Archivi categoria: Artisti

Dario Delpin prossimamente a Carte d’Arte

La XX edizione di Carte d’Arte, la nota iniziativa di grafica promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri collegata alle Stanze della Grafica d’Arte, che ha quest’anno in programma, a cura di Gianmaria Bellocchio, un omaggio all’editore e stampatore Franco Sciardelli (1913-2015), fermerà l’interesse oltre che su uno dei maggiori stampatori italiani e stranieri, sui tanti fogli “tirati” a mano da Dario Delpin, un artista friulano che vanta in curriculum la collaborazione con poeti e scrittori isontini-friulani (Marin, Macor, Bartolini), rivelandosi abilissimo in un’arte di lontana tradizione, fatta di luce, di abili segni e di buoni sentimenti.
Autore di circa seicento tra incisioni dirette (bulino, punta secca, maniera nera) e indirette (acqueforti, acquetinte, matite o vernice molle), Delpin ha scoperto la grafica negli anni ’80 rivelandosi, cammin facendo, autore di non comune energia e consuetudine riflessiva da conferire al segno una carica espressiva individuale, in particolare nella rappresentazione di ritratti, paesaggi friulani, momenti vita contadina, mestieri e tradizioni perdute. Figlio d’arte, dopo avere esplorato caratteri umani, angolature veneziane e tranquilli scorci di paese che indussero Paolo Bellini, docente di Storia del Disegno e della Arti Grafiche alla Cattolica di Milano a domandarsi in prima battuta a chi poteva “interessare un’arte che non grida… opere che non contengono alcuna forma di provocazione?, Delpin è sempre passato per un incisore normale, sottratto alle facilonerie critiche che non esitavano a vedere in ogni incisore friulano un rapporto o dipendenza coi vari Barbisan, Bianchi Barriviera, Tramontin, Un “autodidatta”.
Sono parole sue: “Non ho mai avuto un modello da seguire, non ho mai aderito a correnti o mode. Un po’ per il mio carattere riservato, un po’ per scelta, ho sempre costruito in tutta indipendenza e libertà il mio percorso artistico, con i miei tempi, i miei limiti, le mie conoscenze, le mie emozioni. Ho fatto sempre ciò che mi piaceva fare, ciò che mi sentivo di fare in quel momento senza alcun tipo di costrizione e, forse, anche po’ controcorrente”.
Il cammino dalla giovinezza alla maturità lo hanno portato a parlare attraverso oggetti latori di messaggi. Nelle sue opere c’è il richiamo del tempo, il richiamo della povertà che nelle sue terre fu profonda e dura, l’anima di una storia sofferta e nello stesso tempo affrontata con dignità, mai con rassegnazione, forse velata di malinconia.”
Per ciò, da più parti, è stato definito un artista “fuori dal suo tempo”. Uno dei pochi che cercano di arricchire il discorso della grafica con la nitezza del disegno, trasferendo in un segno descrittivo sensazioni raffinate e familiari, preziose. Delpin trasmette con la sua arte ritmi tranquilli, che dispiegano liricamente la memoria.
Il suo è un raccontare semplice il respiro della vita. Il tono è forse un po’ sentimentale, meditativo, lontano dalla fretta della società contemporanea che si affida al virtuale (quando va bene) e non sa riconoscere le emozioni della poesia. Nelle sue immagini tutto è fermo. Anni fa, poco prima di morire Franco Solmi, allora direttore della Galleria d’arte moderna di Bologna colse nella sua grafica “una strana magia allucinatoria” . Il legame col territorio friulano, il paesaggio e le cose, la civiltà contadina ne hanno fatto un artista lontano dalla retorica del presente.

 

Nota apparsa sul quotidiano “Il Cittadino”

Annunci
Contrassegnato da tag , , ,

Alessandro Colonna graphic designer: La storia sportiva in nuvole d’inchiostro

Per natura, il fumetto deambula sempre sul bordo dell’interesse e del gusto che incontra: “disegno da una parte, testo dall’altra, trattenimento da una parte, impegno dall’altra”. Noi ci mettiamo anche il divertimento da una parte e la responsabilità dall’altra, l’estro da una parte e il rigore dall’altra… Sono confini che molti graphic designer dotati di spirito critico e creatività, che realizzano disegni e illustrazioni per comunicare, scavalcano sistematicamente.

