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Gabriele Vailati al Museo della Stampa Schiavi

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I pastelli di Manuela Prati al “Bizzò” di Lodi

La stagione invernale delle mostre non ufficiali si è avviata a Lodi con qualche novità. Al Bizzò è stata inaugurata una vivace esposizione di Manuela Prati: un gruppo di pastelli che nascondono spesso messaggi dedicati a luoghi e persone care all’autrice, che ha voluto intitolare Miss Lodi, la Nemesidove c’è un omaggio a un’Ada Negri che richiama Marilyn Manson, modella statunitense e show girl del burlesque specializzata in performance fetish softcore, c’è la fans di Paolo Gorini, una sirenetta sorpresa a coccolare il drago Tarantasio all’isolotto di Achilli, c’è Ortensia, un cucciolo di dinosauro femmina e sono diversi i richiami locali.
Approdata al disegno dopo avere lavorato in pubblicità, la lodigiana Prati che attualmente ricopre un incarico importante alla Fondazione Mattei all’Eni, non ha ridotto il proprio impegno nel coltivare il mondo colorato con le proprie Caran D’Ache. “Disegno – fa sapere – da quando mi ricordo di me. Non ho nessuna formazione accademica, non ho nemmeno un programma a dirla tutta. Sono timida e la mia è sempre stata una urgenza comunicativa. Parto da un foglio di carta, un mondo bianco e immacolato dove creo i miei mondi colorati con pastelli”. Si è data uno pseudomino impegnativo: Nemesi, riprendendolo dall’antica mitologia greca, dalla dea della giustizia che impartisce “a ciascuno il suo”, ma che nell’accezione comune – da Omero a Aristotele, da Erodono a Claudio a Plutarco fino ai nostri giorni – viene usato con significati e sfumature diverse. Non è comunque il suo significato o l’ etimologia a fermare l’attenzione, bensì i particolari di storie raccontati nei fogli alle pareti del Bizzò in via Cavour, e il linguaggio. Assai vicino a quello di una graphica che spazia nella gamma fantastica-meta narrativa-segnico pittorica, in cui l’immagine abbandonato il reale trascolora nel surreale o, viceversa, in virtuosismi fiabeschi da fumetto – in cui il disegno offre libertà vastissime al maneggiamento dei ricami, ai richiami scritti e verbali, basati sull’interazione dell’io narrante disperso nel disegno, nel segno, nel messaggio, nel colore, in un rapporto non scontato e variabile a seconda dei soggetti affrontati.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito, sul piano ideale è comunque l’intenzione, tale da avvicinare il linguaggio espressivo a una delle tante variabili della contemporaneità. Sino all’estremo di una figurazione fantastica (tutt’altro che disimpegnata), sia pure con una visione quasi allucinatoria, grottesca, capricciosa, ma decisamente (e in positivo), quasi giocosamente meta-poetica.
La mostra ospite da Bizzoni è una sorta di graphic short story. Di racconti brevi sviluppati attorno a una immagine centrale, che indagano il mistero della creatività, per esempio nelle oscure relazioni con la sfera onirica. La Prati conduce in un universo magico nella descrizione, che cattura e ammalia con il proprio ritmo, a volte in apparenza disordinato, in effetti incantatorio, che ha sempre al centro l’immagine femminile e l’occhio di Ra o di Horus, segnata da timbri diversi, di episodi e richiami minimi e, tuttavia, esemplari. I suoi pastelli sono un insieme ricco di trasposizioni, appunti, pause, dettagli resi con scrittura corsara, carichi di sincretismi e visioni che danno corpo al colore. La grafica risulta così allearsi alla fabula, con abilità formale e sensibilità di contenuti. Si offre come felice incontro con l’arte, con il libro, il ricorso a un tempo di fruizione libero, variabile, reversibile.

