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Teodoro Cotugno: Una Venezia inedita alla libreria Cardano di Pavia

TYeodoro Cotugno, acquaforte, 2017

Teodoro Cotugno, Abbazia della Misericordia, acquaforte, 2017

Dopo mezzo secolo di pitture e di grafiche d’arte dedicate a campi, colli, vigne e cascine, ninfee e specchi d’acqua, con poche variazioni di tema ( Sestri, le Cinque Terre, la Bretagna, Pantelleria, ecce.), rivolte a cogliere con occhio stupito e perizia di esecuzione “accordi belli” dovunque sono ( Arisi), Teodoro Cotugno del quale è in corso con successo alla Banca Centropadana di Lodi una antologica di grafica originale, torna a proporsi a Pavia alla Casa dei libri dell’editore Cardano, all’ombra (si fa per dire) di quella che fu la Torre civica eretta dal Ribaldi. Sotto il titolo Venezia nello sguardo di T.C. sono presentate una quindicina di acqueforti inedite (tutte del 2016-17) un pugno di oli e una decina di acquerelli. Il discorso non è diverso da quello che i pavesi hanno conosciuto e apprezzato in passato. Solo i soggetti sono diversi, ma la qualità è quella di Cotugno, anzi, è ancor più di spessore, per quanto riguarda poesia, sfumature, solidità del rappresentato. Nelle acqueforti, nei colori ad acqua, negli oli, ma ancor più nel linguaggio espressivo, si coglie il piacere della ricerca e della maturità che ha affinato e arricchito di incisività l’espressività e la comunicazione: nelle acqueforti con un segno più mosso, breve nel tratteggio e un movimento leggero e delicato; in pittura con uno sguardo meno indugiante sul rappresentato e più attento a dar luce alle differenze formali (Gipponi).Venezia è Venezia, quella che sappiamo bene, tante volte ripetuta: Canal Grande, Palazzo Ducale, San Marco, La Fenice, le architetture, Tiziano e Tintoretto eccetera. Quella che Cotugno mette in scena non è la Venezia turistica e di tanti pittori. Per intenderci, quella dei bastimenti che tolgono visibilità e respiro alle scenografie. La sua è’una Venezia un po’ insolita, spogliata dalle riproposizione e dalla letteratura. E’ la Venezia di Mazzorbo, del vino Venissa, di Burano, dei merletti e delle case colorate, dello Squero San Trovaso, del lavoro nei cantieri, priva d’enfasi e di orpelli, ricca di semplicità profonde. Ripresa con attenzione agli echi interni, ai segni quotidiani, alla poesia, in cui viene dato spicco a tonalità colte sul luogo dove il colore o l’intreccio dei segni grafici è quel che l’occhio ha colto e il sentimento restituito. In cui la ricerca – quella che appunto investe il linguaggio della grafica e quella più propriamente pittorica – manifesta più acutamente le relazioni interne alla forma, al colore o al segno, con risultati carichi di succhi emotivi imperniati sempre sul cruciale rapporto uomo-natura, memoria-fare istantaneo.I pavesi hanno avuto modo di cogliere il perdurante consolidarsi a partire dagli anni ottanta, con le due mostre alla galleria Botticella, poi da De Bernardi( 1987) quindi, dall’editore Cardano (2010, 2012), un gruppo di esposizioni che hanno permesso a Cotugno di raccogliere consensi sempre più convinti dal collezionismo locale

 

Venezia nello sguardo di T. Cotugno – Pavia, LIBRERIA EDIZIONI CARDANO – Inaugurazione sabato 18 novembre, ore 18 – Presentazione di Tino Gipponi – Dal dal 18 novembre al 3 dicembre

 

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Gianni Vigorelli scultore. A venti anni dalla morte

