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Gabriele Vailati al Museo della Stampa Schiavi

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I pastelli di Manuela Prati al “Bizzò” di Lodi

La stagione invernale delle mostre non ufficiali si è avviata a Lodi con qualche novità. Al Bizzò è stata inaugurata una vivace esposizione di Manuela Prati: un gruppo di pastelli che nascondono spesso messaggi dedicati a luoghi e persone care all’autrice, che ha voluto intitolare Miss Lodi, la Nemesidove c’è un omaggio a un’Ada Negri che richiama Marilyn Manson, modella statunitense e show girl del burlesque specializzata in performance fetish softcore, c’è la fans di Paolo Gorini, una sirenetta sorpresa a coccolare il drago Tarantasio all’isolotto di Achilli, c’è Ortensia, un cucciolo di dinosauro femmina e sono diversi i richiami locali.
Approdata al disegno dopo avere lavorato in pubblicità, la lodigiana Prati che attualmente ricopre un incarico importante alla Fondazione Mattei all’Eni, non ha ridotto il proprio impegno nel coltivare il mondo colorato con le proprie Caran D’Ache. “Disegno – fa sapere – da quando mi ricordo di me. Non ho nessuna formazione accademica, non ho nemmeno un programma a dirla tutta. Sono timida e la mia è sempre stata una urgenza comunicativa. Parto da un foglio di carta, un mondo bianco e immacolato dove creo i miei mondi colorati con pastelli”. Si è data uno pseudomino impegnativo: Nemesi, riprendendolo dall’antica mitologia greca, dalla dea della giustizia che impartisce “a ciascuno il suo”, ma che nell’accezione comune – da Omero a Aristotele, da Erodono a Claudio a Plutarco fino ai nostri giorni – viene usato con significati e sfumature diverse. Non è comunque il suo significato o l’ etimologia a fermare l’attenzione, bensì i particolari di storie raccontati nei fogli alle pareti del Bizzò in via Cavour, e il linguaggio. Assai vicino a quello di una graphica che spazia nella gamma fantastica-meta narrativa-segnico pittorica, in cui l’immagine abbandonato il reale trascolora nel surreale o, viceversa, in virtuosismi fiabeschi da fumetto – in cui il disegno offre libertà vastissime al maneggiamento dei ricami, ai richiami scritti e verbali, basati sull’interazione dell’io narrante disperso nel disegno, nel segno, nel messaggio, nel colore, in un rapporto non scontato e variabile a seconda dei soggetti affrontati.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito, sul piano ideale è comunque l’intenzione, tale da avvicinare il linguaggio espressivo a una delle tante variabili della contemporaneità. Sino all’estremo di una figurazione fantastica (tutt’altro che disimpegnata), sia pure con una visione quasi allucinatoria, grottesca, capricciosa, ma decisamente (e in positivo), quasi giocosamente meta-poetica.
La mostra ospite da Bizzoni è una sorta di graphic short story. Di racconti brevi sviluppati attorno a una immagine centrale, che indagano il mistero della creatività, per esempio nelle oscure relazioni con la sfera onirica. La Prati conduce in un universo magico nella descrizione, che cattura e ammalia con il proprio ritmo, a volte in apparenza disordinato, in effetti incantatorio, che ha sempre al centro l’immagine femminile e l’occhio di Ra o di Horus, segnata da timbri diversi, di episodi e richiami minimi e, tuttavia, esemplari. I suoi pastelli sono un insieme ricco di trasposizioni, appunti, pause, dettagli resi con scrittura corsara, carichi di sincretismi e visioni che danno corpo al colore. La grafica risulta così allearsi alla fabula, con abilità formale e sensibilità di contenuti. Si offre come felice incontro con l’arte, con il libro, il ricorso a un tempo di fruizione libero, variabile, reversibile.

