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Retrospettiva di Ottobelli alle Stanze di Carte d’Arte

 

Potrà sorprendere e insieme far piacere che un evento come Carte d Arte con le sue Stanze che anche quest’anno l’Associazione d. Quartieri darà assetto allo spazio arte Bpl, destini un’ attenzione a quegli artisti e artigiani che son passati dalle sue stanze e che oggi non ci son più (gli acquafortisti Timoncini e Diana, lo stampatore Zanaboni), e, in particolare, organizzerà una retrospettiva del medico-pittore Mario Ottobelli nel ventennale della morte.

Con tale attenzione il “quadro” dell’evento curato da Gian Maria Bellocchio e dall’architetto e storico dell’arte sangiulianese Walter Pazzaia mette a punto una selezione espositiva di interessi ampi, dal mondo della grafica a figure di spicco in qualche modo legate alle attività culturali dell’Associazione.

Delle qualità d’artista di Mario Ottobelli e della sua natura si e scritto molto a cominciare dalle sue mostre meneghine (galleria Montenapoleone, Ars Italica, Permanente) e, per rimanere a livello locale, al Collegio San Francesco ( dove il pittore fu allievo), alla Galleria Mazzi (2002), alla Casa del Popolo di Lodi (2009), all’I.T.I.S di Casale (2018) oltre a diverse altre individuali e collettive..

Voce singolare, Ottobelli fu pittore che espresse sempre il desiderio di miglioramento, riconoscendo l’insegnamento dei suoi maestri e dei successivi riferimenti. Dipingere fu per lui, un’ “esperienza umana”. Uomo di cultura (di cultura pittorica), sobrio, senza eccessi, misurato nei giudizi, diffidava di quei pittori che ricorrevano alle troppe parole da sorprendersi a volte per certe sue uscite giudicate pungenti o pepate. Il suo interesse era rivolto tutto alle “rigenerazioni” portate in pittura da De Amicis, Spilimbergo, Moro, artisti suoi amici che citava spesso per le qualità morali e le competenze e virtù di mestiere.

Il nostro primo contatto con la sua pittura risale a oltre mezzo secolo fa alla galleria Montenapoleone di Milano. Alla fine, con preziosa leggerezza disse: ”Se le capiterà di scrivere di me faccia riferimento al cezannismo di De Amicis, mi è il più vicino in senso unico”.

Suo insegnante e amico, De Amicis ha sempre mostrato grande apprezzamento da introdurlo alla Permanente di Milano. Nei suoi quadri, vi coglieva, da pittore, una vibrazione intensa e accenti di linguaggio “franco”, non viziato da estetismi.

La mostra che le Stanze gli dedicheranno a novembre costringe anche noi a tirar fuori qualche “fotografia” che dia idea del suo carattere e temperamento al di là delle analisi critiche. Ottobelli fu un artista appartato e silenzioso, fuori dalle contese che a Lodi non sono mai mancate, da negarsi a qualche legame con gli altri pittori locali, non per alterigia o supponenza. Tutt’altro. Semplicemente perché non era d’accordo con i concetti grossolani che alcuni di loro esprimevano.

Ad una “Oldrado” gli venne consegnata una medaglia al merito. Naturalmente ben accetta, ma non da menarne particolare vanto. Preferiva star lontano dalle pedane. Era un pittore “fai ‘nsì – dicevano moglie e amici -. Che in tal modo riassumevano il carattere dell’uomo: uno che non si atteggiava, che respingeva le ritualistiche e l’ufficialità. Nelle sezioni (arte sacra, nudi e figure femminili, paesaggi, nature morte e interni) in cui troveranno disposizione i lavori (provenienti da collezioni private e dai familiari) i visitatori non scopriranno “inquietudini particolari”. Solo codici di sobrietà, una malinconia pensosa e tanta poesia.

 

Aldo Caserini

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Liquid World di Pietro Terzini all’Angelo

Un gruppo di ritratti di Pietro Terzini

Pietro Terzini, lodigiano, nato nel ’49 a Mairago, psicoterapeuta cognitivo e comportamentale dell’infanzia edell’adolescenza con studio in Lodi insieme alla moglie Angela, impegnato da tempo non solo in campo specialistico ma in quello dell’arte, applicato a far cogliere “compresenze” in una pittura ch’egli conduce senza eccessi di gesti e di materia, affidandosi a una figuratività composta e lineare, resa con semplice quasi ingenua, che torna a riproporre ai lodigiani in una personale in cui sono tenute insieme immagini, poesie e musiche (di sottofondo) di Renato Cipolla, e tutto si annuncia affidato all’organizzazione e all’allestimento di Angela Papetti, anch’essa nota psicologa.

