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Ricordo di Grmas Zoran

Zoran Grmaš

La morte ci è vicina, ci accompagna e nel contempo ci aspetta, dice la saggezza dei nostri nonni e dei nostri contadini. La possiamo dimenticare, espellere dal mondo del nostro visibile, ma si prende sempre la rivincita. Magari dandoci la notizia di essere passata tempo prima senza informarci, mettendoci di fronte a risposte diverse. Come nel caso dell’amico Zoran
Zoran Grmas se n’è andato da tempo non ancora cinquantenne, colpito da un male incurabile. Solo le circostanze e internet lo hanno riportato ai nostri orizzonti cittadini. Il suo nome, dimenticato dai più, è di un artista che la guerra fratricida in Serbia aveva costretto a trovare rifugio a Lodi, rivelandosi uno dei grafici più interessanti e innovativi, distintosi per qualità e rarità nei rapporti grafici e pittorici.
Nato a Novi Sad nel 1970, allievo di Zoran Todovic col quale si laureò in pittura all’Accademia di quella città, dove anche insegnò prima di trasferirsi in Italia, Grmas fu collaboratore dell’Atelier Upiglio, con il quale lavorò all’opera del grande Wilfred. Lam ed espose in Giappone, India, Spagna, Bulgaria, e, naturalmente, Serbia e Italia. Dall’Accademia d’arte di “Carrara” di Bergamo, alla “Grafica Uno”, all “Atelier 14”, al gruppo d’arte “Quali differenze” e all’associazione “oltreponte di Lodi condusse un percorso sintetizzato nella definizione di “lirica razionalità”.
Autore di immagini sottoposte a incessante rinnovamento, l’artista, grande amico di Ugo Maffi, sciolse ogni richiamo al mondo visibile, liberando un universo interiore regolato da grande senso dell’equilibrio compositivo.
Ai lodigiani si rivelò artista di grande qualità tecnica, muovendosi tra passaggi e acquisizioni, riflessioni e riprese con estrema facilità e flessibilità. Per certe fioriture la sua grafica faceva pensare a una nuova traduzione di neonaturalismo. In verità Zoran si preoccupava di costringere la linea impulsiva dei segni, degli aggiuntivi materici e dei colori su di un terreno che conduceva all’unità d’immagine.
L’antologica alla ex chiesa dell’Angelo, l’esposizione a Bertonico e la personale al Circolo Ada Negri 2 furono tre momenti che raccolsero una esperienza di esiti in continua sottile compenetrazione di natura e scrittura, esistenza e trama del fare.
In quelle occasioni Zoran propose risultati di sottilissima intelligenza: una pittura e una grafica che estraevano intuizioni, segmenti di poesia, impulsi di presenze autobiografiche; rivelando in tutte e tre le esposizioni finezza compositiva e cromatica, e il sospetto di un intellettuale edonismo pari quanto lo schietto e sensuoso gusto nutrito per l’esplorazione e la materia. Mostrò un’arte di singolare lirismo, suggestiva, praticata e governata con alto senso critico, senza radici nella figurazione e nella rappresentazione. In un certo senso depistante. Una pittura di tentazione e di tendenza ermetica, frutto di un ingegno mobilissimo e sperimentalmente aperto, che mirava ad un proprio orfismo e spaziava fantasticamente in un mondo di profondità con un suo entusiasmo problematico, che nascondeva le paternità e rifuggiva dalle classificazioni. In ciò, mi confessò una sera davanti a dei boccali di birra, di voler conservare l’integrità culturale e quella affettiva con la sua terra, dove tali esperienze avevano ampia diffusione e raccoglievano spontaneo consenso.

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Ricordo di Gaetano Bonelli a venti anni dalla morte

