Archivi categoria: Artisti

ARTE e VINO A MALEO

In questa stagione sono diverse le mostre di Arte e Vino inaugurate in diverse parti d’Italia che riesce difficile reggerne il conto. Anche da noi, a Maleo, ne viene proposta una chiamata “Cibo in vista”. Da dettaglio “accessorio” l’incontro con l’arte si è fatto quest’anno elemento prevalente, anche se si può replicare che pure il cibo “è un’arte”. Un’arte del manipolare i prodotti della natura.I futuristi in Italia e i dadaisti in Svizzera, Francia e Germania diedero per primi luogo a situazioni “nuove” in cui coinvolsero il pubblico. Allora erano gli artisti a guidare il gioco, a confondere i confini tra produzione estetica e intrattenimento (cagnaresco), oggi è la competizione presente nel mercato. Fine del pistolotto.

Coloro che negli ultimi decenni hanno avuto modo di frequentare a Milano la galleria Ponte Rosso di Orlando Consonni e attualmente condotta dal figlio Alessandro, non troveranno certo a Villa Trecchi di Maleo, dov’è in corso una ricca “proposta” di opere rigorosamente figurali di artisti che appartengono correntemente al repertorio della galleria, un qualche elemento o indicazione che non sia già loro nota: la minuziosa tecnica di rappresentazione e l’indiscussa maestria del dipingere che è stata di Gino Moro, Luigi Brambati, Attilio Rossi, Giuseppe Novello, Giuseppe Motti, Piero Giunni, Trento Longaretti, Carlo Della Zorza, Mario Vellani Marchi, Silvio Consadori, Vito Melotti, e oggi lo è di Adelio Galimberrti, Vittorio Emanuele, Giancarlo Perelli Cippo, Carlo Sciancalepore (quest’ultimo presente con una piccola personale). Un nucleo di pittori noti ai lodigiani e ai sudmilanesi, proposti in diverse occasioni a Lodi, Codogno, Melegnano, San Donato Milanese.

La riproposta – stavolta all’interno della rassegna vinicola di Maleo -, può offrire di conseguenza semplicemente una “sintesi” della consonanza della loro arte con i contenuti di sensibilità, di tecnica e di gusto espressi dall’avventura del Novecento, dal momento storico e dalle sue discipline, dalle sue passioni, dalla individuazione di piccole cose e nei salotti di una intimità lirica, di una composta e raffinata esternazione del simbolo.
La mostra è un racconto fatto di variabilità e dialettica, di incontri fra i soggetti, l’io, le stagioni, le varianti formali che possono essere anche culturali, il modo che colui che dice io collega al passato: al materiale, ordinarlo, collegarlo, adattarlo alla propria scuola o all’accademia, accendendo consolidate dialettiche oggi dimenticate (naturalismo e realismo, immaginazione e razionalità, superamento e ritorno all’ordine).
Senza imprevisti né variazioni laterali (presenti in alcuni “maestri”) la collettiva esperisce una raccolta pervasa dal sentimento, in cui è evidente la predilezione dei pittori per modelli espressivi che nella società contemporanea possono accusare una certa stanchezza.
A Villa Trecchi si possono incontrare veri esempi di pittura costruita e di poesia, ma soprattutto si coglie una sensazione di nostalgia. Da richiamare l’ultima tarsia che il medico-scrittore novarese Eugenio Borgna ha dedicato (alla nostalgia): ci sono nostalgie che fanno vivere, nostalgie che nutrono di gioia e altre di mestizia. Soprattutto ci sono “nostalgie che non si cancellano nel corso del tempo e nostalgie labili ed effimere”. Ovviamente non è per tutti gli artisti in mostra.

