Archivi categoria: Artisti

Gabriele Vailati al Museo della Stampa Schiavi

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BENITO VAILETTI: commento per una mostra

La mostra di Benito Vailetti in corso fino al 2 dicembre prossimo alla Bcc Centropadana a Lodi, è una antologia “non canonica”, senza eleganze referenziali di codici estetici particolari, realizzata grazie ai lavori resi disponibili in gran parte da due suoi amici collezionisti: il costruttore Nino Mancini e l’ex cucitore d’alto artigianato Santino Giberti.
Alla completezza dell’”itinerario antologico”, nella maniera più scrupolosa e dettagliata, manca però un catalogo che setacci l’intera opera dell’artista, le sue scelte, i suoi clichè. Ciò nonostante alla mostra non difetta l’attenzione del pubblico, che numeroso dai primi giorni della esposizione ha distribuito sui quadri un consenso spontaneo, fuori da ogni previsione, da rinverdire il richiamo agli esiti espressivi e poetici e svegliare l’esigenza di un riesame critico, che non ricorra in partenza alle abituali descrizioni sull’ indole e il carattere dell’artista.
Nell’amplissima produzione di oli, acquerelli, pastelli, litografie il dato temperamentale ha senz’altro avuto “gioco”, non però da costituire criterio uniformante e legittimare prioritari certi suoi umanissimi sfoghi. “Stuzzicato!” in vita come “copista” minore del padre Giuseppe – senza capire che la pittura può vivere di una inesprimibile continuità e variazione e interpretare spiccata alterità senza allentare l’abbraccio -, le tele e le carte in mostra scoprono come per organizzazione intellettiva Benito Vailetti è stato un artista di doti formali di linguaggio e di sensibilità da differenziarsi dal genitore. Una differenza che non aveva trovato individuazione neppure nel catalogo “I Vailetti” di otto anni fa, benchè le notazioni fornite in esso meritino d’essere rilette.
L’attuale mostra curata da Mario Quadraroli, sembra voler (poter) far decadere qualsivoglia criterio di informazioni di quanto si è potuto leggere sino ad oggi. Nei ritratti, nelle nature morte, nei paesaggi abudani e non, il dato espressivo risulta sviluppato con diligenza ed estemporaneità risolutiva su fondali di passione vitale, con un fervore dell’umano a volte istruito con pupille deluse. Chiarisce un pittore di grazia che diremmo (poeticamente parlando) “luziana”, e, pittoricamente, primariamente negli acquerelli, di compimento “raimondiano” e lombardo, autore di una pittura di soggetti e di addizioni d’ ogni esperienza, portatrice di memorie a fil di pelle.

