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ELIZA MACADAN, “Frammenti” con introduzione di Amedeo Anelli

Di Eliza Macadan, giornalista e poetessa di origini moldava residente a Bucarest, nata nel 1967, che scrive e pubblica in italiano, romeno e francese dal 1994, i lodigiani conoscono i risvolti umani, politici, letterari e di prerogativa ( della poesia). L’anno passato, a Tavazzano, per iniziativa del Piccolo Presidio Poetico “On fa l’os” Amedeo Anelli dialogò con lei alla Biblioteca; aveva appena pubblicato da Archinto Pioggia lontano e la sua ars poetica (senza scomodare Aristotele, Orazio e Nottolino di Pario) trovava risalto sulle riviste di poesia (Kamen’) e considerazione sulla stampa d’informazione.
Con il passare del tempo la sua produzione lirica non ha svigorito su di se l’attenzione pubblica. Frammenti di spazio austero (Ticinum Editore, 2018 euro 10), appena uscito, è un volumetto di una cinquantina di pagine che riprende l’edizione ragusana del 2001. In copertina riproduce una bella formella di Fernanda Fedi e s’apre con un intervento di Amedeo Anelli che gratifica l’autrice con una nuova puntigliosa analisi delle stratificazioni culturali, degli “attraversamenti” e delle “assimilazioni” intervenute sulla “unità poematica”, Così il direttore di Kamen’, consapevole ovviamente di occuparsi sotto il profilo teorico del punto di vista descrittivo-sistematico non al fine di suggerire norme preferenziali, ma per esigenza “naturale e necessaria”, di risvegliare “temi esistenziali di interesse universale”.
Anelli ne richiama lo spazio poetico: forme intonative, precisione del dettato, analisi del quotidiano e del contingente, il dire e il non dire (gli spazi bianchi) eccetera.
In “Frammenti” le parole della Macadan non catturano come altre volte. Per intenderci, non sorprendono come in Anestesia delle nevi, dove i versi s’avviano con “Cronofaga”, che obbligano tutti a ritornare al dizionario. In ogni caso non si può dimenticare che i frammenti hanno una quindicina d’anni e la poesia della romena è stata sottoposta al “labor limae” (letteralmente a un lavoro di cesello, ovvero a un perfezionamento del prodotto). Anelli si limita a riconoscere che vi sono “in nuce molte procedure, procedimenti e temi delle raccolte successive”.
C’è però qualcosa almeno di “inusuale” nelle 40 liriche in lingua originale, non tradotte, tutte brevi, ciascuna composta da un minimo di sei versi a un massimo di ventuno, scritte con linguaggio asciutto, essenziale, senza nessuna punteggiatura, senza lettere maiuscole, senza nessun titolo; un “modello” che si ricorda in altre raccolte, come in Anestesia delle nevi, anch’esso prefato da Amedeo Anelli, che in “Frammenti” nota vi trovano posto già “il lato sentimentale e il duro attraversamento quotidiano e del romanzo personale, la incerta navigazione dell’ora e del minuto”.
La Macadan è un poeta che giocherella sugli opposti, i contrari, sul diversivo del rilanciare, dell’aumentare e infine “sul tono iperbolico, ironico, enigmatico e sapienziale” dei giudizi e delle sentenze. Ha una sua significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”,

 

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Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ

Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

Amedeo Anelli nel Delta del Po / Memoria per Giorgio Mazzon

Giorgio Mazzon (1848-2017) è un artista-poeta veneto rimasto pressoché inesplorato lontano dal Delta del Po, poco conosciuto dal grande pubblico fuori dal territorio, ma noto per le sue sculture in legno levigato dal Po e reti punto di riferimento di tanti artisti tra Chioggia, Ravenna e Rovigo.

Pittore, scultore, incisore, decoratore, fotografo, scenografo, organizzatore teatrale è stato un personaggio “raro”, che ha avuto il coraggio di trasformare il proprio studio di artista e parte della propria abitazione in una sorta di atelier aperto a tutte le esperienze dell’arte, della letteratura e della musica, inanellando parole, immagini, versi, note, caratteri, mescolandoli coi colori del Po.