E’ così che il fumetto si è trasformato negli ultimi decenni in graphic novel o graphic journalis o graphic biography o in qualcos’altro della stessa famiglia.

Oggi, il grafico scopre spesso lo stimolo a raccontare, a fare giornalismo o biografia o narrazione a fumetti. C’è un’enciclopedia di nomi che si potrebbero citare, a noi interessa Alessandro Colonna di Secugnago, autore di prodotti noti, che in collaborazione col collega del Cittadino, Francesco Dionigi di Casalpusterlengo, si è messo a risalire precise memorie storiche e sportive di illustri alaudensi e a illustrare dettagli delle loro avventure di sport e delle loro esistenze.

Si è scoperto, senza audaci scorribande, un graphic novelist che riempie nuvole d’inchiostro e contribuisce a far conoscere il fumetto quale occasione di ricerca, recuperando per certe figure il destino di una vittoria, di un’ironia o di una tragedia e altro. Così è avvenuto per Castellotti, Campari, Agello, Agosti, Morandi e altri, che alla fine hanno legato Colonna inseparabilmente al mondo dello sport, delle due ruote e dei motori.

Metti insieme alla tecnica disegnativa cronaca, racconto, reportage, storia, memoria e trovi come attraverso le contaminazioni il risultato può aver modificato gli orientamenti e le preferenze del disegnatore di Secugnago dopo Rottamario, fornendogli terreno fertile al suo disegno con L’uomo più veloce del mondo (Francesco Agello), La saetta della pista (Angelo Morandi) e che, di recente con il libro a fumetti Castellotti, ha coronando un impegno non facile, che ha richiesto aggiornamento di linguaggio e di stile. “Realizzare un fumetto biografico – dice oggi Colonna – risulta spesso più impegnativo rispetto ad un fumetto di fantasia. E’ necessaria una fase di documentazione, che richiede un impegno di diversi mesi…”

Come può allora essere considerato il medio sincretico che muove le suggestioni plurali (del disegnatore, del giornalista, del ricercatore ecc.) che ri-loca il recente Colonna?

Si può ancora parlare di fumettista quando sullo stesso piano sono soggetto, racconto, disegno, invenzione, stile. e i risultati scoprono spazi non sconosciuti all’arte?

Il graphic novel si distingue dal fumetto. Esibisce una narrativa e una complessità nuove ai comics. In Colonna segnala l’ incontro tra ricerca, giornalismo, storitelling, disegno. Il suo disegno non descrive, al contrario muove e insieme alla parola catalizza l’emozione.

 

Aldo Caserini

Ricordo di Giulio Maiorca (1942-2008)

