Archivi categoria: Artisti

Panorama artistico lodigiano. ROBERTO MALOBERTI, “PERFORMER” SVINCOLA DAI CONFINI

Performer è una parola chiave, una delle tante che oggi si usano parlando di attività creativa, presa dall’uso frequente dell’ippica. Volendo o dovendo parlare di Marcello Maloberti è parola quasi d’obbligo per definirne l’attività. Si dice spesso che il politichese è gonfio, retorico, ampolloso, ma anche in campo creativo non si scherza in fatto di parole che mirano soprattutto a convincere. D’altra parte se oggi l’arte si fa con tutto e ovunque, senza confini linguistici e territoriali, senza l’obbligo di alcuna conformità a un qualche criterio, anche le definizioni si prendono la loro parte. Se, come dice Germano Celant “le nuove espressioni si generalizzano e formano una costellazione aperta e infinita, dove regna l’indistinguibilità formale dell’artefatto rispetto alla realtà quotidiana, cosicché non si ponga alcuna area circoscritta e la creazione possa muoversi superando qualsiasi divisione e restrizione operativa e processuale: un mix artistico”, mi pare inutile sfogliare il Devoto Oli per sapere cosa significhi performance, performer.
Il performer fa ricorso a tutte le possibili tecniche, sia alle estensioni organiche dell’arte, quali pittura e scultura, sia agli altri linguaggi, la moda, il cinema, il design, la fotografia, la scrittura, il teatro, l’intrattenimento. L’autore-performer produce e costruisce percezioni e sensazioni che cercano una “relazione ampliata con tutto l’universo dell’immaginario”. Performer è parola che quindi può procurare radiosa euforia, costituire una risposta a un sistema dell’arte e culturale in genere attraversato da malessere e insicurezza, che attribuito a Maloberti è segno e salvacondotto ad altre cose: innovativo, inventivo, singolare, originale, strambo, bizzarro…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio dei simboli rimodulando percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Maloberti è tra coloro che in campo creativo giocano sugli accostamenti tra materiali, spesso fisici e visibili, e iconografie feticistiche o simboliche (allegoriche, metaforiche ecc.), muovendo dalla persuasione che “l’arte è ciò che trasforma”. Naturalmente possedendo una immaginazione e un certo grado di fantasia da “imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione”.
Lui mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, teatralità; differenziando o assottigliandone le differenze, il lato ironico da quello beffardo, quello drammatico da quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice. In tal modo la sua attività si riduce a manipolare, inventore, giocare, sorprendere, “attrarre”; serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone,
L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga. Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro.
La sua arte è fonte di infinite visioni. “Parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione.
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.

Aldo Caserini

 

Panorama artistico lodigiano. GIANNI VIGORELLI: “Senza la scultura la mia storia non esisterebbe”