Aldo Caserini

I pastelli di Manuela Prati al “Bizzò” di Lodi

La stagione invernale delle mostre non ufficiali si è avviata a Lodi con qualche novità. Al Bizzò è stata inaugurata una vivace esposizione di Manuela Prati: un gruppo di pastelli che nascondono spesso messaggi dedicati a luoghi e persone care all’autrice, che ha voluto intitolare Miss Lodi, la Nemesidove c’è un omaggio a un’Ada Negri che richiama Marilyn Manson, modella statunitense e show girl del burlesque specializzata in performance fetish softcore, c’è la fans di Paolo Gorini, una sirenetta sorpresa a coccolare il drago Tarantasio all’isolotto di Achilli, c’è Ortensia, un cucciolo di dinosauro femmina e sono diversi i richiami locali.
Approdata al disegno dopo avere lavorato in pubblicità, la lodigiana Prati che attualmente ricopre un incarico importante alla Fondazione Mattei all’Eni, non ha ridotto il proprio impegno nel coltivare il mondo colorato con le proprie Caran D’Ache. “Disegno – fa sapere – da quando mi ricordo di me. Non ho nessuna formazione accademica, non ho nemmeno un programma a dirla tutta. Sono timida e la mia è sempre stata una urgenza comunicativa. Parto da un foglio di carta, un mondo bianco e immacolato dove creo i miei mondi colorati con pastelli”. Si è data uno pseudomino impegnativo: Nemesi, riprendendolo dall’antica mitologia greca, dalla dea della giustizia che impartisce “a ciascuno il suo”, ma che nell’accezione comune – da Omero a Aristotele, da Erodono a Claudio a Plutarco fino ai nostri giorni – viene usato con significati e sfumature diverse. Non è comunque il suo significato o l’ etimologia a fermare l’attenzione, bensì i particolari di storie raccontati nei fogli alle pareti del Bizzò in via Cavour, e il linguaggio. Assai vicino a quello di una graphica che spazia nella gamma fantastica-meta narrativa-segnico pittorica, in cui l’immagine abbandonato il reale trascolora nel surreale o, viceversa, in virtuosismi fiabeschi da fumetto – in cui il disegno offre libertà vastissime al maneggiamento dei ricami, ai richiami scritti e verbali, basati sull’interazione dell’io narrante disperso nel disegno, nel segno, nel messaggio, nel colore, in un rapporto non scontato e variabile a seconda dei soggetti affrontati.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito, sul piano ideale è comunque l’intenzione, tale da avvicinare il linguaggio espressivo a una delle tante variabili della contemporaneità. Sino all’estremo di una figurazione fantastica (tutt’altro che disimpegnata), sia pure con una visione quasi allucinatoria, grottesca, capricciosa, ma decisamente (e in positivo), quasi giocosamente meta-poetica.
La mostra ospite da Bizzoni è una sorta di graphic short story. Di racconti brevi sviluppati attorno a una immagine centrale, che indagano il mistero della creatività, per esempio nelle oscure relazioni con la sfera onirica. La Prati conduce in un universo magico nella descrizione, che cattura e ammalia con il proprio ritmo, a volte in apparenza disordinato, in effetti incantatorio, che ha sempre al centro l’immagine femminile e l’occhio di Ra o di Horus, segnata da timbri diversi, di episodi e richiami minimi e, tuttavia, esemplari. I suoi pastelli sono un insieme ricco di trasposizioni, appunti, pause, dettagli resi con scrittura corsara, carichi di sincretismi e visioni che danno corpo al colore. La grafica risulta così allearsi alla fabula, con abilità formale e sensibilità di contenuti. Si offre come felice incontro con l’arte, con il libro, il ricorso a un tempo di fruizione libero, variabile, reversibile.

Aldo Caserini

“Carte d’Arte”: figurativo o astratto la grafica d’arte indaga sé stessa

CARTE D'ARTE 2018Carte d’Arte, curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia festeggia a “Bipielle Arte” il proprio ventennale d’attività.. Introdotta dal presidente Bellocchio e da una “riflessione” di Walter Pazzaia, docente di San Giuliano Milanese, l’esposizione inaugurata domenica sera da riscontro di quattro artisti di significativa espressività ( Delpin, Stor, Villa e Margheri); rende omaggio allo stampatore Franco Sciardelli, ferma, infine. l’ attenzione sugli artisti proposti dalla Milano Printmarker di Luigi Pengo (nipote dello stesso Sciardelli).
Fare grafica d’arte oggi in Italia è fatica da eroi. Carte d’Arte costituisce un argine al disinteresse che tracima dove prima c’era stata una storia d’amore. Quella che aveva orientato il lavoro creativo di Franco Sciardelli con i vari Greco, G. Pomodoro, Guttuso, Migneco, Melotti, Baj, Rognoni, Minguzzi, Cappelli, Valentini, Cazzaniga, Richter, ecc – presenti in mostra con esemplari improntati da Sciardelli e dal “sciur Bianchi”, suo tipografo esperto: una storia nata tra inchiostri, vernici, utensili, carte, torchi , acidi forti e ossidanti, paste abrasive, lastre di rame, zinco, ottone ecc…
”Resiste” questo amore? Oramai lontani sono i “tempi d’oro”, quelli che richiamavano l’attenzione dei critici d’arte anche sulla grafica, in cui nascevano e prosperavano le riviste specialistiche (come dimenticare Grafica d’arte, Ex libris, Il Collezionista ex libris, I quaderni del conoscitore di stampe, L’arte a Stampa, Il Calamatta, Print); Allora prolificavano i premi e i concorsi, gli stampatori si scoprivano essi stessi artisti, prosperavano le gallerie e il collezionismo non era una desiderio.
Oggi ci si accontenta di poco. Ci si sente sollevati dal fatto che esistono ancora artisti (pochi) che coltivano il linguaggio e associazioni che a quella “storia” legano la loro storia. Tra queste la Mons. Quartieri che sfida il casino e aiuta a tenere gli occhi aperti.
Le Stanze della Grafica destinano omaggio all’editore Sciardelli, che fu stampatore ricercato ed elegante, e del quale è in esposizione una ricca selezione di opere di acquafortisti che frequentavano la stamperia di via Ciovasso insieme a Sciascia, Sanna, David Maria Turoldo, Schwarz e altri e costituivano una sorta di “mondo magico”, che lui, siciliano, chiamava “la cascata di Catafuro” (dove l’acqua era sostituita dalle novità, dalle idee, dai modelli mentali, dalla creatività ecc.) .
L’esposizione grafica è poi affidata ai fogli di Dario Delpin, maestro in un’arte fatta di abili segni e buoni sentimenti. Nelle acqueforti esposte Delpin documenta energia e riflessione. Nei fogli “Mestole”, “Scarpe e ciabatte”, “Cesto in cantina”, “Bateia in secca”, “Reti a Primero” e in tanti altri, rivela un segno di forte carica espressiva che lo fa distinguere.
Su una linea più attuale (“Madagascar”, “Internazionale”, “Cariatide” ecc.) muove Nicola Villa, approdato alla grafica contemporanea, che indaga e lascia intendere dinamiche sociali e mescolanze di comportamento.
Laura Stor da invece riscontro a linguaggi di inappuntabili tecniche. Nelle acqueforti-acquetinte si segnalano “All’ombra della torre”, “Periferia”, “Lungo il fiume, in quelle acquerellate “Praga: il giardino della memoria; nelle ceremolli distingue “Gradini logori”; in linoleografia “Dolomiti al tramonto”, “Tavolozza d’inverno”.
Il quadro è esaurito da Raffaello Margheri che realizza buoni risultati all’acquaforte e li concretizza con metodo consolidato in paesaggi (“Po’ a Piacenza”, “Vaso di acacie”, “La nebbia”, “Barche”, “La curva”. E nature morte.
Milano PrintMakers, infine, arricchisce la mostra con l’arte giapponese della stampa su matrice di legno e opere di Kuniyoski, Hokusai e Hiroshige.