Dov’è finito Giulio Maiorca? La sua vita s’era conclusa con la decisione di congedarsi, ma la sua pittura? Naturalmente figurativa, realista, di stampo e richiami otto-novecenteschi. Di lui pittore solitario e della sua arte fedele solo a una realtà senza fantasia, ricca delle semplici suggestioni della natura, non si è saputo più nulla. Dal giorno stesso in cui Maiorca aveva deciso di farla finita. Per altri si possono guardare i quadri lasciati. Ma un discorso che ricordi Maiorca (1942-2008) non può partire dai suoi dipinti, dalle sue tavolette di misurata dimensione.. Un po’ perché è passato molto tempo, un po’ perché non si sa dove sono finite, un po’ perché era lui stesso a liberarsene quando s’accorgeva che non incontravano più l’interesse del pubblico, e un po’ anche perché non vi sono né articoli né cataloghi che possano riassumerne il percorso creativo.
Nel dicembre di dieci anni fa, si diede la morte. Da lui cercata con lucida determinazione. Aveva sessantaquattro anni ed era ricoverato da tempo. L’evento psichico non ha spinto a conoscere la sua biografia, ma solo le leggi che a seconda delle varie combinazioni valgono per ogni biografia.
Negli anni Novanta non sapeva più vivere al di fuori di un’altra visione della vita fatta di ombre, di oscurità e di caos. Era un semplice e bravo pittore. Lo attestavano le nature morte e i paesaggi che entravano nelle case lodigiane, fino a quando l’ossessione della non-pittura e del sacrificio non diventarono il tarlò che ne logorarono la mente e l’animo.
Maiocchi si era messo in evidenza nel “Gruppo C14” (con Alex Martinato, Beppe Cremaschi, Teodoro Cotugno, Ennio Bertoletti, Luigi Poletti, Vittorio Vailati, Giuseppe Livraghi, Lino Losi, Angelo Frosio, Mario Quadraroli eccetera) e, successivamente, aveva “giocato” il ruolo della tradizione contro i sostenitori delle avanguardie. Non teneva “personali”. Forse perché la sua pittura esigeva attenzione e tempo prima d’essere congedata (mutuava l’esuberanza della composizione e la densità dei colori); o forse per qualcuno dei suoi “principi”: perché certe mostre, diceva, “stordiscono il pubblico”, “non salvano dalla falsa pittura”; perché sospettava i “ piazzisti della critica” (tutti i virgolettati qui sono suoi) è già questo lo segnavano pittore stravagante.
L’unica sua personale è arrivata in città in “retrospettiva” al Circolo De Lemene dopo cinque anni della sua morte, una mostra insufficiente a confortarne il giudizio. Del suo itinerario – un diario di sentimenti e riflessioni -, dopo quella retrospettiva i lodigiani non hanno più avuto occasione di saperne di più.
Maiorca ha sempre avuto una posizione sottratta all’ambiente artistico cittadino. Per sé rivendicava di dedicarsi alla “bella pittura”, che reggeva su soggetti figurativi improponibili in un periodo soggiogato dalle “nuove tendenze”.
Chi l’ ha conosciuto lo ricorda pittore di equilibrata misura realistica, che guardava e rifletteva atmosfere toscaneggianti di armonia cromatica, deboli di luce, praticando con tocco rorido e denso, riflettendo con discrezione il gusto dei maestri di riferimento.
Tra poco saranno due lustri dal suo commiato. Ci sono follie che non ammettono deroghe. La ragione è che vengono prima delle regole e delle deroghe. Lui ha solo derogato dalle regole di quel qualcosa nato da una fonte opaca e buia, uscendo da una condizione senza uscita vestendo gli abiti sacri della morte, andando verso la ragione, il riposo, l’abbraccio della Misericordia.

 

 

