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XXXIII SALONE DEL LIBRO DI TORINO AL VIA

 

Dopo trentadue anni, per la prima volta nella sua storia, il Salone Internazionale del Libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni editoriali del nostro continente, non sta avviandosi nella sua forma abituale, a causa dell’emergenza Covid-19 che rappresenta una drammatica minaccia per la salute di ciascuno, per la nostra idea di convivenza, per gli equilibri (pubblici e privati) su cui si fondano, o dovrebbero fondarsi, le comunità in cui viviamo.
Quando, mesi fa, era stato scelto il titolo della XXXIII edizione, “Altre forme di vita“, l’obiettivo era di evocare il futuro prossimo. Oggi questo titolo si dimostra una piccola profezia. Stiamo davvero vivendo “altre forme di vita”, “forme di vita” che fino a qualche mese fa non potevamo immaginare.
In attesa di tornare nella veste abituale, in autunno o non appena possibile, il Salone ha deciso di organizzare un’edizione straordinaria – dedicata alle vittime del virus e al personale sanitario impegnato in prima linea in questa emergenza – nata dalla consapevolezza che a questa crisi si deve reagire, e che lo si può fare subito, con gli strumenti da sempre offerti dalla conoscenza. Fino a domenica 17 maggio, sul sito del Salone sarà possibile seguire un ricco programma di eventi in live streaming e interagire con ospiti nazionali e internazionali.
I canali social del Salone da giovedì 14 racconteranno in diretta tutti gli appuntamenti. Nella giornata di venerdì 15 maggio diversi incontri saranno trasmessi in diretta su Rai Radio3 (“Tutta la città ne parla”, “Radio3Mondo”, “Radio3Scienza”, “Fahrenheit”, “Hollywood Party”, “Radio3Suite”). Oltre che con Radio3, Rai sarà presente a questa edizione straordinaria, come Main Media partner per dare il proprio contributo all’editoria italiana, raccontando il Salone del Libro di Torino. In particolare, oltre all’impegno di Radio3, anche le altre direzioni, le reti e le testate radiotelevisive – da Rai Ragazzi a Rai Libri, da Rai1 a Rai Cultura, da RaiNews24 alla Tgr – racconteranno al pubblico gli eventi della rassegna torinese.
Con questa edizione straordinaria è dato il via a un percorso di attività online che accompagnerà la  comunità del Salone, editori e lettori, all’edizione autunnale con presentazioni editoriali, rubriche di approfondimento, e nuovi format per il racconto digitale del mondo dei libri e della cultura.



 

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Di come il virus ha offerto nuove modalità di fruizione dei capolavori artistici

Ho trovato interessante questo articolo su Econopoly, lo condivido sperando possa esserlo anche per voi.

Aldo Caserini

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Riscoprire le mostre serie. Non solo una questione di dettaglio

            di Aldo Caserini

Idea per quando s’aprirà questa gabbia in cui ci ha rinchiusi il coronavirus: dedicare il tempo libero a disposizione a non visitare nemmeno una mostra. Ovvio è solo una provocazione. Il riferimento è alle mostre patacca, quelle che nei nostri comuni sono testimonianza del livello di banalizzazione e vulnerabilità culturale con cui si “esplorano” le opere di un artista o di un gruppo. Poiché però siamo convinti sia inutile sperare qualche tipo di cura – progetti che assicurino un contatto di qualità col pubblico -, in attesa di un ritorno alla normalità quotidiana, possiamo riprendere a parlare di mostre serie e di come ridarci la bussola.

Le mostre sono occasione di intreccio tra opere, artista, curatore, pubblico e contesto. Cito, a modo mio, Paola Nicolin, teorica e storica dell’arte della Bocconi: le mostre sono un veicolo di promozione artistica, politica culturale e naturalmente di valori economici ed estetici.

Dunque, una mostra, per un artista, non è più solo una esposizione di quadri o opere, ma un tentativo per far conoscere la propria storia personale e  finanziarsi l’attività, ma di sistematizzare idee e valori estetici. Per un ente pubblico o privato, è un’occasione per delineare una politica culturale, dare  centralità all’arte, riconoscerle ruolo, spazio, funzione civile e formativa.

