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ORWELL (ERIC BLAIR) di Pierre Christin e Sebastien Verdier, tradotto da Fabrizio Arcari

In copertina c’è un volto dai tratti decisi, è quello di Orwell (Eric Blair), narratore morto giovane, che ha avuto un’esistenza sfaccettata, assolutamente inimmaginabile per chi abbia letto magari soltanto il suo romanzo più popolare e famoso, La fattoria degli animali e 1984 e su di esso si sia fatta un’idea dello scrittore.
Composita ed eterogenea da sfuggire a ogni tentativo di associarle i attributi è anche la ricostruzione illustrata che ne fa Sébastien Verdier avvalendosi dei tocchi di colore di Philippe Ravon, e dell’alternanza di stili, e cromatismi di altri disegnatori, coinvolti con l’intento preciso di offrire una immagine poliedrica dello scrittore britannico. Da parte sua Pierre Christin evidenzia con caratteri dattiloscritti, stralci ricavati da interventi di carattere autobiografico di Orwell. L’ampio volume pubblicato da Ippocampo permette l’immedesimarsi e godere una piena fruizione dei disegni, che accompagnano il lettore alla conoscenza minuziosa della personalità e dei ruoli dello scrittore sudamericano, a partire da quelli dell’infanzia a quelli tormentati trascorsi in collegio in Inghilterra, dal periodo degli studi alla scelta spiazzante di entrare nella Polizia Birmana e tornare in Oriente, seguendo le orme paterne e ritornando sulle tracce delle proprie stesse origini.
Quello che emerge dal volume di Pierre Christin e Sébastien Verdier con la partecipazione di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, “decifrato” da un bravo e vero traduttore, Fabrizio Ascari, è pertanto uno scrittore-personaggio, un Orwell collegiale, poliziotto, proletario, dandy, miliziano, giornalista,ribelle, romanziere, eccentrico, socialista, patriota, giardiniere, eremita, visionario.
Ne vien fuori la figura di un uomo idealista ma anche tremendamente carnale, semplice, ambizioso, stravagante, utopista, fantasioso, ora vago, ora reale, ora amplificato, coerente, sbandato. Insomma sfaccettato, come in copertina del libro. Da leggere e vedere.
Il libro. “Orwell” di Pierre Christin e Sébastien Verdier;   L’ippocampo,  2020,pag. 160, € 19,90, trad. Fabrizio Arcari

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Panorama artistico lodigiano: TINO GIPPONI critico d’arte. Tutto cominciò con Achille Funi

Il critico d’arte Tino Gipponi

L’esercizio della critica d’arte è un’esperienza semplice, senza difficoltà? Tanti vi ambiscono, tanti si spacciano tali sui social, tanti praticano la disciplina senza neppure sapere che essa reclama, dedizione, studio, aggiornamenti, non solo quindi l’esercizio di scrivere ma il combinarsi problematico di occhio critico ed esperienza estetica, filosofica, storica.

C’è diversità tra la critica e la cronaca d’arte, come c’è distinzione tra l’esperto e il conoscitore. Molto dipende dai campi estetici in cui ci si colloca. Il critico d’arte e il critico letterario muovono su una linea di distinzioni: l’osservazione, la descrizione, la contestualizzazione, l’analisi, l’interpretazione, la caratterizzazione e infine il giudizio; il cronista spesso commenta e distingue sulla base del proprio gusto fornisce un apprezzamento veloce, di compiacenza a sollecitazioni esterne all’opera. Tre fronti si dividono: da una parte sta chi sostiene che: l’arte è conoscenza, sia pure conoscenza di un tipo particolare. Dall’altra chi sostiene che: l’arte è semplicemente fare. In mezzo sono le altre posizioni, compresi i mitografi, coloro che si raccontano per dare sfogo alla propria vanità e senso alle loro aspirazioni.

L’informazione culturale dice quel che c’è, e di quel che c’è chiede ragione; la critica aiuta a muoversi in questo bosco e anche quando si divide al suo interno istituisce un quadro dialogico che aiuta a guardare verso orizzonti più “comprensivi”.

