Archivi categoria: Mostre

De Lorenzi e Amoriello, madre e figlia, l’arte di due

ELENA AMORIELLO
L’ultima cometa

Se memoria non tradisce, una quindicina d’anni fa, commentando una mostra di coppie d’artisti Elena Pontiggia, Lea Mattarella (critica de La Repubblica, nipote del Presidente Mattarella, morta lo scorso gennaio) e Tulliola Sparagli giurarono all’ unisono che la conoscenza in pittura è soprattutto comparazione e che l’arte ha spesso bisogno del confronto per un maggior arricchimento. La mostra di Loredana De Lorenzi e di Elena Amoriello allo spazio Bipielle Arte, che proseguirà fino al 15 aprile, può esserne una prova. Approfondimenti in tal senso sono stati affidati all’intervento di Matilde Romito, dirigente dei beni culturali di Salerno che ebbe già occasione di presentare l’opera della De Lorenzi e che sarà, accompagnata dalle voci recitanti di Vanda Bruttomesso e Giovanni Amoriello.
L’esposizione lodigiana conferma che ci troviamo di fronte a due mondi differenti, che costruiscono il proprio Io su archetipi diversi, su culture linguaggi e tempi storici diversi, anche se nella personale dinamica intellettuale ed emotiva sentimenti e riflessioni si tengono compagnia e si scambiano peccatucci operativi.Le convergenze annunciate sono più nel titolo; trattandosi di allestimenti “antologici” qualche seduzione si può incontrare nei compiacimenti retorici o nei birignao estetizzanti. Non può dimenticarsi però che la personalità delle due ha una “edificazione” temporale di matrice disuguale: di reputazione didattica la De Lorenzi, laureata con una tesi su Lucio Fontana e corsi a Urbino l’Amoriello.
Se si vogliono cogliere “convergenze” perciò, ci si deve rimettere più alla sicurezza che entrambe portano nelle rispettive capacità tecnico-espressive che viene dal dedicarsi a materiali, procedimenti e sperimentazioni, dal riservare al rapporto arte-tecnica una attenzione che spesso trasforma i risultati da oggetti di contemplazione a oggetti di partecipazione.
Quanto esperta sia la De Lorenzi nel fare ricorso ai materiali per procurare fatture eleganti ed emotive e quanto sicura Elena Amoriello nel dare vita a cosmogonie mescolando paste e metalli lo dice assai bene la mostra. Nella De Lorenzi prevale il senso della meraviglia per la natura. I “decori” suggeriscono emozioni, sono eleganti, evocano un giusto grado di poesia. In essi si scorge una abilità d’ artiere, una capacità di produrre arte rimanendo al confine fra figurativo e non, fra tema e spazio spirituale. L’artista “legge” figure e forme della natura e del corpo, richiamando a volte le suggestioni del mito che vi intrecciano. Lo fa attraverso materiali, il metodo preparatorio, la tecnica di manipolazione, servendo il risultato di atmosfere ossidanti.
I lavori dell’Amoriello sono sorretti da un equilibrio di sensibilità cromatica e di temperatura poetica; solidi tra ambiguità figurale e astrazione, orchestrati su varianti, evocativi nelle forme e nel segno. Riferiscono metodo, procedimento, sapere tecnico, applicazione aperta alla sperimentazione, alle trasformazioni di un linguaggio legato al rigore operativo, dove il sapere manuale è al tempo stesso verifica linguistica e poesia.

 

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Prossimo omaggio a Felice Vanelli alla Centropadana

Dopo due mostre di ottimo livello dedicate a Chighine e a Cotugno, concluse con significativi riscontro di pubblico, il limpido equilibrio dello spazio centrale di Palazzo Sommariva-Ghisi a Lodi, sede della Banca Centropadana si appresta ad accogliere in coincidenza con la ricorrenza di San Bassiano, un “omaggio” a Felice Vanelli, affidato alla curatela artistica di Tino Gipponi.

Una mattinata del luglio scorso l’ottantenne Vanelli risolveva le proprie tribolazioni terrene, delle quali pochissimi erano a conoscenza, perché fuori d’ogni enigma, come un Giobbe biblico, egli aveva voluto che la forza espiativa della sofferenza e la sacralità della morte non fossero turbate. Sulla sua storia d’artista richiama ora l’attenzione la mostra alla Centropadana con l’intento di ricordare la figura di pittore-scultore-artefice e far riprendere contatto con gli squarci di verità, sacralità, poesia e storia che l’hanno accompagnato in oltre sessanta anni di attività artistica..