Gaetano Bonelli nel suo studio

Venti Anni fa, esattante nell’aprile 1997, moriva a Lodi Gaetano Bonelli, un artista che congiuntamente a Angelo Monico, Natale Vecchietti, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni,, Santino Vailetti e alle nuove leve Angelo Bosoni ed Enzo Vertibile e allargando lo sguardo al territorio, a Luigi Brambati e Gino Carrera ), ha rappresentato il nucleo centrale di quella generazione che per prima ha imposto la soffitta ad artisti che fino quel momento erano stati i protagonisti di un “giudizio sicuro”, sedimentato dalle convenzioni figurative post-impressioniste e dalla scuola di Brera, rappresentato dai Zaninelli, Belloni, Spelta, Maiocchi, Antonioli, Steffenini, Novello, eccetera.
In vita sono però risultate poche le occasioni (anche per sua scelta), di vedere organizzati saggi dell’arte “sconvolgente” – per la città, naturalmente – di Bonelli. Personalmente ricordiamo una personale di metà anni Ottanta al Salone dei Notai del Museo Civico e dieci anni più tardi una esibizione all’ex-chiesa dell’Angelo a cui fece seguito l’anno dopo una presentazione al Soave di Codogno, tutte e tre firmate da Tino Gipponi che sarà poi anche autore di una biografia critica (“Gaetano Bonelli pittore”, Il Pomerio, 1999, Lodi), disegnata sulla testimonianza tracciata in un catalogo dell’85 per la mostra del Museo Civico e richiamata in “Protagonisti di un’amicizia ideale”( Lodilibri).
Da allora il nome di Bonelli è letteralmente sparito dalle cronache artistiche cittadine, forse troppo prese dalle mostre seriali di un sistema espositivo che anziché aprire gli occhi su qualche buon autore (o contesto) in cui l’arte acquistava vero senso spingevano ad accettare pigramente presentazioni a volte mal fatte, sciatte e approssimative. Da rendere attuale l’ ultimo lavoro bonelliana – “La città che dorme”– e la conseguente accusa di “inerzia culturale” rivolta alla sua città, come fece cogliere Tino Gipponi, al quale va il merito di avere organizzato le uniche personali dell’artista.
A venti anni dalla morte era pertanto lecito attendersi una qualche interpretazione o rilettura della sua arte, che non fu solo quella vignettistica degli Spartaco e Fanfulla che firmavamo per “Rinascimento”.
La vicenda artistica di Bonelli riflette l’avventura e lo spirito degli anni Cinquanta e quelli seguiti. Costituisce un ponte di passaggi che scandiscono i mutamenti nell’essenza dell’arte di quasi un mezzo secolo. Offre non solo una informazione della personalità pittorica dell’artistica, ma fornisce suggerimenti aggiornati a un pubblico locale che allora come oggi regolava l’interesse per la pittura su criteri fondamentalmente da salotto (della nonna), rifiutandosi di fare i conti con le idee, l’evoluzione del gusto e la storia.
L’arte di Bonelli è fatta di andate e ritorni, di echi inquietudini, mozioni e contraddizioni. La produzione va dal figurativo all’astrattismo, dall’espressionismo al simbolismo in unità con procedimenti, tempere, resine, collage, materiali. Ha intenti profondi e a volte oscuri; passa dal colorismo al monocromatismo, dal citazionismo al nomadismo, dallo sperimentalismo al repertorio disegnativo. all’informale, dal “processo” all’immateriale del sogno, al caso. Conosce la variabilità: può apparire rigida, ma a volte anche mobile, soffice, articolata; fa i conti con un environment ricco di manualità e di oggetti, ma offre pure saggi di austerità, a volte di provvisorietà, altre volte adeguati al volto esterno della moda.
E’ tematica in Sinfonie, I pugili, Foot-ball, Le voci di dentro, pronta ad abbeverarsi di nuove informazione, a cogliere felicemente ciò che era in atto, ad abbracciare poetiche che consentivano di penetrare nel nocciolo delle cose e dare versione personale di esse.
In un certo senso Bonelli ha rappresentato in città l’estetica dello choc, praticando una sorta di astruseria del futuro. La si ritrova persino in affreschi, vetrate e terrecotte nelle chiese di Lambrinia di Chignolo Po, Mairago, Rubiano di Credera, Sant’Angelo Lodigiano, Massalengo, Graffignana, Ossago, Santa Maria della Fontana, Sant’Alberto a Lodi. Anche in esse c’è il segno della qualità del “doge” (così gli amici chiamavano Bonelli), un artista mai fermo nel suo incessante sperimentalismo. Purtroppo dimenticato da un “sistema” localmente senza progetti di valenze estetiche e politiche.