La dimensione critica di Tino Gipponi è quella di una puntuale adesione prima alla “concreta conoscenza” poi a penetrarne la “sintesi espressiva”. In sede critica, più di altre cose, per lui contano “la lettura del lavoro, la testualità delle opere, l’analisi del percorso creativo”. Un metodo che da rilievo “al linguaggio delle forme, alle scelte strutturali, al risultato e alla elaborazione dello stile” Le sue qualità di critico ed esperto sono note dalle tante mostre organizzate e presentate, ma anche da una quarantina almeno di biografie, studi e scritti di artisti locali (Gianni Vigorelli, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno, Felice Vanelli, Mauro Ceglie, Natale Vecchietti, Bassano Bassi). La stessa fedeltà alla propria prassi d’indagine critica la si ritrova nei testi su artisti nazionali (Achille Fiume, Franco Francese, Alfredo Chighine, Enrico Della Torre, Gianfranco Ferroni, Roberto Crippa, Ennio Morlotti, Gianfranco Cerri, Livio Ceschin, Attilio Rossi), nonché nelle pubblicazioni in cui sono presi in esame gruppi, correnti, poetiche, tecniche, linguaggi, fasi storiche ecc (Protagonisti di una amicizia ideale, Grafica, Abc del disegno, L’impressionismo, L’ìnquietudine del volto, La stampa d’arte antica,La collezione Rosa Mazzolin, Maestri del Novecento, Gilardo da Lodi, Pittura e scultura del XX secoo a Lodi e nel Lodigiano, Morire sconosciuto e misero- Carteggio Francese Chighine, L’arte è passione. Da Funi a Capogrossi), ma anche libri in cui affronta materie di soggetti diversi, che lo segnalano per la vitalità e lo spessore intellettuale di scrittore e saggista (Tempo e morte, La veridica storia di M.Cosway, Stato e Chiesa nella Civiltà Cattolica, All’ombra di Dio, Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla, La piombara della vita, Novità dall’archivio Cosway, La poesia di Ada Negri, La maestra Minestra a Crespiatica ). Non di secondaria importanza, dal momento che hanno contribuito a far crescere una certa coscienza critica sul territorio sono infine gli interventi critici redatti per i cataloghi curati per le mostre da lui stesso organizzate (Angelo Palazzini, Mario Ottobelli, Il Segno. Da Picasso a Morandi, Franco Ferlenga, L’ anima del Novecento Da De Chirico a Fontana, Giuseppe Sala, Morlotti Chighine Della Torre Maffi, Bassano Bassi, Ettore Pasetti, Ambrogio Tironi, Dimitri Plescan, Enzo Vicentini, Cristoforo De Amicis, Arturo Bonfanti, Il disegno – Il nuovo nella tradizione, Giuseppe Guerreschi, Francesco De Rocchi, Parole e immagini, Idea per una collezione d’arte moderna, Prova d’autore, Ettore Archinti, ecc.). Tanti interventi e “contributi”, che hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dalla saggistica di argomento biografico, letterario, etico, storico. Materie per le quali non esiste un vocabolario concettuale unico, che a volte costringono la critica ad affrontare l’analisi dei temi con metodo analogico o per differenza, ponendo attenzione ai rischi di deviazione, ai tanti scogli e ostacoli che Gipponi sa superare da studioso, attento nelle analisi alla terminologia di riferimento, con proprietà lessicale, da vero conoscitore e non da semplice amatore svagato, attraverso un metodo che gli permette di impadronirsi dell’argomento o del risultato attraverso lo strutturarsi e il configurarsi del percorso creativo.

Gipponi compirà in ad agosto gli ottantaquattro anni. E’ sul fronte della cultura da almeno una sessantina di primavere. Le sue pubblicazioni di cui abbiano fatto cenno (consapevoli di quante ne avremo “saltate”) costituiscono una ricchezza documentale che ha contribuito a sprovincializzare l’occhio della borghesia e del ceto medio locale. Abitualmente si parla e molto degli artisti,, dei narratori, dei poeti, dei loro lavorio e delle loro scelte. Noi abbiamo voluto l’accento su una vera e propria disciplina che non utilizza gli strumenti del dipingere o quelli del più ovvio punto di partenza letterario, ma quelli dell’analisi e della critica, di cui non si fa mai cenno, ma che richiedono preparazione, tenacia, conoscenza, documentazione e aggiornamento per avere, come Gipponi ha, sempre qualcosa di nuovo e importante da dire, dopo il tanto che ha già detto e scritto.

