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Titoli/Autori: “KHALAT”di GIULIA PEZZATO (PEX), FOTOGRAFA E ILLUSTRATRICE FREE-LANCE

Parafrasando Umberto Eco, che l’argomento lo affrontò nel ‘65 in una conferenza su Apocalittici e Integrati al Museo dQuesta immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è khalat_giulia-pex_hoppipolla-640x853-1.jpgi Lodi o Dino Buzzati che lo tratta in Poema a fumetti  potremmo iniziare con la convinzione, che è di molti altri, e cioè che  disegnare, dipingere e scrivere sono, in fondo, la stessa cosa. Aderiscono allo stesso compito: quello di rivisitare o raccontare storie, fatti, avvenimenti; persone e sentimenti;  scavare nella memoria o portare nel futuro; esercitare l’immaginazione e la bravura; esprimere linguaggi e personalità; mettere in campo laboriosità e libertà.

Tutto sommato ,”fare” arte attraverso la grafica (fumetto, striscia, illustrazione,  disegno, immagini fotografiche ecc.) è  una definizione di campo. La disponibilità che essa offre è  ampia. Pure se da noi (intendiamo dire sul territorio) la Graphic pare conoscere una evidenza scarsa, nonostante siano stati di casa antesignani illustri: il vignettista Beppe Novello e Mario Uggeri  fondatore con Sergio Bonelli di Tex Willer.

In giro, richiamano attenzione e sanno sorprendere,  i risultati di tanti giovani che si avvalgono dei diversi piani espressivi e narrativi per dire cose importanti. Facciamo un nome: Giulia Pex, all’anagrafe Giulia Pezzato. Free-lance, uscita venticinquenne dalla Scuola del Fumetto di Milano, fattasi subito notare con Kalat, adattando per Hoppipòlla Editore l’ intervista fatta da Davide Coltri a una ragazza curdo-siriana. Le sue immagini, pubblicate recentemente da La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, sono una sorta di dichiarazione di “poetica” affidata al disegno. a “desideri” e a “dettagli” da cui vien fuori quella che potremmo definire  una “filosofia del fare”. Disegnare “piccole cose”: silenzi e osservazioni notturne, particolari e solitudini in città , nature, incontri, panni stesi, animaletti, vicini di casa, sogni, eccetera. Un modo, forse, “per essere sereni”. Ai giorni nostri “una tecnica per stare a galla”, immaginandosi un domani più leggero.

Diceva un celebre filosofo cinese a C.: “Un disegno vale mille parole”. La grafica fumetto di Giulia Pex non lascia indifferenti. La qualità tecnica costringe ad andare più in la con la riflessione. Si ammira la sua innocenza, ma impone uno sguardo nuovo sulla realtà, una lettura a cui  siamo poco allenati. (Aldo Caserini)

Aldo Caserini

LUIGI POLETTI VERSO GLI “OTTANTA”. Da più di sessant’anni è protagonista nell’arte lodigiana. A Milano, da “Pino alla Parete”, raccolse giovanissimo l’apprezzamento del Nobel Salvatore Quasimodo.

di ALDO CASERINI

Si fa presto a dire ottanta. Spesso ci si arriva nella trascuratezza generale e nella dimenticanza degli amici e dei colleghi. Succede. Ogni tempo, ogni città ha una serie di pittori. A volte sono di mano “fuori serie”, hanno mano sorprendenti, prodigiose, da artista; a volte mani da onesto e semplice operaio; c’è chi differenziandosi riesce a far emergere dalla materia dei suoi lavori la poesia che ha dentro, altri che fermano il discorso alla buona raffigurazione, altri ancora, che dal soliloquo passano al discorso, all’improvvisazione della significazione. E via di seguito.