Le sculture di Luigi Fondi al Castello di Belgioioso

Al Castello di Belgioioso nel pavese meridionale, a poco più di una ventina di chilometri da Lodi e di una cinquantina da Milano, è visitabile da sabato una intrigante personale di Luigi Fondi, pittore e scultore di Soriano del Cimino. Per i milanesi e i lodigiani che ancora vantano “scampoli” di vacanze da dedicare a “fuori porta culturali”, l’esposizione del viterbese costituisce un “appetitoso” invito a conoscere un artista che da lustri procede fuori dal fiume in piena del sistema, lavorando, inventando, insegnando (cose tutte, oggi, considerate “pericolose”).
La mostra di Fondi, che vanta parentadi nel sudmilanese e nel basso lodigiano, non costituirà probabilmente un “annuncio” nel capoluogo metropolitano lombardo, ma ha orgogliose verifiche rilasciate da zone non soggiogate da estetiche mercatistiche, dove sono note, con il patrimonio genetico, le linee di contaminazione che arricchiscono la perentorietà del suo linguaggio artistico, il vigoroso ed energico lavorare la pietra alla ricerca di una impronta personale.
Allestita nell’ala del castello pavese riservata alle mostre di rilevanza espositiva, la mostra è un atto di attenzione rivolta a un artista coerente del nostro tempo, che – coi dovuti distinguo di tracciati -, permette di evidenziare anche il rapporto esistente oggi in cui la scultura pare abbia lasciato la poesia per l’acrobazia, tra il lavoro creativo dell’artista e quello dell’analista
Nato nel 1954, laureato all’Accademia di Carrara, Fondi si dedica alla trasformazione della pietra da una quarantina d’anni, alternando l’attività scultorea a quella pittorica, all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte, coniugati insieme all’impegno di accordare l’idea di produzione industriale e l’idea di creazione artistica. Un’esperienza andata definendosi col tempo: innamorata e perciò beffarda in certe occasioni segnate da “poesia del caso” (di tipo dadaista) e poi dalla critica messa in relazione a quella meno disorientante e rapinosa di “operaio dell’arte”.
Le proposte esibite a Belgioioso oltre significare il percorso dell’artista, permettono di cogliere qualcosa dietro una maschera che non è solo un’altra maschera: una espressività affiatata, che tiene d’accordo forme dell’uomo e forme animali, concetti attualisti e storia, immagine e narrazione. Un “passato che ritorna”, in parte rigenerato attraverso l’addensamento di elementi surreali e significati onirici.
Fondi non fa però nascere equivoci. I suoi sono richiami di sirena, cioè mostrum, di inventiva e stupore insieme, natura e meraviglia, esibizione e forza orfica. La visionariètà nelle forme è al tempo stesso lucida, combina immagini e idee liberamente, sviluppa narrazioni e relazioni, allegorie e simboli. Senza ricorrere ad appendici o orpelli decorativi superficiali.

Carte d’Arte ricorda Franco Sciardelli, maestro stampatore

La XX edizione di Carte d’Arte, la consueta rassegna di grafica d’arte curata da Gianmaria Bellocchio, dedicherà quest’anno una delle sue “stanze” d’esposizione a Bipielle Arte a ricordare l’editore-stampatore Franco Sciardelli, un artigiano-artista che nella grafica (in particolare xilografia, litografia, acqueforti originali), in oltre cinquant’anni d’attività, seppe affermare la propria eccellenza pubblicando edizioni limitate di grande raffinatezza ( Guttuso, Migneco, Dova ecc.)
Leonardo Sciascia, che con lui lavorò a lungo, di lui disse che era uno degli stampatori più appassionati che conosceva, “forse il più appassionato”. E Franco Melotti ricordò le sue inalberate ” contro le licenze – per lui incomprensibili – con cui l’arte a stampa si adeguava, o meglio si prostituiva.
Nato a Palermo nel 1933, Sciardelli si trasferì a Milano nel 1949 a seguito della famiglia e iniziò a interessarsi di grafica non ancora ventenne. Pochi anni e divenne uno stampatore ricercato, elegante, e un collezionista esigente e originale. Si mise a trafficare coi libri, la carta, le parole, l’arte, a editare riviste e a stampare volumi preziosi, in edizioni esclusive e tirature limitate.
Di Sciardelli anche i lodigiani hanno qualche piccolo ricordo da vivificare: la cartella realizzata sull’Incoronata, con una acquaforte di Teodoro Cotugno e il volume sull’Ostensorio Ambrosiano del vescovo Carlo Pallavicino, con un intervento sempre di Cotugno oltre che un paio di xilo fatte stampare da Ugo Maffi e un disegno di Bucci che ritrae Ada Negri. Non è esagerato affermare che ha contribuito a far conoscere quell’arte riservatissima e originale fatta di segni, linee, tramature, varianti, varchi, congiunzioni, il misurabile e il non misurabile, che è appunto l’incisione, fatta di attenzioni critiche, di profondità e ampiezza di visioni.
L’attività editoriale a Milano prese il via i primi anni Sessanta in via Palermo, ponendo le originarie attenzioni ai giovani ( Antonietta Viganone, poi divenuta sua moglie, Nastasio, Mandelli, Guerricchio), e presto a Castellani, Reggiani, Manzoni, Maino, Giovanola, Francheschini. Nel 1962 trasferì l’attività in un sottoscala nei pressi del Giamaica di via Brera, incontrò Alberto Mondadori, apri una libreria de il Saggiatore, sviluppò l’esposizione “Il Mulino” proponendo Viani, Morlotti, Bartolini, Bueno, Kubin eccetera.
Allora amava comporre coi caratteri mobili a mano. Con l’avvento della fotocomposizione non li abbandonò del tutto, solo accolse il procedimento con la consapevolezza che “un’opera poteva assumere valore anche attraverso l’adattamento alla tecnologia disponibile”.
E venne l’acqua di Domenico Cantatore vide luce in via Ciovasso dove s’era sistemato dopo avere chiuso con Alberto Mondadori e li, avviò le collaborazioni con Giancarlo Cazzaniga, Franco Rognoni, Remo Wolf, Aligi Sassu, Mimmo Paladino, Walter Piacesi…
L’omaggio che Carte d’arte gli dedica per ricordare la sua attività è da salutare come un “evento”, una scelta che servirà, speriamo, a far allargare lo sguardo e aprire la riflessione su un mestiere che non cessa di sedurre i patiti dei libri d’arte.
Sciardelli considerava l’editoria grafica un’arte, assai più di un’arte d’artigianato. Una missione più che una professione. Se tutto questo è vero – per lui lo era certamente – ciò non è solo molto bello, conforta e consola in tempi tanto grami per le stampe d’arte. Gli editori- stampatori di grafica sono, per loro stessa ammissione, strani personaggi. Una via di mezzo tra gli artisti artigiani e i cultori collezionisti, che “per vocazione, passione e un po’ di incoscienza si mettono a far da tramite tra gli uni e gli altri”. A volte ci azzeccano, altre no. Sciardelli ci azzeccava abbastanza. Prima che tutto il resto, la sua vita e le sue vicende editoriali e di stampatore oggi ci raccontano un intero mondo.

