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Dario Delpin prossimamente a Carte d’Arte

La XX edizione di Carte d’Arte, la nota iniziativa di grafica promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri collegata alle Stanze della Grafica d’Arte, che ha quest’anno in programma, a cura di Gianmaria Bellocchio, un omaggio all’editore e stampatore Franco Sciardelli (1913-2015), fermerà l’interesse oltre che su uno dei maggiori stampatori italiani e stranieri, sui tanti fogli “tirati” a mano da Dario Delpin, un artista friulano che vanta in curriculum la collaborazione con poeti e scrittori isontini-friulani (Marin, Macor, Bartolini), rivelandosi abilissimo in un’arte di lontana tradizione, fatta di luce, di abili segni e di buoni sentimenti.
Autore di circa seicento tra incisioni dirette (bulino, punta secca, maniera nera) e indirette (acqueforti, acquetinte, matite o vernice molle), Delpin ha scoperto la grafica negli anni ’80 rivelandosi, cammin facendo, autore di non comune energia e consuetudine riflessiva da conferire al segno una carica espressiva individuale, in particolare nella rappresentazione di ritratti, paesaggi friulani, momenti vita contadina, mestieri e tradizioni perdute. Figlio d’arte, dopo avere esplorato caratteri umani, angolature veneziane e tranquilli scorci di paese che indussero Paolo Bellini, docente di Storia del Disegno e della Arti Grafiche alla Cattolica di Milano a domandarsi in prima battuta a chi poteva “interessare un’arte che non grida… opere che non contengono alcuna forma di provocazione?, Delpin è sempre passato per un incisore normale, sottratto alle facilonerie critiche che non esitavano a vedere in ogni incisore friulano un rapporto o dipendenza coi vari Barbisan, Bianchi Barriviera, Tramontin, Un “autodidatta”.
Sono parole sue: “Non ho mai avuto un modello da seguire, non ho mai aderito a correnti o mode. Un po’ per il mio carattere riservato, un po’ per scelta, ho sempre costruito in tutta indipendenza e libertà il mio percorso artistico, con i miei tempi, i miei limiti, le mie conoscenze, le mie emozioni. Ho fatto sempre ciò che mi piaceva fare, ciò che mi sentivo di fare in quel momento senza alcun tipo di costrizione e, forse, anche po’ controcorrente”.
Il cammino dalla giovinezza alla maturità lo hanno portato a parlare attraverso oggetti latori di messaggi. Nelle sue opere c’è il richiamo del tempo, il richiamo della povertà che nelle sue terre fu profonda e dura, l’anima di una storia sofferta e nello stesso tempo affrontata con dignità, mai con rassegnazione, forse velata di malinconia.”
Per ciò, da più parti, è stato definito un artista “fuori dal suo tempo”. Uno dei pochi che cercano di arricchire il discorso della grafica con la nitezza del disegno, trasferendo in un segno descrittivo sensazioni raffinate e familiari, preziose. Delpin trasmette con la sua arte ritmi tranquilli, che dispiegano liricamente la memoria.
Il suo è un raccontare semplice il respiro della vita. Il tono è forse un po’ sentimentale, meditativo, lontano dalla fretta della società contemporanea che si affida al virtuale (quando va bene) e non sa riconoscere le emozioni della poesia. Nelle sue immagini tutto è fermo. Anni fa, poco prima di morire Franco Solmi, allora direttore della Galleria d’arte moderna di Bologna colse nella sua grafica “una strana magia allucinatoria” . Il legame col territorio friulano, il paesaggio e le cose, la civiltà contadina ne hanno fatto un artista lontano dalla retorica del presente.