Luigi Poletti, classe 1941, è un pittore lodigiano che corre verso l’ottantesimo compleanno. Sulla breccia è da almeno sessantacinque anni, fa parte della nidiata di pittori venuti dopo Monico, Bonelli, Vecchietti, Malaspina, Maiocchi, Antonelli, Vailetti, Bassi, Locatelli, Beonio Brocchieri, Vigorelli, e dopo quell affacciati subito dopo ( Bruschi, Ottobelli, Benito e Santino Vailetti, Malusardi, Salvagno, De Paolis, Stromillo, Segalini, Mocchi, Franchi, Podini, Bosoni.. Frosio, Manca,, Bruttomesso, Vertibile. Inizialmente “intruppato” con quelli delle generazioni successive: Cotugno, Maffi, Bertoletti, Vailati, Mai, . Napoli, Padovani, Rozza, Gozzi, Sordi, Maiocchi, Sidoli, Segalini, Maiorca, Cremaschi, Geri, Scagnelli, Marzagalli,  Farfaglia, Chicco, Martinato, Trequattrini, Angelini, De Lorenzi, Mangione, Valerani, Tresoldi, Belò, Martinato, Santus, Bracchi, Segalini, Costa, Chiarenza, Quadraroli, Volpi, Tronchetti… Un “intruppato”, dicevamo, ma che sapeva farsi vedere, nel senso che era attivo, e sapeva distinguersi, per la  qualità della sua grafica e la mano di pittore. Insomma, non un contornato  nelle tendenze che allora andavano definendosi anche da noi.

Ci piace ricordare ora che sono in arrivo le sue  ottanta primavere, ci danno motivo, ancora una volta, non solo di accennare all’attività di un amico, ma di ricordare il suo contributo all’arte locale. Di riportare l’ attenzione a un percorso lungo più di mezzo secolo, durante la quale Poletti ha realizzato migliaia di opere e lastre, centinaia tra libri d’arte e cartelle.

In pittura e in grafica d’arte, sono pagine di riflessioni annotate con mano personale,  rivestite da poesia e realismo. Nei suo lavori riassume, sempre controcorrente, ampi ed eterogenei interessi. A fine lettura, la sua figura si allontana dalla visione che lo ritrae dentro la chiusa provincia. La cifra del segreto e della introversione si dipana di fronte alle illustrazioni di vita che e respinge il fertile humus delle riflessioni prodotte dall’aneddoto, dando ampiezza a una attenzione che arriva a investire il lavoro, le macchine, la terra e l’ambiente, i luoghi, momenti integrati dello sviluppo sociale ed economico. Senza dimenticare mai l’altra sponda del Mediterraneo e  la sua gente.

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“LA FENICE”, un laboratorio d’arte, restauro e conservazione a Lodi

L’iniziativa condotta in via Gaffurio da Chiara CANEVARA e Silvia TANSINI

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LA PITTURA ASTRATTA-GEOMETRICA DI EMILIO CLERICI

Come si dice: Non è mai troppo tardi. Per parlare di un pittore di casa mai citato, mai rincorso o sviolinato. Un artista oggi ottuagenario, difficile da definire in tutti i suoi aspetti creativi in quanto da sempre pratica la pittura stando separato dagli apparati e dagli ambienti artistici locali. Deciso, per scelta personale mai  dichiarata, di praticare la pittura senza inseguire il consenso; isolandosi dal contesto artistico locale come un monaco di Theotocopuli cresciuto di dottrina e rigore lontano dai rapporti e dalla confusione procurata dalla accelerazione delle mostre intervenute sul territorio, alcune delle quali che con l’arte hanno avuto poco o nulla a che fare.

Emilio Clerici (Emilietto per gli amici), classe 1938, diplomato alla Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, ha avuto come insegnante di pittura e composizione Francesco Fedeli: un artista meneghino, reduce della ritirata dell’ARMIR in Russia, allievo di Lilloni; un pittore, incisore, affreschista e sceneggiatore apprezzato anche come restauratore e collaboratore di alcuni importanti registi teatrali e cinematografici.

Scomposizione-composizione

In tanti anni di esercizio pittorico praticati in assoluta riservatezza, Clerici ha avuto scarse occasioni di esibirsi in pubblico e far conoscere i risultati della propria ricerca  oltre i doni accademici

Per quel poco di cui abbiamo memoria, si presentò in pubblico solo in mostre collettive: al Centro Vanoni, al Circolo Ada Negri, alla “Büsa” e in una edizione della Oldrado. Il suo nome non è mai spuntato sulla stampa locale, neppure quando a metà degli anni Sessanta vinse il Premio Banca Provinciale Lombarda per “il suo lavorare sul linguaggio e leggere il passato e il presente”, premio che gli fu consegnato da Carlo Carrà,  allora insegnante a Brera.

