Archivi categoria: Artisti

“Le città impossibili” di Paola Mori

Paola Mori si è già fatta notare dal pubblico lodigiano e sudmilanese: prima come interprete delle favole di Calvino, poi come curatrice (con altri) di una documentazione di architetture, infine come pittrice, ottenendo a Paullo e a Lodi incoraggianti riscontri.L’attuale mostra al Caffé dell’ Albarola, dove già si era esibita con successo qualche anno fa, non necessità di speciali richiami. Richiama. nel titolo, le città di Calvino.
Architetto progettista da una quindicina d’anni, come artista coltiva preferibilmente una pittura di fantasia, che facilita la comunicazione. Superati i “gradini” della fase così detta sperimentale, attualmente pratica un linguaggio espressivo in cui mescola con mestiere disegno e acquerello. Il risultato è una pittura che esclude i colori violenti, congegnata in modo attento e curioso, senza troppi ammiccamenti all’illustrazione e a certa pittura corrente. Insomma, figurativa ma senza esercizio di luci e ombre. I lavori proposti risultano di illuminazione diffusa, affidati al disegno e ai colori ad acqua utilizzati con tecnica e accenti di musicalità.
Non sono le atmosfere, gli effetti o i rilievi chiaroscurali, le intensità cromatiche o gli attenuamenti a catturare l’attenzione. Bensì il garbato bilanciamento tra forme grafiche e colori, in cui l’artista esalta la propria sensibilità per la natura e le architetture, confermando l’inclinazione a unirle insieme al disegno progettuale.
Il riassunto è una composizione vivace e descrittiva cui non mancano elementi decorativi, introdotti con sicuro equilibrio visivo.
Alle pareti del Caffé dell’Albarola sono soggetti di appeal leggero. Tutti o quasi recenti, creati con proporzione ed eleganza, legati al mestiere di architetto, ma anche al sogno e al bisogno di raccontare. Non spostano i termini dei precedenti racconti: l’ attenzione resta orientata sulla natura, raggiunta dal fantastico e dalle architetture.
In ultima analisi quella di Mori è una pittura figurativa piacevole e riposante. Ogni suo disegno si profila come racconto immaginario, frutto di una interpretazione accumulata in una prospettiva fatta d’invenzioni e di attimi di poesia.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Tindaro Calia e “il senso della figurazione”

Tindaro Calia: “Andrea”, olio su tela, 200×130

E’ chiusura per Tindaro Calia allo Spazio Arte Bipielle, autore di un una mostra-sommario che ha avuto il pregio di mettere in evidenza la profondità dell’ esperienza e della ricerca avviata sin dagli anni Settanta.
Il successo ottenuto è di quelli che si definiscono scontati. La reputazione raggiunta dal “professore” negli ultimi anni è tale da sfiorare la fama, il massimo credito, da scavalcare tutto e tutti, fino a emarginare ogni altra iniziativa. Le sue esposizioni fanno snocciolare aggettivi, non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi quelle stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo. Da sempre Calia è pittore attento a cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana, a tradurla in immagini intensamente morali, ricche di valore educativo e come tali strumento di una teoria che – azzardiamo un poco -, può far riandare a Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, “in grado di tradurre i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca”, in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”. Seveso scrive che al centro della sensibilità artistica dell’artista “continua ad esserci il corpo umano, specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Il successo ottenuto è frutto di una pittura non ingannevole, dell’ indagine dedicata alla figura umana, con cui egli ha, da tempo, definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico. Al di là delle tante attribuzioni che gli si possono riservare, una cosa è certa: pur avendo un profondo carattere iconografico la sua pittura non è commerciale. E’ figurativa (nel senso migliore del termine), ma di idee, da cui balza evidente il tessuto culturale che l’alimenta, insieme al composto intellettuale, spirituale e affettivo che l’arricchisce.
Calia è rimasto un pittore “non allineato”, non influenzato dalle mode. Chi lo ha seguito in questi anni, allo Spazio Bipielle non avrà forse trovato elementi aggiuntivi agli annodi e ai precedenti richiami. Tematizzando i fili della ricerca, pur rispettando modalità ricorsive, egli ancora una volta ha fornito indicazioni somatizzanti dell’individuo, dell’umanità e delle stagioni della vita, insieme a dettagli naturalmente pittorici, lasciando nel fruitore la consapevolezza del suo proseguire un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Ha reso il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”

