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“PIOGGIA LONTANO”/Il libro della moldava Eliza Macadan a “Contrappunti Autunno”

Scrivere  di poesia, è noto, mette sempre un po’ a disagio: i poeti sono un esercito, la loro produzione troppo complicata o troppo elementare, le pubblicazioni selezionate quasi sempre limitate a un ristretto numero di personalità dominanti, le interpretazioni anche, benché negli ultimi tempi qualcosa sembra cambiare.

Pioggia lontano ( Quaderni di poesia “La città ideale”, editrice Archinto, 2017, € 12) della scrittrice-traduttrice moldava Eliza Macadan può far credere già nel titolo a una svista o inesattezza. E’ una “disunione”  precisa in premessa Amedeo Anelli. Inevitabile dal momento che la raccolta esce da una realtà  prismatica di rifrazioni e riflessi,  fatta di schegge e pezzi di accadimenti e di esperienze, di cose e di fatti che fanno immaginare “una esigenza insoddisfatta di risposte” che sbarrano una comunicazione unitaria di senso.

Conosciuta per composizioni in italiano, rumeno e francese la Macadan ha raccolto un discreto interesse dalla critica con “Passi passati”(Jocker, 2016), “Anestesia delle nevi” (La Vita felice, 2015), “Il cane borghese” (La Vita felice, 2013) e trovato risalto sulla rivista Kamen’ di Amedeo Anelli e sul blog di Rai New.

Al suo mondo non si accede se non percorrendo lo spazio che le parole dispiegano attorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose, nella Bucarest del post comunismo emblema di indigenza e di decadimento.  Anelli indaga questo dis-locare, raggiungendo un orientamento e una direzione. Il valore simbolico in cui è racchiudo il senso è rintracciato nella localizzazione puntuale della soggettività dell’ordine sensoriale e di quello razionale, sorgente dei “versi secchi e taglienti” e della modalità particolare di comunicare un  “senso corroso”  trattenuto “alla superficie delle cose e degli atti”.

Quella della Marcadan non è una “poesia di lamento”, di “disillusione” o “smarrimento”, bensì di richiami; raccoglie una proliferazione di immagini che esprimono ansia di pienezza e di vita. Nella nota critica a Pioggia lontano il modenese Alberto Bertoni, docente di Letteratura italiana contemporanea all’università di Bologna – anche lui come Anelli poeta -, coglie dell’opera la significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire “del tutto nuovi” in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”, liberando il canto dall’imperialismo del significante lasciando libere le parole.

Pioggia lontano, sarà il prossimo novembre presentata, con l’intervento dell’autrice, a Contrappunti d’Autunno a Tavazzano con Villavesco, grazie agli Amici del Nebiolo. Amedeo Anelli, coordinatore del programma di ON FA L’OS” – piccolo presidio poetico, intratterrà l’uditorio sulla “ricchezza di richiami”, gli anfratti e i nascondimenti della Macadan, una poetessa che non teme di mettere nell’ incipit di uno dei suoi versi: “Corro da sola / la maratona della poesia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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“CANTICO” / Un pocket book sulle sculture di Marcello Chiarenza