Aldo Caserini

Claudia Reccagni, tutti i colori del grigio

“”Il disegno è stato la mia principale passione fin da piccolissima, tutta la mia infanzia è stata accompagnata da flotte di fogli e foglietti pieni di disegni, diari illustrati, tentativi di pittura dal vero. Ho espresso sempre forte curiosità per la natura, gli animali e la figura umana, principalmente femminile”” “”Ho riscoperto il mio amore per il disegno di recente, rimettendoci una passione ancora più sentita. Mi reputo un’esploratrice, seguendo istinto e ispirazione cerco il mio percorso artistico””.
Così si regala la psicologa lodigiana Claudia Reccagni, artista figurativa, diplomata al Callisto Piazza, con frequenza discontinua, e alla fine interrotta, all’Accademia di Brera, della quale è in corso a Villavesco fino al 30 settembre una mostra personale, “Tutti i colori del grigio”, (via Solferino 2/a, Tavazzano con Villavesco), organizzata dal pittore Roberto Fenocchi all’interno del “Mese d’Artista”.
Quella della Reccagni è una mostra da vedere perché il disegno, la grafite, il pastello, il gessetto non sono solo materiali di esercitazione o pratica o studio, ma codificano una maniera artistica, la cui tecnica assume nei risultati una caratteristica precisa, provvista di peculiarità percettive e stilistiche.
In una quindicina di ritratti di composizione rigorosa, privi di ritrovati canonici, l’artista affida una gamma tonale percorsa da un gran numero di vibrazioni chiaroscurali che variano la percezione ottica, ma in particolare arricchiscono il suo disegno nitido, a tratti neoclassico, di sfumature e dettagli, luci e ombre.
Della Reccagni si parla poco o niente. Eppure dimostra non solo di possedere buona tecnica ma sensibilità, spostando l’attenzione dal contenuto del soggetto a un altro campo, dalla riproduzione o invenzione realistica alla valorizzazione del bianco e nero, che si credeva relegato al passato. Ha scelto di praticare un tipo di ritrattistica non per una facilità nell’uso della matita o del pastello o del gessetto, ma, immaginiamo, per sottrarre la propria arte ai molti conformismi correnti (non solo in provincia), ai tanti “mi piace” che il colore suggerisce all’occhio comune, o forse perché il grigio (il nero e il bianco) conferisce l’idea di intelligenza, di “materia grigia” faceva notare Mario Pozzati maestro della matita e carbone su carta..
In pittura il grigio ha uno status particolare, del quale si sa poco e si fa cenno pochissimo. Una ragione ci sarà anche, soprattutto c’è la concorrenza della fotografia. Ma a voler dare un’occhiata alla storia del mezzotinto, c’è qualcosa che va assolutamente recuperato. “E’ il colore più ricco da lavorare”, sostiene lo storico e antropologo Michel Pasteureau. E’ un colore che non inganna. Le sue sfumature si chiamano attenuazione, leggerezza, tonalità nuance. Attribuzioni che non hanno bisogno di spiegazioni. Appartengono alla sfumatura. Sono la sfumatura. Non hanno bisogno di essere citate. Mentre negli undici altri colori la sfumatura ha bisogno di essere indicata.
Il grigio nero rafforza la rappresentazione, nei ritratti aiuta a dichiararne i caratteri, la leggibilità, libera dal preconcetto che il disegno se non è tecnico è poco gradevole, interessante. La Reccagni è un’abile disegnatrice, non solo perché possiede tecnica, ma perché espressiva. Forse è un po’ monotematica (ritrae prevalentemente visi umani e animali). Il suo è un mondo privo di colori, ma eloquente, significativo. Che capta la luce in modo bicromatico. Senza dichiararlo, sembra andare contro le convenzioni che i sistemi colorati pongono per cambiare ciò che rappresentano. Il grigio e il nero dell’artista lodigiana non rappresentano simboli (come i sei colori di base). Le uniche variazioni che suggeriscono sono quelle dell’interpretazione e dalla poesia.