IL PALCOSCENICO di GIGI PEDROLI ALLA GALLERIA GUIDI

Un’opera di Gigi Pedroli

Poliedrico, fantasmagorico, surreale, colorito, popolare ricco e vario nella scelta tematica e nei motivi, Gigi Pedroli, chansonnier, scultore, ceramista, pittore, disegnatore, incisore affreschista milanese, espone da sabato alla Galleria Guidi di San Donato Milanese. Allievo del grande Renato Bruscaglia a Urbino, dopo una parentesi da disegnatore pubblicitario, Pedroli ha portato avanti una variante tutta personale, una esperienza artistica molteplice come pittore, scultore, disegnatore, incisore, in cui diversità e molteplicità di linguaggi si compenetrano e integrano.
E’ di quegli artisti che liberano la fantasia. Il suo è un repertorio tematico e formale caratterizzato dalle cose; da una normalità che non esclude, l’originalità, l’umorismo e svela l’ispirazione del profondo. Nei suoi lavori, protagonisti e comprimari risultano in eguale misura rappresentativi di una umanità simpatica, resa dall’artista col gusto della teatralità e della convivialità.
L’esposizione alla Galleria Guidi si annuncia perciò interessante e condotta nel suo stile abituale: estroso, figurativo e controcorrente. Varia nella scelta tematica e nei motivi, il pubblico potrà scorgervi anche richiami popolari.
Pedroli è artista fantasioso, che studia e analizza i personaggi e li lascia liberi nei loro rituali. Delle donne coglie i vezzi e le sinuosità, degli uomini il linguaggio e le deformazioni. In tutti mette leggerezza, magia, significati. Soprattutto li spoglia dagli inganni, anche quando si dedica a una figurazione “stralunata”. Gli etimologisti la definiscono “fatta con la testa per aria”. Spesso e volentieri egli la raffigura. Chi va o sta col cervello nel mondo della luna è uno dei suoi soggetti (non l’unico) preferiti e riusciti. L’ umorismo praticato risulta sottile, intelligente affidato alla deformazione e allo spirito.
Lo hanno scritto un po’ tutti : è uno che racconta. Ma lo fa in modo tutto diverso rispetto a tanti. I personaggi sono sempre (o quasi) coinvolti in situazioni o fatti o situazioni reali. Tranne quando seguono il canovaccio del far ridere.
Le figurazioni bloccano l’attenzione con richiami al gotico e al bizantino. I visitatori della mostra sandonatese scopriranno che in esse c’è un po’ di tutto: la quotidianità, i riti sociali, il sacro, l’impegno. Incontrano personaggi di varia umanità, innamorati, dilaganti anticonformisti, zimbelli di sé stessi. Non strappano risate grasse, volgari, ma piuttosto di testa, complici. Sottili e rallegranti.E’ una mostra senz’altro da non perdere.

IL PALCOSCENICO: Dipinti – Sculture – Disegni d8 GIGI PEDROLI – Galleria D’arte Contemporanea Virgilio Guidi – Cascina Roma – Piazza Delle Arti – San Donato Milanese – Inaugurazione sabato 14 ore 18 -La mostra resterà aperta fino al 26 giugno 2017 – Orario da lunedì a sabato dalle ore 9.30-12.30 /14.30-18.30; domenica 10.30-12.30/16.30-19 – Informazioni tel. 0252772409 – cultura@comune.sandonatomilanese.mi.it

 