Il Ponte del Sale, una associazione rodigina per la poesia e lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale, ha raccolto in un elegante volume, a cura della famiglia di Mazzon, una serie di fotografie di Giorgio Mazzon che lo scrittore Danilo Santoni si è peritato di far commentare a poeti e testimoniare da interventi di amici e letterati, realizzando un interessante e prezioso “omaggio” all’artista scomparso testimoniando l’azione e l’attività del “maestro” attraverso suoi scatti, riportando però anche l’attenzione del lettore sull’amatissimo Polesine, una terra fra le acque la cui storia si perde nella narrazione e nella mitologia.

“In calmissima luce”,è un volume di una novantina di pagine, di cui la metà almeno è consegnato alle immagini “fermate” da Mazzon; in caratteri Garamond, su carta Fedigroni Century Cotton Wove Premium White dalla Grafica Atrestina. raccoglie straordinarie suggestioni documentarie in b/n di una terra intensa per contenuti e ispirazioni.

Le immagini di Rosolina e del Parco del Delta del Po e dei circostanti luoghi intrecciati da canali e canneti che animano per una decina di chilometri le seducenti acque delle valli e del mare Adriatico sono introdotte da una poesia di Amedeo Anelli: “In Memoriam”, in cui il poeta lodigiano risolve un canto sobrio, liscio, in cui si coglie una semplificazione (per evitare sia l’ affabulazione sia gli addobbi) e il ricordo del maestro è trasferito in un approccio alla terra polesina, colta non come un acquarello (magari turistico) ma un qualcosa che restaura rapporti attraverso il continuo di cielo, acqua, nebbie e zolle.

La composizione del cogonese richiama infatti il legame terrigno tra gli abitanti del Basso Alaudense e i “fratelli di quelli della foce”, pur senza avere di questi lo sbocco. Coglie di entrambi la presenza di magnetismi e suggestioni, quel “qualcosa” di comune che li nutre:…fra le reti qualcosa passa, qualcosa resta/ qualcosa nutre nell’umida terra: la vena d’argilla…”.Il Po che attraversa il basso lodigiano e quello del Delta offre al poeta come già all’artista un elementi di comunanza, dati dalla ”continua immersione”. Che peraltro si può afferrare anche nelle liriche di Luigi Bressan, Loredana Bogliun, Luciano Caniato, Nando Celin, Maurizio Casagrande, Andrea Longeva, Gabriela Fantato, Marco Munari, Ivo Prandin, Gianni Sparapan eccetera.

IL LIBRO: In calmissima luce- Con Giorgio Mazzon nel Delta del Po – Fotografie di Giorgio Mazzon – Elaborazione delle immagini di Danilo Sartoni – Ed. Il Ponte del Sale Assoc. Per la Poesia, Rovigo. – pagg. 94 – maggio, 2018 – €.24

 

 

Gianmaria Bellocchio: “Succede. Vivendo”

 

Gianmaria Bellocchio intervista Patrizia Foglia

Scrittori si nasce?”, si chiede Andrea Maietti prefando nel risvolto di copertina Succede Vivendo, “memorie discrete” di Gianmaria Bellocchio. E trova risposta in Daniel Defoe: “Certamente lo si può diventare. Daniel Defoe scrisse il suo primo romanzo a sessantun anni. Prima aveva vissuto nella distrazione di varie attività…Bellocchio ha più o meno l’età di Defoe al suo primo libro. Non è mai troppo tardi”.

Ma “perché?” si scrive e si stampa. E’ una domanda che si fanno parecchi in un Paese dove, è risaputo, si legge poco, anzi pochissimo, e le librerie fanno vita grama. Se lo chiede lo stesso Bellocchio nelle prime righe del suo libro d’esordio: per lasciare un segno di se, per mostrare “la propria passione per le lettere”, per far emergere pensieri, ricordi, affetti, nostalgie.

Le risposte del perché si scrive possono essere molte, da farci capire quanto sia importante scrivere, alimentare la ricchezza del nostro immaginario profondo: si scrive perché si ha molto/poco da raccontare; per passatempo, convenzione, abitudine; per capacità affabulatoria, perché è facile o tale lo si ritiene; perché si ama farsi leggere/conoscere, per gusto, per ottenere recensioni, per il piacere della mente; per comunicare, testimoniare, rivelare cose nascoste che senza il palombaro della scrittura rimarrebbero nel mare dell’inconscio; perché un libro è sempre/quasi una “terapia”; per l’impulso significativo delle parole e altre cose ancora.