 

Nota apparsa sul quotidiano “Il Cittadino”

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Le sculture di Luigi Fondi al Castello di Belgioioso

Al Castello di Belgioioso nel pavese meridionale, a poco più di una ventina di chilometri da Lodi e di una cinquantina da Milano, è visitabile da sabato una intrigante personale di Luigi Fondi, pittore e scultore di Soriano del Cimino. Per i milanesi e i lodigiani che ancora vantano “scampoli” di vacanze da dedicare a “fuori porta culturali”, l’esposizione del viterbese costituisce un “appetitoso” invito a conoscere un artista che da lustri procede fuori dal fiume in piena del sistema, lavorando, inventando, insegnando (cose tutte, oggi, considerate “pericolose”).
La mostra di Fondi, che vanta parentadi nel sudmilanese e nel basso lodigiano, non costituirà probabilmente un “annuncio” nel capoluogo metropolitano lombardo, ma ha orgogliose verifiche rilasciate da zone non soggiogate da estetiche mercatistiche, dove sono note, con il patrimonio genetico, le linee di contaminazione che arricchiscono la perentorietà del suo linguaggio artistico, il vigoroso ed energico lavorare la pietra alla ricerca di una impronta personale.
Allestita nell’ala del castello pavese riservata alle mostre di rilevanza espositiva, la mostra è un atto di attenzione rivolta a un artista coerente del nostro tempo, che – coi dovuti distinguo di tracciati -, permette di evidenziare anche il rapporto esistente oggi in cui la scultura pare abbia lasciato la poesia per l’acrobazia, tra il lavoro creativo dell’artista e quello dell’analista
Nato nel 1954, laureato all’Accademia di Carrara, Fondi si dedica alla trasformazione della pietra da una quarantina d’anni, alternando l’attività scultorea a quella pittorica, all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte, coniugati insieme all’impegno di accordare l’idea di produzione industriale e l’idea di creazione artistica. Un’esperienza andata definendosi col tempo: innamorata e perciò beffarda in certe occasioni segnate da “poesia del caso” (di tipo dadaista) e poi dalla critica messa in relazione a quella meno disorientante e rapinosa di “operaio dell’arte”.
Le proposte esibite a Belgioioso oltre significare il percorso dell’artista, permettono di cogliere qualcosa dietro una maschera che non è solo un’altra maschera: una espressività affiatata, che tiene d’accordo forme dell’uomo e forme animali, concetti attualisti e storia, immagine e narrazione. Un “passato che ritorna”, in parte rigenerato attraverso l’addensamento di elementi surreali e significati onirici.
Fondi non fa però nascere equivoci. I suoi sono richiami di sirena, cioè mostrum, di inventiva e stupore insieme, natura e meraviglia, esibizione e forza orfica. La visionariètà nelle forme è al tempo stesso lucida, combina immagini e idee liberamente, sviluppa narrazioni e relazioni, allegorie e simboli. Senza ricorrere ad appendici o orpelli decorativi superficiali.