Gianni Vigorelli: Monumento alla Resistenza

L’ anno passato è stato il centenario della nascita dello scultore Gianni Vigorelli (1916-1998), l’anno a venire, a maggio, sarà quello dei venti anni della sua morte.Per settant’anni la scultura è stata praticata da Vigorelli con sobrietà e robusta visione per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Lo ha fatto con una coerenza profonda, in un rapporto stretto e necessario con la poesia, che rende impossibile considerare la sua opera secondaria nel contesto dell’arte alaudense e lombarda.Allievo di Messina a Brera, amico stretto e confidente di Archinti, sodale di Fausto Locatelli di cinque anni più anziano di lui, che morirà sotto i bombardamenti nel 1945 – Vigorelli si cimentò anche con la poesia, coltivata con commossa e austera idealità e in cui ricondusse l’espressione delle variazioni e reazioni del sentimento individuale. Solo la frenetica attività “culturale” (si fa per dire!) di frettolosi promotori da tavolino poteva far dimenticare un anniversario tanto importante. Una imperdonabile negligenza che rende consapevoli dei perché l’eredità di Vigorelli non è ancora apprezzata in città come meriterebbe. Certo, un po’ anche per colpa sua, che in vita non ha sofferto il non esibirsi, riducendo la sua presenza a pochissime uscite di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che già nella seconda metà del secolo scorso – lui appena trentenne -, gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli rinunciare a una Biennale di Venezia; eppoi per i “meccanismi” presenzialistici che si erano affermati in città e che tradivano le sue convinzioni di artista. Sta di fatto che delle sue opere si è visto e parlato poco, non quanto richiedevano e meritavano. Anche se, per la verità, qualche occasione è da stimare. E’ servita almeno a fissare alcuni passaggi della ricerca linguistica: dall’iniziale asciuttezza accademica a una impronta naturalistica, dalle forme classicheggianti ovoidali a quelle di rinnovamento plastico, dal geometricamente strutturato e di interpretazione dell’immagine a una ideazione ritmica della sofferenza psicologica e fisica…).Era uomo di poche parole. Quella che amava spiccare era “umanesimo” a cui aggiungeva “pietas” e “poesia”. Potrebbero bastare a cogliere il filo conduttore dei messaggi nelle sue opere. Vigorelli puntava a far apprezzare la scultura come arte delle idee, non secondaria nella crescita civile della società. L’accanita polemica che sul finire degli anni ’60, accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di propagazione di una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica moderna. Solo a scavalco tra gli anni settanta-ottanta la scultura conobbe, in modo forse eccessivamente generica, l’esigenza di ricondursi a categorie in grado di darle una diversa immagine. Vigorelli non fu “faro” ma un “caso” con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi riconoscibile nelle madonne e maternità, nei bronzi dedicati a vestali, santi, a temi religiosi e civili e a richiami di stile arcaico, a strutture romboidali e a losanga ( apprezzate dall’architetto Degani, artefice del Duomo), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste.La mostra in preparazione alla Banca Centropadana di Lodi affidata a Tino Gipponi, si annuncia perciò preziosa per i dati oggettivi di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” estetica che potrà offrirà delle fasi più significative e personali della ricerca di Vigorelli

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Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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E’ morto Marcello Simonetta

Marcello Simonetta

E’ morto al Maggiore di Lodi, dov’era ricoverato, il pittore Marcello Simonetta. Da anni risiedeva e aveva studio a Spino d’Adda. Godeva reputazione e stima su tutto il territorio nazionale. Diverse le sue mostre tenute a Lodi e sul territorio (all’Archivio Storico, al San Cristoforo, alla galleria Oldrado, a Cascina Roma a San Donato Milanese, al Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, ecc.).
Collegato a forme di espressività non uniche, espressioniste-astratte e di action painting, delle quali tuttavia non presentava le ossessioni e le arbitrarietà, anzi, ne era completamente avulso, in particolare per quanto concerne le compattazioni, le sovrapposizioni e le intensità che inghiottono linee e spazi.
Agli automatismi gestuali e segnici, all’ ossessione espressiva dell’action painting storica, Simonetta contrapponeva, in una sorta di progress espressionista, la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il marginale ricorso ai neri in una struttura semantica non priva di idee e di “pretesti”. Un dato è consueto: il ritmo, lo svelarsi percettivo delle cose, la pulsazione unitaria nelle texture.
Il suo repertorio non ha mai sofferto la ripetitività, l’appiattimento. Ha sempre sorprende per la vivacità, la varietà, la scorrevolezza, l’imprevedibilità. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate” che scorrono all’interno del foglio e della tela. Dove non c’è nulla di quella retorica che ha accompagnato tanta pittura della seconda metà del secolo scorso.
Simonetta ha preservato la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non c’è la preoccupazione del fare, ma la incessante coerenza del fare. I suoi lavori intercettano lo sguardo e costringono a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione. Obbligano con il loro magnetismo a tenere la direzione, a cogliere in essi l’intuizione, l’invenzione, la vitalità, la filosofia.
Le citazioni lo hanno collocato in consonanza o collaterale alla poesia di Mallarmé, alle figurazioni prima di Afro poi alle gestualità di Vedova, persino dello spagnolo, premio Guggenheim”, Saura, finché critici accorti come Russoli, Valsecchi, Cavallo e l’amico pittore Emilio Tadini, conoscendo l’artista e l’uomo, ne corressero il tiro.
Simonetta è stato pittore di “pretesti”. Ultimamente era sembrato sposarsi con quello del narratore, facendo emergere anche la natura intima dell’uomo: spigoloso, sempre impegnato contro il sacro labile della moda. Superati gli ottant’anni ha mostrato con l’innocenza e la grazia del “qui e ora” di vivere con la fiducia e la freschezza creativa di un ventenne.
Caro Marcello, ci mancherai.

