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“E’ l’Anima che parla…” Il pocket-book dell’Opera Sant’Alberto nella recensione de “il Cittadino”

Il Cittadino del 22 luglio u.s. ha recensito il pocket-book “E’ l’anima che parla…” curato da Antonio Valsecchi e illustrato con acqueforti e chine da Teodoro Cotugno.

NEWS/FORME 70 :”PRIMA CHE IL GALLO CANTI”

Ai lodigiani che capitassero di questi tempi nel cuneese, spinti da richiami paesaggistici (vigneti, castelli, aree protette, e naturalmente, le Alpi) o anche solo dalla cucina, dai vini, dal tartufo bianco o dal salame di bue, non trascuri, se gli resterà uno scampolo di tempo, di far un salto a Guarene, un borgo di tremila anime della campagna del Rodero, dove è in corso, nel restaurato palazzo Re Rebaudengo, Prima che il gallo canti, una intrigante mostra curata da Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt.

Vi troverà esposte, una selezione di opere  di artisti internazionali messe sotto protezione pavesiana, il libro di Cesare Pavese formato da due racconti: Il Carcere e La Casa in Collina – da fornire sintesi ai temi narrati. In cui, come è noto, lo scrittore di Santo Stefano Belbo, ha esplorato gli ultimi giorni della seconda guerra  e i modi con cui gli individui li vissero,  affrontando o evadendo le nuove  situazioni  

Nelle cinque sedi dell’allestimento (otre che nella sede della Fondazione sono state adibite tre chiese, una cappella

privata e un ex carcere) sono discernibili i lavori di nomi affermati, tra cui  il performer e scultore statunitense .Matthew Barney, l’italiano Cattelan, la pittrice (di ritratti) e scrittrice cortonese Giulian Cenci, cofondatrice di Tile Project Space a Milano e del magazine online “Kabul,   l’inglese Lynette Yiadom Yiadom-Boaker, figura incline alla ricerca di percorsi dell’intelligenza artificiale; il torinese Mauele Cerutti da anni attento a reinserire nel circuito pittorico, frammenti d’oggetti d’uso quotidiano dismessi, il britannico Dinos Chapman fattosi conoscere in Europa per l’utilizzazione, insieme al fratello, di tredici acquerelli appartenuti a Hitler e autore di un’arte grottesca. Con loro, a contendersi l’attenzione sono: Alis/Filliol,  Chao Kao, Jake e Dinos Chapman, Olga Chernysheva, Hans-Peter Feldmann, Peter Fischli e David Weiss, Isa Genzken, Liam Gillick, Sanya Kantarovsky, Josh Klein, Zoe Leonard, Sherrie Levine, Nathaniel Mellors, Damián Ortega, Elizabeth Peyton, Susan Philipsz, Laure Prouvost, Magali Reus, Pietro Roccasalva, Yinka Shonibare, Andreas Slominski, Rosemarie Trockel,Helen van Meene ,Marianne Vitale, Li Wei, Richard Wentworth,  Jakub Julian Ziolkowski.

Le mediazioni culturali della mostra sono state adottate a conclusione del workshop “Verso. Educazione e mediazione culturale dell’arte” a cui hanno partecipato  studenti della Università e delle Accademie di Belle Arti del Piemonte.

Sedi della mostra:

Palazzo Re Rebaudengo, Piazza Roma 1, Guarene

Ex prigioni, Via Sismonda, Guarene

Chiesa di San Rocco, Piazzetta San Rocco, 4, Guarene

Edicola Cascina di Sant’Antonio, Via Garibaldi / Angolo Via Casoli, Guarene

Prima che il gallo canti – Opere dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo

a cura di Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt -5 giugno – 1 agosto 2021, Guarene

Orari: Sabato e Domenica dalle 12.00 alle 19.00. Ingresso gratuito, previa prenotazione suwww.fsrr.org/prenota-visita o mandando una mail a biglietteria@fsrr.org. Info: +39 011 3797600

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L’ADDA ABBANDONATA DAI PITTORI DI CASA

