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“LO SGUARDO DI ADA” on line su “Infocultura”

Lo sguardo di Ada è un omaggio a Ada Negri promosso in occasione dei 150 anni della nascita dal Liceo Artistico Piazza di Lodi in collaborazione con la Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso su progetto del docente di discipline plastiche Mario Diegoli, scultore cremonese, titolare del Laboratorio di Figurazione plastica.
Con il coinvolgimento organizzativo di Mario Quadraroli, l’esposizione doveva inaugurarsi nel mese di marzo ma è saltata causa Covit 19.
Infocultura, il magazine dell’assessorato Cultura di Lodi, ha messo on line con l’intervento di Mario Diegoli le realizzazioni di trenta degli oltre quaranta artisti aderenti all’iniziale progetto. Il quadro della esibizione social è una autentica traversata tra linguaggi espressivi e  tecniche, artigianali e tecnologiche (disegni, acqueforti, oli, sculture , installazioni, artmix, poesia visiva, linoleografie, tenpere e acrilici, graffiti e carboncini, pastelli e acquerelli, rami e raku, digital painting, collage, foto, libri d’arte eccetera) che rivela l’allargamento e la fluidità dell’attuale ricerca visiva.
L’“antologia”realizzata sul social network  mostra tecniche e linguaggi con cui è data interpretazione alla poesia di Ada, oltre a confermare una pratica dell’arte che va dall’immaginario al concettuale al realistico al sensuale, da una materia all’altra, da una tecnica all’altra con attitudine e procedimenti (salvo le ovvie eccezioni) prevalentemente leggera.
Il panorama offerto on line è di sicuro diletto; esso si sovrappone  un altro panorama dato dai creativi che sottraggono l’omaggio alla retorica del rito garantendo una architettura alla esposizione mediatica: la rappresentazione e il messaggio, l’esplorazione e la memoria, il simbolo e il pensiero.

Ci limitiamo a citare per brevità: Renato Galbusera (Poesia/Ideologia, tecnica mista, rappresenta l’intensità penetrante dello sguardo di Anna Kuliscioff e la compenetrazione di quello di Ada Negri che la riteneva “sorella ideale” nell’incedere della storia); Maria Jannelli( Negli occhi di Ada, tecnica mista su tela, coglie nello sguardo l’anticipazione di tante tematiche di genere); Tindaro Calia(“Ada Negri”, è una tecnica mista su cartoncino che vanta l’impronta poetica, la ricerca introspettiva oltre che iconografica.); Mario Diegoli (“Materiali vari”, trae spunto da “Senza nome”, poesia in “Fatalità”, per realizzare un rapporto di senso tra elementi visuali e volumetrici); Gregorio Dimita (Ritratto di Ada Negri, costituisce uno sfaccettato in terracotta dipinta); Walter Pazzaia (Senza titolo, tecnica mista, richiama il dramma degli  immigranti presente in “Esilio”); Carlo Elio Galimberti (Lo sguardo di Ada è un’espressività di pittura elettronica che amplifica l’immagine di sentimenti e vibrazioni), ammonio Miano (T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile, pittura ad olio esplicita sensazioni crude di controlato espressionismo, suggerite da “Aquila reale” della raccolta “Nel profondo”).. Alle ottimizzazioni citate, si aggiungono le soluzioni di Daniela Gorla (Gli occhi fissi alla necessità,  realizza effetti digital painting); Claudia Marini (Le solitarie, tecnica mista, riprende temi della prima raccolta di novelle d’ispirazione socialista pubblicate da Treves), Nico Galmozzi (Ada Negri, acrilico su carta).
“Spezzettano” l’ elaborato, come direbbe Giorgio Manganelli, i contributi  di Angelo Noce (Crema), Luigi Bianchini (Casteggio, Pv), Monica Anselmi (Casteggio, Pv), Angelo Palazzini (Casalpusterlengo), Ambrogio Ferrari Dambros (Cremona), Teodoro Cotugno (Salerano al Lambro), Anna Mainardi (Crema), Mario Massari (Tv), Anfer Andrea Ferrari (Casalpusterlengo), Ferdinando Crottini (Pv), nonché i lodigiani del capoluogo: Luigi Poletti, Loredana De Lorenzi, Elena Amoriello, Maria Prati, Maddalena Rossetti, Marisa Leone, Domenico Mangione, Silvia Capiluppi (Milano), Maria Teresa Carossa, Maria Cristina Daccò, rappresentanti di una poliedricità di impostazioni stilistiche e di percorsi non bene classificabili, anche se nell’agire molti esprimono un orientamento tecnico-iconografico consolidato.

