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GIANCARLO CERRI, ARTISTA IPOVEDENTE, IN UNA ANTOLOGICA A MILANO

Giancarlo Cerri, artista e grafico di primo piano nell’arte milanese degli anni Settanta, autore di un linguaggio in cui  leva energicamente il colore nero nel rapporto cogli altri colori, oggi ottantatreenne e ipovedente dal 2004 che ne ha frenato e poi impedito  l’attività, si ripresenta al Centro Culturale di Milano (largo Corsia dei Servi 4) con una antologica intitolata Quando l’orbo ci vedeva bene. Alle pareti una quarantina di lavori: una ventina disegni a inchiostro e a carboncino raffiguranti ritratti di giovani, paesaggi, nudi e un pugno di dipinti di arte sacra, in cui il disegno si afferma come l’idea prima del “colore”.

La pittura di Cerri ha avuto una efficace penetrazione lungo l’asse della via Emilia, da Rogoredo al Po. Frutto del suo rapporto preferenziale con il territorio sudmilanese e lodigiano. Amico di Giuseppe Motti, si fece conoscere già alla fine degli anni Ottanta con una personale al Castello Mediceo di Melegnano e quattro anni dopo, presentato da Tino Gipponi, al Museo Civico di Lodi. Successivamente si distinse in collettive a Cascina Roma a San Donato Milanese e  all’ex-Soave di Codogno in una edizione di “Naturarte”, a Casalpusterlengo, Guardamiglio e a Lodi allo Spazio Arte Bpl all’interno di “Arte e passione. Da Funi a Caporossi”, poi con una personale da Peppino Brambati Arte a Vaprio d’Adda e tre anni fa a San Donato con una antologica alla Galleria Guidi.

L’esposizione, aperta fino al 26 giugno prossimo ( dal lunedì al venerdì:ore 10-13;14-18; sabato dalle 15 alle 19), costituisce un’ occasione  per lodigiani e sudmilanesi di ritrovare l’interesse per l’arte  attraverso un pittore esemplare che ha portato avanti, finché gli è stato possibile, un linguaggio che esalta l’espressione attraverso il disegno, traducendo un’arte contemporanea “per tutti”.

Cerri ha dato densità e forza a opere, spesso drammatiche e tragiche. In particolare di soggetto religioso. Lui laico è riuscito sempre a trasmettere valori spirituali , di pietà e umanità, valorizzando il rapporto tra disegno e forma, tra forma e rappresentazione, traendo la sua forza non dall’enfasi sulla “forma” ma dall’insistenza sul pensiero ( la croce, l’ “evento”), aprendo a problematiche non solo teologiche ma alle tragedie umane e politiche.

Aldo Caserini

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TACCUINO di FORME 70 – Gli anni Ottanta della pittura italiana a Milano

Mario Schifano : Paesaggio tv – Astronauti

Messi da parte (fin dove possibile) contenuto, forma ed evasione, il realismo espressionista, il dadaismo, l’astrattismo, l’arte povera, la body art, flexus  e tutto quanto  sapesse di avanguardia nata per via evolutiva, una formazione non organizzata di pittori si riconobbe, sul finire degli anni ’70,  a proprio agio sotto l’etichetta di trans- avanguardia coniata da Benito Oliva. Trovò elementi di sostegno nella critica e nell’ informazione specializza oltre che nell’affermarsi di una cultura finanziaria che guardava al prodotto artistico  quale alternatica d’investimento

Affrancati (finalmente!) di muoversi a ventaglio come pareva e piaceva loro, soprattutto svincolati da ogni problematica e  liberi di poter dire addio all’arte ideologica e concettuale di contenuto definito, i primi furono Sandro Chia, Francesco Clemente, Nicola De Maria, Ninno Paladino. Grazie al riconoscimento critico di Oliva assunsero presto una funzione calamitante  nel richiamare un panorama yo-yo, creativo variegato e mobile che  non nascondeva, a sua volta, magari con altre premesse, la delusione verso un’arte radicata ai ritmi statici e resistenti delle accademie  e “teatrali” delle avanguardie storiche . Tra questi Enzo Cucchi, Luigi Ontani, Luigi de Dominicis, Mario Merz e il giovane siciliano Salvo (pseudonimo di Salvatore Mangione), ma anche Emilio Tadini, Mario Schifano, Franco Angeli che fece parte con Schifano della “Scuola di piazza del Popolo”, Enrico Baj, Aldo Mondino, eccetera. Nomi che fanno tutti parte (con altri) della mostra “Painting is barck. Anni Ottanta. La pittura in Italia”  inaugurata l’altro giorno alle Gallerie d’Italia a Milano (piazza della Scala, 6): ventun artisti e 57 opere affidate alla cura di Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