Gianni Vigorelli in uno scatto di Franco Razzini

Sono passati più di venti anni (esattamente ventidue) dalla morte dello scultore lodigiano Gianni Vigorelli (1016-1998). Per una settantina d’anni la scultura è stata impiegata da questo lodigiano allievo di Francesco Messina e amico di Ettore Archinti, per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Nel fuoco dell’esercizio creativo, lo ha fatto con una coerenza, in un rapporto stretto e necessario, che sarebbe impossibile non tenere viva la sua opera nel contesto dell’arte territoriale. Vigorelli non è stato conosciuto e valorizzato in vita come avrebbe meritato. Un po’ per colpa sua, che non ha mai sofferto la fregola di esibirsi, tranne che in pochissime “uscite” di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli perfino rinunciare a una partecipazione alla Biennale di Venezia; infine perché, lo confessava lui stesso, i “meccanismi” che si erano affermati tradivano le sue convinzioni di artista. Era moderno, e lo dimostrerà introducendo strutture romboidali (a losanga), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc., ma nel mantenere anche il rapporto con la forma, cercava spiegazioni dell’evoluzione artistica, nella rottura dei valori ottocenteschi senza rituffarsi nelle vertigini romantiche. Il suo rifiuto del romanticismo è stato netto, in transigente, non quello della realtà. Riconosceva nel reale il contenuto dell’opera, quando ovviamente non ne tradiva i caratteri ma ne metteva in evidenza i valori.
In tutti questi anni, delle sue opere si è parlato poco, non come la sua arte avrebbe meritato. Anche se mostre, biografie, riscontri critici non gli sono mancati. Di Vigorelli hanno puntato a far apprezzare, attraverso la scultura, l’idea dell’arte, come arte delle idee, non secondaria alla crescita civile della società.
Negli anni ’90 , in occasione di una retrospettiva al San Cristoforo uscì da Pomerio un libro che ha mantenuto un’invidiabile freschezza nelle analisi delle sue opere. Tino Gipponi, l’autore, vi ha recuperato considerazioni già precedentemente espresse, ma d’attualità.
Vigorelli è stato un uomo di poche parole. Una delle poche parole che amava pronunciare era “umanesimo” insieme a “pietas”. Ricusava perciò l’ipotesi, allora di moda, della “morte dell’arte” poiché, spiegava, sarebbe stato sinonimo di “morte dell’uomo”.
Sul finire degli anni ’60, l’accanita polemica che accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di divulgazione in città di forme che raccoglievano le provocazioni (nei caratteri e nelle tendenze) dell’arte moderna. La sua fu una autentica “sfida” in una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica allineata ai tempi. E’ tra gli anni settanta e ottanta che la scultura si fa conoscere meglio ( e in modo forse eccessivamente generico), da darsi una diversa immagine attraverso Staccioli, Mauri, Corsini, Canuti, Suzy Green Viterbo e i giovani Costa, Tatavitto e Chiarenza, che impressero una svolta postmoderna, contrassegnata anche dalla presenza di sculture “accettate” di Franchi, Ceglie, Vanelli, e, più tardi, di Fabbri e Bernazzani).
In tale contesto Vigorelli rimase però un esempio non seguito, con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi, riconoscibile nelle sue madonne o maternità, dal “chiasmo” delle mani e della vicinanza, dai richiami a elementi di stile arcaici, dalle strutture a volte romboidali (a losanga), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste. Ritrovando però occasione per  passaggi e recuperi a un’arte svincolata dall’invenzione affidata alla linea e alla losanga, ma anche al “rapimento” della forma neoaccademica.
La mostra che Gipponi curò nella occasione del centenario della sua nascita risultò preziosa: per i dati oggettivi, di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” che seppe dare delle fasi più significative e personali della ricerca dell’artista, la tensione stilistica e l’approfondimento di soluzioni formali liberate in un limpido ductus di stile culturale.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

KAMEN n.56 : GIUSEPPE BARETTI “critico europeo”. Il piacere della letteratura.

Del critico letterario, giornalista e poeta, traduttore e drammaturgo Giuseppe Baretti l’ultimo numero (il 56 del gennaio 2020) di Kamen’, la rivista diretta da Amedeo Anelli, editata dalla Ticinum Editorum di Voghera, ripropone trattazioni esperte e integrate al contesto storico-politico-culturale di Elvi Guagnini, Gandolfo Cascio, Daniela Marcheschi, Onno Koster e Raniero Spelman, studiosi che sono intervenuti ai recenti Convegni nazionali e internazionali di Serravezza Lu), Lisbona, Casalpusterlengo(Lo), Ultrik (Olanda), eventi rendicontati da “ll Cittadino, “Il Sole24ore”, “Agorà” di Avvenire “l Tirreno, Teorema eccetera.

Dimenticato dalle collane editoriali divulgative, benché noto agli storici della letteratura e ai curatori delle terze pagine dei giornali, Baretti è un autore scarsamente (o per niente) diffuso tra coloro che nell’esame interpretativo non cercano problemi di saldatura culturale ampi, ed è ancora oggi assente dal grandi corpora che rendono disponile per via internet l’ offerta telematica dei classici della letteratura in edizione integrale da poter verificare tendenze e contenuti su fonti tradizionali.

Dopo trecent’anni dalla nascita, sembra si stis risvegliando l’interesse per questo autore, tanto che sorprende ritrovarlo indicato su Kamen’, come critico “europeo”, dopo le scarse attenzioni ricevute negli ultimi anni da parte italiana, dove a distinguersi sono stati pochi (Mario Fubini, Paolo Mauri, Daniela Marcheschi, Luigi Piccioni, Franco Fido, Bruno Maier e il semestrale Kamen’), che hanno rivalutato (coi difetti) l’eccellenza del prosatore e del critico.

