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“LE STANZE DELL’ARTE 2020” – Natura e poesia nelle stampe originali d’arte di Teodoro Cotugno alla Bpl

Negli ultimi tempi si è scritto e raccontato parecchio della incisione indiretta praticata da Teodoro Cotugno e della sua capacità di completare le incisioni all’acquaforte con l’essenzialità del disegno e del tratteggio.

In verità, gli elaborati di Cotugno adattano una complessità di operazioni e interventi e una prolungata consuetudine operativa e riflessiva  prima di consentire al foglio bianco risultati di media forza chiaroscurale.

Per non rimanere a esiti di superficie, che si fermano al nitore e alle forme investite dalla luce, oltre a quanto premesso le sue acqueforti richiedono una osservazione meno di facciata: una analisi della poetica (solo naturalista, semplicemente intimista o sentimentale o romantica, come capita talvolta di leggere in certe note?); una disamina della soggettistica di contenuto della rappresentazione; la messa in bilancia, dell’ esperienza, non tanto dell’intuizione e di quanto egli fa liberamente scorrere sulla lastra, ma  della riflessione interpretativa che la suggerisce; e ancora, una attenta considerazione delle “ascendenze” e delle possibili “collimazioni” (coi paesaggisti veneti,  con le radici umbre attecchite ai Corsi dell’Incisione dell’Accademia di Urbino con Renato Bruscaglia, Carlo Ceci e Pietro Sanchini; le suggestioni toscane acquisite collaborando con Renzo Biasion); la personalizzazione delle tecniche  perfezionate e finalizza all’espressione.

Questa esigenza corrisponde al bisogno non di risemantizzare i momenti della sua ricerca, ma di superare il fascino immediato della leggerezza e del lirismo procurato dalla sua produzione, e di cogliere nel linguaggio  presenze più ardite di contenuto. Una spinta che potrà venire dalla  XX edizione di “Carte d’Arte”, organizzata  dal 5 dicembre, dalla Associazione Monsignor Quartieri  in cui sarà possibile anche un raffronto (non un confronto)  di Cotugno con  l’arte di Livio Ceschin.

Quello del calcografo lodigiano è prevalentemente un paesaggismo di impressioni, atmosfere, climi e simboli che in certi sviluppi arriva a suggerire una “filosofia” non di sole sensazioni terrene ma di idee superiori, metafisiche, dell’universale. Se nella sottigliezza grafico materica, priva (a volte) di texture strutturate, in cui da consistenza a setosi velluti, quelle di più fredda tecnica non danno spazio alle nebbie sperimentali del nostro secolo, ma neppure alla fredda tecnica del paesaggio virgiliano, che ispirò momenti simboleggianti una natura felice vissuta in termini di semplicità pastorale.

L’artista racconta luoghi, scorci, paesaggi, spazi, storie, corsi d’acqua, davanzali, fioriere, raramente l’uomo,  una natura che seppur viva non sta nell’attualità di una trama, ma elabora sensazioni, sentimenti, immagini, riverberi, barbagli, pensieri da risvegliare nel visitatore stati d’animo e  riflessioni.

Aldo Caserini

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CARTE D’ARTE ALLA BPL CON LIVIO CESCHIN

Livio Ceschin

La IV edizione di “Stanze della Grafica d’Arte”, organizzata dall’ Associazione Monsignor Luciano Quartieri, sponsorizzata dal Comune di Lodi e messa in programma il prossimo 5 dicembre, destinata a durare allo Spazio Arte Bipielle, in via Polenghi Lombardo, fino alla festa di San Bassiano vedrà al centro uno dei rappresentanti della cultura grafica italiana più integri e rigorosi, ma anche estremamente raffinati, di cui restano ormai rare tracce in Italia:

Nato a Pieve di Soligno nel 1962, eccellente acquafortista e grabador nella punta secca, diplomato all’Accademia di Urbino e fatto conoscere ai milanesi dal critico lodigiano Tino Gipponi alla galleria Linati con riscontri lusinghieri, le sue opere si trovano nei Gabinetti di grafica d’arte di mezza Europa: Milano, Cremona, Londra, Firenze, Roma, Monaco, Vienna, Dresda, Zurigo, Parigi, Amsterdam, e trova diffuso apprezzamento anche tra i collezionisti lodigiani.

