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Retrospettiva di Ottobelli alle Stanze di Carte d’Arte

 

Potrà sorprendere e insieme far piacere che un evento come Carte d Arte con le sue Stanze che anche quest’anno l’Associazione d. Quartieri darà assetto allo spazio arte Bpl, destini un’ attenzione a quegli artisti e artigiani che son passati dalle sue stanze e che oggi non ci son più (gli acquafortisti Timoncini e Diana, lo stampatore Zanaboni), e, in particolare, organizzerà una retrospettiva del medico-pittore Mario Ottobelli nel ventennale della morte.

Con tale attenzione il “quadro” dell’evento curato da Gian Maria Bellocchio e dall’architetto e storico dell’arte sangiulianese Walter Pazzaia mette a punto una selezione espositiva di interessi ampi, dal mondo della grafica a figure di spicco in qualche modo legate alle attività culturali dell’Associazione.

Delle qualità d’artista di Mario Ottobelli e della sua natura si e scritto molto a cominciare dalle sue mostre meneghine (galleria Montenapoleone, Ars Italica, Permanente) e, per rimanere a livello locale, al Collegio San Francesco ( dove il pittore fu allievo), alla Galleria Mazzi (2002), alla Casa del Popolo di Lodi (2009), all’I.T.I.S di Casale (2018) oltre a diverse altre individuali e collettive..

Voce singolare, Ottobelli fu pittore che espresse sempre il desiderio di miglioramento, riconoscendo l’insegnamento dei suoi maestri e dei successivi riferimenti. Dipingere fu per lui, un’ “esperienza umana”. Uomo di cultura (di cultura pittorica), sobrio, senza eccessi, misurato nei giudizi, diffidava di quei pittori che ricorrevano alle troppe parole da sorprendersi a volte per certe sue uscite giudicate pungenti o pepate. Il suo interesse era rivolto tutto alle “rigenerazioni” portate in pittura da De Amicis, Spilimbergo, Moro, artisti suoi amici che citava spesso per le qualità morali e le competenze e virtù di mestiere.

Il nostro primo contatto con la sua pittura risale a oltre mezzo secolo fa alla galleria Montenapoleone di Milano. Alla fine, con preziosa leggerezza disse: ”Se le capiterà di scrivere di me faccia riferimento al cezannismo di De Amicis, mi è il più vicino in senso unico”.

Suo insegnante e amico, De Amicis ha sempre mostrato grande apprezzamento da introdurlo alla Permanente di Milano. Nei suoi quadri, vi coglieva, da pittore, una vibrazione intensa e accenti di linguaggio “franco”, non viziato da estetismi.

La mostra che le Stanze gli dedicheranno a novembre costringe anche noi a tirar fuori qualche “fotografia” che dia idea del suo carattere e temperamento al di là delle analisi critiche. Ottobelli fu un artista appartato e silenzioso, fuori dalle contese che a Lodi non sono mai mancate, da negarsi a qualche legame con gli altri pittori locali, non per alterigia o supponenza. Tutt’altro. Semplicemente perché non era d’accordo con i concetti grossolani che alcuni di loro esprimevano.

Ad una “Oldrado” gli venne consegnata una medaglia al merito. Naturalmente ben accetta, ma non da menarne particolare vanto. Preferiva star lontano dalle pedane. Era un pittore “fai ‘nsì – dicevano moglie e amici -. Che in tal modo riassumevano il carattere dell’uomo: uno che non si atteggiava, che respingeva le ritualistiche e l’ufficialità. Nelle sezioni (arte sacra, nudi e figure femminili, paesaggi, nature morte e interni) in cui troveranno disposizione i lavori (provenienti da collezioni private e dai familiari) i visitatori non scopriranno “inquietudini particolari”. Solo codici di sobrietà, una malinconia pensosa e tanta poesia.

 

Aldo Caserini

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“MOVIMENTO” di Pasqualino Borella

Con “Movimento” un mix di immagini proposto alla Società di Mutuo Soccorso di Lodi in via Calisto Piazza,, Pasqualino Borella si pone in un certo atteggiamento che vuol vedere ciò che gli sta davanti, ma anche l’altra parte, sensibile alle facoltà dell’uomo, quella che promuove pensieri e astrazioni, cambia lo sguardo con cascate di colori, afferma l’abilità nel trasferimento di immagini che danno una importanza diversa e decisiva alla composizione della rappresentazione.