Teodoro Cotugno e Agostino Zaliani: 100 incisioni allo Studio Bolzani a Milano

zaliani-e-cotugnoLa scelta dello Studio Bolzani, storica galleria milanese (ora in Galleria Strasburgo 3, in piazza San Babila) di presentare insieme 100 incisioni di Teodoro Cotugno e di Agostino Zaliani , due acquafortisti di tecnica diamantina, non può che definirsi una scelta coraggiosa, sia dal punto propositivo che da quello artistico. I tempi, si sa, sono quello che sono. Si scrivono pagine e pagine artisticamente “antagoniste”, dove per virtù paradossale, “vale tutto” e a prevalere, da tempo, è il compiacimento (o autocompiacimento o narcisismo) d’infrangere le “regole” della koiné, del far bene, a regola d’arte. Un anticonformismo che nelle arti visive è dilagato a dismisura sotto l’etichetta della “ricerca”, ma che in effetti è solo una pratica di maniera, destinata a stomaci forti, in cui l’ostentazione ossessiva dell’ originalità raccoglie consensi spesso imbarazzanti.
Cotugno e Zaliani (spentosi a Milano nel dicembre 2014) sono acquafortisti di formazione diversa, dotati di grande consapevolezza dei mezzi tecnici, da esprimere con chiarezza sensazioni prevalentemente ricevute dal paesaggio, dalla natura e dai luoghi. In tanti anni di attività, nella loro produzione calcografica si coglie non solo la realtà insieme al vero, ma anche il sentimento, che altrimenti il risultato rischierebbe di essere scarsamente eloquente. Nelle immagini la loro poesia non è sbrigativa, ideologica o letteraria: più di slancio quella dell’ex-geometra dell’aem di Milano, assiduo frequentatore di modelli espressivi canonizzati, ma insieme artista e poeta autentico, ha immerso le proprie sapienze e osservazioni in figurazioni folgoranti, in forme ricche che sottendono allusioni e spessori, forze ed energie che trascendono. Zaliani attirò l’attenzione, tra i primi, del critico lodigiano Tino Gipponi e si fece conoscere dai lodigiani attraverso “Carte d’Arte”, rivelando in ogni immagine il coraggio del proprio linguaggio, delle proprie padronanze tecniche fatte di esattezze e sentimento e l’azzardo della poesia naturalista. Varia, limpida e solare la produzione di Cotugno, in cui non c’è la ripetizione di un rito segnico, ma attenzione a ciò che si vede e si coglie, ai segni dell’esperienza e dell’emozione interiore, ma anche a ciò che non si vede, ai moti appena percettibili, alle spinte inconsce in cui l’immagine di volta in volta acquisisce lontananze e profondità, connessioni e distinzioni. A spiare le sue predilezioni figurative si scoprono sempre risultati ulteriori: la varietà sapiente del segno, il miglioramento di quel che già esse possedevano, la capacità di renderle varie e sincere. Ogni suo lavoro è pensato, elaborato, composto, riempito di energia. Dietro al velo di poesia si intuisce com’egli ormai segua una filosofia propria, in grado di trasferire nelle composizioni tranquillità, serenità, una certa disciplina e una fattura intessuta di mistero, che le sottraggono alla chiacchiera e alla letteratura. Le sue stampe convincono non tanto per la scelta dei soggetti o per i motivi, quanto per la fattura, la capacità di suscitare sensazioni nella sensibilità del fruitore.
La mostra delle opere dei due maestri lombardi allo studio Bolzani è un’occasione per dimenticare, sia pure per un attivo solo, i bulimilici schemi offerti da tanta arte d’intrattenimento attualista e ritrovare un’arte che apre alla poesia e alla riflessione, risultato di una ricerca dura sul linguaggio attraverso la concentrazione e il dialogo e una elaborazione affermatasi nell’arco di quattro e più decenni.

Teodoro Cotugno, Agostino Zaliani – Studio d’arte Bolzani – Cento incisioni in mostra Galleria Strasburgo, 3 Milano Inaugurazione giovedì 9 febbraio fino al 25 febbraio – orari: 9,30-12,30, 14,30-19, domenica e lunedì chiuso – info: studiobolzani@libero.it – tel 02.760.14221