In Vanelli soggetto e forma, immagine e simbolo plastico, si alternano e si fondono, compongono insieme pagine di un diario appassionato in cui è testimoniato il rapporto di tre dimensioni temporali: il tempo della esperienza individuale dell’artista, il tempo della storia e della cultura locale, il tempo metafisico e religioso.

Vanelli fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, grafico e unificò in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni. I suoi lavori arredano case, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Naturalmente non tutti sono del medesimo livello, ma molti hanno una specificità di linguaggio: sono fuori dai vincoli delle mode e del convenzionale.

All’ iniziale culto “michelangiolesco” l’artista ha fatto seguire uno sviluppo di indirizzi personali ricavati dall’ esperienza e dalla conoscenza tecnica e culturale. Era un figurativo, che combatteva “i malevoli spiriti che veleggiano a stormi” (citava, un po’ a modo suo, Montale, per non fare i nomi dei “modernisti” di casa). Si vantava d’essere artista di mestiere e tecnica, e soprattutto di “sentimento”. Intendeva dire di cuore, impulso, sensazione. Non si fece mai (o quasi) guidare dal desiderio di meravigliare con “audacie” o bizzarrie. Fino all’ultimo diede testimonianza della sua fiducia nell’immagine; che, nata dall’artista viveva della fedeltà alla natura, all’uomo, alla sua storia, alla sua religiosità.

Scultura e affresco, sono arrivati dopo la pittura, e dopo ancora è approdata la ceramica, quando l’ enfasi aveva fatto posto all’efficacia e lui s’era messo a stringere sull’indispensabile.

Nella pittura su muro diede sfogo alla passione disegnativa con cui ha narrato la realtà e la speranza dell’uomo, attraverso semplici miti e figure della più comune simbologia popolare. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto mezzorilievo e basso praticati con attenzione al grado di dare spessore alla figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che si ritrovano nella ceramica, dove in gioco entrarono la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura. Le qualità più specifiche che riportano il lavoro manuale alla grande dignità artigiana.

Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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Teodoro Cotugno, poesia di una città di provincia

TEODOTO COTUGNO: Copertina del catalogo curato da Tino Gipponi per la mostra alla Banca Centropadana di Lodi