Borella è noto come fotografo, lo fa con passione e mestiere verificandolo con occhio critico, coltivato insieme al piacere di un linguaggio autonomo e corsaro, da mettere insieme molteplicità di interessi e originalità di risultati formali. Non è cioè un mero operatore che riduce l’intervento alle cose strumentali, all’inquadratura, alla messa a fuoco, alla scelta del tempo in rapporto al diaframma, alla cliccata eccetera…Al contrario è artista che coltiva l’ambiguità e l’astrazione presenti in una realtà mescolata a elementi integrativi di altri momenti, interpretando fermenti di poesia vidimati dall’autenticità di una ricerca garantita sempre dalla franchezza espressiva, narrativa e immaginaria,

“Movimento”, regge su lavori che risultano da input eguiti nel montaggio digitale e a cui Bonelli ha aggiunto del suo, un combinato di idee, fantasie, contrapposizioni e indipendenze prese dal una risma di carta, una pubblicità, da luci natalizie, da una cascatella o un quadro, dal pubblico a teatro o in movimento su una vecchia balera eccetera).

Fotografo, scrittore, collezionista, cultore di storia del territorio Borella accompagna l’attività del proprio studio con quella di cultore dell’immagine, profilo di lui meno noto ma non di secondaria importanza.

Nel suo archivio (Fogli di carta, Giochi di luce, Fluidi, Giochi d’acqua, Riflessioni da un quadro, Bottoni colorati, Ballo liscio, Cattedrale vegetale eccetera) c’è l’ insolito, il singolare, lo slancio, il sorprendente, l’ estro e altri elementi di qualità. Rappresentazioni che invitano alla riflessione e quelle che colgono un’emozione, altre che intrigano e sorprendono e distinguono concetti.

“Movimento” scopre come Borella non pratichi solo fotogiornalismo ma traduca i propri scatti in chiave di espressività creativa, introduca al miracolo delle “immagini che creano se stesse”. Vada oltre alla barriera costituita dalla macchina, cioè il mezzo del suo lavoro e del suo modo di conoscere e di fare.

Come confessa nell’autoperesentazione alla mostra “le foto sono ricavate da “files” originali e non elaborate in post produzione. il pathos comunicativo sta nel loro mix: dare dinamismo a una immagine reale, trasportarla verso un pensiero vivo, e dare con l’astrazione emozioni”.

“Movimento” propone forme che sono figlie di due contraddizioni: delle potenzialità della tecnica fotografica (la roteazione, il tempo, gli effetti, il colore, le masse, la luce, i contrasti, la gradualità nel farla entrare nell’obiettivo) e le spinte verso l’originalità simbolica, il contenuto,.

Aldo Caserini

Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno in mostra alla Biblioteca don Milani di San Martino