Aldo Caserini

 

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Gumilev, poeta della natura e della semplicità nella traduzione dal russo di Amedeo Anelli

Una recente riuscitissima traduzione di Amedeo Anelli, direttore di Kamen’, la rivista di poesia e filosofia giunta al XXVIX anno di vita, fa compiere un passo indietro nel tempo, agli anni del primo Novecento in Europa, che furono marcati dalla poesia russa e vissero al centro di irradiazioni e convergenze intellettuali e letterarie. Figura di spicco, per interesse e rilevanza Nicolaj Gumilev, del quale sono pubblicati in un interessante volumetto dell’editore Avagliano i versi dedicati alla natura, al mondo contemporaneo e alla morte. Nel giorno in cui il mondo fu creato, questo il titolo della raccolta (pagg.75, € 12,00), riprende poesie, preghiere e poemetti accompagnati da una nota finale bio-bibliografica con cui Anelli da risalto alla solidità e intensità del percorso letterario e umano del letterato e poeta russo.

Nato nel 1886 a Kronstad, Gumilev si inserì giovanissimo nel mondo letterario pietroburghese di cui divenne uno dei rappresentanti più importanti. All’inizio appassionato cultore del simbolismo, se ne allontanò fondando un movimento che gli diede fama di capostipite dell’ ‘acmeismo’ o ‘adamismo’. Obiettivo del movimento: tornare alla poesia e raccontare il ‘reale’ naturale più che sociale, usando parole semplici, chiare e levigate. A venticinque anni Gumilev si immaginava una poesia sottratta al falso sensibilismo del Simbolismo antirealista, capace di guardare all’Oltre, alle cose della vita reale, di interpretare i sentimenti semplici e il vivere del popolo. Una poetica che trovò adepti, dal prolifico Puskin al “colorista” Blok, che nei colori vedeva trasmessi i segni mistici delle cose, qualcosa in più dell’esperienza umana, fino alla Achmatova, moglie (per otto anni) di Gumilev.

Lo scorso anno, Kamen’ ( n.55, giugno 2019) assegnò l’ ìntera sezione di poesia (una quarantina di facciate da pag:49 a pag.89), ai testi originali in cirillico e alle traduzioni di Anelli che restituì, “nei suoi ritmi scanditi”. voce al poeta (Daniela Marcheschi).

Attrezzato al ritmo dai tanti lavori precedenti in slavo, Anelli mostra bene nel corpo dei testi la ricchezza degli attraversamenti e del cammino del poeta, il pensiero delle sue sorgenti, il senso della natura animata e animante, l’adesione all’eloquenza del modulato e la ricerca stilistica.

Nel giorno in cui il mondo fu creato, esce nel centenario della nascita di Gumilev ed ha dentro coi testi pubblicati da Kamen’una decina di inediti (poemetti compresi) e le revisioni apportate – spostamenti minimi, levigature, appianamenti – che esaltano l’andamento meditativo dei versi. Non sono tanto un intervento normalizzante quanto una esplicazione della struttura, la messa in evidenza del rifiuto dell’autore russo della retorica e delle ampollosità del simbolismo allora in voga, per una dilatazione musicale della partitura, attraverso la chiarezza della parola e il ritmo.

Aldo Caserini

 

 

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IL CORONAVIRUS FA SALTARE DUE MOSTRE DI COTUGNO

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Tra le iniziative della primavera pronte per andare in esposizione, la “passeggiata” di 30 acqueforti tra vigneti e nevicate nella valle di Bardonezza che il calcografo Teodoro Cotugno aveva annunciato di tenere a Rovesciala a cura di quel Comune, della Biblioteca e della Pro Loco, è finita ( anch’essa) cancellata a causa del corona virus C 1. Inesorabilmente saltata con la “XXVII Primavera dei vini” che avrebbe impegnato degustatori di rossi e bianchi e a ricercare trait d’union con l’equivalente enoico in arte.
Se si considerano i guasti prodotti dalla epidemia e quelli preesistenti da qualche anno nel sistema dell’arte calcografica, vien da pensare che a dare fiducia possa essere solo l’invito rivolto agli artisti del disegno nel settecento da Francesco Milizia: continuate a produrre per combattere le “sensazioni de’ viventi”.
Scordata la mostra di Rovescala Cotugno ha dovuto però dare forfait anche a quella programmata per maggio a Milano al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Pavese da Gigi Pedroli. Due rinunce che non impediscono a noi notisti d’arte di soffermarci, quel poco che basta, sui fogli “tirati” e finiti in deposito, pieni di vita e di energia.
Cotugno è un calcografo noto e seguito, che nel progredire ultraquarantennale del suo segno incisorio, ha aggiunto ricchezza e vivacità a gruppi di viti, ai dintorni di paesi, spazi ai campi, movimento alle rogge, lampeggiamenti alle nevicate eccetera. Da trasmettere autentica poesia.
Se s’indaga l’intero corpus incisorio costituito da alcune centinaia di lastre, si nota che i soggetti forniti da vigne, viti, vigneti, neve, campi e dei colli, è quanto di più suggestivo si trova; un insieme che mette in rilievo nella sua pratica maestria tecnica, padronanza di segno, certosina costanza e unità del disegno; e come tutto si accordi con l’anima segreta della natura da trasmettere in percettività sottili le eventuali tensioni: la profondità, le ombre, la luce, gli intrecci. Un vero ” ostinato esercizio del vedere”, se ci è permesso di ricordare Renzo Biasion.
Nei ultimi risultati, quelli che avrebbero dovuto mostrarsi a Rovescala e al Centro dell’Incisione a Milano, si coglie una diversa sensibilità nel segno e nella struttura, che rende più immediata la sintesi, l’essenzialità. Il racconto è sempre quello: discreto, poetico, mai freddo, lontano da scenari ideologici o teoretici. S’incontra il racconto di una civiltà, di una cultura.; di rimbalzi sentimentali ed emotivi che finiscono per coinvolgere anche il lettore più refrattario alla”gazzarra” del movimento della natura.