Perché Bellocchio si sia lanciato nell’avventura di “Succede-Vivendo” , una sorta di “frullato” diaristico, il lettore lo scopre passo a passo dalla lettura delle settantina di pagine date dall’autore alle stampe nel proprio sessantacinquesimo compleanno e dedicate al figlio Matteo da un anno sposo di Eleonora. Un omaggio da padre a figlio che rende conto del significato profondo e anche no, delle cose che capitano agli uomini e che aiutano a comprendere, con un pizzico di umorismo e di “leggerezza”, qualità che a dare retta a Galileo, al di la della fisicità, a seconda della propria gradazione tonale e intensità di trasparenza, contiene nella sua incorporea sostanza tutte le cose, le idee e i sentimenti. Sottintende perciò in chi scrive semplicità, chiarezza di pensiero, moderazione, sobrietà, capacità di valutare le cose della vita.

Succede.Vivendo è un testo sorretto dal soffio vitale dei ricordi che ha il sostegno di una virtù: la leggerezza capace di ingentilire, rasserenare e magari rallegrare con l’ironia delle insorgenze quotidiane. Per vivere con leggerezza, sembra volerci dire Bellocchio, ci vuole ironia. “Talvolta – coglie Maietti – si ha l’impressione che non è lui a cercare l’umorismo, ma piuttosto l’umorismo a trovare in lui un immediato vivace interprete”.

Le parole di cui Bellocchio si avvale non sono quelle della narrativa corrente, sono parole semplici, segni distinguibili di sentimenti e anche di idee. Del diario personale traducono flashback, pensieri, esperienze, giudizi che l’autore “stende” di fronte al lettore. Ma nella loro semplicità comunicativa rimandano a qualcosa che a volte è più profondo di ciò che possono indicare.

Aldo Caserini

IL LIBRO : Succede. Vivendo. Memorie discrete di Gianmaria Bellocchio. Stampato in 200 copie dalla Coop. Sollecitudo di Lodi. s.i.p.

“Fernanda Fedi e Gino Gini”, presentato al Castello Sforzesco di MIlano

Fernanda Fedi e Gino Gini in una fotografia di Chiara Luxardo

Nuova presentazione per il libro d’arte”Fernanda Fedi – Gino Gini” edito a Livorno da Roberto Piccolo. La pubblicazione, tirata in 200 esemplari, di cui 170 con numerazione araba e 30 con numerazione romana, firmati dai due artisti e contenenti un’opera originale su papiro (Fedi) e una su cartoncino (Gini) era stata illustrata la prima volta nel settembre scorso da Amedeo Anelli direttore di Kamen’ all’Archivio Storico di Lodi in occasione della mostra “Mappe di viaggio”. Viene ora riproposta il 17 novembre prossimo al Castello Sforzesco di Milano durante Bookcity Milano 2017 in un incontro tra  Sergio Graffi direttore della Biblioteca d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, Amedeo Anelli, critico d’arte e poeta, Roberto Peccolo, gallerista editore di Livorno e Fernanda Fedi e Gino Gini, artisti, l’una affascinata dal Rongorongo, una forma di scrittura arcaica usata nell’isola di Pasqua, non ancora decodificata, l’altro, autore di una ventina di ‘Proposizioni sulla Scrittura’.
Alla base dei propri interventi artistici la Fedi esprime la convinzione “ che la scrittura dei primordi, non ancora decodificata, nel suo mistero, possa non solo testimoniare bensì trasmettere idee/concetti attraverso segni/forme e che “la non traducibilità’ sia la vera ‘fenomenologia’ della comunicazione”. Venti, le “proposizioni” (enunciazioni, concetti), individuati da Gino Gini per la scrittura, in cui manifesta valori interconnessi e presenta una spiccata inclinazione diaristica-archivistica “dalla parte della scrittura”: “Memoria della scrittura. Nuova Scrittura. Scrittura creativa. Ultima Scrittura. Scrittura arcaica. Scrittura originale. Scrittura attiva. Scrittura alternativa, ecc…”. La raccolta che svela come le proposizioni “proposte” riflettono contenuti relativi, concessivi, subordinati, coordinati, oggettivi, importanti, marginali ecc.
Se i libri d’artista della Fedi, prendono spesso spunto o sono dedicati a scrittori, poeti, pensatori (Borges, Pessoa, Pavese…), quelli di Gini si affidano a proposizioni diverse di scrittura, seguono – per usare una espressione di Elisabetta Longari – “il dettato di urgenze di carattere personale e di ordine riflessivo e concettuale”.Ne parlerà, lo stesso Gini domenica 19 a Milano, alle 11 alla Galleria Libreria Derbylius, in occasione della mostra “Poesia visiva Libri d’artista dagli anni Settanta al contemporaneo affrontando il tema della “Evoluzione della Poesia Visiva nel Libro d’Artista”, una iniziativa dedicata alla libraia Carla Roncato di Gorgonzola, titolare (mancata a settembre) della Derbylius specializzata nel rapporto tra scrittura e arte.