Aldo Caserini

“Carte d’Arte”: figurativo o astratto la grafica d’arte indaga sé stessa

CARTE D'ARTE 2018Carte d’Arte, curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia festeggia a “Bipielle Arte” il proprio ventennale d’attività.. Introdotta dal presidente Bellocchio e da una “riflessione” di Walter Pazzaia, docente di San Giuliano Milanese, l’esposizione inaugurata domenica sera da riscontro di quattro artisti di significativa espressività ( Delpin, Stor, Villa e Margheri); rende omaggio allo stampatore Franco Sciardelli, ferma, infine. l’ attenzione sugli artisti proposti dalla Milano Printmarker di Luigi Pengo (nipote dello stesso Sciardelli).
Fare grafica d’arte oggi in Italia è fatica da eroi. Carte d’Arte costituisce un argine al disinteresse che tracima dove prima c’era stata una storia d’amore. Quella che aveva orientato il lavoro creativo di Franco Sciardelli con i vari Greco, G. Pomodoro, Guttuso, Migneco, Melotti, Baj, Rognoni, Minguzzi, Cappelli, Valentini, Cazzaniga, Richter, ecc – presenti in mostra con esemplari improntati da Sciardelli e dal “sciur Bianchi”, suo tipografo esperto: una storia nata tra inchiostri, vernici, utensili, carte, torchi , acidi forti e ossidanti, paste abrasive, lastre di rame, zinco, ottone ecc…
”Resiste” questo amore? Oramai lontani sono i “tempi d’oro”, quelli che richiamavano l’attenzione dei critici d’arte anche sulla grafica, in cui nascevano e prosperavano le riviste specialistiche (come dimenticare Grafica d’arte, Ex libris, Il Collezionista ex libris, I quaderni del conoscitore di stampe, L’arte a Stampa, Il Calamatta, Print); Allora prolificavano i premi e i concorsi, gli stampatori si scoprivano essi stessi artisti, prosperavano le gallerie e il collezionismo non era una desiderio.
Oggi ci si accontenta di poco. Ci si sente sollevati dal fatto che esistono ancora artisti (pochi) che coltivano il linguaggio e associazioni che a quella “storia” legano la loro storia. Tra queste la Mons. Quartieri che sfida il casino e aiuta a tenere gli occhi aperti.
Le Stanze della Grafica destinano omaggio all’editore Sciardelli, che fu stampatore ricercato ed elegante, e del quale è in esposizione una ricca selezione di opere di acquafortisti che frequentavano la stamperia di via Ciovasso insieme a Sciascia, Sanna, David Maria Turoldo, Schwarz e altri e costituivano una sorta di “mondo magico”, che lui, siciliano, chiamava “la cascata di Catafuro” (dove l’acqua era sostituita dalle novità, dalle idee, dai modelli mentali, dalla creatività ecc.) .
L’esposizione grafica è poi affidata ai fogli di Dario Delpin, maestro in un’arte fatta di abili segni e buoni sentimenti. Nelle acqueforti esposte Delpin documenta energia e riflessione. Nei fogli “Mestole”, “Scarpe e ciabatte”, “Cesto in cantina”, “Bateia in secca”, “Reti a Primero” e in tanti altri, rivela un segno di forte carica espressiva che lo fa distinguere.
Su una linea più attuale (“Madagascar”, “Internazionale”, “Cariatide” ecc.) muove Nicola Villa, approdato alla grafica contemporanea, che indaga e lascia intendere dinamiche sociali e mescolanze di comportamento.
Laura Stor da invece riscontro a linguaggi di inappuntabili tecniche. Nelle acqueforti-acquetinte si segnalano “All’ombra della torre”, “Periferia”, “Lungo il fiume, in quelle acquerellate “Praga: il giardino della memoria; nelle ceremolli distingue “Gradini logori”; in linoleografia “Dolomiti al tramonto”, “Tavolozza d’inverno”.
Il quadro è esaurito da Raffaello Margheri che realizza buoni risultati all’acquaforte e li concretizza con metodo consolidato in paesaggi (“Po’ a Piacenza”, “Vaso di acacie”, “La nebbia”, “Barche”, “La curva”. E nature morte.
Milano PrintMakers, infine, arricchisce la mostra con l’arte giapponese della stampa su matrice di legno e opere di Kuniyoski, Hokusai e Hiroshige.