La Pro Loco Maratti di Camerano, un borgo sulle colline del Conero, ha pubblicato dopo un pugno di altri piacevoli volumetti, quest’ultimo pocket elegante costruito sulle fotografie della milanese Laura Fantacuzzi e di Fabrizio Schiavoni, che contribuisce a svelare le “parole chiave” che hanno suggerito a Marcello Chiarenza una serie di sculture tematiche che richiamano assunti tipicamente francescani.
Marcello Chiarenza è artista di radici siciliane, nato nel 1955 si è laureato in architettura al Politecnico di Milano ed opera nel campo della figurazione simbolica. A Lodi si è trovato a casa propria, seminando un’arte che va molto al di la dei confini di campanile. Oggi svolge infatti l’attività di scultore, scenografo, conduttore di laboratori, autore e regista teatrale in giro per il mondo, in prestigiosi contesti.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è un libro da vedere e da leggere; un pocket book di una ottantina di pagine che combina immagini di esemplare linguaggio fotografico e pensieri messi al loro posto, veri e propri stralci del “nutrimento” del “Cantico” che conferiscono a nuclei significativi di sculture, la difesa da equivoci e fraintendimenti. Grazie anche ai contributi e ai saggi dello storico Angelo Mondali, di Roberto Lambertini, del dipartimento di studi umanistici dell’Università di Macerata, del Cardinale e Arcivescovo Metropolita Edoardo Menichelli, del Vescovo Ausiliare di Milano Paolo Martinelli, dell’Ordine dei frati Minori Cappuccini, che attraverso una serie di passaggi, risolvono nella chiarezza sfondi teologici, antropologici, spirituali, psicologici che costituiscono il terreno comunicabile del pensiero di San Francesco.
Il libro dedicato alle sculture di Chiarenza, conferma che esistono ancora libri, magari piccoli di dimensione, in grado di diffondere non solo rappresentazioni, idee, nozioni capaci di farsi amare ( o avversare) per le idee che hanno mosso le forme espressive, ma anche di vincere i pregiudizi, cioè le idee che ciascuno possiede prima della lettura di un libro o ponendosi davanti all’opera alchemica di un artista.
Non c’è profezia se non come infrazione di un ordine, dice un detto popolare. Ma non c’è neppure il progresso se non c’è l’ascolto della profezia, dice sempre la filosofia popolare.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è giocato su registri forti e d’attualità, come sempre è per il registro religioso quando non è troppo preso dalla visione devozionale.
Scritto da testimoni del pensiero francescano e arricchito dalla ebbrezza creativa di un artista attratto dalla “metafisica”, richiama l’attenzione sulle piccole cose, sul loro senso e la loro qualità di simbolo e fa riflettere su quell’al di là che la società-mercato ha sostituito con lo scintillio del denaro, afferma l’urgenza di un ritorno semplice dell’uomo con la natura.
Alla fine “Cantico” fa dire che la scultura presa in esame è un’arte che mette il fruitore in contesa con le forme del tempo, che afferma appunto l’esigenza di uno “spostamento dello sguardo”. L’ opera di Chiarenza è orientata ad affermare non tanto la perfezione evangelica o le regole dell’ordine dei fratelli, ma piuttosto a denunciare attraverso la semplicità e povertà materico-formale ciò che è radicalmente mutato nella contemporaneità; e cioè la percezione del mondo che non offre più il richiamo delle cose (delle piccole cose) perché tutte le cose sono risolte negli equivalenti di business.

 

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“FUORI ASSE” / Amedeo Anelli sul silenzio di Roberto Rebora

 

Fuori Asse  è un periodico bimestrale diretto da Caterina Arcangelo, nato a Torino attorno a Cooperativa Letteraria di cui è fondatrice e presidente la stessa Arcangelo. Il nome della quale suonerà forse nuovo ai nostri lettori  ma non agli addetti ai lavori e non ai lettori di Kamen’ che nel numero 51 possono apprezzare un suo commento alla costellazione dei riferimenti che Paolo Febbraro poeta, critico e prosatore rimanda ne “I grandi fatti”.
Il progetto della rivista è portato avanti da Mario Greco, che da quattro anni ne è il direttore artistico e si occupa sia del progetto grafico che della particolare sezione dedicata al fumetto d’autore. Concretamente Fuori Asse esprime l’ambizione di poter essere “un punto di riferimento” per gli appassionati di libri e di arte; è senz’altro una rivista che merita d’essere letta e conosciuta per l’ ammirevole lavoro che gli dedicano i curatori delle singole sezioni: Nando Vitale (Riflessi Metropolitani), Sara Calderoni (Il rovescio e il diritto), Silvio Valpreda (La fotografia non è un telefono), Claudio Morandini (cura la sezione dedicata alle novità editoriali promosse da Cooperativa Letteraria), Marco Annicchiarico (Il garage del sergente Pepe), Vito Santoro ( Alphaville Cinevisioni), Pier Paolo Di Mino (Biblioteca essenziale di Terranullius), Alessandro Baito (Palcoscenico e Parola), Cristina De Lauretis (Istantanee).
Nel numero fresco di stampa la sezione Il rovescio e il diritto ospita un intervento di Amedeo Anelli dedicato al tema del silenzio in Roberto Rebora a venticinque anni dalla scomparsa e ripropone da Kamen’ un estratto del saggio di Mariapia Frigerio su Paolo Poli oltre a un testo dell’attore-scrittore.
Nipote del famoso Clemente e conosciuto come poeta grazie a Schewiller, Anelli si occupò di Rebora cinque anni fa con “Qui sto e tu? Interrogazioni sulla poesia di Roberto Rebora” (Lucca, Zona Franca) in cui tra l’altro lo ordinava “fra i maggiori e misconosciuti poeti italiani del Novecento”.
Approfondendo le ragioni del silenzio nella sua scrittura Anelli ne coglie la “tecnica interna”: “la tramatura dei non detti e dei sottintesi” e l’affidarsi alla essenzialità della scrittura, che crea sintesi di immagini e giri di frasi “anch’esse plasmate dal silenzio”.
“Il silenzio costituisce il sistema di respirazione della sintassi poetica di Rebora”. A conferma, Anelli cita una immagine da “Il momento” (Milano, Scheiwiller, 1983, p.27): “Non c’è bisogno di nulla/ da sempre/ lo sai/ ed il fruscio del tempo/ che va via/ non può che essere così/ qualcosa di simile al silenzio/un vuoto colmo di segni…” Nei versi del poeta il direttore di Kamen’ vi legge un “linguaggio veritativo”, fatto di “verità interiore ricercata”, che riconduce idealisticamente l’essere al pensiero: un “appressarsi alle cose, che è anche approfondimento”, l’avvicinarsi “ad una dimensione vitale, non racchiudibile in formule o ossificazioni”.