 

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De Lorenzi e Amoriello, madre e figlia, l’arte di due

ELENA AMORIELLO
L’ultima cometa

Se memoria non tradisce, una quindicina d’anni fa, commentando una mostra di coppie d’artisti Elena Pontiggia, Lea Mattarella (critica de La Repubblica, nipote del Presidente Mattarella, morta lo scorso gennaio) e Tulliola Sparagli giurarono all’ unisono che la conoscenza in pittura è soprattutto comparazione e che l’arte ha spesso bisogno del confronto per un maggior arricchimento. La mostra di Loredana De Lorenzi e di Elena Amoriello allo spazio Bipielle Arte, che proseguirà fino al 15 aprile, può esserne una prova. Approfondimenti in tal senso sono stati affidati all’intervento di Matilde Romito, dirigente dei beni culturali di Salerno che ebbe già occasione di presentare l’opera della De Lorenzi e che sarà, accompagnata dalle voci recitanti di Vanda Bruttomesso e Giovanni Amoriello.
L’esposizione lodigiana conferma che ci troviamo di fronte a due mondi differenti, che costruiscono il proprio Io su archetipi diversi, su culture linguaggi e tempi storici diversi, anche se nella personale dinamica intellettuale ed emotiva sentimenti e riflessioni si tengono compagnia e si scambiano peccatucci operativi.Le convergenze annunciate sono più nel titolo; trattandosi di allestimenti “antologici” qualche seduzione si può incontrare nei compiacimenti retorici o nei birignao estetizzanti. Non può dimenticarsi però che la personalità delle due ha una “edificazione” temporale di matrice disuguale: di reputazione didattica la De Lorenzi, laureata con una tesi su Lucio Fontana e corsi a Urbino l’Amoriello.
Se si vogliono cogliere “convergenze” perciò, ci si deve rimettere più alla sicurezza che entrambe portano nelle rispettive capacità tecnico-espressive che viene dal dedicarsi a materiali, procedimenti e sperimentazioni, dal riservare al rapporto arte-tecnica una attenzione che spesso trasforma i risultati da oggetti di contemplazione a oggetti di partecipazione.
Quanto esperta sia la De Lorenzi nel fare ricorso ai materiali per procurare fatture eleganti ed emotive e quanto sicura Elena Amoriello nel dare vita a cosmogonie mescolando paste e metalli lo dice assai bene la mostra. Nella De Lorenzi prevale il senso della meraviglia per la natura. I “decori” suggeriscono emozioni, sono eleganti, evocano un giusto grado di poesia. In essi si scorge una abilità d’ artiere, una capacità di produrre arte rimanendo al confine fra figurativo e non, fra tema e spazio spirituale. L’artista “legge” figure e forme della natura e del corpo, richiamando a volte le suggestioni del mito che vi intrecciano. Lo fa attraverso materiali, il metodo preparatorio, la tecnica di manipolazione, servendo il risultato di atmosfere ossidanti.
I lavori dell’Amoriello sono sorretti da un equilibrio di sensibilità cromatica e di temperatura poetica; solidi tra ambiguità figurale e astrazione, orchestrati su varianti, evocativi nelle forme e nel segno. Riferiscono metodo, procedimento, sapere tecnico, applicazione aperta alla sperimentazione, alle trasformazioni di un linguaggio legato al rigore operativo, dove il sapere manuale è al tempo stesso verifica linguistica e poesia.

 

