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XX Carte d’Arte : Ricordo del maestro stampatore Franco Sciardelli

 

La XX edizione di Carte d’Arte, la consueta rassegna di grafica d’arte curata da Gianmaria Bellocchio, dedicherà quest’anno una delle sue “stanze” d’esposizione a Bipielle Arte a ricordare l’editore-stampatore Franco Sciardelli, un artigiano-artista che nella grafica (in particolare xilografia, litografia, acqueforti originali), in oltre cinquant’anni d’attività, seppe affermare la propria eccellenza pubblicando edizioni limitate di grande raffinatezza ( Guttuso, Migneco, Dova ecc.)
Leonardo Sciascia, che con lui lavorò a lungo, di lui disse che era uno degli stampatori più appassionati che conosceva, “forse il più appassionato”. E Franco Melotti ricordò le sue inalberate ” contro le licenze – per lui incomprensibili – con cui l’arte a stampa si adeguava, o meglio si prostituiva.
Nato a Palermo nel 1933, Sciardelli si trasferì a Milano nel 1949 a seguito della famiglia e iniziò a interessarsi di grafica non ancora ventenne. Pochi anni e divenne uno stampatore ricercato, elegante, e un collezionista esigente e originale. Si mise a trafficare coi libri, la carta, le parole, l’arte, a editare riviste e a stampare volumi preziosi, in edizioni esclusive e tirature limitate.
Di Sciardelli anche i lodigiani hanno qualche piccolo ricordo da vivificare: la cartella realizzata sull’Incoronata, con una acquaforte di Teodoro Cotugno e il volume sull’Ostensorio Ambrosiano del vescovo Carlo Pallavicino, con un intervento sempre di Cotugno oltre che un paio di xilo fatte stampare da Ugo Maffi e un disegno di Bucci che ritrae Ada Negri. Non è esagerato affermare che ha contribuito a far conoscere quell’arte riservatissima e originale fatta di segni, linee, tramature, varianti, varchi, congiunzioni, il misurabile e il non misurabile, che è appunto l’incisione, fatta di attenzioni critiche, di profondità e ampiezza di visioni.
L’attività editoriale a Milano prese il via i primi anni Sessanta in via Palermo, ponendo le originarie attenzioni ai giovani ( Antonietta Viganone, poi divenuta sua moglie, Nastasio, Mandelli, Guerricchio), e presto a Castellani, Reggiani, Manzoni, Maino, Giovanola, Francheschini. Nel 1962 trasferì l’attività in un sottoscala nei pressi del Giamaica di via Brera, incontrò Alberto Mondadori, apri una libreria de il Saggiatore, sviluppò l’esposizione “Il Mulino” proponendo Viani, Morlotti, Bartolini, Bueno, Kubin eccetera.
Allora amava comporre coi caratteri mobili a mano. Con l’avvento della fotocomposizione non li abbandonò del tutto, solo accolse il procedimento con la consapevolezza che “un’opera poteva assumere valore anche attraverso l’adattamento alla tecnologia disponibile”.
E venne l’acqua di Domenico Cantatore vide luce in via Ciovasso dove s’era sistemato dopo avere chiuso con Alberto Mondadori e li avviò le collaborazioni con Giancarlo Cazzaniga, Franco Rognoni, Remo Wolf, Aligi Sassu, Mimmo Paladino, Walter Piacesi…
L’omaggio che Carte d’arte gli dedica per ricordare la sua attività è da salutare come un “evento”, una scelta che servirà, speriamo, a far allargare lo sguardo e aprire la riflessione su un mestiere che non cessa di sedurre i patiti dei libri d’arte.
Sciardelli considerava l’editoria grafica un’arte, assai più di un’arte d’artigianato. Una missione più che una professione. Se tutto questo è vero – per lui lo era certamente – ciò non è solo molto bello, conforta e consola in tempi tanto grami per le stampe d’arte. Gli editori- stampatori di grafica sono, per loro stessa ammissione, strani personaggi. Una via di mezzo tra gli artisti artigiani e i cultori collezionisti, che “per vocazione, passione e un po’ di incoscienza si mettono a far da tramite tra gli uni e gli altri”. A volte ci azzeccano, altre no. Sciardelli ci azzeccava abbastanza. Prima che tutto il resto, la sua vita e le sue vicende editoriali e di stampatore oggi ci raccontano un intero mondo.

