Archivi categoria: Mostre

VARIAZIONI SUL “LIBRO D’ARTISTA” ALL’ARCHIVIO STORICO DI LODI

Cos’è un libro d’artista a cui l’Archivio Storico di Lodi dedica una selezione di Gino Gini e Fernanda Fedi? Chiederlo è più che naturale, i media – attenti a tante estravaganze – non hanno certo faticato a farlo conoscere, neppure come esperienza artistica. Anche se poi, i libri d’artista da noi non sono mancati e con buoni risultati. Basta ricordare gli esempi dotati dai duo Abbozzo-Anelli, Grechi-Arrivabene, Valsecchi-Cotugno, Poletti-Maietti, Biasion-Cotugno, Gini-Oldani, Fedi-Oldani, Beltrami-Cotugno, Casiraghi-Cotugno, Simonetta-Caserini, De Bernardi-Anelli, Morena-Caserini, Maffi-Lajolo e, individualmente, Franco De Bernardi, Gian Franco Grechi, Marcello Chiarenza, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno,  Luigi Maiocchi, Andrea Cesari, Fausto Pelli, Giuseppe Orsini, Piero Manzoni, Gaetano Bonelli, Luigi Novello, Aldo Milanesi, Domenica Regazzoni, Guido Oldani, William Xerra, Mario Ferrario, Angelo Savaré, Amedeo Anelli, Flavia Belò, Museo Stampa Schiavi, Giangi Pezzetti, Assoc. Mons. Quartieri, Franco Prevosti, Gigi Montico,  ecc. C’è chi ha realizzato libri d’artista per la flessibilità, chi per l’ economicità, chi mettendo d’accordo il dato manuale e la stampa industriale, chi combinando sul retro di copertina un acquarello, un’incisione o un collage, un aforismo o una poesia; chi lo ha fatto per realizzare un prodotto accessibile e chi semplicemente per sottrarsi ai meccanismi commerciali; chi lo ha adottato per una visione elitaria e chi per sperimentare forme espressive; chi mantenendo una struttura artigianale, chi avvicinandolo al prodotto industriale; chi per veicolare idee personali. Sono alcune delle caratteristiche che, di volta in volta, il libro d’artista può assumere.
Se però si vuole una definizione in senso stretto è d’obbligo prenderla da Anne Moeglin-Delcroix, autrice della Esthétiques du livre d’artiste e di “Sur le livre d’artisdte:Articles ed écrit de circostanze 1981-2005”in cui definisce i libri d’artista: “Quei libri che sono in sé opra d’arte e non strumenti di diffusione di un’opera. Questo implica che il libro non sia soltanto un semplice contenitore indifferente al contenuto: la forma-libro è parte integrante dell’espressione e della significazione dell’opera realizzata attraverso il libro stesso”.
I libri d’artista non si trovano in libreria. Realizzati di preferenza manualmente, con tecniche e materiali poveri, hanno tiratura limitata, in qualche caso unica, abbinano disegni, acquerelli, interventi di grafica a testi e poesie. I percorsi che portano alla loro realizzazione possono essere i più disparati, moderni e tradizionali, pratici e intellettuali. Lo si vedrà alla esposizione che Gino Gini e Fernanda Fedi, titolari dell’Archivio Libri d’Artista di Milano presenteranno all’Archivio Storico di Lodi, fornendo esempi anche di come il libro d’artista può essere realizzato con tipologie diverse (libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box, libri preziosi, minilibri, libri maxi), da sfiorare la sfera della percezione visiva quanto di quella tattile.
Negli ultimi lavori la Fedi impagina grafemi antropologici, combina concettualismi e incantamenti grafici, mentre Gini persegue la sua diversificazione del linguaggio attraverso immagini e scritti, piani e tipologie tecniche in chiave di poesia visiva.
I due artisti saranno all’Archivio Storico dal 16 al 30 settembre. L’evento è procurato da Archivi-Amo, Kamen’ e Amici del Nebiolo. All’inaugurazione (sabato 16 settembre, ore 17) assicureranno il proprio contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. Sarà inoltre presentato il nuovo libro di Fedi e Gini delle Edizioni Piccolo di Livorno.