Di lui, nell’Alaudense, si ricordano la  cartella realizzata per gli Amici della Grafica di Casalpusterlengo, la mostra personale tenuta alla Pusterla di quella città, la presenza nella Collezione di grafica europea organizzata da Tino Gipponi nel 2005 alla Bpl  e la partecipazione alla XIII edizione di Carte d’Arte, tutte uscite in cui l’artista veneto ha saputo offrie dimostrazione di maturità, unità di tono e fisionomia espressiva.

Per il suo naturalismo e la purezza raggiunta nelle vedute paesistiche, per la proiezione di respiro lirico e la dilatazione dello spazio gli è diffusamente riconosciuta una personale ‘concezione’ con cui fa incontrare sul piano operativo esperienze, stimoli e richiami diversi, che ne esaltano la personale sensibilità e l’impronta stilistica. Porta in evidenza l’orientamento alla luce di un Barbisan, l’attenzione ai valori tonali di un Tramontin, l’esattezza di elementi della realtà che è in Bianchi Barriviera.  Ma si tratta pur sempre di puri e semplici bagliori che nella sua produzione terminano mediati dalla forte soggettività, dalla sua visione tranquilla e riposata che si estende ai simboli della natura.

Artista naturalista e contemplativo, Ceschin  ha realizzato e “tirato” migliaia di fogli di soggetti che ne riflettono i caratteri artistici e con cui ha catturato un nucleo di lodigiani che coinvolti con la ricchezza della tecnica, la poesia che trasborda dal linguaggio figurale, l’accuratezza del segno  che si incontra con la vaporosità delle macchie, affidati a controllate morsure che improntano il risultato.

Osservandone le vedute paesistiche, la proiezione del respiro lirico e la dilatazione spaziale,  viene spontaneo  parlare di una ‘concezione’  dove convergono esperienze, stimoli e richiami diversi, che non solo non la condizionano e non la irretiscono ma ne esaltano  l’impronta espressiva rendendola inconfondibile.

Aldo Caserini

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“LO SGUARDO DI ADA” on line su “Infocultura”

Lo sguardo di Ada è un omaggio a Ada Negri promosso in occasione dei 150 anni della nascita dal Liceo Artistico Piazza di Lodi in collaborazione con la Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso su progetto del docente di discipline plastiche Mario Diegoli, scultore cremonese, titolare del Laboratorio di Figurazione plastica.
Con il coinvolgimento organizzativo di Mario Quadraroli, l’esposizione doveva inaugurarsi nel mese di marzo ma è saltata causa Covit 19.
Infocultura, il magazine dell’assessorato Cultura di Lodi, ha messo on line con l’intervento di Mario Diegoli le realizzazioni di trenta degli oltre quaranta artisti aderenti all’iniziale progetto. Il quadro della esibizione social è una autentica traversata tra linguaggi espressivi e  tecniche, artigianali e tecnologiche (disegni, acqueforti, oli, sculture , installazioni, artmix, poesia visiva, linoleografie, tenpere e acrilici, graffiti e carboncini, pastelli e acquerelli, rami e raku, digital painting, collage, foto, libri d’arte eccetera) che rivela l’allargamento e la fluidità dell’attuale ricerca visiva.
L’“antologia”realizzata sul social network  mostra tecniche e linguaggi con cui è data interpretazione alla poesia di Ada, oltre a confermare una pratica dell’arte che va dall’immaginario al concettuale al realistico al sensuale, da una materia all’altra, da una tecnica all’altra con attitudine e procedimenti (salvo le ovvie eccezioni) prevalentemente leggera.
Il panorama offerto on line è di sicuro diletto; esso si sovrappone  un altro panorama dato dai creativi che sottraggono l’omaggio alla retorica del rito garantendo una architettura alla esposizione mediatica: la rappresentazione e il messaggio, l’esplorazione e la memoria, il simbolo e il pensiero.