Prossima personale di Marcello Maloberti alla galleria di Raffaella Cortese

Marcello Maloberti, codognese di nascita (1966), l’ infanzia giocata sul Brembiolo, indicato per questo dai casalesi come “uno di loro” ma milanese da quel tempo, ora con studio e abitazione in Porta Romana, in via Lattuada, è un artista straordinario, un performer che mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, sguardo, teatralità; quanto serve a differenziare o ad assottigliare differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice o viceversa.
ritratto-Maloberti-orizzPerformer è oggi come una parola d’ordine, un segno di riconoscimento che dà lasciapassare a tante altre cose insieme: creativo, inedito, innovativo, inventivo, fantasioso, singolare, originale…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio figurato dei simboli una creatività artistica che rimodula percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Allievo di Luciano Fabbro a Brera – scultore e scrittore, in stretto rapporto di pensiero ed elaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani nel giocare sugli accostamenti tra materiali e iconografie feticistiche o simboliche – Maloberti, come il suo maestro, muove dalla convinzione che “l’arte è ciò che trasforma”, e che “non si può essere creativi a comando”, “le idee più belle vengono dal dialogo”. Ma perciò richiede coraggio e fantasia “in grado di imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione che si generano nel nostro cervello.
In questo modo l’attività artistica del performer (interprete, manipolatore, inventore, giocatore, “attrattore”) serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone magari in cucina attorno a un tavolo coperto da una plastica quadrettata di bianco e rosa, dove “ci si può rinfrancare le idee”. L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga.
Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro. Come in Vir temporis acti: un ragazzo seduto sul pavimento che senza sosta ritaglia immagini neoclassiche. Per farne cose? Con quale significazione? Quale valore di rinforzo? Quella del ritagliare immagini non è nuovo in Maloberti, se ne è valso anche in altre performance: “Ritagliando do nuova forma alla materia della carta e della immagine e coltivo una mia sana ossessione; è¨ un gioco di cui tutti hanno esperienza. In questa azione la pesantezza del marmo e la fisicità della materia vengono alleggerite. L’atto riporta in vita le immagini, le rende tridimensionali, permette di farne un’ ìesperienza diretta. Preferisco ritagliare il marmo, la pietra e le montagne che il cielo e il mare.”
Circus Revival, riproposta a giugno a Palermo (duecento specchi appesi sotto un tendone di mercato, illuminato dai fari delle auto) introduce invece sulla scena varianti “felliniane”, fatte da infinite visioni che fan vedere più dell’occhio nudo, e “l’ironia e l’assurdo” aiutano a “meravigliarsi del mondo” e all’artista di “trovare sintesi”
L’arte di Maloberti è fonte di infinite visioni. E’ un’arte che “parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione. Segue un po’ L’Italia capovolta di Fabro. L’universo visionario è fatto di immagini e parole che si rincorrono in uno spazio mentale in tutte le direzioni. Si pensi a Metal panic ( all’eccentrico Spazio Raum xing di Bologna), dove un gruppo di uomini fu messo a reggere un tubo di ferro. A significare cosa? Quale ambiguità? Quale discontinuità? Con quale ammonimento?
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.
Una sua personale è intanto annunciata da novembre a febbraio alla galleria di Raffaella Cortese in via Stradella a Milano. Maloberti ci dirà qualcosa di più e di nuovo. Come conviene a un sottile e perseverante creatore di sorprese, di scoperte e riscoperte, di rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale e lacerazioni del lessico, di ossessioni e di caos, sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente.

 

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Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Isaia Crosson: elegie e fotografie

Isaia Crosson, trent’anni, nato in Florida e per qualche anno cittadino di Lodi, dove, prima di laurearsi alla Cattolica, ha fatto il cameriere, poi trasferitosi a Manhattan, divisione di New York City, ora iscritto ai corsi di dottorato in Lettere Classiche della Columbia University, uno degli atenei privati americani più prestigiosi, propone a Palazzo Rho a Borghetto Lodigiano, da esordiente, un gruppo di stampe fotografiche ed è presente anche in una collettiva di fotografi a Lodi. “La mia passione, è sempre stata la fotografia”. Messa alla prova prima da autodidatta poi nello studio di Amir Badaran che nel mondo americano si è fatto conoscere con instagrammi e video, soprattutto per sostenere una fotografia realista “ aumentata o mediata attraverso l’elaborazione”.
Nei dodici scatti esposti fino al 24 agosto, Crosson non appiattisce su tale genere di posizioni, anzi. Le immagini sono ancora “su pellicola” e non “ritoccate”. Non per semplice ordinaria procedura, che non accende atteggiamenti particolari, di ammirazione o di indifferenza, ma di dimensione comunicativa. Solo che il ridotto numero di immagini non consente di andare a fondo nei segni che si intercettano nel linguaggio espressivo.
A parte i componimenti letterari – elegie improntate da motivi autobiografici – che lasciamo all’esame dei visitatori – l’autore mostra un interesse per contesti che incorniciano dettagli di “vita vissuta”. Per questa via indaga un mondo fuori dai canoni ufficiali popolati dalle etichette coniate dal sistema consolidato.
Crosson esplora un mondo che non è del tutto, oggi, sconosciuto, ma è estraneo al mondo ufficiale della fotografia: accorda rilievo a soggetti e a dimensioni espressive “popolari”, “ingenue”, fatte di “elementi marginali”, perciò stesso “minori”, ribaltando la prospettiva scenografica della grande New York (Manhattan), fatta di snobismo. L’invito è a posare l’occhio su ricavati ed estratti che “sono e dicono”, conforme del mondo e dell’esperienza.
“Il mondo – diceva Athanasius Kircher – gesuita filosofo e storico del XVII secolo – è tenuto insieme da nodi segreti”, da piccole cose quotidiane, in questo caso anche da giochi, serrature, inverni a primavera, macchine della polizia ecc. Andando più in là si può attribuire a Crosson di sottrarre la propria fotografia alle classificazioni convenzionali (attuale, reale, fantastica, storica e moderna, analogica per pochi e digitale per tutti) non limitandosi alla giustapposizione, ma creando un terreno in cui si riconoscono categorie che reggono ancora la nostra conoscenza. scorci, attimi di vita, memorie, suggestioni, particolari. Anche marginali, nascoste, coi loro simboli, cercando in esse punti di vista che possono stimolare il modo di vedere. Un modo saliente che da conto della percezione che in fotografia, “guidata dal frammento, cattura momenti temporali e punti di vista spaziali destinati a sparire (Linda Nochlin).