 

 

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Il corpo umano nella figurazione di Tindaro Calia

Di Tindaro Calia di Dio si è detto e scritto in gran quantità. L’artista milanese si è fatto conoscere anche dai lodigiani con un gruppo di mostre all’ex-chiesa dell’Angelo, alla Muzza di Cornegliano, a La Cornice, allo Spazio Arte Bipielle e la presenza in diverse collettive. Con l’ultima esibizione ha praticamente riaffermato la profondità della propria esperienza e della ricerca pittorica avviata negli anni Settanta. Ha posto sotto i riflettori l’esistenza tra la maniera di affrontare le figure, lo stesso “dialettismo” e lo stesso gusto di conferire un modo realisticamente “impressionante”.
Già docente al Liceo artistico Calisto Piazza, le sue esibizioni fanno sempre snocciolare aggettivi; non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi le stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo.
Calia è artista vigile nel cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana e a tradurla in immagini intensamente morali, di valore educativo. Come tali, strumento di una teoria che può far venire in mente “Corrente” ma prima ancora – azzardiamo un poco -, Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, e tradusse “i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca” in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”.
Nella testimonianza critica di Giorgio Severo, al centro della sensibilità del pittore viene individuato il corpo umano, “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Riafferma a sua volta Dominga Carruba: “La poetica della pittura di Calia rievoca l’allegoria che alberga tra l’apparenza narrata dal vedere quel che appare dintorno e la verità riconosciuta con l’intuizione, che non si ferma alle forme apprese dai sensi né al “sentito dire” di vana sostanza che la ragione elabora.
I consensi ch’egli quotidianamente riceve sono dunque il risultato di una pittura non ingannevole indirizzata a indagare la figura umana, con cui il pittore ha definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico.
Al di là delle nuove attribuzioni che gli si potrebbero attaccare, una cosa è certa: la sua è una pittura che pur avendo un profondo carattere iconografico è tutt’altro che un prodotto commerciale. E’ figurativa nel senso migliore del termine, di idee. Arricchita di composto intellettuale, spirituale e affettivo.
Tematizzando i fili della ricerca e pur rispettando modalità ricorsive, fornisce di indicazioni somatizzanti l’individuo, l’umanità e delle stagioni della vita. Unitamente ai dettagli pittorici, è il suo un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Rende il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio” . Ne fa ragione di poetica

 

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Kamen n.51 : Paolo Febbraro, dignità intellettuale e disciplina critica