Aldo Caserini

 

 

 

 

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NOVE SIRONI IN SOLITUDINE A SPAZIO ARTE BIPIELLE

“Il mio maggior piacere è sempre stato quello di trattare di cose d’arte ed ho passato parecchie ore al tavolino quando altri alla mia età si divertiva.” Così Mario Sironi ancora giovane. Di lui si scriverà poi molto, forse troppo, almeno fino a un certo punto della sua carriera d’artista, fino a dopo la grande guerra e la Liberazione. Poi sarà messo in disparte dare spazio alla sarabanda delle mostre di intrattenimento.Sironi partecipò alla guerra del ’15, nel battaglione ciclisti, insieme a tutti i futuristi. L’ adesione al fascismo gli procurò la commessa per grande opere di contenuto propagandistico e ideologico. La fondazione di Novecento italiano per una “moderna classicità” lo aprì al sodalizio intellettuale con la scrittrice Margherita Sarfatti e all’impegno per la pittura murale ( per lui, non solo una tecnica, ma un modo radicalmente diverso, (antico e classico) in senso fascista).Nella sua biografia entrarono di volta in volta la partecipazione alla Biennale di Venezia, l’ingresso come critico d’arte al Popolo d’Italia, le commesse per le grandi imprese decorative di regime, l’adesione alla Repubblica di Salò, infine l’amarezza per la caduta dei suoi ideali politici a cui reagì polemicamente col rifiuto di partecipare alle Biennali di Venezia del dopoguerra e la sostituzione, in pittura, della vigorosa energia costruttiva con la frammentarietà. Sironi è stato una delle figure interessanti e originali della pittura italiana, un artista che a causa della sua adesione alla politica fascista fu messo al bando dalla critica (Longhi, Venturi, Argan, e l’esercito dei minori), con la sola eccezione, ma questo più recentemente, di Elena Pontiggia e di Flavio Caroli che ne recuperarono aspetti della storia
Per tutto questo e altro ancora, la mostra affidata a Tino Gipponi allo spazio espositivo Bipielle, oggi ormai chiusa, in cui sono state esposte 9 opere dell’artista, di proprietà della Banca Bpm, meritavano una maggiore risposta dal pubblico locale, distratto (forse) da altre iniziative.
Inserite all’interno di un percorso celebrativo per i 150anni della nascita di Ada Negri, tele e carte hanno documentato la frequentazione della Negri e di Sironi alla cultura milanese del tempo, e garantito spinta a conoscere questo artista – pittore, scultore, architetto, illustratore, scenografo, grafico e scrittore -, che contribuì all’avanguardia culturale artistica nella prima metà del Novecento.
A Spazio Arte c’è stato un autore di paesaggio “diverso” da quelli che i lodigiani amano coltivare; un paesaggio dai colori non naturalistici, ma maculati, terrosi, legati a forme stilizzate, quasi scolpite sulla superficie piatta del supporto, derivate una cultura formale e spaziale che introdurrà al un rapporto con le periferie industriali e urbane.In breve, un paesaggio sintetico, lirico, monumentale. In cui le forme solide e cupe annunciavano il successivo ritorno a un’arte che eliminava ogni elemento decorativo e lasciava intuire malinconie oniriche e solitudini individuali. Un’ occasione succosa ma perduta, che poteva contribuire a sviluppare anticorpi intellettuali.