 

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

“La Stagione delle Mostre” alla Banca Centropadana di Lodi

TINO GIPPONI FA RISCOPRIRE
L’ARTE DI ALFREDO CHIGHINE

ALFREDO CHICHINE:
“Tramonto”, olio su tela 63 x 70, anno 1957

Dice Jasper Johns a “Lettura”: L’arte è molto meno importante della vita, ma come sarebbe povera la vita senza di essa”. Non è l’unico ad averlo detto e spiegato. Prima di lui, i frequentatori delle sorelle Pirovini a Brera, o del caffè all’angolo tra via Broletto e corso Garibaldi, l’hanno sentito dire, con altre parole ma il senso era quello, da Alfredo Chighine, pittore milanese di famiglia sarda, protagonista negli anni Sessanta-Settanta della stagione dell’informale (dal critico Francesco Arcangeli interpretato come un attraversamento, una relazione fra uomo e natura, tesi peraltro respinta da altri , tra cui Franco Francese, per il quale l’arte di Chighine era “tachisme e basta”), morto poco più di una quarantina d’anni fa all’età di sessant’anni per una trombosi cerebrale.
Ora, il critico Tino Gipponi, uno che ha sempre affrontato i problemi che riguardano l’arte con un orizzonte non provinciale, affiancando l’attenzione per il linguaggio dell’analisi critica al perfezionare uno stile personale con cui confutare gli eccessi di esemplificazione e di giudizio che s’incontrano in pittura, ha in preparazione a Lodi una “Stagione delle mostre” in grado di offrire riferimenti dettagliati e organizzativamente motivati, e tra questi una antologica di Alfredo Chighine.
L’ offerta è resa possibile dalla collaborazione con la Banca Centropadana che ha deciso di dedicare un proprio spazio nella sede di corso Roma a Lodi a esposizioni di alto contenuto, di sicura concentrazione di messaggio culturale, di artisti, anche se locali, che hanno raccolto e accolto positivamente l’impronta “intrinseca” del proprio tempo.
La “stagione” riserva una quantità di sorprese. La prima l’abbiamo già anticipata: sarà appunto di un artista di razza genuina, che Gipponi ebbe modo di conoscere e frequentare nel suo studio di corso Garibaldi a Milano e al quale dedicò anche un libro, “Morire sconosciuto e misero – Il carteggio tra Alfredo Chighine e Franco Francese” (Motta Editore, 2005), in cui è messo sotto i riflettori un periodo di dialettico rapporto di Milano con quanto avveniva in Italia e all’estero e si recupera la figura di Chighine, finita in ombra dopo le antologiche alla Permanente (1977) e a Palazzo Reale (1989).
Negli anni Sessanta mentre nelle gallerie milanesi dominavano le posizioni personali di Dova, Crippa, Vacchi, Mandelli. Milani, del pavese Moreni, del veneziano Vedova, del perugino Burri eccetera, oltre, naturalmente agli espressionisti astratti statunitensi insieme ai postumi del Novecento italiano, ai neorealisti di Corrente, agli astrattisti Melotti, Reggiani, Rho, Licini e il gruppo dei francesi, in una Milano sommersa dal dilagare delle “pose”- dai tanti “falsi maledetti e imborghesiti carrieristi”, come li definiva Franco Russoli allora direttore della Pinacoteca di Brera, Sovrintendente ai Beni artistici della Lombardia e docente di storia e stili al Politecnico – Alfredo Chighine ha affrontato un percorso alternativo, di ponte con le nuove leve.
Oggi il suo nome è purtroppo nuovamente caduto in dimenticanza da parte del pubblico e della critica. Non senza un intento “provocatorio” Gipponi lo riprende e ciò costituirà la sorpresa per molti. La sorpresa di vedere quadri in cui si fondono l’appassionata ansia di superare gli azzardi delle vacue avventure e un linguaggio in cui è mantenuto il carattere lirico dell’artista, dimostrando un cammino fatto di qualità linguistica, acutezza d’indagine, senza giochi di gusto, senza fioriture decorative, senza intellettualismi, senza richiami o nostalgie accademiche.
La mostra che Bcc Centropadana si appresta ad offrire ai lodigiani e più ambiziosamente al pubblico lombardo è destinata a rivestire i caratteri di una vero e proprio “evento”.
Curata da Gipponi, che è uno dei migliori studiosi di Chighine, forse uno dei pochi che ha saputo dedicargli una chiave di comprensione e di interpretazione, l’iniziativa promette di far ritrovare attraverso gli elementi del suo percorso pittorico i valori del suo procedimento teorico e pratico – la qualità, la poesia, l’espressione delle variazioni e delle reazioni – da far meditare sui valori e sui destini della pittura e sul clima storico che vide il pittore protagonista inimitabile.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Gigi Montico al Caffè Letterario: prosegue l’avventura ludica