Nota pubblicata sul quotidiano Il Cittadino di Lodi

BENITO VAILETTI (1934-2003) oltre la paesaggistica

Il pittore Benito Vailetti in una foto di Franco Razzini

Con Vanelli, Franchi, Vertibile e Bosoni, il pittore Benito Vailetti (1934-2003) – figlio minore del noto Giuseppe (1889-1950) – appartiene al cuore centrale di quegli artisti locali che, nati negli anni ’30, si regalarono alla scena artistica tra gli anni ’60-’70 in un panorama dominato dalle personalità di Monico e, con diversità di modelli, da Migliorini, Antonioli, Maiocchi Bonelli, Vecchietti, Vigorelli, Malaspina ecc.
Scomparso il padre, il sedicenne Benito Vailetti ne fece – da autodidatta -, il suo modello, fino a quando l’occhio gli parve sufficientemente esercitato e la mano sicura da iscriversi ai corsi di nudo a Brera. Si liberò di un bel po’ di trappole (non tutte!) e consapevole della natura soggettiva della creazione artistica operò il salto verso il ritratto e una pittura popolare, fatta di suggestioni e vibrazioni.
Diventò un pittore che sapeva riflettere sul colore, tanto da realizzarlo lui stesso. Fondamentale fu l’esperienza dell’acquerello, condotta più sul motivo e sulla composizione, accelerando “l’occhio” alla pura luce.
Esordì al Museo nel 1964, poi a Rimini alla sede di quel Comune e alla Ars di Milano. A Lodi si presentò più volte al Circolo Filatelico e al “Vanoni” e con Luigi Poletti realizzò il monumento a barcaioli e lavandaie sulle rive dell’Adda. Dei suoi lavori sono ornate case e sedi istituzionali: una quarantina faranno parte della selezione che a partire dall’8 novembre p.v. sarà in mostra alla Bcc Centropadana in una “commemorativa” affidata alla curatela tecnica di Mario Quadraroli, nata da una idea di Santino Giberti e Nino Mancini, estimatori e collezionisti dell’artista che si sono mossi per ricordarne i quindici anni della morte e portare un “aggiornamento” alla sua avventura artistica.
Molti hanno ritenuto il dipingere di Benito Vailetti sulla carta e il cartone un segno di difficoltà. Fu, invece, un segno di progressiva autonomia, di evoluzione, in grado di portare a certi effetti il risultato. Anche se dalla pittura del padre non si stacco mai del tutto nel sodalizio con il fiume e la campagna lodigiana e nell’insistere sulla “emozione lirica” – oscillando tra colorismo brillante, atmosfere, impronte polverose e alchimie di mestiere – si concentrò su ritratti di anziani e bambini e nature morte, cimentandosi oltre che con l’olio e l’acquerello, con il pastello ad olio, e pure con la litografia, raccogliendo apprezzamenti da critici e noti pittori ( Giuseppe Migneco, Gino Moro).
A differenza del fratello Santino che sostituì la sua pittura ” con un linguaggio fuori dalle “visioni interiori”, Benito privilegiò il vero, “la memoria”, la natura, le “cose” (le bottiglie in primo luogo, senza però mai cercare Morandi), lo spleen, il “respiro dell’anima: in chiave prima di convenienza poi di dichiarata diffidenza verso le avanguardie. Negli acquerelli – diceva – voleva creare e non ricalcare.
Nella mostra “I Vailetti”, e prima ancora alla Ars Italica a Milano, al Circolo Vanoni e alla Associazione Monsignor Quartieri i suoi lavori esibirono una pennellata moderna e a un’accortezza di richiamo “raimondiano” (Aldo Raimondi, acquerellista di fama nazionale), svelando abilità nel colore, nell’ intonazione, e anche agilità e freschezza, tutt’altro che pretenziosi.