 

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Prossima personale di Marcello Maloberti alla galleria di Raffaella Cortese

Marcello Maloberti, codognese di nascita (1966), l’ infanzia giocata sul Brembiolo, indicato per questo dai casalesi come “uno di loro” ma milanese da quel tempo, ora con studio e abitazione in Porta Romana, in via Lattuada, è un artista straordinario, un performer che mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, sguardo, teatralità; quanto serve a differenziare o ad assottigliare differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice o viceversa.
ritratto-Maloberti-orizzPerformer è oggi come una parola d’ordine, un segno di riconoscimento che dà lasciapassare a tante altre cose insieme: creativo, inedito, innovativo, inventivo, fantasioso, singolare, originale…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio figurato dei simboli una creatività artistica che rimodula percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Allievo di Luciano Fabbro a Brera – scultore e scrittore, in stretto rapporto di pensiero ed elaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani nel giocare sugli accostamenti tra materiali e iconografie feticistiche o simboliche – Maloberti, come il suo maestro, muove dalla convinzione che “l’arte è ciò che trasforma”, e che “non si può essere creativi a comando”, “le idee più belle vengono dal dialogo”. Ma perciò richiede coraggio e fantasia “in grado di imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione che si generano nel nostro cervello.
In questo modo l’attività artistica del performer (interprete, manipolatore, inventore, giocatore, “attrattore”) serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone magari in cucina attorno a un tavolo coperto da una plastica quadrettata di bianco e rosa, dove “ci si può rinfrancare le idee”. L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga.
Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro. Come in Vir temporis acti: un ragazzo seduto sul pavimento che senza sosta ritaglia immagini neoclassiche. Per farne cose? Con quale significazione? Quale valore di rinforzo? Quella del ritagliare immagini non è nuovo in Maloberti, se ne è valso anche in altre performance: “Ritagliando do nuova forma alla materia della carta e della immagine e coltivo una mia sana ossessione; è¨ un gioco di cui tutti hanno esperienza. In questa azione la pesantezza del marmo e la fisicità della materia vengono alleggerite. L’atto riporta in vita le immagini, le rende tridimensionali, permette di farne un’ ìesperienza diretta. Preferisco ritagliare il marmo, la pietra e le montagne che il cielo e il mare.”
Circus Revival, riproposta a giugno a Palermo (duecento specchi appesi sotto un tendone di mercato, illuminato dai fari delle auto) introduce invece sulla scena varianti “felliniane”, fatte da infinite visioni che fan vedere più dell’occhio nudo, e “l’ironia e l’assurdo” aiutano a “meravigliarsi del mondo” e all’artista di “trovare sintesi”
L’arte di Maloberti è fonte di infinite visioni. E’ un’arte che “parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione. Segue un po’ L’Italia capovolta di Fabro. L’universo visionario è fatto di immagini e parole che si rincorrono in uno spazio mentale in tutte le direzioni. Si pensi a Metal panic ( all’eccentrico Spazio Raum xing di Bologna), dove un gruppo di uomini fu messo a reggere un tubo di ferro. A significare cosa? Quale ambiguità? Quale discontinuità? Con quale ammonimento?
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.
Una sua personale è intanto annunciata da novembre a febbraio alla galleria di Raffaella Cortese in via Stradella a Milano. Maloberti ci dirà qualcosa di più e di nuovo. Come conviene a un sottile e perseverante creatore di sorprese, di scoperte e riscoperte, di rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale e lacerazioni del lessico, di ossessioni e di caos, sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente.