L’ultimo numero di Kamen’ – il 51° della serie iniziata più di un quarto di secolo fa – intitola la sezione poesia a Paolo Febbraro, cinquantenne poeta romano tra i più seguiti e allo stesso tempo apprezzato critico letterario, autore di accurate monografie e compilatore di affidabili antologie che aggiornano sui caratteri della poesia, sulle sue debolezze e sui suoi punti forza.
Gli interventi di Simone Zafferani e Caterina Arcangelo che la rivista di Amedeo Anelli destina a “partiture” e al “cantabile inquieto” di Febbraro, e ancor prima i “crediti” attribuiti da Daniela Marcheschi nel profilo su L’Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazioni in Italia”(Mursia, 2016, pp.309-316), oltre orientare nelle architetture dei versi, spingono a incuriosirsi della sua figura di critico dotato di una narrazione in cui creatività poetica e invenzione critica si combinano.
Se i componimenti (editi e inediti) su Kamen’ danno rilievo alla personalità del poeta, giudizi e valutazioni degli apparati chiamano in causa la dimensione intellettuale e di critico. I suoi libri e gli articoli su “Domenica” del “Sole24Ore” e “Il Manifesto”, offrono “un quadro sinottico ancorché parziale di quando si viene scrivendo in versi nell’Italia di oggi”. Individuano percorsi di “navigazione”, delineano caratteristiche e strategie del linguaggio, concentrano l’attenzione sul genere poetico, sottolineano l’importanza del contesto e delle figure retoriche che insieme all’argomentazione razionale e all’ inventiva contribuiscono a rafforzare l’intento espressivo, a far uscire ogni autore dalla fitta solitudine.
La critica quasi mai è grammaticale (o troppo attenta alla proprietà delle parole o alle regole della prosodia e simili), né strettamente storica ( da verificare insistentemente fonti e allusioni), ma diligente nel cogliere “curvature” e “dinamiche” con sguardo al futuro. Spinge ed estende i confini in tensione cognitiva, a l’interrogarsi sulla “responsabilità del fare poesia”. Con larghe campate anche di “internazionalità” scopre relazioni e parentele svelandone la forza e la varietà: i “legami” della lingua alla composizione, dell’esistenza all’esperienza, del convenzionale all’innovativo, del pensiero al sentimento, della contemplazione alla verifica, a tutto ciò che nella poesia prende corpo incatenato dalle parole.
Le parole sono colte senza concetti accessori, con impegno a dare evidenza ai segni significativi di distinzione. Esempio: in Oldani ai versi “esatti come sentenze” e al “compassionevole umorismo”; in Anelli al “nulla affoga nell’Io”; nella Marcheschi al “materialismo femminile”, all’ ”accordare la lingua all’oggetto e il corpo ai corpi”.

KAMEN N.51 : Il giornalismo d’arte di Dino Terra

Personalmente ho conosciuto Armando Simonetti (alias Dino Terra) alla redazione milanese dell’Avanti, quando aveva ormai brillantemente valicato i settanta ed io ero poco più che un trentenne. Terra era salito da Lucca per incontrare Aldo Lualdi, antifascista, storico e scrittore come lui, che come lui coltivava interessi per l’arte ed era, dell’edizione milanese, redattore oltre  far parte del Consiglio dell’Ordine Giornalisti della Lombardia. Nel dopoguerra Terra aveva ri-fondato l’Avanti e con Lualdi aveva in agenda d’incontrare “da Renzo” Franco Passoni (critico del giornale). Renzo era il gallerista di piazza Cavour, figura carismatica nel mondo artistico milanese.
Ho goduto per conto mio che Kamen’ (n.51, giugno 2017) lo abbia “ripescato”  riaccendendo l’attenzione sui suoi meriti dopo oltre una ventina d’anni dalla morte del 1995; introdotto da una nota di Amedeo Anelli che ne rileva la chiarezza di scrittura in arte (e non solo ) è documentato grazie un gruppo di articoli ripresi dal quotidiani romano “Il Tevere” nato sulle ceneri del Corriere italiano, chiuso dopo il delitto Matteotti,  che danno luce al raggiunto “punto di equilibrio fra descrizione e argomentazione” e alla sua “ messa in comune di significati, di valori, di pensieri” eccetera.
Terra fu scrittore, drammaturgo, critico d’arte e pittore egli stesso. Intellettuale dinamico si votò presto all’idea di “una nuova cultura”; fu amico di Chiaromonte e Moravia e, prima ancora di Paladini, Levi, De Chirico e Gramsci. Equipaggiato di estro e cultura si impose ancor giovane all’attenzione mettendo al centro di molti suoi lavori letterari le inquietudini e le contraddizioni dell’uomo moderno davanti a sé stesso e alla storia. Come peraltro documentano i molti interventi di Daniela Marcheschi, pilastro della redazione di Kamen’, che in questi anni ha scritto parecchio su di lui, e in particolare: “Letteratura e giornalismo” (Marsilio, Venezia, 2017), prefando “Ioni” e ”La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario e artistico del ‘900”.
Il numero di Kamen’ fresco di stampa riprende di Terra Esposizione d’Arte italiana a Ginevra;Visita a De Pisis; Mostra di Arturo Martini a Milano; Un architetto romano. Piacentini sulla bilancia. Sono articoli che suggeriscono a Anelli spunti valutativi per rimarcare la preparazione culturale e intellettuale dell’autore, definito “uomo enciclopedico, con cognizioni di prima mano dei maggiori fermenti della cultura nazionale ed europea”, dotato di “robusta conoscenza della letteratura e delle arti oltre che delle scienze dell’uomo, dalla medicina all’antropologia ai sorgenti movimenti psicoanalitici”.
Nel fare prosa d’arte, Terra “informa e allo stesso momento “educa e discrimina valorialmente”, argomenta e impronta; mette al servizio un unicum” che oggi ha pochi conseguenti nel giornalismo, da cui “è quasi sparito un approfondito dibattito di idee, di concezioni e competenze”.

