare – chiuso-aperto, diretto-indiretta esteriore-interiore, generico-meditato e così via -; tutt’e due che scoperchiano il rebrousser chemin, il procedere a ritroso, l’una sembra aver ritrovato il gusto per la fenomenologia della materia, ma anche nel lavoro e nella tecnica, l’altro ripercorre modalità del pop(olare) di effetto attrattivo. L’esposizione sandonatese li connota favorevolmente: Sara Forte, autodidatta verbanese (etichetta sopravanzata dal ricco e rispettoso cammino) come talentosa, l’architetto libico-italiano Alì Hassoun per gli accumuli di memoria culturale. La prima ha appena concluso una personale alle Stelline di Milano dove ha incamerato successo con lavori di valenza tridimensionale (riproposti a Cascina Roma) , l’altro ha ritrovato fragranza grazie alla galleria “Guastalla” di via Senato ed è noto da un lustro per il “cencio” prodotto per il Palio di Siena. Sono due artisti destinati a ripercorrere orme di predecessori: la Forte con una attività che ultimamente s’è concentrata sulla

ALI' HASSOUN: "L'arca della salvezza", olio su tela, 2012

ALI’ HASSOUN:
“L’arca della salvezza”,
olio su tela, 2012

produzione di dischi di silicio in funzione simbolico-astratta – scelta che potrebbe anche indicarsi di ordine concettuale (il silicio è un conduttore della comunicazione moderna) se non nascondesse un certo consenso alla decorazione, peraltro consustanziale al procedere delle “avanguardie” attualiste -. Realizza invece forme essenziali, morbide e lineari nelle sculture concretizzate a Murano, che suggeriscono suggestioni “interiori”.
Soggetti e narrazioni figurative in chiave non realistica ma pop, sono proposti dall’artista di Sidone, s’avvicina a pratiche diffuse in altri continenti, naturalmente con passi diversi per procedimenti e condivisioni.
Forte e Hassoun a volte escono fuori dagli standard e dall’emulazione, recuperando mezzi di espressione linguistica, di creatività individuale. La Forte con una applicazione a piacimento dei canoni di libertà strumentale, Hassoun ibridando fette di realtà figurale folcloristica, tradizionale con altri apporti letterari convincenti (es.: gli omaggi a Guttuso, Picasso, Depero, Warhol, Lorenzetti, R. Sanzio, Delacroix, Caporossi, al futurismo, al pop, ai graffiti, alla Campelll’s Soup ecc. e le composizioni/narrazioni in cui si incontrano e contaminano Africa, Medioriente ed Europa).
Oscillano, pure. Verso forme di orgoglioso iconismo popolare Hassoun, resuscitando imperiosi scampoli di aniconismo Forte; il primo proietta immagini risorgenti dal quotidiano, dai riti e dalle culture, la seconda gioca sul minimo scarto esistente tra la cosa in sé e la sua esecuzione. Nei due si  distingue una ri-sensibilizzazione della ricerca, nella Forte soprattutto nelle sculture realizzate nelle fornaci, muranesi, in Hassoun nella intensificazione di presenza dei simboli.
Nei lavori della piemontese c’è infine una esibizione di colori e materiale con cui snocciola la propria storia fatta di spirito inventivo e di originalità di effetti; in quelli dell’architetto “milanesizzato” la monotonia di esercizio è rimediata con variazioni di montaggio e motivi presi in prestito, a scopo ludico o didattico. 

Sara Forte e Alì Hassoun :   Antologie personali –Galleria Guidi, Cascina Roma, piazza delle Arti, 2 , San Donato Milanese. Orari: dal lunedì al sabato dalle9,30 alle 12,30, dalle 14,30 alle 18,30; domenica dalle 10 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 19. Fino al 29 gennaio p.v.

 

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“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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Marchitelli, Polonioli / “Piccole storie di biodiversità”