Querques e Marchesi, sintesi di una mostra

Ai primi di aprile, all’ex chiesetta dell’Angelo a Lodi, sono stati presentati gruppi di lavori recenti e non di due autori: Franco Marchesi di Cornegliano Laudense e Dionisio Querques, di radici per via del nonno ludevegine, ma aretino, due pittori dei quali hanno dato più occasioni di esporre insieme e insieme dare testimonianza di entusiasmo per la pittura figurativa, coltivata da entrambi con mestiere e dignità, con risultati di decisa rispettabilità visiva. Naturalmente con diversità di mano e sensibilità, differenti anche nella elaborazione: esibendo schematismi e innocenze (Marchesi); sgorgando realismo e fantasia, penetrando con variabilità e destrezza nel sentimento della natura e delle cose (Querques).
Stilisticamente lontani, insieme si sono sempre proiettati a recuperare il pubblico delle loro mostre a una idea di pittura che i percorsi della storia hanno in gran parte fatto dimenticare, avendo nell’ultima metà di secolo disconosciuto la dignità nel linguaggio pittorico: proporzione, integrità, luminosità, poesia, visibilità, eccetera, indispensabili per dare spessore di rispettabilità ai risultati espressivi.
La decisione di Marchesi e Querques di ripresentarsi ai lodigiani è senz’altro lodevole, sia pure le relative figurazioni non potranno aggiungere “qualcos’altro” da rendere più scorrevoli i linguaggi e sommarlo alle rispettive esperienze artistiche.
Nella pittura di Querques la materia colore, con variabili e adeguamenti, resta elemento che muove sull’ispida strada della contemporaneità di genere, confermando caratteristiche che gli assegnano vanto e simpatia: enfatizzazione di sensazione e visione, colorismo guizzoso, equilibrio formale, composti di luci, colori e volumi . “monetiani”. sedimentazione delle emozioni, organizzazione colore e disegno. Quanto fa insomma da sempre riconoscere temperamento alla sua vocazione pittorica.
Testimone di una pittura d’ambiente locale, semplice e diretta, che si legge facilmente per il lirismo silenzioso, fresco e romantico è invece Franco Marchesi. Non è mai stato un pittore naturalista problematico. Con la sua narrazione di casa non si è mai preoccupato di dare sfondo culturale a una pittura praticata con un unico criterio di lettura – la sensibilità – sottraendola al rischio dei travisamenti: i suoi soggetti sono di rapida popolarità, data anche la facile individuazione di luoghi, località e ambienti. Il pittore li salva dagli eccessi della uniformità e li difende a volte con un celebrativo legato alla memoria e al decorativo.
Gli “ismi” non lo sfiorano. Il mondo rappresentato è semplice, lineare, lirico, dispiegato su geometrie che fermano l’attenzione su atmosfere e cose essenziali, senza significati e disinvolte evocazioni. Quello di Marchesi si può dire un mondo inventato e reale insieme, con qualche varianza di toni e tentazioni al racconto suggerito dalla prossimità con la pittura di Quesques e alla poesia in prosa

Franco Marchesi, il confronto con la natura

Franco Marchesi è un pittore autodidatta, uno dei molti che si fan conoscere nel Lodigiano, solamente che lui, da onesto dilettante, non si inventa maestri di richiamo e non cita episodi artistici attraenti. Si potrebbe dire un sopravvissuto, ai certificati storici che molti suoi colleghi agitano senza imbarazzo. Da anni dipinge paesaggi e nature morte. Sfida coloro che coltivano interesse per un’ “altra” pittura che nega la rappresentazione dei luoghi, la vista delle campagne, la poesia delle piccole cose.
Anche in occasione della sua recente uscita all’ex-chiesa dell’Angelo il pittore di Cornegliano Laudense ha mostrato di praticare una pittura pulita, perciò stesso apprezzabile, che non punta a vette, ma se la cava con dignità e disinvoltura, mostrando quel che occorre per fare bella figura: colori adeguati, composizioni giocate al centro, un pizzico di ingenuità distribuita con civetteria.
Per un ultra 70enne che si diletta, la sua è una produzione tutt’altro che da sottovalutare; rivela continuità di percorso e fedeltà alla sua terra, pur senza particolari versioni e visioni. La scelta della piena luce dimostra che Marchesi non è rimasto fermo, opponendo ai delicati effetti neoimpressionisti una pittura di gamma cromatica relativamente ridotta in composizioni perfettamente equilibrate, che emanano un’impressione di calma e di armonia e di atemporalità e un particolare intento di sintesi.
Nella produzione non mancano peraltro lavori in cui egli abbandona le stesure piatte per l’intensità dei contrasti, per giocare sul tocco, sui toni e sul trattamento libero. Dal paesaggio al paesaggio il passo è lungo. Sia nel caso il “passaggio” sia rivolto a soddisfare un pubblico esigente, o sia suggerito dall’aderenza alla sensibilità dell’artista. Egli mostra una sua capacità di “lettura” dell’ambiente e dei luoghi che gli permette d’ andare al di là della semplice riproduzione che asseconda il racconto naturalistico e la riconoscibilità del luoghi.
La “lettura” è un’arte della riproduzione. Suggerisce percezioni segrete, rende visibile l’invisibile, fissa immagini che l’occhio comune non coglierebbe o non vede più, ma che ancora persistono nei luoghi raffigurati. La natura, i cascinali, i borghi sono il terreno che la “lettura” di Marchesi privilegia e mette in pittura, senza trascurare, con altrettanta, sobrietà le nature morte. Lo fa con quel tanto di dolcezza e di rallentamento che spesso li trasforma in elemento simbolico e di memoria. Nelle sue impaginazioni non è estranea la sensibilità. Le composizioni non sono simbolo di inquietudine. Senza enfasi né particolari problemi, introducono ad uno spazio pittorico che soddisfa il bisogno dell’artista di coltivare un proprio individuale rapporto con la natura e le cose fondato sulla semplicità e il rispetto formale.