“Liquuid Word” è il titolo della mostra, preso a prestito da Zygmunt Barman, sociologo filosofo e accademico polacco, morto due anni fa, che ottenne fama internazionale spiegando la postmodernità con le metafore di modernità liquida e solida ( l’incertezza che attanaglia la società moderna derivante dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori) – tema che oggi si trova sviluppato in alcuni dei lavori che saranno espost,i a partire da sabato 7 settembre, all’ex chiesa dell’Angelo.
La pittura di Terzini – naturalmente figurativa, di derivazione pop (o post-pop) – non si risolve in espressioni unicamente descrittive. Al contrario offre spunti di riflessione all’osservatore, almeno di colui che non cerca l’ artificialità del “reality advertising”- di cui oggi si parla tanto ma non si capisce bene cosa sia

La serie di immagini elaborate dal pittore restituisce una catena di atmosfere circa l’attuale situazione mondiale di precarietà, sfruttamento, crisi ambientale, violazione dei diritti umani, libertà, a performance di fatti e problematiche d’attualità. Scopre una volontà per cui l’arte può ancora restituire alla pittura un futuro più nobile. Già i titoli forniscono spunto a delle indicazioni: “Sotto la luna”, “Greta Thumberg”, “La colomba di papa Francesco”, “Sotto il mare”, “Liquid World”, “Zygmunt Barman “, “Scopping cieco”, “Il ciclista gregario”, “Oh…my god”, “Baby connetten”, “Il quadrifoglio”, “L’abbraccio”, “Madre con due bambini”, “Vita all’Adda morta”, la serie di ritratti femminili, eccetera: lavori che al di là del risultato pittorico tecnicamente inteso, inducono a discutere, inseriscono nel confronto dell’attuale momento, richiamano e riassumono problematiche d’attualità.

Certo, quel che Terzini elabora è una pittura che si differenzia dal quadro attualista. Fa venire più in mente David Hockey o anche di Kelinde Wiley, ma formalmente distante tecnicamente e concettualmente da quell’arte che oggi viene passata per “esemplare” da critici che più che interpreti sono pubblicitari.

In un contesto ormai quotidianamente “post” – postmoderno, postindustriale, postminimalista, postutto come direbbe Francesco Bonami – Pietro Terzini non teme di elaborare e proporre una pittura legata alla “analisi” dell’immediato, alla cronaca, alla nostalgia, all’uomo, alla storia, al rimpianto, alla denuncia. Nei suoi lavori non ci sono misteri da scoprire, da affidare a qualche contorta interpretazione. Ciò che esprimono è parte di questa società che cambia, riferiscono di cose, sentimenti, rapporti umani. In Liquid World mettono in pittura “aspetti della realtà che viviamo giornalmente: l’individualismo imperante, la ricerca spasmodica di apparire, l’utilizzo alterato dei social, lo sfrenato consumismo, le disuguaglianze. Con una costante alla base: la voglia di cambiamento continuo e di conseguenza la mancanza di cose solide”:

Aldo Caserini

La mostra: Liquid World Pietro Terzini – Mostra personale, Chiesa dell’Angelo, via Fanfulla, Lodi – Dal 7 al 22 settembre. Orari: sabato e domenica:h 10-12,30/16,30-10; da marted’ a venerdì: h.16,30-19. Lunedì chiuso.