Si è inaugurata alla Bcc Centropadana in corso Roma a Lodi, presenti i vertici dell’Istituto, come pure esponenti dell’arte, della cultura, dell’amministrazione civica e un pubblico numerosissimo delle migliori occasioni, una “vetrina” di opere grafiche di Teodoro Cotugno.
La mostra compendia in 35 calcografie un racconto di luoghi, percorsi, monumenti cittadini, dall’artista affidati a una narrazione di mestiere e sapere, in cui la natura viene messa a fuoco nel dettaglio e connota privilegiandole esplorazioni di luce e incantamenti.
L’omaggio a Lodi e al territorio è stato reso possibile dal riordino intelligente di un consistente numero di lastre incise in anni diversi, che una volta riunite documentano filologicamente le acquisizioni del segno artistico, il passaggio da un registro descrittivo-figurativo a una dimensione interiore, a un cammino orientato sul significato profondo del guardare in cui al “simple divertissement de hasard” è opposto un paesaggio figurale di meditazione e poesia consegnato da stampe originali d’arte.
Una esposizione dunque invitante oltre che persuasiva in cui Cotugno si conferma uomo di silenzi, di tempi sospesi, di sguardi dilatati e segreti, oltre che calcografo dal segno autorevole e definito. La qualità delle acqueforti riunisce in sintesi stile, temperamento, sensazioni e sentimenti. La piazza del Duomo, La Basilica di San Bassiano, Il Torrione di Lodi, Il resto del raccolto, I tre campanili, Lodi dai tetti, Il Torrione, la neve e il silenzio, L’Isola Carolina, Le Baste 1, Le Baste 2, San Rocco, Il vigneto, Cattedrale d’inverno, Vecchia fornace, Autunno, L’Incoronata e la luna, Vigneto di Giò, La cascina scomparsa, Autunno, Tra gli alberi, L’Adda eccetera, studiosamente disposte, hanno “armato” il curatore Tino Gipponi che ha condotto una puntuale, esperta analisi dei procedimenti e dei segni grafici, e una interpretazione delle condizioni di sentimento e poesia che rendono i fogli unici.
Cotugno è artista che non si compiace del mestiere di “riproduzione”, aspira a toccare vertici di espressione. Nei suoi lavori si ritrovano schiettezza di scrittura, spessore di significati, pretesti di poesia; filtrano fremiti di luce presi dalla realtà della natura e con decisione proposti con coinvolgimento. Campagne, passaggi, stagioni, scorci boschivi, archeologie agresti, corsi d’acqua, aspetti rurali, ma soprattutto monumenti civici, ponti, tetti e piazzali, chiese, scorci cittadini ecc. inducono a leggerne, segno dopo segno, i dettagli, fin oltre dentro l’ avvolgente poesia.
Profili urbani, aspetti gentili, visioni campestri e bucoliche sono dall’artista colti con occhi di poeta, attraverso un intimo rapporto con la natura guardata e riguardata, che suggerisce – con le ovvie e dovute distinzioni -, cenni di richiami a Barbisan, Tramontin, Castellani, Cadorin, Trentin, Ceschin, Tregambe…
Come loro, il calcografo lodigiano trasmette sensazioni di luce. La sua arte non annuncia problemi, se non le incognite a cui va incontro l’amata natura. Le sue immagini lasciano l’effetto realistico per incontrare qualcosa che è misterioso (non semplicemente poetico).
Il percorso segnico-formale s’è molto rafforzato, ha acquisito sicurezza ed espressività; i suoi fogli si riconoscono per lo svolgimento dei temi e lo sciogliersi delle forme nell’atmosfera. L’abilità di mano e di occhio giunge a inserire il bianco del foglio nella raffigurazione, fino a raggiungere effetti luminosi in differenti elementi paesaggistici.

In tempi di imperante finzione la mostra rivela un Cotugno dall’ approccio umile e consapevole verso un mestiere e le sue radici che alimentano un’arte che “minore” non è. Tutt’altro!

 

 

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Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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“SEQUENZE”, De Bernardi alla Biblioteca di Casalpusterlengo

Dal 7 al 14 ottobre 2017

FRANCO DE BERNARDI

Dal 7 al 14 ottobre p.v., l’artista codognese Franco De Bernardi torna ad inserire le poche esposizioni casalesi nella menzionalità di quelle che valgono o hanno un qualche interesse territorialmente.Lo farà attraverso un gruppo lavori di medie e grandi dimensioni e di libri d’artista realizzati su vetro, da procurare una robusta griglia tecnica fattuale e dare unità ai caratteri della ricerca della propria pittura post-concettuale.
In un quadro territoriale fatto da situazioni stilistiche boccheggianti ossequi al retrò figurativo, o nel migliore dei casi, ad avanguardie d’altri tempi da costituire il vettore di una ritualistica di clonazione, De Bernardi è dei pochi a non stare dietro alla logica dei “tempi brevi” e delle “etichette”, esplicitando con coerente azione interesse alle soluzioni pratico-operative e alle forme di frontalità autoriflessiva.
Per l’esibizione, l’artista ha prediletto un gruppo di lavori di decisiva suggestione visiva, da procurano un “insieme” delle esperienze che l’hanno visto protagonista all’insegna di una ricerca marcata di forte peculiarità.
Le esibizioni, onestamente, si dovrebbero giudicare solo dopo averle determinate nel loro completezza; quella dell’artista codognese, considerando anche il suo percorso di pittore, si prestano a una facile appropriazione di dati d’interesse.
Le opere alla Biblioteca oltre far ritrovare la personalità dell’artista, si annunciano interessanti dal punto di vista della individuazione tecnica e delle procedure e dei materiali (tempere, colle, carte) adottati. In sintesi degli elementi che danno alla sua ricerca un carattere connotato di densità simbolica ed efficacia. In un certo senso anche liberatoria, sottratta a sovrastrutture, parvenze (cosmologiche) e a diavolerie decorative varie.
Nei manufatti si ritrovano riflesse facoltà immaginative consegnate da una maestria operativa manuale guidata dalla mente, in cui è possibile prendere una certa ambiguità ora figurale ora astratta, lasciando al fruitore di infittire sensazioni o manipolazioni e letture, compresi incerti richiami “turneriani”. Ciò, sebbene il pittore non attinga a fonti letterarie, e preferisca fare i conti con la pittura, con gli agenti dinamici dell’atto e del gesto e la concretezza dei materiali, conferendo concretezza all’azione.
I cartacei ch’egli esporrà a Casale sotto il titolo di “Sequenze” – catene, avvicendamenti, progressioni ? – , ovviamente da verificare -, accomunano nel sostrato manuale e tecnico tempera, carta lucida bianca e di colle -, richiami onirici e memoriali insieme a consapevolezza e sensibilità esistenziale.