Predisposto come sono a dare fastidio (volg. un rompiscatole), ho scelto di andare oltre i dettati teorici e procurare ai lettori di Formesettanta, che prima del coronavirus lamentavano le danze sfrenate sul territorio delle mostre personali, collettive, blockbuster, alcune tracce (non comandamenti) che  esperti che s’occupano di attività di approfondimento delle esposizioni (Montanari, Trione, Piperno, Fumaroli, Clair, Nicolin,ecc.) hanno elaborato. e che possono fornire linee di sostanza – anticorpi, bussole – per muoversi nel mondo delle esposizioni, e condurre fino alla disamina del “contenitore”, spostando l’attenzione dalle opere all’allestimento e ai suoi presupposti; aiutando a scegliere quale mostra ha giustificazioni serie ed educative. In caso contrario ? Vi rimetto a un Federico Zeri tranchant: Le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda”. .

Dunque, quali i presupposti per una mostra seria? Mettiamone alcuni in fila:

⁕Una mostra di pittura deve essere “concepita” se esistono i presupposti e non organizzata come un fine in sé.
⁕Deve essere davvero necessaria, quindi allestita per parlare al pubblico, a quello erudito e a quello popolare.
Deve presentare un’idea, una acquisizione, una visione, una ricostruzione.
Deve essere davvero libera, non può accettare alcun tipo di pressione politica, amministrativa, economica, comunque extraintellettuale.
Dev’essere curata nell’allestimento, che a sua volta deve essere consono, adeguato, coerente, progettato per dare risalto all’idea, all’espositore o agli espositori , allo scopo.
Prima di iniziare a camminare deve rispettate altre regole: avere chiaro da parte degli organizzatori e curatori il rapporto con l’informazione, la stampa, il contesto, la comunicazione e con le motivazioni del pittore o dei pittori…

L’auspicio è che le mostre del dopo virus, quando probabilmente assisteremo alle rincorse, vengano progettate con rigore e preparazione, documentate non da chierici sempre acquiescenti, ma aggiornati e imparziali, curate con impegno e coraggio nel sostenere i punti di vista dell’arte e della cultura.

 

 

IL CORONAVIRUS FA SALTARE DUE MOSTRE DI COTUGNO

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Tra le iniziative della primavera pronte per andare in esposizione, la “passeggiata” di 30 acqueforti tra vigneti e nevicate nella valle di Bardonezza che il calcografo Teodoro Cotugno aveva annunciato di tenere a Rovesciala a cura di quel Comune, della Biblioteca e della Pro Loco, è finita ( anch’essa) cancellata a causa del corona virus C 1. Inesorabilmente saltata con la “XXVII Primavera dei vini” che avrebbe impegnato degustatori di rossi e bianchi e a ricercare trait d’union con l’equivalente enoico in arte.
Se si considerano i guasti prodotti dalla epidemia e quelli preesistenti da qualche anno nel sistema dell’arte calcografica, vien da pensare che a dare fiducia possa essere solo l’invito rivolto agli artisti del disegno nel settecento da Francesco Milizia: continuate a produrre per combattere le “sensazioni de’ viventi”.
Scordata la mostra di Rovescala Cotugno ha dovuto però dare forfait anche a quella programmata per maggio a Milano al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Pavese da Gigi Pedroli. Due rinunce che non impediscono a noi notisti d’arte di soffermarci, quel poco che basta, sui fogli “tirati” e finiti in deposito, pieni di vita e di energia.
Cotugno è un calcografo noto e seguito, che nel progredire ultraquarantennale del suo segno incisorio, ha aggiunto ricchezza e vivacità a gruppi di viti, ai dintorni di paesi, spazi ai campi, movimento alle rogge, lampeggiamenti alle nevicate eccetera. Da trasmettere autentica poesia.
Se s’indaga l’intero corpus incisorio costituito da alcune centinaia di lastre, si nota che i soggetti forniti da vigne, viti, vigneti, neve, campi e dei colli, è quanto di più suggestivo si trova; un insieme che mette in rilievo nella sua pratica maestria tecnica, padronanza di segno, certosina costanza e unità del disegno; e come tutto si accordi con l’anima segreta della natura da trasmettere in percettività sottili le eventuali tensioni: la profondità, le ombre, la luce, gli intrecci. Un vero ” ostinato esercizio del vedere”, se ci è permesso di ricordare Renzo Biasion.
Nei ultimi risultati, quelli che avrebbero dovuto mostrarsi a Rovescala e al Centro dell’Incisione a Milano, si coglie una diversa sensibilità nel segno e nella struttura, che rende più immediata la sintesi, l’essenzialità. Il racconto è sempre quello: discreto, poetico, mai freddo, lontano da scenari ideologici o teoretici. S’incontra il racconto di una civiltà, di una cultura.; di rimbalzi sentimentali ed emotivi che finiscono per coinvolgere anche il lettore più refrattario alla”gazzarra” del movimento della natura.