Aldo Caserini

“Carte d’Arte”: figurativo o astratto la grafica d’arte indaga sé stessa

CARTE D'ARTE 2018Carte d’Arte, curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia festeggia a “Bipielle Arte” il proprio ventennale d’attività.. Introdotta dal presidente Bellocchio e da una “riflessione” di Walter Pazzaia, docente di San Giuliano Milanese, l’esposizione inaugurata domenica sera da riscontro di quattro artisti di significativa espressività ( Delpin, Stor, Villa e Margheri); rende omaggio allo stampatore Franco Sciardelli, ferma, infine. l’ attenzione sugli artisti proposti dalla Milano Printmarker di Luigi Pengo (nipote dello stesso Sciardelli).
Fare grafica d’arte oggi in Italia è fatica da eroi. Carte d’Arte costituisce un argine al disinteresse che tracima dove prima c’era stata una storia d’amore. Quella che aveva orientato il lavoro creativo di Franco Sciardelli con i vari Greco, G. Pomodoro, Guttuso, Migneco, Melotti, Baj, Rognoni, Minguzzi, Cappelli, Valentini, Cazzaniga, Richter, ecc – presenti in mostra con esemplari improntati da Sciardelli e dal “sciur Bianchi”, suo tipografo esperto: una storia nata tra inchiostri, vernici, utensili, carte, torchi , acidi forti e ossidanti, paste abrasive, lastre di rame, zinco, ottone ecc…
”Resiste” questo amore? Oramai lontani sono i “tempi d’oro”, quelli che richiamavano l’attenzione dei critici d’arte anche sulla grafica, in cui nascevano e prosperavano le riviste specialistiche (come dimenticare Grafica d’arte, Ex libris, Il Collezionista ex libris, I quaderni del conoscitore di stampe, L’arte a Stampa, Il Calamatta, Print); Allora prolificavano i premi e i concorsi, gli stampatori si scoprivano essi stessi artisti, prosperavano le gallerie e il collezionismo non era una desiderio.
Oggi ci si accontenta di poco. Ci si sente sollevati dal fatto che esistono ancora artisti (pochi) che coltivano il linguaggio e associazioni che a quella “storia” legano la loro storia. Tra queste la Mons. Quartieri che sfida il casino e aiuta a tenere gli occhi aperti.
Le Stanze della Grafica destinano omaggio all’editore Sciardelli, che fu stampatore ricercato ed elegante, e del quale è in esposizione una ricca selezione di opere di acquafortisti che frequentavano la stamperia di via Ciovasso insieme a Sciascia, Sanna, David Maria Turoldo, Schwarz e altri e costituivano una sorta di “mondo magico”, che lui, siciliano, chiamava “la cascata di Catafuro” (dove l’acqua era sostituita dalle novità, dalle idee, dai modelli mentali, dalla creatività ecc.) .
L’esposizione grafica è poi affidata ai fogli di Dario Delpin, maestro in un’arte fatta di abili segni e buoni sentimenti. Nelle acqueforti esposte Delpin documenta energia e riflessione. Nei fogli “Mestole”, “Scarpe e ciabatte”, “Cesto in cantina”, “Bateia in secca”, “Reti a Primero” e in tanti altri, rivela un segno di forte carica espressiva che lo fa distinguere.
Su una linea più attuale (“Madagascar”, “Internazionale”, “Cariatide” ecc.) muove Nicola Villa, approdato alla grafica contemporanea, che indaga e lascia intendere dinamiche sociali e mescolanze di comportamento.
Laura Stor da invece riscontro a linguaggi di inappuntabili tecniche. Nelle acqueforti-acquetinte si segnalano “All’ombra della torre”, “Periferia”, “Lungo il fiume, in quelle acquerellate “Praga: il giardino della memoria; nelle ceremolli distingue “Gradini logori”; in linoleografia “Dolomiti al tramonto”, “Tavolozza d’inverno”.
Il quadro è esaurito da Raffaello Margheri che realizza buoni risultati all’acquaforte e li concretizza con metodo consolidato in paesaggi (“Po’ a Piacenza”, “Vaso di acacie”, “La nebbia”, “Barche”, “La curva”. E nature morte.
Milano PrintMakers, infine, arricchisce la mostra con l’arte giapponese della stampa su matrice di legno e opere di Kuniyoski, Hokusai e Hiroshige.