“Addio, fiume, che dal principio del mondo scorri/e scorrerai incessante come l’umano pensiero!(Cesare.Cantù)

Diversa è l’Adda lodigiana dell’Adda lacustre che il Manzoni lascia immaginare. Ciò naturalmente, ma anche per la diversa intensità dell’intervento antropico. Più di altri fiumi, assicurano gli specialisti, l’Adda ha volti distinti e dissimili. L’acqua è la stessa che nasce in Val Fraele, ma superata Spino si mette a fare sul serio, diventa adulta. Non cerca più spiegazioni geologiche al suo arzigogolare, obbedisce solo al richiamo di condursi sapientemente alla foce: e attraversando il Lodigiano il grande fiume parla la sua voce, acquista pienamente l’aspetto di fiume di pianura, sceglie di essere non solo bello per le sue lanche e le sue mortizze, per i suoi isolotti ghiaiosi, la fauna acquatica e le colonie di anatidi, ma utile. Intendo dire, un fiume generoso.

Prima del ponte di Lodi in onore di Napoleone, l’Adda cancella le leggende popolari del lago Gerundio e del drago Tarantasio e fa posto a storie di natura, agli aironi rossi e alle bianche gazzette. E, seppure tra i segni devastanti delle cave, il paesaggio regala ancora immagini di riposo e consolazione, su cui la ‘tavolozza’ leggera vi si adatta piacevolmente.

I suoi boschi – l’oasi di Zelo, quella di Belgiardino, la Valgrassa, il Casellario, quella di Montodine e di Cavenago, ecc. – offrono un’atmosfera ovattata, un silenzio irreale, solo il fragore dell’acqua che raramente passa le barriere di robinie, pioppi e arbusti. Le frotte di ‘domenicali’ che si accampano sui gerali con ombrelloni, transistor e scorte di lattine, li rendono meno idilliaci, ma confermano le straordinarie potenzialità dei luoghi che gli Amici del Burg  vorrebbero rilanciare.

Nella ricchissima vegetazione si può sempre riconoscere qualche esemplare di castagno, frassino, sanguinello, ciliegio selvatico, salice o gelso (il muròn,  come lo chiamava mio padre mezzo secolo fa, pianta tanto casa al baco da seta e di cui si sono perse le tracce). Negli acquitrini germogliano canne palustri, rigogliosi muschi d’acqua, la minuscola lenticchia e il candido ranuncolo, mentre nelle radure occhieggiano ciuffi di corolle rosa-violetto (i cosiddetti denti di cane), piante pelose di verbasco dalle foglie giallo-oro, iris e campanelle di ogni sorta.

Peccato siano pochi gli artisti – per struttura mentale e morale – penso in particolare ai pittori e ai poeti – disposti a cercare, ciò che ancora resiste in questo paesaggio dell’Adda lodigiana. Intendo dire: non la letterarietà e nemmeno la sommarietà, ma il filo conduttore per il quale siamo vivi e operiamo, l’interna plasticità propria al sentimento unitario del lavoro e del pensiero. E dei pochi, forse nessuno è più capace di provare l’insoddisfazione e la pazienza di un Giuseppe Vailetti davanti agli alberi che mettono foglie verdi, e a chi mi capisce, verde cinabro e verde cobalto chiaro.

Diceva il vecchio pittore Maiocchi che tante foglie di questo colore si chiaman Primavera, e il maestro Monico era pronto ad aggiungere che la primavera si chiama Foglie. Un verde più scuro anticipa un’altra stagione, modifica i rapporti riflessi nelle acque degli alberi d’alto fusto che le accompagnano dalle rive e creano scenari di piani diversi.

Mancano, ci mancano, dicevamo gli artisti capaci di vincere la brevità, di avere la pazienza dell’Adda che scorre e degli alberi che mettono foglie verdi, senza l’impazienza di mutare troppo presto il colore; artisti capaci di star fermi a guardare, per poter dire “Dio!” con l’intensità con cui oggi noi davanti alle loro opere diciamo “acqua”, “foglia”, “colore”.