Di Clerici pittore si sa poco, quasi niente. Noi che fummo suoi compagni di scuola e di giochi all’oratorio, scoprimmo che teneva in mano i pennelli da una confidenza del comune amico Gaetano Cornalba. Come dicevamo frequentò, sotto la guida di Fedeli, la Scuola Superiore d’Arte del Castello, ma i suoi avvii da pittore si possono solo immaginare, non molto dissimili da quelli dei coetanei: Maffi, Volpi, Ronchetti, Vanelli, Mai, Vailetti (Benito), Poletti, Napoli, Scagnelli, Maiorca, Tresoldi eccetera. Un drappello di ventenni interessati a una pittura che allora inseguiva i canoni formali del tempo. Variavano certo i temi, e orientavano a dare una immagine alle forme, che in Clerici, erano quelle abbastanza consuete del paesaggio descrittivo, agreste, privo d’enfasie ricco di sentimento.

Dopo qualche anno, scoprirà Morandi e la sua pittura variò il registro delle figurazioni. A un certo punto però avvertì che il “morandismo” lo costringeva a un repertorio che lo faceva riconoscibile dalla fissità. Se ne liberò con la scoperta del cubofuturismo che gli risvegliò nella mente un tumulto di immagini , una pastoia di elementi geometrici che con l’esperienza e i cambiamenti si renderanno più rilevanti.

Negli anni Ottanta le forme della rappresentazione diventeranno  astratte, lo spazio e il tempo scomposti nell’immagine. Al pittore non interessava più la riproduzione dell’oggetto, che però non  abbandonerà del tutto, Chitarre, brocche, tavoli, sedie, oggetti comuni sono individuabili all’interno di un tipo di rappresentazioni che occupano  di  scomposizioni l’intera superficie del quadro.

Come i cubisti Clerici scompone e ricompone. Ignoriamo se mosso da un intendimento o dal suo sentire, quello di trasferire alla pittura il ritmo della vita d’oggidì fatta di dinamismo e di tanta confusione. Qualcuno potrà vedervi  una scelta “anacronistica”; noi avvertiamo “passaggi” rivolti a recuperare una organizzazione del quadro diversa e contrapposta alle innumerevoli esperienze correnti, note più per rifiutare ogni regola e ogni interpretazione.

L’individuazione di una articolazione ritmica di elementi geometrici nella sua pittura esprime qualcosa di più che curiosità e movimento di forme. Clerici, ha i suoi riferimenti “storici”, che non staremo a dire. E’ pittore che non imita, ma crea, che cerca la musica attraverso le forme poste in prospettive diverse.

Nel recente variare, l’utilizzazione degli elementi geometrici e delle forme cubiche egli realizza una sequenza di “momenti” che, con qualche approssimazione, fanno pensare a tracce di artisti dell’avanguardia russa o anche europea, o, perché no?, milanese.

Suggeriscono una dinamica del tempo, che segmenta e ridefinisce il principio d’ordine delle cose e, parzialmente, dello spazio. Clerici risulta, senza dichiararsi, un pittore che rompe con le convenzioni e le gerarchie  (alto/basso) e le polarità (forma/contenuto, intelletto/sentimento). Senza alcun programmatico favore del “nuovo” a tutti i costi, egli pratica una pittura che piace al fruitore e lo induce ad allontanarsi da quel carico di idee a cui storia e attualità lo hanno reso assuefatto.

Aldo Caserini

I sogni antichi di un pittore moderno. Luigi Volpi alla maniera di Evaristo Baschenis

Fino a una buona metà del secolo scorso il disegno fu materia d’insegnamento. Poi “il finito” perse di di arte applicata (decorazione, oggettistica, fantasy, cartoon, fumetto, illustrazione, ritratto, ecc.). Una “lettura” che non convinceva Luigi (detto Gigi) Volpi, che negli anni Settanta addestrava all’uso del lapis alla Scuola d’arte Cova di Milano Conosceva bene i retroscena della pittura e sosteneva che il disegno era un “congegno di precisione”, una macchina “insostituibile”.