Barretti polemizzò in punta di fioretto con Voltaire, ‘reo’ di aver banalmente tradotto gli scritti di William Shakespeare. Difese la grandezza poetica di Dante dalla supponenza degli intellettuali transalpini. Inventò (e usò senza timori reverenziali) la stroncatura letteraria. Fu il primo a credere nella multimedialità e nel giornalismo quali moderni strumenti di divulgazione del sapere. Fu, insomma, una stella di prima grandezza nel firmamento culturale del Settecento europeo. Eppure, oltre ad essere stato poco esplorato è ancora ignorato dai più.

Sul suo secolo, il Settecento, i modernisti non rifletterono più appena si affacciò il Romanticismo e divenne moda parlare e scrivere di Rivoluzione. Così i postmodernisti, che sbaraccarono il dopo-Arcadia insieme al Muratori, al Metastasio, al Cesaretti e ai “minori” accusando il secolo per le spocchiose parrucche nere indossate, sostituite dal il parrucchino bianco. Delle “spericolatezze del tempo”, rese visibili dall’imprudenza e dall’intolleranza tra scrittori, che si odiavano fino a scoprirsi nemici e polemizzavano sullo scrivere, l’evoluzione dello scrivere e della scrittura., nessuno ebbe un granché da dire.Il Baretti finì ignorato anche lui che criticava il Parini, il Cellini, il Metastaso, soprattutto i volterriani francesi e gli inglesi. Insieme all’Accademia dei Pugni dei fratelli Volta, i Filangeri, i Beccaria, i Manzoni, i Longo, i Lambertenghi e quelli del “Caffè”, che diedero principio al nostro Ottocento, diffondendo la Rivoluzione francese e quella germanica, lanciarono una profonda divisione col Baretti, viaggi e soggiorni all’estero..

Poiché le ricorrenze si ricordano, fanno parte dell’identità, sono essenziali porzione del pensiero umano, anche se sono trascorsi tre secoli dalla morte la sua presenza in quel periodo di storia letteraria del Paese, è celebrata da Kamen’ che ha aderito al Comitato nazionale per le celebrazioni dello scrittore, e partecipato a una serie di eventi in città italiane ed europee e pubblicato diversi contributi che, ovviamente con altri, sono serviti a riportare in luce lo scrittore nel ruolo di autore (“La frusta letteraria”, “Lettere ai famigliari”, “Le piacevoli Poesie”. Opere ricche di riferimenti non prettamente letterari, che hanno raccolto lusinghieri giudizi dalla critica e lo “stupore” dei lettori di Kamen.

Aldo Caserini

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

Panorama dell’arte lodigiana: MARIO UGGERI (1924-2004), CRONACHE E RACCONTI PER IMMAGINI