 

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Gino Carrera: Omaggio di Caprino Veronese

 

Gino Carrera con i galleristi della libreria antiquaria Prandi di Reggio Emili

Il Museo di Caprino Veronese ha inaugurato a fineluglio una antologica di Gino Carrera. L’esposizione, fissata fino al 28 agosto successsivo, è inserita a cura di quel Comune tra l’antica sagra di Santa Cristina e la Fiera di Montebelluna.
Nato a Casalpusterlengo nel 1923, Carrera, dopo aver vissuto sulla propria pelle le tragedie della guerra, si trasferì dopo il matrimonio prima a Milano poi tra il Garda e il Monte Baldo, a Caprino Veronese, un piccolo paese di ottomila abitanti dove trovò forza per associare nella sua pittura un po’ di Bacon e un po’ di Sutherland.
Non scordò mai la ‘sua’ terra. In occasione dei settant’anni festeggiò con una mostra il suo atto di nascita a Casale, dove il Marsagaglia lo aveva incoraggiato alla scelta artistica.
Carrera non fu un pittore qualunque. Oltre che dalle opere lo si coglieva dai discorsi: “Un pittore è un pittore se dentro ha l’anima, altrimenti è solo uno che dipinge”. E’ una delle frasi che raccolsi durante la sua mostra alla Pusterla di Casalpusterlengo. Me ne segnai anche un’altra: “L’artista deve saper scendere dalla superficie nelle profondità umane”. E un’altra ancora: “Il pittore è come il poeta, deve colpire col pennello e i colori : la palude della noia gli dev’essere sconosciuta”. Il lodigiano Carrera è stato senz’altro uno degli artisti di più alto livello che abbiano rappresentato la “sua terra” in giro per il mondo. I cinquant’anni della sua attività artistica gli furono festeggiati a Verona, a Palazzo Forti, alla galleria d’Arte Moderna. Come uno di loro.
Aveva iniziato ad esporre negli anni Cinquanta, dopo i corsi liberi di Brera. Pochi anni dopo era tra i protagonisti della cultura figurativa milanese. Frequentava Scanavino, Tancredi, Reggiani, ecc., coi quali però non si legò né in esperienze né in linguaggio. Non era tipo da rifugiarsi nelle avanguardie. Come evitò “le insidie del realismo, sociale o no”. “Mi preoccupava – confidò – finire sulle strade della semplice bellezza formale e della ripetitività senz’anima”.
Le sofferenze in guerra e quelle in ospedale lo incoraggiarono a stabilirsi sul colle San Michele, a Caprino Veronese, in una chiesetta cinquecentesca ridotta a deposito di arnesi di campagna e pollaio e dai lui riportata alla vita. Realizzò ka sua arte per vie dicotomiche: da un lato la grafica con sapori felliniani gli procurò consensi critici, dall’altra la pittura, di qualità drammatica e di alto livello ma poco indagata.
Interprete del realismo espressionista, negli oli i temi del peccato e della trivialità ( frequenti nelle incisioni) lasciano il campo a problematiche più ampie. Non spariscono del tutto, ma si metamorfizzano. Nei colori dominano più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. A prevalere sono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza e della morte.
Carrera straziava la tavolozza e torturava la forma con l’intenzione di scontrarsi con la cultura del nostro tempo, una cultura che esorcizza la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano.
Ciò spiega perché questa forma di pittura drammatica sia tanto specifica e personale. Carrera ha dato testimonianza di una condizione umana, assumendosi il compito di essergli testimone.

Ricordo di Marcello Simonetta il pittorei dei “pretesti”

Chi ha conosciuto almeno un po’ Marcello Simonetta, scomparso all’O:M: di Lodi esattamente un anno fa di questi tempi mentr’era prossimo agli 87 anni, sa che non gli sarebbero dispiaciute le parole di Luigi Cavallo, critico, saggista, “profeta” dell’arte contemporanea, poeta milanese e suo grande amico con cui l’accompagnarono al cimitero di San Bernardo: “Hai concluso la tua tela/sfrangiando il cielo di rosso/ lavorando le piante di nero. / Che sia lieve il passaggio da un colore all’altro/da qui all’altrove/in cui le strade scivolano/sotto di noi/e bisogna percorrere solo la luce”.
Ricerca, rigore, intransigenza, rispetto hanno guidato Marcello Simonetta e lo hanno difeso per la vita intera, senza mai sottrarre alla sua storia d’artista l’empatia, collocando la sua arte , in consonanza prima con l’impressionismo, poi con le figurazioni di Afro, quindi le gestualità di Vedova e l’espressionismo dello spagnolo Antonio Saura eccetera.
Vincitore nel 2011 del premio “Una vita per l’arte” conferitogli in occasione dei trent’anni della Oldrado da Ponte, Simonetta ha offerto la chiave di lettura della sua arte in diverse occasioni locali: alla galleria Oldrado da Ponte, all’Archivio storico di Lodi, all’ex-chiesa di San Cristoforo, alla galleria Guidi di Cascina Roma a San Donato Milanese, eccetera, mostrando in ogni circostanza d’essere pittore estraneo alle arbitrarietà, alle mode, al mareggiare di tanta arte del suo tempo.
Nato nel 1930, con lo studio a Spino d’Adda, apprese da suo padre Maurizio – un artista di grande esperienza distintosi alla Biennale di Venezia -, senso del rigore, dell’impegno e il privilegio della fantasia.
In una struttura semantica ricca di idee, nelle sue opere s’incontrano la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il ricorso marginale ai neri. Un dato solo è ordinario: il ritmo, l’imprevedibilità, lo svelarsi percettivo delle cose. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate”, senza retorica.
All’arte d’impegno politico del dopoguerra si sottrasse gradualmente, per approdare a una sintesi di elementi di