L’interesse di Pierluigi Monticane (alias Gigi Montico) per la matrice surreale e qualche attrazione dada è nota, ma questa volta non confonde molto della sua esperienza coi mentori delle fasi surrealiste; e meno ancora con coloro che hanno impresso un timbro a esperienze posteriori e susseguenti: astrattisti, informali, suprematisti, costruttivisti, produttivisti, naturalisti (accademici e non), alchimisti, azionisti. “bad” e tutte le altre classificazioni procurate dal turbinio della pittura degli ultimi cento anni. Nelle tante presentazioni sul territorio che si possono ricordare (Postino, Casalpusterlengo, Dovera, Lodi, Melegnano ecc.) e che lo hanno consacrato artista abile, scaltro, spregiudicato, audace, di padronanza del mestiere, di ogni tendenza, che gli permette di fare, quel che fa, quel che più vuole e piace, imbevuto della nostra epoca. Quelle dell’artista di Dovera sono sempre rappresentazioni dai connotati molto personali, che lo hanno reso in parte atipico nel nostro panorama. In occasione delle ultime uscite lodigiane aveva offerto una sintesi definitoria che può valere per la nuova esibizione al Caffè Letterario in programma dal 25 agosto prossimo: faccio pittura ludica : “Il valore che do alle mie opere sono nella simbologia che portano in sé o in quella che il pubblico intende riconoscervi”.

Gigi Montico: Mare Nostro 1

Montico trae spunto e trova motivi nella comunione dell’uomo con la natura, in una sorta di rivalutazione non intellettualistica del rapporto con il vivere, preso anche a simbolo di quel desiderio che è radicato nella condizione umana e che esprime la tensione dell’uomo verso l’equilibrio e non alle lacerazioni. Natura poliedrica ricongiunge strade diverse: l’uso del colore, del segno, del gesto, dei materiali e della materia, designandoli a stimolatori della fantasia. Non è tuttavia la “poetica” a richiamare attenzione su di lui e sulla sua produzione artistica. Interessa più il risultato che scaturisce da questa posizione: una pittura senza insolenze, in cui la chiave “liberatoria” è nella affermazione più che nella negazione; costruita con una espressività attenta non alle nevrosi o all’ubriachezza tematica, ma alla poesia., spesso assecondata da una tendenza al “recupero” o al “richiamo” di una ricerca di rapporti meno convenzionali con la realtà.Montico non inventa, elabora. Nelle invenzioni compositive convergono le modalità di una lunga esperienza e una serie di elementi e dati originali con cui l’autore infervora le sue rappresentazioni, raggiungendo con inedite sospensioni temporali una visionarietà in cui è possibile rintracciare finanche allegorie, deliziate da fantasia e dense di pathos.

GIGI MONTICO: Caffè Letterario Biblioteca Laudense, via Fanfulla – La bohéme de Paris – Dal 25 agosto al 10 settembre – Inaugurazione venerd’ 25 agosto ore 18.
Contrassegnato da tag , , , ,

Libri d’Artista, una antologica di Fernanda Fedi e Gino Gini all’Archivio Storico di Lodi

L’iniziativa promossa da Kamen’, Associazione Archivi-Amo, Amici del Nebiolo
L’inaugurazione a settembre (sabato 16 ore 17) con le presentazioni
di Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli

I libri, o più esattamente l’editoria libraria, appartengono ai secoli della modernità. Ma per dirla semplificando Cesare De Michelis, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e collaboratore dell’inserto “Domenica” del “Sole24ore”, quella modernità si è ormai trasformata.
Per molti esperti non solo ha perso peso ma anche autorevolezza. C’è però un “filone” creativo che senza progetti prescrittivi ambisce a un primato di natura precipuamente estetica: il libro d’artista. Considerato da molti un estro fantasioso impostosi in tempi di subbugli e instabilità in cui traballano molti (troppi) libri non necessari così come anche molti prodotti dell’espressività attualistica, i libri d’artista si oppongono con le armi dell’ arte, l’ impronta diversa, la folta confluenza di circostanze alla frattura tra arte e vita
Sulla strada di Angiolieri e del Burchiello è possibile incontrare Gino Gini e Fernanda Fedi, due meneghini uniti nella vita e nell’arte, che non perdono occasione di creare libri d’artista dominati di volta in volta dall’elegia o dal pensiero filosofico o dal frammento iconico-ideogrammatico-scritturale-pittorico, che prendono per la gola raffinati collezionisti.
I loro nomi sono affermati a livello europeo, posizionati in modo autonomo, senza eccedere a snobismi né a consumismi. Noti lo sono anche ai sudmilanesi e ai lodigiani per avere animato con esposizioni a Cascina Roma a San Donato, “Semina Verbi” a Casalpusterlengo, “Il Viaggiatore” a Sant’Angelo Lodigiano, La Biennale d’arte a Lodi. Nella loro molteplice e varia produzione artistica l’esperienza del “Libro d’Artista” si colloca in posizione non secondaria: Gini è promotore, teorico, storico e archivista, e, insieme a Fernanda Fedi, ha realizzato a Milano l’unico Archivio Nazionale dei libri d’Artista. (Archivio 66. Libri d’Artista). In oltre una cinquantina d’anni ù stato raccolto e catalogato più di un migliaio di libri di tipologie tecniche diverse: libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box libri preziosi, minilibri.
Negli ultimi “Libri d’Artista” prodotti direttamente, la Fedi sviluppa frammenti dai significati antropologici. Orienta forme visive impaginate di grafemi, in cui l’occhio coglie richiami sacrali, magici e rituali in un fitto combinarsi di concettualismo e di incantamenti grafici. Non diversamente la riflessione suggerita da Gini, che sviluppa una diversificazione del linguaggio attraverso lo svolgimento del possibile. In “contrappunto” una pluralità di immagini e scritti di accompagnamento, di piani e tipologie tecniche che conferiscono peculiarità in chiave di poesia visiva.
Fedi e Gini saranno coi loro libri d’artista all’Archivio Storico di Lodi in via Fissiraga dal 16 al 30 settembre con una “Antologica” destinata a documentare la produzione tra il 1974 e il 2017. L’evento è procurato dalla collaborazione congiunta della Associazione Archivi-Amo, della rivista semestrale Kamen’ e della Associazione culturale Amici del Nebiolo di Tavazzano. All’inaugurazione, già in calendario per le 17 di sabato 16 settembre, porteranno il loro contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. In tale occasione verrà presentato il nuovo libro d’artista realizzato dalla Fedi e da Gini, pubblicato dalle Edizioni Piccolo di Livorno nella collana “Memorie d’artista”.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Guercilena e Marini, considerazioni all’estremo margine

claudia-marini-grovigli-2014-dittico-140×50-cm-collage-su-carta-copy.jpg

Molti artisti hanno occhio incline ad afferrare “particolari”, a riprendere effetti visivi, motivi; a personalizzarli con abilità artigiana e conferirgli diversa leggibilità o evidenza. Fa parte della libera dimensione delle procedure che svolgono un ruolo protagonista, divenendo forma, segno, messaggio. La tecnica espressiva è attualmente bendisposta a includere qualsiasi elemento, qualsiasi linguaggio.
In due mostre lodigiane – quella dei piccoli formati informali di Mariolina Guercilena e quella di Claudia Marini di ideazione applicativa (al tessile) come definirebbe Luciano Caramel, critico attento alle “esperienze edite-inedite”, proposte da Ambrogio Ferrari al Circolo Letterario di via Fanfulla a Lodi – il fruitore può individuare la presenza di “particolari” operativi che mettono da parte circostanziati procedimenti tecnici tradizionali.
L’iniziativa suggerisce una riflessione più ampia di quella riferita alle pareti: sulla presenza nell’arte del nostro tempo di tracce combinate da “espropriazioni” “appropriazioni” in questioni di invenzione e artificiosità.
Nell’eclettismo delle proposte frutto di impossessamento (assemblage, collage, rayogrammi, ecc.) può non prevalere la sola malizia. L’arte e la sua storia, sono fatte di “alchimie”. Il che,in qualche caso, può anche voler dire “furto” o “ruberia”, ma in altri casi, suggestione di un’ idea o di un dettaglio formale, ripresi e riproposti in varianti da costituire nuove immagini. A far arricciare il naso e ad attizzare perplessità sono le troppe visioni che oggi risultano procurate con tale tecnica manipolatoria di frammenti, residui, icone e che mutano il limite dell’informazione.
Ma se si teorizza che “l’arte si fa con tutto” (Lea Vergine), non si può chiudere fuori che anche procedimenti e procedure seguano la stessa stagione. Il prodotto è la prova della elasticità della mente umana, della sua capacità di dilatare le categorie o di creare nuove classi di esperienza. Il risultato dipende dalla cultura e dalla personalità dell’artista. Anche se la “contaminazione” rischia di adombrarsi per reazione elusiva e soggettiva (Gombrich, Sulla psicologia dell’arte decorativa, pp. 455).
Se col dettaglio di una “cosa” o di un dipinto altrui se ne costruisce uno proprio, di questo passo si va all’infinito.
Faceva notare Sebastiano Grasso come a un soggetto oggi si amalgamano agevolmente elementi della quotidianità, o della natura, o recuperati da altri soggetti. Esempio: “da un fumetto, un manifesto, un’insegna al neon, una visita ai grandi magazzini”. Risultato:”Da un lato si viene attratti da una immagine classica; dall’altro da un’icona popolare da supermercato”. Si può andare più oltre nel nome della attualità?