 

Ricordo di Grmas Zoran

Zoran Grmaš

La morte ci è vicina, ci accompagna e nel contempo ci aspetta, dice la saggezza dei nostri nonni e dei nostri contadini. La possiamo dimenticare, espellere dal mondo del nostro visibile, ma si prende sempre la rivincita. Magari dandoci la notizia di essere passata tempo prima senza informarci, mettendoci di fronte a risposte diverse. Come nel caso dell’amico Zoran
Zoran Grmas se n’è andato da tempo non ancora cinquantenne, colpito da un male incurabile. Solo le circostanze e internet lo hanno riportato ai nostri orizzonti cittadini. Il suo nome, dimenticato dai più, è di un artista che la guerra fratricida in Serbia aveva costretto a trovare rifugio a Lodi, rivelandosi uno dei grafici più interessanti e innovativi, distintosi per qualità e rarità nei rapporti grafici e pittorici.
Nato a Novi Sad nel 1970, allievo di Zoran Todovic col quale si laureò in pittura all’Accademia di quella città, dove anche insegnò prima di trasferirsi in Italia, Grmas fu collaboratore dell’Atelier Upiglio, con il quale lavorò all’opera del grande Wilfred. Lam ed espose in Giappone, India, Spagna, Bulgaria, e, naturalmente, Serbia e Italia. Dall’Accademia d’arte di “Carrara” di Bergamo, alla “Grafica Uno”, all “Atelier 14”, al gruppo d’arte “Quali differenze” e all’associazione “oltreponte di Lodi condusse un percorso sintetizzato nella definizione di “lirica razionalità”.
Autore di immagini sottoposte a incessante rinnovamento, l’artista, grande amico di Ugo Maffi, sciolse ogni richiamo al mondo visibile, liberando un universo interiore regolato da grande senso dell’equilibrio compositivo.
Ai lodigiani si rivelò artista di grande qualità tecnica, muovendosi tra passaggi e acquisizioni, riflessioni e riprese con estrema facilità e flessibilità. Per certe fioriture la sua grafica faceva pensare a una nuova traduzione di neonaturalismo. In verità Zoran si preoccupava di costringere la linea impulsiva dei segni, degli aggiuntivi materici e dei colori su di un terreno che conduceva all’unità d’immagine.
L’antologica alla ex chiesa dell’Angelo, l’esposizione a Bertonico e la personale al Circolo Ada Negri 2 furono tre momenti che raccolsero una esperienza di esiti in continua sottile compenetrazione di natura e scrittura, esistenza e trama del fare.
In quelle occasioni Zoran propose risultati di sottilissima intelligenza: una pittura e una grafica che estraevano intuizioni, segmenti di poesia, impulsi di presenze autobiografiche; rivelando in tutte e tre le esposizioni finezza compositiva e cromatica, e il sospetto di un intellettuale edonismo pari quanto lo schietto e sensuoso gusto nutrito per l’esplorazione e la materia. Mostrò un’arte di singolare lirismo, suggestiva, praticata e governata con alto senso critico, senza radici nella figurazione e nella rappresentazione. In un certo senso depistante. Una pittura di tentazione e di tendenza ermetica, frutto di un ingegno mobilissimo e sperimentalmente aperto, che mirava ad un proprio orfismo e spaziava fantasticamente in un mondo di profondità con un suo entusiasmo problematico, che nascondeva le paternità e rifuggiva dalle classificazioni. In ciò, mi confessò una sera davanti a dei boccali di birra, di voler conservare l’integrità culturale e quella affettiva con la sua terra, dove tali esperienze avevano ampia diffusione e raccoglievano spontaneo consenso.