MARCELLO SIMONETTA: Acquaforte (1975)

conclusione che oggi chiamiamo per convenzione astratti, in verità a una pittura empirica (mai comunque in senso riduttivo), fatta di forme, gesto, colore in cui si ritrovano le energie migliori che dagli anni Sessanta in poi indirizzarono la pittura non descrittiva in Lombardia.
Seppe preservare la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non s’incontra la preoccupazione del fare, ma incessante la coerenza del fare. Che intercetta lo sguardo e costringe a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione.
E’ stato e lo ricorderemo oltre che come amico, come il pittore dei “pretesti”.

Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

Prossima personale di Paolo Carlo Lunni

Oggi siamo tutti, chi più chi meno, fotografi o aspiranti fotografi: Fotoamatori digitali, analogici o altro, col desiderio di poter presto essere gratificati dai apprezzamenti e arricchire così il ragguaglio della nostra carriera (fotografica). Nell’era dei social network e dei selfie, degli smartphone tutti ci scopriamo fotografi. Una volta scattare e stampare una richiedeva tempo, si usava la macchina a pellicola solo in speciali occasioni. Oggi non più. Con le tecnologie moderne si scattano foto in tempo reale, “senza errori”. Paradossalmente, siamo meno capaci di vedere. Il visibile ha preso a significare qualcosa di differente ad acquistare un significato diverso, distinto dal messaggio; sia esso di un paesaggio, della natura, di un ritratto, di un nudo, di una posa, di una fattezza femminile, di un carattere, di un monumento, di un mestiere, di un fatto reale o di una forma artistica eccetera. A livello professionale, ci sono comunque fotografi che scattano digitale per scopi commerciali e su pellicola per progetti più personali, che scoprono (o riscoprono) le belle sorprese che la fotografia su pellicola ha da offrire. Se ne incontrano anche da noi, in locali che sono soliti a ravvivare le proprie pareti con immagini. Il Bizzò di via Cavour è uno di questi, un locale “storico”, di outsider, di personalità per lo più ignote, lontane dal sistema ufficiale, autori di disegni, grafiche, oli di piccolo formato, fotografie, più o meno “irregolari” ignorati dalla critica, esponenti di quell’ “arte espansa” che nel privato coltivano piccole cosmologie creative dal valore estetico.

A settembre, alla riapertura dopo le ferie, Raffaele Bizzoni ha già annunciato una personale di Paolo Carlo Lunni, lodigiano, nato nell’83, laureato, da sempre con la passione per la fotografia e conosciuto specialmente per i suoi ritratti femminili, scatti che hanno taglio diverso a seconda dell’occasione o della scelta – fashion, glamour, boudoir eccetera – dotato di un porfolio ricchissimo e vario, caricato su diversi siti (Instagram, Pinterest, Imagelistener, FotograFare), da equipaggiare reportage di ritrattistica femminile, moda, ambienti

La fotografia, dice Lunni, “è la mia passione”, naturalmente condivisa con altri interessi professionali (contabilità, consulenza) e con la sua disabilità fisica, che non nasconde. “Mi può vincolare a certi punti di vista con la macchina fotografica”. Tutto qui. “Se sto catturando il movimento e la grazia della danza, per esempio, o la natura”, ma non arretra, si forza “di garantire che la bellezza cruda del momento”, lasci passare la luce, si riveli.