 

 

Sequenze – Personale di Franco De Bernardi – Biblioteca comunale di Casalpusterlengo. Inaugurazione 7 ottobre ore 17 – Dal 7 ottobre al 14 – Orari di apertura della Biblioteca civica.

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VARIAZIONI SUL “LIBRO D’ARTISTA” ALL’ARCHIVIO STORICO DI LODI

Cos’è un libro d’artista a cui l’Archivio Storico di Lodi dedica una selezione di Gino Gini e Fernanda Fedi? Chiederlo è più che naturale, i media – attenti a tante estravaganze – non hanno certo faticato a farlo conoscere, neppure come esperienza artistica. Anche se poi, i libri d’artista da noi non sono mancati e con buoni risultati. Basta ricordare gli esempi dotati dai duo Abbozzo-Anelli, Grechi-Arrivabene, Valsecchi-Cotugno, Poletti-Maietti, Biasion-Cotugno, Gini-Oldani, Fedi-Oldani, Beltrami-Cotugno, Casiraghi-Cotugno, Simonetta-Caserini, De Bernardi-Anelli, Morena-Caserini, Maffi-Lajolo e, individualmente, Franco De Bernardi, Gian Franco Grechi, Marcello Chiarenza, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno,  Luigi Maiocchi, Andrea Cesari, Fausto Pelli, Giuseppe Orsini, Piero Manzoni, Gaetano Bonelli, Luigi Novello, Aldo Milanesi, Domenica Regazzoni, Guido Oldani, William Xerra, Mario Ferrario, Angelo Savaré, Amedeo Anelli, Flavia Belò, Museo Stampa Schiavi, Giangi Pezzetti, Assoc. Mons. Quartieri, Franco Prevosti, Gigi Montico,  ecc. C’è chi ha realizzato libri d’artista per la flessibilità, chi per l’ economicità, chi mettendo d’accordo il dato manuale e la stampa industriale, chi combinando sul retro di copertina un acquarello, un’incisione o un collage, un aforismo o una poesia; chi lo ha fatto per realizzare un prodotto accessibile e chi semplicemente per sottrarsi ai meccanismi commerciali; chi lo ha adottato per una visione elitaria e chi per sperimentare forme espressive; chi mantenendo una struttura artigianale, chi avvicinandolo al prodotto industriale; chi per veicolare idee personali. Sono alcune delle caratteristiche che, di volta in volta, il libro d’artista può assumere.
Se però si vuole una definizione in senso stretto è d’obbligo prenderla da Anne Moeglin-Delcroix, autrice della Esthétiques du livre d’artiste e di “Sur le livre d’artisdte:Articles ed écrit de circostanze 1981-2005”in cui definisce i libri d’artista: “Quei libri che sono in sé opra d’arte e non strumenti di diffusione di un’opera. Questo implica che il libro non sia soltanto un semplice contenitore indifferente al contenuto: la forma-libro è parte integrante dell’espressione e della significazione dell’opera realizzata attraverso il libro stesso”.
I libri d’artista non si trovano in libreria. Realizzati di preferenza manualmente, con tecniche e materiali poveri, hanno tiratura limitata, in qualche caso unica, abbinano disegni, acquerelli, interventi di grafica a testi e poesie. I percorsi che portano alla loro realizzazione possono essere i più disparati, moderni e tradizionali, pratici e intellettuali. Lo si vedrà alla esposizione che Gino Gini e Fernanda Fedi, titolari dell’Archivio Libri d’Artista di Milano presenteranno all’Archivio Storico di Lodi, fornendo esempi anche di come il libro d’artista può essere realizzato con tipologie diverse (libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box, libri preziosi, minilibri, libri maxi), da sfiorare la sfera della percezione visiva quanto di quella tattile.
Negli ultimi lavori la Fedi impagina grafemi antropologici, combina concettualismi e incantamenti grafici, mentre Gini persegue la sua diversificazione del linguaggio attraverso immagini e scritti, piani e tipologie tecniche in chiave di poesia visiva.
I due artisti saranno all’Archivio Storico dal 16 al 30 settembre. L’evento è procurato da Archivi-Amo, Kamen’ e Amici del Nebiolo. All’inaugurazione (sabato 16 settembre, ore 17) assicureranno il proprio contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. Sarà inoltre presentato il nuovo libro di Fedi e Gini delle Edizioni Piccolo di Livorno.