Dipingere, disegnare o scrivere sono in fondo la stessa cosa, perseguono lo stesso scopo: raccontare storie. Così diceva Dino Buzzati. Così sostenevano Mino Milani, scrittore pavese, e il codognese Mario Uggeri – entrambi occupati in copia, Milani come sceneggiatore, Uggeri come illustratore dei testi di Giovanni Luigi Bonelli, anch’egli inizialmente fumettista prima di trasformarsi editore. – Milani sapeva esprimersi magistralmente in forme diverse, ma non contaminava i linguaggi: scriveva, disegnava, illustrava; Uggeri era pittore,  dipingeva, disegnava, illustrava, quanto allo scrivere si limitava alle “nuvolette”.
A ventun’anni aveva deciso di prendere il treno e fare il pendolare.  Per un  po’ di mesi lavorò dall’editrice Toro realizzando almeno tre personaggi: Rivengart, Rage l’invisibile e Bill Terremoto, poi accolse l’offerta delle edizioni Audace e per loro realizzò, Ipnos, Red Carson e Yuma Kid (tutti per i testi di Giovanni Luigi Bonelli) nonché due storie, ma i tempi grami toccati agli illustratori (non solo a loro) gli consigliarono di accettare la collaborazione con la casa Universo per la quale mandò a effetto Rocky Rider. In una intervista l’artista ricordò questo fatterello: “Era difficile trovare lavoro negli anni in cui iniziai. Il mio primo lavoro però me lo pagarono subito. Per tornare a casa presi il treno alla stazione di Milano, e viaggiai con la mano sempre in tasca, per paura di perdere i soldi. Alla sera allineai il denaro sul tavolo, davanti a miei genitori. C’era un silenzio di tomba. Ad un certo punto mia madre esclamò in dialetto: “Non li avrai mica rubati?!
Entrato  al Roy D’Amy darà il via a una lunga collaborazione con il Corriere dei Piccoli, fino agli inizi degli anni Ottanta, e per il quale disegnò moltissime storie e illustrazioni, spesso in coppia con Mino Milani e Nadir Quinto per il nascente Corriere del Ragazzi.
A metà degli anni Ottanta Uggeri cesserà l’attività di illustratore e troverà nella pittura il modo di esercitare la sua immaginazione e la sua bravura.  Codogno gli dedicherà la mostra Le stanze di Mario Uggeri. progettata dalla Fondazione Mario Novaro e curata da Claudio Bertieri, Leo Lecci e Maria Novaro. Un’altra interessante mostra sarà quella della Feltrinelli libri alla Società Umanitaria di Milano “Spazi e colori della fantasia: Mario Uggeri e Nadir Quinto – Avventure parallele nell’editoria a fumetti milanese del Novecento” Uggeri morirà a Merate l’8 marzo del 2004.
Sono dunque quindici anni passati che se ne è andato. Anche se la ricorrenza è ricordata in ritardo, non pensiamo sia fuori posto e stoni. Ci è parso giusto ripensalo come artista, per il suo disegno espressivo e i colori densi di atmosfere in cui trasferiva in parte la sua vena di pittore dal tratto inconfondibile, istantaneo, la capacità di coinvolgere il fruitore da punti di vista diversi. I suoi oli, i disegni, la graphica raccontano di sentimenti, stati d’animo, scavano nella memoria, a volte ci portano un futuro, offrono una lettura nuova della realtà, spesso sfuggente o coinvolgente, a cui siamo poco abituati, e poche parole bastano a darci una chiave d’accesso.
Come illustratore Uggeri ha lavorato con le maggiori testate nazionali e di vario genere, come la “Domenica del Corriere“, ma anche “Amica“, “Famiglia Cristiana“, “Gazzetta dello Sport“, “Corriere d’Informazioni” . ” Svelerà: L’emozione che mi procura la notizia che devo illustrare mi coinvolge molto. E’ una cosa essenziale, per me. Non ho grandi ambizioni, mi considero un artigiano, se poi vengono dei lavori ben fatti tanto meglio. Sono però orgoglioso di aver illustrato i maggiori fatti di cronaca del XX secolo“.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

Panorama artistico lodigiano: MAURO CEGLIE: La scultura come disciplina classica e moderna

Lo scultore lodigiano Mauro Ceglie al lavoro sull’opera presentata in Biennale

Ceglie, sessantacinque anni è uno scultore succoso, ricco di contenuti, che nell’ attuale situazione italiana, ha saputo e sa, per sostanza e linea di sviluppo, spostarsi controcorrente, senza cadere nell’ eccentrico o nella stravaganza

Nella confusione dei linguaggi, segno distintivo della Babele che domina il mondo delle arti, è un artista che riesce sempre a sorprendere per la sua coerenza e a distinguersi nella selva degli attori sui generis. Nelle sue tappe fondamentali della sua carriera si “legge” la lezione dei “protagonisti storici” dell’integrazione di materia e forma. Dei Perotti, Messina, Crocetti, Martini, Fabbri, Fazzini, del primo Mastroianni e dell’ultimo Vangi, dei quali ovviamente Ceglie non è discendente, ma dai quali – in particolare dal primo, suo maestro al Gazzola di Piacenza, e dal secondo, con il quale ha collaborato per tre anni, dopo aver frequentato l’Accademia di Venezia ed ha perfezionato il suo apprendistato -, ha ricevuto stimoli e suggerimenti, che si possono cogliere in scarse eco di disciplina e proprietà classica di sapore moderno.

Le figure – icone sacre, nudi, cavalli, ritratti, ballerine, composizioni, – plasmate nel bronzo, in alcuni casi arrotondate nel marmo, da dare guizzo al corpo e fremito ed esaltare con la percezione tattile, in altre di solido richiamo realistico e d’ispirazione religiosa, mettono in evidenza un percorso a cui va riconosciuta una costante e ascendente conquista di vita insieme con una costante e ascendente conquista espressiva.

Nato nell’ubertosa piana di Santo Stefano Lodigiano e opera a Corno Giovine, si colloca per intima persuasione fuori d’ogni forma di sperimentalismo tout court, ignorando consapevolmente le formulazioni estetiche più recenti. Non per questo ha rinunciato a indagare e saggiare forme nuove, con risultati di viva attualità.