Aldo Caserini

LA VISIONE NATURALE IN UN BOOK DI TEODORO COTUGNO

Nella vasta nebulosa delle tipologie narrative, di genere e non, la letteratura sembra mettere alla prova anche i lodigiani, attraverso una produzione che specchia l’integrazione e l’intercambiabilità diffuse nell’immaginario e nei contenuti. E’ una koiné che di fatto sostituisce la matrice liceale e universitaria che nel Novecento era stata terreno d’incontro tra lettore e scrittore e all’arricchimento dei discorsi paralleli di letteratura e pittura e viceversa. Affinità ora indebolite, per non dire sparite, con l’affermarsi di una nuova koiné ad opera di scrittori d’esordio, che chiedono visibilità ai media per fronteggiare la loro carente tenuta e limitata profondità.

In questo panorama si inserisce, senza vantare particolari doti affabulatorie, Teodoro Cotugno, artista noto come grafico d’arte e ora autore di Tra alberi e sentieri d’acqua, un piccolo book costruito senza filtro sui sentimenti, come nucleo difensivo contro la confusione procurata dallo sviluppo, con una ispirazione naturalistica, che ad alcuni potrà sembrare antistorica, i cui contenuti e la semplicità sono il frutto di un’acuta consapevolezza del mutamento epocale in atto contro il pianeta da richiedere una responsabilità individuale.

Tra alberi e sentieri d’acqua è il prodotto dell’osservazione di ambienti e vedute agresti, semplici, costruite senza abbellimenti, sottratte alle dinamiche miopi dei luoghi comuni.

Silenzioso e schivo per natura l’artista si era già fatto notare per il raccontato tascabile, “L’uomo che salvava gli alberi”, al quale ora ha unito questo racconto di sostanza poetica e umana in cui si mostra narratore di forte sentimento, senza ridondanze, di rigore etico, che privilegiata l’umiltà di fronte alla vita e alla natura. Dopo la presentazione dell’ottobre scorso alla biblioteca comunale di Saleranno sul Lambro, il volume viene ora presentato venerdì 10 gennaio, alle 21 al Comune di Cerro al Lambro con un intervento di Mario Chiesa, direttore generale del Consorzio Bonifica Muzza Bassa. Questo risveglio di interesse e d’attenzione dipende in senso lato dal contenuto. Non scopre una rockstar. La narrazione di Cotugno muove dalla camminata solitaria lungo il canale Muzza di un uomo dedito a proteggere alberi che tra il fogliame rimosso scopre un nido con tre piccole uova e s’impegna a trovargli nuova sistemazione permettendo alla madre merla accorsa disperata di ritrovarlo e completare il percorso alla vita.

E’ un racconto che viene dal fondo della campagna: scorrevole, leggero, senza contorsioni formali, di pensiero né astrazioni. Che si colloca ben lontano dalla quotidianità spesso mondana che affronta i problemi in modo soffocante e omogeneizzato. Punta all’essenzialità, alla verità attraverso una forma svelta e qualitativamente accettabile da porsi in sintonia coi temi delle proprie immagini, fatte di segni, di punti, di barbe, di luci e ombre.

“Tra alberi e sentieri d’acqua” è un book di piccoli momenti e ricche sensazioni. In poche paginette il lettore si trova calato in una nuova consapevolezza da cui estrapolare quel rispetto alla natura che in questi tempi moderni ed “evoluti” non si è sviluppato nell’umanità,

La pubblicazione del volumetto è stata resa possibile dal Comune di Saleranno al Lambro per le feste patronati d’ottobre Stampato dalla Sollecitudo di Lodi in caratteri Garamond su carta Old Mill Fedrigoni, arricchisce con un’ acqueforte originale, numerata e firmata dall’autore.

Aldo Caserini.

 

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Tra l’Infinito e il Nulla. Un saggio di Tino Gipponi sull’Infinito di Leopardi

Non è facile, in genere, definire le fasi di una vicenda culturale e il ruolo delle figure di letterati. Possiamo ricordare però che sul finire degli anni ‘60 la poesia pareva sul punto di esaurirsi. Con difficoltà Leopardi era affrontato nelle scuole. A quei tempi e a malapena, si parlava più del senso della storia in Manzoni, del sepolcrale Foscolo, di Monti, Carducci, Pascoli, Fogazzaro e di qualche altro neoclassicista. Leopardi si doveva accontentare. Trovava conforto in un gruppo di liriche segnate dalla solitudine e dalla malattia che si imparavano a memoria velocemente: Infinito, A Silvia, Passero solitario, Il Sabato del villaggio. Su di lui non si insisteva, aleggiava il sospetto d’essere un “eccentrico”. Malgrado ne avessero scritto De Sanctis, Russo, Momigliano, Contini, Papini, Croce, la grandezza della sua poesia ha stentato ad affermarsi e trovò consacrazione piena solo nel Novecento avanzato. Ma allora non brillavano gli studiosi di linguistica, che studiavano morfologia, struttura, semantica, pragmatica, lessicologia… pronti a cogliere l’importanza della forma, l’interagire col significato e il rafforzamento della “scintilla terrestre”.