 

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“La Stagione delle Mostre” alla Banca Centropadana di Lodi

TINO GIPPONI FA RISCOPRIRE
L’ARTE DI ALFREDO CHIGHINE

ALFREDO CHICHINE:
“Tramonto”, olio su tela 63 x 70, anno 1957

Dice Jasper Johns a “Lettura”: L’arte è molto meno importante della vita, ma come sarebbe povera la vita senza di essa”. Non è l’unico ad averlo detto e spiegato. Prima di lui, i frequentatori delle sorelle Pirovini a Brera, o del caffè all’angolo tra via Broletto e corso Garibaldi, l’hanno sentito dire, con altre parole ma il senso era quello, da Alfredo Chighine, pittore milanese di famiglia sarda, protagonista negli anni Sessanta-Settanta della stagione dell’informale (dal critico Francesco Arcangeli interpretato come un attraversamento, una relazione fra uomo e natura, tesi peraltro respinta da altri , tra cui Franco Francese, per il quale l’arte di Chighine era “tachisme e basta”), morto poco più di una quarantina d’anni fa all’età di sessant’anni per una trombosi cerebrale.
Ora, il critico Tino Gipponi, uno che ha sempre affrontato i problemi che riguardano l’arte con un orizzonte non provinciale, affiancando l’attenzione per il linguaggio dell’analisi critica al perfezionare uno stile personale con cui confutare gli eccessi di esemplificazione e di giudizio che s’incontrano in pittura, ha in preparazione a Lodi una “Stagione delle mostre” in grado di offrire riferimenti dettagliati e organizzativamente motivati, e tra questi una antologica di Alfredo Chighine.
L’ offerta è resa possibile dalla collaborazione con la Banca Centropadana che ha deciso di dedicare un proprio spazio nella sede di corso Roma a Lodi a esposizioni di alto contenuto, di sicura concentrazione di messaggio culturale, di artisti, anche se locali, che hanno raccolto e accolto positivamente l’impronta “intrinseca” del proprio tempo.
La “stagione” riserva una quantità di sorprese. La prima l’abbiamo già anticipata: sarà appunto di un artista di razza genuina, che Gipponi ebbe modo di conoscere e frequentare nel suo studio di corso Garibaldi a Milano e al quale dedicò anche un libro, “Morire sconosciuto e misero – Il carteggio tra Alfredo Chighine e Franco Francese” (Motta Editore, 2005), in cui è messo sotto i riflettori un periodo di dialettico rapporto di Milano con quanto avveniva in Italia e all’estero e si recupera la figura di Chighine, finita in ombra dopo le antologiche alla Permanente (1977) e a Palazzo Reale (1989).
Negli anni Sessanta mentre nelle gallerie milanesi dominavano le posizioni personali di Dova, Crippa, Vacchi, Mandelli. Milani, del pavese Moreni, del veneziano Vedova, del perugino Burri eccetera, oltre, naturalmente agli espressionisti astratti statunitensi insieme ai postumi del Novecento italiano, ai neorealisti di Corrente, agli astrattisti Melotti, Reggiani, Rho, Licini e il gruppo dei francesi, in una Milano sommersa dal dilagare delle “pose”- dai tanti “falsi maledetti e imborghesiti carrieristi”, come li definiva Franco Russoli allora direttore della Pinacoteca di Brera, Sovrintendente ai Beni artistici della Lombardia e docente di storia e stili al Politecnico – Alfredo Chighine ha affrontato un percorso alternativo, di ponte con le nuove leve.
Oggi il suo nome è purtroppo nuovamente caduto in dimenticanza da parte del pubblico e della critica. Non senza un intento “provocatorio” Gipponi lo riprende e ciò costituirà la sorpresa per molti. La sorpresa di vedere quadri in cui si fondono l’appassionata ansia di superare gli azzardi delle vacue avventure e un linguaggio in cui è mantenuto il carattere lirico dell’artista, dimostrando un cammino fatto di qualità linguistica, acutezza d’indagine, senza giochi di gusto, senza fioriture decorative, senza intellettualismi, senza richiami o nostalgie accademiche.
La mostra che Bcc Centropadana si appresta ad offrire ai lodigiani e più ambiziosamente al pubblico lombardo è destinata a rivestire i caratteri di una vero e proprio “evento”.
Curata da Gipponi, che è uno dei migliori studiosi di Chighine, forse uno dei pochi che ha saputo dedicargli una chiave di comprensione e di interpretazione, l’iniziativa promette di far ritrovare attraverso gli elementi del suo percorso pittorico i valori del suo procedimento teorico e pratico – la qualità, la poesia, l’espressione delle variazioni e delle reazioni – da far meditare sui valori e sui destini della pittura e sul clima storico che vide il pittore protagonista inimitabile.