 

 

 

Le ceramiche di Luigi Franchi alla Fondazione Santa Chiara

Lodi: Luigi Franchi durante una premiazione, tra le ultime apparizioni pubbliche di qualche anno fà

Sabato, alle 10,15, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, la famiglia del ceramista lodigiano Luigi Franchi ufficializzerà la donazione all’istituto di un importante gruppo di suoi lavori. La largizione decisa da Anna, Angela, Tanina e Vittorio Franchi, comprende alcuni pezzi unici della raccolta familiare e una serie di piatti dedicati dall’artista a personaggi illustri di Lodi, che troveranno adeguato allestimento in apposite teche collocate nella sala dell’Istituto recentemente restaurata.La decisione dell’ atto donativo è ovviamente finalizzata a ricordare il ruolo avuto per oltre mezzo da Gino Franchi con l’attività di via San Colombano, attività che non si è limitata al semplice rilancio delle forme e dei decori della “Vecchia Lodi” ma ha perfezionato e arricchito le tecniche di preparazione e realizzazione, raffinato le ricette di smalti e vernici, migliorato i tempi e le gradazioni delle cotture, indagato infine le paternità dei decori.

Diplomato a Brera in pittura con Moro e Campestrini e in scultura all’ “Applicata” dello Sforzesco con Cibau e Gasparetti, Franchi iniziò giovanissimo a lavorare la terra ricevendo indirizzo da un critico intelligente e severo: Elda Fezzi. Caratterizzò da subito il suo linguaggio espressivo, manifestando l’aspirazione a farsi riconoscere come un figlio artistico dei Ferretti, e per altri aspetti, dei Coppellotti.
In breve ripropose non solo il taglio artigianale ma la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli. A lui, o principalmente a lui, si deve il ri-espandersi di forme e decori della “Vecchia Lodi”.
Negli anni Sessanta e Settanta e poi via via nei decenni a seguire, dal suo laboratorio uscirono elenchi ricchissimi di oggetti e la tipica zuppiera lodigiana a sezione ellittica, con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocolori.
Franchi non si adagiò sui successi. Perfezionò nuove formule, nuovi colori, nuovi decori, all’italiana e alla francese. Introdusse, di tanto in tanto, innovativi modelli che invasero soprattutto le case della borghesia milanese.
Il forno e l’adozione delle tecnologie applicate, coerentemente con la concezione ch’egli nutriva dell’artigianato artistico, gli garantirono il gran salto: perfezionò la tecnica di cottura strettamente connessa all’uso di alcuni colori, ampliò la varietà dei soggetti e iniziò a cimentarsi nel “gran fuoco” con ambrogette allegoriche, fioriere, lampade, cineserie, grandi fruttiere e vasi, rivelandosi unico per sicurezza compositiva, inventiva e originalità.
Una volta tornato alla “sua” bottega e rimessosi a fare da solo, si impegnò a conservare all’espressività ceramistica non il solo contenuto della utilità ma quello più ampio e impegnativo della sensibilità, della cultura e della ricerca.
Per i collezionisti che avevano particolare attenzione per il valore artistico dell’oggetto seppe realizzare pezzi di alta qualità, selezionati nella terraglia, studiati nel colore e nelle sue proprietà, perfetti nella cottura, gusto della forma e personalità creativa.
Per decenni ha riscritto la storia della ceramica lodigiana sulla traccia di personalissime emozioni. Lo ha fatto con la sensibilità del pittore, bilanciando eleganza e contenuti, e, da vero maestro artigiano, calibrando i colori del gran fuoco.
I lavori che oggi entrano a far parte della Raccolta della Fondazione Santa Chiara sono tutti di caratura artistica. Riassumono bene quella che è stata la sua personale esperienza di artigiano e di artista. Aiuteranno a ricordarlo per l’attività svolta e la cultura specialistica, ma anche per la gioia e il piacere ch’egli provava nel raccontarsi attraverso la ceramica, arte vissuta come un archivio di momenti precisi, come storia ed evoluzione del gusto.

 

 