Specialista dell’immagine femminile, attento alla resa visuale tecnica, Lunni è presente attualmente con quattordici lavori al bistrot dell’Ospedale Maggiore, dove la sua immaginazione straordinariamente feconda e la sua capacità di esplorare sono sacrificate, ignorate se non da pochi devoti. Lunni è un amante della bellezza che coglie con sicurezza e leggerezza poetica. “Nei miei soggetti – confessa – bellezza e audacia si connettono attraverso la poesia”. Lo confermerà a settembre alla Caffetteria Bizzò attraverso con una serie di scatti fatti per dimostrare le scelte altamente consapevoli dell’artista.

 

Goffredo Costa, schizzi e disegni della città di Lodi

 

Goffredo Costa è un pittore hobbysta, presente con molta discrezione sulla scena lodigiana. Dipinge per divertimento, che non vuol dire solo per piacere personale o distensione, ma qualcosa di più. Nei risultati c’è intenzione, passione, c’è il pensiero fisso rivolto a rappresentare la sua città, Lodi, intento a individuare attraverso architetture e luoghi la “sintassi”, a cogliere il rapporto fra gli elementi che le danno luce alla sua storia: Il Duomo, Il Torrione, Piazza Broletto, il Mercato sotto la neve, Isola Carolina, Piazza Duomo, gli Angoli delle vie centrali, i Cortili, i Parcheggi di biciclette ,l’Adda e il suo ponte, l’ormeggio delle barche al fiume eccetera. Lo spunto è, a volte, tratto da vecchie foto tradotte in chine e disegni corretti dal chiaroscuro, che realizzano attraverso l’organizzazione delle forme un rapporto di suggestione e lirismo.
All’attivo Costa ha un numero discreto di mostre di gruppo e di personali: all’Oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, al Museo dell’Incoronata, a Cascina Archinti, alla Borgognone, a San Colombano al Lambro, a Cavenago d’Adda, e con una certa insistenza alla Bottega delle Cornici Arioli, al Fuori Lodi, al Bar Bizzò dove incontra sempre curiosità e interesse.
Da tempo nello spazio di via Cadamosto 6/1, Costa si cimenta coi colori a china, segno che ormai può spostarsi su nuove direttrici.
Per un patito dalla fotografia, che ha scoperto il disegno e il colore e che concentra l’ interesse espressivo su luoghi della città cogliendone la quotidiana razione di poesia, affidata a un segno pulito, libero e ben proporzionato, c’è materia per qualche attenzione, più di quanta non ne abbia ottenuta finora.
Gli viene rimproverato un figurativo troppo “fotografico“. “Per il mio stile, definito troppo ‘fotografico’, sonospesso criticato. Ma continuo e continuerò a riservare meticolosità ai miei lavori. Chi li osserva deve poter cogliere l’interesse, il piacere e la passione con cui mi dedico ad essi”. Nella sua ricerca di ordine c’è anche la rappresentazione di uno stato d’animo. Costa è’ un paesaggista che, propone ciò che vede e sente davanti al soggetto. Nei lavori emerge la volontà di quiete, di gioia (di realizzazione, d’effetto. di misura). Possono risultare anche decorativi, ma c’è pure altro oltre alla rappresentazione, c’è scelta, succosità, leggerezza. Non poca cosa.

 

Franco De Bernardi, antologica a Bagnone (MC)

