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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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Libri: “Le strade dell’Apartheid” del fotografo Luca Greco

Le strade dell’Apartheid è un libro di fotografie del molisano Luca Greco, editato da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, presentato ai lodigiani nel cortile del Caffé Letterario a cura della Libreria Sommaruga. E’ un reportage di un centinaio di pagine che documenta la quotidianità di  tre popoli oppressi e schiacciati (i palestinesi, i nord irlandesi, i sahariani).
Classe 1979, nato a Termoli, sindacalista Cgil della Funzione pubblica, dottore di ricerca in filosofia teoretica, educatore, presente nell’ambito sociale,  no global, volontario e cooperante, nel suo libro da qualche mese nelle librerie, ha fermato l’obiettivo sui luoghi e i volti della gente nelle cui espressione è marcato il dramma vissuto e presente nei ghetti a causa delle guerre, del  razzismo,  della segregazione forzosa,dell’ allontanamento dalle proprie terre d’ origine; fa scoprire il filo che lega le loro storie.
Nei suoi scatti non c’è soltanto quello che si è visto proiettato, commentato e dibattuto durante la serata, ma la denuncia della condizione umana in cui sono lasciate vivere popolazioni  che  Greco ha avuto modo di conoscere in maniera molto approfondita, e di registrarne fotograficamente le condizioni di vita.
Il suo libro è una registrazione della continua e progressiva privazione della liberà di uomini e donne senza nome e senza diritti, da parte di altri uomini dispotici. A dire il giusto è un libro didattico, che offre uno scossone alla nostra  predisposizione a dimenticare.
Selezionando nel mare di immagini scattate in quei paesi Greco ha scelto le  più funzionali a un certo tipo di costruzione, in grado di offrire, attraverso frammenti di registrazioni fotografiche un quadro sociale, politico e umano che permette di  recuperare la realtà presente nel vertiginoso reticolato della memoria.

Oggi si sa che neanche con la fotografia queste registrazioni e questi recuperi sono neutri, anche se la fotografia e i pregiudizi pseudoscentifici ce lo possono far credere. Ma è sull’onda di una emozione e di una reazione mentale che il fotografo decide di fare una fotografia. Come fanno le emozioni vissute che “marcano” le esperienze  e ne dirigono il recupero. Nel  suo archivio di foto scattate e rimaste lì, Greco ha selezionato  quanto aveva visto e registrato durante i suoi viaggi in quei territori disperati, componendo degli  assemblaggi tematici, geografici, su quei  disperati che un’altra parte di mondo ”democratico” finge di ignorare.
Le strade dell’Apartheid  è un libro di immagini che “parlano” e convincono, non di quelle che si considerano “belle” tecnicamente e che fermano “attimi” di leggerezza anche quando riprendono un cadavere. terra. Sono il risultato di scatti che esprimono e sollevano  inquietudine, non incantano o dilettano per gusto estetico pur avendo in sé una certa pratica fotografica. Sono immagini che inducono alla riflessione, fanno pensare, non sono uno “specchio vuoto”, per dirla con Ferdinando Scianna. La raccolta non abbaglia ma scava, aiuta ad andare dentro ai percorsi della storia, ai diritti calpestati dei popoli, alle loro sofferenze. Scatto dopo scatto, le immagini  producono sensibilità nella coscienza , spingono a chiedersi “perchè?.
La fotografia di Greco non celebra l’eccesso di successo della fotografia del nostro tempo. La sua è una scelta di linguaggio , un album di immagini non ritoccate. Fatto di “scatti” che hanno preso il posto delle parole, nel momento in cui le parole tacciono (o sono messe a tacere)  certe realtà, scelgono altri argomenti , riferiscono altre rappresentazioni come luoghi della vita. Greco si rivela “fondamentalista” di un’altra poetica rispetto a quella che elimina sistematicamente ogni traccia di sofferenza, crudeltà, violenza; ha scelto l’immagine fotografica non per fare della semplice cultura figurativa, ma di parlare di forme di vita che vita non è, per traghettare l’attenzione su di un mondo terribile dimenticato dai media.