“Un mondo al limite”. Vasco Bendini alla Ricci Oddi

La mostra di Vasco Bendini alla Ricci Oddi di Piacenza, organizzata dalla moglie Marcella Valentini e curata da Ivo Iori e dall’Archivio Bendini è l’omaggio all’ artista spentosi due anni fa all’età di novanantré anni. Dopo il suo rientro a Piacenza, si sentiva – amava dire – un po’ piacentino, sia pure d’adozione; animava le cronache della città farnese, stimolando la ricerca di artisti distribuiti sui territori confinanti. Tra le tante cose che l’iniziativa stimola non sfugge ai lodigiani è la forbice esistente tra le proposte sull’altra sponda del Po – scaturite da un complesso di ricerche e di fermenti culturali precisi – e quelle campanilistiche e raffazzonate predisposte nella piana dell’Adda, affidate a criteri e fisionomie completamente differenti.
La mostra di Bendini aiuta chi abbia interesse ad  approfondire il significato di informale e di vagliarne l’azione attraverso i suoi svolgimenti; magari di chiedersi perché nei centri del lodigiano, dove il moderno ha avuto difficile fortuna, accompagnata da incertezze e contraddizioni, l’informale (salvo isolati casi) non sia arrivato a maturazione, anzi, neppure  abbia conosciuto un principio di incubazione, anche quando, mezzo secolo fa, il nuovo linguaggio conobbe una diffusione larghissima da sfiorare la saturazione. Troverebbe, forse, persino spiegazione alla decisione di Bendini di non accogliere l’invito di Giovanni Bellinzoni per una sua personale, dopo quella di Giulia Napoleoni.
Un mondo al limite raccoglie grandi tele realizzate dal febbraio 2009 al giugno 2013. In esse l’artista demolisce ogni barriera classificatoria, esplora gesti e materia, mischia visioni, indizi e segni, si muove in una condizione di leggibilità non formale. Le 25 opere rivelano come l’avventura informale non è stata un movimento dai caratteri linguistici precisi ed esternamente catalogabili, quanto piuttosto una nuova angolazione mentale sul fenomeno estetico, l’istituirsi di un nuovo rapporto tra l’artista e la sua opera, una nuova e diversa coscienza del fatto artistico e del fare arte.

Galleria Ricci Oddi, “Vasco Bendini. Un mondo al limite” a cura di Ivo Iori e dell’Archivio Vasco Bendini, fino al 7 gennaio 2018, Orari di apertura: dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18. Chiuso tutti i lunedì, a Natale, Santo Stefano, Capodanno.

 

Le Stanze della Grafica: conferenza su Kathe Kollowitz

Si avvia ormai a conclusione la seconda edizione de Le stanze della grafica. L’iniziativa, promossa dall’Associazione mons. Quartieri allo Spazio Bipielle di via Polenghi a Lodi esibisce, ancora per qualche giorno, fino al 10 dicembre prossimo. una selezione di rilevante importanza dedicata a Kathe Kollwitz (1867-1945), una ventina incisioni provenienti dall’omonimo museo di Berlino.  Allieva di Stauffer Bern, attiva in Germania fino al 1934, la Kollwitz ha affrontato come pittrice, scultrice, stampatrice, litografa e xilografa i temi della condizione umana, della violenza e della fame, della miseria degli “ultimi” del suo tempo,

A un uditorio non numeroso ma particolarmente attento ne hanno approfondito i termini espressivi e tecnici e le dotazioni storico culturali la curatrice Patrizia Foglia e la scrittrice Micaela Mander, quest’ultima autrice con Flavio Arensi, di “Kathe Kollwitz” (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2006), organizzatrice di eventi ed esperta in testi per insegnanti e bibliotecari, in occasione dell’incontro ideato da Gianmaria Bellocchio ai margine dell’esposizione.

Con agghiaccianti visioni, la Kollwitz ha vissuto e lavorato in arte per rispondere a una propria “necessità interiore” e per “ intervenire attivamente nel suo tempo”, traducendo in lastre pagine delle tragedie della vita, servendosi di un espressionismo acceso Questa, in larga sintesi, la premessa con cui la Foglia, ha affidato alla propria eloquenza di studiosa le caratteristiche del lavoro incisorio della grande artista, facendo emergere come il linguaggio della Kollwitz dia evidenza a grandi “sentimenti”: dal mondo dei diseredati, alle lotte sociali, alla vita contadina e operaia, e aiuta a capire, al di la delle parole, il clima artistico e culturale, ma anche quello sociale e politico dell’Europa del secolo scorso.

L’ opera è quella di una grande figura della scena artistica, che ha mixato punta secca, acquaforte e acquatinta, la perentorietà del bianco e nero xilografico e le frangiature della pietra litografica. Estranea comunque alle mode – ha osservato la Mander -; la Kollowitz ha recuperato alla storia dell’arte e della cultura del proprio tempo il mondo delle persone comuni, dei diseredati e dei calpestati. La sua è un’arte fatta di talento e di umanità, non estranea all’evoluzione artistica, in cui la sobrietà dei mezzi impiegati ha impedito di cadere nel sentimentale e nel letterario. Di idee socialiste e pacifiste, superata la fase di naturalismo courbettiano, acquistò carattere espressionistici sotto l’urgenza del messaggio politico sociale. Questo, riassuntivamente, il nucleo centrale della conversazione organizzata per cicli produttivi (Una rivolta dei tessitori, Guerra dei contadini, Il tema della morte, quello della Pietà, il ruolo sociale, ecc. ) dalla Foglia e dalla Mander avvalendosi della proiezione delle immagini.