Franco De Bernardi:
“Curve nel tempo”,
50×58, 2007, su vetro

I racconti di un linguaggio e quelli di un’esistenza e di una carriera artistica si fondono e mescolano nella antologica che da venerdì 13 luglio fino al successivo 5 agosto trova allestimento nelle storiche sale di Bagnone, uno dei più bei borghi della Toscana in provincia di Massa Carrara, dove il codognese Franco De Bernardi riassume, in una mostra resa possibile dall’interessamento dell’architetto lodigiano Gianpiero Brunelli (anche lui pittore, designer,vignettista e scrittore) i percorsi di una cinquantennale produzione, ponendo particolare attenzione a forme, tecniche e procedure, in cui materialità e immaterialità, luci e ombre, bianco e nero lavorate su vetro realizzano effetti plastici e di massa di decisa suggestione e coinvolgimento attraverso forme e contrasti nel rapporto iconico-aniconico.
Con tecniche originali e impervie De Bernardi ha raggiunto livelli di alta identità artistica e professionale che nella mostra in apertura possono suggerire proiezioni “teologiche” e fantasmatiche, avendo l’artista conservato il significato del lavoro da assumere nelle sue opere assume una vitalità energetica mentale.
Disponendo materia sulla materia, seguendo una tecnica informale e con interventi su entrambe le parti della lastra, l’artista procura “effetti di prospettivismo e di assorbenza e luminosità” che in definitiva aggiungono forte rilievo plastico”. Le applicazioni del bianco introducono simboli forti ed essenziali: la luce divina, la luce primordiale, la luce dei tempi, la vita e la morte; ma non mancano le opacità, i bianchi e i bruni che spingono verso simbolismi diversi, di richiamano al paesaggio, alla natura, alle stagioni, al tempo e che portano in superficie un mondo sotterraneo, sepolto e sottinteso, a momenti anche favoloso.
Le tempere in esposizione snodano un percorso che nelle sue sezioni punta a conferire una percezione di forma-luce (già colta da critici attenti quali Amedeo Anelli e Anna Coiro) oltre ad altri risvolti enigmatici introdotti dall’incessante ricerca che lega l’artista all’osservazione attraverso la costruzione materiale e delle idee.
Colori ad acqua, sale e colla “tirati”, tamponati, addizionati e tolti su basi vetrose creano una mimesi non solo fisica, giocano con paesaggi ipotetici, tempi geologici e percorsi simbolici. De Bernardi incastra nella sua ricerca – una ricerca che è il prodotto di circostanziati procedimenti (e decostruzioni) – che va dalla rappresentazione di immagini cosmiche ai piani virtuosi dei grigi e dei neri, all’introduzione della luce attraverso il colore bianco – crea una pittura irripetibile, giocata sui contrasti, composta plasticamente, in controtendenza con le post-avanguardie del contemporaneo, e nello stesso tempo gustabile oltre che per l’informalità per un certo ritorno all’ordine che si definisce nei profili e nei contorni e più in la nelle titolazioni dei lavori: Era, Sinopia, Artico, Iceber, Collegamento, Galaverna, Trasfigurazione, Fonte, Disgregazione, Curve nel tempo, Dinamismo eccetera.
Quello tracciato è un modo “turneriano” che supera però i confini della mera tradizione figurale e che a Bagnone addensa le sale dell’esposizione di una perfezione silenziosa, in cui rivela una esperienza totale che ha al centro il colore e la materia, l’esplorazione tecnica e la definizione (l’idea).

Giuseppe Novello, l’ “aucatt” pittore del Convivio Bagutta di Milano

Giuseppe NOVELLO 1Potrà suonare strano, ma può succedere, succede, magari in coincidenza di una ricorrenza o di un anniversario che anche noi lodigiani, sempre un po’ distratti dall’invadente spettacolarizzazione della cultura e dell’arte, si torni a parlare (scrivere) di qualche compaesano un tempo popolare e stimato, poi messo prontamente nell’ombra (non dal proprio campanile, ma dal territorio sì) quale appunto Giuseppe Novello, pittore di buona famiglia come si diceva una volta, o anche borghese quando giunsero tempi ideologizzanti, in realtà per dire la stessa cosa, del quale ricorrono i trent’anni della scomparsa. L’occasione è rinfrancata sta’ volta almeno dalla generosità dei donatori di sangue di Codogno che hanno arricchito la Raccolta Lamberti di due oli del pittore, Nei pressi di Codogno e L’articolo, due impressioni che non sarebbero dispiaciute a Zavattini per la loro possibilità o intenzione di verità, di doverli penetrare per conoscerli meglio.