I pittori d’oggi hanno tutti una strana fretta, il loro linguaggio non puzza più di terra e di sangue, sono ferocemente portati alla sbrigatività, a velocizzare le forme che cambiano dal mattino alla sera, prima ancora di diventare linguaggio; non si vedono più coi cavalletti sulle rive del fiume, pazienti e pronti a catturare la luce, e anche le ombre che sono movimento e colore.

Il paesaggio del fiume richiede coagulo di stile e mestiere, una capacità di visione, un raggrumarsi dei grassi e del sangue in un equivalente coagulo di materia colorante, una identità di fenomeno.

Altro che cantonate romantiche! Richiede un prezzo alto “fare” l’Adda: senza che sia urlo e violenza; richiede lo sguardo e l’ascolto, forza di distinguere e penetrazione. Come la nebbia leggera del mattino, la cognizione è patrimonio della luce del giorno, non dei subdoli residui notturni del sogno. L’Adda non si incontra con la fretta dell’insolito. Chiede la pazienza dell’addizione, la costanza di accumulare giorno a giorno. Solo chi si veste di questa virtù può sperare di cogliere come si forma l’armonia dello scorrere delle acque, o della luce su un campo non appena sciolte le nebbie. Il suo è un invito di poesia; e un invito di poesia è la prerogativa e la finalità di ogni forma d’arte.

ALDO CASERINI

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MARCO PULEGA a Lodi rompe il lockdown delle mostre

I giovani, anche se a trent’ anni non si è più tanto giovani se si fa mente alla novità e alla qualità di quei pittori che andavano a bottega, vanno sempre incoraggiati, soprattutto quando sono alla ricerca della propria strada e pensano di averla individuata sviluppando l’uso dei colori in senso segnico, spaziale, percettivo, l’ autoespressione o l’assetto dei materiali, insomma su un equipaggiamento che non può che essere “leggero” da permettere stadi differenziati da ottenere comunque accoglienza favorevole  in chi, visitando una mostra, si accontenta dell’insieme dell’allestimento  come  medium coerente.
Nello spazio di via San Giacomo 25 a Lodi, che fu sede del Convivio, durato il tempo necessario per farsi conoscere e disertare, trasformato nel proprio atelier  da Laurentiu Cravoieanu, artista romeno, messosi in evidenza in diverse iniziative quali Contaminafro alla Fabbrica del Vapore a Milano Bicocca e molto attivo sul fronte della promozione e organizzazione di iniziative a favore dei giovani artisti coinvolti nell’ ampia riflessione su  media e  contemporaneità, si è tenuta per la vita artistica cittadina la mostra di Marco Pulega, trentenne, non figurativo, autore di interventi su carta svincolati da ogni rappresentazione e alle prime esperienze espositive.
Laureato a Brera, Pulega è un autore milanese interessante, avviato a riscuotere consenso con il superamento delle ubiquità dell’astratto e dell’informale quando le sue scelte cadranno su una identificazione inequivocabile e non più su  aspetti della  configurazione: colore, spazio, movimento, invenzione, risulteranno manifestazione di un solo medium coerente, e non riducibili a un generico stato d’animo o alla componente lirica.

Praticamente sconosciuto ai lodigiani in questa sua prima personale Puleha ha comunque offerto un test di motivi d’interesse, che accompagnano con una serie di domande la validità artistica della produzione mostrata e il modo corretto di leggerla (e, come si dice, di fruirla).
Caricarlo d’enfasi o di chiacchiere sarebbe pertanto una forzatura.. Così come mettere l’etichetta di concettuali ai suoi elaborati, semplicemente perché poggiano su un’ampia differenziazione di configurazioni. E poi che significa concettuale senza precisare se percettivo o rappresentativo, intenzionale, programmato o casuale?. Lasciamolo, dunque, lavorare, verrebbe da dire, affinché il procedere – dallo sperimentare al complesso -,  apporti direzione al linguaggio espressivo, al suo orientamento.
Al di la degli aspetti teorici, la simpatica esperienza  di Pulega all’ atelier Cravoieanu ( e in una precedenti occasione  al Salone Primo dell’Accademia di Belle Arti di Brera),  dimostra i cambiamenti radicali cl’h’egli introduce nelle combinazioni e nelle mescolanze attraverso la ricerca e lo sperimentare , elementi  essenziali e decisivo di una pittura che spazia con vivacità e scioltezza tra differenti  tecniche e differenti modelli.