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Gigi Montico al Caffè Letterario: prosegue l’avventura ludica

L’interesse di Pierluigi Monticane (alias Gigi Montico) per la matrice surreale e qualche attrazione dada è nota, ma questa volta non confonde molto della sua esperienza coi mentori delle fasi surrealiste; e meno ancora con coloro che hanno impresso un timbro a esperienze posteriori e susseguenti: astrattisti, informali, suprematisti, costruttivisti, produttivisti, naturalisti (accademici e non), alchimisti, azionisti. “bad” e tutte le altre classificazioni procurate dal turbinio della pittura degli ultimi cento anni. Nelle tante presentazioni sul territorio che si possono ricordare (Postino, Casalpusterlengo, Dovera, Lodi, Melegnano ecc.) e che lo hanno consacrato artista abile, scaltro, spregiudicato, audace, di padronanza del mestiere, di ogni tendenza, che gli permette di fare, quel che fa, quel che più vuole e piace, imbevuto della nostra epoca. Quelle dell’artista di Dovera sono sempre rappresentazioni dai connotati molto personali, che lo hanno reso in parte atipico nel nostro panorama. In occasione delle ultime uscite lodigiane aveva offerto una sintesi definitoria che può valere per la nuova esibizione al Caffè Letterario in programma dal 25 agosto prossimo: faccio pittura ludica : “Il valore che do alle mie opere sono nella simbologia che portano in sé o in quella che il pubblico intende riconoscervi”.

Gigi Montico: Mare Nostro 1

Montico trae spunto e trova motivi nella comunione dell’uomo con la natura, in una sorta di rivalutazione non intellettualistica del rapporto con il vivere, preso anche a simbolo di quel desiderio che è radicato nella condizione umana e che esprime la tensione dell’uomo verso l’equilibrio e non alle lacerazioni. Natura poliedrica ricongiunge strade diverse: l’uso del colore, del segno, del gesto, dei materiali e della materia, designandoli a stimolatori della fantasia. Non è tuttavia la “poetica” a richiamare attenzione su di lui e sulla sua produzione artistica. Interessa più il risultato che scaturisce da questa posizione: una pittura senza insolenze, in cui la chiave “liberatoria” è nella affermazione più che nella negazione; costruita con una espressività attenta non alle nevrosi o all’ubriachezza tematica, ma alla poesia., spesso assecondata da una tendenza al “recupero” o al “richiamo” di una ricerca di rapporti meno convenzionali con la realtà.Montico non inventa, elabora. Nelle invenzioni compositive convergono le modalità di una lunga esperienza e una serie di elementi e dati originali con cui l’autore infervora le sue rappresentazioni, raggiungendo con inedite sospensioni temporali una visionarietà in cui è possibile rintracciare finanche allegorie, deliziate da fantasia e dense di pathos.

GIGI MONTICO: Caffè Letterario Biblioteca Laudense, via Fanfulla – La bohéme de Paris – Dal 25 agosto al 10 settembre – Inaugurazione venerd’ 25 agosto ore 18.
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