LA TERRA INQUIETA: Fare arte parlando di problemi

 La-Terra-Inquieta_-Exhibition-view-at-La-Triennale-di-Milano-2017-_xl-9-696x522

Abitiamo l’età della tecnica e ci proponiamo di salvare la natura, ma intanto dimentichiamo le sorti dell’uomo, non raccogliamo il grido lacerante di chi è intento a fuggire dalle tragedie della guerra e della fame.
Dobbiamo riconoscere che tutto ciò che nasce all’interno di scenari divaricanti, c’è una parte destinata, alla crudeltà degli egoismi individuali, sociali, nazionali ? Dobbiamo rassegnarci all’accusa di Silenio: stirpe miserabile ed effimera… perché costringi a dirti solo ciò che per te è vantaggioso?
Gli spazi della Triennale di Milano ospitano fino al 20 agosto prossimo una mostra di artisti egiziani, turchi, albanesi, iracheni, siriani, marocchini, eccetera, tutti con radici in territori inquieti e sofferenti, dove le parole guerra, odio, accanimento, paura, vergogna, colpa uniformano questo tipo di pensiero al linguaggio.
In tutto sono sessantacinque artisti e artiste messi insieme da Massimiliano Gioni che firmano installazioni, video, fotografie, materiali, mixage, texture, pitture con cui esplorano geografie reali e immaginarie. L’aspetto più importante e forse anche provocatorio della esposizione è di ricordare (ai fruitori e agli artisti) “che si può e deve fare arte anche per parlare e affrontare questioni di estrema urgenza e non solo per decorare salotti o spazi museali con oggetti costosi e inutili, come invece va davvero tanto di moda”.
La Terra Inquieta è una mostra che parla delle trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale, focalizzata in particolare sulla rappresentazione della migrazione e della crisi dei rifugiati. Ma fissa l’attenzione anche sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici.
Mentre i media e la cronaca ufficiale raccontano di guerre e rivoluzioni viste a distanza, vi sono autori che descrivono in prima persona il mondo da cui provengono. I loro lavori rivelano fiducia nell’arte di raccontare e trasformare il mondo. Dai risultati esposti alla Triennale emerge una concezione dell’arte visiva come reportage lirico, documentario sentimentale e come testimonianza viva e necessaria.
Naturalmente il “mosaico” ricostruisce anche le personalità artistiche degli autori. Impossibile citarli tutti, ci limitiamo a ricordarne alcuni: Liu Xlavdong, El Anatsni, Steve McQueen, Ivanov Pravdollub, Yto Barrada, Adel Abdesseme, Bouchra Khalili le cui opere sono tra quelle di più alto impatto visivo ed emozionale. Il loro è un racconto disuguale, vario, che aiuta a scandagliare realtà non piacevoli, in cui si ritrovano concentrate vicissitudini tragiche e umilianti. Narrano quello che spesso l’informazione nasconde, con note che spesso spiccano più di altre

La Terra Inquieta, a c. di Massimiliano Gioni, Milano, Triennale – Promossa da Fondazione Trussardi e Fondazione Triennale – Fino al 20 agosto. Info: http://www.Tfriennale.org
Contrassegnato da tag , , , , ,