L’aver saputo, per scelta critica, mantenersi a distanza da coloro che il linguaggio della scultura lo fanno ormai con tutto gli dà facoltà di trovare in certi marmi e in certi bronzi e anche mixage, particolari poco convenzionali e di diversa corrispondenza linguistica, senza infrangere i valori formali nei quali Ceglie si riconosce, senza dare origine a situazioni eterogenee.

Nei nuovi sistemi di produrre, gli scultori contemporanei cambiano spesso squadra per ciascun obiettivo da raggiungere e del contratto più remunerativo. Lo scultore lodigiano, invece, non cambia abito. Mostra una coerenza che registra, senza dichiararlo, avversione per certa arte che racconta una storia fatta senza logica né principi.

L’attualità della sua opera si fonda, invece, sulla convinzione irriducibile dell’uomo e dei suoi valori, della sua indivisibile e visibile identità fisico-spirituale. E’ una convinzione morale, intuitiva, intellettuale e poetica, da cui nasce anche quel senso della continuità che in alcuni manufatti è segno vivo di tensione e di modernità.

Nella gestazione del proprio operato scultoreo egli conserva all’immagine una essenzialità compositiva che coincide col sentimento che l’artista ha della figura: di ispirazione spontanea, spogliata da superfluità, modellata con sensibilità, senza ispessimenti di procedimento o di mestiere, diretta nella comunicazione. Risultato dell’impulso emotivo che da spinta al processo creativo.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag ,

ALBERTO SAVINIO. Complessità tra il visibile e il dicibile

Cos’è mai la complessità in arte? Il piacere di dipingere difficile; di narrare difficile; di poetare difficile? Quanto c’è nella complessità dei vizi delle avanguardie e dello sperimentalismo? Il contrario vuole significare dipingere, narrare, comporre una poesia o una musica con linearità, semplicità, coerenza. Naturalmente, le risposte sul senso della complessità sono sempre molte. Una di queste è dello scrittore Alessandro Baricco, che ci piace ricordare: la complessità: “è un grimaldello” per giudicare (un quadro, un romanzo, una poesia, un film.
Complessità, non è sinonimo di difficoltà; questo è il vizio di molti artisti, scrittori, poeti, musicisti che presentano aspetti inquietanti della confusione, del disordine, dell’ambiguo, dell’incerto.
Quando si parla di complessità, si cita di buona voglia Alberto Savinio ( Andrea de Chirico) che fu pittore e scrittore acutissimo, di talento, un vero vortice di originalità, contrastato da tanti critici bru-bru che lo accusarono per i suoi soggetti metamorfici e le surreali commistioni tra mondo animale, vegetale e minerale.
Tiraratelo in ballo sulla “complessità” e il rischio è assicurato,  quello che in un saggio su Il Verri (Milano, n. 33, gennaio 2007) il semiologo dell’arte Paolo Fabbri aveva presentato come una “gaffe semiotica”: “…che, per sua vocazione, è un metodo adeguato ai caratteri più singolari di Savinio: il plurilinguismo e la multisegnicità. Diversità di sostanze espressive e di contenuto – lingue naturali, generi letterari, teatro, pittura, scenografia, ecc… – che Savinio indicava come le manifestazioni di un universo di senso coerente. E  aveva citato lo stesso Savinio: « Chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colore, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico» (O: 473). La coesione di un discorso che si svolge «dalla musica alla poesia, dalla poesia alla pittura e dalla pittura al pensiero “puro”».