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“NEVE PENSATA” di AMEDEO ANELLI. Autoritratto del naturale

I grigiori del cielo, le nebbie, le foglie e le guazze rugiadose, le piogge intense e minute, la neve – la neve che si scioglie, la neve sognata e la neve pensata-, le brezze, il gelo – il nutrimento di una terra coltivata, forte di stagioni -: e poi i silenzi, il paesaggio, il tempo, la memoria, sono solo alcuni flash con cui interagiscono le proposizioni di “Neve pensata, agile volumetto di Amedeo Anelli (Mursia, Milano, ottobre 2017, pagg. 68)  che da molteplici angolazioni munisce genesi a una quarantina di sillogi alcune antologizzate da Daniela Marcheschi (Antologia di poeti contemporanei, Mursia, Milano, 2016).Neve pensata è la quinta delle raccolte di poesie di Amedeo Anelli, avviate il 1987 con Quaderno per Marynka, proseguite con Acolouthia I, Acolouthia II e Contrapunctus e ora entrata a far parte di “Argani”, la collana diretta da Guido Oldani per Mursia, dove figurano le firme di Finiguerra, Koskel, Loi, Marcheschi, Joseph Conrad, Oldani, Rossi e dei poeti del Realismo terminale. Neve pensata è un ondeggiare calmo tra fiocchi di stupore, sogno e silenzio – “i nutrimenti della terra viva di stagioni e di corpi vivi” – in cui senza difetto né timidezza compaiono gatti (Tone, Mimì, Guido, il Gatto-pera, il tigrato grigio Catullo, attenti ma fermi nella luce imperscrutabile degli occhi ) e lasciano graffiti destinati a perdersi passeri, pettirossi, corvi, falchi, api, lucciole, farfalle… mentre nel paesaggio complessivo le dedicazioni (a Daniela Cremona, Daniela Marcheschi, Gino Gini, Gianluigi Lisetti, Sandro Boccardi, Edgardo Abbozzo, Assunta Finiguerra, Fernanda Fedi, Vannetta Cavallotti) trasmettono particolare curvatura ai versi illimpidendoli di affetto e simpatia.
In tre capitoli monotematici e monocromatici, ritmicamente contrappuntati (Invernale, In memoriam, Tessuto i corpi) le composizioni offrono “un autoritratto del naturale”. Non riassumono nodi ossessivi ma hanno il proprio centro motore in quell’impegno nel quale il poeta trova da tempo le motivazioni per cimentarsi nella risonanza delle parole: l’ambiente, le stagioni, la natura, la volontà, la capacità continua, dinamica del comporre poesia.
Le preposizioni fondamentali come quelle della natura, delle stagioni, dei nutrimenti della terra, creano il perenne confronto dell’uomo con le pagine della vita, con la storia e i suoi valori, con il presente e il passato avvalendosi di una rete di intuizioni affidate alla parola per cui la poesia diviene il terreno di confluenza e di proiezione del dialogo, della ricerca e della vita oltre che di motivi e percezioni puramente soggettivamente autobiografici. Le ricerche iniziali attorno al linguaggio hanno lasciato campo a nuove funzioni ritmiche, a nuove tessiture dove accostamenti, appropriazioni, contrappunti valorizzano con “ampliamenti metrici, verbali, frasici” le composizioni, fanno scorrere col chiarore delle idee il tempo e gli istanti, le cose e i viventi, gli affetti e le attese. Attraverso l’interagire di frammenti – residui del fatto quotidiano o dell’accumulo dei sentimenti -, Anelli mette in linea una poesia pensata ricca del deposito di materiali e di idee il cui senso non è sempre determinabile. “Tutto va all’indietro/ come il treno il paesaggio,/ se cambi posto fugge tutto in avanti”.