 

XX Carte d’Arte : Ricordo del maestro stampatore Franco Sciardelli

 

La XX edizione di Carte d’Arte, la consueta rassegna di grafica d’arte curata da Gianmaria Bellocchio, dedicherà quest’anno una delle sue “stanze” d’esposizione a Bipielle Arte a ricordare l’editore-stampatore Franco Sciardelli, un artigiano-artista che nella grafica (in particolare xilografia, litografia, acqueforti originali), in oltre cinquant’anni d’attività, seppe affermare la propria eccellenza pubblicando edizioni limitate di grande raffinatezza ( Guttuso, Migneco, Dova ecc.)
Leonardo Sciascia, che con lui lavorò a lungo, di lui disse che era uno degli stampatori più appassionati che conosceva, “forse il più appassionato”. E Franco Melotti ricordò le sue inalberate ” contro le licenze – per lui incomprensibili – con cui l’arte a stampa si adeguava, o meglio si prostituiva.
Nato a Palermo nel 1933, Sciardelli si trasferì a Milano nel 1949 a seguito della famiglia e iniziò a interessarsi di grafica non ancora ventenne. Pochi anni e divenne uno stampatore ricercato, elegante, e un collezionista esigente e originale. Si mise a trafficare coi libri, la carta, le parole, l’arte, a editare riviste e a stampare volumi preziosi, in edizioni esclusive e tirature limitate.
Di Sciardelli anche i lodigiani hanno qualche piccolo ricordo da vivificare: la cartella realizzata sull’Incoronata, con una acquaforte di Teodoro Cotugno e il volume sull’Ostensorio Ambrosiano del vescovo Carlo Pallavicino, con un intervento sempre di Cotugno oltre che un paio di xilo fatte stampare da Ugo Maffi e un disegno di Bucci che ritrae Ada Negri. Non è esagerato affermare che ha contribuito a far conoscere quell’arte riservatissima e originale fatta di segni, linee, tramature, varianti, varchi, congiunzioni, il misurabile e il non misurabile, che è appunto l’incisione, fatta di attenzioni critiche, di profondità e ampiezza di visioni.
L’attività editoriale a Milano prese il via i primi anni Sessanta in via Palermo, ponendo le originarie attenzioni ai giovani ( Antonietta Viganone, poi divenuta sua moglie, Nastasio, Mandelli, Guerricchio), e presto a Castellani, Reggiani, Manzoni, Maino, Giovanola, Francheschini. Nel 1962 trasferì l’attività in un sottoscala nei pressi del Giamaica di via Brera, incontrò Alberto Mondadori, apri una libreria de il Saggiatore, sviluppò l’esposizione “Il Mulino” proponendo Viani, Morlotti, Bartolini, Bueno, Kubin eccetera.
Allora amava comporre coi caratteri mobili a mano. Con l’avvento della fotocomposizione non li abbandonò del tutto, solo accolse il procedimento con la consapevolezza che “un’opera poteva assumere valore anche attraverso l’adattamento alla tecnologia disponibile”.
E venne l’acqua di Domenico Cantatore vide luce in via Ciovasso dove s’era sistemato dopo avere chiuso con Alberto Mondadori e li avviò le collaborazioni con Giancarlo Cazzaniga, Franco Rognoni, Remo Wolf, Aligi Sassu, Mimmo Paladino, Walter Piacesi…
L’omaggio che Carte d’arte gli dedica per ricordare la sua attività è da salutare come un “evento”, una scelta che servirà, speriamo, a far allargare lo sguardo e aprire la riflessione su un mestiere che non cessa di sedurre i patiti dei libri d’arte.
Sciardelli considerava l’editoria grafica un’arte, assai più di un’arte d’artigianato. Una missione più che una professione. Se tutto questo è vero – per lui lo era certamente – ciò non è solo molto bello, conforta e consola in tempi tanto grami per le stampe d’arte. Gli editori- stampatori di grafica sono, per loro stessa ammissione, strani personaggi. Una via di mezzo tra gli artisti artigiani e i cultori collezionisti, che “per vocazione, passione e un po’ di incoscienza si mettono a far da tramite tra gli uni e gli altri”. A volte ci azzeccano, altre no. Sciardelli ci azzeccava abbastanza. Prima che tutto il resto, la sua vita e le sue vicende editoriali e di stampatore oggi ci raccontano un intero mondo.

 