 

Opere di Benito Vailetti – Bcc.Centropadana, sede di Lodi, corso Roma – Inaugurazione 10 novembre p.v.

 

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Carlo Zaninelli (1888-1925), NEL SOLCO DEL REALISMO ALLA “Centropadana”

Carlo Zaninelli è stato uno dei protagonisti della storia artistica locale, probabilmente uno dei maggiori pittori del territorio dell’altro secolo, maestro per influenza di un po’ tutti coloro che sono venuti dopo e che in pittura hanno

Carlo Zaninelli: Autoritratto, olio su cartone telato, 38×28 cm.

cercato non un mondo fantastico, ma una ricostruzione emotiva e psicologica da permettere loro di partecipare a quel clima che si andò delineando alla sua morte, intervenuta a 37 anni nel 1925. Grazie all’impegno di Tino Gipponi ora si torna, dopo tanti anni, a parlare di questo pittore, di cui sono state veramente poche le occasioni per approfondirlo: un’antologica nel 1959 al salone dei Notaia e l’ inserimento nel 1980 in “Mezzo secolo di pittura lodigiana”.
Con curiosità e interesse, la mostra affidata alla curatela del critico lodigiano alla sede della Bcc Centropadana  dopo più di mezzo secolo dall’antologica retrospettiva dedicatagli dal Museo civico,  ha ravvivato la conoscenza del lato artistico, aiutando a scoprire quanto nella sua opera aveva in sé un valore di comunicazione, di messaggio, di colloquio, vale a dire il valore di indagine e di comprensione della realtà, condotto attraverso la pittura, e non solo quanta intelligenza e attualità è ancora nelle sue scelte artistiche.
Pur uscendo come il Vajani e lo Spelta dall’Accademia, tenendo le stesse linee maestre, Zaninelli ha sempre creato nelle proprie opere equilibrio e armonia nel senso della visibilità e del formalismo, senza inseguire elementi particolari di choc, mantenendo anzi scelte capaci di procurare suggestioni, da far chiedere se il suo atteggiamento verso il reale fosse più un atteggiamento di tipo poetico o non avesse scopi di tipo attivo, extraestetici.
Le molte opere prodotte compongono un insieme di pagine di sapore diaristico in cui hanno spazio umane tensioni e umori e rari sono i veri felici abbandoni lirici; in cui si è portati a cogliere una ricerca pittorica rivolta all’accordo di almeno tre dimensioni, forse solo temporali, considerando la partecipazione da ragazzo del pittore alla guerra ’15-’18, che ne minò lo spirito e il fisico: il tempo ridotto della esperienza individuale, quello della cultura e civiltà, il tempo della metafisica individuale. L’olio su tavola Teschio (cm38x34) può essere una costante del suo fondere la vita, il reale e il colore, la materia e la poesia e il tempo metafisico dell’essere.
I percorsi introdotti dalle avanguardie storiche dopo cubismo e futurismo verso neoplasticismo, suprematismo, costruttivismo, metafisica, dada, surrealismo non trovarono in Zaninelli spazio da testimoniare. L’artista rimase fedele a una pittura che fu attenta a superare le residualità tardoromantiche, si avvicinò ad approfondire l’immagine senza cedere troppo ai committenti, dando spazio alla spontaneità poetica e sintesi ai richiami della vita, senza virtuosismi decorativi, osservando e connotando sentimenti non ideologici ma di umanità e carattere.
Nella pittura di Zaninelli si affermano creatività e linguaggio individuali, non sempre personalissimi e non sempre estranei ai sistemi dell’accademia che nel 1919, gli permise di vincere a Brera il premio Gavazzi.
Senza le “strazianti sensibilità” di altri artisti, le sue opere mettono a fuoco quel che Angelo Monico riconosceva come “un problema essenziale”: il rapporto fra immagine e forma, fra contenuto ed espressione, contraddicendo chi nella “resa fisionomica e psicologica” dei suoi ritratti vi vedeva percezioni naturalistiche, e nell’utilizzo della densità coloristica qualità, sentimento e stile prossimi al Delacroix, oppure eccedenze post-impressioniste.
Mentre molti artisti del suo tempo cercarono di affidare la loro pittura al gorgo della materia e dei segni, oppure a rappresentazioni emblematiche e romantiche, Zaninelli scelse a struttura portante dei suoi lavori l’immagine diligente e familiare, che esclude sforzi di interpretazione drammatica, elaborando la stesura in impasti pittorici densi di valori espressivi. Usando parole, spostò l’attenzione dal contenuto espositivo, dal soggetto o dalla “cosa”, alla loro trasfigurazione poetica, senza tuttavia eliminare apporti di produzione realistica.
Ciò fa individuare a Gipponi, la presenza nella ritrattistica zaninelliana di “una nuova concezione del ritratto”. Nella presentazione alla mostra il critico ferma l’attenzione oltre che sulla “padronanza disegnativa” e sulla “sensibilità coloristica” di Zaninelli – qualità che in un certo senso hanno assecondato e protetto, a suo dire, l’unità di stile e l’equilibrio formale delle sue composizioni nell’oggettività del vero e della sua trascrizione –, sulla poesia che diventa aggiogante e rivelazione di realtà ignote, strumento che fa avviare un colloquio intimo con l’artista, con il suo mondo segreto. In Zaninelli – è l’osservazione del critico -, più che “l’apparenza delle cose rappresentate è la vita della poesia che aggalla”.