Della grafica per azione impressiva e della stampa originale d’arte, non gira molta conoscenza tecnica, pratica e operativa sul territorio. Per questo è da salutare favorevolmente l’iniziativa del Comune di San Martino in Strada e della biblioteca comunale di organizzare, a partire da martedì 3 settembre, una presentazione di acqueforti del calcografo lodigiano Teodoro Cotugno, acquafortista di prolungata consuetudine operativa e riflessiva da convertire i tagli in incavi, in valori grafici e quindi in immagini, referenziando soggetti naturalistici, che sono poi quelli della propria ricerca artistica di pittore. Da offrire quindi anche una solida didattica. Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – questo il titolo della mostra, destinata a durare sino al 15 settembre e che venerdì 6 settembre il critico Tino Gipponi presenterà nelle sale di piazza Pagano -: offre una rappresentazione “dolce” e varia del territorio laudense; blocca i dati del vero, dell’impressione e dell’emozione con una serie di scorci e paesaggi dove trovano comprensione acque, vigneti, cascinali, monumenti storici, chiese e altre forme significative. Soggetti e temi che fanno parte del patrimonio iconografico dell’artista e del suo modulo stilistico, avviato quarant’anni fa, appena diplomato ai corsi di perfezionamento di grafica di Urbino. La sua è infatti una esperienza artistica e umana che dura ormai una vita supportata da valori umanistici. I venti fogli portati in esposizione fanno ovviamente parte di un esteso deposito di emozioni tradotte con una grafica fatta di finezze, di messaggi e di fiducia nella natura ai quali l’artista ha affidato la propria sensibilità creativa e fa ritrovare brezze di serenità meditativa e amore per la propria terra. In parecchie occasioni si è detto di Cotugno di un “artista poeta”, cantore “dei silenzi”, “della luce”, “del sentimento”, “della terra” ecc. Definizioni che nascondono – forse – ridondanza di retorica, che trovano però verità nelle tante pagine pacate affidate a lastre e punte, raschietti, composti, carte e paste abrasive, bulini, lenti, ecc., in prevalenza nei valori di tono e di luce e nell’abilità del disegno, in cui l’artista depone il respiro e il canto della sua anima. L’’evoluzione di questa grafica chiamata per semplicità “di paesaggio”, in cui scorre sotto il segno scaltro e seducente una narrazione di lucidissima sensibilità che oggi risulta più sciolta e libera nel rappresentare, determinata nel ritmo e nella misura formale ideale. Quella di Cotugno è una produzione che sospinge il fruitore a socchiudere le palpebre e a godere della soavità delle visioni, a coglierne la vivacità e il rigore, il modo tutto diretto con cui l’artista grafico coglie colti scorci, archeologie urbanistiche, simboli del passato, intrecci di cultura e società da rendere “immagate” e non “stranite” le presenze nel capoluogo e nel territorio. Nelle stampe di Cotugno non c’è solo la manualità, l’abilità nella traduzione dei luoghi; c’è, insieme, la ricerca di esprimere l’intuizione poetica, lo stesso momento fatto di brividi intensi, di assonanze della memoria, di vibrazioni tonali ed espressive. Nelle stampe esposte il visitatore troverà l’immedesimazione dell’artista nel paesaggio, ma anche distacco, passione controllata, equilibrio di lumi, immediatezza fenomenica e un pizzico di nostalgia. Il bianco/ nero delle sue acqueforti, gli serve – alla fine – per rendere la qualità del sentimento lodigiano. Aldo Caserini La mostra: Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – Biblioteca comunale Don Lorenzo Milani, San Martino in Strada, piazza Pagano 3 – Apertura 3 settemebre, inaugurazione 6 settembre ore 19,30 con una presentazione di Tino Gipponi – Orari: martedì, mercoledì, giovedì: 15,30-18,30; venerdì 9,30-11,30/ 14,30 – 18; sabato e domenica 14,30-18, Fino al 15 settempre.

Luigi Timoncini sarà ricordato a Carte d’Arte 2019

Un’acquaforte di Luigi Timoncini




A Luigi Timoncini, artista milanese recentemente scomparso sarà ordinata quest’anno una delle “Stanze della Grafica”, sezione che distingue all’interno di Carte d’Arte, la rassegna di stampa originale d’arte giunta alla XXII edizione. Timoncini si era fatto conoscere dai lodigiani grazie alle premure di Gaetano Cornalba, uno dei pilastri organizzativi delle “vetrine” d’arte della Associazione Quartieri e artefice silenzioso e in disparte di scelte che hanno fornito risveglio in città per la grafica originale d’arte, premure poi passate all’attuale presidente dell’Associazione, Gian Maria Bellocchio, che ne ha ampliato con successo contenuti e orizzonti. Timoncini sarà ricordato con un gruppo di lavori insieme a un altro maestro dell’incisoria milanese, Pietro Diana, deceduto tre anni prima, entrambi in qualche modo legati all’iniziativa lodigiana, giunta quest’anno al ventesimo compleanno, un percorso che ha portato in evidenza un centinaio di artisti incisori tra i quali alcuni che per indole, esperienza, fascino comunicativo e ricerca dell’espressione, sono collocabili tra i migliori incisori d’Italia: Federica Galli, Angela Colombo, Pietro Diana, André Beuchat, Floriano Bodini, Maria Jannelli, Eva Aumann, Togo, Agostino Zaliani, Alberto Rocco, Girolamo Tregambe, Teodoro Cotugno, Trento Longaretti, Livio Ceschin, per citarne alcuni. Timoncini, del quale ci interessiamo qui, ha marcato il suo contatto con l’Alaudense con una cartella per gli Amici della Grafica e una mostra di lavori calcografici alla Pusterla di Casalpusterlengo, l’esposizione a Carte d’arte del ’96, la presenza alla II Biennale d’Arte di Lodi e due personali, la prima al Tempio dell’Incoronata, la seconda alla Chiesa dell’Angelo. Prima della morte era ancora dei pochi artisti che nella Milano europea tendevano a una fusione di fantasia (linguistica) e raffigurazione, praticandola per vie imprevedibili, dall’evocazione e dall’illusione, al simbolo e alla analogia, alla rappresentazione realistica, assicurando in ogni caso all’opera, sempre una chiara prospettiva di giudizio e di ordine (di equilibrio formale). Timoncini riusciva sempre a stupire perché aveva implicita la capacità di sorprendere, così come riusciva ad essere convincente là dove introduceva, nella forma o nei contenuto, quel poco o tanto di inatteso che rendeva la sua grafica o la sua pitture vive e acute. Faentino trapiantato a Milano, il maestro ha praticato linguaggi mai offuscati dalla nebbia padana, Anche quando questa si chiamava “Realismo esistenziale”. L’immagine, quale che fosse, ha sempre avuto in lui centralità e concretezza nel rappresentare le problematiche dell’uomo, nell’essere testimone del proprio tempo. E’ stato un artista che non ha mai vissuto l’arte come un semplice esercizio estetico, ne ha sempre dichiarato e rispettato il compito etico. Le sue opere sono distaccate dal rumore equivoco di tanta contemporaneità. Attraverso una pluralità di accenti e di argomenti, di elaborazioni simboliche e di richiami alla forma, ancora ieri, in pieno mercatismo delle arti i suoi fogli stampati richiamavano alla coerenza linguaggio e contenuto, tanto che, affrontando nella grafica il racconto biblico e il messaggio del trascendente gli ha fornito una analisi e una sintesi pertinenti alla condizione umana. Non era una sfida presuntuosa, ma una scelta consapevole affinché l’arte attualista uscisse dalla retorica decorativa. Aldo Caserini