 

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Giancarlo Buzzi, “L’odisseico peregrinare”

Giancarlo Buzzi, morto un paio d’anni fa era un letterato anticonformista. Moderatamente eccentrico al punto di non apprezzare il titolo di letterato stava accortamente lontano dalle “consorterie” e dai “salotti”, benché gli amici – e ne aveva! -, li scegliesse tutti tra poeti, critici, filologi, scrittori, narratori, artisti, filosofi, persino teologi e traduttori.I lodigiani probabilmente non ricorderanno il suo nome, forse non lo hanno neppure mai sentito pronunciare in libreria, anche perché  tra il finire degli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando uscirono da Feltrinelli e da Mondadori i suoi primi titoli (Il senatore, L’amore mio italiano, La tigre domestica, L’impazienza di Rigo, ecc.) i negozi di libri erano quello che erano, non si chiamavano neppure librerie. Il suo nome ha pensato a farlo correre Amedeo Anelli sul Cittadino, recensendo ogni suo lavoro fresco di stampa, interpretando i contenuti e facendo emergere con le qualità dello scrittore quelle dell’intellettuale irrequieto, inventivo, spesso controcorrente, narratore dal linguaggio appassionato, composito e innovativo, traduttore operoso e versatile, dagli interessi e dai mestieri più diversi. La sua carriera si è dipanata lentamente, lavorando alla Olivetti, alla Bassetti, alla Pirelli, gestendo per tre anni il ristorante La Pastaccia, e nell’industria editoriale al Saggiatore, alla Mondadori e da Valsecchi.

Amava i posti silenziosi di campagna. Con il lodigiano ha nutrito una intesa solidissima. Ogni anno scendeva almeno una volta nella Bassa per incontrare (in trattoria) Gino Commissari, Amedeo Anelli, Guido Oldani.

Un recente volume di Interlinea restituisce un ritratto dell’uomo e dell’intellettuale. “L’odisseico pererignare. L’opera letteraria di Giancarlo Buzzi” raccoglie a cura di Silvia Cavalli, esperta in letteratura italiana del Novecento del Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” dell’Università Cattolica di Milano gli atti di una giornata di studio dedicata a Buzzi poco prima che morisse.

Scrive la Cavalli: “ Buzzi ha saputo incamerare tanto la tensione sperimentale figlia degli anni sessanta e settanta, quanto le suggestioni architettoniche, le innovazioni linguistiche, gli echi letterari derivanti dalla sua formazione intellettuale e professionale”.

Il volume permette di conoscere numerosi aspetti della personalità dello scrittore e della sua ricerca innovativa. Oltre le relazioni e le testimonianze della giornata a lui dedicata, il volume, raccoglie in 200 pagg. gli studi di Mario Lunetta sulla scrittura come pensiero-forma, di Giuseppe Bonelli sul linguaggio amoroso, di Clelia Montagnani sui carteggi buzziani, e restituisce inoltre i contributi di Daniela Marcheschi (Buzzi e il romanzo filosofico, pag. 107), Amedeo Anelli (Il realismoprospettico” di G.B., pag.115 ), di Guido Oldani (B. scrittore impaziente, pag.177) oltre a segnalare nei i contributi gli interventi di Anelli e di Oldani su il Cittadino e di Gino Commissari su Kamen’

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Ricordo di Bassano (Nino) Bassi cartellonista, grafico pubblicitario, pittore.