 

 

Dario Delpin prossimamente a Carte d’Arte

La XX edizione di Carte d’Arte, la nota iniziativa di grafica promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri collegata alle Stanze della Grafica d’Arte, che ha quest’anno in programma, a cura di Gianmaria Bellocchio, un omaggio all’editore e stampatore Franco Sciardelli (1913-2015), fermerà l’interesse oltre che su uno dei maggiori stampatori italiani e stranieri, sui tanti fogli “tirati” a mano da Dario Delpin, un artista friulano che vanta in curriculum la collaborazione con poeti e scrittori isontini-friulani (Marin, Macor, Bartolini), rivelandosi abilissimo in un’arte di lontana tradizione, fatta di luce, di abili segni e di buoni sentimenti.
Autore di circa seicento tra incisioni dirette (bulino, punta secca, maniera nera) e indirette (acqueforti, acquetinte, matite o vernice molle), Delpin ha scoperto la grafica negli anni ’80 rivelandosi, cammin facendo, autore di non comune energia e consuetudine riflessiva da conferire al segno una carica espressiva individuale, in particolare nella rappresentazione di ritratti, paesaggi friulani, momenti vita contadina, mestieri e tradizioni perdute. Figlio d’arte, dopo avere esplorato caratteri umani, angolature veneziane e tranquilli scorci di paese che indussero Paolo Bellini, docente di Storia del Disegno e della Arti Grafiche alla Cattolica di Milano a domandarsi in prima battuta a chi poteva “interessare un’arte che non grida… opere che non contengono alcuna forma di provocazione?, Delpin è sempre passato per un incisore normale, sottratto alle facilonerie critiche che non esitavano a vedere in ogni incisore friulano un rapporto o dipendenza coi vari Barbisan, Bianchi Barriviera, Tramontin, Un “autodidatta”.
Sono parole sue: “Non ho mai avuto un modello da seguire, non ho mai aderito a correnti o mode. Un po’ per il mio carattere riservato, un po’ per scelta, ho sempre costruito in tutta indipendenza e libertà il mio percorso artistico, con i miei tempi, i miei limiti, le mie conoscenze, le mie emozioni. Ho fatto sempre ciò che mi piaceva fare, ciò che mi sentivo di fare in quel momento senza alcun tipo di costrizione e, forse, anche po’ controcorrente”.
Il cammino dalla giovinezza alla maturità lo hanno portato a parlare attraverso oggetti latori di messaggi. Nelle sue opere c’è il richiamo del tempo, il richiamo della povertà che nelle sue terre fu profonda e dura, l’anima di una storia sofferta e nello stesso tempo affrontata con dignità, mai con rassegnazione, forse velata di malinconia.”
Per ciò, da più parti, è stato definito un artista “fuori dal suo tempo”. Uno dei pochi che cercano di arricchire il discorso della grafica con la nitezza del disegno, trasferendo in un segno descrittivo sensazioni raffinate e familiari, preziose. Delpin trasmette con la sua arte ritmi tranquilli, che dispiegano liricamente la memoria.
Il suo è un raccontare semplice il respiro della vita. Il tono è forse un po’ sentimentale, meditativo, lontano dalla fretta della società contemporanea che si affida al virtuale (quando va bene) e non sa riconoscere le emozioni della poesia. Nelle sue immagini tutto è fermo. Anni fa, poco prima di morire Franco Solmi, allora direttore della Galleria d’arte moderna di Bologna colse nella sua grafica “una strana magia allucinatoria” . Il legame col territorio friulano, il paesaggio e le cose, la civiltà contadina ne hanno fatto un artista lontano dalla retorica del presente.