0002_lycaena_dispar_20140201_1983652139Piccole storie di biodiversità di Antonio Marchitelli e Marco Polonioli, che Fabrizio Comizzoli ha “rivestito” per le Edizioni Gruppo Gerundo di un editing contenutistico e grafico di prim’ordine che vede ora la luce per i tipi della Arti Grafiche Sollecitudo è un libro di fotografie accurate, che accompagnano con scrupolo un saggio frutto di preparazione e di creatività, da corrispondere a sfere d’interessi vari e diversi.
La pubblicazione esibisce una capacità di visualizzare e interpretare luoghi, ambienti, scorci, piante, fiori e uccelli del territorio che va al di la delle pure ipotesi informative per fornire fermenti culturali e al tempo stesso intensificare l’idea di fotografia come linguaggio, da dare una mano a sentirsi parte di un mondo naturale non preso a prestito o imitato, tantomeno imposto.
Sia nella parte “letteraria” che in quella fotografica il libro offre una rappresentazione molto vasta. Come un grande edificio musicale è costruito con intelligenza e disciplina, convincente nella narrazione dell’ambiente, essenziale nel cogliere un patrimonio immenso in cui la varietà di significati ad esso attribuiti da ecologi, entomologi, filosofi, politici, naturalisti, gente comune, rischia persino di far dimenticare i confini tracciati dall’ambiente. Marchitelli, autore della parte descrittiva, riporta, attraverso una stesura precisa, di definizioni rigide, dentro a quei “confini”, rendendo un tessuto espositivo fatto di sensazioni profonde, dove l’emozione scientifica, quella naturale e quella artistica si fondono nell’attenzione alle piccole cose, cogliendo interrelazioni, modellazioni fisiologiche, evolutive, comportamentali. Un contributo prezioso, didattico, perciò di valore, che fa sperare che l’intelligenza umana possa mutare e spostarsi su un nuovo corso.
Il progetto grafico del banino Comizzoli, pure lui fotografo naturalista, lo convalida “impaginatore” estroso e inventivo, dotato di tecnica e chiarezza grafica, capace di procurare impressioni non monotone e di durata.
Il risultato è un libro ricco di immagini fotografiche scattate con arte da Marchitelli e Polonioli, due pilastri del Gruppo photonaturalista Il Gerundo. L’attenzione e l’interesse che l’immenso edificio cattura è una attenzione “distesa”, che aiuta a cogliere nel calmo movimento l’ammirazione di tutto quanto esiste in natura.
In Piccole storie di biodiversità si può distinguere tra il duo Marchitelli- Polonioli, fotografi che praticano un linguaggio non sperimentale e che fa uso di una fotografia diretta e il duo Marchitelli-Polonioli ‘poeti’, termine improprio ma il solo che possa dare l’idea di un suo sentimento della natura, di un suo pathos della conoscenza e del mistero della vita; si può riconoscere tra il Marchitelli e il Polonioli compilatori di una sorta di “schedario” ispirato alla fertilità degli equilibri tra società umana, paesaggio e quadro generale della biodiversità in natura col suo substrato vegetale e animale, dal quale traggono alimento gli uomini ma anche altre creature, gli uccelli, gli insetti, l’ eterna e sacra e armoniosa aviflora, e il Marchitelli e il Polonioli che nei relativi linguaggi fotografici mettono atmosfere di tanti particolari che danno ricchezza di contenuto alle rispettive immagini.
Corredando la rispettiva pratica con sistematicità, l’uno e l’altro conferiscono alle immagini una forma di “filosofia”, anche se, pare ovvio, le rispettive personali ricerche nascono entrambe dall’ individuare all’interno di una impresa cumulativa di soggetti straordinari che ampliano la conoscenza e stimolano idee. Osservatori diligenti, l’uno e l’altro colgono con bravura ed esperienza aspetti di un mondo “non turistico”, serbatoio di altre immagini, di paesaggi minacciati nella loro integrità e tuttavia pieni di poesia, dove l’uomo cerca nella natura una atmosfera di equilibrio e di rispetto senza prevaricazione.

 

Lodi, dicembre 2016

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Il nero gradevolmente misterioso di Ivo Mosele in una cartella della Ass. Mons. Quartieri