Le strade dell’Apartheid  è accompagnato da interventi che aiutano a decifrare la storia e la condizione di quei popoli. Strappa al buio del magazzino della memoria la vita di uomini, donne e bambini vinti ma non sconfitti malgrado la segregazione fisica, psicologica ed economica in cui trascorrono la loro quotidianità.Il libro è dedicato al fotoreporter siciliano Tano D’Amico ed è stato prefato da Giulio Di Meo.

Aldo Caserini

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“Gianni Brera secondo me”, una biografia di Andrea Maietti sul dotto scrittore pavese, cultore di vino e calcio

Che Andrea Maietti e Gianni Brera fossero destinati ad incontrarsi e a diventare amici era nell’ ordine delle cose, non  di un qualche dio greco o romano o del caso, ma della convinzione che il loro scambio epistolare iniziato da tempo andava bene come documento, ma nel contesto che raccoglieva il loro mestiere di scrittori  richiedeva qualcosa di più di  qualche biglietto o missiva con cui si scambiavano  simpatia e opinioni o si facevano sapere trame e intenzioni.  Come hanno dimostrato le vicende che hanno coinvolto Brera in incredibili scontri con i colleghi giornalisti l’ambiente è un ambiente altamente competitivo, percorso da forze non facilmente controllabili, in cui spesso l’adulazione  allumaca, le ambizioni sono pari alle chiacchiere, l’individualismo alimenta le critiche, le vanità le invidie e le velleità.
Fu a casa del rusticano Brera, che aveva rotto (o stava rompendo) con Giovanni Arpino un rapporto prima idilliaco e divenuto tempestoso, che  la relazione di reciprocità operosa  mise  radici. L’amicizia,  convinta  del rispetto e della discrezione tra i due prese cittadinanza, andò oltre il momento ideale e della simpatia  e si proclamò qual è: una ingegnosa invenzione della ingegnosissima natura umana. Mandò  al diavolo quel coboldo invadente che da sempre contrasta i rapporti tra umani e diede il via a una collaborazione che durò finchè Gioânn, dopo una cena Al Sole di Maleo, finì in un letto d’ospedale a Codogno.
Destinati per attributi creativi alla scrittura narrativa, al giornalismo sportivo Brera e Maietti  sancirono sul lago di Pusiano (immissario il Lambro), davanti al tradizionale risotto del luogo e a una generosa barbera, un solidale rapporto di partecipazione artistica e intellettuale guidato dall’ esperienza e dal confronto e il lodigiano si trovò nominato “biografo ufficiale” del “figlio legittimo del Po”.
Quando due scrittori si sono “assaggiati” come loro due nel maneggiare la lingua, riconoscendo gli artifici che entrambi facevano a partire dall’espressione per produrre riverberi nel contenuto ( Maietti che dava eloquenza alla poesia della terra al di qua del Lambro, descrivendola intensa, amabile e persuasiva; Brera, che  al di la del Lambro  affidava a  preziosismi fraseologici (modi di dire, proverbi, citazioni, innovazioni) le povere braide  ( i cassinn )  per far capire il paesaggio della sua Bassa –  ci sono effetti, anche in termini di suono e di significato, che decifrati in campo di esercitazione dell’espressione creativa, finiscono per tradurre anche il sentimento dell’amicizia in uno strumento di ricerca e di controllo. Rafforzandolo con qualche capatina da  Eupilio, alla Quintana di Vidigulfo  o alla Barca di  Cavenago d’Adda.
Per anni, Maietti è stato lo scrittore più vicino a Gianni Brera per visione della letteratura, immersione nel territorio, accompagnamento di stile. Ovviamente non sempre e in tutto influenzato da connessioni breriane. Non può pertanto avere sorpreso che “Gioânnbrerafucarlo Gianni Brera secondo me” di Andrea Maietti (ed. Bolis, copertina, flessibile, prefaz. Luigi Sampietro, pagg.112, Crema, €8)  era entrato tra i finalisti del 57° Bancarella Sport, sottoposto a giudizio di una giuria letteraria nella Città del Libro, alias Pontremoli, dove aveva già ottenuto una statuetta di San Giovanni di Dio, simbolo protettore dei librai, quest’anno assegnato a Pietro Trellini.