Nino Bassi in uno scatto di Franco Razzini

E’ morto all’età di 93 anni Bassano (Nino) Bassi. Un artista che dirà poco ai lodigiani di oggi, ma che è stato dentro la storia dell’arte cittadina.
Nacque quando erano ancora vivi Archinti, Locatelli, Chizzoli, Antonioli, il 1924, l’ anno dell’assassinio di Giacomo Matteotti, delle opposizioni sull’’Aventino’, della morte di Lenin; di Heinsember-Borg, che inventò la meccanica quantistica, di Tomas Mann, che scrisse la Montagna incantata, di Eluard autore di Mourir de ne pas mourir e del primo Manifesto surrealista.
Bassi amava dire che “qualcosa di quell’anno doveva essergli rimasto dentro, nella sensibilità”.
E’ stato un fruitore di tecniche diverse, più spesso divisioniste, autore di tavolette di figure, preferibilmente femminili, che caricava di particolari liberty, surreali e simbolici, creando correnti d’attrazione che le umanizzavano. Il pointillisme praticato era una maniera. Dietro niente di esoterico. C’era solo l’artista che cercava attraverso l’accostamento di piccoli punti di colore di dare luminosità alla mescolanza ottica. Un “metodo” di porre il colore che Bassi praticò senza troppe rigidità e senza lasciarsi prendere da tentazioni intellettualistiche, spesso giocandolo con sviluppi modulari di linee a vortice o a spirale.
Aveva studio al 34 di via Vistarini 34. Tra libri, quadri, dischi e una vecchia Geloso, tra cartelle di disegni e ritratti di Ungaretti, Montale, Manzù, ha coltivato una pittura affidata a tanti puntini colorati che danno esistenza alle cose. Ultimo di una generazione di artisti-amici: Bassano Bassi, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Natale Vecchietti, Giovanni Vigorelli, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni, Benito Vailetti, Felice Vanelli, Tino Gipponi.
Dipingere era per lui un piacere personale. Dalla XVIII Oldrado del 1996 ha scodellato presenze, presentando opere in cui è sempre pesato un registro sensibile e personale. Preciso, schietto. umano, ha praticato la pittura da isolato. Un po’ autoappartandosi, un po’ perché minimizzato. Non ha mai dichiarato radici teoretiche, una magna charta, una definizione. La “Cornice” di Luigi Medaglia in corso Adda talvolta azzardava metterlo “in vetrina”. Una decina di anni fa, Tino Gipponi gli organizzò una personale, l’unica di una vita. E’ in quella occasione che Bassi scoperse il pubblico e il consenso.
La sua arte parte da lontano, dalla guerra. I primi germogli li mise nella cartellonistica, poi nella grafica pubblicitaria in un clima che uscito dall’autarchia inaugurava una cultura grafica modernamente professionale, tra scuole alternative.
Con l’espansione del mercato scoprì l’illustrazione. La Domenica del Corriere, Walter Molino sono stati i suoi amori.
Illustrare e dipingere sono aspetti di una forma elastica, coltivata per piacere. Si indirizza prima di tutto al singolo, raramente al collettivo della società. Traduce un impulso filologico e un affetto logico al dialogo, all’incontro. La tecnica è un supporto.
Bassi se n’era innamorato e gli è rimasto fedele, si è nutrito di essa come se fosse filosofia, poesia e musica. Ha dimostrato che senza essere originali a tutti i costi si può fare pittura dignitosa, distinta, fuori dai rituali.
Non è da poco, è stata una scelta.

 

 

La poesia europea al “Presidio poetico” di Tavazzano con Villavesco

Dopo TEMPI D’EUROPA e AAA EUROPA CERCASI , il progetto curato da Lino Angiuli per “La Vita Felice” si è esaurito con LUOGHI D’EUROPA affidato a una prefazione di Daniele Maria Pegorari, docente di letteratura a Bari e direttore di numerose riviste letterarie e di filologia.
Le antologie della casa milanese di via Lazzaro Palazzi, hanno consegnato al direttore di Kamen’ lo spunto per dare disegno a Contrappunti d’Autunno 2017, traducendo la presentazione in un incontro alla Biblioteca di Tavazzano rivolto a perlustrando i percorsi della poesia europea con l’obiettivo di individuare in essa una voce unica e attuale. Dopo un incontro preliminare sui grandi poeti russi del Novecento (Blok, Majakovskij, Gumilëv, Achmatova, Cvetaeva, Pasternak, Mandel’štam, Chlebnikov, Esenin, ecc.) l’architettura del progetto prende slancio martedì prossimo con gli autori di Tempi d’Europa, di quelli in parallelo partecipi di AAA Europa Cercasi e di quelli segnalati da Daniela Marcheschi e inseriti in Luoghi d’Europa.
L’ allestimento critico e informativo di Anelli, è risaputo, promuove da anni una poesia non performativa ma integrante della contemporaneità; rimbalzata da un carattere di “coralità” che coinvolge idiomi ufficiali, minoritari e dialetti, che tengono   insieme tradizioni e stili e reggono d’accordo sensibilità, storie individuali e collettive, attraverso sintassi, metafore, simbologie ecc. Una posizione quella del critico lodigiano che oltre a individuare connessioni equipaggia la conoscenza con la “dimensione plurale, dialogica e plurilinguistica”. Richiamando, nello stesso tempo. l’ assioma esplicitato di uno dei massimi critici e filologi mondiali, Erich Auerbach