 

 

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Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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ENRICO SUZZANI, SCHIETTAMENTE ROMANTICO

Personale al Caffè Letterario di Lodi

Il pittore  Enrico Suzzani

Il pittore Enrico Suzzani

Con inaugurazione sabato 13 dicembre alle ore 17, al Caffè Letterario della Biblioteca Laudense (via Fanfulla, 3, Lodi) la Banca Centro Padana torna a riproporre Enrico Suzzani, pittore meditativo della nostra Bassa, lavoratore attivo, ordinato, dotato di una sua eleganza di mano, con spiccata tendenza ad escludere dai propri paesaggi ambienti e cose tutto ciò che sa di esplorazione, fantasia e invenzione. Pittura di genere e di maestria, dunque, la sua, di gusto borghese si sarebbe detta una volta, che da soddisfazione decorativa e forsanche simbolica e che trova eco in tanta pittura di scuola piena di paesaggio, luoghi, fiori, nature morte che ancora oggi corrisponde agli obblighi del “ben fatto” e del pensiero schiettamente romantico. Di questo artista della nostra Bassa, c’è poco o niente da aggiungere a tutto quel che si è già detto e scritto tante volte. Di abilità coscientemente coltivata, di sicura esperienza e validità Suzzani unisce doti specifiche di pittore con magnanimità, mosso da un sentimento sereno da creare suggestive descrizioni a volte persino enigmatiche nella loro verità e retorica. Cerca la poesia, e ci riesce, senza tuttavia abbagliare, con impressione diretta quando supera le costrizioni della routine. Con la maturità arriva a cogliere nella luce, nella stagione e nell’ora non solo effetti di tecnica franca, ma una visione essenziale distinta per forza lirica. Come si è visto al Soave, alla Chiesa dell’Angelo e alla Centro padana di piazza San Lorenzo, anche in questa uscita non saranno di certo i richiami a questo o a quel pittore, a questo o a quel momento della pittura, a catturare i consensi, ma i risultati sulla tela, il modo di dipingere. Quello di Suzzani è quello familiare, che abbiamo imparato a conoscere in tanti anni e che lo distinguono dalle estensioni di professionisti figurativi: la ricerca e la stabilità della forma, i rapporti tra colore e volume, tra colori e tono, tra tono e disegno; l’impegno ch’egli sa mettere nell’ordinare e organizzare in modo agile, morbido ed elegante la materia. E’ evidente che ha anche la sua idea e questa la si vede bene quando è sottratta all’illustrazione e tramutata dalla forma. Distinzione inevitabile perché in mostre come queste è quasi obbligo incontrare opere d’impegno e lavori di più leggera rappresentazione. La sostanza forte che Suzzani mette in forma non è tanto la meditazione lirica ma la capacità tecnica di rendere con gusto armonioso e a volte sottile, la realtà sia del paesaggio che delle cose. Tangibilità che dal punto di vista del consumatore contemporaneo del prodotto artistico hanno perso la magnificenza retorica di un tempo, ma mantengano ipotesi personali per l’artista. Una di queste è quella di conservare ad esse risalto sulla scena, poggiandosi soprattutto sul piacere della consapevolezza della propria abilità in termini di materia e tecnica nel dare corpo a una figurazione che permette d’essere goduta naturalmente.

 ENRICO SUZZANI : RACCONTI A COLORI – Caffè Letterario, via Fanfulla 3 Lodi – Inaugurazione   sabato 13 dicembre ore 17 – Dal 13 dicembre al 6 gennaio 2015