Aldo Caserini

 

 

 

 

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NOVE SIRONI IN SOLITUDINE A SPAZIO ARTE BIPIELLE

“Il mio maggior piacere è sempre stato quello di trattare di cose d’arte ed ho passato parecchie ore al tavolino quando altri alla mia età si divertiva.” Così Mario Sironi ancora giovane. Di lui si scriverà poi molto, forse troppo, almeno fino a un certo punto della sua carriera d’artista, fino a dopo la grande guerra e la Liberazione. Poi sarà messo in disparte dare spazio alla sarabanda delle mostre di intrattenimento.Sironi partecipò alla guerra del ’15, nel battaglione ciclisti, insieme a tutti i futuristi. L’ adesione al fascismo gli procurò la commessa per grande opere di contenuto propagandistico e ideologico. La fondazione di Novecento italiano per una “moderna classicità” lo aprì al sodalizio intellettuale con la scrittrice Margherita Sarfatti e all’impegno per la pittura murale ( per lui, non solo una tecnica, ma un modo radicalmente diverso, (antico e classico) in senso fascista).Nella sua biografia entrarono di volta in volta la partecipazione alla Biennale di Venezia, l’ingresso come critico d’arte al Popolo d’Italia, le commesse per le grandi imprese decorative di regime, l’adesione alla Repubblica di Salò, infine l’amarezza per la caduta dei suoi ideali politici a cui reagì polemicamente col rifiuto di partecipare alle Biennali di Venezia del dopoguerra e la sostituzione, in pittura, della vigorosa energia costruttiva con la frammentarietà. Sironi è stato una delle figure interessanti e originali della pittura italiana, un artista che a causa della sua adesione alla politica fascista fu messo al bando dalla critica (Longhi, Venturi, Argan, e l’esercito dei minori), con la sola eccezione, ma questo più recentemente, di Elena Pontiggia e di Flavio Caroli che ne recuperarono aspetti della storia
Per tutto questo e altro ancora, la mostra affidata a Tino Gipponi allo spazio espositivo Bipielle, oggi ormai chiusa, in cui sono state esposte 9 opere dell’artista, di proprietà della Banca Bpm, meritavano una maggiore risposta dal pubblico locale, distratto (forse) da altre iniziative.
Inserite all’interno di un percorso celebrativo per i 150anni della nascita di Ada Negri, tele e carte hanno documentato la frequentazione della Negri e di Sironi alla cultura milanese del tempo, e garantito spinta a conoscere questo artista – pittore, scultore, architetto, illustratore, scenografo, grafico e scrittore -, che contribuì all’avanguardia culturale artistica nella prima metà del Novecento.
A Spazio Arte c’è stato un autore di paesaggio “diverso” da quelli che i lodigiani amano coltivare; un paesaggio dai colori non naturalistici, ma maculati, terrosi, legati a forme stilizzate, quasi scolpite sulla superficie piatta del supporto, derivate una cultura formale e spaziale che introdurrà al un rapporto con le periferie industriali e urbane.In breve, un paesaggio sintetico, lirico, monumentale. In cui le forme solide e cupe annunciavano il successivo ritorno a un’arte che eliminava ogni elemento decorativo e lasciava intuire malinconie oniriche e solitudini individuali. Un’ occasione succosa ma perduta, che poteva contribuire a sviluppare anticorpi intellettuali.