Prossima personale di Marcello Maloberti alla galleria di Raffaella Cortese

Marcello Maloberti, codognese di nascita (1966), l’ infanzia giocata sul Brembiolo, indicato per questo dai casalesi come “uno di loro” ma milanese da quel tempo, ora con studio e abitazione in Porta Romana, in via Lattuada, è un artista straordinario, un performer che mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, sguardo, teatralità; quanto serve a differenziare o ad assottigliare differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice o viceversa.
ritratto-Maloberti-orizzPerformer è oggi come una parola d’ordine, un segno di riconoscimento che dà lasciapassare a tante altre cose insieme: creativo, inedito, innovativo, inventivo, fantasioso, singolare, originale…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio figurato dei simboli una creatività artistica che rimodula percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Allievo di Luciano Fabbro a Brera – scultore e scrittore, in stretto rapporto di pensiero ed elaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani nel giocare sugli accostamenti tra materiali e iconografie feticistiche o simboliche – Maloberti, come il suo maestro, muove dalla convinzione che “l’arte è ciò che trasforma”, e che “non si può essere creativi a comando”, “le idee più belle vengono dal dialogo”. Ma perciò richiede coraggio e fantasia “in grado di imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione che si generano nel nostro cervello.
In questo modo l’attività artistica del performer (interprete, manipolatore, inventore, giocatore, “attrattore”) serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone magari in cucina attorno a un tavolo coperto da una plastica quadrettata di bianco e rosa, dove “ci si può rinfrancare le idee”. L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga.
Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro. Come in Vir temporis acti: un ragazzo seduto sul pavimento che senza sosta ritaglia immagini neoclassiche. Per farne cose? Con quale significazione? Quale valore di rinforzo? Quella del ritagliare immagini non è nuovo in Maloberti, se ne è valso anche in altre performance: “Ritagliando do nuova forma alla materia della carta e della immagine e coltivo una mia sana ossessione; è¨ un gioco di cui tutti hanno esperienza. In questa azione la pesantezza del marmo e la fisicità della materia vengono alleggerite. L’atto riporta in vita le immagini, le rende tridimensionali, permette di farne un’ ìesperienza diretta. Preferisco ritagliare il marmo, la pietra e le montagne che il cielo e il mare.”
Circus Revival, riproposta a giugno a Palermo (duecento specchi appesi sotto un tendone di mercato, illuminato dai fari delle auto) introduce invece sulla scena varianti “felliniane”, fatte da infinite visioni che fan vedere più dell’occhio nudo, e “l’ironia e l’assurdo” aiutano a “meravigliarsi del mondo” e all’artista di “trovare sintesi”
L’arte di Maloberti è fonte di infinite visioni. E’ un’arte che “parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione. Segue un po’ L’Italia capovolta di Fabro. L’universo visionario è fatto di immagini e parole che si rincorrono in uno spazio mentale in tutte le direzioni. Si pensi a Metal panic ( all’eccentrico Spazio Raum xing di Bologna), dove un gruppo di uomini fu messo a reggere un tubo di ferro. A significare cosa? Quale ambiguità? Quale discontinuità? Con quale ammonimento?
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.
Una sua personale è intanto annunciata da novembre a febbraio alla galleria di Raffaella Cortese in via Stradella a Milano. Maloberti ci dirà qualcosa di più e di nuovo. Come conviene a un sottile e perseverante creatore di sorprese, di scoperte e riscoperte, di rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale e lacerazioni del lessico, di ossessioni e di caos, sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente.