 

Franco De Bernardi, antologica a Bagnone (MC)

Franco De Bernardi:
“Curve nel tempo”,
50×58, 2007, su vetro

I racconti di un linguaggio e quelli di un’esistenza e di una carriera artistica si fondono e mescolano nella antologica che da venerdì 13 luglio fino al successivo 5 agosto trova allestimento nelle storiche sale di Bagnone, uno dei più bei borghi della Toscana in provincia di Massa Carrara, dove il codognese Franco De Bernardi riassume, in una mostra resa possibile dall’interessamento dell’architetto lodigiano Gianpiero Brunelli (anche lui pittore, designer,vignettista e scrittore) i percorsi di una cinquantennale produzione, ponendo particolare attenzione a forme, tecniche e procedure, in cui materialità e immaterialità, luci e ombre, bianco e nero lavorate su vetro realizzano effetti plastici e di massa di decisa suggestione e coinvolgimento attraverso forme e contrasti nel rapporto iconico-aniconico.
Con tecniche originali e impervie De Bernardi ha raggiunto livelli di alta identità artistica e professionale che nella mostra in apertura possono suggerire proiezioni “teologiche” e fantasmatiche, avendo l’artista conservato il significato del lavoro da assumere nelle sue opere assume una vitalità energetica mentale.
Disponendo materia sulla materia, seguendo una tecnica informale e con interventi su entrambe le parti della lastra, l’artista procura “effetti di prospettivismo e di assorbenza e luminosità” che in definitiva aggiungono forte rilievo plastico”. Le applicazioni del bianco introducono simboli forti ed essenziali: la luce divina, la luce primordiale, la luce dei tempi, la vita e la morte; ma non mancano le opacità, i bianchi e i bruni che spingono verso simbolismi diversi, di richiamano al paesaggio, alla natura, alle stagioni, al tempo e che portano in superficie un mondo sotterraneo, sepolto e sottinteso, a momenti anche favoloso.
Le tempere in esposizione snodano un percorso che nelle sue sezioni punta a conferire una percezione di forma-luce (già colta da critici attenti quali Amedeo Anelli e Anna Coiro) oltre ad altri risvolti enigmatici introdotti dall’incessante ricerca che lega l’artista all’osservazione attraverso la costruzione materiale e delle idee.
Colori ad acqua, sale e colla “tirati”, tamponati, addizionati e tolti su basi vetrose creano una mimesi non solo fisica, giocano con paesaggi ipotetici, tempi geologici e percorsi simbolici. De Bernardi incastra nella sua ricerca – una ricerca che è il prodotto di circostanziati procedimenti (e decostruzioni) – che va dalla rappresentazione di immagini cosmiche ai piani virtuosi dei grigi e dei neri, all’introduzione della luce attraverso il colore bianco – crea una pittura irripetibile, giocata sui contrasti, composta plasticamente, in controtendenza con le post-avanguardie del contemporaneo, e nello stesso tempo gustabile oltre che per l’informalità per un certo ritorno all’ordine che si definisce nei profili e nei contorni e più in la nelle titolazioni dei lavori: Era, Sinopia, Artico, Iceber, Collegamento, Galaverna, Trasfigurazione, Fonte, Disgregazione, Curve nel tempo, Dinamismo eccetera.
Quello tracciato è un modo “turneriano” che supera però i confini della mera tradizione figurale e che a Bagnone addensa le sale dell’esposizione di una perfezione silenziosa, in cui rivela una esperienza totale che ha al centro il colore e la materia, l’esplorazione tecnica e la definizione (l’idea).