L’Infinito di Leopardi è sempre stato un testo che suggerisce l’ insorgere di “di immagini e parole”, oggi lo dicono parecchi studiosi, che rilevano come uno sfarzo di figure metriche e mette in questione il soggetto della scrittura e l’affermarsi di un significato definitivamente costituito.

Che nel bicentenario della sua composizione L’Infinito fornisca un arricchimento che va oltre al semplice omaggio, rappresenta senz’altro una importante gratificazione.

E’ di questi giorni la stampa per Prometheus del saggio Tra l’Infinito e il Nulla in cui Tino Gipponi affronta e chiarisce il tentativo leopardiano “di costruire una nuova lingua della poesia” ricorrendo al polisindeto (un costrutto sintattico, consistente nell’uso ripetuto di congiunzioni coordinative a fini espressivi, per unire un insieme di parole o frasi) nel libro enumerati dall’autore in otto dittici, sei aggettivi dimostrativi ecc, “ripetuti senza essere disturbanti e ingombranti”. Il libro è una ricca e sistematica escavazione di strutture, idee, atteggiamenti, condotta attraverso una analisi stilistico-metrica che aiuta a individuare gli orientamenti e la disciplina poetica della poetica leopardiana.

Gipponi arriva a riconoscere per tale via lo scardinamento della “forma chiusa” con cui il poeta recanatese ha introdotto il meccanismo dell’immaginazione. L’ analisi è minuziosa, condotta con acume critico e analitico, con grande rispetto nell’ uso della parola e del significato. Non senza qualche dettaglio polemico. Come contro il diffuso “stereotipo scolastico” del pessimismo garbatamente valutato ricorrendo a un calzante citazione ( Antonio Prete) che attribuisce al diffuso clichè di avere impedito di cogliere come la scrittura di Leopardi “ tenesse insieme la rappresentazione e la musica del verso lo sguardo sulla finitudine del verso e l’apertura costante del desiderio, oltre che la necessità dell’immaginazione”.

Tra l’Infinito e il Nulla è un saggio riuscito che annuncia due anni dopo la pubblicazione con Prometheus de La poesia in Ada Negri come la mente dello studioso si è arricchita in ampiezza di succhi spremuti dalla storia letteraria e dalla cultura critica.

«[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. […] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti». Con il il De Sanctis è quanto si riceve dal pregevole contributo di Gipponi.

Il volume è completato da Silvia e Nerina nella poesia di Leopardi e dall’allegata acquaforte titolata all’Infinito di Teodoro Cotugno di cui rimandiamo a un successivo commento.

Aldo Caserini

Il libro : Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla – Tino Gipponi, Prometheus, collana di saggi, ricerche e studi, con un’acquaforte (17, fix26), L’ermo colle di Teodoro Cotugno, copertina di Franco Cilia, dicembre 2019, € 10,00

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SARA MANZAN: Dietro alle tracce e alla lezione di Livio Ceschin