Ricordo di Sergio Zanaboni, artista della stampa calcografica

Ho conosciuto l’arte della stampa anni prima che Marcello Simonetta mi presentasse Upiglio, viaggiando su un treno pendolare con Sergio Zanaboni che mi parlava ingordamente ogni sera dei tipi di carta, delle variazioni del colore dell’inchiostro, di matrici e di effetti grafici, di presensibilizzazione e lastre, di stampe incise, piane, in rilievo, di presse e torchi, di soluzioni corrosive, aggressive e alternate, di controstampe e di procedimenti anastatici e via di seguito. Era come leggere un manuale di tecnica di mestiere. Naturalmente, poiché l’argomento era la grafica d’arte i miei interessi andavano ad altre tecniche: a bulino, a punta secca, a maniera nera, a acquaforte, a acquatinta, a tecniche miste e sperimentali. Dopo un bel po’ che ci scambiavamo le solite cose mi resi conto che affidare, come spesso capitava, alla sola espressione dell’artista quel che si vedeva nelle stampa era troppo sbrigativo e difettoso per avere un senso. Era chiaro dalle informazioni ricevute che materiali e procedimenti erano anch’essi medium, o meglio, risiedevano in essi potenzialità primarie ed elementari dell’espressione, come cercava di farmi accettare l’amico, intento a sollevare curiosità e attenzione verso la complessità del rapporto.

Nella pratica originale dell’incisione è imperante ancor oggi la finzione, avallata dagli artisti che tendono a presentare i propri risultati con qualche loro costante o ricerca, modulati dal proprio gesto, convertito in tagli, incavi e quindi in immagine. Mentre dietro alla capacità operativa dell’artista, c’è anche la versatilità della mano dello stampatore, la sua esperienza, l’intenzione e la riflessione interpretativa, i suggerimenti ricavati dall’avere “tirato” lastre di rame, zinco, ottone, acciaio e altro, l’individuazione di un percorso di stampa da ottenere risultati convincenti.

Il mestiere dello stampatore, amava dirmi Zanaboni, richiedono un approccio umile e consapevole. Non ha nulla delle vanità e dell’immodestia dell’artista. Spesso è nel mestiere dello stampatore che si radicano le qualità di un’arte che minore non è. Chi stampa con intelligenza ed equilibrio valorizza l’identità della ricerca dell’espressione dell’artista.

Le conversazioni – non sempre serene e concordi nelle conclusioni, anzi senza esito per le prevaricanti scelte che mi impedivano di riconoscere come il ruolo dell’artigiano e quello dell’artista, puntassero a un risultato comune, alla qualità nell’esito finale.

Dal 9 novembre al 15 dicembre, le Stanze della grafica a Bipielle Arte ricorderanno Sergio Zanaboni e la sua attività di stampatore entusiasta ed esperto svolta all’interno di “Carte d’Arte”, giunta alla XXI edizione. L’omaggio che l’Associazione rende alla sua maestria è l’invito a prendere familiarità e interesse alla “lingua” grafica, della punta e dell’acido, ma anche del ruolo distintivo e prezioso che in essa svolge lo stampatore.

Una sera Zanaboni arrivò in treno con un ritaglio. Era la presentazione di una mostra di grafica di Renato Bruscaglia. Se la memoria non mi tradisce diceva press’a poco: la grafica d’arte è tra le invenzioni espressive quella con caratteristiche di sembrare semplice, come la scrittura, appunto, ma è complicata come l’assoluto.

Era un modo per Sergio di rivendicare la specifica rilevanza dei momenti essenziali dell’esperienza di stampatore artistico. Il lavoro, la naturalità e il valore , il significato sociale e culturale della interrelazione tra artigianato e arte.

Aldo Caserini

Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno in mostra alla Biblioteca don Milani di San Martino