Il libro: Amedeo Anelli: Neve pensata – Ed. Mursia, Milano, pagg.82, novembre 2017, € 15

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Giancarlo Buzzi, “L’odisseico peregrinare”

Giancarlo Buzzi, morto un paio d’anni fa era un letterato anticonformista. Moderatamente eccentrico al punto di non apprezzare il titolo di letterato stava accortamente lontano dalle “consorterie” e dai “salotti”, benché gli amici – e ne aveva! -, li scegliesse tutti tra poeti, critici, filologi, scrittori, narratori, artisti, filosofi, persino teologi e traduttori.I lodigiani probabilmente non ricorderanno il suo nome, forse non lo hanno neppure mai sentito pronunciare in libreria, anche perché  tra il finire degli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando uscirono da Feltrinelli e da Mondadori i suoi primi titoli (Il senatore, L’amore mio italiano, La tigre domestica, L’impazienza di Rigo, ecc.) i negozi di libri erano quello che erano, non si chiamavano neppure librerie. Il suo nome ha pensato a farlo correre Amedeo Anelli sul Cittadino, recensendo ogni suo lavoro fresco di stampa, interpretando i contenuti e facendo emergere con le qualità dello scrittore quelle dell’intellettuale irrequieto, inventivo, spesso controcorrente, narratore dal linguaggio appassionato, composito e innovativo, traduttore operoso e versatile, dagli interessi e dai mestieri più diversi. La sua carriera si è dipanata lentamente, lavorando alla Olivetti, alla Bassetti, alla Pirelli, gestendo per tre anni il ristorante La Pastaccia, e nell’industria editoriale al Saggiatore, alla Mondadori e da Valsecchi.

Amava i posti silenziosi di campagna. Con il lodigiano ha nutrito una intesa solidissima. Ogni anno scendeva almeno una volta nella Bassa per incontrare (in trattoria) Gino Commissari, Amedeo Anelli, Guido Oldani.

Un recente volume di Interlinea restituisce un ritratto dell’uomo e dell’intellettuale. “L’odisseico pererignare. L’opera letteraria di Giancarlo Buzzi” raccoglie a cura di Silvia Cavalli, esperta in letteratura italiana del Novecento del Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” dell’Università Cattolica di Milano gli atti di una giornata di studio dedicata a Buzzi poco prima che morisse.

Scrive la Cavalli: “ Buzzi ha saputo incamerare tanto la tensione sperimentale figlia degli anni sessanta e settanta, quanto le suggestioni architettoniche, le innovazioni linguistiche, gli echi letterari derivanti dalla sua formazione intellettuale e professionale”.

Il volume permette di conoscere numerosi aspetti della personalità dello scrittore e della sua ricerca innovativa. Oltre le relazioni e le testimonianze della giornata a lui dedicata, il volume, raccoglie in 200 pagg. gli studi di Mario Lunetta sulla scrittura come pensiero-forma, di Giuseppe Bonelli sul linguaggio amoroso, di Clelia Montagnani sui carteggi buzziani, e restituisce inoltre i contributi di Daniela Marcheschi (Buzzi e il romanzo filosofico, pag. 107), Amedeo Anelli (Il realismoprospettico” di G.B., pag.115 ), di Guido Oldani (B. scrittore impaziente, pag.177) oltre a segnalare nei i contributi gli interventi di Anelli e di Oldani su il Cittadino e di Gino Commissari su Kamen’

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Tino Gipponi:”La poesia in Ada Negri”