Se siamo qui a parlarne a dodici anni dalla sua morte (marzo 2019), è  per richiamare  un “passaggio” della sua pittura, quello che seguì al lungo racconto della condizione negli istituti psichiatrici.

Finita in dismissione l’utopia sessantottina e dopo ed essersi isolato dai fermenti della realtà milanese per inseguire le “armonie” zen, negli anni Ottanta Volpi spostò decisamente la sua pittura sul “privato” con una lunga serie di autoritratti, figure femminili e dei familiari, dedicandosi tolstojanamente alla bellezza della forma attraverso le nature morte

Naturalmente prima slacciò i residuali richiami al fragile realismo correntizio, poi prese a strizzare l’occhio alla “Metacosa”, che non fu una setta, ma un galleggiare di immagini e simboli poetici; al Fante di Spade strinse amicizia con Bernardino Luino di qualche anno più avanti di lui e faceva parte di una cerchia di artisti di Brera, quindi assicurò la sua ricerca alla storia dell’arte, di cui non si sapeva molto (e se ne sa ancora poco adesso). Un capitolo scritto da pittori d’accademia e non: il “pittore del silenzio” Chardin, la barocca Fede Galizia, l’ecclesiastico Baschenis, il monaco Juan Cotàn, il copista Carlo Magini -, tutti autori di “nature morte”, che Volpi definiva “vive”, prendendo a prestito Marcel Proust che le considerava un “genere vivo” dovendo sostenere che in arte “non c’è idea che non porti in sé la propria confutazione possibile, come una parola la parola contraria”

In Volpi si possono riconoscere repertori che rimandano a quei pittori i nomi dei quali metteva nei titoli anteponendo  “Alla maniera di…”. Non immaginava certo che nel gruppetto di amici pittori che incontrava quando scendeva a Lodi  ci sarebbe stato chi, spazientito per i richiami a Baschenis si rivolse a lui chiamandolo “Prevaristo”. Non era un soprannome ma una deformazione di “prete Evaristo”, con  cui il prediletto della serie “alla maniera” era stato conosciuto in valle Averara.

Volpi è’ stato uno dei nostri più dotati disegnatori. Niente voli lirici, solo rigore plastico e pratico, e tanto autocontrollo. Che non vuol dire assenza di situazioni e simboli. Nelle sue “stanze” coesistono i silenzi, la solitudine e i dettagli delle poche cose. Non c’è metafisica. Nelle nature morte filtrano invece, a volte, convinzioni e messaggi. Come in Baschenis l’allegoria del tappeto rosso.

Attento, scrupoloso non dipinse solo cucine, ma ambienti, figure e  altro. Soprattutto si autorappresentò. Per un attimo si lasciò “suggerire” da Baschenis di lasciare la vita vegetale, di mollare “silenzi”, “solitudini” e “sospensioni” per raffigurare strumenti musicali. Lo fece, confermandosi un perfettista. Ma non dedicò ai soggetti musicali particolare attaccamento. Fu un gettarsi la solita nocciolina in bocca.

Aldo Caserini

 

 

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Angelo Palazzini, una intelligenza creativa che trasmette stupore e piacevolezza

 Altri climi oramai”. Per la pittura, quella di casa. Non solo. Sarà allora per quel  “qualcosa” che uno avverte – quell’ uggiolina che di tanto in tanto chi scrive sente dentro – se capisce di dover prendere in mano la maledettissima penna o mettersi davanti al computer. Così, eccoci a combinare il solito pezzo su di un pittore del territorio, malgrado “i tempi grami”, i “siamo combinati male” e i “così è dovunque”;a sviluppare qualche pensierino in più, o a ribadirne di precedenti, anche se di nuove mostre il nostro non ne ha più tenute a causa di Covid-19 e della chiusura delle gallerie di riferimento.