La mostra non fornisce ovvio un quadro organico di tutti i protagonisti, ma di alcune posizioni personali dominanti, quanto basta per essere una mostra importante da non perdere, soprattutto da parte delle nuove generazioni di artisti e da parte della stessa critica, o di quel che è rimasto di essa, per fornire interpretazioni non esteriori.

La mostra milanese fa  cogliere gli enunciati che diedero espressione alle esperienze degli anni ’80, al prevalere di una pratica pittorica “senza nostalgia di niente”, “senza più categorie temporali e gerarchiche”, “senza derive segnate un’unica prospettiva”.

La mostra proseguirà fino 3 ottobre con apertura ininterrotta dalle 9,30 alle 19,30 e chiusura il lunedì

Il bestiario di Beuys a Spazio Arte Bipielle

Una riflessione dell’ espressione artistica, nutrimento dell’arte visiva al di là della semplice imitazione del “vero”

Angela Vattese, affermata storica e critica di arte contemporanea, nata ad una cinquantina di km da Lodi, a Treviglio. Docente universitaria a Venezia, già presidente di giuria alla Biennale e direttrice della Galleria Civica di Modena, nota per numerosi saggi dedicati alle nuove tecniche dell’arte e per essere stata direttore artistico ad Arte Fiera di Bologna, eccetera.

L’ enunciato che il linguaggio possa inglobare “ogni mezzo e cosa” è divenuto oramai assioma: l’arte – è il concetto riconosciuto da molti –  può anche non fondarsi sulla mano che produce forme, ma  semplicemente su elaborazioni mentali, idee, pensieri, concetti, dichiarazioni, riflessioni, teorie, ideologie, concezioni del mondo… Da qui un’ arte oggi consegnata “alle parole” ( di storici dell’arte, letterati, critici, giornalisti, poeti…). In sostanza: un  ribaltamento o “ridefinizione” o “un ricominciare daccapo. Non distante dalla “rivoluzione” metapolitica immaginata dal tedesco Beuys (1921-1986) , l’ artista-teorico del fare arte semplicemente “piantumando un albero”, reso celebre con la sua retrospettiva al Guggenheim di N.Y., e proposto nel 2007 a Lodi da “Naturarte” nel 2007  con la piantumazione alle Caselle di una quercia.

Che quell’ “evento” nessuno lo ricordi in città, tranne forse gli organizzatori e Lucrezia De Domizio che lo patrocinò, non può cancellare ciò che Beuys è stato ed ha rappresentato: patrocinatore di un’arte intesa come-“presa di coscienza”. da “far prendere consapevolezza all’uomo delle sue possibilità creative…”. Che lo collegassero “verso il basso con la terra, la natura, le bestie; e verso l’alto con gli spiriti». Questa, detto con approssimazione, la poetica di  Beuys, celebrata a Bipielle Arte a cura della Fondazione bancaria sotto la titolazione: “Omaggio a Beuys: Il bestiario di BeuysDocumentazione fotografica, video e azioni

Il tema dell’animalità è ricorrente in numerosi percorsi di artisti. Del passato e della contemporaneità. Oggi si incontrano facilmente coloro che lo propongono, un po’ come proporre battaglie per l’ecologia e salvaguardie della natura..