mosele_ivo-nel-suo-studioL’esclusione della grafica originale d’arte dalla informazione artistica è la conseguenza di una editoria giornalistica che ha sempre presentato il prodotto artistico solo se adatto a corrispondere alle offerte del mercato. In tale contesto non meraviglia che lo svolgimento complessivo ne abbia limitato l’autonomia e di conseguenza lo stesso interesse dei collezionisti e del pubblico. A dispetto di questo andazzo però l’esercizio della incisoria non è venuto meno, ha continuato ad avere seguaci (discepoli, fautori e scolari) che, indipendentemente dai black-out e delle conseguenze lineari e meccaniche tra tecnologia e mutamenti culturali, si dedicano alle tecniche incisorie dirette e indirette, miste e sperimentali, tenendone viva la suggestione e il magnetismo. mosele-la-farfalla
Una riprova l’ha fornita Carte d’Arte che dopo decenni ha lasciato l’esperienza a Le stanze della grafica d’arte, ampliandone l’interesse e facendo conoscere figure d’artista che animano il campo con la ricerca e l’orgoglio sapiente della qualità. Tra questi, una stagione intelligente e fruttuosa è senz’altro quella di Ivo Mosele, artista vicentino, del quale i lodigiani hanno potuto apprezzare le “maniere nere su ferro” al Museo della Stampa e, più recentemente, ha realizzato una cartella dedicata ai soci della Associazione monsignor Quartieri. maniera nera o mezzotinto è una alle tante variabili interpretative, praticate con intensità da Mosele, con cui l’artista restituisce alla carta una materia grafica che un tempo giustificava l’ appellativo di incisione a velluto. Ad essa egli si dedica da almeno una quindicina d’anni con esiti di densa e morbida qualità grafica, a volte con briose vivacità, a volte con qualche vaghezza, raggiungendo in ogni caso risultati esemplarmente indicativi di ricchezza di risorse espressive (si veda le recenti stampe di Crociera, Sottotracce di potere: la Comunicazione, Tracce appagate del Potere, La farfalla, Tempo (in)spirato, PHIΦ numero aureo, eccetera). Quella che Mosele porta avanti attraverso la maniera nera è una scelta di linguaggio in cui segno e vibrazioni risultano dall’uso emozionale dei materiali e dai processi di accumulo e fusioni di elementi simbolici. Per questa via conferisce una contaminazione di elementi e di suggestioni all’immagine da suggerire significati diversi e intriganti all’ osservatore. “Mentre eseguo una maniera nera – confessa – ho l’ansia di un continuo controllo della tecnica, ma al tempo stesso non tollero che tutto sia dominato dalla perizia manuale, per questo lascio sempre alcuni elementi non definiti, oppure provoco qualche incertezza grafica, per non dare all’incisione quella sensazione stucchevole di ritagliato o peggio di affettato”. In tempi di imperante finzione una sincerità che risolleva curiosità e attenzione verso l’autentico.

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“ON FAI L’OS”: Lettera ai conigli, il lascito poetico di Gino Commissari

aoldani-e-anelli-a-tavazzanoNel quarto e ultimo appuntamento del Piccolo presidio poetico 2016, Amedeo Anelli e Guido Oldani hanno presentato alla biblioteca di Tavazzano Lettera ai conigli. Poesie scelte, volume di polettera-ai-conigli-commissari-2esie dedicato a Luigi Commissari (teologo, poeta, traduttore e collaboratore fin dalla prima ora della rivista di poesia e filosofia Kamen’). Il libro, pubblicato dalla Libreria Ticinum Editore, è curato dallo stesso Anelli e contiene  due saggi di Giancarlo Buzzi e Guido Oldani.

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Di Commissari poeta si è sempre saputo poco e niente. Note conosciute erano solo le sue frequentazioni dell’ambiente reboriano, l’amicizia con Padre Turoldo e l’interesse – questo sì perché dichiarato – per la poesia di pensiero e di contenuto, mentre è sempre rimasta nascosto l’esercizio poetico. Si poteva certo immaginarlo, visti gli ampi interessi per le materie letterarie e come traduttore di testi biblici, da lui restituiti alle tradizioni poetiche ( Cantico dei Cantici, Salmi, ecc.). Ma se sussistevano dubbi sulla sua naturale riluttanza alla scena e a pubblicare, il lascito, di cui hanno parlato Amedeo Anelli e Guido Oldani a “On fa l’os”, all’Autunno culturale tavazzanese ne è una eloquente dimostrazione.
Come poeta Luigi Clettera-ai-conigli-copertinaommissari non si concede alcuna velleità né come linguaggio né come direzione. La sua poesia sta tra il frammento e l’autobiografia. Ha per scelta intensità descrittiva e narrativa, epistolare e diaristica. Come mostra “Lettera ai conigli” è evidente il suo radicamento ai luoghi e alla fede. Commissari non rincorre l’avventura e l’estasi, al contrario sfuma con eleganza e abbondanza nell’etica.
La tecnica è quella del verso libero. Giusta per indugiare in disgressioni e particolari, marcare il ritmo, rendere appena percepibili le variazioni di tono o d’umore. Amedeo Anelli gli riconosce “ finezza psicologica”, “sensibilità”, “dimestichezza coi classici”, la padronanza di “un linguaggio che riapre, nel discorso, il cammino verso la realtà e nel contempo verso la comunità”.
Il tessuto dei fatti, anche quando questi tendono ad annullarsi, rivela un poeta orientato all’ umano, che sa guardare al proprio limite ultimo e alle sue estreme e sa rinnovare per questo l’abbraccio con l’anima. Le sue non sono composizioni nate dal vuoto o da intuizioni mentali o intellettuali o musicali. Escludono persino quel pizzico di visionarietà che ai poeti è sempre permessa. La metafora e le poche allusioni e suggestioni sono tenute sotto controllo. Trovano, invece, slancio i richiami ai luoghi amati e frequentati. ma senza scelte di puro realismo. La realtà è “ascoltata” per coglierne i messaggi. Ed essere poi ridotta al minimo spreco nel gioco poetico fra significante e significato.

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