Angelo Palazzini, classe 1953, nativo di Casalpusterlengo. residente a Terranova de’ Passerini, in attività dalla metà degli anni Settanta,  di formazione grafica e figurale, pittore di vena fabulatoria, con alle spalle microstorie bassaiole, lodigiane, piacentine, bolognesi, toscane, oggi  è forse un po’ inselvatichito (come i baristi e i ristoratori) perché stanco di rincorrere lepri e catturare conigli. In tempi migliori dell’attuale momento difficile dell’artigianato pittorico, Palazzini mostrava di tenere bene insieme l’essenziale e l’invenzione divertente e maliziosa, il “sense of humor”, il recupero onirico e i ricordi giovanili. Surrealista? Detto di sfuggita, solo se lo si intende in senso di “spiazzamento” dell’ oggetto nella dimensione narrativa. Niente più.

Nelle tele fa incontrare ricordi autobiografici, cloisonnisme, visioni oniriche, concetti estetici, sociali, costruiti su corrispondenze simboliche. Associate a un carattere acuto, spiritoso e burlesco e agli arricchimenti del linguaggio, alimentano la fascinazione ambigua delle architetture. Sennonché, i contenuti non sempre ottengono la giusta attenzione. Restano come “fuori fuoco”. Più spesso a catturare il fruitore sono le soluzioni spiritose giocose e burlesche, gli sberleffi. Quel che si dice il suo fervido universo fantastico. Benché di vena “narrativa” brillante e scherzosa Palazzini non sia un Carlo Lorenzini, alias Collodi., per capirci

La sua distanza dalla linea del realistico e naturalistico è stabile. Sostituita (compensata) da altre componenti: le procedure di applicazione del colore, il movimento ludico  delle invenzioni; le “fioriture murali” (cloisonné), che sono aspetto importante della sua pittura. Danno ornamentazione alla rappresentazione, insieme agli schematismi acquisiti e alle propensioni modulari.

La raccolta delle sue immagini risulta una naturale continuazione di soggetti e “scritture”; una  rappresentazione non solo pittorica ma “intertestuale”. Ogni suo quadro tiene compagnia o sembra avere  rapporto con altri quadri, ciò permette di collocarlo in una determinata narrativa, nei modi perseguiti dalla funzione creativa come i simboli, lo stile e (qui scomodiamo Eco), la “zeppa”,i momenti cosiddetti “morti”, che in realtà sono pause tra un lavoro e l’altro, funzionali allo sviluppo di un linguaggio, di una forma artistica.

Dicevamo prima , dell’ abbaglio che colpisce molti “lettori” di questi lavori. Quello di apprezzare la sua pittura semplicemente perché piacevole, divertente, leggera, è graficamente rallegrante. In verità  sorprende anche per le idee e per i contenuti. Per questa via Palazzini – unico artista lodigiano – da  sostanza interna, di pensieri e concetti – alle divagazioni estrose, ironiche, fantasiosi. L’intendimento strutturale è spesso allargato da simboli, allegorie e soggetti di movimento (bastimenti, treni, tramvai, auto, motociclette, cavalli, aerei, giostre, uccelli, carrozze, altalene…); o stabili e casalinghi (caffettiere, abiti, fortezze, case, trumeau, cassettoni, scatole, cassapanche, vasche da bagno, giocattoli, cavallucci a dondolo, vasi, tazze, alberi di frutta, corpi umani e oggetti vari ). Un mondo, insomma. Che racchiude idee e sentimenti osservati e “narrati” per mezzo di specchi deformanti. In fondo una ricostruzione estetica. Senza scordare che nella geometria mentale oltre il raccontare, il teatro e l’utopia di sapore metafisico nei lavori dell’artista trovano sintonizzazione la materia pittorica, l’elaborazione tecnica e quella ottica, la  preparazione e l’esercizio, la traccia grafica. Un mixage di eleganza singolare e suggestiva e dettagli dell’ intelligenza.