Ci limitiamo a citare per brevità: Renato Galbusera (Poesia/Ideologia, tecnica mista, rappresenta l’intensità penetrante dello sguardo di Anna Kuliscioff e la compenetrazione di quello di Ada Negri che la riteneva “sorella ideale” nell’incedere della storia); Maria Jannelli( Negli occhi di Ada, tecnica mista su tela, coglie nello sguardo l’anticipazione di tante tematiche di genere); Tindaro Calia(“Ada Negri”, è una tecnica mista su cartoncino che vanta l’impronta poetica, la ricerca introspettiva oltre che iconografica.); Mario Diegoli (“Materiali vari”, trae spunto da “Senza nome”, poesia in “Fatalità”, per realizzare un rapporto di senso tra elementi visuali e volumetrici); Gregorio Dimita (Ritratto di Ada Negri, costituisce uno sfaccettato in terracotta dipinta); Walter Pazzaia (Senza titolo, tecnica mista, richiama il dramma degli  immigranti presente in “Esilio”); Carlo Elio Galimberti (Lo sguardo di Ada è un’espressività di pittura elettronica che amplifica l’immagine di sentimenti e vibrazioni), ammonio Miano (T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile, pittura ad olio esplicita sensazioni crude di controlato espressionismo, suggerite da “Aquila reale” della raccolta “Nel profondo”).. Alle ottimizzazioni citate, si aggiungono le soluzioni di Daniela Gorla (Gli occhi fissi alla necessità,  realizza effetti digital painting); Claudia Marini (Le solitarie, tecnica mista, riprende temi della prima raccolta di novelle d’ispirazione socialista pubblicate da Treves), Nico Galmozzi (Ada Negri, acrilico su carta).
“Spezzettano” l’ elaborato, come direbbe Giorgio Manganelli, i contributi  di Angelo Noce (Crema), Luigi Bianchini (Casteggio, Pv), Monica Anselmi (Casteggio, Pv), Angelo Palazzini (Casalpusterlengo), Ambrogio Ferrari Dambros (Cremona), Teodoro Cotugno (Salerano al Lambro), Anna Mainardi (Crema), Mario Massari (Tv), Anfer Andrea Ferrari (Casalpusterlengo), Ferdinando Crottini (Pv), nonché i lodigiani del capoluogo: Luigi Poletti, Loredana De Lorenzi, Elena Amoriello, Maria Prati, Maddalena Rossetti, Marisa Leone, Domenico Mangione, Silvia Capiluppi (Milano), Maria Teresa Carossa, Maria Cristina Daccò, rappresentanti di una poliedricità di impostazioni stilistiche e di percorsi non bene classificabili, anche se nell’agire molti esprimono un orientamento tecnico-iconografico consolidato.

Aldo Caserini

XXXIII SALONE DEL LIBRO DI TORINO AL VIA

 

Dopo trentadue anni, per la prima volta nella sua storia, il Salone Internazionale del Libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni editoriali del nostro continente, non sta avviandosi nella sua forma abituale, a causa dell’emergenza Covid-19 che rappresenta una drammatica minaccia per la salute di ciascuno, per la nostra idea di convivenza, per gli equilibri (pubblici e privati) su cui si fondano, o dovrebbero fondarsi, le comunità in cui viviamo.
Quando, mesi fa, era stato scelto il titolo della XXXIII edizione, “Altre forme di vita“, l’obiettivo era di evocare il futuro prossimo. Oggi questo titolo si dimostra una piccola profezia. Stiamo davvero vivendo “altre forme di vita”, “forme di vita” che fino a qualche mese fa non potevamo immaginare.
In attesa di tornare nella veste abituale, in autunno o non appena possibile, il Salone ha deciso di organizzare un’edizione straordinaria – dedicata alle vittime del virus e al personale sanitario impegnato in prima linea in questa emergenza – nata dalla consapevolezza che a questa crisi si deve reagire, e che lo si può fare subito, con gli strumenti da sempre offerti dalla conoscenza. Fino a domenica 17 maggio, sul sito del Salone sarà possibile seguire un ricco programma di eventi in live streaming e interagire con ospiti nazionali e internazionali.
I canali social del Salone da giovedì 14 racconteranno in diretta tutti gli appuntamenti. Nella giornata di venerdì 15 maggio diversi incontri saranno trasmessi in diretta su Rai Radio3 (“Tutta la città ne parla”, “Radio3Mondo”, “Radio3Scienza”, “Fahrenheit”, “Hollywood Party”, “Radio3Suite”). Oltre che con Radio3, Rai sarà presente a questa edizione straordinaria, come Main Media partner per dare il proprio contributo all’editoria italiana, raccontando il Salone del Libro di Torino. In particolare, oltre all’impegno di Radio3, anche le altre direzioni, le reti e le testate radiotelevisive – da Rai Ragazzi a Rai Libri, da Rai1 a Rai Cultura, da RaiNews24 alla Tgr – racconteranno al pubblico gli eventi della rassegna torinese.
Con questa edizione straordinaria è dato il via a un percorso di attività online che accompagnerà la  comunità del Salone, editori e lettori, all’edizione autunnale con presentazioni editoriali, rubriche di approfondimento, e nuovi format per il racconto digitale del mondo dei libri e della cultura.