Piccola parentesi marginale: le manicolari invenzioni del direttore del Guerin Sportivo fatte di tradizione e scongiuri popolari, ebbero a Lodi un “brerino” con Walter Burinato che sulle pagine dello Sportivo Lodigiano raccontò le partite del Fanfulla con  stile arricchito di parole nuove, “alla Brera” appunto, come : “prestapedatario” (giocare coi piedi senza  la testa), “uccellare” (dar la caccia all’avversario), “incornare” (segnare di testa), “ mollesco della Lombarda” (addolcinato), “smanceroso” (smanioso di apparire), “barchirol” ( che nabdava a fondo la squdra).
La vocazione artistica del Granngiuàn di San Zenone al Po era fertilizzata dalla passione di Brera per il calcio, il ciclismo e il tennis, tre discipline sportive che su di lui  avevano una sorta di richiamo sacro. Recuperavano alla sua prosa fantastica, l’imprevedibilità e l’invenzione; le facevano ritrovare il grottesco e il delizioso, infilavano nella narrazione una struttura mobile, polivalente, allucinatoria. La rendevano una macchina inventiva, dotta e vagamente razzista (oggi si sarebbe detto leghista) e costringeva noi  in tipografia, leggerlo per scoprire le invenzioni che metteva nei resoconti e racconti senza ricalco. “Abatini” fu una parola terribile per tanti anni per noi che scrivevamo di calcio alle prime armi, e che, catturati dalle arditezze, dimenticavamo che dietro all’ originalità stilistica c’era una intelligenza critica aggressiva e ferina che illuminava un linguaggio già per se abbagliante.
Nei libri di Maietti, Brera è una indicazione interna, lo si avverte nelle arabescate dove c’è la cultura rurale, i  costumi di una volta, il dare canto a pagine veloci di pagine estrose, liriche di sentimento lirico, di contemplazioni, testimonianze, umanità, memorie.
Di Brera Maietti ha curato le antologie pubblicate da Longanesi e da Baldini e Castoldi. Nei suoi articoli e libri c’è sempre qualcosa dell’amico: il profumo della terra, l’apparizione angelica di certi caratteri, l’orgoglio“della zolla”. La memoria che fa pari con quella di Gioânnbrerafucarlo scrittore: intatta, meticolosa, appassionata; conosce le astuzie dello scrivere, usa minuzie e piccolezze, ma senza modificare la qualità della rappresentazione, l’attinenza alle cose.
E’ una scrittura che intenerisce. Rispetto la scrittura (un bel po’ più ruvida) di Brera; ha maggior levigatezza, un impasto che quando si rinfresca del dialetto di Cécu Ferrari, racconta quel che ha raccolto nei cortili d’osteria, sull’ uscio di casa, all’ oratorio, sull’ aia o in chiesa, senza dare troppa attenzione all’ ambientazione letteraria.
Come l’ amico – “figlio legittimo del Po” – che sapeva dove raccogliere malinconie, solitudini, confessioni e arricchire il linguaggio con mescolate,  il – “figlio legittimo dell’Adda”  registrato all’ anagrafe meneghina -, col modo semplice e spontaneo della sua espressione linguistica , sa raccogliere e organizzare i brividi raccattati tra un tavolaccio di legno vecchio e quello levigato di marmo. Una ricetta difficile quando una parola italiana ammicca a una parola dialettale. In ciò Maietti, come già l’amico, nei suoi scritti fa cogliere le sfumature, le intensità di movimento, il gusto  delle interpretazioni, le “infiltrazioni” che danno grazia all’ umorismo, e son pronte subito a qualche altro poetico sussulto.