Ricordo di Gaetano Bonelli a venti anni dalla morte

Gaetano Bonelli nel suo studio

Venti Anni fa, esattante nell’aprile 1997, moriva a Lodi Gaetano Bonelli, un artista che congiuntamente a Angelo Monico, Natale Vecchietti, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni,, Santino Vailetti e alle nuove leve Angelo Bosoni ed Enzo Vertibile e allargando lo sguardo al territorio, a Luigi Brambati e Gino Carrera ), ha rappresentato il nucleo centrale di quella generazione che per prima ha imposto la soffitta ad artisti che fino quel momento erano stati i protagonisti di un “giudizio sicuro”, sedimentato dalle convenzioni figurative post-impressioniste e dalla scuola di Brera, rappresentato dai Zaninelli, Belloni, Spelta, Maiocchi, Antonioli, Steffenini, Novello, eccetera.
In vita sono però risultate poche le occasioni (anche per sua scelta), di vedere organizzati saggi dell’arte “sconvolgente” – per la città, naturalmente – di Bonelli. Personalmente ricordiamo una personale di metà anni Ottanta al Salone dei Notai del Museo Civico e dieci anni più tardi una esibizione all’ex-chiesa dell’Angelo a cui fece seguito l’anno dopo una presentazione al Soave di Codogno, tutte e tre firmate da Tino Gipponi che sarà poi anche autore di una biografia critica (“Gaetano Bonelli pittore”, Il Pomerio, 1999, Lodi), disegnata sulla testimonianza tracciata in un catalogo dell’85 per la mostra del Museo Civico e richiamata in “Protagonisti di un’amicizia ideale”( Lodilibri).
Da allora il nome di Bonelli è letteralmente sparito dalle cronache artistiche cittadine, forse troppo prese dalle mostre seriali di un sistema espositivo che anziché aprire gli occhi su qualche buon autore (o contesto) in cui l’arte acquistava vero senso spingevano ad accettare pigramente presentazioni a volte mal fatte, sciatte e approssimative. Da rendere attuale l’ ultimo lavoro bonelliana – “La città che dorme”– e la conseguente accusa di “inerzia culturale” rivolta alla sua città, come fece cogliere Tino Gipponi, al quale va il merito di avere organizzato le uniche personali dell’artista.
A venti anni dalla morte era pertanto lecito attendersi una qualche interpretazione o rilettura della sua arte, che non fu solo quella vignettistica degli Spartaco e Fanfulla che firmavamo per “Rinascimento”.
La vicenda artistica di Bonelli riflette l’avventura e lo spirito degli anni Cinquanta e quelli seguiti. Costituisce un ponte di passaggi che scandiscono i mutamenti nell’essenza dell’arte di quasi un mezzo secolo. Offre non solo una informazione della personalità pittorica dell’artistica, ma fornisce suggerimenti aggiornati a un pubblico locale che allora come oggi regolava l’interesse per la pittura su criteri fondamentalmente da salotto (della nonna), rifiutandosi di fare i conti con le idee, l’evoluzione del gusto e la storia.
L’arte di Bonelli è fatta di andate e ritorni, di echi inquietudini, mozioni e contraddizioni. La produzione va dal figurativo all’astrattismo, dall’espressionismo al simbolismo in unità con procedimenti, tempere, resine, collage, materiali. Ha intenti profondi e a volte oscuri; passa dal colorismo al monocromatismo, dal citazionismo al nomadismo, dallo sperimentalismo al repertorio disegnativo. all’informale, dal “processo” all’immateriale del sogno, al caso. Conosce la variabilità: può apparire rigida, ma a volte anche mobile, soffice, articolata; fa i conti con un environment ricco di manualità e di oggetti, ma offre pure saggi di austerità, a volte di provvisorietà, altre volte adeguati al volto esterno della moda.
E’ tematica in Sinfonie, I pugili, Foot-ball, Le voci di dentro, pronta ad abbeverarsi di nuove informazione, a cogliere felicemente ciò che era in atto, ad abbracciare poetiche che consentivano di penetrare nel nocciolo delle cose e dare versione personale di esse.
In un certo senso Bonelli ha rappresentato in città l’estetica dello choc, praticando una sorta di astruseria del futuro. La si ritrova persino in affreschi, vetrate e terrecotte nelle chiese di Lambrinia di Chignolo Po, Mairago, Rubiano di Credera, Sant’Angelo Lodigiano, Massalengo, Graffignana, Ossago, Santa Maria della Fontana, Sant’Alberto a Lodi. Anche in esse c’è il segno della qualità del “doge” (così gli amici chiamavano Bonelli), un artista mai fermo nel suo incessante sperimentalismo. Purtroppo dimenticato da un “sistema” localmente senza progetti di valenze estetiche e politiche.