“Persistenze”: I cinque di Milano per i 20 anni di Naturarte

“I cinque di Milano”: (Renato Galbusera, Maria Jainnelli, Antonio Miano, Pino Di Gennaro, Claudio Zanini) in una foto storica.

Nel suo percorso ultraventennale, Naturarte ha conosciuto saliscendi qualitativi che rendono difficile far quadrare i conti. Una cosa sola è certa: nella sua camminata ritmata dal paesaggio, non sono mancate prove di artisti con la cultura del tempo, che hanno aiutato la lettura della cronistoria del contemporaneo. Tra queste sono senz’altro quelle di Renato Galbusera e di Maria Jannelli, due veterani di Naturarte, presenti in quasi tutte le edizioni con mostre tematiche personali, sia di gruppo (con Pino Di Gennaro, Antonio Miano e Claudio Zanini ), sia all’interno di formazioni collettive, che con la consapevolezza delle loro scelte hanno stimolato la riflessione contro certa panoplia extra-artistica diffusa.
Galbusera e Jannelli si presentano ora con i tre colleghi di “Atelier” (operativo dal 1982 con la mostra “5 di cinque” a Cascina Roma a San Donato Milanese e successivamente a Milano, ma protagonista anche di una esposizione di successo all’ex-Soave di Codogno e alll’ex-chiesa di San Cristoforo a Lodi) allo Spazio Bpm Tiziano Zalli in via Polenghi Lombardo, in una esposizione curata da Mario Quadraroli: tre sale “introduttive”, che raccontano lavori di un ventennio; una sezione di grafica e una istallazione sul tema della natura dedicata ai 20 anni di Naturarte; cinque box esclusivi riservati ai singoli autori (“il segno e la materia nelle opere di Pino Di Gennaro, il racconto e la memoria nelle carte di Renato Galbusera, il reale e l’immaginario nelle opere di Maria Jannelli, il volto della Storia nei ritratti di Antonio Miano, la forma poetica del colore nelle opere di Claudio Zanini”) e una sezione collettiva dedicata agli animali. Dopo trentacinque anni di attività “Atelier” è un gruppo che ha ancora molto da dire, formato da artisti consapevoli della tradizione cui appartengono, ma anche fieri di far udire la propria voce esclusiva e attuale; che dispongono tutti di capacità di approfondimento, di sguardo critico e di un linguaggio riformato; intellettuali che come tali aspirano a un ruolo “politico” e, col loro mettersi insieme, propongono una forma di “resistenza” rispetto al flusso delle mode e del mercato.
Attento ai percorsi della storia, Galbusera elabora una pittura di spessore, colta, di memorie intessute da vicende. Conferma quel che si conosce già di lui: una conoscenza pittorica importante, tradotta con tecnica mista su carta intelata, tela e mixaggi di pittura e fotografia…Vi si ritrovano con il disegno regola base della tecnica espressiva, esperienza, conoscenza, scelta e mestiere. La mostra conferma un autore coerente, realista, controcorrente, consegnato a un chiaroscuro moderno in cui si coglie la novità compositiva e insieme l’eco della tradizione.
Su una linea poetica muove la moglie, la Jannelli, con forme figurative diverse per sensibilità tematica. I suoi dipinti muovono da ragioni formali confidenziali e private. Ne risulta una immagine calda, femminile nelle attenzioni, meticolosa, ma di intensità fantastica. Le rifiniture a matita, il dettaglio, aiutano la Jannelli a non cedere alla tentazione della pittura-oggetto. Nel ritratto diretto o frontale, come nelle decontestualizzazioni, opacità e realismo essenziale proiettano in dimensione simbolico-allegorica, in cui libertà e forma contribuiscono a evocare l’uomo, la vita e la natura.
Il quadro espositivo è partecipato in modo non da “fingitore” (per usare un termine di Pessoa riservato ai poeti), dallo scultore Pino Di Gennaro. Presenta una serie storica di lavori di grande manipolazione e raffinatezza, in cui sono mescolate materie diverse. I pensieri sottili suggeriti riportano a problemi di impegno deciso, attraverso avvicendamenti che traducono relazione e interpretazione
L’esposizione trova compimento infine con una serie di ritratti dipinti da Antonio Miano, autore di segno scattante che coglie con sguardo controllato e sensibilità espressionista. Miano ha sempre coniugato ricerca artistica e impegno sociale, occupandosi anche di illustrazione. Il che da spiegazione a certe soluzioni, anche se nella sua opera di ritrattista la critica più attenta ha saputo vedervi segni di “mitologia contemporanea”. A sua volta, il triestino Claudio Zanini è autore di suggestive trasparenze, fatte di chiarezza e luminosità, che sembrano volerci far entrare in “mondi possibili”, dove geometrismo e costruttivismo costituiscono una sorta di “resistenza” rispetto al flusso dell’arte attualista.