(Aldo Caserini)

LIBRI: “I BACI DI AZ” (ALAN ZENI), un saggio di sapienti sgangheratezze e disegni sul bacio “post”

Il bacio è da sempre nel mondo dell’espressione artistica quale artificio dell’immagine che lascia il passo alla voluttà, al pensiero; puntella e anima la scena reale e quella artistica. E’ fatto di immagini e di varianti aperte a un ricco potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza di ognuno. Punto di partenza è, sì, il dato fisico, quello che tutti riconosciamo nella sua reale plasticità, ma il messaggio del bacio va oltre al piacere, alla sensazione di ciò che esso libera e si manifesta nel germe dell’immaginazione. E’ quanto fa capire “I baci di AZ” , un simpatico libretto di un centinaio di pagine,  delle quali la metà occupate da graziosi disegni parentetici. Ne è autore uno scrittore apparentemente facile, se vi chiedete perché sia tanto adescante. Se ci mettete attenzione il bacio descritto ha lievi oscillazioni di tono, rapide sfumature, un equilibrio di scioccheria, ma la serie di indizi psicologici, di coagulazioni linguistiche danno al bacio connotati di nobiltà inconfondibili. Stampato bilingue dalla Etabeta-ps di Alessandro Squaglia,  il libro di Zeni è dedicato “all’amore, a chi osa, a chi sa aspettare, a chi sbaglia, a chi vive amando”,, secondo le indicazioni di Saul Jacobus (divenuto poi Steinberg), un romeno, nazionalizzato americano, reso famoso dalla sua grafica popolare sul New Yoker.
I baci di AZ  non azzarda analisi, non è un romanzo, non ha tracce di letteratura è piuttosto un testo di  rubricazione di modi, metodi, procedimenti, attribuzioni, linguaggi, ricordi, direzioni, scelte, decorsi del bacio:”Il suo. Il loro. Il tuo”. E’ una sorta di taccuino mentale dell’autore. La prosa è povera, ma non sciatta o sgualcita. Può avere una qualità stilistica pertinente: è l’antico tema del “caos chiaro”. Peraltro annunciato dall’autore in un messaggio al lettore. “Tutto è voluto. Un puntino che sembra messo un po’ troppo in là oppure un “a capo” troppo presto. <in questo libro niente è a caso”.

Nella società dei“post”, nel grande puzzle dei nuovi linguaggi anche questo ci sta, compreso il bacio che accusa una deriva semantica, forzata dal mutamento quotidiano. Tipicamente rappresentato sempre dal contatto tra le labbra di una persona e quelle di un’altra, in generale il contatto può avvenire anche verso una qualsiasi altra parte del corpo. Il  termine, che aveva un significato, ne assume un’altro ‘vicino’ o anche lontano. In un gioco di proiezioni divertenti, ma a volte irriverenti I baci di ZA  sono un riepilogo di questi mutamenti. Paroliere, scrittore, grafico, pittore,  speaker radiofonico, giornalista e fotografo, fondatore di un giornale (durato poco), catturato dal teatro e dal cinema, insomma un performer,   Zeni ci ha messo la sua arte di virtuoso nel tingere i ricordi di affetto e  di ironia, affinché la scrittura prendesse valore dai disegni e realizzasse una vera e propria calligrafia personale.

Immaginiamo questo libro semplice una faticaccia, avrà richiesto tempo, fantasia e altro – adesso  ne sta chiedendo  a noi recensori, che abbiamo appena toccato la materia del libro che ci sta davanti, e che dovremmo prima dire di cose son fatte le pagine scritte e le illustrazioni che le accompagnano.Delizioso accoppiamento, quanto il bilinguismo italiano-inglese, affidato alla cura di… “una stella marina”. Se non ché una divagazione  su quel terreno affaticherebbe ulteriormente i destinatari. Insomma è un libro che tenendo insieme parole e graphica a volte alleggerisce e a volte mortifica, un libro  contraddittorio, un libro sghembo. Rimaniamo sul semplice. Nel libro non si trovano indicazioni ai baci di Illica in Tosca, a quelli di Catullo, di Rilke, di Block… Zeni va giù sodo. Non  “analizza”, non  descrive. lo targhetta. Gli mette un’ “etichetta”:  bacio “farmaceutico”, bacio “fiducioso”, bacio “che ti frega”, “del timidone”, “meteorite”, “d’attacco”,  “di pancia” e via di seguito per un’altra quarantina di talloncini e traduzioni. Tutti con riconoscimenti  appena accennati del loro valore intrinseco, misurati nello spazio della pagina e nel tempo, sulla base di relazioni funzionali, di senso, senza attribuzioni di bello o brutto da ignorare, Il bacio vien colto dallo scrittore nell’intenzione del momento; con pensiero frammentato, divisibile. Distinto,  il respiro prima che si faccia materia. Non c’è ricerca di significati profondi, definizioni di regole sociali che modellano. Nelle cento pagine il bacio è ridotto all’osso, affidato a una grafica essenziale, che a sua volta lo affida al sorriso e da un senso alla attribuzione dell’atto.