 

Contrassegnato da tag ,

Gino Carrera: Omaggio di Caprino Veronese

 

Gino Carrera con i galleristi della libreria antiquaria Prandi di Reggio Emili

Il Museo di Caprino Veronese ha inaugurato a fineluglio una antologica di Gino Carrera. L’esposizione, fissata fino al 28 agosto successsivo, è inserita a cura di quel Comune tra l’antica sagra di Santa Cristina e la Fiera di Montebelluna.
Nato a Casalpusterlengo nel 1923, Carrera, dopo aver vissuto sulla propria pelle le tragedie della guerra, si trasferì dopo il matrimonio prima a Milano poi tra il Garda e il Monte Baldo, a Caprino Veronese, un piccolo paese di ottomila abitanti dove trovò forza per associare nella sua pittura un po’ di Bacon e un po’ di Sutherland.
Non scordò mai la ‘sua’ terra. In occasione dei settant’anni festeggiò con una mostra il suo atto di nascita a Casale, dove il Marsagaglia lo aveva incoraggiato alla scelta artistica.
Carrera non fu un pittore qualunque. Oltre che dalle opere lo si coglieva dai discorsi: “Un pittore è un pittore se dentro ha l’anima, altrimenti è solo uno che dipinge”. E’ una delle frasi che raccolsi durante la sua mostra alla Pusterla di Casalpusterlengo. Me ne segnai anche un’altra: “L’artista deve saper scendere dalla superficie nelle profondità umane”. E un’altra ancora: “Il pittore è come il poeta, deve colpire col pennello e i colori : la palude della noia gli dev’essere sconosciuta”. Il lodigiano Carrera è stato senz’altro uno degli artisti di più alto livello che abbiano rappresentato la “sua terra” in giro per il mondo. I cinquant’anni della sua attività artistica gli furono festeggiati a Verona, a Palazzo Forti, alla galleria d’Arte Moderna. Come uno di loro.
Aveva iniziato ad esporre negli anni Cinquanta, dopo i corsi liberi di Brera. Pochi anni dopo era tra i protagonisti della cultura figurativa milanese. Frequentava Scanavino, Tancredi, Reggiani, ecc., coi quali però non si legò né in esperienze né in linguaggio. Non era tipo da rifugiarsi nelle avanguardie. Come evitò “le insidie del realismo, sociale o no”. “Mi preoccupava – confidò – finire sulle strade della semplice bellezza formale e della ripetitività senz’anima”.
Le sofferenze in guerra e quelle in ospedale lo incoraggiarono a stabilirsi sul colle San Michele, a Caprino Veronese, in una chiesetta cinquecentesca ridotta a deposito di arnesi di campagna e pollaio e dai lui riportata alla vita. Realizzò ka sua arte per vie dicotomiche: da un lato la grafica con sapori felliniani gli procurò consensi critici, dall’altra la pittura, di qualità drammatica e di alto livello ma poco indagata.
Interprete del realismo espressionista, negli oli i temi del peccato e della trivialità ( frequenti nelle incisioni) lasciano il campo a problematiche più ampie. Non spariscono del tutto, ma si metamorfizzano. Nei colori dominano più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. A prevalere sono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza e della morte.
Carrera straziava la tavolozza e torturava la forma con l’intenzione di scontrarsi con la cultura del nostro tempo, una cultura che esorcizza la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano.
Ciò spiega perché questa forma di pittura drammatica sia tanto specifica e personale. Carrera ha dato testimonianza di una condizione umana, assumendosi il compito di essergli testimone.