 

Aldo Caserini

Prossimo omaggio a Felice Vanelli alla Centropadana

Dopo due mostre di ottimo livello dedicate a Chighine e a Cotugno, concluse con significativi riscontro di pubblico, il limpido equilibrio dello spazio centrale di Palazzo Sommariva-Ghisi a Lodi, sede della Banca Centropadana si appresta ad accogliere in coincidenza con la ricorrenza di San Bassiano, un “omaggio” a Felice Vanelli, affidato alla curatela artistica di Tino Gipponi.

Una mattinata del luglio scorso l’ottantenne Vanelli risolveva le proprie tribolazioni terrene, delle quali pochissimi erano a conoscenza, perché fuori d’ogni enigma, come un Giobbe biblico, egli aveva voluto che la forza espiativa della sofferenza e la sacralità della morte non fossero turbate. Sulla sua storia d’artista richiama ora l’attenzione la mostra alla Centropadana con l’intento di ricordare la figura di pittore-scultore-artefice e far riprendere contatto con gli squarci di verità, sacralità, poesia e storia che l’hanno accompagnato in oltre sessanta anni di attività artistica..

In Vanelli soggetto e forma, immagine e simbolo plastico, si alternano e si fondono, compongono insieme pagine di un diario appassionato in cui è testimoniato il rapporto di tre dimensioni temporali: il tempo della esperienza individuale dell’artista, il tempo della storia e della cultura locale, il tempo metafisico e religioso.

Vanelli fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, grafico e unificò in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni. I suoi lavori arredano case, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Naturalmente non tutti sono del medesimo livello, ma molti hanno una specificità di linguaggio: sono fuori dai vincoli delle mode e del convenzionale.

All’ iniziale culto “michelangiolesco” l’artista ha fatto seguire uno sviluppo di indirizzi personali ricavati dall’ esperienza e dalla conoscenza tecnica e culturale. Era un figurativo, che combatteva “i malevoli spiriti che veleggiano a stormi” (citava, un po’ a modo suo, Montale, per non fare i nomi dei “modernisti” di casa). Si vantava d’essere artista di mestiere e tecnica, e soprattutto di “sentimento”. Intendeva dire di cuore, impulso, sensazione. Non si fece mai (o quasi) guidare dal desiderio di meravigliare con “audacie” o bizzarrie. Fino all’ultimo diede testimonianza della sua fiducia nell’immagine; che, nata dall’artista viveva della fedeltà alla natura, all’uomo, alla sua storia, alla sua religiosità.

Scultura e affresco, sono arrivati dopo la pittura, e dopo ancora è approdata la ceramica, quando l’ enfasi aveva fatto posto all’efficacia e lui s’era messo a stringere sull’indispensabile.

Nella pittura su muro diede sfogo alla passione disegnativa con cui ha narrato la realtà e la speranza dell’uomo, attraverso semplici miti e figure della più comune simbologia popolare. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto mezzorilievo e basso praticati con attenzione al grado di dare spessore alla figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che si ritrovano nella ceramica, dove in gioco entrarono la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura. Le qualità più specifiche che riportano il lavoro manuale alla grande dignità artigiana.