Una mostra è una mostra, scriveva (hillo tempore!) il Longhi a Benedetto Croce. Il paradosso è chiaro. Sono le opere quelle che contano, che devono corrispondere alle esigenze fondamentali della fruizione, non le parentele o le parole che le accompagnano.
Forse il messaggio più denso di Sara Manzan sta nel chiedere alla sintassi del suo maestro Livio Ceschin, di rivelarsi senza troppo disperdersi nella libertà divagante, della propria vis poetica.
Se certe eccedenze espressive arrivano, non sempre si riconoscono e spiegano per intero il trasferimento dal maestro all’allieva della fibra di un acquafortista straordinario quale è stato il trevigiano, artista che anche i lodigiani hanno conosciuto e apprezzato per l’ispirazione lucida e incandescente attorno ai temi della natura, dei paesaggi agresti, dei fogliami e delle acque.
Ma in un panorama qual è l’attuale, che paventa il declino dell’arte incisoria, minacciata dall’intolleranza del mercato, ma anche dall’indifferenza e dalla mediocrità, incapace di cogliere le possibilità del linguaggio e della poesia che è in esso, è sempre lodevole che un artista dichiari di riferirsi all’insegnamento di Ceschin e si riconosca nel suo naturalismo contemplativo.
Alla XXI edizione di Carte d’Arte la Manzan si fa conoscere come acquafortista attenta alla resa tecnica,, sia nel linguaggio (figurale) che nella resa del segno, con esiti di compenetrazione. Non dimenticando che lo stesso Ceschin fu spesso associato a Giovanni Barbisan (trevigiano come lui) per la sottigliezza dei tratti, assai raffinati, che gli permettevano di ottenere una vibrata e delicata luminosità.
Per il suo naturalismo (iniziale) e per i risultati nelle vedute paesistiche, per la proiezione del respiro lirico e la dilatazione dello spazio, anche nella giovane Manzan si può parlare di “concezione”, manifestando l’artista esperienza, stimoli e segnali che esaltano la sensibilità e danno l’impronta.
Gli si può riconoscere orientamento alla luce o. distinguendo, attenzione ai valori tonali o all’esattezza degli elementi della realtà. Semplici richiami al suo primo maestro, mediati dalla riflessione soggettiva e da una visione tranquilla e riposata che arriva ad estendersi ai simboli ambivalenti della natura.

La Manzan risulta orientata a una personalità tecnicamente attrezzata, con rappresentazioni che esaltano l’immediatezza poetica (ultimamente visiva) attraverso la predilezione per gli elementi di suggestione, come la luce che modella e da forma alle composizioni.

Aldo Caserini

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GIANCARLO FERRARIS: Una diversa rappresentazione del paesaggio a “Carte d’Arte”

Il cannellese di San Marzano Oliveto Gian Carlo Ferraris è artista poco noto fuori dal territorio astigiano per l’attività di illustratore e fumettista oltre che di grafico e pittore. (Se la memoria non tradisce, nel milanese gli ricordiamo solo una apparizione all’Osteria di Monluè). Ferraris è dedito in particolare a una diversa rappresentazione di paesaggio – soprattutto di colline, cascinali e ricostruzioni sceniche – in chiave originale, estranea alla tradizione, non scontata e celebrativa, fatta di tagli e luci nette e cromatismi antinaturalistici, come ben rivelano i lavori alla Fondazione Banca Popolare di Lodi in via Polenghi a Lodi, introdotti sabato dai due curatori, Gianmario Bellocchio e Walter Pazzaia.
I paesaggi di Ferraris sono un distillato soggettivo, affidati allo spazio, in cui non mancano gioco, ironia e astrazione, temperamento.
Già insegnante, per un decennio, di figura disegnata all’Artistico di Torino e di discipline pittoriche all’istituto artistico di Acqui Terme, Gian Carlo Ferraris è sulla breccia da una cinquantina d’anni, con all’attivo personali di acquarelli, acrilici, soprattutto incisioni e la realizzazione di illustrazioni, copertine, fumetti e manifesti pubblicitari. Con tanti anni di attività riesce però ancora a far progredire la coerenza dello strumento espressivo con un giusto margine di originalità rispetto ai modelli del genere.
L’artista piemontese si muove tra ambienti naturali creando atmosfere e incantamenti non soltanto estetici, dove quel tanto di decorativo che nella sua grafica s’incontra sempre, si riduce però al minimo, costretto all’essenzialità. Per certi particolari, la sua ricerca viene avvicinata a certi maestri piemontesi da lui frequentati. Ma al di la delle parentele e delle frequentazioni più o meno documentate, Ferraris manifesta una differenza nella stilizzazione del mondo naturalistico, che lo rivela un accanito e affettuoso ricercatore delle mille vie della sua mente in perpetua evoluzione. I soggetti sono una sorta di lapidario dai vetri lucenti e geometrici. Nelle forme elaborate non si certificano drammaticità interiori o vertigini intellettuali o straziamenti intellettuali. Nei suoi lavori c’è una pulizia che ricorda certi poeti. Traducono impegno e scelta, differenze d’ambiente, rimescolano e rielaborano la contorta ma vitale espressione di una avanguardia che è provinciale ma è anche peculiare; che salva la natura e il paesaggio negandoli se troppo sentimentali o carichi di “pettinature”. In trame di pudico linguaggio Ferraris tiene insieme osservazione e poesia, concentra mutamenti rivelatori, mostra visioni o invenzioni mai monotone, occupate dal pensiero e a volte dall’ironia.