 

PERSISTENZE, 21 giugno/15 luglio 2018 Bipielle Arte Via Polenghi Lombardo-Spazio Tiziano Zalli – Lodi

da martedi a venerdi dalle ore 16,00 alle 19,00; sabato, domenica e festivi dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle ore 16,00 alle 19,00; Info: http://www.bipiellearte.itbipiellearte@fondazionebipielle.it – tel. 0371 580351

De Lorenzi e Amoriello, madre e figlia, l’arte di due

ELENA AMORIELLO
L’ultima cometa

Se memoria non tradisce, una quindicina d’anni fa, commentando una mostra di coppie d’artisti Elena Pontiggia, Lea Mattarella (critica de La Repubblica, nipote del Presidente Mattarella, morta lo scorso gennaio) e Tulliola Sparagli giurarono all’ unisono che la conoscenza in pittura è soprattutto comparazione e che l’arte ha spesso bisogno del confronto per un maggior arricchimento. La mostra di Loredana De Lorenzi e di Elena Amoriello allo spazio Bipielle Arte, che proseguirà fino al 15 aprile, può esserne una prova. Approfondimenti in tal senso sono stati affidati all’intervento di Matilde Romito, dirigente dei beni culturali di Salerno che ebbe già occasione di presentare l’opera della De Lorenzi e che sarà, accompagnata dalle voci recitanti di Vanda Bruttomesso e Giovanni Amoriello.
L’esposizione lodigiana conferma che ci troviamo di fronte a due mondi differenti, che costruiscono il proprio Io su archetipi diversi, su culture linguaggi e tempi storici diversi, anche se nella personale dinamica intellettuale ed emotiva sentimenti e riflessioni si tengono compagnia e si scambiano peccatucci operativi.Le convergenze annunciate sono più nel titolo; trattandosi di allestimenti “antologici” qualche seduzione si può incontrare nei compiacimenti retorici o nei birignao estetizzanti. Non può dimenticarsi però che la personalità delle due ha una “edificazione” temporale di matrice disuguale: di reputazione didattica la De Lorenzi, laureata con una tesi su Lucio Fontana e corsi a Urbino l’Amoriello.
Se si vogliono cogliere “convergenze” perciò, ci si deve rimettere più alla sicurezza che entrambe portano nelle rispettive capacità tecnico-espressive che viene dal dedicarsi a materiali, procedimenti e sperimentazioni, dal riservare al rapporto arte-tecnica una attenzione che spesso trasforma i risultati da oggetti di contemplazione a oggetti di partecipazione.
Quanto esperta sia la De Lorenzi nel fare ricorso ai materiali per procurare fatture eleganti ed emotive e quanto sicura Elena Amoriello nel dare vita a cosmogonie mescolando paste e metalli lo dice assai bene la mostra. Nella De Lorenzi prevale il senso della meraviglia per la natura. I “decori” suggeriscono emozioni, sono eleganti, evocano un giusto grado di poesia. In essi si scorge una abilità d’ artiere, una capacità di produrre arte rimanendo al confine fra figurativo e non, fra tema e spazio spirituale. L’artista “legge” figure e forme della natura e del corpo, richiamando a volte le suggestioni del mito che vi intrecciano. Lo fa attraverso materiali, il metodo preparatorio, la tecnica di manipolazione, servendo il risultato di atmosfere ossidanti.
I lavori dell’Amoriello sono sorretti da un equilibrio di sensibilità cromatica e di temperatura poetica; solidi tra ambiguità figurale e astrazione, orchestrati su varianti, evocativi nelle forme e nel segno. Riferiscono metodo, procedimento, sapere tecnico, applicazione aperta alla sperimentazione, alle trasformazioni di un linguaggio legato al rigore operativo, dove il sapere manuale è al tempo stesso verifica linguistica e poesia.