L’arte ludica di Ettore Zocchi al “Bizzò” di Lodi

L’artista Ettore Zocchi

Ettore Zocchi si ripropone in questi giorni alla Caffetteria Bizzò in via Cavour a Lodi. Forse spinto dal desiderio di riprendere il successo sentimentale ottenuto dai suoi disegni lo scorso anno.
Di lui è già stato detto: milanese del 1939, lodigiano dal 1966, ex agente rappresentante, ex tipografo, dedito al tennis e alle attività sociali, Zocchi è autodidatta, di esperienza e mestiere oggi riconosciuti; noto soprattutto per praticare l’iconografia sacra, che alterna a pittura, disegno, acquerello: “una passione che mi diverte e mi permette di riempire ore del giorno e della notte”, dichiara il pittore..
Dunque un’arte ludica (disimpegnata o disobbligata) la sua. Non riconducibile a un qualche indirizzo confezionato ed etichettato. Nella nuova uscita Zocchi propone paesaggi e illustrazioni di taglio assolutamente popolare, realizzati con una varietà di tecniche di ben identificato involucro, che non spostano il campo del soggetto su nuove attenzioni e rispecchiamenti.
A partire dagli anni 2000 la sua attività figurale si è fatta vedere alla Libreria Rizzoli di Milano, alla chiesa dell’Incoronata, al Museo di Arte Sacra a Lodi, alla Chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, a San Colombano, all’Oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla Caffetteria delle Arti all’Albarola, al Bar Bizzoni di Lodi e in diverse collettive (all’Aquilone, a Santa Chiara, a Cascina Archinti) e concorsi.
Nell’arte paesaggistica e in quella genericamente figurale Zocchi dimostra di inseguire un bilanciamento tra materia e forma e segno, indispensabile a dare “fioritura poetica” alle rappresentazioni.
I soggetti presentati al “Bizzò” offrono tuttavia descrizioni a cui non sono estranei particolari e richiami post-impressionisti. Ma a convincere sono i lavori che trasmettono un messaggio asciutto e che fanno cogliere quanto di semplice, vitale e umano può esserci nell’ambiente naturale.
Zocchi insiste su motivi precisi. Guarda a quelli nostrani dei luoghi, che coglie nei particolari evidenti e nascosti. Non sempre incontrando l’adesione dell’amoroso visitatore. Che a volte è interessato alle modalità di esposizione o si accontenta di un lirico canto coloristico anziché dalla esplorazione, che col tempo muta l’angolo di osservazione e può muovere parametri diversi.
E’ una pittura senza lasciti culturali, se non il ricordo sentimentale dei possibili luoghi che evocano sensazioni ora gioiose ora malinconiche, mai tristi. L’esperienza della natura è l’unica che si sente immediata in Zocchi, pittore di misura descrittiva, che non rinuncia alla tradizione. Negarla per lui equivarrebbe annullare se stesso, le proprie persuasioni, i propri valori.

 

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Teodoro Cotugno, poesia di una città di provincia

TEODOTO COTUGNO: Copertina del catalogo curato da Tino Gipponi per la mostra alla Banca Centropadana di Lodi

Si è inaugurata alla Bcc Centropadana in corso Roma a Lodi, presenti i vertici dell’Istituto, come pure esponenti dell’arte, della cultura, dell’amministrazione civica e un pubblico numerosissimo delle migliori occasioni, una “vetrina” di opere grafiche di Teodoro Cotugno.
La mostra compendia in 35 calcografie un racconto di luoghi, percorsi, monumenti cittadini, dall’artista affidati a una narrazione di mestiere e sapere, in cui la natura viene messa a fuoco nel dettaglio e connota privilegiandole esplorazioni di luce e incantamenti.
L’omaggio a Lodi e al territorio è stato reso possibile dal riordino intelligente di un consistente numero di lastre incise in anni diversi, che una volta riunite documentano filologicamente le acquisizioni del segno artistico, il passaggio da un registro descrittivo-figurativo a una dimensione interiore, a un cammino orientato sul significato profondo del guardare in cui al “simple divertissement de hasard” è opposto un paesaggio figurale di meditazione e poesia consegnato da stampe originali d’arte.
Una esposizione dunque invitante oltre che persuasiva in cui Cotugno si conferma uomo di silenzi, di tempi sospesi, di sguardi dilatati e segreti, oltre che calcografo dal segno autorevole e definito. La qualità delle acqueforti riunisce in sintesi stile, temperamento, sensazioni e sentimenti. La piazza del Duomo, La Basilica di San Bassiano, Il Torrione di Lodi, Il resto del raccolto, I tre campanili, Lodi dai tetti, Il Torrione, la neve e il silenzio, L’Isola Carolina, Le Baste 1, Le Baste 2, San Rocco, Il vigneto, Cattedrale d’inverno, Vecchia fornace, Autunno, L’Incoronata e la luna, Vigneto di Giò, La cascina scomparsa, Autunno, Tra gli alberi, L’Adda eccetera, studiosamente disposte, hanno “armato” il curatore Tino Gipponi che ha condotto una puntuale, esperta analisi dei procedimenti e dei segni grafici, e una interpretazione delle condizioni di sentimento e poesia che rendono i fogli unici.
Cotugno è artista che non si compiace del mestiere di “riproduzione”, aspira a toccare vertici di espressione. Nei suoi lavori si ritrovano schiettezza di scrittura, spessore di significati, pretesti di poesia; filtrano fremiti di luce presi dalla realtà della natura e con decisione proposti con coinvolgimento. Campagne, passaggi, stagioni, scorci boschivi, archeologie agresti, corsi d’acqua, aspetti rurali, ma soprattutto monumenti civici, ponti, tetti e piazzali, chiese, scorci cittadini ecc. inducono a leggerne, segno dopo segno, i dettagli, fin oltre dentro l’ avvolgente poesia.
Profili urbani, aspetti gentili, visioni campestri e bucoliche sono dall’artista colti con occhi di poeta, attraverso un intimo rapporto con la natura guardata e riguardata, che suggerisce – con le ovvie e dovute distinzioni -, cenni di richiami a Barbisan, Tramontin, Castellani, Cadorin, Trentin, Ceschin, Tregambe…
Come loro, il calcografo lodigiano trasmette sensazioni di luce. La sua arte non annuncia problemi, se non le incognite a cui va incontro l’amata natura. Le sue immagini lasciano l’effetto realistico per incontrare qualcosa che è misterioso (non semplicemente poetico).
Il percorso segnico-formale s’è molto rafforzato, ha acquisito sicurezza ed espressività; i suoi fogli si riconoscono per lo svolgimento dei temi e lo sciogliersi delle forme nell’atmosfera. L’abilità di mano e di occhio giunge a inserire il bianco del foglio nella raffigurazione, fino a raggiungere effetti luminosi in differenti elementi paesaggistici.