 

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Di come il virus ha offerto nuove modalità di fruizione dei capolavori artistici

Ho trovato interessante questo articolo su Econopoly, lo condivido sperando possa esserlo anche per voi.

Aldo Caserini

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Riscoprire le mostre serie. Non solo una questione di dettaglio

            di Aldo Caserini

Idea per quando s’aprirà questa gabbia in cui ci ha rinchiusi il coronavirus: dedicare il tempo libero a disposizione a non visitare nemmeno una mostra. Ovvio è solo una provocazione. Il riferimento è alle mostre patacca, quelle che nei nostri comuni sono testimonianza del livello di banalizzazione e vulnerabilità culturale con cui si “esplorano” le opere di un artista o di un gruppo. Poiché però siamo convinti sia inutile sperare qualche tipo di cura – progetti che assicurino un contatto di qualità col pubblico -, in attesa di un ritorno alla normalità quotidiana, possiamo riprendere a parlare di mostre serie e di come ridarci la bussola.

Le mostre sono occasione di intreccio tra opere, artista, curatore, pubblico e contesto. Cito, a modo mio, Paola Nicolin, teorica e storica dell’arte della Bocconi: le mostre sono un veicolo di promozione artistica, politica culturale e naturalmente di valori economici ed estetici.

Dunque, una mostra, per un artista, non è più solo una esposizione di quadri o opere, ma un tentativo per far conoscere la propria storia personale e  finanziarsi l’attività, ma di sistematizzare idee e valori estetici. Per un ente pubblico o privato, è un’occasione per delineare una politica culturale, dare  centralità all’arte, riconoscerle ruolo, spazio, funzione civile e formativa.

Predisposto come sono a dare fastidio (volg. un rompiscatole), ho scelto di andare oltre i dettati teorici e procurare ai lettori di Formesettanta, che prima del coronavirus lamentavano le danze sfrenate sul territorio delle mostre personali, collettive, blockbuster, alcune tracce (non comandamenti) che  esperti che s’occupano di attività di approfondimento delle esposizioni (Montanari, Trione, Piperno, Fumaroli, Clair, Nicolin,ecc.) hanno elaborato. e che possono fornire linee di sostanza – anticorpi, bussole – per muoversi nel mondo delle esposizioni, e condurre fino alla disamina del “contenitore”, spostando l’attenzione dalle opere all’allestimento e ai suoi presupposti; aiutando a scegliere quale mostra ha giustificazioni serie ed educative. In caso contrario ? Vi rimetto a un Federico Zeri tranchant: Le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda”. .

Dunque, quali i presupposti per una mostra seria? Mettiamone alcuni in fila:

⁕Una mostra di pittura deve essere “concepita” se esistono i presupposti e non organizzata come un fine in sé.
⁕Deve essere davvero necessaria, quindi allestita per parlare al pubblico, a quello erudito e a quello popolare.
Deve presentare un’idea, una acquisizione, una visione, una ricostruzione.
Deve essere davvero libera, non può accettare alcun tipo di pressione politica, amministrativa, economica, comunque extraintellettuale.
Dev’essere curata nell’allestimento, che a sua volta deve essere consono, adeguato, coerente, progettato per dare risalto all’idea, all’espositore o agli espositori , allo scopo.
Prima di iniziare a camminare deve rispettate altre regole: avere chiaro da parte degli organizzatori e curatori il rapporto con l’informazione, la stampa, il contesto, la comunicazione e con le motivazioni del pittore o dei pittori…

L’auspicio è che le mostre del dopo virus, quando probabilmente assisteremo alle rincorse, vengano progettate con rigore e preparazione, documentate non da chierici sempre acquiescenti, ma aggiornati e imparziali, curate con impegno e coraggio nel sostenere i punti di vista dell’arte e della cultura.