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Pietro Diana prossimamente a Carte D’Arte 2019

La venticinquesima edizione di Stanze della Grafica che l’Associazione Monsignor Quartieri ha in organizzazione per novembre allo Spazio Arte Bipielle, prevede un omaggio oltre che a Timoncini a Pietro Diana, uno dei più colti e raffinati incisori italiani.
Chi abbia familiarità e interesse alla “lingua” grafica, della punta e dell’acido, dell’acquaforte e dell’acquatinta, non rimarrà deluso dal riguardare i fogli stampati dall’artista milanese, peraltro già fatti conoscere, al Museo Civico di Lodi, a Cascina Roma a San Donato, agli “Stampatori” di Soncino, alla X edizione della Oldrado da Ponte, a Castelleone, Soresina, Casalpusterlengo, Melzo e al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande eccetera.Diana è stato dei pochi per i quali la calcografia non ha avuto segreti: febbrile e appassionato nella ricerca delle multiformità qualitative e comunicative, è stato un printre-graveur di insuperabile destrezza e drammatica lucidità nella tecnica finalizzata alla ideazione e realizzazione della stampa originale d’arte; di instancabile rigore e inquietante poesia come dimostrano la serie dei suoi cicli: “Animali, Amore”, “I mostri”, “Da Garcia Lorca, “Apocalisse”, “Castelli, “Per l’Anno Santo” eccetera..
Dieci anni fa, il 28 dicembre, Pietro Diana avrebbe compiuto 86 primavere, intensamente vissute a dare immagine a idee, coltivare l’essenzialità nel disegno e nel tratteggio e perfezionarsi nella sovrapposizione di vellutate intensità di scuri in una figurazione ricca di castelli diroccati e sublimi, di animali spaventosi, poi di falene e di civette accanto a corpi femminili.
Si era diplomato con De Amicis e Disertori a Brera nel 1954 e aveva iniziato quasi da subito a macinare esperienza tra lastre, inchiostri, mordenti, torchi e attrezzi, ad approfondire le qualità fisiche dei procedimenti, fino a forgiare una lingua espressiva ricca di fantasia e poesia, di impatto tra forma e immagine.
Nel suo percorso artistico ha conciliato l’asportazione del metallo e la docenza (esercitata dal 1976 al 1997). Un tragitto in cui ha accordato le distinte identità anche attraverso premi e riconoscimenti, tenendo conferenze, svolgendo collaborazioni su riviste specialistiche, partecipando a personali, mostre collettive e biennali di cui sarebbe davvero una pretesa darvi qui conto, così come dare cenno agli interventi analitici dei tanti critici che ne hanno affrontato la profondità dei temi elaborati e non tutti tranquillizzanti, la sua poetica figurale e la sintesi di segno(Carlo Munari, Rossana Boscaglia, Mario Girardi, Marco Valsecchi).
Ciò nonostante, della sua attività creativa si è saputo sempre poco, avendo il “maestro” (per quarant’anni, titolare della prima cattedra di tecniche dell’incisione a Brera) deciso un atteggiamento defilato dal grande pubblico e dalla stampa, riservando le sue preferenze al lavoro tosto, alla ricerca, al perfezionamento, alla salvaguardia del mestiere e della disciplina, all’insegnamento.
Partito con un occhio naturalistico morandiano Diana abbandonò presto i modelli giovanili di riferimento. Scoperse come superamento della pittura “ il mondo” della calcografia, individuando nei temi della notte quel mondo fantastico, tormentato e sorprendente che ha tradotto in un migliaio di incisioni: una sorta di teatro delle inquietudini e delle metamorfosi, costruito su personali coordinate, incurante delle mode e delle novità delle avanguardie ( l’Informale, la Nuova Figurazione, la Pop e altro). Diana ha preferito guardare a un maestro spagnolo che citava spesso nelle conversazioni: Goya. Al quale assegnava il concetto che i mostri non nascono da un’inventiva senza riferimento, ma in un mondo interiore insondabile razionalmente.