In tempi di imperante finzione la mostra rivela un Cotugno dall’ approccio umile e consapevole verso un mestiere e le sue radici che alimentano un’arte che “minore” non è. Tutt’altro!

 

 

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Teodoro Cotugno: Una Venezia inedita alla libreria Cardano di Pavia

TYeodoro Cotugno, acquaforte, 2017

Teodoro Cotugno, Abbazia della Misericordia, acquaforte, 2017

Dopo mezzo secolo di pitture e di grafiche d’arte dedicate a campi, colli, vigne e cascine, ninfee e specchi d’acqua, con poche variazioni di tema ( Sestri, le Cinque Terre, la Bretagna, Pantelleria, ecce.), rivolte a cogliere con occhio stupito e perizia di esecuzione “accordi belli” dovunque sono ( Arisi), Teodoro Cotugno del quale è in corso con successo alla Banca Centropadana di Lodi una antologica di grafica originale, torna a proporsi a Pavia alla Casa dei libri dell’editore Cardano, all’ombra (si fa per dire) di quella che fu la Torre civica eretta dal Ribaldi. Sotto il titolo Venezia nello sguardo di T.C. sono presentate una quindicina di acqueforti inedite (tutte del 2016-17) un pugno di oli e una decina di acquerelli. Il discorso non è diverso da quello che i pavesi hanno conosciuto e apprezzato in passato. Solo i soggetti sono diversi, ma la qualità è quella di Cotugno, anzi, è ancor più di spessore, per quanto riguarda poesia, sfumature, solidità del rappresentato. Nelle acqueforti, nei colori ad acqua, negli oli, ma ancor più nel linguaggio espressivo, si coglie il piacere della ricerca e della maturità che ha affinato e arricchito di incisività l’espressività e la comunicazione: nelle acqueforti con un segno più mosso, breve nel tratteggio e un movimento leggero e delicato; in pittura con uno sguardo meno indugiante sul rappresentato e più attento a dar luce alle differenze formali (Gipponi).Venezia è Venezia, quella che sappiamo bene, tante volte ripetuta: Canal Grande, Palazzo Ducale, San Marco, La Fenice, le architetture, Tiziano e Tintoretto eccetera. Quella che Cotugno mette in scena non è la Venezia turistica e di tanti pittori. Per intenderci, quella dei bastimenti che tolgono visibilità e respiro alle scenografie. La sua è’una Venezia un po’ insolita, spogliata dalle riproposizione e dalla letteratura. E’ la Venezia di Mazzorbo, del vino Venissa, di Burano, dei merletti e delle case colorate, dello Squero San Trovaso, del lavoro nei cantieri, priva d’enfasi e di orpelli, ricca di semplicità profonde. Ripresa con attenzione agli echi interni, ai segni quotidiani, alla poesia, in cui viene dato spicco a tonalità colte sul luogo dove il colore o l’intreccio dei segni grafici è quel che l’occhio ha colto e il sentimento restituito. In cui la ricerca – quella che appunto investe il linguaggio della grafica e quella più propriamente pittorica – manifesta più acutamente le relazioni interne alla forma, al colore o al segno, con risultati carichi di succhi emotivi imperniati sempre sul cruciale rapporto uomo-natura, memoria-fare istantaneo.I pavesi hanno avuto modo di cogliere il perdurante consolidarsi a partire dagli anni ottanta, con le due mostre alla galleria Botticella, poi da De Bernardi( 1987) quindi, dall’editore Cardano (2010, 2012), un gruppo di esposizioni che hanno permesso a Cotugno di raccogliere consensi sempre più convinti dal collezionismo locale