Aldo Caserini

BENITO VAILETTI (1934-2003) oltre la paesaggistica

Il pittore Benito Vailetti in una foto di Franco Razzini

Con Vanelli, Franchi, Vertibile e Bosoni, il pittore Benito Vailetti (1934-2003) – figlio minore del noto Giuseppe (1889-1950) – appartiene al cuore centrale di quegli artisti locali che, nati negli anni ’30, si regalarono alla scena artistica tra gli anni ’60-’70 in un panorama dominato dalle personalità di Monico e, con diversità di modelli, da Migliorini, Antonioli, Maiocchi Bonelli, Vecchietti, Vigorelli, Malaspina ecc.
Scomparso il padre, il sedicenne Benito Vailetti ne fece – da autodidatta -, il suo modello, fino a quando l’occhio gli parve sufficientemente esercitato e la mano sicura da iscriversi ai corsi di nudo a Brera. Si liberò di un bel po’ di trappole (non tutte!) e consapevole della natura soggettiva della creazione artistica operò il salto verso il ritratto e una pittura popolare, fatta di suggestioni e vibrazioni.
Diventò un pittore che sapeva riflettere sul colore, tanto da realizzarlo lui stesso. Fondamentale fu l’esperienza dell’acquerello, condotta più sul motivo e sulla composizione, accelerando “l’occhio” alla pura luce.
Esordì al Museo nel 1964, poi a Rimini alla sede di quel Comune e alla Ars di Milano. A Lodi si presentò più volte al Circolo Filatelico e al “Vanoni” e con Luigi Poletti realizzò il monumento a barcaioli e lavandaie sulle rive dell’Adda. Dei suoi lavori sono ornate case e sedi istituzionali: una quarantina faranno parte della selezione che a partire dall’8 novembre p.v. sarà in mostra alla Bcc Centropadana in una “commemorativa” affidata alla curatela tecnica di Mario Quadraroli, nata da una idea di Santino Giberti e Nino Mancini, estimatori e collezionisti dell’artista che si sono mossi per ricordarne i quindici anni della morte e portare un “aggiornamento” alla sua avventura artistica.
Molti hanno ritenuto il dipingere di Benito Vailetti sulla carta e il cartone un segno di difficoltà. Fu, invece, un segno di progressiva autonomia, di evoluzione, in grado di portare a certi effetti il risultato. Anche se dalla pittura del padre non si stacco mai del tutto nel sodalizio con il fiume e la campagna lodigiana e nell’insistere sulla “emozione lirica” – oscillando tra colorismo brillante, atmosfere, impronte polverose e alchimie di mestiere – si concentrò su ritratti di anziani e bambini e nature morte, cimentandosi oltre che con l’olio e l’acquerello, con il pastello ad olio, e pure con la litografia, raccogliendo apprezzamenti da critici e noti pittori ( Giuseppe Migneco, Gino Moro).
A differenza del fratello Santino che sostituì la sua pittura ” con un linguaggio fuori dalle “visioni interiori”, Benito privilegiò il vero, “la memoria”, la natura, le “cose” (le bottiglie in primo luogo, senza però mai cercare Morandi), lo spleen, il “respiro dell’anima: in chiave prima di convenienza poi di dichiarata diffidenza verso le avanguardie. Negli acquerelli – diceva – voleva creare e non ricalcare.
Nella mostra “I Vailetti”, e prima ancora alla Ars Italica a Milano, al Circolo Vanoni e alla Associazione Monsignor Quartieri i suoi lavori esibirono una pennellata moderna e a un’accortezza di richiamo “raimondiano” (Aldo Raimondi, acquerellista di fama nazionale), svelando abilità nel colore, nell’ intonazione, e anche agilità e freschezza, tutt’altro che pretenziosi.

 

Opere di Benito Vailetti – Bcc.Centropadana, sede di Lodi, corso Roma – Inaugurazione 10 novembre p.v.

 

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Carlo Zaninelli (1888-1925), NEL SOLCO DEL REALISMO ALLA “Centropadana”

Carlo Zaninelli è stato uno dei protagonisti della storia artistica locale, probabilmente uno dei maggiori pittori del territorio dell’altro secolo, maestro per influenza di un po’ tutti coloro che sono venuti dopo e che in pittura hanno

Carlo Zaninelli: Autoritratto, olio su cartone telato, 38×28 cm.