 

 

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KAMEN 51: QUELL’ ISTRIONE di PAOLO POLI

E’ un anno e più che Paolo Poli, il grande attore comico italiano, se n’è andato. Kamen’, la rivista di poesia e filosofia diretta da Amedeo Anelli, lo ricorda nel numero 51 appena uscito riservandogli una cinquantina di pagine della sezione “Materiali”, con un devoto saggio di Mariapia Frigerio e un gruppo di deliziosi “libretti di sala” (pubblicazioni informative con note critiche) opera della maniacale gusto per la letteratura dello stesso Poli: La Nemica; Carolina Invernizio!; La Vispa Teresa; L’Uomo nero; Giallo!!!; Femminilità!!!; Apocalisse!!! Inoltre, l’Introduzione a STO (Sergio Tofano), Una linea di sorriso), alcuni dei quali scritti in collaborazione con la scrittrice Ida Omboni.
Per sessant’anni Poli ha intrattenuto le platee con interpretazioni civili e intelligenti, contro la banalità e il conformismo ideologico, in cui era mescolata letteratura, critica, canzonatura e satira. Ha contribuito a dare slancio a quel particolare “momento” rappresentato dalla “idea comica”, che segnò in Italia la corrispondenza tra piacere estetico e risata.
Protagonista di un corpo coloratissimo di soggetti rappresentò un caso raffinato di buonumore e poesia mordace da costituire un riscatto qualitativo e offrire uno sguardo culturalmente rilevante sui risvolti della storia, del costume, delle usanze e credenze, contribuendo alla dissolvenza dei modelli che imperavano.
Nel saggio di Mariapia Frigerio, ricco di resoconti di incontri, amicizie, di ragguagli e scelte, Poli è colto nel suo incessante muoversi tra letteratura alta e generi meno importanti. Quello della scrittrice lucchese è un autentico “frugare” nella persona e nel linguaggio. Con una ricerca ad ampio spettro intreccia, distingue e ritaglia di Poli esperienze, sodalizi, ruoli e influenze. Dimostra un unicum nel mondo teatrale italiano.
Fra le maggiori prove da regista e principale attore di Poli sono da ricordare Rita da Cascia (1966), La Nemica di Dario Niccodemi (1968), Il Coturno e la ciabatta (1990), La Leggenda di San Gregorio (1992), L’Asino d’oro (1994), I Viaggi di Gulliver (1997), Caterina De’ Medici (1999), Aldino mi cali un filino (2001). Rita da Cascia, lettura irriverente della storia della santa, che sollevò polemiche, e l’allora deputato Oscar Luigi Scalfaro giunse a presentare un’interrogazione parlamentare. Sono anche da ricordare Sillabari, 2008 ( tratto dall’omonimo libro di Goffredo Parise; Il mare, 2010 (ispirato da Anna Maria Ortese) e Aquiloni, 2012 (rivisitazione antiscolastica di Pascoli) Dopo la monografia Paolo Poli di Rodolfo di Giammarco (Roma, Gremese, 1985), sono usciti volumi con sue notevoli interviste: Siamo tutte delle gran bugiarde (conversazione con Giovanni Pannacci, Roma, Perrone, 2009), Sempre fiori mai un fioraio ( ricordi a tavola con Pino Strabioli, Milano, Rizzoli, 2013( e Alfabeto Poli ( a cura di Luca Scarlini, Torino, Einaudi, 2013).