Ricordo di Marcello Simonetta il pittorei dei “pretesti”

Chi ha conosciuto almeno un po’ Marcello Simonetta, scomparso all’O:M: di Lodi esattamente un anno fa di questi tempi mentr’era prossimo agli 87 anni, sa che non gli sarebbero dispiaciute le parole di Luigi Cavallo, critico, saggista, “profeta” dell’arte contemporanea, poeta milanese e suo grande amico con cui l’accompagnarono al cimitero di San Bernardo: “Hai concluso la tua tela/sfrangiando il cielo di rosso/ lavorando le piante di nero. / Che sia lieve il passaggio da un colore all’altro/da qui all’altrove/in cui le strade scivolano/sotto di noi/e bisogna percorrere solo la luce”.
Ricerca, rigore, intransigenza, rispetto hanno guidato Marcello Simonetta e lo hanno difeso per la vita intera, senza mai sottrarre alla sua storia d’artista l’empatia, collocando la sua arte , in consonanza prima con l’impressionismo, poi con le figurazioni di Afro, quindi le gestualità di Vedova e l’espressionismo dello spagnolo Antonio Saura eccetera.
Vincitore nel 2011 del premio “Una vita per l’arte” conferitogli in occasione dei trent’anni della Oldrado da Ponte, Simonetta ha offerto la chiave di lettura della sua arte in diverse occasioni locali: alla galleria Oldrado da Ponte, all’Archivio storico di Lodi, all’ex-chiesa di San Cristoforo, alla galleria Guidi di Cascina Roma a San Donato Milanese, eccetera, mostrando in ogni circostanza d’essere pittore estraneo alle arbitrarietà, alle mode, al mareggiare di tanta arte del suo tempo.
Nato nel 1930, con lo studio a Spino d’Adda, apprese da suo padre Maurizio – un artista di grande esperienza distintosi alla Biennale di Venezia -, senso del rigore, dell’impegno e il privilegio della fantasia.
In una struttura semantica ricca di idee, nelle sue opere s’incontrano la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il ricorso marginale ai neri. Un dato solo è ordinario: il ritmo, l’imprevedibilità, lo svelarsi percettivo delle cose. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate”, senza retorica.
All’arte d’impegno politico del dopoguerra si sottrasse gradualmente, per approdare a una sintesi di elementi di

MARCELLO SIMONETTA: Acquaforte (1975)

conclusione che oggi chiamiamo per convenzione astratti, in verità a una pittura empirica (mai comunque in senso riduttivo), fatta di forme, gesto, colore in cui si ritrovano le energie migliori che dagli anni Sessanta in poi indirizzarono la pittura non descrittiva in Lombardia.
Seppe preservare la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non s’incontra la preoccupazione del fare, ma incessante la coerenza del fare. Che intercetta lo sguardo e costringe a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione.
E’ stato e lo ricorderemo oltre che come amico, come il pittore dei “pretesti”.

Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

Annunci