Aldo Caserini

Renzo Paris: “La banda Apollinaire”

Anche se non tutti i lodigiani sono i lettori che ci piacerebbe avere per colleghi di letture e lo scrittore Renzo Paris, autore di una trentina di titoli, è poco richiesto nelle librerie cittadine, il suo libro, uscito una decina di anni fa e dedicato a Apollinaire (pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki), uno dei grandi poeti europei, è di quei gustosi “ritratti” biografici che meritano segnalazione, un po’ per le novità di percorso e contenuto proposti dalla vita del poeta e portati in luce  dall’ autore, un po’ per tutti quegli elementi e fatti che loanno intrecciato agli altri compagni di viaggio e d’avventure, un po’ perché  la prodiga e sfavillante Parigi  è uno specchio seducente dei tanti mutamenti che hanno proliferato e intessuto il secolo passato nel campo delle arti visive, della produzione letteraria e poetica, della musica, dello spettacolo, dei generi popolari, incoronando numerosissime pagine individuali, ma anche di storia e i criteri d’interpretazione.
Allievo di Asor Rosa a Roma, Paris è stato a sua volta docente di letteratura in università italiane e collaboratore di diverse testate quotidiane (il manifesto”,”Liberazione”, “il Corriere della Sera) e del settimanale “L’espresso  oltre che autore di  importanti  saggi biografici).
La banda Apollinaire  è una vera passeggiata a ritroso nella Parigi  del Novecento tra le avanguardie moderniste dei letterati, poeti, pittori ostili alla cultura borghese allora dominante. Seguendo le tracce di Apollinaire l’affresco che Paris traccia con grande maestria narrativa ricostruisce il quadro di una generazione  attraverso la vita vissuta. Dominata dalle avventure della giovinezza e insieme gli impeti dell’elaborazione intellettuale e culturale di una compagnia di ingegnosi di cui facevano parte tra gli altri Picasso, Max Jacob, Breton. Cocteau,André Derain, Vlaminck, André Salmon, Alfred Jarry, André Billy, Henry Rousseau,. E soprattutto lui Guillaume Apollinaire. Tutti fatti sfilare con naturale chiarezza dallo scrittore abruzzese coi loro amori: Annie Playden, la pittrice Marie Laurencin, la nobildonna Lou, Jacqueline Kolb. Una vera e propria escursione letteraria di cui il lettore avverte la ricchezza e insieme la malinconia per un tempo perduto e irripetibile.
Poeta, romanziere e critico, dell’ampia produzione di Paris ci piace  segnalare a chi ci segue oltre  La banda Apollinaire  le poesie raccolte in Album di famiglia, Il fumo bianco e Il mattino di domani, i romanzi Cani sciolti, Frecce avvelenate, La casa in comune, La croce tatuata, La vita personale e le biografie  di  Alberto Moravia, Ignazio Silone ( Elliot 2014) e Pier Paolo Pasolini (Elliot 2015) e il suo penultimo romanzo Bambole e schiavi( Elliot 018).