 

 

 

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“La gravidanza della terra”, antologia di poesia rurale

Le antologie vanno di moda. Soprattutto quelle che rendono conto delle esperienze che riguardano la poesia contemporanea e i suoi autori. Recentemente ha visto la luce, per le edizioni Olio Officina di Milano, La gravidanza della terra. Antologizza in un centinaio di pagine una quarantina di autori lombardi (lodigiani, milanesi, varesotti, bergamaschi, pavesi) e di altre parti d’Italia ma anche stranieri (croati, francesi, portoghesi, rumeni, svedesi e svizzeri), accomunati da “tronchi di un medesimo legno”, da una riflessione comune legata alla terra. Da qui il titolo secondario dato dalla curatrice, la lucchese Daniela Marcheschi, di inediti “di poesia rurale”. La raccolta a tema – forse la prima del genere in Italia – mette a contatto voci diverse attorno a una realtà che influenza il percorso e l’attenzione oggi riservata al mondo naturale e alle sue varie relazioni. Il tentativo è indirizzato a far vedere meglio “le molte sfaccettature di una realtà problematica” attraverso le idee poetiche che traboccano dalla natura e dal mondo campestre e rurale. Senza che ne risulti in qualche modo disattesa l’energia e la tensione del canto.
Il grande beneficio della poesia, diceva Goethe, è “che essa insegna a intendere la condizione dell’uomo” e innalza l’individuale all’universalmente umano. L’antologia è anche prova (velleitaria?) rivolta a incoraggiare la cultura poetica a una nuova stagione, dove la magia poetica scaturisce dalla fusione di fantasia e forza di pensiero e offre una corrispondenza chiara con le problematiche del vivere contemporaneo, specificatamente quelle di richiamo “rurale”, una realtà con tutte le sue interconnessioni simboliche e oggettive, dialogiche e plurali.
La raccolta costruita dalla Marcheschi è, in un certo senso, “condotta” dal parmense Pier Luigi Bacchini, poeta fra i maggiori del nostro contemporaneo, morto nel 2014, autore di “Poeta di campagna”; dalla narratrice e critico svedese Ida Andersen che presenta Jorden; dalla romana Biancamaria Frabotta (Vendite allo scoperto), dalla neuropsichiatra siciliana, fatta conoscere da Kamen’, Margherita Rimi (Granatu); dal patron del Museo della Poesia di Piacenza Massimo Silvotti, presente in rassegna con L’infedeltà del presente; dalla lucchese Daniela Marcheschi autrice di Storia della campagna.

La silloge da inoltre rilievo a tre poeti di casa nostra: Sandro Boccardi, autore di Terra-Madre, poeta umilmente canonico ma di vitalità poetica alta; Guido Oldani (Il sole dei cibi), autore che attinge con ironia a verità profonde colte negli immediati dintorni della quaotidinaità, tra consumismi spiccioli e derive modaiole; e Amedeo Anelli (Sonatina, monotematica e bipartita), che assomma narrazione e struttura, con proprietà vincenti, ritmo poetico e montaggio immaginativo.

Il LIBRO: La gravidanta della terra- Antologia di poesia rurale – a c. di Daniela Marcheschi – Olioofficina, Milano, 2017, € 12

KIKOKO / Non sempre il nomadismo riconosce l’assuefazione

La pittura, si sa, è nomade. Quanto lo sono le parole che l’ accompagnano, quanto lo è la creatività, intesa come carattere saliente del comportamento umano. Come la creatività, le parole servono con gli strumenti della ragione a far conoscere i caratteri e a darne descrizione, a tracciarne gli itinerari e le relazioni. Nelle sue forme, l’arte ha sempre bisogno di “senso” nuovo, di codici nuovi che la sottraggano al gioco protettivo dell’ assuefazione e della stabilità. Modificandosi cammin facendo, la pittura contribuisce al processo “migratorio” delle proprie stesse proprietà, obbliga a rinunciare ai rivestimenti della critica, a fare i conti con nuove modalità, nuovi legami che l’ideale e il reale mettono in relazione. Raramente la pittura di un vero artista si salda all’ immobilismo . Lo fa (non sempre) la pittura normalizzata della tradizione, quella così detta figliata dall’accademia, che non avverte necessità di “muoversi” in modo attivo, neppure di recuperare alla manualità e alla tecnica l’esperienza della soggettività. In tal modo si riduce a un’espressione senza vero nutrimento, che si accontenta di visioni parole e poesia non recenti.