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

NATURARTE / Una mostra rievocativa dei venti anni

naturarte-303x207Naturarte entra nel ventesimo anno con una selezione rievocativa alla Bipielle Arte. Venti edizioni sono un risultato rispettabile, da rendere quasi scontate le parole di stima e di elogio. Sennonché far la semplice conta delle edizioni significherebbero poca cosa – quasi quanto giudicare un libro dalle copie vendute, dal suo peso o dal numero delle pagine – se non si considerassero insieme l’impatto e il “contesto”. E questo, al di la di quanto possono legittimamente chiedere, per il loro meritorio lavoro, i curatori.
Nel suo percorso, Naturarte ha conosciuto saliscendi che un anniversario inclina per simpatia a trascurare. Sarebbe un giochetto malinconicamente infantile praticarlo. In primis perché a Naturarte non sono mancate le prove ben connotate espositivamente, che hanno saputo mettere in scena la sfida costante del soggettivo col collettivo, dell’individuo con la cultura del tempo. Basterà citare gli apporti di Alix Cavaliere, Floriano Bodini, Ugo La Pietra Ennio Morlotti, Paolo Baratella, Lucia Pescador, Joseph Beuys, Renato Galbusera, Giansisto Gasparini, Attilio Forgioli, Fabrizio Merisi, Giuliano Mauri, Renato Galbusera, Gabriella Benedini, Clara Bartolini, Piero Leddi, Maria Jannelli…artisti di valore nazionale che hanno lanciato messaggi precisi diversi dalle frivolezze presenti invece in “percorsi” impegnati più a mostrare elenchi di artisti.
Mostre del tipo di Naturarte difficilmente potrebbero avere un cammino lineare. Sono spesso un rompicapo: risentono di associazioni, contrasti e corrispondenze, anacronismi e dissonanze. Dotarle della forza di interpretare una “visione” che raccolga l’espressione di un dato momento richiede progetti curatoriali accurati e scrupolosità nel selezionare opere ed espressioni in grado di portare in superficie la loro relazione con la tematizzazioni della rappresentazione, di rivelare le parentele tra “le cose” presentate e quelle pensate o immaginate.
Nell’abbondanza delle opere che hanno tracciato la strada di Naturarte, a parte lo sfiancamento procacciato da replicanti implacabilmente presenti, mentre nelle prime edizioni non facevano difetto opere di qualità e di contenuto da fornire risposte alle domande che la gente pone al mondo delle arti visive, nei frammenti di informazione e di “nuova narrativa” che successivamente hanno preso sopravvento, a parte le eccentricità e le trasgressioni della contemporaneità, non hanno brillato le idee veramente originali e nuove.
Al di la delle querelle che l’hanno sempre accompagnata, l’esperienza di Naturarte resta l’unica manifestazione territoriale sorretta da una impalcatura o progetto pubblico “consortile” per la divulgazione delle arti visive. Se a questo dato di natura intellettuale si affianca la consapevolezza che il successo di pubblico delle mostre non deriva solo dalle premesse di un progetto culturale, ma dal piacere e dall’emozione che provocano le opere esposte, il seguito del discorso non può che suggerire considerazioni che ratificano la forzata presenza di condizioni diverse e opinabili. Una senz’altro non trascurabile : nei venti anni di Naturarte è esplosa in Italia la mostramania, fenomeno di proliferazione delle attività espositive promosse e sostenute da flussi finanziari e turistico-commerciali, che hanno orientato il pubblico verso offerte di contenuto. Si chiama “competitività”. Una risorsa che nel lodigiano non si è mai fatta vedere. La mostra che si inaugura mercoledì a Bipielle Arte sarà l’occasione per approfondire questi aspetti che hanno accompagnato i primi venti anni di un progetto espositivo che tra “alti e bassi” ha saputo reggere a una concorrenza spietata e impari per risorse finanziarie e organizzazione.

NATURARTE – Percorsi artistici nel territorio lodigiano 1998-2017- a cura di Mario Quadraroli e Renato Galbusera – Dal 18 gennaio al 12 febbraio – Inaugurazione mercoledì 18 gennaio alle ore 18 – Info:Fondazione Banca Popolare di Lodi tel. 0371 440711 – Fax 0371 565584