Aldo Caserini

LA FOTOGRAFIA ALLA COLOMBINA. Le immagini “salvate” di Silvano Bescapè

L’Osteria la Colombina, in località Bertonico, nel Lodigiano, non è solo un  

Particolare delle foto esposte alla Colombina di Bertonico

ristorante tradizionale, a conduzione familiare, dove si gustano piatti della tradizione e classici che richiamano conoscitori esperti della buona tavola è anche un’ex-cascina che alle pareti propone con rigore espositivo una quarantina di stampe fotografiche in b/n che raccontano la storia del territorio, il legame dei suoi luoghi con le stagioni, i poderi, le cascine, i fondi, le colture, le architetture, e, principalmente, il lavoro e i suoi collegati, le tradizioni, i costumi, la meccanizzazione che lo hanno trasformato vocandolo a zona agricola, oggi lasciata alla rincorsa edilizia, della terziarizzazione e della logistica, che ne convertono le caratteristiche anche morfologiche.

Alle pareti scorrono “reperti” fotografici salvati da Silvano Bescapé, noto raccoglitore-amatore che da decenni mette interesse e passione nel ricostruire attraverso foto e cartoline il lodigiano “che fu”. Fan parte, ci dice Emilio Soldati (contitolare della Colombina con la moglie e la figlia, dopo decenni di attività a Milano, svolta all’ombra del cenacolo vinciano e della chiesa delle Grazie), dell’archivio del fotografo livraghino, oltre ventimila tra sviluppi e lastre avere ormai dimensione di specifica autonomia da essere fonte documentale significativa dei mutamenti del territorio e delle sue realtà.

Oltre a ciò, la selezione proposta alla Colombina aiuta a cogliere lo sviluppo dell’estetica fotografica attraverso la sperimentazione dei materiali e delle tecniche e l’allontanamento dalle semplici rappresentazioni realistiche con l’affermarsi di elaborazioni soggettive nelle impressioni.

I “tasselli di vita” alle pareti documentano il tessuto storico dell’Alaudense attraverso i lavori nei campi e in cascina, il paesaggio, i costumi, l’avvicendamento delle generazioni, gli agglomerati dei paesi, l’ingresso nel sistema agricolo delle macchine, le stalle affollate di uomini e donne, eccetera. L’occhio, se non è subito catturato dal menù, può ricostruire il passato, le distinzioni sociali in l’agricoltura, la diversità di ruoli tra fattore e contadini e stagionali, la disuguaglianza tra le case del padrone e del fittavolo e quelle degli stagionali. La stampe acquisite dal Soldati da “Silvano”, com’è conosciuto il fotografo livraghino, rappresentano una indagine del patrimonio della civiltà contadina; aiutano a conoscere una porzione significativa del lodigiano prima della frenesia pan-industriale, dei tralicci, delle raffinerie e delle strade ad alto scorrimento. Insomma, alle pareti della Colombina sono immagini che non superano (o non sostituiscono) la parola parlata e scritta, ma fan loro concorrenza, dicono cose contemporaneamente e informano velocemente.

 

Aldo Caserini

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LA VISIONE NATURALE IN UN BOOK DI TEODORO COTUGNO

Nella vasta nebulosa delle tipologie narrative, di genere e non, la letteratura sembra mettere alla prova anche i lodigiani, attraverso una produzione che specchia l’integrazione e l’intercambiabilità diffuse nell’immaginario e nei contenuti. E’ una koiné che di fatto sostituisce la matrice liceale e universitaria che nel Novecento era stata terreno d’incontro tra lettore e scrittore e all’arricchimento dei discorsi paralleli di letteratura e pittura e viceversa. Affinità ora indebolite, per non dire sparite, con l’affermarsi di una nuova koiné ad opera di scrittori d’esordio, che chiedono visibilità ai media per fronteggiare la loro carente tenuta e limitata profondità.

In questo panorama si inserisce, senza vantare particolari doti affabulatorie, Teodoro Cotugno, artista noto come grafico d’arte e ora autore di Tra alberi e sentieri d’acqua, un piccolo book costruito senza filtro sui sentimenti, come nucleo difensivo contro la confusione procurata dallo sviluppo, con una ispirazione naturalistica, che ad alcuni potrà sembrare antistorica, i cui contenuti e la semplicità sono il frutto di un’acuta consapevolezza del mutamento epocale in atto contro il pianeta da richiedere una responsabilità individuale.