Aldo Caserini

Tarcisio Pasquetti, pittore e narratore contemporaneo del futuro

Tarcisio Pasquetti è un nome che non dirà molto ai lodigiani d’oggi, e forse neppure più a quelli di ieri, tanto meno delle generazioni celeberrime precedenti, ma che da qualche tavoletta raffigurante la piana campisana o abduana, del Lambro o della Muzza o toscaneggianti nature morte di familiare retorica poetica, alle pareti di  casa di qualche ex- collega dell’Eni, suo collega dei tempi celeberrimi degli idrocarburi gassosi , è in grado ancora di catturare l’occhio e la sorpresa.
Dopo l’ultima condanna a morte eseguita in Italia, nel 1947, con la ricostruzione del Teatro Gaffurio a Lodi ripresero al ridotto di via Rossetti le mostre d’arte e tra i lavori si fecero riconoscere i primi lavori di un giovane toscano, un disegnatore tecnico che coltivava il virus (anche allora si sviluppavano) della pittura e, l’amore della letteratura.
Chiusa la parentesi espositiva dei tesserati all’Opera Nazionale del Dopolavoro Fascista, coi nomi di Monico, Bonelli, Migliorini, Vaccarini, Malaspina, Vigorelli, si fece conoscere, per la prima volta, in città, un poco più che ventenne, “che sapeva parlare di pittura” e stare “in compagnia”. Si era trasferito con la famiglia da Campi Bisenzio, borgo allora agricolo, non ancora convertito in distretto tessile cinese della piana tra Firenze e Prato. Era nato nel 1924 e a Lodi era giunto con la famiglia a guerra non del tutto ancora finita, sollecitato il padre dalle prime “voci” sui giacimenti di Caviaga e dal progetto di Enrico Mattei di realizzare  Metanopoli. All’ENI il giovane Tarcisio aveva trovato presto il primo impiego come progettista dopo il diploma di disegnatore tecnico, mentre in città si era incontrato quasi subitaneamente coi pittori e artisti locali che allora si riunivano da Angelo Roncoroni, un artigiano del ferro dotato di sviluppato gusto artistico, autore di saggi di vera abilità, da collocarsi quale vero continuatore di Alessandro Mazzucotelli della straordinaria tradizione lodigiana dei “battiferro”, che nel ‘44 aveva aperto in corso Vittorio Emanuele una sua piccola galleria. I  lavori di Pasquetti oltre che alla galleria Roncoroni e al Ridotto del Nuovo Teatri Gaffurio trovarono luce alla Corniceria Moro in corso Roma e, una volta consolidato il linguaggio espressivo, trovarono degna accoglienza alla Sforzini Arte di Pavia senza tuttavia trascurare la galleria del dopolavoro Eni, allora con sede a Bolgiano.
Sono diversi i motivi per cui è opportuno ricordarsi del “passaggio” sul territorio di Tarcisio Pasquetti pittore e scrittore; non tanto per ricordare la sua carriera di progettista-disegnatore nelle fila dell’Eni, che pure ha avuto dal punto di vista professionale la sua importanza, ma per farlo conoscere, ritrovarne la figura di letterato e di artista radicato nell’etica del lavoro e della vita quotidiana.

Negli anni in cui noi si dirigeva un periodico sandonatese, l’ex sindaco Luigi Mannucci, ce lo accennò come pittore “socialista”, “venato di amarezza”. Leggendolo come narratore, non c’era parso tale.  La porta socchiusa è un suo libro di quasi venti anni fa che racconta cronache familiari e in cui vengono messe a confronto due realtà, la Toscana e la Lombardia, San Donato, Ponte Lambro, il Lodigiano e la piana fiorentina. In esso egli rivela agilità di scrittura, non improvvisata,  ma ricca di varietà di registri, fondata sulla riflessione, sul rigore e la concentrazione poetica. L’artista scrittore mostra cuore pulsante, vitale e passionale, oltre ad una capacità di guardare alla realtà, ai ricordi e ai sentimenti, senza perdersi, e, soprattutto, senza sporcarsi.  Il sole era uscito dalla sua forma di sfera, raccoglie invece un gruppo di racconti alla scoperta di un mondo senza tempo in cui Pasquetti rientra in  un genere classico. Un mondo dove tutto il passato e il futuro è presente, e le nuvole sono accessibili a tutti come mezzi di trasporto. Sono racconti senza tempo in cui non mancano soffi di poesia: un mago mite che li orchestra e li anima e che attraverso incontri e amicizie, fa entrare in uno spazio che non conosce confini, popolato di personaggi e improbabili avventure nate da una dirompente fantasia creativa.
Pasquetti ha scritto inoltre, pubblicati da una casa fiorentina (L’Autore Libri Firenze) Delle insolite coincidenze (1999)  e La tartaruga di Elea (2009), un libro dalle implicazioni filosofiche, che prende spunto dal paradosso di Zenone di Elea, discepolo di Parmenide e che rivela l’ampiezza degli interessi e degli approfondimenti dell’autore. Pasquetti, comunque, non è stato un maestro;  ma semplicemente un pittore che ha saputo catturare col sentimento l’ attenzione dei sudmilanesi e dei lodigiani e un buon scrittore, di procedimenti accuratamente esibiti, in cui l’abilità del narratore sta nel renderli necessari. Ora i suoi quadri sono ricercati dalle Case dìasta, i suoi libri esauriti da tempo e introvabili. Significa che non hanno avuto respiro corto, nei contenuti né nella forma.

Aldo Caserini