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

KIKOKO / Non sempre il nomadismo riconosce l’assuefazione

La pittura, si sa, è nomade. Quanto lo sono le parole che l’ accompagnano, quanto lo è la creatività, intesa come carattere saliente del comportamento umano. Come la creatività, le parole servono con gli strumenti della ragione a far conoscere i caratteri e a darne descrizione, a tracciarne gli itinerari e le relazioni. Nelle sue forme, l’arte ha sempre bisogno di “senso” nuovo, di codici nuovi che la sottraggano al gioco protettivo dell’ assuefazione e della stabilità. Modificandosi cammin facendo, la pittura contribuisce al processo “migratorio” delle proprie stesse proprietà, obbliga a rinunciare ai rivestimenti della critica, a fare i conti con nuove modalità, nuovi legami che l’ideale e il reale mettono in relazione. Raramente la pittura di un vero artista si salda all’ immobilismo . Lo fa (non sempre) la pittura normalizzata della tradizione, quella così detta figliata dall’accademia, che non avverte necessità di “muoversi” in modo attivo, neppure di recuperare alla manualità e alla tecnica l’esperienza della soggettività. In tal modo si riduce a un’espressione senza vero nutrimento, che si accontenta di visioni parole e poesia non recenti.

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

Kikoko si era fatto conoscere per essere un artista di formazione “nomade”. Nomade lui, nomade la sua pittura. Trascinati al “fare” dopo avere conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Dai lodigiani Kouevi-Akoe Ekoe Kookovi, alias Kikoko, era conosciuto per il colore,  il segno, le ambientazioni fantastiche, le amplificazione conferite ai modelli etnici e a certe loro formule ad effetto: pesci, uccelli, gatti, giochi, imbarcazioni, oblò, strumenti musicali, sigilli, figure umane riflettevano un conciso universo di figure e cose di chiaro riferimento avito.
Nel periodo intermedio, aveva sviluppato una pittura di riferimento agli elementi naturali, ambientali, di vita e ai mezzi di navigazione, trasposti in forme eclettico-manieriste di estrazione franco-algerina, con quel tanto di “euforia” che fu dei Basquiat, dei Fisch, dei Schnabel, di tedeschi, francesi e italiani. Il toghese aveva però mano meno febbrile. più di impatto lirico e di impressione, da originare accostamenti e nuove narrazioni.
Nella fase più recente pulsioni istintive e forme di derivazione etnica e popolare, sembrano voler/dover lasciare campo a una produzione meno spontanea, stemperata nei collage, orientata a un “confezionamento” di atteggiamenti stilistici di pluristratificazione ed eterogeneità. Comunque sempre interessante. Da vedere all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi

“Avanzamentofermo” Kikoko all’ex-chiesa dell’Angelo – a c. di Mauro Gambolò – dal 14 al 29 gennaio – orari: sabato e domenica dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 19. Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19,30

Contrassegnato da tag , , , , ,

Roberto Fenocchi, l’officina post-concettuale a “CasaIdea”

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

All’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano, storica location di “Casa Idea” che i fratelli Acerbi, affermati arredatori lodigiani, ambientano a eventi culturali, esposizioni, conferenze e concerti, prosegue l’interessante vetrina dei prototipi di Roberto Fenocchi, il cui “decollo” artistico fu segnato da Giovanni Bellinzoni a scavalco degli anni Settanta-Ottanta al Gelso, fuori dagli imperanti standard di validità operativa e qualitativa.
Ora, in una fase avanzata dell’età contemporanea, in cui i fronti dell’arte accavallano logiche diverse, meridiane e parallele, e la rappresentazione è resa ostica dalle difficoltà di ricostruzione filologica delle mappe, la ricerca artistica di Fenocchi si propone per il modo un po’ audace e un po’ estroso, fuori dagli appiattimenti del “contesto”, attraverso una pittura che traduce manualità e concetti senza uscire completamente dall’esercizio del pennello, della tela e dei fogli di carta, del quadro e dei suoi riti. Ancora in grado di star lontana dal “presente banale” delle esperienze conformate agli stagni diffusi, con un proprio individuale coefficiente di novità, posto a distanza dalla congestione dei dijà vù del figurativo accademico e dalle lievitazioni sui generis di tanta pittura ornamentale aniconica, chiassosa e aggressiva quanto guarnita di lacerti sfarzosi.
In un clima di “tutti bravi” e di panoplia squadernata, il pittore di Villavesco riafferma un proprio personale percorso il cui primo merito è di non imbrogliare le carte con significati di “flusso verbale”. Consapevolmente o meno, di sicuro fuori da ogni teorizzazione redatta nei modi del messaggio pubblicitario, l’arte in mostra alla chiesetta del Viandante è condotta al recupero di caratteri sensibili-sensuosi, tra materia e atteggiamento estetico. Con passi di libertà e mosse di imprevedibilità, che la critica etichetta “post”. Ma che segnalano anche indirizzi “neo” scoperchiando segnali di “piccola poesia”, che innalzano il gesto, la materia, la casualità, la scoperta, il capriccio, il significante, la procedura, il repertuale, il movimento, il colore, l’insieme, l’accordo, il richiamo a modi liberi, vari, informali. E’ un’arte condotta all’insegna del “rompete le righe”, che non si preoccupa di imporre una legittimità di concetti, ma del “fare”, di una koiné di austerità compositiva, il cui voltaggio è ricaricato con note sensibili di accese colorazioni, giocando con una molteplicità di moduli, corpi e caratteri.