Amedeo Anelli

, iniziatore della cosiddetta critica stilistica:”il pensiero” non può avere “nazionalità”.
Nel trittico de La Vita Felice si possono scoprire insieme poesie in lingua vora, cimbra, francone, croata-molisana e ladina ecc., opere di poeti maltesi, italiani, cechi, inglesi, finlandesi e ungheresi, e poi ancora slovacchi, napoletani, neogreci, rumeni, spagnoli, inglesi, tedeschi, portoghesi, eccetera, un vero e proprio caleidoscopio di suoni, etimi, accenti che ibrida lingue madri con lingue parziali o altre lingue nazionali. Il “desiderio ispiratore” è lo sconfinamento, la spinta a mettersi nei panni culturali altrui, a cominciare da quelli simbolici e linguistici.
Martedì 17 ottobre, alle 21 alla Biblioteca di Tavazzano, Amedeo Anelli tirerà il filo di tanta produzione, accompagnando la varietà delle poetiche, degli stili e dei linguaggi con un apparato critico-informativo rivolto a fare breccia nella dura cortina dell’attuale “produzione poetica”. A novembre seguiranno poi la presentazione dell’ antologia “Maremare”, pubblicato da Adda Editore, con la partecipazione di Daniela Marcheschi, autrice della prefazione e l’incontro con Eliza Macadan e la presentazione di “Pioggia lontano” edito da Archinto con la prefazione di Amedeo Anelli

 

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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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“SEQUENZE”, De Bernardi alla Biblioteca di Casalpusterlengo

Dal 7 al 14 ottobre 2017

FRANCO DE BERNARDI

Dal 7 al 14 ottobre p.v., l’artista codognese Franco De Bernardi torna ad inserire le poche esposizioni casalesi nella menzionalità di quelle che valgono o hanno un qualche interesse territorialmente.Lo farà attraverso un gruppo lavori di medie e grandi dimensioni e di libri d’artista realizzati su vetro, da procurare una robusta griglia tecnica fattuale e dare unità ai caratteri della ricerca della propria pittura post-concettuale.
In un quadro territoriale fatto da situazioni stilistiche boccheggianti ossequi al retrò figurativo, o nel migliore dei casi, ad avanguardie d’altri tempi da costituire il vettore di una ritualistica di clonazione, De Bernardi è dei pochi a non stare dietro alla logica dei “tempi brevi” e delle “etichette”, esplicitando con coerente azione interesse alle soluzioni pratico-operative e alle forme di frontalità autoriflessiva.
Per l’esibizione, l’artista ha prediletto un gruppo di lavori di decisiva suggestione visiva, da procurano un “insieme” delle esperienze che l’hanno visto protagonista all’insegna di una ricerca marcata di forte peculiarità.
Le esibizioni, onestamente, si dovrebbero giudicare solo dopo averle determinate nel loro completezza; quella dell’artista codognese, considerando anche il suo percorso di pittore, si prestano a una facile appropriazione di dati d’interesse.
Le opere alla Biblioteca oltre far ritrovare la personalità dell’artista, si annunciano interessanti dal punto di vista della individuazione tecnica e delle procedure e dei materiali (tempere, colle, carte) adottati. In sintesi degli elementi che danno alla sua ricerca un carattere connotato di densità simbolica ed efficacia. In un certo senso anche liberatoria, sottratta a sovrastrutture, parvenze (cosmologiche) e a diavolerie decorative varie.
Nei manufatti si ritrovano riflesse facoltà immaginative consegnate da una maestria operativa manuale guidata dalla mente, in cui è possibile prendere una certa ambiguità ora figurale ora astratta, lasciando al fruitore di infittire sensazioni o manipolazioni e letture, compresi incerti richiami “turneriani”. Ciò, sebbene il pittore non attinga a fonti letterarie, e preferisca fare i conti con la pittura, con gli agenti dinamici dell’atto e del gesto e la concretezza dei materiali, conferendo concretezza all’azione.
I cartacei ch’egli esporrà a Casale sotto il titolo di “Sequenze” – catene, avvicendamenti, progressioni ? – , ovviamente da verificare -, accomunano nel sostrato manuale e tecnico tempera, carta lucida bianca e di colle -, richiami onirici e memoriali insieme a consapevolezza e sensibilità esistenziale.

