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ANDREA APPIANI. La storia letta dalla pittura

I musei sono chiusi. Virus C19 non fa eccezioni. L’importanza dei musei la stiamo riscoprendo, perché sono chiusi? Certo no, piuttosto per il dilemma apertura-chiusura che suscita tra i politici, una volta che hanno esaurito altri argomenti, s’intende. D’altra parte vediamo quel che accade a Lodi, dove il Museo è chiuso da anni e lo spazio che avrebbe dovuto rimpiazzarlo alla “Cavallerizza” è ormai da considerare un’ “opera incompiuta”. Una delle tante s’intende che risplendono in Italia. Una sulla quale mai nessuno (che si sappia) ha mai speso un interessamento in più delle bolse parole di circostanza.
Oggi ai musei non si chiede solo di essere attraenti e “appealing”, di essere moderni e raffinati per corrispondere alle attese dei visitatori. Non basta tenerli aperti le feste comandate, per poter parlare di riconquistata vitalità. Non basta lavorare di cazzuola. Serve renderli attivi, cioè completare quel che la cazzuola ha dimenticato. In più si chiede loro anche dell’altro: una politica di arricchimento e di aggiornamento del patrimonio artistico. Condotta in modo trasparente e collaborativo, secondo un disegno che ne definisca il percorso e le linee con criteri plausibili, ne fissi i parametri storici e di qualità, avendo cura di tenere ben alta la guardia contro gli ‘esperti’ postulanti.
In attesa pertando che i progetti di ricostruzione degli ambienti del Museo di Lodi riprendano, come più volte annunciato dalle varie amministrazioni, e che arrivino a definivo compimento, a chi fa giornalismo culturale in tempi di C19 non resta che una cosa: scrivere d’altro, accontentarsi di trarre piacere, sia pure molto indirettamente, e motivo d’interesse, da quel che avviene altrove, magari una ventina di anni fa, quando l’attenzione per il patrimonio artistico veniva spesso tradotta in acquisizioni eccellenti.
Come l’acquisto avvenuto per il Palazzo Reale di Milano di una grande tempera inedita di Andrea Appiani sui Fasti di Napoleone e la battaglia di Lodi del 1786. L’opera consente di vedere da vicino, sia pure attraverso un modello in scala ridotta, ciò che erano le splendide pitture monocrome dei Fasti di Napoleone lungo la balaustra della Sala delle Cariatidi distrutte dalla guerra nel 1943. Il valore documentario è innegabile. Ed è un “pezzo” della storia di Lodi quella tornata a Palazzo Reale. Ma è anche uno splendido dipinto che permette di conoscere davvero e fino in fondo lo stile dell’Appiani, cioè del massimo rappresentante italiano della pittura neoclassica, celebratore del dominio napoleonico in Italia.
Della pittura neoclassica s’è oggi un po’ perduta cognizione. Ne avevano, invece, ai loro tempi, il nostro Pietro Bignami e il codognese Angelo Pietrasanta entrambi allievi e poi amici di Francesco Hayez, la cui adesione alla pittura neoclassica storica non fu né debole né breve. Anche il Bignami e il Pietrasanta furono partecipi delle tematiche storico-eroiche dell’epoca, e, tra l’altro, furono co-autori dell’affresco nell’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele.
Di Pietro Bignami è la grande tela “La battaglia del ponte sull’Adda a Lodi” che si trova al vecchio Museo Civico, realizzata sulle tracce delle varie incisioni pubblicate, allora, sull’avvenimento e, in particolare, sui disegni eseguiti da artisti al seguito di Napoleone, fra i quali Bacler Dalbe.
L’opera ha un carattere piuttosto scenografico: presenta in primo piano immagini di piccoli scontri, grandi nuvole apocalittiche che si aggirano in cielo e colori di un tramonto di fuoco. Di ben altro stile e sapore La battaglia di Lodi dell’Appiani, per il quale il canone era termine vivo del linguaggio. Ciò che mostra è a dir poco stupefacente. Al contrario di altri artisti coevi, che usavano dipingere monocromi a imitazione dei bassorilievi, con superfici definite da contorni netti e taglienti, Andrea Appiani si avvaleva di una stesura vibrante, rialzata da vivide lumeggiature, che regalano a questo dipinto (il più rifinito fra i disegni preparatori per i Fasti, e forse addirittura un modello da sottoporre al committente), una vivacità e un ritmo di incredibile intensità.
Nella tempera l’Appiani blocca come in un fotogramma la figura di Napoleone a cavallo, mentre attorno la scena si muove con il ritmo concitato di una carica di cavalleria. Un espediente geniale che fa di lui un eroe antico, rievocando, come nota Fernando Mazzocca, la figura di Costantino dipinta da Giulio Romano delle Stanze Vaticane.
Il milanese non fu solo pittore, ma musicista, uomo riccamente umano e di vasta cultura. Apparteneva all’élite intellettuale della città, legato al Parini, al Piermarini a Monti e a Foscolo. Nella sua vasta produzione, pittura storica e pittura mitologica si intrecciano insieme alla ritrattistica. Un po’ quel che fece il Bignami, nato una cinquantina d’anni dopo, ma che ebbe modo di ammirare il ciclo di Psiche nella Rotonda della Villa Reale di Monza e gli affreschi nelle lunette nella cupola di San Carlo, dichiarandosene suggestionato.
Del neoclassicismo del lodigiano, chiaramente più influenzato dalla scuola dell’Hayez, già con tracce romantiche, si hanno impronte nel “Barnabò Visconti” smarrito nei boschi di Lodi che si trova in Municipio e nel “Priamo che supplica Achille” per avere di ritorno il corpo di Ettore che si trovava al Museo. Nella prima cappella della Cattedrale, a destra entrando, invece, ci sono ancora, molto deteriorati, due suoi affreschi. Per uno che fece parte e diede molto a Lodi e alla Deputazione Storico Artistica della Biblioteca e del Museo, non è il massimo. Ma occuparsene era troppo impegnativo ieri, figuriamoci oggi.
Tracce neoclassiche si hanno poi nella vasta attività di pittore aulico e ritrattista del codognese Angelo Pietrasanta, influenzate più dal Faruffini e dall’Hayez, prima di avvicinarsi alle correnti impressioniste di richiamo macchiaiolo. Di tale ambientazione è appunto la “Lucrezia Borgia”.
La battaglia del ponte di Lodi dipinta dall’Appiani, prima del ritrovamento e dell’acquisto della tempera era documentata solo dalle belle incisioni ottocentesche e dalle lastre fotografiche del Civico Gabinetto Fotografico del Castello Sforzesco. L’originale aveva fatto parte di una sequenza di trentanove grandi pannelli a olio su tela sulle vicende dell’ascesa del futuro imperatore, sin dalla prima campagna d’Italia del 1796.

Aldo Caserini