 

 

IL CORONAVIRUS FA SALTARE DUE MOSTRE DI COTUGNO

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Tra le iniziative della primavera pronte per andare in esposizione, la “passeggiata” di 30 acqueforti tra vigneti e nevicate nella valle di Bardonezza che il calcografo Teodoro Cotugno aveva annunciato di tenere a Rovesciala a cura di quel Comune, della Biblioteca e della Pro Loco, è finita ( anch’essa) cancellata a causa del corona virus C 1. Inesorabilmente saltata con la “XXVII Primavera dei vini” che avrebbe impegnato degustatori di rossi e bianchi e a ricercare trait d’union con l’equivalente enoico in arte.
Se si considerano i guasti prodotti dalla epidemia e quelli preesistenti da qualche anno nel sistema dell’arte calcografica, vien da pensare che a dare fiducia possa essere solo l’invito rivolto agli artisti del disegno nel settecento da Francesco Milizia: continuate a produrre per combattere le “sensazioni de’ viventi”.
Scordata la mostra di Rovescala Cotugno ha dovuto però dare forfait anche a quella programmata per maggio a Milano al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Pavese da Gigi Pedroli. Due rinunce che non impediscono a noi notisti d’arte di soffermarci, quel poco che basta, sui fogli “tirati” e finiti in deposito, pieni di vita e di energia.
Cotugno è un calcografo noto e seguito, che nel progredire ultraquarantennale del suo segno incisorio, ha aggiunto ricchezza e vivacità a gruppi di viti, ai dintorni di paesi, spazi ai campi, movimento alle rogge, lampeggiamenti alle nevicate eccetera. Da trasmettere autentica poesia.
Se s’indaga l’intero corpus incisorio costituito da alcune centinaia di lastre, si nota che i soggetti forniti da vigne, viti, vigneti, neve, campi e dei colli, è quanto di più suggestivo si trova; un insieme che mette in rilievo nella sua pratica maestria tecnica, padronanza di segno, certosina costanza e unità del disegno; e come tutto si accordi con l’anima segreta della natura da trasmettere in percettività sottili le eventuali tensioni: la profondità, le ombre, la luce, gli intrecci. Un vero ” ostinato esercizio del vedere”, se ci è permesso di ricordare Renzo Biasion.
Nei ultimi risultati, quelli che avrebbero dovuto mostrarsi a Rovescala e al Centro dell’Incisione a Milano, si coglie una diversa sensibilità nel segno e nella struttura, che rende più immediata la sintesi, l’essenzialità. Il racconto è sempre quello: discreto, poetico, mai freddo, lontano da scenari ideologici o teoretici. S’incontra il racconto di una civiltà, di una cultura.; di rimbalzi sentimentali ed emotivi che finiscono per coinvolgere anche il lettore più refrattario alla”gazzarra” del movimento della natura.

Aldo Caserini

 

 

 

 