Andrea De Chirico nacque nel 1891 ad Atene, da genitori italiani, la madre era una baronessa del nord, il padre un ingegnere siciliano che costruiva in Grecia ferrovie. Ad Atene studiò musica; e con un premio di composizione in tasca lasciò il paese alla morte del genitore. Finì a Monaco, frequentò Max Reger, allora soprannominato “il Bach moderno”, poi fu a Milano e a Firenze, quindi a Parigi, accolto insieme al fratello da Guillame Apollinaire. Lì assunse lo pseudonimo di Alberto Savinio.
Le mostre che gli furono ordinate (alcune anche recenti ai Musei degli Eremitani a Padova, alla Fondazione Magnani Rocca, su format da Mazzoleni-Torino)e) cercarono (senza dichiararlo) di stabilire chi dei due fratelli avesse avuto influenza sull’altro. Insipidezze di critici! E’ risaputo che quando de Chirico inventò la pittura metafisica, Savinio si aggirava attorno agli stessi personaggi, i manichini, le piazze deserte, le arcate misteriose, le poltrone, eccetera …
Nella eterogeneità di pittore, scenografo, illustratore, scrittore, musicista egli cercò di dare un senso comune alle sue attività attraverso la linearità e la leggibilità. E’ stato perciò un artista che ha sempre diviso i critici: gli estimatori ne esaltavano la genialità presente in dipinti che irridono ogni retorica con inesauribile fantasia, il suo humor, la sua saggezza; gli avversari, lo accusavano di esterofilia e di gusto macabro, di indifferenza degli uomini, di “dilettantismo”.
In realtà egli portò avanti in pittura una propria linea nel fantastico penetrazione uomo-animale; insistendo però anche a smascherare le certezze borghesi e le proprie, a parodiare i soggetti mitologici e il citazionismo (l’ appropriation art, che teorizzava il ritorno alla manualità e all’uso dei colori); mentre in letteratura praticò forme brevi o miste e comunque sperimentali, alternando prosa e poesia, italiano e francese, stile aulico e disfemismi, mescolando generi e toni diversi fra loro (lirico, visionario, drammatico, narrativo, oratorio). Un mescolamento che lo fece accusare di complicatezza e inaccessibilità. Giudizio che la critica più recente (Alessandro Tinterri dell’Università di Perugia) sta smantellando, raccogliendo informazioni che ricostruiscono la storia interna ed esterna di ogni singolo testo, e dei possibili itinerari della scrittura saviniana.
Sul piano politico Savinio esordì manifestando idee fortemente antisocialiste e belliciste. di critica alla democrazia e all’egualitarismo, colpevoli a suo dire di avere banalizzato l’arte. Dopo una fase di vicinanza al regime fascista se ne allontanò nel 1939 e con l’armistizio rese più esplicite le sue idee liberali ed europeiste.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag ,