 

Nota apparsa sul quotidiano “Il Cittadino”

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Alessandro Colonna graphic designer: La storia sportiva in nuvole d’inchiostro

Per natura, il fumetto deambula sempre sul bordo dell’interesse e del gusto che incontra: “disegno da una parte, testo dall’altra, trattenimento da una parte, impegno dall’altra”. Noi ci mettiamo anche il divertimento da una parte e la responsabilità dall’altra, l’estro da una parte e il rigore dall’altra… Sono confini che molti graphic designer dotati di spirito critico e creatività, che realizzano disegni e illustrazioni per comunicare, scavalcano sistematicamente.

E’ così che il fumetto si è trasformato negli ultimi decenni in graphic novel o graphic journalis o graphic biography o in qualcos’altro della stessa famiglia.

Oggi, il grafico scopre spesso lo stimolo a raccontare, a fare giornalismo o biografia o narrazione a fumetti. C’è un’enciclopedia di nomi che si potrebbero citare, a noi interessa Alessandro Colonna di Secugnago, autore di prodotti noti, che in collaborazione col collega del Cittadino, Francesco Dionigi di Casalpusterlengo, si è messo a risalire precise memorie storiche e sportive di illustri alaudensi e a illustrare dettagli delle loro avventure di sport e delle loro esistenze.

Si è scoperto, senza audaci scorribande, un graphic novelist che riempie nuvole d’inchiostro e contribuisce a far conoscere il fumetto quale occasione di ricerca, recuperando per certe figure il destino di una vittoria, di un’ironia o di una tragedia e altro. Così è avvenuto per Castellotti, Campari, Agello, Agosti, Morandi e altri, che alla fine hanno legato Colonna inseparabilmente al mondo dello sport, delle due ruote e dei motori.

Metti insieme alla tecnica disegnativa cronaca, racconto, reportage, storia, memoria e trovi come attraverso le contaminazioni il risultato può aver modificato gli orientamenti e le preferenze del disegnatore di Secugnago dopo Rottamario, fornendogli terreno fertile al suo disegno con L’uomo più veloce del mondo (Francesco Agello), La saetta della pista (Angelo Morandi) e che, di recente con il libro a fumetti Castellotti, ha coronando un impegno non facile, che ha richiesto aggiornamento di linguaggio e di stile. “Realizzare un fumetto biografico – dice oggi Colonna – risulta spesso più impegnativo rispetto ad un fumetto di fantasia. E’ necessaria una fase di documentazione, che richiede un impegno di diversi mesi…”

Come può allora essere considerato il medio sincretico che muove le suggestioni plurali (del disegnatore, del giornalista, del ricercatore ecc.) che ri-loca il recente Colonna?