 

 

 

Le ceramiche di Luigi Franchi alla Fondazione Santa Chiara

Lodi: Luigi Franchi durante una premiazione, tra le ultime apparizioni pubbliche di qualche anno fà

Sabato, alle 10,15, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, la famiglia del ceramista lodigiano Luigi Franchi ufficializzerà la donazione all’istituto di un importante gruppo di suoi lavori. La largizione decisa da Anna, Angela, Tanina e Vittorio Franchi, comprende alcuni pezzi unici della raccolta familiare e una serie di piatti dedicati dall’artista a personaggi illustri di Lodi, che troveranno adeguato allestimento in apposite teche collocate nella sala dell’Istituto recentemente restaurata.La decisione dell’ atto donativo è ovviamente finalizzata a ricordare il ruolo avuto per oltre mezzo da Gino Franchi con l’attività di via San Colombano, attività che non si è limitata al semplice rilancio delle forme e dei decori della “Vecchia Lodi” ma ha perfezionato e arricchito le tecniche di preparazione e realizzazione, raffinato le ricette di smalti e vernici, migliorato i tempi e le gradazioni delle cotture, indagato infine le paternità dei decori.

Diplomato a Brera in pittura con Moro e Campestrini e in scultura all’ “Applicata” dello Sforzesco con Cibau e Gasparetti, Franchi iniziò giovanissimo a lavorare la terra ricevendo indirizzo da un critico intelligente e severo: Elda Fezzi. Caratterizzò da subito il suo linguaggio espressivo, manifestando l’aspirazione a farsi riconoscere come un figlio artistico dei Ferretti, e per altri aspetti, dei Coppellotti.
In breve ripropose non solo il taglio artigianale ma la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli. A lui, o principalmente a lui, si deve il ri-espandersi di forme e decori della “Vecchia Lodi”.
Negli anni Sessanta e Settanta e poi via via nei decenni a seguire, dal suo laboratorio uscirono elenchi ricchissimi di oggetti e la tipica zuppiera lodigiana a sezione ellittica, con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocolori.
Franchi non si adagiò sui successi. Perfezionò nuove formule, nuovi colori, nuovi decori, all’italiana e alla francese. Introdusse, di tanto in tanto, innovativi modelli che invasero soprattutto le case della borghesia milanese.
Il forno e l’adozione delle tecnologie applicate, coerentemente con la concezione ch’egli nutriva dell’artigianato artistico, gli garantirono il gran salto: perfezionò la tecnica di cottura strettamente connessa all’uso di alcuni colori, ampliò la varietà dei soggetti e iniziò a cimentarsi nel “gran fuoco” con ambrogette allegoriche, fioriere, lampade, cineserie, grandi fruttiere e vasi, rivelandosi unico per sicurezza compositiva, inventiva e originalità.
Una volta tornato alla “sua” bottega e rimessosi a fare da solo, si impegnò a conservare all’espressività ceramistica non il solo contenuto della utilità ma quello più ampio e impegnativo della sensibilità, della cultura e della ricerca.
Per i collezionisti che avevano particolare attenzione per il valore artistico dell’oggetto seppe realizzare pezzi di alta qualità, selezionati nella terraglia, studiati nel colore e nelle sue proprietà, perfetti nella cottura, gusto della forma e personalità creativa.
Per decenni ha riscritto la storia della ceramica lodigiana sulla traccia di personalissime emozioni. Lo ha fatto con la sensibilità del pittore, bilanciando eleganza e contenuti, e, da vero maestro artigiano, calibrando i colori del gran fuoco.
I lavori che oggi entrano a far parte della Raccolta della Fondazione Santa Chiara sono tutti di caratura artistica. Riassumono bene quella che è stata la sua personale esperienza di artigiano e di artista. Aiuteranno a ricordarlo per l’attività svolta e la cultura specialistica, ma anche per la gioia e il piacere ch’egli provava nel raccontarsi attraverso la ceramica, arte vissuta come un archivio di momenti precisi, come storia ed evoluzione del gusto.