L’aucatt, come preferiva chiamarlo chi, negli ambienti milanesi e in quelli di casa non era ben disposto a riconoscergli qualità proprie di pittore pur sapendo che Novello era stato allievo dell’Alciati a Brera e aveva arricchito il linguaggio di base col piemontese De Amicis, il milanese Moro e il varesotto De Rocchi; e che l’aveva poi accresciuto in amicizia con Bucci, Vellani Marchi e Steffenini fondatori con lui, Bacchelli e Vergani dello storico “Bagutta”, nei novanta anni di vita ha dipinto molto, dedicandone almeno una settantina a consolidare la consapevolezza della propria vocazione pittorica, tradotta in chiave di naturalismo essenzialmente illustrativo in cui si rinvengono meditati valori compositivi e di tono.
Ha dipinto e disegnato molto il “nipotino” di Antonio Belloni (un altro bravo pittore lodigiano dimenticato), discostandosi solo di rado da una tessitura tonale compatta, di impatto serrato e sintetico, lasciando al destino della storia le forzature polemiche che, a partire dagli anni Cinquanta, presero a inferocire l’ambiente artistico milanese, dove aveva in Foro Buonaparte il proprio studio.
A trent’anni esatti dalla morte, c’è poco da aggiungere alla iconografia di Novello, se non nei significati narrativi della sua pittura. Anche se pare ovvio dover richiamare istituzioni, enti locali, banche e fondazioni solerti nel sostenere e a impachettare mostre di facciata, che un “omaggio” al pittore della Bassa potrebbero almeno immaginarselo.
Novello mise in pittura il mondo della borghesia, quella “perbene”, con le sue tradizioni, ambizioni, tic, costumi, e quella agraria e “fittavola”, con le sue “fedeltà” al sintetismo e al simbolismo della campagna, di cui fu un arguto custode.
Ritratti, interni casalinghi, campi, orti, cascine, rogge, strade, ambienti, personaggi raffigurati in oli, disegni, vignette con le ovvie distinzioni che un pittore di garbo sa evidenziare, catturarono consensi tra i maggiori scrittori e critici del suo tempo: Piovene, Vergani, Valsecchi, Borghese, Montanelli, Bevilacqua, Ojetti, Cavallari, De Grada, Guareschi, Soldati, Biasion, Baldacci, Buzzati, Staiano…che hanno offerto un elenco interminabile di crediti e colte considerazioni (letterarie ed estetiche), a cui hanno fatto sponda firme lodigiane: da Giuseppe De Carli a Emilio Gnocchi, da Pino Pagani a Luigi Albertini, eccetera.
Le mostre di Novello sul territorio si contano su una mano: principali quelle di Codogno (1971) in occasione della benemerenza attribuitagli da quel Comune e l’antologica (1986) al Museo Civico di Lodi presentata da Gian Alberto Dell’Acqua. Morì due anni dopo. La Provincia di Milano gli dedicò una antologica a Palazzo Isimbardi curata da Giuseppe De Carli. L’anno successivo la Pro Loco di Codogno diede alle stampe La nostra Bassa in cui. Mario Monteverdi, critico, storico dell’arte e scrittore traccia una immagine convincente dell’artista, poeta di un mondo “destinato a scomparire tra i fumi, i vapori, i veleni”, di ciò che “abbiamo battezzato progresso”. “La favolosa campagna della Bassa ci svela tutti i suoi segreti attraverso codesto suo interprete che non si limita a raccontarcela, ma ci porta, coi suoi quadri, a possederla in un casto amplesso”.

 

“Persistenze”: I cinque di Milano per i 20 anni di Naturarte

“I cinque di Milano”: (Renato Galbusera, Maria Jainnelli, Antonio Miano, Pino Di Gennaro, Claudio Zanini) in una foto storica.