cercato non un mondo fantastico, ma una ricostruzione emotiva e psicologica da permettere loro di partecipare a quel clima che si andò delineando alla sua morte, intervenuta a 37 anni nel 1925. Grazie all’impegno di Tino Gipponi ora si torna, dopo tanti anni, a parlare di questo pittore, di cui sono state veramente poche le occasioni per approfondirlo: un’antologica nel 1959 al salone dei Notaia e l’ inserimento nel 1980 in “Mezzo secolo di pittura lodigiana”.
Con curiosità e interesse, la mostra affidata alla curatela del critico lodigiano alla sede della Bcc Centropadana  dopo più di mezzo secolo dall’antologica retrospettiva dedicatagli dal Museo civico,  ha ravvivato la conoscenza del lato artistico, aiutando a scoprire quanto nella sua opera aveva in sé un valore di comunicazione, di messaggio, di colloquio, vale a dire il valore di indagine e di comprensione della realtà, condotto attraverso la pittura, e non solo quanta intelligenza e attualità è ancora nelle sue scelte artistiche.
Pur uscendo come il Vajani e lo Spelta dall’Accademia, tenendo le stesse linee maestre, Zaninelli ha sempre creato nelle proprie opere equilibrio e armonia nel senso della visibilità e del formalismo, senza inseguire elementi particolari di choc, mantenendo anzi scelte capaci di procurare suggestioni, da far chiedere se il suo atteggiamento verso il reale fosse più un atteggiamento di tipo poetico o non avesse scopi di tipo attivo, extraestetici.
Le molte opere prodotte compongono un insieme di pagine di sapore diaristico in cui hanno spazio umane tensioni e umori e rari sono i veri felici abbandoni lirici; in cui si è portati a cogliere una ricerca pittorica rivolta all’accordo di almeno tre dimensioni, forse solo temporali, considerando la partecipazione da ragazzo del pittore alla guerra ’15-’18, che ne minò lo spirito e il fisico: il tempo ridotto della esperienza individuale, quello della cultura e civiltà, il tempo della metafisica individuale. L’olio su tavola Teschio (cm38x34) può essere una costante del suo fondere la vita, il reale e il colore, la materia e la poesia e il tempo metafisico dell’essere.
I percorsi introdotti dalle avanguardie storiche dopo cubismo e futurismo verso neoplasticismo, suprematismo, costruttivismo, metafisica, dada, surrealismo non trovarono in Zaninelli spazio da testimoniare. L’artista rimase fedele a una pittura che fu attenta a superare le residualità tardoromantiche, si avvicinò ad approfondire l’immagine senza cedere troppo ai committenti, dando spazio alla spontaneità poetica e sintesi ai richiami della vita, senza virtuosismi decorativi, osservando e connotando sentimenti non ideologici ma di umanità e carattere.
Nella pittura di Zaninelli si affermano creatività e linguaggio individuali, non sempre personalissimi e non sempre estranei ai sistemi dell’accademia che nel 1919, gli permise di vincere a Brera il premio Gavazzi.
Senza le “strazianti sensibilità” di altri artisti, le sue opere mettono a fuoco quel che Angelo Monico riconosceva come “un problema essenziale”: il rapporto fra immagine e forma, fra contenuto ed espressione, contraddicendo chi nella “resa fisionomica e psicologica” dei suoi ritratti vi vedeva percezioni naturalistiche, e nell’utilizzo della densità coloristica qualità, sentimento e stile prossimi al Delacroix, oppure eccedenze post-impressioniste.
Mentre molti artisti del suo tempo cercarono di affidare la loro pittura al gorgo della materia e dei segni, oppure a rappresentazioni emblematiche e romantiche, Zaninelli scelse a struttura portante dei suoi lavori l’immagine diligente e familiare, che esclude sforzi di interpretazione drammatica, elaborando la stesura in impasti pittorici densi di valori espressivi. Usando parole, spostò l’attenzione dal contenuto espositivo, dal soggetto o dalla “cosa”, alla loro trasfigurazione poetica, senza tuttavia eliminare apporti di produzione realistica.
Ciò fa individuare a Gipponi, la presenza nella ritrattistica zaninelliana di “una nuova concezione del ritratto”. Nella presentazione alla mostra il critico ferma l’attenzione oltre che sulla “padronanza disegnativa” e sulla “sensibilità coloristica” di Zaninelli – qualità che in un certo senso hanno assecondato e protetto, a suo dire, l’unità di stile e l’equilibrio formale delle sue composizioni nell’oggettività del vero e della sua trascrizione –, sulla poesia che diventa aggiogante e rivelazione di realtà ignote, strumento che fa avviare un colloquio intimo con l’artista, con il suo mondo segreto. In Zaninelli – è l’osservazione del critico -, più che “l’apparenza delle cose rappresentate è la vita della poesia che aggalla”.