 

 

“Un mondo al limite”. Vasco Bendini alla Ricci Oddi

La mostra di Vasco Bendini alla Ricci Oddi di Piacenza, organizzata dalla moglie Marcella Valentini e curata da Ivo Iori e dall’Archivio Bendini è l’omaggio all’ artista spentosi due anni fa all’età di novanantré anni. Dopo il suo rientro a Piacenza, si sentiva – amava dire – un po’ piacentino, sia pure d’adozione; animava le cronache della città farnese, stimolando la ricerca di artisti distribuiti sui territori confinanti. Tra le tante cose che l’iniziativa stimola non sfugge ai lodigiani è la forbice esistente tra le proposte sull’altra sponda del Po – scaturite da un complesso di ricerche e di fermenti culturali precisi – e quelle campanilistiche e raffazzonate predisposte nella piana dell’Adda, affidate a criteri e fisionomie completamente differenti.
La mostra di Bendini aiuta chi abbia interesse ad  approfondire il significato di informale e di vagliarne l’azione attraverso i suoi svolgimenti; magari di chiedersi perché nei centri del lodigiano, dove il moderno ha avuto difficile fortuna, accompagnata da incertezze e contraddizioni, l’informale (salvo isolati casi) non sia arrivato a maturazione, anzi, neppure  abbia conosciuto un principio di incubazione, anche quando, mezzo secolo fa, il nuovo linguaggio conobbe una diffusione larghissima da sfiorare la saturazione. Troverebbe, forse, persino spiegazione alla decisione di Bendini di non accogliere l’invito di Giovanni Bellinzoni per una sua personale, dopo quella di Giulia Napoleoni.
Un mondo al limite raccoglie grandi tele realizzate dal febbraio 2009 al giugno 2013. In esse l’artista demolisce ogni barriera classificatoria, esplora gesti e materia, mischia visioni, indizi e segni, si muove in una condizione di leggibilità non formale. Le 25 opere rivelano come l’avventura informale non è stata un movimento dai caratteri linguistici precisi ed esternamente catalogabili, quanto piuttosto una nuova angolazione mentale sul fenomeno estetico, l’istituirsi di un nuovo rapporto tra l’artista e la sua opera, una nuova e diversa coscienza del fatto artistico e del fare arte.

Galleria Ricci Oddi, “Vasco Bendini. Un mondo al limite” a cura di Ivo Iori e dell’Archivio Vasco Bendini, fino al 7 gennaio 2018, Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18. Chiuso tutti i lunedì, a Natale, Santo Stefano, Capodanno.

 

Le Stanze della Grafica: conferenza su Kathe Kollowitz

Si avvia ormai a conclusione la seconda edizione de Le stanze della grafica. L’iniziativa, promossa dall’Associazione mons. Quartieri allo Spazio Bipielle di via Polenghi a Lodi esibisce, ancora per qualche giorno, fino al 10 dicembre prossimo. una selezione di rilevante importanza dedicata a Kathe Kollwitz (1867-1945), una ventina incisioni provenienti dall’omonimo museo di Berlino.  Allieva di Stauffer Bern, attiva in Germania fino al 1934, la Kollwitz ha affrontato come pittrice, scultrice, stampatrice, litografa e xilografa i temi della condizione umana, della violenza e della fame, della miseria degli “ultimi” del suo tempo,

A un uditorio non numeroso ma particolarmente attento ne hanno approfondito i termini espressivi e tecnici e le dotazioni storico culturali la curatrice Patrizia Foglia e la scrittrice Micaela Mander, quest’ultima autrice con Flavio Arensi, di “Kathe Kollwitz” (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2006), organizzatrice di eventi ed esperta in testi per insegnanti e bibliotecari, in occasione dell’incontro ideato da Gianmaria Bellocchio ai margine dell’esposizione.

Con agghiaccianti visioni, la Kollwitz ha vissuto e lavorato in arte per rispondere a una propria “necessità interiore” e per “ intervenire attivamente nel suo tempo”, traducendo in lastre pagine delle tragedie della vita, servendosi di un espressionismo acceso Questa, in larga sintesi, la premessa con cui la Foglia, ha affidato alla propria eloquenza di studiosa le caratteristiche del lavoro incisorio della grande artista, facendo emergere come il linguaggio della Kollwitz dia evidenza a grandi “sentimenti”: dal mondo dei diseredati, alle lotte sociali, alla vita contadina e operaia, e aiuta a capire, al di la delle parole, il clima artistico e culturale, ma anche quello sociale e politico dell’Europa del secolo scorso.