ROBERTO FENOCCHI: Antologia di opere recenti e non – CASAIDEA, ex-Chiesetta del Viandante, via Emilia, 23- Tavazzano con Villavesco – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800 Fino a: data non definita

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Enrico Suzzani, pittura e amplificazioni romantiche

suzzani-enrico-rose-scan_pic0030Enrico Suzzani, per pochi giorni ancora in esposizione alla Centropadana in corso Roma a Lodi, è artista di sentimento. Con generosità lo trasferisce in paesaggi di fulgore dettagliati e rifiniti (Venezia, le Dolomiti, San Marco, inverni in montagna, Parigi, Montmartre…), e con cura e perfezione – secondo canoni stilistici della accademia e dell’esperienza personale-, in nature morte (Mele cotogne) e composizioni floreali(Rose, Boccioli di rose, Fiori di campo. In tutto venticinque oli affidati a una pennellata succosa e pastosa, dove è la materia a rivelare segreti. Per dirla con Odilon Redon, la materia (il colore) possiede un proprio genio, è l’agente che collabora e accompagna il pittore, che tiene la sua mente lucida e ben desta. E che in Suzzani dispone all’impressione e all’espressione come a due forze compenetranti, alla luce e alle amplificazioni romantiche.
Le suggestioni e un’accorta intonazione di stile lo convalidano artista di profonde energie dell’anima e dell’istinto, un pittore che incurante delle classificazioni di moda sfiora il racconto puntando sulla fragranza cromatica, sul gioco delle luci e delle ombre, sul taglio prospettico e altri effetti. Su tutto quello che, fino al prevalere delle avanguardie, faceva un pittore di sapienza pittorica. E che ora lui, pittore di pratica lucida e coerente, dispiega nei soggetti con un gusto per la materia da sembrare più un’attitudine intrinseca.
Naturalmente a dare considerazione al codognese non sono solamente l’abilità manuale, la tecnica, il rigore – qualità che gli si riconoscono da sempre. L’ esperienza, la preparazione tecnica sono cose del suo bagaglio. Unite alle capacità esecutive egli dispiega un linguaggio pieno di risvolti di naturalismo romantico e di visione intimista.
Sessant’anni, rafforzato dal mestiere, vigoroso nel padroneggio del colore, abile nelle variazioni di struttura e scansioni, con un vivo senso di tenerezza e letizia – qualcosa che infonde respiro lirico -, Suzzani padroneggia una figurazione fatta di modulazioni sapienti, abilità compositiva, senso coloristico, tonalità tranquille. Cose importanti all’equilibrio del suo genere espressivo.
Suzzani non cerca la novità, la bizzarria anche profonda. Nutre la pratica pittorica di attenzioni meditate, che ricordano la tradizione di buona stoffa e modelli maestri. Fedele al mondo della rappresentazione, manda a effetto una pittura appropriata per adornare, che obbedisce con fierezza figurativa ed delicatezza agli impulsi della sua sensibilità.
Estraneo alle tensioni del contemporaneo, alla Centropadana offre prove di piacevolezza, fresche e penetranti di verità e poesia.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,