Anselmi, Bianchini, Borsotti, De Bernardi in Lunigiana

Dal 28 luglio al 15 agosto il suggestivo borgo di Bagnone in Val di Magra ospiterà Mostra Diffusa di Arte Contemporanea. L’esposizione è nata su un progetto culturale dell’amministrazione comunale, promosso in collaborazione con l’associazione Donne Di Luna e affidato alle cure del designer-pittore-vignettista e progettista in Architettura di interni Gianpiero Brunelli, titolare a Orio Litta dello Studio Art & Design.
Tradotta e perfezionata da Brunelli, l’idea dell’evento punta a dare visibilità a un gruppo selezionato di artisti in una cornice di bellezze architettoniche e naturali. Oltre a prendesi carico di far guardare dentro con profondità e rigore nella preziosa produzione di autori che fanno pittura e poesia insieme, l’iniziativa è rivolta a far conoscere e valorizzare le caratteristiche ambientali e naturali di Bagnone attraverso una proposta capace di rappresentare aspetti della vita stessa della natura e dell’uomo.
Distinta in sezioni, l’ esposizione offre al visitatore un percorso in grado di costituire uno snodo fondamentale: cogliere e commentare lo “stato dell’arte” contemporanea; e, spostandosi dall’arte al paesaggio, apprezzare le bellezze naturali e le peculiarità di questo borgo della Versilia.
L’evento si presenta strutturato in tre personali e una mostra collettiva sul tema: Trascendenze: Dialogo tra Arte e Spiritualià. Al Teatro Quartieri i visitatori potranno conoscere distintamente le opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini e del pittore analitico (recentemente scomparso) Enrico Garavaldi, sostenitore di Calderara. Nella chiesa del castello invece troverà proposti lavori di consolidata tematica sacra del santangiolino Luigi Bianchini e della sua compagna docente di disegno e storia dell’arte a Chignolo Po Monica Anselmi, del codognese Franco De Bernardi e del casalese Francesco Borsotti. Infine, nel foyer del Quartieri, infine, l’ allestimento è riservato all’opera a “quattro mani” di Bianchini e della Anselmi già presentata nel 2015 alla Biennale di Venezia.
”Arte in Borgo”,dice Brunelli, ideatore e curatore dell’evento, “propone linguaggi diversi, in un confronto che spazia tra pittura iconica, aniconica e “pittura pittura”, sostenuto da percorsi personali che i cinque hanno sedimentato in anni di intensa attività, volta non a raggiungere teorie effimere o pseudo concettuali, ma una propria nitida e inedita matrice espressiva.
L’esposizione conterrà complessivamente una settantina di opere e metterà a confronto una sorta di mappa di materiali e tecniche artistiche del “fare” offrendo elementi per riconoscere i singoli stili, le esperienze di riferimento, e far entrare dunque nei “mondi possibili” creati dai cinque autori. Tutti artisti conosciuti nei rispettivi territori, ma meritevoli di una attenzione ben più ampia. Nelle loro produzioni, la mimesis sembra non avere più autenticità: La loro arte presenta infatti una diversa consapevolezza: quella del “mistero” e della “materia”, dei segni dell’epoca e delle leggi del costruire e dell’esprimere, dove il gioco è affidato alla poetica del “fingere”, ovvero al “dar forma” attraverso invenzione, occasione, libertà, fantasia, manualità eccetera.

 

I LUOGHI DELLE MOSTRE: Teatro Quartieri : Spazio polifunzionale: Wind di Luigi Bianchini; Foyer: Landscapes di Monica Anslmi; Omaggio alla Biennale. Installazione dell’opera esposta alla Biennale di Venezia nel 2015 di Bianchini e Anselmi. Al piano primo: l’Arte è un Viaggio , esposizione permanente di Enrico Garavaldi. Chiesa del Castello:Trascendenze : dialogo tra Arte e spiritualità. Opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini, Francesco Borsotti e Franco De Bernardi . Le mostre saranno visitabili dal 28 Luglio al 15 Agosto nei giorni venerdì, sabato e domenica e il 14 e 15 agosto, con orario continuato dalle 18 alle 23.
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Francesco Borsotti, un bricolage autobiografico di organi interni