L’ opera è quella di una grande figura della scena artistica, che ha mixato punta secca, acquaforte e acquatinta, la perentorietà del bianco e nero xilografico e le frangiature della pietra litografica. Estranea comunque alle mode – ha osservato la Mander -; la Kollowitz ha recuperato alla storia dell’arte e della cultura del proprio tempo il mondo delle persone comuni, dei diseredati e dei calpestati. La sua è un’arte fatta di talento e di umanità, non estranea all’evoluzione artistica, in cui la sobrietà dei mezzi impiegati ha impedito di cadere nel sentimentale e nel letterario. Di idee socialiste e pacifiste, superata la fase di naturalismo courbettiano, acquistò carattere espressionistici sotto l’urgenza del messaggio politico sociale. Questo, riassuntivamente, il nucleo centrale della conversazione organizzata per cicli produttivi (Una rivolta dei tessitori, Guerra dei contadini, Il tema della morte, quello della Pietà, il ruolo sociale, ecc. ) dalla Foglia e dalla Mander avvalendosi della proiezione delle immagini.

 

Aldo Caserini

Prossimo omaggio a Felice Vanelli alla Centropadana

Dopo due mostre di ottimo livello dedicate a Chighine e a Cotugno, concluse con significativi riscontro di pubblico, il limpido equilibrio dello spazio centrale di Palazzo Sommariva-Ghisi a Lodi, sede della Banca Centropadana si appresta ad accogliere in coincidenza con la ricorrenza di San Bassiano, un “omaggio” a Felice Vanelli, affidato alla curatela artistica di Tino Gipponi.

Una mattinata del luglio scorso l’ottantenne Vanelli risolveva le proprie tribolazioni terrene, delle quali pochissimi erano a conoscenza, perché fuori d’ogni enigma, come un Giobbe biblico, egli aveva voluto che la forza espiativa della sofferenza e la sacralità della morte non fossero turbate. Sulla sua storia d’artista richiama ora l’attenzione la mostra alla Centropadana con l’intento di ricordare la figura di pittore-scultore-artefice e far riprendere contatto con gli squarci di verità, sacralità, poesia e storia che l’hanno accompagnato in oltre sessanta anni di attività artistica..

In Vanelli soggetto e forma, immagine e simbolo plastico, si alternano e si fondono, compongono insieme pagine di un diario appassionato in cui è testimoniato il rapporto di tre dimensioni temporali: il tempo della esperienza individuale dell’artista, il tempo della storia e della cultura locale, il tempo metafisico e religioso.

Vanelli fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, grafico e unificò in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni. I suoi lavori arredano case, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Naturalmente non tutti sono del medesimo livello, ma molti hanno una specificità di linguaggio: sono fuori dai vincoli delle mode e del convenzionale.

All’ iniziale culto “michelangiolesco” l’artista ha fatto seguire uno sviluppo di indirizzi personali ricavati dall’ esperienza e dalla conoscenza tecnica e culturale. Era un figurativo, che combatteva “i malevoli spiriti che veleggiano a stormi” (citava, un po’ a modo suo, Montale, per non fare i nomi dei “modernisti” di casa). Si vantava d’essere artista di mestiere e tecnica, e soprattutto di “sentimento”. Intendeva dire di cuore, impulso, sensazione. Non si fece mai (o quasi) guidare dal desiderio di meravigliare con “audacie” o bizzarrie. Fino all’ultimo diede testimonianza della sua fiducia nell’immagine; che, nata dall’artista viveva della fedeltà alla natura, all’uomo, alla sua storia, alla sua religiosità.

Scultura e affresco, sono arrivati dopo la pittura, e dopo ancora è approdata la ceramica, quando l’ enfasi aveva fatto posto all’efficacia e lui s’era messo a stringere sull’indispensabile.

Nella pittura su muro diede sfogo alla passione disegnativa con cui ha narrato la realtà e la speranza dell’uomo, attraverso semplici miti e figure della più comune simbologia popolare. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto mezzorilievo e basso praticati con attenzione al grado di dare spessore alla figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che si ritrovano nella ceramica, dove in gioco entrarono la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura. Le qualità più specifiche che riportano il lavoro manuale alla grande dignità artigiana.

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