Aldo Caserini

Carlo Zaninelli (1888-1925), NEL SOLCO DEL REALISMO ALLA “Centropadana”

Carlo Zaninelli è stato uno dei protagonisti della storia artistica locale, probabilmente uno dei maggiori pittori del territorio dell’altro secolo, maestro per influenza di un po’ tutti coloro che sono venuti dopo e che in pittura hanno

Carlo Zaninelli: Autoritratto, olio su cartone telato, 38×28 cm.

cercato non un mondo fantastico, ma una ricostruzione emotiva e psicologica da permettere loro di partecipare a quel clima che si andò delineando alla sua morte, intervenuta a 37 anni nel 1925. Grazie all’impegno di Tino Gipponi ora si torna, dopo tanti anni, a parlare di questo pittore, di cui sono state veramente poche le occasioni per approfondirlo: un’antologica nel 1959 al salone dei Notaia e l’ inserimento nel 1980 in “Mezzo secolo di pittura lodigiana”.
Con curiosità e interesse, la mostra affidata alla curatela del critico lodigiano alla sede della Bcc Centropadana  dopo più di mezzo secolo dall’antologica retrospettiva dedicatagli dal Museo civico,  ha ravvivato la conoscenza del lato artistico, aiutando a scoprire quanto nella sua opera aveva in sé un valore di comunicazione, di messaggio, di colloquio, vale a dire il valore di indagine e di comprensione della realtà, condotto attraverso la pittura, e non solo quanta intelligenza e attualità è ancora nelle sue scelte artistiche.
Pur uscendo come il Vajani e lo Spelta dall’Accademia, tenendo le stesse linee maestre, Zaninelli ha sempre creato nelle proprie opere equilibrio e armonia nel senso della visibilità e del formalismo, senza inseguire elementi particolari di choc, mantenendo anzi scelte capaci di procurare suggestioni, da far chiedere se il suo atteggiamento verso il reale fosse più un atteggiamento di tipo poetico o non avesse scopi di tipo attivo, extraestetici.
Le molte opere prodotte compongono un insieme di pagine di sapore diaristico in cui hanno spazio umane tensioni e umori e rari sono i veri felici abbandoni lirici; in cui si è portati a cogliere una ricerca pittorica rivolta all’accordo di almeno tre dimensioni, forse solo temporali, considerando la partecipazione da ragazzo del pittore alla guerra ’15-’18, che ne minò lo spirito e il fisico: il tempo ridotto della esperienza individuale, quello della cultura e civiltà, il tempo della metafisica individuale. L’olio su tavola Teschio (cm38x34) può essere una costante del suo fondere la vita, il reale e il colore, la materia e la poesia e il tempo metafisico dell’essere.
I percorsi introdotti dalle avanguardie storiche dopo cubismo e futurismo verso neoplasticismo, suprematismo, costruttivismo, metafisica, dada, surrealismo non trovarono in Zaninelli spazio da testimoniare. L’artista rimase fedele a una pittura che fu attenta a superare le residualità tardoromantiche, si avvicinò ad approfondire l’immagine senza cedere troppo ai committenti, dando spazio alla spontaneità poetica e sintesi ai richiami della vita, senza virtuosismi decorativi, osservando e connotando sentimenti non ideologici ma di umanità e carattere.
Nella pittura di Zaninelli si affermano creatività e linguaggio individuali, non sempre personalissimi e non sempre estranei ai sistemi dell’accademia che nel 1919, gli permise di vincere a Brera il premio Gavazzi.
Senza le “strazianti sensibilità” di altri artisti, le sue opere mettono a fuoco quel che Angelo Monico riconosceva come “un problema essenziale”: il rapporto fra immagine e forma, fra contenuto ed espressione, contraddicendo chi nella “resa fisionomica e psicologica” dei suoi ritratti vi vedeva percezioni naturalistiche, e nell’utilizzo della densità coloristica qualità, sentimento e stile prossimi al Delacroix, oppure eccedenze post-impressioniste.
Mentre molti artisti del suo tempo cercarono di affidare la loro pittura al gorgo della materia e dei segni, oppure a rappresentazioni emblematiche e romantiche, Zaninelli scelse a struttura portante dei suoi lavori l’immagine diligente e familiare, che esclude sforzi di interpretazione drammatica, elaborando la stesura in impasti pittorici densi di valori espressivi. Usando parole, spostò l’attenzione dal contenuto espositivo, dal soggetto o dalla “cosa”, alla loro trasfigurazione poetica, senza tuttavia eliminare apporti di produzione realistica.
Ciò fa individuare a Gipponi, la presenza nella ritrattistica zaninelliana di “una nuova concezione del ritratto”. Nella presentazione alla mostra il critico ferma l’attenzione oltre che sulla “padronanza disegnativa” e sulla “sensibilità coloristica” di Zaninelli – qualità che in un certo senso hanno assecondato e protetto, a suo dire, l’unità di stile e l’equilibrio formale delle sue composizioni nell’oggettività del vero e della sua trascrizione –, sulla poesia che diventa aggiogante e rivelazione di realtà ignote, strumento che fa avviare un colloquio intimo con l’artista, con il suo mondo segreto. In Zaninelli – è l’osservazione del critico -, più che “l’apparenza delle cose rappresentate è la vita della poesia che aggalla”.