Alla “narrazione” (se si può dire), manca qualche estensione di significati: baciapiedi, baciaculo, baciabasso, baciapile, baciapolvere e altre 22 varianti. Ma è evidente che l’intenzione di Zeni non era quella di scrivere un saggio, di generare molteplici percorsi al bacio. Ma solo farlo rientrare nell’atto creativo, dove “non tutto è controllabile…proprio come in un bacio”  Il suo libro ci dice quanto le parole e il bacio siano importanti e che utilizzare le prime e apprezzare il secondo, alimenta la ricchezza del nostro immaginario. Perché le parole creano idee e i baci fan conoscere la vita in modo sempre nuovo e diverso.  (Aldo Caserini)

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Libri: “Alibi” di Emanuele Frijio esordiente codognese

“Alibi” è  un giallo di Fabio Giallombardo, uscito in contemporanea con “Alibi” dell’esordiente Emanuele Frijio,  ventunenne di Codogno, studente di scienze psicosociali e di comunicazione alla Bicocca di Milano.
Tra i due Alibi non c’è rischio di confusione. possibile.  L’opera di Frijio è un romanzo sulla mafia/e, in cui si mischiano immaginazione, cronaca, narrazione, analisi sociale: sono 126 pagine illustrate da Chiara Ghidelli, fresche di stampa editate da VJ Edizioni, una casa sorta sei anni fa “per dare spazio a nuovi talenti del panorama italiano”, promotrice del Premio Clepsamia.   L’esordiente è un giovane scrittore di Codogno che  punta al giornalismo, ma che mostra di avere anche un binario parallelo: la scrittura narrativa. In “Alibi” mette  a fuoco la propria adattabilità nel maneggiare la lingua come strumento di lavoro e di espressione, immergendosi e mescolando regole, descrivendo le organizzazioni di malaffare e criminali, la cui  storia è speculare a quella di chi vi si oppone (donne, uomini, singoli, associazioni, sindacalisti, imprenditori, politici ecc.).
La una narrazione a specchio scava nei fatti ma anche nella cultura e negli habitat mentali. A parte concretizzare le intenzioni dell’autore, a parte il corpo narrativo e gli espedienti creativi con cui Frijio da efficacia alla propria scrittura, il libro punta a suscitare reazioni emotive; da risposta non solo alle capacità dello scrittore ma a quel fondamentale della scrittura narrativa che vuole che non si debba “descrivere” bensì “far sentire”.
“Alibi” non aggiunge novità dal punto di vista conoscitivo. Né si vede avrebbe potuto visto  quel po’ po’ di contenuti messi insieme dai libri di Leonardo Sciascia, Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Salvo Vitale, Giovanni Falcone, Antonio Nicaso e dalle centinaia di libri d’inchiesta, reportage, investigazione – romanzi,  racconti, storie e soprattutto studi di antropologia, criminologia, ecc. – usciti in questi anni sul potere mafioso. Quel che l’autore porta in evidenza è semmai che l’interpretazione  data qualche decennio fa  delle organizzazioni malavitose non è più attendibile. Mafia, camorra, ‘ndrangheta,  sono sistemi che hanno perduto l’iniziale “colore” conferitogli dalla organizzazione, dalla omertà, dalle complicità, dai riti, dalla efferatezza dei suoi componenti ecc.; hanno cioè mutato pelle, strutturazione, “specializzazione”.  Negli ultimi  decenni le organizzazione malavitose palermitane, napoletane, calabresi, lombarde, hanno aggiornato il terreno dei propri interventi: oggi i loro interventi non sono più rivolti solo fondi agricoli, ma a Piazza Affari, ai mercati dei prodotti alimentari, “salvano” le industrie, esportano capitali, investono all’ estero, concordano strategie coi “ganga” e le “ghenga” ( stare insieme) bancarie e finanziarie, coi colletti bianchi della amministrazione pubblica, stringono patti coi politici disponibili. Le grandi città (Napoli, Palermo, Milano, Roma) sono uno spazio privilegiato della loro “creatività”, da dove si irradiano nei comuni minori.
Il libro di Frijio riporta l’attenzione sulle varie ottiche che danno  classificazioni al malaffare mafioso. I comportamenti che lo scrittore richiama attraverso una sorta di “inserti” mostrano come  l’alibi, sia uno strumento ben oliato  di difesa delle cosche, messo in campo per farla franca e ricostituirsi un’immagine morale.