Riaccendere l’ interesse sulla poesia di Ada Negri è impegno non da poco. Richiede scelte e responsabilità. Si mette alla prova Tino Gipponi che già ci aveva tentato con una iniziativa al Museo della Stampa di Lodi. L’amplia e l’approfondisce ora con un saggio penetrante, che dei versi della poetessa mette in luce particolari della versificazione: la tecnica addotta, la metrica, la ritmica, le figure retoriche, e indaga il linguaggio “nell’unità di contenuto e di forma” e in rapporto anche ai percorsi della vita della poetessa. Sostanzialmente sopperisce a quanto è sfuggito (colpevolmente) a tanti critici che nei loro contributi su Ada Negri non sono mai entrati nell’ analisi delle novità formali e della disciplina metrica seguita.
Che poi vi siano “caducità” in una parte della sua opera, sarebbe ingenuo negarlo. Sia pure con morbidezza critica, ne fa cenno lo stesso Gipponi nel libro La poesia in Ada Negri ( Prometheus Editrice, Milano, 2917, €15,00), mettendone in luce la creatività e il linguaggio ma anche i “passi falsi”. D’altra parte la stessa Ada Negri confessò di portare “come una ferita” quella che considerava una “dissonanza” fra la popolarità della sua poesia e il suo “reale valore artistico” .
Passata da una fama internazionale (ricordiamo solo il Mommensen che confidò a Ojetti di conoscere nella letteratura italiana il Carducci e Ada Negri) a una sorta di “clandestinità” perdurante essa ammette motivi altri dalla fragilità di una parte della sua opera. Alcuni credono di doverli indicare nei condizionamenti politici suggeriti dal suo iter ideologico, da “pasionaria” socialista ad Accademica d’Italia; altri, invece, nel fatto che la poesia di Ada Negri appartiene sì “alla propria epoca”., ma non sarebbe “d’ispirazione letteraria”. Tra questi il Rondoni per il quale l’oblio sarebbe in un certo senso “meritato” poiché nel suo itinerario “non è approdata al nichilismo gnoseologico, volontaristicamente umanitario in voga (e, per il fatto d’essere in voga mutatosi in nichilismo dolce) – anzi, semmai da esso è partita per giungere alla coscienza di un ‘eterno’ che batte ed entra in ogni attimo del tempo”.
Tralasciando gli interventi preziosi in Archivio Storico Lodigiano ( A. Ruschioni, Momenti e costanti nella poetica di A. N., XVIII (1970), e quelli di Cesare Angelini, di Nino Podenzani, di Elena Cazzulani e Gilberto Colletto, Ada Negri pareva ritrovare interesse dopo l’uscita da Fabbri di una antologia che raccoglieva testi accompagnati da una analisi storica di Davide Rondoni con i contributi di Maria Luisa Spaziani (in “Donne in poesia”) e di Elisabetta Rasy (in “Ritratti di signora”. Ma poi la poesia della “maestria” è ridiscesa nel dimenticatoio, fino al recente contributo di Elisa Gambero (“Il protagonismo femminile nell’opera di Ada Negri”, LED Edizioni Universitarie).
Tino Gipponi vi si aggiunge ora proponendo un interessante “spicilegio” – come lui stesso lo chiama -. Fornisce un ritratto convincente, in cui vengono fatte incontrare indicazioni d’arte e stilistica e riscontri di perizia nell’esercizio della versificazione, che nella sintesi rinfrancano l’esigenza un “assestamento del valore”. In un certo senso Gipponi “rompe” con la sbrigatività di tanta critica che ha sempre trascurato di valutare l’opera attraverso gli aspetti di “fattura”.
Il volume, di piacevole lettura, introdotto da Francesco Solitario dell’Università di Siena, è arricchito da due documentazioni: un epistolario inedito e un apparato iconografico che corrispondono bene all’esigenza del metodo seguito dall’autore, che è quello “critico-euristico” in grado di generare spunti nuovi di conoscenza. Infine, l’edizione è impreziosita dall’acquaforte Piazza S. Francesco in Lodi, incisa e tirata al proprio torchio da Teodoro Cotugno. Una piccola raffinatezza per gli intenditori del segno originale d’arte.

Sabato 21 ottobre 2017 alle ore 16.00 il Museo della Stampa ospiterà un incontro sul al libro di Tino Gipponi. Relatore è Francesco Solitario, professore di Estetica dell’Università di Siena. Argomento: stabilire quale parte della vasta produzione della scrittrice lodigiana abbia effettivamente valore poetico
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