Della grafica per azione impressiva e della stampa originale d’arte, non gira molta conoscenza tecnica, pratica e operativa sul territorio. Per questo è da salutare favorevolmente l’iniziativa del Comune di San Martino in Strada e della biblioteca comunale di organizzare, a partire da martedì 3 settembre, una presentazione di acqueforti del calcografo lodigiano Teodoro Cotugno, acquafortista di prolungata consuetudine operativa e riflessiva da convertire i tagli in incavi, in valori grafici e quindi in immagini, referenziando soggetti naturalistici, che sono poi quelli della propria ricerca artistica di pittore. Da offrire quindi anche una solida didattica. Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – questo il titolo della mostra, destinata a durare sino al 15 settembre e che venerdì 6 settembre il critico Tino Gipponi presenterà nelle sale di piazza Pagano -: offre una rappresentazione “dolce” e varia del territorio laudense; blocca i dati del vero, dell’impressione e dell’emozione con una serie di scorci e paesaggi dove trovano comprensione acque, vigneti, cascinali, monumenti storici, chiese e altre forme significative. Soggetti e temi che fanno parte del patrimonio iconografico dell’artista e del suo modulo stilistico, avviato quarant’anni fa, appena diplomato ai corsi di perfezionamento di grafica di Urbino. La sua è infatti una esperienza artistica e umana che dura ormai una vita supportata da valori umanistici. I venti fogli portati in esposizione fanno ovviamente parte di un esteso deposito di emozioni tradotte con una grafica fatta di finezze, di messaggi e di fiducia nella natura ai quali l’artista ha affidato la propria sensibilità creativa e fa ritrovare brezze di serenità meditativa e amore per la propria terra. In parecchie occasioni si è detto di Cotugno di un “artista poeta”, cantore “dei silenzi”, “della luce”, “del sentimento”, “della terra” ecc. Definizioni che nascondono – forse – ridondanza di retorica, che trovano però verità nelle tante pagine pacate affidate a lastre e punte, raschietti, composti, carte e paste abrasive, bulini, lenti, ecc., in prevalenza nei valori di tono e di luce e nell’abilità del disegno, in cui l’artista depone il respiro e il canto della sua anima. L’’evoluzione di questa grafica chiamata per semplicità “di paesaggio”, in cui scorre sotto il segno scaltro e seducente una narrazione di lucidissima sensibilità che oggi risulta più sciolta e libera nel rappresentare, determinata nel ritmo e nella misura formale ideale. Quella di Cotugno è una produzione che sospinge il fruitore a socchiudere le palpebre e a godere della soavità delle visioni, a coglierne la vivacità e il rigore, il modo tutto diretto con cui l’artista grafico coglie colti scorci, archeologie urbanistiche, simboli del passato, intrecci di cultura e società da rendere “immagate” e non “stranite” le presenze nel capoluogo e nel territorio. Nelle stampe di Cotugno non c’è solo la manualità, l’abilità nella traduzione dei luoghi; c’è, insieme, la ricerca di esprimere l’intuizione poetica, lo stesso momento fatto di brividi intensi, di assonanze della memoria, di vibrazioni tonali ed espressive. Nelle stampe esposte il visitatore troverà l’immedesimazione dell’artista nel paesaggio, ma anche distacco, passione controllata, equilibrio di lumi, immediatezza fenomenica e un pizzico di nostalgia. Il bianco/ nero delle sue acqueforti, gli serve – alla fine – per rendere la qualità del sentimento lodigiano. Aldo Caserini La mostra: Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – Biblioteca comunale Don Lorenzo Milani, San Martino in Strada, piazza Pagano 3 – Apertura 3 settemebre, inaugurazione 6 settembre ore 19,30 con una presentazione di Tino Gipponi – Orari: martedì, mercoledì, giovedì: 15,30-18,30; venerdì 9,30-11,30/ 14,30 – 18; sabato e domenica 14,30-18, Fino al 15 settempre.