 

 

Dario Delpin prossimamente a Carte d’Arte

La XX edizione di Carte d’Arte, la nota iniziativa di grafica promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri collegata alle Stanze della Grafica d’Arte, che ha quest’anno in programma, a cura di Gianmaria Bellocchio, un omaggio all’editore e stampatore Franco Sciardelli (1913-2015), fermerà l’interesse oltre che su uno dei maggiori stampatori italiani e stranieri, sui tanti fogli “tirati” a mano da Dario Delpin, un artista friulano che vanta in curriculum la collaborazione con poeti e scrittori isontini-friulani (Marin, Macor, Bartolini), rivelandosi abilissimo in un’arte di lontana tradizione, fatta di luce, di abili segni e di buoni sentimenti.
Autore di circa seicento tra incisioni dirette (bulino, punta secca, maniera nera) e indirette (acqueforti, acquetinte, matite o vernice molle), Delpin ha scoperto la grafica negli anni ’80 rivelandosi, cammin facendo, autore di non comune energia e consuetudine riflessiva da conferire al segno una carica espressiva individuale, in particolare nella rappresentazione di ritratti, paesaggi friulani, momenti vita contadina, mestieri e tradizioni perdute. Figlio d’arte, dopo avere esplorato caratteri umani, angolature veneziane e tranquilli scorci di paese che indussero Paolo Bellini, docente di Storia del Disegno e della Arti Grafiche alla Cattolica di Milano a domandarsi in prima battuta a chi poteva “interessare un’arte che non grida… opere che non contengono alcuna forma di provocazione?, Delpin è sempre passato per un incisore normale, sottratto alle facilonerie critiche che non esitavano a vedere in ogni incisore friulano un rapporto o dipendenza coi vari Barbisan, Bianchi Barriviera, Tramontin, Un “autodidatta”.
Sono parole sue: “Non ho mai avuto un modello da seguire, non ho mai aderito a correnti o mode. Un po’ per il mio carattere riservato, un po’ per scelta, ho sempre costruito in tutta indipendenza e libertà il mio percorso artistico, con i miei tempi, i miei limiti, le mie conoscenze, le mie emozioni. Ho fatto sempre ciò che mi piaceva fare, ciò che mi sentivo di fare in quel momento senza alcun tipo di costrizione e, forse, anche po’ controcorrente”.
Il cammino dalla giovinezza alla maturità lo hanno portato a parlare attraverso oggetti latori di messaggi. Nelle sue opere c’è il richiamo del tempo, il richiamo della povertà che nelle sue terre fu profonda e dura, l’anima di una storia sofferta e nello stesso tempo affrontata con dignità, mai con rassegnazione, forse velata di malinconia.”
Per ciò, da più parti, è stato definito un artista “fuori dal suo tempo”. Uno dei pochi che cercano di arricchire il discorso della grafica con la nitezza del disegno, trasferendo in un segno descrittivo sensazioni raffinate e familiari, preziose. Delpin trasmette con la sua arte ritmi tranquilli, che dispiegano liricamente la memoria.
Il suo è un raccontare semplice il respiro della vita. Il tono è forse un po’ sentimentale, meditativo, lontano dalla fretta della società contemporanea che si affida al virtuale (quando va bene) e non sa riconoscere le emozioni della poesia. Nelle sue immagini tutto è fermo. Anni fa, poco prima di morire Franco Solmi, allora direttore della Galleria d’arte moderna di Bologna colse nella sua grafica “una strana magia allucinatoria” . Il legame col territorio friulano, il paesaggio e le cose, la civiltà contadina ne hanno fatto un artista lontano dalla retorica del presente.