Aldo Caserini

LIBRI: Le “Opere” di Gianni Rodari in un Meridiano Mondatori curato da Daniela Marcheschi

Con le notti a fare conto alla rovescia per l’avvio della campagna di vaccinazione contro il coronavirus

La copertiva delle “Opere” di Rodari

e l’inverno incombente che chiude in casa, non è ozioso domandarsi se esistono letture, o meglio libri amichevoli, capaci di rinnovare il miracolo di starsene tranquilli tra le domestiche mura e lasciar andare l’immaginazione, attraverso filastrocche, poesie, favole e racconti fantastici. Un libro di sicuro c’è e raccoglie storie in versi e in prosa di Gianni Rodari, fecondissimo scrittore, scintillante e gioioso, sottovalutato dalla critica “autorevole” e dalla stessa editoria che per logiche commerciali non lo ripubblica da tempo (salvo il recente progetto editoriale del Corriere della Sera)

Opere di Gianni Rodari in 2 voll. è una raccolta di storie,  da poco in libreria, scelte dalle Filastrocche in cielo e in terra alle Parole per giocare, e ancora, dal Libro degli errori a tutta una serie di altri titoli, una operazione licenziata con successo da Daniela Marcheschi, con cui guida con criteri connotativi alla conoscenza dello scrittore e della sua produzione. Anche in questa occasione la studiosa docente di letteratura italiana e membro del comitato scientifico della rivista Kamen,  nota per amare percorrere strade non semplici, fornisce, nel centesimo anniversario della nascita e nel quarantesimo della morte dello scrittore – una summa di risultati esemplari che rendono più risonante l’opera del vincitore del prestigiosissimo premio Andersen’.

Nel saggio “Gianni Rodari: parole, giochi e scritti per grandi e piccoli”   che introduce all’opera dello scrittore e ne analizza i testi e il linguaggio,  mettendo in risalto con rigore un gruppo di concetti e di assiomi che marcano e unificano in un sistema unitario coerente gli elaborati , alla luce anche di altri contributi pertinenti, lo scrittore è indicato come un “capitano coraggioso”,scrittore “di rara luminosità”, un intellettuale che ha organizzato un metodo di letteratura per ragazzi sottraendola “alle angustie di specialisti e alle dicotomie fuorviati ereditate da Benedetto Croce”.

Daniela Marcheschi

La studiosa affronta minutamente i passaggi della struttura letteraria rodariana, cavandone una serie di indicazioni che spiegano lo “scardinamento” introdotto attraverso l’ intrecciare della letteratura popolare con la letteratura colta,chiamandolo “dual audience”: lo scrivere per i bambini e per gli adulti, “non concependo[ Rodari] l’età infantile e l’età adulta come due mondi separati”.

Rodari oltre avere “scritto per i bambini cose che i grandi hanno sentito la necessità di fare proprie” ha anche introdotto nella cultura letteraria  un criterio che  mette “in dialogo “storie” in prosa e “storie” in versi”,  procurando quella tensione che ha avuto notevoli implicazioni formali per la letteratura” di quegli anni (e non solo).

La consultazione di libri e documenti del Fondo conservato dalla famiglia ha permesso alla curatrice di dare e rafforzare risposte a una serie di questioni:il rapporto di Rodari con l’ideologia marxista; il genere comico-umoristico che la cultura ufficiale relegava a para-letteratura; il gioco, in quegli anni colpevolizzato dai metodi educativi; la relazione tra letteratura e giornalismo; le convergenze con le posizioni di Collodi e le condivisioni con Gramsci. Nei Quaderni Gramsci aveva evidenziato la separatezza tra classe intellettuale e mondo popolare e la conseguente inesistenza di una letteratura nazionale-popolare e di una specifica letteratura per l’infanzia. Rodari fu il primo a dedicarsi a questa lacuna sociale e politica e ad adottare il recupero delle “utopie” utilizzandole come chiave per forzare un presente giudicato insoddisfacente e per accedere a un futuro migliore, a cominciare dall’educazione dell’infanzia. Come intellettuale affrontò poi argomenti diversi dalla linguistica, al cinema, all’etologia, alla pedagogia. Un tessuto che collega più tracce entro le maglie del racconto e della poesia.