FRANCESCO BORSOTTI:
“Adamo ed Eva”, 2017

Quella che Francesco Borsotti ha messo in arte negli ultimi lavori destinati alla Wunderkammer di Winterthuruna (una sua mostra è prevista questo autunno con la ripresa della stagione espositiva) sono storie autobiografiche. Storie nate dalla associazione di immagini, da interventi che sono al contempo scelte di attenzione e di razionalità e frutto dell’inconscio. Nella pratica, risultati in cui l’artista di Casale fa convivere vigore concettuale, conoscenze di matrice diversa, pathos, un gusto esperto nella modellatura dei soggetti, vicende associate a un certo bricolage domestico e autobiografico.
Come tutte le storie autobiografiche anche le sue sono affidate a un percorso artistico interattivo, da cui la fantasia modifica la condizione vera da cui hanno preso il via. Passando dalla grafica al fumetto, dall’opera iconica all’immagine pubblicitaria o trasgressiva o polemica.
Non è il caso però di prendere seriamente tutto ciò che Borsotti prende e narra – un pezzo qua e un pezzo là, una citazione ebraica e una texture – facendosi aiutare da fotografi, ricamatrici, informatici eccetera a ricomporre brandelli che consentono di cogliere tracce e simboli del suo rapporto coi fatti, le partecipazioni, le situazioni eccetera.
L’ultimo di questi impegni è di segno sempre personale: parla di un suo immaginifico rapporto con i propri organi interni utilizzando gli esiti di radioscopie, risonanze magnetiche, encefalogrammi, elettrocardio, elettroforesi eccetera.
Esprimere se stessi anche nelle parti più nascoste non è stato solo un vezzo del romanticismo diffuso dall’illuminismo e dall’idea moderna. E’ una pratica largamente diffusa ancora oggi, considerato il secolo della scienza, nell’arte contemporanea. Con estremo rigore nell’espressione e nella esecuzione Borsotti intuisce e architetta, dà significato e lettura metaforica ai tanti segni che la ricerca medico-scientifica utilizza.
Non sempre nelle esperienze eterogenee si può abbinare il significato introspettivo o mentale. Anche perché immaginare e sviluppare ecc. è parte del lavoro creativo di un artista. L’elemento iconico, di cui Borsotti è ben provvisto, di là dal rappresentare un segno visivo del vero vissuto, quando rincorre altri significati simbolici conferisce personificazione alla fantasia e si avvicina alla letteratura.
Nelle radiografie (artisticamente sistemate) si incontrano memoria, rilettura, testimonianza, scelte grafiche ed espressive, simboli mediatici che fanno riandare a componenti

FRANCESCO BORSOTTI
“lLIQUIDI ORGANICI”, 2017

pensabili e verosimili.
Borsotti è uno dei maggiori artisti del lodigiano, fa dell’arte visiva una elaborazione concettuale, dove ogni particolare prende il proprio significato dalla relazione con un’altra presenza. L’unico ad avvalersi di un vastissimo repertorio di immagini e di codici rappresentativi che integra alla struttura con personale concezione tecnica e che spesso costituiscono una “sfida”.
Dopo la mostra dello scorso anno l’artista è stato nuovamente contattato per una esposizione d’autunno alla Wunderkammer, galleria di Winterthur, città svizzera del Cantone di Zurigo. Se ne riparlerà.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