Aldo Caserini

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I pastelli di Manuela Prati al “Bizzò” di Lodi

La stagione invernale delle mostre non ufficiali si è avviata a Lodi con qualche novità. Al Bizzò è stata inaugurata una vivace esposizione di Manuela Prati: un gruppo di pastelli che nascondono spesso messaggi dedicati a luoghi e persone care all’autrice, che ha voluto intitolare Miss Lodi, la Nemesidove c’è un omaggio a un’Ada Negri che richiama Marilyn Manson, modella statunitense e show girl del burlesque specializzata in performance fetish softcore, c’è la fans di Paolo Gorini, una sirenetta sorpresa a coccolare il drago Tarantasio all’isolotto di Achilli, c’è Ortensia, un cucciolo di dinosauro femmina e sono diversi i richiami locali.
Approdata al disegno dopo avere lavorato in pubblicità, la lodigiana Prati che attualmente ricopre un incarico importante alla Fondazione Mattei all’Eni, non ha ridotto il proprio impegno nel coltivare il mondo colorato con le proprie Caran D’Ache. “Disegno – fa sapere – da quando mi ricordo di me. Non ho nessuna formazione accademica, non ho nemmeno un programma a dirla tutta. Sono timida e la mia è sempre stata una urgenza comunicativa. Parto da un foglio di carta, un mondo bianco e immacolato dove creo i miei mondi colorati con pastelli”. Si è data uno pseudomino impegnativo: Nemesi, riprendendolo dall’antica mitologia greca, dalla dea della giustizia che impartisce “a ciascuno il suo”, ma che nell’accezione comune – da Omero a Aristotele, da Erodono a Claudio a Plutarco fino ai nostri giorni – viene usato con significati e sfumature diverse. Non è comunque il suo significato o l’ etimologia a fermare l’attenzione, bensì i particolari di storie raccontati nei fogli alle pareti del Bizzò in via Cavour, e il linguaggio. Assai vicino a quello di una graphica che spazia nella gamma fantastica-meta narrativa-segnico pittorica, in cui l’immagine abbandonato il reale trascolora nel surreale o, viceversa, in virtuosismi fiabeschi da fumetto – in cui il disegno offre libertà vastissime al maneggiamento dei ricami, ai richiami scritti e verbali, basati sull’interazione dell’io narrante disperso nel disegno, nel segno, nel messaggio, nel colore, in un rapporto non scontato e variabile a seconda dei soggetti affrontati.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito, sul piano ideale è comunque l’intenzione, tale da avvicinare il linguaggio espressivo a una delle tante variabili della contemporaneità. Sino all’estremo di una figurazione fantastica (tutt’altro che disimpegnata), sia pure con una visione quasi allucinatoria, grottesca, capricciosa, ma decisamente (e in positivo), quasi giocosamente meta-poetica.
La mostra ospite da Bizzoni è una sorta di graphic short story. Di racconti brevi sviluppati attorno a una immagine centrale, che indagano il mistero della creatività, per esempio nelle oscure relazioni con la sfera onirica. La Prati conduce in un universo magico nella descrizione, che cattura e ammalia con il proprio ritmo, a volte in apparenza disordinato, in effetti incantatorio, che ha sempre al centro l’immagine femminile e l’occhio di Ra o di Horus, segnata da timbri diversi, di episodi e richiami minimi e, tuttavia, esemplari. I suoi pastelli sono un insieme ricco di trasposizioni, appunti, pause, dettagli resi con scrittura corsara, carichi di sincretismi e visioni che danno corpo al colore. La grafica risulta così allearsi alla fabula, con abilità formale e sensibilità di contenuti. Si offre come felice incontro con l’arte, con il libro, il ricorso a un tempo di fruizione libero, variabile, reversibile.