Si può dire che, anche perché non costa niente, che il bestiario di Beuys e la sua “didattica”, rientrino nella complessa trama che avvolge le relazioni uomo-animale. Un percorso che da sempre è stato dominato da “visioni”, tradotte dagli artisti delle diverse avanguardia, dai militanti del realismo a quelli del naturalismo accademico, dai surrealisti tradizionali a quelli irrazionali o dagli “strani” dell’ultima ora ecc. Una conferma che qualcuno ha notato nei quaranta pittori, illustratori e grafici, che col progetto Artepassante  Renato Galbusera e Francesca Vitali Baldini hanno organizzato in una mostra /”Animalia”) a Spazio Arte Bipielle di via Polenghi a Lodi. Al nodo concettuale dell’iniziativa è stato successivamente agganciata la declinazione-omaggio a Joseph Beuys  nel centenario della sua nascita ristretto alla presenza di animalità nelle sue trame espressive. Un tentativo rivolto (si suppone) a rilanciare lo sciamanesimo dell’artista, tecnica antichissima, consistente nell’affermare la relazione dell’uomo con ogni altro essere e cosa, .umani, animali, vegetali, essere spirituali ecc. al fine di creare un sostegno attivo fra tutte le forme di vita.

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“LE STANZE DELL’ARTE 2020” – Natura e poesia nelle stampe originali d’arte di Teodoro Cotugno alla Bpl

Negli ultimi tempi si è scritto e raccontato parecchio della incisione indiretta praticata da Teodoro Cotugno e della sua capacità di completare le incisioni all’acquaforte con l’essenzialità del disegno e del tratteggio.

In verità, gli elaborati di Cotugno adattano una complessità di operazioni e interventi e una prolungata consuetudine operativa e riflessiva  prima di consentire al foglio bianco risultati di media forza chiaroscurale.

Per non rimanere a esiti di superficie, che si fermano al nitore e alle forme investite dalla luce, oltre a quanto premesso le sue acqueforti richiedono una osservazione meno di facciata: una analisi della poetica (solo naturalista, semplicemente intimista o sentimentale o romantica, come capita talvolta di leggere in certe note?); una disamina della soggettistica di contenuto della rappresentazione; la messa in bilancia, dell’ esperienza, non tanto dell’intuizione e di quanto egli fa liberamente scorrere sulla lastra, ma  della riflessione interpretativa che la suggerisce; e ancora, una attenta considerazione delle “ascendenze” e delle possibili “collimazioni” (coi paesaggisti veneti,  con le radici umbre attecchite ai Corsi dell’Incisione dell’Accademia di Urbino con Renato Bruscaglia, Carlo Ceci e Pietro Sanchini; le suggestioni toscane acquisite collaborando con Renzo Biasion); la personalizzazione delle tecniche  perfezionate e finalizza all’espressione.

Questa esigenza corrisponde al bisogno non di risemantizzare i momenti della sua ricerca, ma di superare il fascino immediato della leggerezza e del lirismo procurato dalla sua produzione, e di cogliere nel linguaggio  presenze più ardite di contenuto. Una spinta che potrà venire dalla  XX edizione di “Carte d’Arte”, organizzata  dal 5 dicembre, dalla Associazione Monsignor Quartieri  in cui sarà possibile anche un raffronto (non un confronto)  di Cotugno con  l’arte di Livio Ceschin.

Quello del calcografo lodigiano è prevalentemente un paesaggismo di impressioni, atmosfere, climi e simboli che in certi sviluppi arriva a suggerire una “filosofia” non di sole sensazioni terrene ma di idee superiori, metafisiche, dell’universale. Se nella sottigliezza grafico materica, priva (a volte) di texture strutturate, in cui da consistenza a setosi velluti, quelle di più fredda tecnica non danno spazio alle nebbie sperimentali del nostro secolo, ma neppure alla fredda tecnica del paesaggio virgiliano, che ispirò momenti simboleggianti una natura felice vissuta in termini di semplicità pastorale.

L’artista racconta luoghi, scorci, paesaggi, spazi, storie, corsi d’acqua, davanzali, fioriere, raramente l’uomo,  una natura che seppur viva non sta nell’attualità di una trama, ma elabora sensazioni, sentimenti, immagini, riverberi, barbagli, pensieri da risvegliare nel visitatore stati d’animo e  riflessioni.