Giacomo Mazzeri: un percorso nella pittura di paesaggio

GIACOMO MAZZARI

L’architetto piacentino Giacomo Mazzeri propone al “Calicantus bistrot” (hall dell’Ospedale Maggiore di Lodi), unitamente a una serie di terrecotte modellate dalla padovana Oriana Sartore, un gruppo di oli recenti e meno recenti. Mazzeri si dedica con passione alla pittura dagli anni Settanta, anni in cui, se la memoria non ci tradisce, deve aver presentato di suo anche nel codognese.
Le connotazioni di ambienti, paesaggi e cose dipinte da questo settantacinquenne pittore di Aguzzano residente a Rivergaro, offrono un serpeggio mite e silenzioso di luoghi e natura, una narrativa dietro cui non si cela particolari concetti di linguaggio o di affinità, e neppure di semplice adornamento figurativo. Vi si può cogliere semmai una capacità di osservazione che riflette esigenze di spazio e luce da rispecchiare l’idea dell’artista di dare respiro ad una rappresentazione veritiera senza ostacoli o rigidità di sorta.
La sua è dunque una pittura che dei luoghi e delle cose propone una rappresentazione di gusto prestabilito, attenta, fatta di atmosfere affettuose. Che non conosce le scorribande esistenti oggi in pittura, e si esprime con un figurativo di tipo rafforzato posizionato sul colore. Un tempo si sarebbe detto “pittura borghese” o “ pittura da salotto”. Oggi, liberata dalle cripticità delle poetiche, l’esito finale sembra proiettarsi nell’oggettiva consistenza della forma, del color e della luce, a una sorta di consapevole singolarità fatta da atmosfere che lasciano al visitatore “l’ultima parola”. Senza nascondere una potente descrizione di volontà di rappresentare natura cose e paesaggi sottoponendoli alla condizione formale di ogni conoscenza, il tempo e lo spazio, senza alterazioni, senza doppi sensi sensoriali o altro, e senza rinunciare a quegli effetti che nella rappresentazione dei soggetti contribuisce a renderli reali.
Pittura, dunque, che non ricorre a stranezze stilistiche e squilibrate, di lettura piacevole e confortante, che rispetta condizioni preliminari, “non infettata dal senso” che gli farebbero perdere quella “innocenza” e che la schietta lezione schopenhariana riassumerebbe con la preposizione : “il mondo è la mia rappresentazione”.
In ogni caso pittura genuina, naturale, che si riconosce nel percorso particolare del paesaggio e delle cose che dall’Ottocento agli anni trenta del Novecento ha imposto il suo registro figurativo popolare in terra padana; oli che grazie al senso del colore cui si affidano non intricano particolarmente, ma neppure, con poche eccezioni, annoiano, grazie a un senso agreste che muove l’attenzione sul quadrante di altre misurazioni.

Giacomo Mazzeri – Opere – Calicantus Bistrot, hall Ospedale Maggiore Liodi, Fino al 10 luglio

Contrassegnato da tag , , , ,

Stefania Comaschi: “Passione per il colore”

Stefania Comaschi, commercialista di Lodi esperta in contabilità, da almeno una quindicina d’anni ha scoperto la pittura e si dedica al linguaggio del colore, che in pittura non è solo un mezzo di comunicazione, ma una scorciatoia per raggiungere i sensi e suscitare emozioni.
Il gruppo di lavori presentati al Caffè Letterario della Biblioteca Civica di Lodi, non hanno sottintesi interiori, mistici o simbolici. Per dirla con un esperto il colore è semplicemente la sostanza con cui Momy (questo il nome d’arte che la pittrice s’è data) compone i suoi quadri. Ma a certe teorie più o meno scientifiche nessuno sembra oggi dedicare più grande attenzione. Opinione diffusa e scontata è che le combinazioni di colori (primari, secondari e terziari), procurano sempre o quasi un qualche impatto emotivo. La lodigiana, che fa grande uso dell’acrilico, intende il colore come “liberazione dalle emozioni”. Lo combina al gesto, al segno, all’esperienza pragmatica, sciolto da schemi razionali e stilistici.

STEFANIA COMASCHI (Momy)

A chi ha vissuto gli anni Cinquanta le sue superfici pittoriche fanno riandare  alla pittura allora dominante in America e in Europa, incentrata sull’espressività individuale. Era quella una pittura straripante di energia da avere segnato il percorso dell’arte in maniera alternativa. Oggi convergere su quel terreno non può avere l’obiettivo di rompere un qualche schema formale o geometrico, accademico o tradizionale. Nel nuovo clima artistico contemporaneo, in cui i linguaggi informali hanno posizione marginale, non sono sostenuti da problematiche fenomenologiche o esistenziali, una pittura che è manifestazione gestuale, segnica, materica, coloristica come quella della Momy è obbligata giocoforza alla “citazione”.
Praticata con largo appoggio all’effetto colore, il risultato è una figurazione di tensione vagamente espressionista, sostanzialmente informale, da cui emergono forme larvali, fantasmatiche, allusive ed è prevalente l’assenza di un’espressività soggettiva, anche se in certi “paesaggi” si possono colgliere caratteristiche liriche e toni delicati. Prevalente è in essa, oltre al colore, la stesura gestuale e segnica, aperta a a tensioni compositive e non manca neppure qualche tentativo evocativo

Contrassegnato da tag , , , , ,