Aldo Caserini

 

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LUCIANO RAGOZZINO: Un biologo incisore-editore a “Stanze della Grafica”

 

La XXI edizione di Carte d’Arte – la IV di Stanze della Grafica – ha preso il via sabato allo Spazio Arte Bipielle con un pugno di incisori diversi per concentrazione stilistica: il milanese Luciano Ragozzino, il romano Patrizio Di Sciullo, l’astigiano Giancarlo Ferraris e la veneta Sara Manzan, tutti che oltre esibire le proprie soluzioni espressive le hanno concretizzate in una cartella per l’Associazione culturale mons. Quartieri, vicinissima al venticinquesimo anno di attività.
Si tratta di un gruppo di grafici dai percorsi diversi: chi importante (Di Sciullo); chi in pubblicità, come illustratore di copertine e fumetti (Ferraris); chi come la Manzan, meno contrassegnata, chi, infine, contraddistinto per l’insegnamento, l’amicizia di poeti e le attività editoriali; tutti artisti noti a Milano, Roma, in Piemonte e in Veneto impegnati a dare volto e presenza alla grafica con contributi forti e creativi, rappresentando nell’impegno esperienze ed emozioni quale fisionomia autentica di identità.
L’esibizione curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia porta in scena una grafica alimentata dai rispettivi vissuti individuali, scava nell’io e nella sistematizzazione scientifica e filologico-razionalizzante, come nel milanese Luciano Ragozzino artefice di un serbatoio di narrazioni che intrappolano con una serie varia di soggetti. e visioni.
Nella sua arte incisoria Ragozzino è conosciuto per l’osservazione che presta alla natura, il suo scrutarla per quella che è, scandagliando vita e morte, misurando dettagli e indizi. Di questo retroterra scientifico e umano, che il visitatore trova nei riscontri di viaggio, nei paesaggi, negli animaletti, nei ritratti e negli ex-libris Ragozzino ha costruito il proprio umanesimo: la capacità diversificare il particolare, di osservarlo e indagarlo, di dilatarne il significato fino alla rappresentazione di qualcos’altro.
Biologo e-incisore, insegnante di tecniche dell’incisione all’Università di Milano, Ragozzino è anche editore di una piccola casa editrice da lui stesso fondata quindici anni fa, che a Milano si occupa di poesia e di edizioni d’arte. Il Ragazzo innocuo, questo il nome, è impiantata in un’ex-fabbrica di gelati, divenuta punto di incontro di poeti e di artisti. Ragozzino si occupa in prima persona della stampa a mano dei volumi con caratteri mobili, arricchiti da opere grafiche originali. Il catalogo stringe insieme tre collane: la «Scripsit/Sculpsit», in cui il poeta-autore dei testi inediti raccolti diviene anche artista, cimentandosi con le tecnica dell’incisione; «Sculpsit/Scripsit», dove viceversa sono gli artisti ad accompagnare le opere incise con un testo scritto; «Fuori Collana», che contengono invece oltre a testi inediti incisioni originali spesso realizzate dall’editore. I soggetti delle incisioni chiariscono l’ estensioni dei suoi interessi di biologo, che riguardano la vita e gli organismi viventi, tra cui la loro biochimica, l’evoluzione, la fisiologia, lo sviluppo, la struttura, ovviamente non solo. L’ attenzione è rivolta naturalmente anche ad altre condizioni, che hanno senso con l’ evocatività poetica.
La stampa avviene su un vecchio tirabozze manuale che oggi non si usa più, ma che fino agli anni Sessanta serviva per stampare le bozze dei libri prima di passarle alla stampa automatica. In via Guinizzelli Ragozzino oltre a dedicarsi alle sue “esplorazioni” che trasferisce con segno “antico”, capace di suscitare attrattiva immediata, stampa piccoli capolavori editoriali di poesia (René Clair, Maurizio Cucchi, Franco Loi, Valerio Magrelli, Alda Merini, Giampiero Neri, Silvio Ramat, per fare alcuni nomi).
Non è solo il segno impresso a distinguere Ragozzino. C’è anche la passione particolare ch’egli riserva ai caratteri mobili, la stampa a mano, gli esemplari a tiratura ridotta, le tecniche e le procedure. Il suo mostrare maestria nelle morsure, nell’uso dei bulini, nel ricorso ai punteruoli, con cui guida il lettore verso nuove verità servendosi a volte dell’ironia.

Aldo Caserini