Aldo Caserini

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CARTE D’ARTE ALLA BPL CON LIVIO CESCHIN

Livio Ceschin

La IV edizione di “Stanze della Grafica d’Arte”, organizzata dall’ Associazione Monsignor Luciano Quartieri, sponsorizzata dal Comune di Lodi e messa in programma il prossimo 5 dicembre, destinata a durare allo Spazio Arte Bipielle, in via Polenghi Lombardo, fino alla festa di San Bassiano vedrà al centro uno dei rappresentanti della cultura grafica italiana più integri e rigorosi, ma anche estremamente raffinati, di cui restano ormai rare tracce in Italia:

Nato a Pieve di Soligno nel 1962, eccellente acquafortista e grabador nella punta secca, diplomato all’Accademia di Urbino e fatto conoscere ai milanesi dal critico lodigiano Tino Gipponi alla galleria Linati con riscontri lusinghieri, le sue opere si trovano nei Gabinetti di grafica d’arte di mezza Europa: Milano, Cremona, Londra, Firenze, Roma, Monaco, Vienna, Dresda, Zurigo, Parigi, Amsterdam, e trova diffuso apprezzamento anche tra i collezionisti lodigiani.

Di lui, nell’Alaudense, si ricordano la  cartella realizzata per gli Amici della Grafica di Casalpusterlengo, la mostra personale tenuta alla Pusterla di quella città, la presenza nella Collezione di grafica europea organizzata da Tino Gipponi nel 2005 alla Bpl  e la partecipazione alla XIII edizione di Carte d’Arte, tutte uscite in cui l’artista veneto ha saputo offrie dimostrazione di maturità, unità di tono e fisionomia espressiva.

Per il suo naturalismo e la purezza raggiunta nelle vedute paesistiche, per la proiezione di respiro lirico e la dilatazione dello spazio gli è diffusamente riconosciuta una personale ‘concezione’ con cui fa incontrare sul piano operativo esperienze, stimoli e richiami diversi, che ne esaltano la personale sensibilità e l’impronta stilistica. Porta in evidenza l’orientamento alla luce di un Barbisan, l’attenzione ai valori tonali di un Tramontin, l’esattezza di elementi della realtà che è in Bianchi Barriviera.  Ma si tratta pur sempre di puri e semplici bagliori che nella sua produzione terminano mediati dalla forte soggettività, dalla sua visione tranquilla e riposata che si estende ai simboli della natura.

Artista naturalista e contemplativo, Ceschin  ha realizzato e “tirato” migliaia di fogli di soggetti che ne riflettono i caratteri artistici e con cui ha catturato un nucleo di lodigiani che coinvolti con la ricchezza della tecnica, la poesia che trasborda dal linguaggio figurale, l’accuratezza del segno  che si incontra con la vaporosità delle macchie, affidati a controllate morsure che improntano il risultato.

Osservandone le vedute paesistiche, la proiezione del respiro lirico e la dilatazione spaziale,  viene spontaneo  parlare di una ‘concezione’  dove convergono esperienze, stimoli e richiami diversi, che non solo non la condizionano e non la irretiscono ma ne esaltano  l’impronta espressiva rendendola inconfondibile.

Aldo Caserini

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“LO SGUARDO DI ADA” on line su “Infocultura”

Lo sguardo di Ada è un omaggio a Ada Negri promosso in occasione dei 150 anni della nascita dal Liceo Artistico Piazza di Lodi in collaborazione con la Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso su progetto del docente di discipline plastiche Mario Diegoli, scultore cremonese, titolare del Laboratorio di Figurazione plastica.
Con il coinvolgimento organizzativo di Mario Quadraroli, l’esposizione doveva inaugurarsi nel mese di marzo ma è saltata causa Covit 19.
Infocultura, il magazine dell’assessorato Cultura di Lodi, ha messo on line con l’intervento di Mario Diegoli le realizzazioni di trenta degli oltre quaranta artisti aderenti all’iniziale progetto. Il quadro della esibizione social è una autentica traversata tra linguaggi espressivi e  tecniche, artigianali e tecnologiche (disegni, acqueforti, oli, sculture , installazioni, artmix, poesia visiva, linoleografie, tenpere e acrilici, graffiti e carboncini, pastelli e acquerelli, rami e raku, digital painting, collage, foto, libri d’arte eccetera) che rivela l’allargamento e la fluidità dell’attuale ricerca visiva.
L’“antologia”realizzata sul social network  mostra tecniche e linguaggi con cui è data interpretazione alla poesia di Ada, oltre a confermare una pratica dell’arte che va dall’immaginario al concettuale al realistico al sensuale, da una materia all’altra, da una tecnica all’altra con attitudine e procedimenti (salvo le ovvie eccezioni) prevalentemente leggera.
Il panorama offerto on line è di sicuro diletto; esso si sovrappone  un altro panorama dato dai creativi che sottraggono l’omaggio alla retorica del rito garantendo una architettura alla esposizione mediatica: la rappresentazione e il messaggio, l’esplorazione e la memoria, il simbolo e il pensiero.