Aldo Caserini

IL CASALESE FRANCESCO BORSOTTI E IL RECUPERO DEL SIMBOLO

Una pittura religiosa, sapienziale e laica

F. Borsotti:. “ILl miracolo di Cafarnao”, tecnica mista, 2020

Il caso di Francesco Borsotti è singolare sul territorio, in anni in cui, salvo rare eccezioni, gli esponenti più riconosciuti della pittura hanno puntato ad essere pubblicizzati da media e informazione, mentre lui assumeva suppergiù una posizione velleitaria di distacco dalle direzioni impresse dal sistema.

In questi anni Borsotti si è dato a una sorta di autoisolamento (interrotto solo da alcune partecipazioni di gruppo) e trattato una pittura controcorrente dalle identità multiple, mostrando un immaginario mai stanziale di impegno integrale verso l’immagine e la tradizione culturale (in particolare religiosa), che ribalta l’assurdo corrente che intende tecnica e procedimento pratiche “morte” ed esclude interesse per la poesia delle forme. A questa “schermatura” si è addizionata quella del sistema organizzativo, consapevole di escludere dalle scelte un pittore difficile, artefice di un linguaggio complesso, moderno per contenuti e tecniche, non disponibile ai modelli di convivenza di certa pubblicistica.

Oggi che la crisi investe non solo l’arte, ma le modalità di informazione e visibilità, affiora l’alternativa di recuperare alla pittura un riposizionamento delle attività interpretative. E suggerisce anche a noi, che di Borsotti avevamo scritto più volte, di aggiornare l’analisi alle ultime fasi del percorso (collocabili tra “Il Miracolo di Cafarnao”, in cui ha affrontato il rapporto tra Gesù e il male, e “La vita del profeta Elia”, figura  resa attuale da Paolo Coelho in Monte Cinque e da Mendelsshon in alcune sue musiche).

La “lettura” di Borsotti fa viaggiare attraverso un gomitolo testuale di ispirazione sacrale, dove le storie raccontate acquistano significati di attualità. Il percorso è una celebrazione di simboli, un corredo iconologico, un cantiere di immagini oniriche dense di significato e di mistero. È una figuratività di sapore tecnografico, che fa sospettare di nascondere “qualcosa”, ma il cui approfondimento conduce passo per passo verso la decifrazione all’interno della storia raccontata.

F. Borsotti: “Scene della vita di Elia”, tecnica mista, 2020

Tele e tavole, possono suggerire un teatrino adornato da ridondanze chimeriche, enigmatiche, e di occulte significazioni. Tuttavia non c’è in esse la visionarietà di fine settecento, il simbolismo dell’ottocento, il surrealismo del novecento, le arbitrarietà del duemila. C’è il tentativo di riallacciare scelte estetiche e creative della tradizione esoterica “morbida” al gusto corrente. Può far supporre certe icone siano messe lì ad arricchite l’immagine o per “qualcosa d’altro”. In realtà raccontano storie prese da versioni bibliche ebraiche, dalla tradizione cristiana, da visioni laiche o semplicemente letterarie.

Aldo Caserini

Borsotti costruisce, su segni, simboli, allegorie; caratteri interdisciplinari, una pittura; che racconta e fa interrogare, da piacere estetico e godimento poetico. È un modo simbolico di fare pittura. Senza fare pittura simbolista, ma concettuale, inventando poesia, attualizzando formule visive moderne. Può bastare per farci riscoprire quello che abbiamo dimenticato della nostra tradizione, o a prendere coscienza dell’insignificanza di tanta produzione di oggi.

Potrà questa pittura essere vista e dibattuta in una personale dell’artista catturata nelle sue architetture, nei suoi colori e nelle sue forme?