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NOVE SIRONI IN SOLITUDINE A SPAZIO ARTE BIPIELLE

“Il mio maggior piacere è sempre stato quello di trattare di cose d’arte ed ho passato parecchie ore al tavolino quando altri alla mia età si divertiva.” Così Mario Sironi ancora giovane. Di lui si scriverà poi molto, forse troppo, almeno fino a un certo punto della sua carriera d’artista, fino a dopo la grande guerra e la Liberazione. Poi sarà messo in disparte dare spazio alla sarabanda delle mostre di intrattenimento.Sironi partecipò alla guerra del ’15, nel battaglione ciclisti, insieme a tutti i futuristi. L’ adesione al fascismo gli procurò la commessa per grande opere di contenuto propagandistico e ideologico. La fondazione di Novecento italiano per una “moderna classicità” lo aprì al sodalizio intellettuale con la scrittrice Margherita Sarfatti e all’impegno per la pittura murale ( per lui, non solo una tecnica, ma un modo radicalmente diverso, (antico e classico) in senso fascista).Nella sua biografia entrarono di volta in volta la partecipazione alla Biennale di Venezia, l’ingresso come critico d’arte al Popolo d’Italia, le commesse per le grandi imprese decorative di regime, l’adesione alla Repubblica di Salò, infine l’amarezza per la caduta dei suoi ideali politici a cui reagì polemicamente col rifiuto di partecipare alle Biennali di Venezia del dopoguerra e la sostituzione, in pittura, della vigorosa energia costruttiva con la frammentarietà. Sironi è stato una delle figure interessanti e originali della pittura italiana, un artista che a causa della sua adesione alla politica fascista fu messo al bando dalla critica (Longhi, Venturi, Argan, e l’esercito dei minori), con la sola eccezione, ma questo più recentemente, di Elena Pontiggia e di Flavio Caroli che ne recuperarono aspetti della storia
Per tutto questo e altro ancora, la mostra affidata a Tino Gipponi allo spazio espositivo Bipielle, oggi ormai chiusa, in cui sono state esposte 9 opere dell’artista, di proprietà della Banca Bpm, meritavano una maggiore risposta dal pubblico locale, distratto (forse) da altre iniziative.
Inserite all’interno di un percorso celebrativo per i 150anni della nascita di Ada Negri, tele e carte hanno documentato la frequentazione della Negri e di Sironi alla cultura milanese del tempo, e garantito spinta a conoscere questo artista – pittore, scultore, architetto, illustratore, scenografo, grafico e scrittore -, che contribuì all’avanguardia culturale artistica nella prima metà del Novecento.
A Spazio Arte c’è stato un autore di paesaggio “diverso” da quelli che i lodigiani amano coltivare; un paesaggio dai colori non naturalistici, ma maculati, terrosi, legati a forme stilizzate, quasi scolpite sulla superficie piatta del supporto, derivate una cultura formale e spaziale che introdurrà al un rapporto con le periferie industriali e urbane.In breve, un paesaggio sintetico, lirico, monumentale. In cui le forme solide e cupe annunciavano il successivo ritorno a un’arte che eliminava ogni elemento decorativo e lasciava intuire malinconie oniriche e solitudini individuali. Un’ occasione succosa ma perduta, che poteva contribuire a sviluppare anticorpi intellettuali.

Aldo Caserini

LA FOTOGRAFIA ALLA COLOMBINA. Le immagini “salvate” di Silvano Bescapè

L’Osteria la Colombina, in località Bertonico, nel Lodigiano, non è solo un  

Particolare delle foto esposte alla Colombina di Bertonico

ristorante tradizionale, a conduzione familiare, dove si gustano piatti della tradizione e classici che richiamano conoscitori esperti della buona tavola è anche un’ex-cascina che alle pareti propone con rigore espositivo una quarantina di stampe fotografiche in b/n che raccontano la storia del territorio, il legame dei suoi luoghi con le stagioni, i poderi, le cascine, i fondi, le colture, le architetture, e, principalmente, il lavoro e i suoi collegati, le tradizioni, i costumi, la meccanizzazione che lo hanno trasformato vocandolo a zona agricola, oggi lasciata alla rincorsa edilizia, della terziarizzazione e della logistica, che ne convertono le caratteristiche anche morfologiche.

Alle pareti scorrono “reperti” fotografici salvati da Silvano Bescapé, noto raccoglitore-amatore che da decenni mette interesse e passione nel ricostruire attraverso foto e cartoline il lodigiano “che fu”. Fan parte, ci dice Emilio Soldati (contitolare della Colombina con la moglie e la figlia, dopo decenni di attività a Milano, svolta all’ombra del cenacolo vinciano e della chiesa delle Grazie), dell’archivio del fotografo livraghino, oltre ventimila tra sviluppi e lastre avere ormai dimensione di specifica autonomia da essere fonte documentale significativa dei mutamenti del territorio e delle sue realtà.

Oltre a ciò, la selezione proposta alla Colombina aiuta a cogliere lo sviluppo dell’estetica fotografica attraverso la sperimentazione dei materiali e delle tecniche e l’allontanamento dalle semplici rappresentazioni realistiche con l’affermarsi di elaborazioni soggettive nelle impressioni.

I “tasselli di vita” alle pareti documentano il tessuto storico dell’Alaudense attraverso i lavori nei campi e in cascina, il paesaggio, i costumi, l’avvicendamento delle generazioni, gli agglomerati dei paesi, l’ingresso nel sistema agricolo delle macchine, le stalle affollate di uomini e donne, eccetera. L’occhio, se non è subito catturato dal menù, può ricostruire il passato, le distinzioni sociali in l’agricoltura, la diversità di ruoli tra fattore e contadini e stagionali, la disuguaglianza tra le case del padrone e del fittavolo e quelle degli stagionali. La stampe acquisite dal Soldati da “Silvano”, com’è conosciuto il fotografo livraghino, rappresentano una indagine del patrimonio della civiltà contadina; aiutano a conoscere una porzione significativa del lodigiano prima della frenesia pan-industriale, dei tralicci, delle raffinerie e delle strade ad alto scorrimento. Insomma, alle pareti della Colombina sono immagini che non superano (o non sostituiscono) la parola parlata e scritta, ma fan loro concorrenza, dicono cose contemporaneamente e informano velocemente.