Ci limitiamo a citare per brevità: Renato Galbusera (Poesia/Ideologia, tecnica mista, rappresenta l’intensità penetrante dello sguardo di Anna Kuliscioff e la compenetrazione di quello di Ada Negri che la riteneva “sorella ideale” nell’incedere della storia); Maria Jannelli( Negli occhi di Ada, tecnica mista su tela, coglie nello sguardo l’anticipazione di tante tematiche di genere); Tindaro Calia(“Ada Negri”, è una tecnica mista su cartoncino che vanta l’impronta poetica, la ricerca introspettiva oltre che iconografica.); Mario Diegoli (“Materiali vari”, trae spunto da “Senza nome”, poesia in “Fatalità”, per realizzare un rapporto di senso tra elementi visuali e volumetrici); Gregorio Dimita (Ritratto di Ada Negri, costituisce uno sfaccettato in terracotta dipinta); Walter Pazzaia (Senza titolo, tecnica mista, richiama il dramma degli  immigranti presente in “Esilio”); Carlo Elio Galimberti (Lo sguardo di Ada è un’espressività di pittura elettronica che amplifica l’immagine di sentimenti e vibrazioni), ammonio Miano (T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile, pittura ad olio esplicita sensazioni crude di controlato espressionismo, suggerite da “Aquila reale” della raccolta “Nel profondo”).. Alle ottimizzazioni citate, si aggiungono le soluzioni di Daniela Gorla (Gli occhi fissi alla necessità,  realizza effetti digital painting); Claudia Marini (Le solitarie, tecnica mista, riprende temi della prima raccolta di novelle d’ispirazione socialista pubblicate da Treves), Nico Galmozzi (Ada Negri, acrilico su carta).
“Spezzettano” l’ elaborato, come direbbe Giorgio Manganelli, i contributi  di Angelo Noce (Crema), Luigi Bianchini (Casteggio, Pv), Monica Anselmi (Casteggio, Pv), Angelo Palazzini (Casalpusterlengo), Ambrogio Ferrari Dambros (Cremona), Teodoro Cotugno (Salerano al Lambro), Anna Mainardi (Crema), Mario Massari (Tv), Anfer Andrea Ferrari (Casalpusterlengo), Ferdinando Crottini (Pv), nonché i lodigiani del capoluogo: Luigi Poletti, Loredana De Lorenzi, Elena Amoriello, Maria Prati, Maddalena Rossetti, Marisa Leone, Domenico Mangione, Silvia Capiluppi (Milano), Maria Teresa Carossa, Maria Cristina Daccò, rappresentanti di una poliedricità di impostazioni stilistiche e di percorsi non bene classificabili, anche se nell’agire molti esprimono un orientamento tecnico-iconografico consolidato.

Aldo Caserini

XXXIII SALONE DEL LIBRO DI TORINO AL VIA

 