Aldo Caserini

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LIBRI. ILARIA ROSSETTI: “Le cose da salvare”, Premio Neri Pozza

Con il racconto La leggerezza del rumore  di una decina di anni fa, la scrittrice lodigiana Ilaria Rossetti, insegnante d’inglese e conduttrice del Museo delle Arti Ettore Archinti di Lodi, vinse (un po’ a sorpresa) il Campiello Giovani inducendo certezza ai conterranei (cioè noi) solo dopo che nelle librerie arrivarono Tu che te ne andrai ovunque e Happy Italy. L’anno scorso la scrittrice vinse a Vicenza il “Neri Pozza”, anche se il tam-tam del marketing si è avviato dopo un anno di preparazione e la fase del coravirus. Tra tante cose che si possono dire di Le cose da salvare  è che si tratta di un romanzo che esplicita la gran voglia della Rossetti di esprimersi e di appuntare in modo efficace l’attenzione sugli aspetti umani nascosti sotto le macerie di una tragedia, chiudendo così una parentesi di dieci anni condotta su altri terreni (insegnamento, Teatro Urlo, Caffè delle Arti, compartecipazione a mostre, ecc). Ora sembra consapevole del suo ritorno alla scrittura, tanto che ha dichiarato di stare già lavorando a un nuovo libro.

Considera (sogna) di “vivere come scrittrice”? gli è stato chiesto in una intervista. “Vorrei continuare a lavorare nel campo della cultura, dell’inclusione, che poi si sposa bene con l’attività letteraria”, la sua risposta, condita con la recriminazione che “in Italia non ci sono molte occasioni” rivolte alla “scoperta di autori”. L’ allusione alla politica delle istituzioni e a quella editoriale delle case editrici, si presta a una seconda lettura. Va riconosciuto che una certa intenzione polemica verso il sistema della “politica” non è mai stata estranea alla narrazione della Rossetti. Al proposito fa ricordare quanta se ne incontra in Happy  Italy: una signora entra in banca e pistola in pugno chiede al cassiere i soldi. La guardia giurata, non ci pensa due volte e egli spara alla testa. La pistola della donna però era finta e lei voleva semplicemente indietro i suoi risparmi di una vita, sottrattigli con gli oliati stratagemmi bancari da Gianpiero Fiorani, con quello che la stampa chiamava lo scandalo della Popolare di Lodi, riassunto nell’etichetta Bancopoli. Un gesto, quello della donna, dettato dalla disperazione e dal disprezzo dopo che la giustizia l’aveva beffata condannando Fiorani a pochi mesi di tranquillo soggiorno in galera. Anche questa una storia che parte dalla cronaca e intreccia una narrazione che è individuale e collettiva, giudiziaria e politica e che intreccia  una dettagli che investono la società e le esistenze umane come quelle toccate a un pover’uomo solo in una casa sotto un ponte che sta crollando. «Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giú tutto!» gli gridano i coinquilini in fuga. Ma l’uomo non riesce a muoversi, è preda di un dilemma che non lo fa respirare: quali sono le cose da salvare? Nel racconto, entra in gioco anche la politica, “con quel limite che c’è tra l’aiutare davvero una comunità e creare paure per generare potere.”

Cosa salverebbe lei dell’Italia oggi? viene chiesto alla narratrice. “La cultura nel senso più ampio del termine, come aggregazione capace di intercettare i bisogni della comunità, di comprendere le ragioni di certe posizioni, senza bollare come ‘ignorante’ o ‘pericoloso’ chi non la pensa allo stesso modo. E la capacità di noi giovani di adattarci, di muoverci attraverso aspettative che non trovano rispondenza nella realtà”.