Aldo Caserini

“Carte d’Arte”: figurativo o astratto la grafica d’arte indaga sé stessa

CARTE D'ARTE 2018Carte d’Arte, curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia festeggia a “Bipielle Arte” il proprio ventennale d’attività.. Introdotta dal presidente Bellocchio e da una “riflessione” di Walter Pazzaia, docente di San Giuliano Milanese, l’esposizione inaugurata domenica sera da riscontro di quattro artisti di significativa espressività ( Delpin, Stor, Villa e Margheri); rende omaggio allo stampatore Franco Sciardelli, ferma, infine. l’ attenzione sugli artisti proposti dalla Milano Printmarker di Luigi Pengo (nipote dello stesso Sciardelli).
Fare grafica d’arte oggi in Italia è fatica da eroi. Carte d’Arte costituisce un argine al disinteresse che tracima dove prima c’era stata una storia d’amore. Quella che aveva orientato il lavoro creativo di Franco Sciardelli con i vari Greco, G. Pomodoro, Guttuso, Migneco, Melotti, Baj, Rognoni, Minguzzi, Cappelli, Valentini, Cazzaniga, Richter, ecc – presenti in mostra con esemplari improntati da Sciardelli e dal “sciur Bianchi”, suo tipografo esperto: una storia nata tra inchiostri, vernici, utensili, carte, torchi , acidi forti e ossidanti, paste abrasive, lastre di rame, zinco, ottone ecc…
”Resiste” questo amore? Oramai lontani sono i “tempi d’oro”, quelli che richiamavano l’attenzione dei critici d’arte anche sulla grafica, in cui nascevano e prosperavano le riviste specialistiche (come dimenticare Grafica d’arte, Ex libris, Il Collezionista ex libris, I quaderni del conoscitore di stampe, L’arte a Stampa, Il Calamatta, Print); Allora prolificavano i premi e i concorsi, gli stampatori si scoprivano essi stessi artisti, prosperavano le gallerie e il collezionismo non era una desiderio.
Oggi ci si accontenta di poco. Ci si sente sollevati dal fatto che esistono ancora artisti (pochi) che coltivano il linguaggio e associazioni che a quella “storia” legano la loro storia. Tra queste la Mons. Quartieri che sfida il casino e aiuta a tenere gli occhi aperti.
Le Stanze della Grafica destinano omaggio all’editore Sciardelli, che fu stampatore ricercato ed elegante, e del quale è in esposizione una ricca selezione di opere di acquafortisti che frequentavano la stamperia di via Ciovasso insieme a Sciascia, Sanna, David Maria Turoldo, Schwarz e altri e costituivano una sorta di “mondo magico”, che lui, siciliano, chiamava “la cascata di Catafuro” (dove l’acqua era sostituita dalle novità, dalle idee, dai modelli mentali, dalla creatività ecc.) .
L’esposizione grafica è poi affidata ai fogli di Dario Delpin, maestro in un’arte fatta di abili segni e buoni sentimenti. Nelle acqueforti esposte Delpin documenta energia e riflessione. Nei fogli “Mestole”, “Scarpe e ciabatte”, “Cesto in cantina”, “Bateia in secca”, “Reti a Primero” e in tanti altri, rivela un segno di forte carica espressiva che lo fa distinguere.
Su una linea più attuale (“Madagascar”, “Internazionale”, “Cariatide” ecc.) muove Nicola Villa, approdato alla grafica contemporanea, che indaga e lascia intendere dinamiche sociali e mescolanze di comportamento.
Laura Stor da invece riscontro a linguaggi di inappuntabili tecniche. Nelle acqueforti-acquetinte si segnalano “All’ombra della torre”, “Periferia”, “Lungo il fiume, in quelle acquerellate “Praga: il giardino della memoria; nelle ceremolli distingue “Gradini logori”; in linoleografia “Dolomiti al tramonto”, “Tavolozza d’inverno”.
Il quadro è esaurito da Raffaello Margheri che realizza buoni risultati all’acquaforte e li concretizza con metodo consolidato in paesaggi (“Po’ a Piacenza”, “Vaso di acacie”, “La nebbia”, “Barche”, “La curva”. E nature morte.
Milano PrintMakers, infine, arricchisce la mostra con l’arte giapponese della stampa su matrice di legno e opere di Kuniyoski, Hokusai e Hiroshige.