 

 

ELIZA MACADAN, “Frammenti” con introduzione di Amedeo Anelli

Di Eliza Macadan, giornalista e poetessa di origini moldava residente a Bucarest, nata nel 1967, che scrive e pubblica in italiano, romeno e francese dal 1994, i lodigiani conoscono i risvolti umani, politici, letterari e di prerogativa ( della poesia). L’anno passato, a Tavazzano, per iniziativa del Piccolo Presidio Poetico “On fa l’os” Amedeo Anelli dialogò con lei alla Biblioteca; aveva appena pubblicato da Archinto Pioggia lontano e la sua ars poetica (senza scomodare Aristotele, Orazio e Nottolino di Pario) trovava risalto sulle riviste di poesia (Kamen’) e considerazione sulla stampa d’informazione.
Con il passare del tempo la sua produzione lirica non ha svigorito su di se l’attenzione pubblica. Frammenti di spazio austero (Ticinum Editore, 2018 euro 10), appena uscito, è un volumetto di una cinquantina di pagine che riprende l’edizione ragusana del 2001. In copertina riproduce una bella formella di Fernanda Fedi e s’apre con un intervento di Amedeo Anelli che gratifica l’autrice con una nuova puntigliosa analisi delle stratificazioni culturali, degli “attraversamenti” e delle “assimilazioni” intervenute sulla “unità poematica”, Così il direttore di Kamen’, consapevole ovviamente di occuparsi sotto il profilo teorico del punto di vista descrittivo-sistematico non al fine di suggerire norme preferenziali, ma per esigenza “naturale e necessaria”, di risvegliare “temi esistenziali di interesse universale”.
Anelli ne richiama lo spazio poetico: forme intonative, precisione del dettato, analisi del quotidiano e del contingente, il dire e il non dire (gli spazi bianchi) eccetera.
In “Frammenti” le parole della Macadan non catturano come altre volte. Per intenderci, non sorprendono come in Anestesia delle nevi, dove i versi s’avviano con “Cronofaga”, che obbligano tutti a ritornare al dizionario. In ogni caso non si può dimenticare che i frammenti hanno una quindicina d’anni e la poesia della romena è stata sottoposta al “labor limae” (letteralmente a un lavoro di cesello, ovvero a un perfezionamento del prodotto). Anelli si limita a riconoscere che vi sono “in nuce molte procedure, procedimenti e temi delle raccolte successive”.
C’è però qualcosa almeno di “inusuale” nelle 40 liriche in lingua originale, non tradotte, tutte brevi, ciascuna composta da un minimo di sei versi a un massimo di ventuno, scritte con linguaggio asciutto, essenziale, senza nessuna punteggiatura, senza lettere maiuscole, senza nessun titolo; un “modello” che si ricorda in altre raccolte, come in Anestesia delle nevi, anch’esso prefato da Amedeo Anelli, che in “Frammenti” nota vi trovano posto già “il lato sentimentale e il duro attraversamento quotidiano e del romanzo personale, la incerta navigazione dell’ora e del minuto”.
La Macadan è un poeta che giocherella sugli opposti, i contrari, sul diversivo del rilanciare, dell’aumentare e infine “sul tono iperbolico, ironico, enigmatico e sapienziale” dei giudizi e delle sentenze. Ha una sua significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”,