Cinquant’anni di Formesettanta: dalla carta stampata a internet

Nell’agosto del 1969, usciva a Lodi Forme’70, testata tutta artigianale, fatta da pochi che annunciava di dedicarsi alla promozione delle arti figurali e alla cultura del territorio, come recitato dal sottotitolo. L’iniziativa caricata da un pugno di artisti e da entusiasti estimatori delle attività espressive, nascondeva ( per la verità non troppo) il proposito di favorire l’avvicinamento dell’arte locale alle esperienze visive dilaganti quegli anni attraverso una azione di informativa specifica (mostre, progetti, critiche, notizie e segnalazioni) da compensare l’insufficiente ragguaglio fornito dai fogli cittadini. Ma perseguiva pure una ragionevole prossimità con il dinamismo presente nell’arte milanese attraverso la conoscenze la diffusione di presenze significative di orientamenti o schieramenti innovativi. Tentativi, chiaramente non schiusisi o rimasti incompleti per una molteplicità di ragioni: in primo luogo la scarsità diagnostica e comunicativa, secondariamente, tra le novità della stagione, la diffusa perdita del ruolo determinante, della recensione e l’affermarsi di altre fonti di informazione strumentali, dirette e indirette, che hanno portato la produzione informativa culturale da una dimensione artigianale a una dimensione industriale, cui farà seguito, in una fase successiva, la perdita di forza delle tipologie espressive e il crearsi di formazioni e di esperienze subalterne “in linea” con le forme di potere (politico, economico e di mercato). Forme 70 ha tentato, a modo suo, di registrarle. Dopo i primi numeri redatti e stampati “alla buona” in attesa dei “lasciapassare di legge”, iniziò la sua storia ufficiale con l’autorizzazione. del Tribunale di Lodi (n.82 del 23 marzo 1970): tiratura (un migliaio di copie) affidata al Laboratorio Grafico del Bollettino della Pubblicità (in via De Lemene,2) di Bruno Zanella, distribuzione gratuita a mezzo posta, una variante nella grafica del titolo (studiata da Luigi Poletti) e l’ingresso nella testata del colore rosso. “Esce quando può”, avvisava i lettori, ma con la collaborazione con Il Gelso di Giovanni Bellinzoni i tempi tra un’uscita e l’altra si adattano all’esigenza di dare riscontro alle mostre della galleria di via Marsala.
Dopo una parentesi di inattività e l’esperienza come “Agenzia” d’informazione culturale ( sempre di Forme 70) , nel marzo 2012 “scopre” internet e wordpress su cui posterà ogni anno all’incirca 160 interventi e informative di mostre, libri, poesia, figure di artisti, e fotografi, accompagnati di tanto in tanto da opinioni e polemiche. Anche l’esperienza del blog risente e riverbera caratteri, idiosincrasie, curiosità e instabilità della provincia. Inevitabili i risvolti pratici (redazionali, di stesura, composizione e correzione,selezione delle notizie ecc.), non sempre facili da gestire. La centralità (in calo) della carta stampata, e le opportunità del mondo digitale suggeriranno di mantenere, sia pure sottotraccia, la volontà di sottrarre aspetti della cultura locale da un andazzo in cui la paccottiglia è sovrabbondante. In un sistema in cui sembrano prevalere conventicole clientelari, non è sempre facile discernere folklore, vanità., dilettantismi, i regni protagonisti in cerca di “indulgenza” dalla invenzione poetica vera, per cui a volte si rischia di comunicare senza effettivamente condividere quel che si comunica.

I cinquant’anni di Forme 70 saranno anche pochi o poco rimarchevoli, ma se si considera il contesto in cui la testata è nata e vive (ancora) e il panorama attuale in continua evoluzione ci pareva lacunoso non ricordarli.