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

Kikoko si era fatto conoscere per essere un artista di formazione “nomade”. Nomade lui, nomade la sua pittura. Trascinati al “fare” dopo avere conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Dai lodigiani Kouevi-Akoe Ekoe Kookovi, alias Kikoko, era conosciuto per il colore,  il segno, le ambientazioni fantastiche, le amplificazione conferite ai modelli etnici e a certe loro formule ad effetto: pesci, uccelli, gatti, giochi, imbarcazioni, oblò, strumenti musicali, sigilli, figure umane riflettevano un conciso universo di figure e cose di chiaro riferimento avito.
Nel periodo intermedio, aveva sviluppato una pittura di riferimento agli elementi naturali, ambientali, di vita e ai mezzi di navigazione, trasposti in forme eclettico-manieriste di estrazione franco-algerina, con quel tanto di “euforia” che fu dei Basquiat, dei Fisch, dei Schnabel, di tedeschi, francesi e italiani. Il toghese aveva però mano meno febbrile. più di impatto lirico e di impressione, da originare accostamenti e nuove narrazioni.
Nella fase più recente pulsioni istintive e forme di derivazione etnica e popolare, sembrano voler/dover lasciare campo a una produzione meno spontanea, stemperata nei collage, orientata a un “confezionamento” di atteggiamenti stilistici di pluristratificazione ed eterogeneità. Comunque sempre interessante. Da vedere all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi

“Avanzamentofermo” Kikoko all’ex-chiesa dell’Angelo – a c. di Mauro Gambolò – dal 14 al 29 gennaio – orari: sabato e domenica dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 19. Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19,30

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Roberto Fenocchi, l’officina post-concettuale a “CasaIdea”

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

All’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano, storica location di “Casa Idea” che i fratelli Acerbi, affermati arredatori lodigiani, ambientano a eventi culturali, esposizioni, conferenze e concerti, prosegue l’interessante vetrina dei prototipi di Roberto Fenocchi, il cui “decollo” artistico fu segnato da Giovanni Bellinzoni a scavalco degli anni Settanta-Ottanta al Gelso, fuori dagli imperanti standard di validità operativa e qualitativa.
Ora, in una fase avanzata dell’età contemporanea, in cui i fronti dell’arte accavallano logiche diverse, meridiane e parallele, e la rappresentazione è resa ostica dalle difficoltà di ricostruzione filologica delle mappe, la ricerca artistica di Fenocchi si propone per il modo un po’ audace e un po’ estroso, fuori dagli appiattimenti del “contesto”, attraverso una pittura che traduce manualità e concetti senza uscire completamente dall’esercizio del pennello, della tela e dei fogli di carta, del quadro e dei suoi riti. Ancora in grado di star lontana dal “presente banale” delle esperienze conformate agli stagni diffusi, con un proprio individuale coefficiente di novità, posto a distanza dalla congestione dei dijà vù del figurativo accademico e dalle lievitazioni sui generis di tanta pittura ornamentale aniconica, chiassosa e aggressiva quanto guarnita di lacerti sfarzosi.
In un clima di “tutti bravi” e di panoplia squadernata, il pittore di Villavesco riafferma un proprio personale percorso il cui primo merito è di non imbrogliare le carte con significati di “flusso verbale”. Consapevolmente o meno, di sicuro fuori da ogni teorizzazione redatta nei modi del messaggio pubblicitario, l’arte in mostra alla chiesetta del Viandante è condotta al recupero di caratteri sensibili-sensuosi, tra materia e atteggiamento estetico. Con passi di libertà e mosse di imprevedibilità, che la critica etichetta “post”. Ma che segnalano anche indirizzi “neo” scoperchiando segnali di “piccola poesia”, che innalzano il gesto, la materia, la casualità, la scoperta, il capriccio, il significante, la procedura, il repertuale, il movimento, il colore, l’insieme, l’accordo, il richiamo a modi liberi, vari, informali. E’ un’arte condotta all’insegna del “rompete le righe”, che non si preoccupa di imporre una legittimità di concetti, ma del “fare”, di una koiné di austerità compositiva, il cui voltaggio è ricaricato con note sensibili di accese colorazioni, giocando con una molteplicità di moduli, corpi e caratteri.

ROBERTO FENOCCHI: Antologia di opere recenti e non – CASAIDEA, ex-Chiesetta del Viandante, via Emilia, 23- Tavazzano con Villavesco – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800 Fino a: data non definita

 

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