Tra alberi e sentieri d’acqua è il prodotto dell’osservazione di ambienti e vedute agresti, semplici, costruite senza abbellimenti, sottratte alle dinamiche miopi dei luoghi comuni.

Silenzioso e schivo per natura l’artista si era già fatto notare per il raccontato tascabile, “L’uomo che salvava gli alberi”, al quale ora ha unito questo racconto di sostanza poetica e umana in cui si mostra narratore di forte sentimento, senza ridondanze, di rigore etico, che privilegiata l’umiltà di fronte alla vita e alla natura. Dopo la presentazione dell’ottobre scorso alla biblioteca comunale di Saleranno sul Lambro, il volume viene ora presentato venerdì 10 gennaio, alle 21 al Comune di Cerro al Lambro con un intervento di Mario Chiesa, direttore generale del Consorzio Bonifica Muzza Bassa. Questo risveglio di interesse e d’attenzione dipende in senso lato dal contenuto. Non scopre una rockstar. La narrazione di Cotugno muove dalla camminata solitaria lungo il canale Muzza di un uomo dedito a proteggere alberi che tra il fogliame rimosso scopre un nido con tre piccole uova e s’impegna a trovargli nuova sistemazione permettendo alla madre merla accorsa disperata di ritrovarlo e completare il percorso alla vita.

E’ un racconto che viene dal fondo della campagna: scorrevole, leggero, senza contorsioni formali, di pensiero né astrazioni. Che si colloca ben lontano dalla quotidianità spesso mondana che affronta i problemi in modo soffocante e omogeneizzato. Punta all’essenzialità, alla verità attraverso una forma svelta e qualitativamente accettabile da porsi in sintonia coi temi delle proprie immagini, fatte di segni, di punti, di barbe, di luci e ombre.

“Tra alberi e sentieri d’acqua” è un book di piccoli momenti e ricche sensazioni. In poche paginette il lettore si trova calato in una nuova consapevolezza da cui estrapolare quel rispetto alla natura che in questi tempi moderni ed “evoluti” non si è sviluppato nell’umanità,

La pubblicazione del volumetto è stata resa possibile dal Comune di Saleranno al Lambro per le feste patronati d’ottobre Stampato dalla Sollecitudo di Lodi in caratteri Garamond su carta Old Mill Fedrigoni, arricchisce con un’ acqueforte originale, numerata e firmata dall’autore.

Aldo Caserini.

 

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SARA MANZAN: Dietro alle tracce e alla lezione di Livio Ceschin

Una mostra è una mostra, scriveva (hillo tempore!) il Longhi a Benedetto Croce. Il paradosso è chiaro. Sono le opere quelle che contano, che devono corrispondere alle esigenze fondamentali della fruizione, non le parentele o le parole che le accompagnano.
Forse il messaggio più denso di Sara Manzan sta nel chiedere alla sintassi del suo maestro Livio Ceschin, di rivelarsi senza troppo disperdersi nella libertà divagante, della propria vis poetica.
Se certe eccedenze espressive arrivano, non sempre si riconoscono e spiegano per intero il trasferimento dal maestro all’allieva della fibra di un acquafortista straordinario quale è stato il trevigiano, artista che anche i lodigiani hanno conosciuto e apprezzato per l’ispirazione lucida e incandescente attorno ai temi della natura, dei paesaggi agresti, dei fogliami e delle acque.
Ma in un panorama qual è l’attuale, che paventa il declino dell’arte incisoria, minacciata dall’intolleranza del mercato, ma anche dall’indifferenza e dalla mediocrità, incapace di cogliere le possibilità del linguaggio e della poesia che è in esso, è sempre lodevole che un artista dichiari di riferirsi all’insegnamento di Ceschin e si riconosca nel suo naturalismo contemplativo.
Alla XXI edizione di Carte d’Arte la Manzan si fa conoscere come acquafortista attenta alla resa tecnica,, sia nel linguaggio (figurale) che nella resa del segno, con esiti di compenetrazione. Non dimenticando che lo stesso Ceschin fu spesso associato a Giovanni Barbisan (trevigiano come lui) per la sottigliezza dei tratti, assai raffinati, che gli permettevano di ottenere una vibrata e delicata luminosità.
Per il suo naturalismo (iniziale) e per i risultati nelle vedute paesistiche, per la proiezione del respiro lirico e la dilatazione dello spazio, anche nella giovane Manzan si può parlare di “concezione”, manifestando l’artista esperienza, stimoli e segnali che esaltano la sensibilità e danno l’impronta.
Gli si può riconoscere orientamento alla luce o. distinguendo, attenzione ai valori tonali o all’esattezza degli elementi della realtà. Semplici richiami al suo primo maestro, mediati dalla riflessione soggettiva e da una visione tranquilla e riposata che arriva ad estendersi ai simboli ambivalenti della natura.