 

Aldo Caserini

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LA VISIONE NATURALE IN UN BOOK DI TEODORO COTUGNO

Nella vasta nebulosa delle tipologie narrative, di genere e non, la letteratura sembra mettere alla prova anche i lodigiani, attraverso una produzione che specchia l’integrazione e l’intercambiabilità diffuse nell’immaginario e nei contenuti. E’ una koiné che di fatto sostituisce la matrice liceale e universitaria che nel Novecento era stata terreno d’incontro tra lettore e scrittore e all’arricchimento dei discorsi paralleli di letteratura e pittura e viceversa. Affinità ora indebolite, per non dire sparite, con l’affermarsi di una nuova koiné ad opera di scrittori d’esordio, che chiedono visibilità ai media per fronteggiare la loro carente tenuta e limitata profondità.

In questo panorama si inserisce, senza vantare particolari doti affabulatorie, Teodoro Cotugno, artista noto come grafico d’arte e ora autore di Tra alberi e sentieri d’acqua, un piccolo book costruito senza filtro sui sentimenti, come nucleo difensivo contro la confusione procurata dallo sviluppo, con una ispirazione naturalistica, che ad alcuni potrà sembrare antistorica, i cui contenuti e la semplicità sono il frutto di un’acuta consapevolezza del mutamento epocale in atto contro il pianeta da richiedere una responsabilità individuale.

Tra alberi e sentieri d’acqua è il prodotto dell’osservazione di ambienti e vedute agresti, semplici, costruite senza abbellimenti, sottratte alle dinamiche miopi dei luoghi comuni.

Silenzioso e schivo per natura l’artista si era già fatto notare per il raccontato tascabile, “L’uomo che salvava gli alberi”, al quale ora ha unito questo racconto di sostanza poetica e umana in cui si mostra narratore di forte sentimento, senza ridondanze, di rigore etico, che privilegiata l’umiltà di fronte alla vita e alla natura. Dopo la presentazione dell’ottobre scorso alla biblioteca comunale di Saleranno sul Lambro, il volume viene ora presentato venerdì 10 gennaio, alle 21 al Comune di Cerro al Lambro con un intervento di Mario Chiesa, direttore generale del Consorzio Bonifica Muzza Bassa. Questo risveglio di interesse e d’attenzione dipende in senso lato dal contenuto. Non scopre una rockstar. La narrazione di Cotugno muove dalla camminata solitaria lungo il canale Muzza di un uomo dedito a proteggere alberi che tra il fogliame rimosso scopre un nido con tre piccole uova e s’impegna a trovargli nuova sistemazione permettendo alla madre merla accorsa disperata di ritrovarlo e completare il percorso alla vita.

E’ un racconto che viene dal fondo della campagna: scorrevole, leggero, senza contorsioni formali, di pensiero né astrazioni. Che si colloca ben lontano dalla quotidianità spesso mondana che affronta i problemi in modo soffocante e omogeneizzato. Punta all’essenzialità, alla verità attraverso una forma svelta e qualitativamente accettabile da porsi in sintonia coi temi delle proprie immagini, fatte di segni, di punti, di barbe, di luci e ombre.

“Tra alberi e sentieri d’acqua” è un book di piccoli momenti e ricche sensazioni. In poche paginette il lettore si trova calato in una nuova consapevolezza da cui estrapolare quel rispetto alla natura che in questi tempi moderni ed “evoluti” non si è sviluppato nell’umanità,

La pubblicazione del volumetto è stata resa possibile dal Comune di Saleranno al Lambro per le feste patronati d’ottobre Stampato dalla Sollecitudo di Lodi in caratteri Garamond su carta Old Mill Fedrigoni, arricchisce con un’ acqueforte originale, numerata e firmata dall’autore.

Aldo Caserini.

 

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