 

Venezia nello sguardo di T. Cotugno – Pavia, LIBRERIA EDIZIONI CARDANO – Inaugurazione sabato 18 novembre, ore 18 – Presentazione di Tino Gipponi – Dal dal 18 novembre al 3 dicembre

 

Gianni Vigorelli scultore. A venti anni dalla morte

Gianni Vigorelli: Monumento alla Resistenza

L’ anno passato è stato il centenario della nascita dello scultore Gianni Vigorelli (1916-1998), l’anno a venire, a maggio, sarà quello dei venti anni della sua morte.Per settant’anni la scultura è stata praticata da Vigorelli con sobrietà e robusta visione per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Lo ha fatto con una coerenza profonda, in un rapporto stretto e necessario con la poesia, che rende impossibile considerare la sua opera secondaria nel contesto dell’arte alaudense e lombarda.Allievo di Messina a Brera, amico stretto e confidente di Archinti, sodale di Fausto Locatelli di cinque anni più anziano di lui, che morirà sotto i bombardamenti nel 1945 – Vigorelli si cimentò anche con la poesia, coltivata con commossa e austera idealità e in cui ricondusse l’espressione delle variazioni e reazioni del sentimento individuale. Solo la frenetica attività “culturale” (si fa per dire!) di frettolosi promotori da tavolino poteva far dimenticare un anniversario tanto importante. Una imperdonabile negligenza che rende consapevoli dei perché l’eredità di Vigorelli non è ancora apprezzata in città come meriterebbe. Certo, un po’ anche per colpa sua, che in vita non ha sofferto il non esibirsi, riducendo la sua presenza a pochissime uscite di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che già nella seconda metà del secolo scorso – lui appena trentenne -, gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli rinunciare a una Biennale di Venezia; eppoi per i “meccanismi” presenzialistici che si erano affermati in città e che tradivano le sue convinzioni di artista. Sta di fatto che delle sue opere si è visto e parlato poco, non quanto richiedevano e meritavano. Anche se, per la verità, qualche occasione è da stimare. E’ servita almeno a fissare alcuni passaggi della ricerca linguistica: dall’iniziale asciuttezza accademica a una impronta naturalistica, dalle forme classicheggianti ovoidali a quelle di rinnovamento plastico, dal geometricamente strutturato e di interpretazione dell’immagine a una ideazione ritmica della sofferenza psicologica e fisica…).Era uomo di poche parole. Quella che amava spiccare era “umanesimo” a cui aggiungeva “pietas” e “poesia”. Potrebbero bastare a cogliere il filo conduttore dei messaggi nelle sue opere. Vigorelli puntava a far apprezzare la scultura come arte delle idee, non secondaria nella crescita civile della società. L’accanita polemica che sul finire degli anni ’60, accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di propagazione di una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica moderna. Solo a scavalco tra gli anni settanta-ottanta la scultura conobbe, in modo forse eccessivamente generica, l’esigenza di ricondursi a categorie in grado di darle una diversa immagine. Vigorelli non fu “faro” ma un “caso” con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi riconoscibile nelle madonne e maternità, nei bronzi dedicati a vestali, santi, a temi religiosi e civili e a richiami di stile arcaico, a strutture romboidali e a losanga ( apprezzate dall’architetto Degani, artefice del Duomo), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste.La mostra in preparazione alla Banca Centropadana di Lodi affidata a Tino Gipponi, si annuncia perciò preziosa per i dati oggettivi di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” estetica che potrà offrirà delle fasi più significative e personali della ricerca di Vigorelli

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