La Manzan risulta orientata a una personalità tecnicamente attrezzata, con rappresentazioni che esaltano l’immediatezza poetica (ultimamente visiva) attraverso la predilezione per gli elementi di suggestione, come la luce che modella e da forma alle composizioni.

Aldo Caserini

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GIANCARLO FERRARIS: Una diversa rappresentazione del paesaggio a “Carte d’Arte”

Il cannellese di San Marzano Oliveto Gian Carlo Ferraris è artista poco noto fuori dal territorio astigiano per l’attività di illustratore e fumettista oltre che di grafico e pittore. (Se la memoria non tradisce, nel milanese gli ricordiamo solo una apparizione all’Osteria di Monluè). Ferraris è dedito in particolare a una diversa rappresentazione di paesaggio – soprattutto di colline, cascinali e ricostruzioni sceniche – in chiave originale, estranea alla tradizione, non scontata e celebrativa, fatta di tagli e luci nette e cromatismi antinaturalistici, come ben rivelano i lavori alla Fondazione Banca Popolare di Lodi in via Polenghi a Lodi, introdotti sabato dai due curatori, Gianmario Bellocchio e Walter Pazzaia.
I paesaggi di Ferraris sono un distillato soggettivo, affidati allo spazio, in cui non mancano gioco, ironia e astrazione, temperamento.
Già insegnante, per un decennio, di figura disegnata all’Artistico di Torino e di discipline pittoriche all’istituto artistico di Acqui Terme, Gian Carlo Ferraris è sulla breccia da una cinquantina d’anni, con all’attivo personali di acquarelli, acrilici, soprattutto incisioni e la realizzazione di illustrazioni, copertine, fumetti e manifesti pubblicitari. Con tanti anni di attività riesce però ancora a far progredire la coerenza dello strumento espressivo con un giusto margine di originalità rispetto ai modelli del genere.
L’artista piemontese si muove tra ambienti naturali creando atmosfere e incantamenti non soltanto estetici, dove quel tanto di decorativo che nella sua grafica s’incontra sempre, si riduce però al minimo, costretto all’essenzialità. Per certi particolari, la sua ricerca viene avvicinata a certi maestri piemontesi da lui frequentati. Ma al di la delle parentele e delle frequentazioni più o meno documentate, Ferraris manifesta una differenza nella stilizzazione del mondo naturalistico, che lo rivela un accanito e affettuoso ricercatore delle mille vie della sua mente in perpetua evoluzione. I soggetti sono una sorta di lapidario dai vetri lucenti e geometrici. Nelle forme elaborate non si certificano drammaticità interiori o vertigini intellettuali o straziamenti intellettuali. Nei suoi lavori c’è una pulizia che ricorda certi poeti. Traducono impegno e scelta, differenze d’ambiente, rimescolano e rielaborano la contorta ma vitale espressione di una avanguardia che è provinciale ma è anche peculiare; che salva la natura e il paesaggio negandoli se troppo sentimentali o carichi di “pettinature”. In trame di pudico linguaggio Ferraris tiene insieme osservazione e poesia, concentra mutamenti rivelatori, mostra visioni o invenzioni mai monotone, occupate dal pensiero e a volte dall’ironia.