Si può ancora parlare di fumettista quando sullo stesso piano sono soggetto, racconto, disegno, invenzione, stile. e i risultati scoprono spazi non sconosciuti all’arte?

Il graphic novel si distingue dal fumetto. Esibisce una narrativa e una complessità nuove ai comics. In Colonna segnala l’ incontro tra ricerca, giornalismo, storitelling, disegno. Il suo disegno non descrive, al contrario muove e insieme alla parola catalizza l’emozione.

 

Aldo Caserini

Ricordo di Giulio Maiorca (1942-2008)

Dov’è finito Giulio Maiorca? La sua vita s’era conclusa con la decisione di congedarsi, ma la sua pittura? Naturalmente figurativa, realista, di stampo e richiami otto-novecenteschi. Di lui pittore solitario e della sua arte fedele solo a una realtà senza fantasia, ricca delle semplici suggestioni della natura, non si è saputo più nulla. Dal giorno stesso in cui Maiorca aveva deciso di farla finita. Per altri si possono guardare i quadri lasciati. Ma un discorso che ricordi Maiorca (1942-2008) non può partire dai suoi dipinti, dalle sue tavolette di misurata dimensione.. Un po’ perché è passato molto tempo, un po’ perché non si sa dove sono finite, un po’ perché era lui stesso a liberarsene quando s’accorgeva che non incontravano più l’interesse del pubblico, e un po’ anche perché non vi sono né articoli né cataloghi che possano riassumerne il percorso creativo.
Nel dicembre di dieci anni fa, si diede la morte. Da lui cercata con lucida determinazione. Aveva sessantaquattro anni ed era ricoverato da tempo. L’evento psichico non ha spinto a conoscere la sua biografia, ma solo le leggi che a seconda delle varie combinazioni valgono per ogni biografia.
Negli anni Novanta non sapeva più vivere al di fuori di un’altra visione della vita fatta di ombre, di oscurità e di caos. Era un semplice e bravo pittore. Lo attestavano le nature morte e i paesaggi che entravano nelle case lodigiane, fino a quando l’ossessione della non-pittura e del sacrificio non diventarono il tarlò che ne logorarono la mente e l’animo.
Maiocchi si era messo in evidenza nel “Gruppo C14” (con Alex Martinato, Beppe Cremaschi, Teodoro Cotugno, Ennio Bertoletti, Luigi Poletti, Vittorio Vailati, Giuseppe Livraghi, Lino Losi, Angelo Frosio, Mario Quadraroli eccetera) e, successivamente, aveva “giocato” il ruolo della tradizione contro i sostenitori delle avanguardie. Non teneva “personali”. Forse perché la sua pittura esigeva attenzione e tempo prima d’essere congedata (mutuava l’esuberanza della composizione e la densità dei colori); o forse per qualcuno dei suoi “principi”: perché certe mostre, diceva, “stordiscono il pubblico”, “non salvano dalla falsa pittura”; perché sospettava i “ piazzisti della critica” (tutti i virgolettati qui sono suoi) è già questo lo segnavano pittore stravagante.
L’unica sua personale è arrivata in città in “retrospettiva” al Circolo De Lemene dopo cinque anni della sua morte, una mostra insufficiente a confortarne il giudizio. Del suo itinerario – un diario di sentimenti e riflessioni -, dopo quella retrospettiva i lodigiani non hanno più avuto occasione di saperne di più.
Maiorca ha sempre avuto una posizione sottratta all’ambiente artistico cittadino. Per sé rivendicava di dedicarsi alla “bella pittura”, che reggeva su soggetti figurativi improponibili in un periodo soggiogato dalle “nuove tendenze”.
Chi l’ ha conosciuto lo ricorda pittore di equilibrata misura realistica, che guardava e rifletteva atmosfere toscaneggianti di armonia cromatica, deboli di luce, praticando con tocco rorido e denso, riflettendo con discrezione il gusto dei maestri di riferimento.
Tra poco saranno due lustri dal suo commiato. Ci sono follie che non ammettono deroghe. La ragione è che vengono prima delle regole e delle deroghe. Lui ha solo derogato dalle regole di quel qualcosa nato da una fonte opaca e buia, uscendo da una condizione senza uscita vestendo gli abiti sacri della morte, andando verso la ragione, il riposo, l’abbraccio della Misericordia.

 

 

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