I problemi, suggeriva ai giovani Paolo Cerchi, grande esperto di letterature e di teorie letterarie, in una sua appendice  a “La rosa dei venti”, non bisogna mai cercarli, ma solo trovarli. La Rossetti è una che li sa individuare sottraendo i fatti della cronaca alle esposizioni comuni, sviluppando selezionando quegli elementi su cui costruisce il racconto conferendo scioltezza e intensità al linguaggio, che sfiora, a tratti, il poetico. La sua scrittura è attenta a non confondere l’autrice coi personaggi, affida ai personaggi – in questo caso a Gabriele Maestrali e alla giornalista Caporali -, di mostrare o non mostrare, di dire o non dire, creando ciò che colpisce incisivamente il lettore, dipanando l’interrogativo “salvare che cosa? Se non ciò che sta nell’animo, nella mente, nell’esistenza dell’uomo, i momenti più intimi e veri dell’uomo che rimugina le pagine di vita trascorse coi genitori e la ex moglie, che la giornalista gli cava fuori con le sue domande e che si affacciano attraverso brandelli di lucidità e di silenzi tra crampi allo stomaco, nostalgie e rimorsi che simboleggiano il conflitto fisico e metafisico del protagonista. Dai diversi momenti la Rossetti ricava slancio per la trama narrativa, caratterizza i personaggi, da  tono giusto alle ambientazioni. Il risultato è tagliente, immediato, anche quando il tessuto sembra concedersi qualche scorciatoia, che alla fine, nei contenuti, risulta sempre caricato dall’emozione e dalla poesia.

Aldo Caserini

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LIBRI: “La mia esperienza col cigno nero”, un libro sulla “zona rossa” del castiglionese Michael Crea

La maggior parte delle persone ha un’idea propria di che aspetto dovrebbe possedere un libro self publisher ( avventura, argomento pratico, applicato, di sperimentazione; sentimentale, autobiografico, sportivo, umorismo , di orrore dramma e ironia, giallo miele e ricette …). Oggi gran parte dei libri editati o pubblicati in proprio, sono riconoscibili in tale modo. Il numero degli autori che si autopubblicano è in continua crescita in Italia. Ne abbiano riscontro anche sul territorio.
Le figure dell’ artista a la pages e dello scrittore, hanno preso il posto a quelle del poeta e del vecchio pittore. Sono infatti sempre più numerosi coloro che scelgono di pubblicare autonomamente un proprio libro o scritto o catalogo perché l’editore al quale si erano rivolti li aveva scoraggiati o snobbati o perché – almeno così essi dichiarano – vagheggiano libertà creativa e autonomia nel gestire le fasi costose della promozione e diffusione di un proprio libro da poter raggiungere in modo diretto i potenziali lettori.. Tutto questo indipendentemente dal fatto che i loro libri risultino o meno ben scritti,, rispettino le minimali regole di scrittura narrativa, posseggano chiarezza di stesura e di pensiero, mostrino una qualche modernità audace di stili, affrontino temi d’attualità e delineino trame avvincenti e situazioni interessanti d’attualità, usino bene parola scritta. Alla fine sono sempre una sorta di “edifici” votati a rimanere in piedi. Se non reggono può dipendere da tante ragioni: il filo conduttore dell’argomento, il modello conduttore, le cause ambientali, economiche, culturali, temporali, l’emotività dei lettore ecc.ecc. L’unico patrono del libro non è il nome della casa editrice, la recensione, l’anticipazione su questo o quel giornale, il patrocinio e il sostegno di qualche ente ente pubblico locale o fondazione, ma è il pubblico e questo è garantito se il pubblico non è distratto, disinteressato all’ argomento, è poco portato alla lettura e manifesta scarsa generosità verso chi ha affrontato l’esperienza dello scrivere. E’ vero che oggi molti debuttanti si appoggiano ai nuovi sistemi mediatici (Facebook, Twitter, Youtube, Instagram ecc.), come il castiglionese Michael Crea, ma anche qui gli imprevisti non sono mai del tutto assenti e poiché sono sempre tanti, quanto lo sono i punti e le virgolette, gli aggettivi e le metafore in un libro, chiudiamo il nostro “pistolotto” per non farlo troppo lungo e noioso.
Quel che ci auguriamo e auguriamo al libro di Michael Crea, il giovane castiglionese uscito indenne dalla quarantena del corona-virus, autore di questa sorta di diario e di testimonianza messe sotto il titolo La mia esperienza col cigno nero, redatto in quarantena, senza “velleità” di impronta letteraria o narrativa e dedicato alla propria madre Tiziana, non incontri un qualche “imprevisto” da doverlo resocontare con un’altra metafora del cigno nero..
Laurea in management, 31 anni, consulente in una azienda energetica di Piacenza, Michel Crea ha liberato nel suo libro la propria personalità per dare voce non a segreti incontrati , ma a sentimenti e a emozioni profonde che l’hanno raggiunto. E’ perciò un libro che esprime le commozioni e le trepidazioni vissute da lui e dai suoi familiari e da altri, mostrando “senza dire”, facendo “vedere” quanto provato: il dolore, le speranze, lo spavento e…la fiducia nella vita. Il suo raccontare mostra anche un certo stile, esprimendo con le parole della gente il contenuto del sentimento rappresentato.
La mia esperienza col cigno nero è il riassunto dell’esperienza di lunghi momenti dolorosi più che mostrarli, come hanno giù fatto numerosi scrittori esperti di scrittura. Lui invece riferisce, non mostra. E’ riesce a far vivere quei momenti ai lettori. Nel volume si ritrovano raccolte le emozioni dolorose vissute ed espresse anche di altri. La narrazione non è generica, né imprecisa, né superficiale o artificiale. Crea non esita ad appoggiarsi a facoltà immaginative e linguistiche per riflettere i contenuti. In sostanza si espone. Tiene cioè conto  dei destinatari del suo sforzo.
Aldo Caserini