Aldo Caserini

 

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LUCIANO RAGOZZINO: Un biologo incisore-editore a “Stanze della Grafica”

 

La XXI edizione di Carte d’Arte – la IV di Stanze della Grafica – ha preso il via sabato allo Spazio Arte Bipielle con un pugno di incisori diversi per concentrazione stilistica: il milanese Luciano Ragozzino, il romano Patrizio Di Sciullo, l’astigiano Giancarlo Ferraris e la veneta Sara Manzan, tutti che oltre esibire le proprie soluzioni espressive le hanno concretizzate in una cartella per l’Associazione culturale mons. Quartieri, vicinissima al venticinquesimo anno di attività.
Si tratta di un gruppo di grafici dai percorsi diversi: chi importante (Di Sciullo); chi in pubblicità, come illustratore di copertine e fumetti (Ferraris); chi come la Manzan, meno contrassegnata, chi, infine, contraddistinto per l’insegnamento, l’amicizia di poeti e le attività editoriali; tutti artisti noti a Milano, Roma, in Piemonte e in Veneto impegnati a dare volto e presenza alla grafica con contributi forti e creativi, rappresentando nell’impegno esperienze ed emozioni quale fisionomia autentica di identità.
L’esibizione curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia porta in scena una grafica alimentata dai rispettivi vissuti individuali, scava nell’io e nella sistematizzazione scientifica e filologico-razionalizzante, come nel milanese Luciano Ragozzino artefice di un serbatoio di narrazioni che intrappolano con una serie varia di soggetti. e visioni.
Nella sua arte incisoria Ragozzino è conosciuto per l’osservazione che presta alla natura, il suo scrutarla per quella che è, scandagliando vita e morte, misurando dettagli e indizi. Di questo retroterra scientifico e umano, che il visitatore trova nei riscontri di viaggio, nei paesaggi, negli animaletti, nei ritratti e negli ex-libris Ragozzino ha costruito il proprio umanesimo: la capacità diversificare il particolare, di osservarlo e indagarlo, di dilatarne il significato fino alla rappresentazione di qualcos’altro.
Biologo e-incisore, insegnante di tecniche dell’incisione all’Università di Milano, Ragozzino è anche editore di una piccola casa editrice da lui stesso fondata quindici anni fa, che a Milano si occupa di poesia e di edizioni d’arte. Il Ragazzo innocuo, questo il nome, è impiantata in un’ex-fabbrica di gelati, divenuta punto di incontro di poeti e di artisti. Ragozzino si occupa in prima persona della stampa a mano dei volumi con caratteri mobili, arricchiti da opere grafiche originali. Il catalogo stringe insieme tre collane: la «Scripsit/Sculpsit», in cui il poeta-autore dei testi inediti raccolti diviene anche artista, cimentandosi con le tecnica dell’incisione; «Sculpsit/Scripsit», dove viceversa sono gli artisti ad accompagnare le opere incise con un testo scritto; «Fuori Collana», che contengono invece oltre a testi inediti incisioni originali spesso realizzate dall’editore. I soggetti delle incisioni chiariscono l’ estensioni dei suoi interessi di biologo, che riguardano la vita e gli organismi viventi, tra cui la loro biochimica, l’evoluzione, la fisiologia, lo sviluppo, la struttura, ovviamente non solo. L’ attenzione è rivolta naturalmente anche ad altre condizioni, che hanno senso con l’ evocatività poetica.
La stampa avviene su un vecchio tirabozze manuale che oggi non si usa più, ma che fino agli anni Sessanta serviva per stampare le bozze dei libri prima di passarle alla stampa automatica. In via Guinizzelli Ragozzino oltre a dedicarsi alle sue “esplorazioni” che trasferisce con segno “antico”, capace di suscitare attrattiva immediata, stampa piccoli capolavori editoriali di poesia (René Clair, Maurizio Cucchi, Franco Loi, Valerio Magrelli, Alda Merini, Giampiero Neri, Silvio Ramat, per fare alcuni nomi).
Non è solo il segno impresso a distinguere Ragozzino. C’è anche la passione particolare ch’egli riserva ai caratteri mobili, la stampa a mano, gli esemplari a tiratura ridotta, le tecniche e le procedure. Il suo mostrare maestria nelle morsure, nell’uso dei bulini, nel ricorso ai punteruoli, con cui guida il lettore verso nuove verità servendosi a volte dell’ironia.

Aldo Caserini