Di come il virus ha offerto nuove modalità di fruizione dei capolavori artistici

Ho trovato interessante questo articolo su Econopoly, lo condivido sperando possa esserlo anche per voi.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Panorama artistico lodigiano: Le ceramiche di Caterina Benzoni Colizzi

Un vaso della ceramista Caterina Benzoni

Di Caterina Benzoni Colizzi ceramista lodigiana, si parla e scrive troppo poco. Non che rischi il buio della memoria. Non fosse altro perché la sua produzione regge su standard di creatività artistica prima ancora che artigianale; ma l’inosservanza è compagna dell’indifferenza. Soprattutto in tempi quali gli attuali che hanno spinto ai margini dell’ interesse pubblico non tanto la ceramica ma l’arte tutta e messa in soffitta, da quasi cinque anni, l’ultima esibizione delle sue opere.
La sua ricchissima produzione sintetizza senza eccesso d’enfasi la capacità tecnica, lo stile, il gusto e l’ eleganza, il perfezionamento e le modificazione con cui questa decoratrice di talento tiene alta da anni a Lodi la ricerca attorno alle componenti esornative della ceramica artistica.
Il suo è un vero e proprio appassionato apprezzamento dell’ornamentazione naturalistica settecentesca, alla francese, per l’ esplorazione magistrale che l’artista fa degli effetti luministici. L’attenzione su di essa va però anche oltre, è richiamata dalla ornamentazione di struttura geometrica, di sequenza semplice, lineare o complicata, affidata agli apparentamenti di patterns, questi di derivazione diversa.
Nella sua produzione non sono secondarie le presenze dei simboli figurativi, e in particolare nelle nature morte, eccetera . La maggiore attraibilità l’esercitano i ricchissimi e intensi decori che vivacizzano le tipologie della tradizione storica lodigiana.
Artista sorprendente, Caterina Benoni Coalizzi da alla propria ceramica una leggibilità e una nettezza di accenti che da sempre incontrano i favori e il gusto diffuso, non solo locale.
Merito di una perizia esecutiva che nobilita un artigianato prestigioso e offre prova di come pur attingendo a modelli consacrati, ella sappia interpretarli e rinnovarli con la duttilità del proprio talento decorativo. Quando il mestiere approda a tanta sapienza il confine tra artigianato e arte ovviamente si sfuma, lasciando intendere quanto entrambi i linguaggi esprimano con diversa funzione ed intenzionalità una analoga tensione estetica. La Benzoni Colizzi non è un’artista che si riduce a “fare bene”, a realizzare “a regola d’arte”, ad abbagliare e impressionare con l’ abilità ornativa. La distinzione tra le sue ceramiche e altre concerne l’insieme “mentale” e culturale e di governo dei dettagli di intricatezza – originalissima nel calibrare le proporzioni e le disposizioni e nel proporre i motivi. La sua arte decorativa ha perciò la caratteristica di liberare la percezione del fruitore.
L’ornamento “inganna il mondo” si sente spesso ripetere. Non è solo una frase ad effetto, è un ammonimento, Le decorazioni ornamentali abbagliano chi si arrende ad esse senza riflettere. Non che le decorazioni siano immuni da obiezioni. Le occasioni che confermano il discorso, se ne sono viste parecchie in città, dove le forme a buon mercato, gli orpelli, le dorature, le spruzzature servivano come metafore per qualsiasi tipo di mistificazione.
Senza ardire particolare la Benzoni proclama la sua differenza. Nei segni e nelle visioni, regala lavorati di esperienza, di ornamentazione e virtuosismo. Da cui fa uscire fuori l’amorevolezza, la cura e la distinzione con cui viene perseguito l’ artificio visivo all’interno delle forme.
Un decorum di correlazioni di stili e tonalità emotive, che esprime una fascinazione ludica e gentile, in cui ogni segno finisce in un ricciolo e tutto è messo in ordine, senza spazi vuoti, da soddisfare i territori del gusto e della mente. Non smentisce la propria fama di “artiere”, fatta di bravura artigianale e perfetta esecuzione dal lato tecnico e del mestiere. Decorare, un vaso, un piatto, un’anfora o un qualsiasi altro oggetto, è un’arte che la ceramista coltiva con ricerca, disciplina, perizia. I risultati si vedono: nella raffinatezza del colore, nelle finezze dell’apparato decorativo, nelle tipologie monocrome, nelle variazioni e nei rafforzi degli effetti visivi. Naturalmente vi sono anche altri segni di distinzione: i richiami ad alcuni maestri ceramisti locali, le invenzioni, permutazioni e combinazioni. Nei manufatti non c’è però solo finezza virtuosistica e qualche richiamo alla tradizione, c’è l’unirsi di ricerca formale, di interpretazione, di abilità compositiva, e di cultura del decoro. Una razionalità che sposa la poesia.

Aldo Caserini

 

 

Contrassegnato da tag , ,

OMAGGIO A LODI Antonio Mazza (foto),Adriano Uggè testi) e Rino Palmieri (arrangiamento) Dedicato ad Ambrogio Sfondrini

T

Dedicato ad Ambrogio Sfondrini

Fotografie e montaggio di Antonio Francesco Mazza
Testi Adriano Uggé
Arrangiamento Rio Palmieri