 

Prossimo omaggio a Felice Vanelli alla Centropadana

Dopo due mostre di ottimo livello dedicate a Chighine e a Cotugno, concluse con significativi riscontro di pubblico, il limpido equilibrio dello spazio centrale di Palazzo Sommariva-Ghisi a Lodi, sede della Banca Centropadana si appresta ad accogliere in coincidenza con la ricorrenza di San Bassiano, un “omaggio” a Felice Vanelli, affidato alla curatela artistica di Tino Gipponi.

Una mattinata del luglio scorso l’ottantenne Vanelli risolveva le proprie tribolazioni terrene, delle quali pochissimi erano a conoscenza, perché fuori d’ogni enigma, come un Giobbe biblico, egli aveva voluto che la forza espiativa della sofferenza e la sacralità della morte non fossero turbate. Sulla sua storia d’artista richiama ora l’attenzione la mostra alla Centropadana con l’intento di ricordare la figura di pittore-scultore-artefice e far riprendere contatto con gli squarci di verità, sacralità, poesia e storia che l’hanno accompagnato in oltre sessanta anni di attività artistica..

In Vanelli soggetto e forma, immagine e simbolo plastico, si alternano e si fondono, compongono insieme pagine di un diario appassionato in cui è testimoniato il rapporto di tre dimensioni temporali: il tempo della esperienza individuale dell’artista, il tempo della storia e della cultura locale, il tempo metafisico e religioso.

Vanelli fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, grafico e unificò in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni. I suoi lavori arredano case, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Naturalmente non tutti sono del medesimo livello, ma molti hanno una specificità di linguaggio: sono fuori dai vincoli delle mode e del convenzionale.

All’ iniziale culto “michelangiolesco” l’artista ha fatto seguire uno sviluppo di indirizzi personali ricavati dall’ esperienza e dalla conoscenza tecnica e culturale. Era un figurativo, che combatteva “i malevoli spiriti che veleggiano a stormi” (citava, un po’ a modo suo, Montale, per non fare i nomi dei “modernisti” di casa). Si vantava d’essere artista di mestiere e tecnica, e soprattutto di “sentimento”. Intendeva dire di cuore, impulso, sensazione. Non si fece mai (o quasi) guidare dal desiderio di meravigliare con “audacie” o bizzarrie. Fino all’ultimo diede testimonianza della sua fiducia nell’immagine; che, nata dall’artista viveva della fedeltà alla natura, all’uomo, alla sua storia, alla sua religiosità.

Scultura e affresco, sono arrivati dopo la pittura, e dopo ancora è approdata la ceramica, quando l’ enfasi aveva fatto posto all’efficacia e lui s’era messo a stringere sull’indispensabile.

Nella pittura su muro diede sfogo alla passione disegnativa con cui ha narrato la realtà e la speranza dell’uomo, attraverso semplici miti e figure della più comune simbologia popolare. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto mezzorilievo e basso praticati con attenzione al grado di dare spessore alla figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che si ritrovano nella ceramica, dove in gioco entrarono la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura. Le qualità più specifiche che riportano il lavoro manuale alla grande dignità artigiana.

Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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