LIBRI “OVERDOSE” di Daniela Maria Servidati scrittrice di Cerro al Lambro

La società del nostro tempo è liquida”. Lo teorizzava, una ventina di anni fa, uno sociologo polacco di nome Bauman. E da allora ci siamo impegnati un po’ tutti a citarlo  ogniqualvolta che l’argomento affrontato è la “modernità”, l’attualità della nostra epoca di cui scontiamo i confini labili ovvero “liquidi”, che si compongono, decompongono e ricompongono fluidamente con procedure combinatorie. A seconda del “recipiente”: la scrittura, la pittura, la musica, la poesia, il teatro, il cinema eccetera, materie dove il “fare” è elemento decisivo dell’ atto creativo, rappresenta il passaggio di stato di non esistenza di una parola a quello di esistenza, di narrazione, il caratterizzare accostamenti nuovi, connessioni inedite. Una cosa richiede: il riconoscimento collettivo, affinché l’originalità non scada in arbitrarietà. Le parole raccontate o romanzate in un linguaggio narrativo non sono veramente nuove se non accompagnano e non tracciano le novità dei contenuti Possono essere dirompenti, allenate con fantasia, attente alle sfumature o alle provocazioni, alternative o contrarie all’uso comune ma se non imprigionano i contenuti, tolgono attrazione alla lettura e senso alla attività dello scrittura, non servono l’efficacia della comunicazione.

Oggi si incoraggia a scrivere, a pubblicare (a p.s.), più che a leggere. E’ l’industria che spinge ma lo chiamano “consumo culturale”. L’editoria cresce, sforna titoli a centinaia di migliaia che saranno letti (se lo saranno) solo dagli amici o dai parenti dell’autore. L’ultima rilevazione Istat riferisce di tredicimila  volumi uscitinell’ultimo anno rilevato in Italia, in cui la narrativa è stata regina. Ma questo è un altro discorso.

In questo magma di esordi e riconferme si trovano (a volte) scrittori che sanno intrattenere e sorprendere, non del tutto preda del gioco pirotecnico sottratto ad altre parole con effetti speciali – non quelle figurate e iperboliche dei Renzi, Salvini, Berlusconi, De Luca” –  preda delle convenzioni narrative, che non familiarizzano con le parole nuove esagerate trovate su facebook, twitter, whatsapp, ma sanno selezionare storie, toccano varietà d’argomenti, gamme di gusto, ogni passione e interesse; e nell’azione che descrivono strutturano pensieri, razionalizzano idee, usano le parole giuste, dire cose che interessano senza i soliti riadattamenti di precedenti cose dette. Che nei loro scritti fanno avvertire qualcosa di giusto, il gusto del tempo, gli ambienti, la vita, sia pure quella immaginata con originalità e inventiva, in versione controcorrente bizzarra

Daniela Maria Servidati di Cerro al Lambro è una scrittrice cui piace scrivere, montare e smontare  fatti, vicende, pratiche, usanze, muoversi vivacemente, al caso prestarsi a qualche suggestione gotica di “tribù”. In Germania dove ha vissuto “da solitaria”  per tre anni, dopo il romanzo d’esordio “Il male antico”,  ha imparato “a convivere con “tutti i demoni, a dare loro un nome, a farci amicizia”  fino a convincerli “a lavorare per lei”. Da quella esperienza è nato con l’editing di Elisa Branchetta e copertina adattata di Simona Tosi il noir “Overdose”  che è la versione del linguaggio vox media estremo: “Mi interessa osservare sempre gli avvenimenti e le persone da un punto di vista alternativo”, confessa l’autrice, riconoscendosi una “bastiancontraria”, una espressione idiomatica usata dal Panzini per sostenere atteggiamenti e opinioni contrarie a quelle correnti. La Servidati ne fa un prerequisito per fare intendere il contesto  delle sue descrizioni attorno a fatti e processi in cui c’è molta azione , disagio sociale, un poco di humour da mitigare le manifestazioni di malessere e di inquietudine ecc. Ed anche l’eccesso d’intrecci. Protagonista Nada Montenero, cronista di nera senza un lavoro fisso e solita cercar in un bicchiere di vino. Un noir di consumo? Come tanti che nei canoni e stilemi vanno incontro al gusto dei lettori del genere? Servidati va più avanti. Con vivacità fa intrecciare vicende, disgressioni, introspezioni psicologiche, appesantimenti del vivere complesso, posizioni di rottura e di confine non di pura evasione. Se proprio vogliamo, possiamo quindi definire il suo nuovo libro un  genere popolare, d’intrattenimento ma non superficiale, non marginale, a cui non mancano spunti critici di natura contenutistica da andare incontro a un pubblico di lettori eterogeneo.”Liquido”, appunto. In ogni caso sono pagine non di realtà ma ricche di verve e di immaginario profondo.

Aldo Caserini