 

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Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ

Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

Amedeo Anelli nel Delta del Po / Memoria per Giorgio Mazzon

Giorgio Mazzon (1848-2017) è un artista-poeta veneto rimasto pressoché inesplorato lontano dal Delta del Po, poco conosciuto dal grande pubblico fuori dal territorio, ma noto per le sue sculture in legno levigato dal Po e reti punto di riferimento di tanti artisti tra Chioggia, Ravenna e Rovigo.

Pittore, scultore, incisore, decoratore, fotografo, scenografo, organizzatore teatrale è stato un personaggio “raro”, che ha avuto il coraggio di trasformare il proprio studio di artista e parte della propria abitazione in una sorta di atelier aperto a tutte le esperienze dell’arte, della letteratura e della musica, inanellando parole, immagini, versi, note, caratteri, mescolandoli coi colori del Po.

Il Ponte del Sale, una associazione rodigina per la poesia e lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale, ha raccolto in un elegante volume, a cura della famiglia di Mazzon, una serie di fotografie di Giorgio Mazzon che lo scrittore Danilo Santoni si è peritato di far commentare a poeti e testimoniare da interventi di amici e letterati, realizzando un interessante e prezioso “omaggio” all’artista scomparso testimoniando l’azione e l’attività del “maestro” attraverso suoi scatti, riportando però anche l’attenzione del lettore sull’amatissimo Polesine, una terra fra le acque la cui storia si perde nella narrazione e nella mitologia.

“In calmissima luce”,è un volume di una novantina di pagine, di cui la metà almeno è consegnato alle immagini “fermate” da Mazzon; in caratteri Garamond, su carta Fedigroni Century Cotton Wove Premium White dalla Grafica Atrestina. raccoglie straordinarie suggestioni documentarie in b/n di una terra intensa per contenuti e ispirazioni.

Le immagini di Rosolina e del Parco del Delta del Po e dei circostanti luoghi intrecciati da canali e canneti che animano per una decina di chilometri le seducenti acque delle valli e del mare Adriatico sono introdotte da una poesia di Amedeo Anelli: “In Memoriam”, in cui il poeta lodigiano risolve un canto sobrio, liscio, in cui si coglie una semplificazione (per evitare sia l’ affabulazione sia gli addobbi) e il ricordo del maestro è trasferito in un approccio alla terra polesina, colta non come un acquarello (magari turistico) ma un qualcosa che restaura rapporti attraverso il continuo di cielo, acqua, nebbie e zolle.

La composizione del cogonese richiama infatti il legame terrigno tra gli abitanti del Basso Alaudense e i “fratelli di quelli della foce”, pur senza avere di questi lo sbocco. Coglie di entrambi la presenza di magnetismi e suggestioni, quel “qualcosa” di comune che li nutre:…fra le reti qualcosa passa, qualcosa resta/ qualcosa nutre nell’umida terra: la vena d’argilla…”.Il Po che attraversa il basso lodigiano e quello del Delta offre al poeta come già all’artista un elementi di comunanza, dati dalla ”continua immersione”. Che peraltro si può afferrare anche nelle liriche di Luigi Bressan, Loredana Bogliun, Luciano Caniato, Nando Celin, Maurizio Casagrande, Andrea Longeva, Gabriela Fantato, Marco Munari, Ivo Prandin, Gianni Sparapan eccetera.