Aldo Caserini

BENITO VAILETTI (1934-2003) oltre la paesaggistica

Il pittore Benito Vailetti in una foto di Franco Razzini

Con Vanelli, Franchi, Vertibile e Bosoni, il pittore Benito Vailetti (1934-2003) – figlio minore del noto Giuseppe (1889-1950) – appartiene al cuore centrale di quegli artisti locali che, nati negli anni ’30, si regalarono alla scena artistica tra gli anni ’60-’70 in un panorama dominato dalle personalità di Monico e, con diversità di modelli, da Migliorini, Antonioli, Maiocchi Bonelli, Vecchietti, Vigorelli, Malaspina ecc.
Scomparso il padre, il sedicenne Benito Vailetti ne fece – da autodidatta -, il suo modello, fino a quando l’occhio gli parve sufficientemente esercitato e la mano sicura da iscriversi ai corsi di nudo a Brera. Si liberò di un bel po’ di trappole (non tutte!) e consapevole della natura soggettiva della creazione artistica operò il salto verso il ritratto e una pittura popolare, fatta di suggestioni e vibrazioni.
Diventò un pittore che sapeva riflettere sul colore, tanto da realizzarlo lui stesso. Fondamentale fu l’esperienza dell’acquerello, condotta più sul motivo e sulla composizione, accelerando “l’occhio” alla pura luce.
Esordì al Museo nel 1964, poi a Rimini alla sede di quel Comune e alla Ars di Milano. A Lodi si presentò più volte al Circolo Filatelico e al “Vanoni” e con Luigi Poletti realizzò il monumento a barcaioli e lavandaie sulle rive dell’Adda. Dei suoi lavori sono ornate case e sedi istituzionali: una quarantina faranno parte della selezione che a partire dall’8 novembre p.v. sarà in mostra alla Bcc Centropadana in una “commemorativa” affidata alla curatela tecnica di Mario Quadraroli, nata da una idea di Santino Giberti e Nino Mancini, estimatori e collezionisti dell’artista che si sono mossi per ricordarne i quindici anni della morte e portare un “aggiornamento” alla sua avventura artistica.
Molti hanno ritenuto il dipingere di Benito Vailetti sulla carta e il cartone un segno di difficoltà. Fu, invece, un segno di progressiva autonomia, di evoluzione, in grado di portare a certi effetti il risultato. Anche se dalla pittura del padre non si stacco mai del tutto nel sodalizio con il fiume e la campagna lodigiana e nell’insistere sulla “emozione lirica” – oscillando tra colorismo brillante, atmosfere, impronte polverose e alchimie di mestiere – si concentrò su ritratti di anziani e bambini e nature morte, cimentandosi oltre che con l’olio e l’acquerello, con il pastello ad olio, e pure con la litografia, raccogliendo apprezzamenti da critici e noti pittori ( Giuseppe Migneco, Gino Moro).
A differenza del fratello Santino che sostituì la sua pittura ” con un linguaggio fuori dalle “visioni interiori”, Benito privilegiò il vero, “la memoria”, la natura, le “cose” (le bottiglie in primo luogo, senza però mai cercare Morandi), lo spleen, il “respiro dell’anima: in chiave prima di convenienza poi di dichiarata diffidenza verso le avanguardie. Negli acquerelli – diceva – voleva creare e non ricalcare.
Nella mostra “I Vailetti”, e prima ancora alla Ars Italica a Milano, al Circolo Vanoni e alla Associazione Monsignor Quartieri i suoi lavori esibirono una pennellata moderna e a un’accortezza di richiamo “raimondiano” (Aldo Raimondi, acquerellista di fama nazionale), svelando abilità nel colore, nell’ intonazione, e anche agilità e freschezza, tutt’altro che pretenziosi.

 

Opere di Benito Vailetti – Bcc.Centropadana, sede di Lodi, corso Roma – Inaugurazione 10 novembre p.v.

 

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Carlo Zaninelli (1888-1925), NEL SOLCO DEL REALISMO ALLA “Centropadana”

Carlo Zaninelli è stato uno dei protagonisti della storia artistica locale, probabilmente uno dei maggiori pittori del territorio dell’altro secolo, maestro per influenza di un po’ tutti coloro che sono venuti dopo e che in pittura hanno

Carlo Zaninelli: Autoritratto, olio su cartone telato, 38×28 cm.