Dopo trentadue anni, per la prima volta nella sua storia, il Salone Internazionale del Libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni editoriali del nostro continente, non sta avviandosi nella sua forma abituale, a causa dell’emergenza Covid-19 che rappresenta una drammatica minaccia per la salute di ciascuno, per la nostra idea di convivenza, per gli equilibri (pubblici e privati) su cui si fondano, o dovrebbero fondarsi, le comunità in cui viviamo.
Quando, mesi fa, era stato scelto il titolo della XXXIII edizione, “Altre forme di vita“, l’obiettivo era di evocare il futuro prossimo. Oggi questo titolo si dimostra una piccola profezia. Stiamo davvero vivendo “altre forme di vita”, “forme di vita” che fino a qualche mese fa non potevamo immaginare.
In attesa di tornare nella veste abituale, in autunno o non appena possibile, il Salone ha deciso di organizzare un’edizione straordinaria – dedicata alle vittime del virus e al personale sanitario impegnato in prima linea in questa emergenza – nata dalla consapevolezza che a questa crisi si deve reagire, e che lo si può fare subito, con gli strumenti da sempre offerti dalla conoscenza. Fino a domenica 17 maggio, sul sito del Salone sarà possibile seguire un ricco programma di eventi in live streaming e interagire con ospiti nazionali e internazionali.
I canali social del Salone da giovedì 14 racconteranno in diretta tutti gli appuntamenti. Nella giornata di venerdì 15 maggio diversi incontri saranno trasmessi in diretta su Rai Radio3 (“Tutta la città ne parla”, “Radio3Mondo”, “Radio3Scienza”, “Fahrenheit”, “Hollywood Party”, “Radio3Suite”). Oltre che con Radio3, Rai sarà presente a questa edizione straordinaria, come Main Media partner per dare il proprio contributo all’editoria italiana, raccontando il Salone del Libro di Torino. In particolare, oltre all’impegno di Radio3, anche le altre direzioni, le reti e le testate radiotelevisive – da Rai Ragazzi a Rai Libri, da Rai1 a Rai Cultura, da RaiNews24 alla Tgr – racconteranno al pubblico gli eventi della rassegna torinese.
Con questa edizione straordinaria è dato il via a un percorso di attività online che accompagnerà la  comunità del Salone, editori e lettori, all’edizione autunnale con presentazioni editoriali, rubriche di approfondimento, e nuovi format per il racconto digitale del mondo dei libri e della cultura.



 

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Di come il virus ha offerto nuove modalità di fruizione dei capolavori artistici

Ho trovato interessante questo articolo su Econopoly, lo condivido sperando possa esserlo anche per voi.

Aldo Caserini

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Riscoprire le mostre serie. Non solo una questione di dettaglio

            di Aldo Caserini

Idea per quando s’aprirà questa gabbia in cui ci ha rinchiusi il coronavirus: dedicare il tempo libero a disposizione a non visitare nemmeno una mostra. Ovvio è solo una provocazione. Il riferimento è alle mostre patacca, quelle che nei nostri comuni sono testimonianza del livello di banalizzazione e vulnerabilità culturale con cui si “esplorano” le opere di un artista o di un gruppo. Poiché però siamo convinti sia inutile sperare qualche tipo di cura – progetti che assicurino un contatto di qualità col pubblico -, in attesa di un ritorno alla normalità quotidiana, possiamo riprendere a parlare di mostre serie e di come ridarci la bussola.

Le mostre sono occasione di intreccio tra opere, artista, curatore, pubblico e contesto. Cito, a modo mio, Paola Nicolin, teorica e storica dell’arte della Bocconi: le mostre sono un veicolo di promozione artistica, politica culturale e naturalmente di valori economici ed estetici.

Dunque, una mostra, per un artista, non è più solo una esposizione di quadri o opere, ma un tentativo per far conoscere la propria storia personale e  finanziarsi l’attività, ma di sistematizzare idee e valori estetici. Per un ente pubblico o privato, è un’occasione per delineare una politica culturale, dare  centralità all’arte, riconoscerle ruolo, spazio, funzione civile e formativa.

Predisposto come sono a dare fastidio (volg. un rompiscatole), ho scelto di andare oltre i dettati teorici e procurare ai lettori di Formesettanta, che prima del coronavirus lamentavano le danze sfrenate sul territorio delle mostre personali, collettive, blockbuster, alcune tracce (non comandamenti) che  esperti che s’occupano di attività di approfondimento delle esposizioni (Montanari, Trione, Piperno, Fumaroli, Clair, Nicolin,ecc.) hanno elaborato. e che possono fornire linee di sostanza – anticorpi, bussole – per muoversi nel mondo delle esposizioni, e condurre fino alla disamina del “contenitore”, spostando l’attenzione dalle opere all’allestimento e ai suoi presupposti; aiutando a scegliere quale mostra ha giustificazioni serie ed educative. In caso contrario ? Vi rimetto a un Federico Zeri tranchant: Le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda”. .