IL LIBRO: In calmissima luce- Con Giorgio Mazzon nel Delta del Po – Fotografie di Giorgio Mazzon – Elaborazione delle immagini di Danilo Sartoni – Ed. Il Ponte del Sale Assoc. Per la Poesia, Rovigo. – pagg. 94 – maggio, 2018 – €.24

 

 

Gianmaria Bellocchio: “Succede. Vivendo”

 

Gianmaria Bellocchio intervista Patrizia Foglia

Scrittori si nasce?”, si chiede Andrea Maietti prefando nel risvolto di copertina Succede Vivendo, “memorie discrete” di Gianmaria Bellocchio. E trova risposta in Daniel Defoe: “Certamente lo si può diventare. Daniel Defoe scrisse il suo primo romanzo a sessantun anni. Prima aveva vissuto nella distrazione di varie attività…Bellocchio ha più o meno l’età di Defoe al suo primo libro. Non è mai troppo tardi”.

Ma “perché?” si scrive e si stampa. E’ una domanda che si fanno parecchi in un Paese dove, è risaputo, si legge poco, anzi pochissimo, e le librerie fanno vita grama. Se lo chiede lo stesso Bellocchio nelle prime righe del suo libro d’esordio: per lasciare un segno di se, per mostrare “la propria passione per le lettere”, per far emergere pensieri, ricordi, affetti, nostalgie.

Le risposte del perché si scrive possono essere molte, da farci capire quanto sia importante scrivere, alimentare la ricchezza del nostro immaginario profondo: si scrive perché si ha molto/poco da raccontare; per passatempo, convenzione, abitudine; per capacità affabulatoria, perché è facile o tale lo si ritiene; perché si ama farsi leggere/conoscere, per gusto, per ottenere recensioni, per il piacere della mente; per comunicare, testimoniare, rivelare cose nascoste che senza il palombaro della scrittura rimarrebbero nel mare dell’inconscio; perché un libro è sempre/quasi una “terapia”; per l’impulso significativo delle parole e altre cose ancora.

Perché Bellocchio si sia lanciato nell’avventura di “Succede-Vivendo” , una sorta di “frullato” diaristico, il lettore lo scopre passo a passo dalla lettura delle settantina di pagine date dall’autore alle stampe nel proprio sessantacinquesimo compleanno e dedicate al figlio Matteo da un anno sposo di Eleonora. Un omaggio da padre a figlio che rende conto del significato profondo e anche no, delle cose che capitano agli uomini e che aiutano a comprendere, con un pizzico di umorismo e di “leggerezza”, qualità che a dare retta a Galileo, al di la della fisicità, a seconda della propria gradazione tonale e intensità di trasparenza, contiene nella sua incorporea sostanza tutte le cose, le idee e i sentimenti. Sottintende perciò in chi scrive semplicità, chiarezza di pensiero, moderazione, sobrietà, capacità di valutare le cose della vita.

Succede.Vivendo è un testo sorretto dal soffio vitale dei ricordi che ha il sostegno di una virtù: la leggerezza capace di ingentilire, rasserenare e magari rallegrare con l’ironia delle insorgenze quotidiane. Per vivere con leggerezza, sembra volerci dire Bellocchio, ci vuole ironia. “Talvolta – coglie Maietti – si ha l’impressione che non è lui a cercare l’umorismo, ma piuttosto l’umorismo a trovare in lui un immediato vivace interprete”.

Le parole di cui Bellocchio si avvale non sono quelle della narrativa corrente, sono parole semplici, segni distinguibili di sentimenti e anche di idee. Del diario personale traducono flashback, pensieri, esperienze, giudizi che l’autore “stende” di fronte al lettore. Ma nella loro semplicità comunicativa rimandano a qualcosa che a volte è più profondo di ciò che possono indicare.

Aldo Caserini

IL LIBRO : Succede. Vivendo. Memorie discrete di Gianmaria Bellocchio. Stampato in 200 copie dalla Coop. Sollecitudo di Lodi. s.i.p.

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