Nel suo percorso ultraventennale, Naturarte ha conosciuto saliscendi qualitativi che rendono difficile far quadrare i conti. Una cosa sola è certa: nella sua camminata ritmata dal paesaggio, non sono mancate prove di artisti con la cultura del tempo, che hanno aiutato la lettura della cronistoria del contemporaneo. Tra queste sono senz’altro quelle di Renato Galbusera e di Maria Jannelli, due veterani di Naturarte, presenti in quasi tutte le edizioni con mostre tematiche personali, sia di gruppo (con Pino Di Gennaro, Antonio Miano e Claudio Zanini ), sia all’interno di formazioni collettive, che con la consapevolezza delle loro scelte hanno stimolato la riflessione contro certa panoplia extra-artistica diffusa.
Galbusera e Jannelli si presentano ora con i tre colleghi di “Atelier” (operativo dal 1982 con la mostra “5 di cinque” a Cascina Roma a San Donato Milanese e successivamente a Milano, ma protagonista anche di una esposizione di successo all’ex-Soave di Codogno e alll’ex-chiesa di San Cristoforo a Lodi) allo Spazio Bpm Tiziano Zalli in via Polenghi Lombardo, in una esposizione curata da Mario Quadraroli: tre sale “introduttive”, che raccontano lavori di un ventennio; una sezione di grafica e una istallazione sul tema della natura dedicata ai 20 anni di Naturarte; cinque box esclusivi riservati ai singoli autori (“il segno e la materia nelle opere di Pino Di Gennaro, il racconto e la memoria nelle carte di Renato Galbusera, il reale e l’immaginario nelle opere di Maria Jannelli, il volto della Storia nei ritratti di Antonio Miano, la forma poetica del colore nelle opere di Claudio Zanini”) e una sezione collettiva dedicata agli animali. Dopo trentacinque anni di attività “Atelier” è un gruppo che ha ancora molto da dire, formato da artisti consapevoli della tradizione cui appartengono, ma anche fieri di far udire la propria voce esclusiva e attuale; che dispongono tutti di capacità di approfondimento, di sguardo critico e di un linguaggio riformato; intellettuali che come tali aspirano a un ruolo “politico” e, col loro mettersi insieme, propongono una forma di “resistenza” rispetto al flusso delle mode e del mercato.
Attento ai percorsi della storia, Galbusera elabora una pittura di spessore, colta, di memorie intessute da vicende. Conferma quel che si conosce già di lui: una conoscenza pittorica importante, tradotta con tecnica mista su carta intelata, tela e mixaggi di pittura e fotografia…Vi si ritrovano con il disegno regola base della tecnica espressiva, esperienza, conoscenza, scelta e mestiere. La mostra conferma un autore coerente, realista, controcorrente, consegnato a un chiaroscuro moderno in cui si coglie la novità compositiva e insieme l’eco della tradizione.
Su una linea poetica muove la moglie, la Jannelli, con forme figurative diverse per sensibilità tematica. I suoi dipinti muovono da ragioni formali confidenziali e private. Ne risulta una immagine calda, femminile nelle attenzioni, meticolosa, ma di intensità fantastica. Le rifiniture a matita, il dettaglio, aiutano la Jannelli a non cedere alla tentazione della pittura-oggetto. Nel ritratto diretto o frontale, come nelle decontestualizzazioni, opacità e realismo essenziale proiettano in dimensione simbolico-allegorica, in cui libertà e forma contribuiscono a evocare l’uomo, la vita e la natura.
Il quadro espositivo è partecipato in modo non da “fingitore” (per usare un termine di Pessoa riservato ai poeti), dallo scultore Pino Di Gennaro. Presenta una serie storica di lavori di grande manipolazione e raffinatezza, in cui sono mescolate materie diverse. I pensieri sottili suggeriti riportano a problemi di impegno deciso, attraverso avvicendamenti che traducono relazione e interpretazione
L’esposizione trova compimento infine con una serie di ritratti dipinti da Antonio Miano, autore di segno scattante che coglie con sguardo controllato e sensibilità espressionista. Miano ha sempre coniugato ricerca artistica e impegno sociale, occupandosi anche di illustrazione. Il che da spiegazione a certe soluzioni, anche se nella sua opera di ritrattista la critica più attenta ha saputo vedervi segni di “mitologia contemporanea”. A sua volta, il triestino Claudio Zanini è autore di suggestive trasparenze, fatte di chiarezza e luminosità, che sembrano volerci far entrare in “mondi possibili”, dove geometrismo e costruttivismo costituiscono una sorta di “resistenza” rispetto al flusso dell’arte attualista.

 

PERSISTENZE, 21 giugno/15 luglio 2018 Bipielle Arte Via Polenghi Lombardo-Spazio Tiziano Zalli – Lodi

da martedi a venerdi dalle ore 16,00 alle 19,00; sabato, domenica e festivi dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle ore 16,00 alle 19,00; Info: http://www.bipiellearte.itbipiellearte@fondazionebipielle.it – tel. 0371 580351

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