cercato non un mondo fantastico, ma una ricostruzione emotiva e psicologica da permettere loro di partecipare a quel clima che si andò delineando alla sua morte, intervenuta a 37 anni nel 1925. Grazie all’impegno di Tino Gipponi ora si torna, dopo tanti anni, a parlare di questo pittore, di cui sono state veramente poche le occasioni per approfondirlo: un’antologica nel 1959 al salone dei Notaia e l’ inserimento nel 1980 in “Mezzo secolo di pittura lodigiana”.
Con curiosità e interesse, la mostra affidata alla curatela del critico lodigiano alla sede della Bcc Centropadana  dopo più di mezzo secolo dall’antologica retrospettiva dedicatagli dal Museo civico,  ha ravvivato la conoscenza del lato artistico, aiutando a scoprire quanto nella sua opera aveva in sé un valore di comunicazione, di messaggio, di colloquio, vale a dire il valore di indagine e di comprensione della realtà, condotto attraverso la pittura, e non solo quanta intelligenza e attualità è ancora nelle sue scelte artistiche.
Pur uscendo come il Vajani e lo Spelta dall’Accademia, tenendo le stesse linee maestre, Zaninelli ha sempre creato nelle proprie opere equilibrio e armonia nel senso della visibilità e del formalismo, senza inseguire elementi particolari di choc, mantenendo anzi scelte capaci di procurare suggestioni, da far chiedere se il suo atteggiamento verso il reale fosse più un atteggiamento di tipo poetico o non avesse scopi di tipo attivo, extraestetici.
Le molte opere prodotte compongono un insieme di pagine di sapore diaristico in cui hanno spazio umane tensioni e umori e rari sono i veri felici abbandoni lirici; in cui si è portati a cogliere una ricerca pittorica rivolta all’accordo di almeno tre dimensioni, forse solo temporali, considerando la partecipazione da ragazzo del pittore alla guerra ’15-’18, che ne minò lo spirito e il fisico: il tempo ridotto della esperienza individuale, quello della cultura e civiltà, il tempo della metafisica individuale. L’olio su tavola Teschio (cm38x34) può essere una costante del suo fondere la vita, il reale e il colore, la materia e la poesia e il tempo metafisico dell’essere.
I percorsi introdotti dalle avanguardie storiche dopo cubismo e futurismo verso neoplasticismo, suprematismo, costruttivismo, metafisica, dada, surrealismo non trovarono in Zaninelli spazio da testimoniare. L’artista rimase fedele a una pittura che fu attenta a superare le residualità tardoromantiche, si avvicinò ad approfondire l’immagine senza cedere troppo ai committenti, dando spazio alla spontaneità poetica e sintesi ai richiami della vita, senza virtuosismi decorativi, osservando e connotando sentimenti non ideologici ma di umanità e carattere.
Nella pittura di Zaninelli si affermano creatività e linguaggio individuali, non sempre personalissimi e non sempre estranei ai sistemi dell’accademia che nel 1919, gli permise di vincere a Brera il premio Gavazzi.
Senza le “strazianti sensibilità” di altri artisti, le sue opere mettono a fuoco quel che Angelo Monico riconosceva come “un problema essenziale”: il rapporto fra immagine e forma, fra contenuto ed espressione, contraddicendo chi nella “resa fisionomica e psicologica” dei suoi ritratti vi vedeva percezioni naturalistiche, e nell’utilizzo della densità coloristica qualità, sentimento e stile prossimi al Delacroix, oppure eccedenze post-impressioniste.
Mentre molti artisti del suo tempo cercarono di affidare la loro pittura al gorgo della materia e dei segni, oppure a rappresentazioni emblematiche e romantiche, Zaninelli scelse a struttura portante dei suoi lavori l’immagine diligente e familiare, che esclude sforzi di interpretazione drammatica, elaborando la stesura in impasti pittorici densi di valori espressivi. Usando parole, spostò l’attenzione dal contenuto espositivo, dal soggetto o dalla “cosa”, alla loro trasfigurazione poetica, senza tuttavia eliminare apporti di produzione realistica.
Ciò fa individuare a Gipponi, la presenza nella ritrattistica zaninelliana di “una nuova concezione del ritratto”. Nella presentazione alla mostra il critico ferma l’attenzione oltre che sulla “padronanza disegnativa” e sulla “sensibilità coloristica” di Zaninelli – qualità che in un certo senso hanno assecondato e protetto, a suo dire, l’unità di stile e l’equilibrio formale delle sue composizioni nell’oggettività del vero e della sua trascrizione –, sulla poesia che diventa aggiogante e rivelazione di realtà ignote, strumento che fa avviare un colloquio intimo con l’artista, con il suo mondo segreto. In Zaninelli – è l’osservazione del critico -, più che “l’apparenza delle cose rappresentate è la vita della poesia che aggalla”.

 

 

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