A.C. Continua a leggere

Luigi Timoncini sarà ricordato a Carte d’Arte 2019

Un’acquaforte di Luigi Timoncini




A Luigi Timoncini, artista milanese recentemente scomparso sarà ordinata quest’anno una delle “Stanze della Grafica”, sezione che distingue all’interno di Carte d’Arte, la rassegna di stampa originale d’arte giunta alla XXII edizione. Timoncini si era fatto conoscere dai lodigiani grazie alle premure di Gaetano Cornalba, uno dei pilastri organizzativi delle “vetrine” d’arte della Associazione Quartieri e artefice silenzioso e in disparte di scelte che hanno fornito risveglio in città per la grafica originale d’arte, premure poi passate all’attuale presidente dell’Associazione, Gian Maria Bellocchio, che ne ha ampliato con successo contenuti e orizzonti. Timoncini sarà ricordato con un gruppo di lavori insieme a un altro maestro dell’incisoria milanese, Pietro Diana, deceduto tre anni prima, entrambi in qualche modo legati all’iniziativa lodigiana, giunta quest’anno al ventesimo compleanno, un percorso che ha portato in evidenza un centinaio di artisti incisori tra i quali alcuni che per indole, esperienza, fascino comunicativo e ricerca dell’espressione, sono collocabili tra i migliori incisori d’Italia: Federica Galli, Angela Colombo, Pietro Diana, André Beuchat, Floriano Bodini, Maria Jannelli, Eva Aumann, Togo, Agostino Zaliani, Alberto Rocco, Girolamo Tregambe, Teodoro Cotugno, Trento Longaretti, Livio Ceschin, per citarne alcuni. Timoncini, del quale ci interessiamo qui, ha marcato il suo contatto con l’Alaudense con una cartella per gli Amici della Grafica e una mostra di lavori calcografici alla Pusterla di Casalpusterlengo, l’esposizione a Carte d’arte del ’96, la presenza alla II Biennale d’Arte di Lodi e due personali, la prima al Tempio dell’Incoronata, la seconda alla Chiesa dell’Angelo. Prima della morte era ancora dei pochi artisti che nella Milano europea tendevano a una fusione di fantasia (linguistica) e raffigurazione, praticandola per vie imprevedibili, dall’evocazione e dall’illusione, al simbolo e alla analogia, alla rappresentazione realistica, assicurando in ogni caso all’opera, sempre una chiara prospettiva di giudizio e di ordine (di equilibrio formale). Timoncini riusciva sempre a stupire perché aveva implicita la capacità di sorprendere, così come riusciva ad essere convincente là dove introduceva, nella forma o nei contenuto, quel poco o tanto di inatteso che rendeva la sua grafica o la sua pitture vive e acute. Faentino trapiantato a Milano, il maestro ha praticato linguaggi mai offuscati dalla nebbia padana, Anche quando questa si chiamava “Realismo esistenziale”. L’immagine, quale che fosse, ha sempre avuto in lui centralità e concretezza nel rappresentare le problematiche dell’uomo, nell’essere testimone del proprio tempo. E’ stato un artista che non ha mai vissuto l’arte come un semplice esercizio estetico, ne ha sempre dichiarato e rispettato il compito etico. Le sue opere sono distaccate dal rumore equivoco di tanta contemporaneità. Attraverso una pluralità di accenti e di argomenti, di elaborazioni simboliche e di richiami alla forma, ancora ieri, in pieno mercatismo delle arti i suoi fogli stampati richiamavano alla coerenza linguaggio e contenuto, tanto che, affrontando nella grafica il racconto biblico e il messaggio del trascendente gli ha fornito una analisi e una sintesi pertinenti alla condizione umana. Non era una sfida presuntuosa, ma una scelta consapevole affinché l’arte attualista uscisse dalla retorica decorativa. Aldo Caserini

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Pietro Diana prossimamente a Carte D’Arte 2019

La venticinquesima edizione di Stanze della Grafica che l’Associazione Monsignor Quartieri ha in organizzazione per novembre allo Spazio Arte Bipielle, prevede un omaggio oltre che a Timoncini a Pietro Diana, uno dei più colti e raffinati incisori italiani.
Chi abbia familiarità e interesse alla “lingua” grafica, della punta e dell’acido, dell’acquaforte e dell’acquatinta, non rimarrà deluso dal riguardare i fogli stampati dall’artista milanese, peraltro già fatti conoscere, al Museo Civico di Lodi, a Cascina Roma a San Donato, agli “Stampatori” di Soncino, alla X edizione della Oldrado da Ponte, a Castelleone, Soresina, Casalpusterlengo, Melzo e al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande eccetera.Diana è stato dei pochi per i quali la calcografia non ha avuto segreti: febbrile e appassionato nella ricerca delle multiformità qualitative e comunicative, è stato un printre-graveur di insuperabile destrezza e drammatica lucidità nella tecnica finalizzata alla ideazione e realizzazione della stampa originale d’arte; di instancabile rigore e inquietante poesia come dimostrano la serie dei suoi cicli: “Animali, Amore”, “I mostri”, “Da Garcia Lorca, “Apocalisse”, “Castelli, “Per l’Anno Santo” eccetera..
Dieci anni fa, il 28 dicembre, Pietro Diana avrebbe compiuto 86 primavere, intensamente vissute a dare immagine a idee, coltivare l’essenzialità nel disegno e nel tratteggio e perfezionarsi nella sovrapposizione di vellutate intensità di scuri in una figurazione ricca di castelli diroccati e sublimi, di animali spaventosi, poi di falene e di civette accanto a corpi femminili.
Si era diplomato con De Amicis e Disertori a Brera nel 1954 e aveva iniziato quasi da subito a macinare esperienza tra lastre, inchiostri, mordenti, torchi e attrezzi, ad approfondire le qualità fisiche dei procedimenti, fino a forgiare una lingua espressiva ricca di fantasia e poesia, di impatto tra forma e immagine.
Nel suo percorso artistico ha conciliato l’asportazione del metallo e la docenza (esercitata dal 1976 al 1997). Un tragitto in cui ha accordato le distinte identità anche attraverso premi e riconoscimenti, tenendo conferenze, svolgendo collaborazioni su riviste specialistiche, partecipando a personali, mostre collettive e biennali di cui sarebbe davvero una pretesa darvi qui conto, così come dare cenno agli interventi analitici dei tanti critici che ne hanno affrontato la profondità dei temi elaborati e non tutti tranquillizzanti, la sua poetica figurale e la sintesi di segno(Carlo Munari, Rossana Boscaglia, Mario Girardi, Marco Valsecchi).
Ciò nonostante, della sua attività creativa si è saputo sempre poco, avendo il “maestro” (per quarant’anni, titolare della prima cattedra di tecniche dell’incisione a Brera) deciso un atteggiamento defilato dal grande pubblico e dalla stampa, riservando le sue preferenze al lavoro tosto, alla ricerca, al perfezionamento, alla salvaguardia del mestiere e della disciplina, all’insegnamento.
Partito con un occhio naturalistico morandiano Diana abbandonò presto i modelli giovanili di riferimento. Scoperse come superamento della pittura “ il mondo” della calcografia, individuando nei temi della notte quel mondo fantastico, tormentato e sorprendente che ha tradotto in un migliaio di incisioni: una sorta di teatro delle inquietudini e delle metamorfosi, costruito su personali coordinate, incurante delle mode e delle novità delle avanguardie ( l’Informale, la Nuova Figurazione, la Pop e altro). Diana ha preferito guardare a un maestro spagnolo che citava spesso nelle conversazioni: Goya. Al quale assegnava il concetto che i mostri non nascono da un’inventiva senza riferimento, ma in un mondo interiore insondabile razionalmente.