		
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Renzo Paris: “La banda Apollinaire”

Anche se non tutti i lodigiani sono i lettori che ci piacerebbe avere per colleghi di letture e lo scrittore Renzo Paris, autore di una trentina di titoli, è poco richiesto nelle librerie cittadine, il suo libro, uscito una decina di anni fa e dedicato a Apollinaire (pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki), uno dei grandi poeti europei, è di quei gustosi “ritratti” biografici che meritano segnalazione, un po’ per le novità di percorso e contenuto proposti dalla vita del poeta e portati in luce  dall’ autore, un po’ per tutti quegli elementi e fatti che loanno intrecciato agli altri compagni di viaggio e d’avventure, un po’ perché  la prodiga e sfavillante Parigi  è uno specchio seducente dei tanti mutamenti che hanno proliferato e intessuto il secolo passato nel campo delle arti visive, della produzione letteraria e poetica, della musica, dello spettacolo, dei generi popolari, incoronando numerosissime pagine individuali, ma anche di storia e i criteri d’interpretazione.
Allievo di Asor Rosa a Roma, Paris è stato a sua volta docente di letteratura in università italiane e collaboratore di diverse testate quotidiane (il manifesto”,”Liberazione”, “il Corriere della Sera) e del settimanale “L’espresso  oltre che autore di  importanti  saggi biografici).
La banda Apollinaire  è una vera passeggiata a ritroso nella Parigi  del Novecento tra le avanguardie moderniste dei letterati, poeti, pittori ostili alla cultura borghese allora dominante. Seguendo le tracce di Apollinaire l’affresco che Paris traccia con grande maestria narrativa ricostruisce il quadro di una generazione  attraverso la vita vissuta. Dominata dalle avventure della giovinezza e insieme gli impeti dell’elaborazione intellettuale e culturale di una compagnia di ingegnosi di cui facevano parte tra gli altri Picasso, Max Jacob, Breton. Cocteau,André Derain, Vlaminck, André Salmon, Alfred Jarry, André Billy, Henry Rousseau,. E soprattutto lui Guillaume Apollinaire. Tutti fatti sfilare con naturale chiarezza dallo scrittore abruzzese coi loro amori: Annie Playden, la pittrice Marie Laurencin, la nobildonna Lou, Jacqueline Kolb. Una vera e propria escursione letteraria di cui il lettore avverte la ricchezza e insieme la malinconia per un tempo perduto e irripetibile.
Poeta, romanziere e critico, dell’ampia produzione di Paris ci piace  segnalare a chi ci segue oltre  La banda Apollinaire  le poesie raccolte in Album di famiglia, Il fumo bianco e Il mattino di domani, i romanzi Cani sciolti, Frecce avvelenate, La casa in comune, La croce tatuata, La vita personale e le biografie  di  Alberto Moravia, Ignazio Silone ( Elliot 2014) e Pier Paolo Pasolini (Elliot 2015) e il suo penultimo romanzo Bambole e schiavi( Elliot 018).

Aldo Caserini