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

PANORAMA ARTISTICO LODIGIANO: FRANCO DE BERNARDI, TRA GESTO E MATERIA, OLTRE L’INFORMALE E LA CONCEPT ART

FRANCO DE BERNARDI

Il virus (non infettivo) dell’arte e della pittura, Franco De Bernardi, classe 1941, l’ha contratto ancora giovane, frequentando lo zio Carlo De Bernardi, ritrattista e forte disegnatore, dal quale prese anche qualcos’altro della sua storia personale, il carattere, piuttosto chiuso e riservato, da avere attraversato il Novecento lontano dai circoli e dalle correnti, manifestando contrarietà ai palcoscenici e alle liturgie dell’epoca e fu di conseguenza un pittore complesso, che mise in mostra le sue opere solo raramente.
L’avvio dell’attività pittorica di De Bernardi è a “scavalco” tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, mentre in Italia ci si apprestava – in modo decisamente poco accorto -, a gettar via l’arte precedente (detta borghese o anche accademica) mentre sul proscenio si faceva più marcata la frattura tra “arte popolare” e “arte colta” e si affacciava il grave problema di come far vivere una tranche de vie alla pittura, considerato il lipidamento (il lasciar andare) delle esperienze, degli esiti o degli stadi appena avviati.
Al contrario l’’indirizzo della sua pittura consolida le radici con le esposizioni promosse a Codogno dalla Minigalleria di Bellini, che in via Roma andava esponendo autori locali e non (di buon livello), e le prime “uscite” a S. Margherita Ligure, Piacenza, Milano, Cremona, Bergamo. A prescindere dalle prime idee attorno all’arte, egli manifesterà poi scelte di indirizzo personale, che ha saputo mantenere attraverso gli anni e gli sono valse a dare una vigile impronta ad ogni suo lavoro.
Infatti, a parte alcune eterogeneità e multiformità che si possono rinvenire nei lavori titolati fossilizzazioni, ruggini, striature, forze direzionali ecc. che hanno caratterizzato la fase successiva quella d’avvio del suo percorso, le tendenze che hanno animato l’arte degli anni Settanta non sembrano avere trovato adesione nelle scelte immaginative e nei materiali d’uso dell’artista. Le sue ricerche presero a ruotare preferibilmente attorno all’esplorazione delle potenzialità del soggetto-materia, attraverso l’uso bidimensionale di colle, tracce segniche lasciate sulle ardesie, a dare uso e visibilità ai fondi, alle plastiline e tecniche miste.
Si tratta di importanti risultati che non conosceranno le moltiplicazioni dei punti di vista o il bisogno di caratteri ultimativi o insoliti per renderli originali (ma anche a mistificarli). In essi vi sono sequenze forse più nominali o di titolazione affidati ai singoli lavori, che, a ben vederli, sono in buon numero di riferimento materiale, e indicano il passaggio da una tessitura di pura sensibilità a una scelta di richiami naturalistico-materici. Che peraltro, era già stata esplicitata nel ciclo dei collage dedicati sul finire degli anni Ottanta ai fondali marini, alla crosta terrestre, alle civiltà sommerse, all’evoluzione della terra, messi in mostra al Centro Vanoni a Lodi.
Facendo capo all’archetipicità, alle ascendenze mimetiche, a quanto visibile o non visibile, al pensabile e all’avvertito, eccetera i “cicli” di De Bernardi sono entrati ormai in un cinquantennio di attività e di ricerche. A tale proposito, si può dare scontato che l’artista sia stato in qualche caso influenzato dai diversi momenti e linguaggi alternatesi sotto i nostri (e i suoi) occhi. Ma, non c’è dubbio che nella sua intensa produzione le varie espressioni dell’ informale non l’abbiano influenzato da lasciare qualche traccia; come è pure indubbio che vi siano stati artisti che possono avere suggerito fasi del suo lavoro, soprattutto per l’impegno da essi dato all’utilizzo in pittura delle superfici materiche.
Quegli anni, che possiamo approssimare attorno il Duemila, non rappresentarono per il nostro artista una diversità da fargli cambiare il linguaggio. In esso si è avuta solo una ripresa di lucori tonali (in ogni caso sempre intensamente chiaroscurali), mentre l’ oggettivo (se mai ci fosse stato) non può che aver corso sulla linea consolidata della plasmazione della fisicità della materia scaturita dal fare. Invece, di più c’è, disinvoltura maggiore accordata dall’artista all’ immagine (a forme che risultano dai processi maturati attraverso le congiunzioni dei materiali e la sperimentazione dei procedimenti) che conferisce chiarezza, con disinvolturametamorfica, a visioni enigmatiche, contro-corrente, su cui l’artista proiettata l’ansia di un rapporto non contemplativo ma flagrante, di intime e lontane risonanze.
Di tutta la pittura del lodigiano di mezzo secolo, De Bernardi è uno dei rappresentanti più significativi, più storicamente impegnato, non estroso, ma all’avanguardia, sottratto e distante da quelle forme così dette nuove, in realtà unicamente convenzionali. E’ sempre stato un pittore che non attinge a fonti letterarie, preferendo fare con i limiti della pittura, l’ispirazione della materia, le forme forti (o delicate), personali e vitali, coinvolgenti emotivamente e poeticamente, con gli agenti dinamici che creano nell’azione e nella concretezza desiderio, ripercussione, intreccio, idee, metafora, paradosso.
Sensibile alle problematiche artistiche, ma non d impegnarlo direttamente sul fronte dialettico i suoi lavori , fino agli ultimi in cu fa originale ricorso a leghe di alluminio d’uso casalingo, egli accomunano sostrato manuale e materiale, onirico, memoriale, consapevolezza critica e partecipativa e sensibilità lirica ed esistenziale, permettono al fruitore di avvicinarsi a nuovi orizzonti percettivi. Non è poco, ci pare.

Aldo Caserini