Aldo Caserini

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Cotugno “trasloca” lo studio e mette in vetrina nuovi lavori

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Teodoro Cotugno, ha deciso di cambiare il proprio studio di pittore senza spostarsi troppo da piazza Maggiore a Saleranno al Lambro dove continua ad abitare. Il nuovo habitat, che inaugura domenica 3 febbraio in via S. Antonio 30 con una mostra personale, è prossimo al Castello Vistarini, dov’era solito allestire ogni anno una propria esposizione di oli e incisioni chiamando a raccolta amici, collezionisti, ammiratori e semplici aficionados. L’ iniziativa partita anni fa in occasione della Festa della Candelora si ripete dunque anche quest’anno sotto il simpatico segno del “ritrovarsi” ed è rivolta a fornire un aggiornamento dell’attività artistica più recente, e a visitare i nuovi ambienti di lavoro dove il pittore opera al cavalletto e tira le proprie incisioni al vecchio torchio a mano. I visitatori, che anche in questa occasione si prevedono numerosi, potranno riconoscere nei nuovi ambienti-studio le proprietà congeniali di inclinazione e gusto del padrone di casa. Oltre trovare alle pareti ordinati oli e acqueforti potranno cogliere le non poche novità a cominciare dal flusso di immagini fuse di luoghi, campagne, corsi d’acqua, monumenti, colori, natura, e avvertire di più il linguaggio come fatto semantico e la poesia come pensiero.
L’arte è oggi affidata a “un oceano di parole e un deserto di idee”. La frase è di Stendhal, ma ha una sua attualità. Quella di Cotugno, artista vivace e curioso, non vi si mescola o confonde. La sua resta una pittura sempre di tradizione, fatta di immagini vive, dove le sfumature e i particolari son tutto e le tante piccole cose si sposano con il gioco cromatico e con una forma che risulta oggi più mossa e libera e appassionata, in aggiunta a una grafica in cui carte, inchiostri, acidi, morsure e neri vellutati o sfumati, che svelano l’amore alla stampa, alla bottega, al mestiere e sottolineano il vitale rapporto della poesia con l’uomo.
Fedele al concetto che pittura e grafica si imparano “standoci sopra”, migliorando passo a passo le tecniche, affinando la sensibilità per la materia e per il segno, coltivando l’attenzione e studiando chi è capace di farla, cioè “ i grandi”, Cotugno non si stanca di andar per mostre (una pratica che molti dei suoi colleghi ha abbandonato) ricavandone spunti, stimoli e lezioni importanti che lo tengono lontano dal rischio ben noto “della provincia”.
La mano già allenata s’è addestrata al racconto grazie al sapiente tirocinio di stagioni; riveste le immagini di intensità lirica, ma è l’occhio a descrivere con concretezza ciò che percepisce, la rappresentazioni dell’attimo luminoso e delle ombre colorate.