 

 

Sequenze – Personale di Franco De Bernardi – Biblioteca comunale di Casalpusterlengo. Inaugurazione 7 ottobre ore 17 – Dal 7 ottobre al 14 – Orari di apertura della Biblioteca civica.

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“CANTICO” / Un pocket book sulle sculture di Marcello Chiarenza

La Pro Loco Maratti di Camerano, un borgo sulle colline del Conero, ha pubblicato dopo un pugno di altri piacevoli volumetti, quest’ultimo pocket elegante costruito sulle fotografie della milanese Laura Fantacuzzi e di Fabrizio Schiavoni, che contribuisce a svelare le “parole chiave” che hanno suggerito a Marcello Chiarenza una serie di sculture tematiche che richiamano assunti tipicamente francescani.
Marcello Chiarenza è artista di radici siciliane, nato nel 1955 si è laureato in architettura al Politecnico di Milano ed opera nel campo della figurazione simbolica. A Lodi si è trovato a casa propria, seminando un’arte che va molto al di la dei confini di campanile. Oggi svolge infatti l’attività di scultore, scenografo, conduttore di laboratori, autore e regista teatrale in giro per il mondo, in prestigiosi contesti.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è un libro da vedere e da leggere; un pocket book di una ottantina di pagine che combina immagini di esemplare linguaggio fotografico e pensieri messi al loro posto, veri e propri stralci del “nutrimento” del “Cantico” che conferiscono a nuclei significativi di sculture, la difesa da equivoci e fraintendimenti. Grazie anche ai contributi e ai saggi dello storico Angelo Mondali, di Roberto Lambertini, del dipartimento di studi umanistici dell’Università di Macerata, del Cardinale e Arcivescovo Metropolita Edoardo Menichelli, del Vescovo Ausiliare di Milano Paolo Martinelli, dell’Ordine dei frati Minori Cappuccini, che attraverso una serie di passaggi, risolvono nella chiarezza sfondi teologici, antropologici, spirituali, psicologici che costituiscono il terreno comunicabile del pensiero di San Francesco.
Il libro dedicato alle sculture di Chiarenza, conferma che esistono ancora libri, magari piccoli di dimensione, in grado di diffondere non solo rappresentazioni, idee, nozioni capaci di farsi amare ( o avversare) per le idee che hanno mosso le forme espressive, ma anche di vincere i pregiudizi, cioè le idee che ciascuno possiede prima della lettura di un libro o ponendosi davanti all’opera alchemica di un artista.
Non c’è profezia se non come infrazione di un ordine, dice un detto popolare. Ma non c’è neppure il progresso se non c’è l’ascolto della profezia, dice sempre la filosofia popolare.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è giocato su registri forti e d’attualità, come sempre è per il registro religioso quando non è troppo preso dalla visione devozionale.
Scritto da testimoni del pensiero francescano e arricchito dalla ebbrezza creativa di un artista attratto dalla “metafisica”, richiama l’attenzione sulle piccole cose, sul loro senso e la loro qualità di simbolo e fa riflettere su quell’al di là che la società-mercato ha sostituito con lo scintillio del denaro, afferma l’urgenza di un ritorno semplice dell’uomo con la natura.
Alla fine “Cantico” fa dire che la scultura presa in esame è un’arte che mette il fruitore in contesa con le forme del tempo, che afferma appunto l’esigenza di uno “spostamento dello sguardo”. L’ opera di Chiarenza è orientata ad affermare non tanto la perfezione evangelica o le regole dell’ordine dei fratelli, ma piuttosto a denunciare attraverso la semplicità e povertà materico-formale ciò che è radicalmente mutato nella contemporaneità; e cioè la percezione del mondo che non offre più il richiamo delle cose (delle piccole cose) perché tutte le cose sono risolte negli equivalenti di business.

 

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