Dunque, quali i presupposti per una mostra seria? Mettiamone alcuni in fila:

⁕Una mostra di pittura deve essere “concepita” se esistono i presupposti e non organizzata come un fine in sé.
⁕Deve essere davvero necessaria, quindi allestita per parlare al pubblico, a quello erudito e a quello popolare.
Deve presentare un’idea, una acquisizione, una visione, una ricostruzione.
Deve essere davvero libera, non può accettare alcun tipo di pressione politica, amministrativa, economica, comunque extraintellettuale.
Dev’essere curata nell’allestimento, che a sua volta deve essere consono, adeguato, coerente, progettato per dare risalto all’idea, all’espositore o agli espositori , allo scopo.
Prima di iniziare a camminare deve rispettate altre regole: avere chiaro da parte degli organizzatori e curatori il rapporto con l’informazione, la stampa, il contesto, la comunicazione e con le motivazioni del pittore o dei pittori…

L’auspicio è che le mostre del dopo virus, quando probabilmente assisteremo alle rincorse, vengano progettate con rigore e preparazione, documentate non da chierici sempre acquiescenti, ma aggiornati e imparziali, curate con impegno e coraggio nel sostenere i punti di vista dell’arte e della cultura.

 

 

IL CORONAVIRUS FA SALTARE DUE MOSTRE DI COTUGNO

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Tra le iniziative della primavera pronte per andare in esposizione, la “passeggiata” di 30 acqueforti tra vigneti e nevicate nella valle di Bardonezza che il calcografo Teodoro Cotugno aveva annunciato di tenere a Rovesciala a cura di quel Comune, della Biblioteca e della Pro Loco, è finita ( anch’essa) cancellata a causa del corona virus C 1. Inesorabilmente saltata con la “XXVII Primavera dei vini” che avrebbe impegnato degustatori di rossi e bianchi e a ricercare trait d’union con l’equivalente enoico in arte.
Se si considerano i guasti prodotti dalla epidemia e quelli preesistenti da qualche anno nel sistema dell’arte calcografica, vien da pensare che a dare fiducia possa essere solo l’invito rivolto agli artisti del disegno nel settecento da Francesco Milizia: continuate a produrre per combattere le “sensazioni de’ viventi”.
Scordata la mostra di Rovescala Cotugno ha dovuto però dare forfait anche a quella programmata per maggio a Milano al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Pavese da Gigi Pedroli. Due rinunce che non impediscono a noi notisti d’arte di soffermarci, quel poco che basta, sui fogli “tirati” e finiti in deposito, pieni di vita e di energia.
Cotugno è un calcografo noto e seguito, che nel progredire ultraquarantennale del suo segno incisorio, ha aggiunto ricchezza e vivacità a gruppi di viti, ai dintorni di paesi, spazi ai campi, movimento alle rogge, lampeggiamenti alle nevicate eccetera. Da trasmettere autentica poesia.
Se s’indaga l’intero corpus incisorio costituito da alcune centinaia di lastre, si nota che i soggetti forniti da vigne, viti, vigneti, neve, campi e dei colli, è quanto di più suggestivo si trova; un insieme che mette in rilievo nella sua pratica maestria tecnica, padronanza di segno, certosina costanza e unità del disegno; e come tutto si accordi con l’anima segreta della natura da trasmettere in percettività sottili le eventuali tensioni: la profondità, le ombre, la luce, gli intrecci. Un vero ” ostinato esercizio del vedere”, se ci è permesso di ricordare Renzo Biasion.
Nei ultimi risultati, quelli che avrebbero dovuto mostrarsi a Rovescala e al Centro dell’Incisione a Milano, si coglie una diversa sensibilità nel segno e nella struttura, che rende più immediata la sintesi, l’essenzialità. Il racconto è sempre quello: discreto, poetico, mai freddo, lontano da scenari ideologici o teoretici. S’incontra il racconto di una civiltà, di una cultura.; di rimbalzi sentimentali ed emotivi che finiscono per coinvolgere anche il lettore più refrattario alla”gazzarra” del movimento della natura.

Aldo Caserini

 

 

 

 

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