 

 

La mostra: Teodoro Cotugno – Opere –Studio di via S. Antonio, 30, Saleranno sul Lambro. Inaugurazione. Domenica 3 febbraio. Orario dalle 14,00 alle 19,00.

“L’URLO DEL ’68”: Baratella e i lodigiani alla Popolare di Lodi

L’urlo del ‘68”, l’esibizione itinerante di Paolo Baratella – artista che molti lodigiani ricordano ancora per una mostra personale allestita al Gelso e per le diverse altre presenze alla galleria di Giovanni Bellinzoni è iniziativa di dichiarato carattere “divulgativo”, promossa nel cinquantenario del ’68 dalla Fondazione Credito Bergamasco e ospitata alla fine del suo percorso alla Fondazione della Popolare Lodi, dove rimarrà fino il 10 febbraio prossimo. Oltre a restituire un ritratto dell’artista e della sua produzione “sessantottina” lancia sprazzi di luce sull’ estetica di quegli anni e slle scelte comunicative in parte d’“importazione” (dai campus statunitensi e dalle università francesi e tedesche).

L’esposizione risulta in robusta misura “integrata” con opere di artisti locali, in primo luogo di Ugo Maffi, il cui senso di ribellione al fascismo e ai poteri si scopre anticipato con “Lamento per Grimau”, una pittura costruita nel 1963 su un manifesto del Pci locale e donata all’Anpi di Lodi, rintracciata in un deposito scolastico al Ponte di Lodi. L’opera esplicita l’istantanea di una linea che l’artista proseguirà per un decennio (fino al 1975), una sorta di cortocircuito tra panorama sociale, rappresentazione e linguaggio. La sezione curata da Mario Quadraroli presta poi attenzione alle tecniche miste e agli oli su carta di Luigi Volpi, già presentati al Circolo Vanoni e intitolati agli ospiti agli ospedali psichiatrici. La rivoluzione culturale maoista si ritrova negli acrilici di Giuliano Mauri in una versione che rimanda a Giangiacomo Spadari, del quale il lodigiano era amico e seguiva con forte interesse il messaggio provocatorio e ideologico. Su un fronte pittoricamente diverso, ma che rivela impegno politico si colloca Mauro Staccioli che in un gruppo di xilo raccoglie i fermenti antiamericani dell’opinione pubblica per la guerra nel Vietnam, tema che abbandonerà a scavalco degli anni ’70, dedicandosi alle opere in cemento. Meno impegnativa l’esperienza di Paolo Costa, orientata più su sottolineature di linguaggio che su rappresentazioni conformate alla protesta, come rivelano un utilizzo della fotografia del 1974 e una “stoffa” del 1977. A sua volta Mario Quadraroli, agisce in un campo di matrice ideologica con immagini che richiamano scambi e contatti con l’attività di gruppi milanesi dediti all’urto e alla rottura.

Alla narrazione locale avrebbe forse giovato un cenno alla linea del Gelso, in cui si ritrovano con Baratella, Ezio Mariani, Spinoccia, Spadari, Mastroianni, De Filippi, Albertini eccetera, le cui immagini hanno fornito contenuti culturali e politici all’ambiente artistico locale.

L’arte di protesta oggi può apparire anacronistica. In verità le differenti espressioni mostrano la spinta a un linguaggio nuovo. Riuscito? Certamente no. Un’arte del ’68 propriamente detta non ci fu. L’arte di quegli anni si resse su un paradosso: il convivere di istanze collettivistiche e iperindividualiste. L’attività di molti artisti che accompagnarono la militanza politica con messaggi e legami al pensiero marxista, maoista e anarchico l’abbandonarono non appena la ribellione, la protesta, le occupazioni si rimpiccolirono. Spogliatisi dell’aura rivoluzionaria si misero a cercare alimento e forza persuasiva nel merito personalistico e nel mercato.

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