 

Nota apparsa sul quotidiano “Il Cittadino”

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Le sculture di Luigi Fondi al Castello di Belgioioso

Al Castello di Belgioioso nel pavese meridionale, a poco più di una ventina di chilometri da Lodi e di una cinquantina da Milano, è visitabile da sabato una intrigante personale di Luigi Fondi, pittore e scultore di Soriano del Cimino. Per i milanesi e i lodigiani che ancora vantano “scampoli” di vacanze da dedicare a “fuori porta culturali”, l’esposizione del viterbese costituisce un “appetitoso” invito a conoscere un artista che da lustri procede fuori dal fiume in piena del sistema, lavorando, inventando, insegnando (cose tutte, oggi, considerate “pericolose”).
La mostra di Fondi, che vanta parentadi nel sudmilanese e nel basso lodigiano, non costituirà probabilmente un “annuncio” nel capoluogo metropolitano lombardo, ma ha orgogliose verifiche rilasciate da zone non soggiogate da estetiche mercatistiche, dove sono note, con il patrimonio genetico, le linee di contaminazione che arricchiscono la perentorietà del suo linguaggio artistico, il vigoroso ed energico lavorare la pietra alla ricerca di una impronta personale.
Allestita nell’ala del castello pavese riservata alle mostre di rilevanza espositiva, la mostra è un atto di attenzione rivolta a un artista coerente del nostro tempo, che – coi dovuti distinguo di tracciati -, permette di evidenziare anche il rapporto esistente oggi in cui la scultura pare abbia lasciato la poesia per l’acrobazia, tra il lavoro creativo dell’artista e quello dell’analista
Nato nel 1954, laureato all’Accademia di Carrara, Fondi si dedica alla trasformazione della pietra da una quarantina d’anni, alternando l’attività scultorea a quella pittorica, all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte, coniugati insieme all’impegno di accordare l’idea di produzione industriale e l’idea di creazione artistica. Un’esperienza andata definendosi col tempo: innamorata e perciò beffarda in certe occasioni segnate da “poesia del caso” (di tipo dadaista) e poi dalla critica messa in relazione a quella meno disorientante e rapinosa di “operaio dell’arte”.
Le proposte esibite a Belgioioso oltre significare il percorso dell’artista, permettono di cogliere qualcosa dietro una maschera che non è solo un’altra maschera: una espressività affiatata, che tiene d’accordo forme dell’uomo e forme animali, concetti attualisti e storia, immagine e narrazione. Un “passato che ritorna”, in parte rigenerato attraverso l’addensamento di elementi surreali e significati onirici.
Fondi non fa però nascere equivoci. I suoi sono richiami di sirena, cioè mostrum, di inventiva e stupore insieme, natura e meraviglia, esibizione e forza orfica. La visionariètà nelle forme è al tempo stesso lucida, combina immagini e idee liberamente, sviluppa narrazioni e relazioni, allegorie e simboli. Senza ricorrere ad appendici o orpelli decorativi superficiali.

Prossima personale di Marcello Maloberti alla galleria di Raffaella Cortese

Marcello Maloberti, codognese di nascita (1966), l’ infanzia giocata sul Brembiolo, indicato per questo dai casalesi come “uno di loro” ma milanese da quel tempo, ora con studio e abitazione in Porta Romana, in via Lattuada, è un artista straordinario, un performer che mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, sguardo, teatralità; quanto serve a differenziare o ad assottigliare differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice o viceversa.
ritratto-Maloberti-orizzPerformer è oggi come una parola d’ordine, un segno di riconoscimento che dà lasciapassare a tante altre cose insieme: creativo, inedito, innovativo, inventivo, fantasioso, singolare, originale…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio figurato dei simboli una creatività artistica che rimodula percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Allievo di Luciano Fabbro a Brera – scultore e scrittore, in stretto rapporto di pensiero ed elaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani nel giocare sugli accostamenti tra materiali e iconografie feticistiche o simboliche – Maloberti, come il suo maestro, muove dalla convinzione che “l’arte è ciò che trasforma”, e che “non si può essere creativi a comando”, “le idee più belle vengono dal dialogo”. Ma perciò richiede coraggio e fantasia “in grado di imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione che si generano nel nostro cervello.
In questo modo l’attività artistica del performer (interprete, manipolatore, inventore, giocatore, “attrattore”) serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone magari in cucina attorno a un tavolo coperto da una plastica quadrettata di bianco e rosa, dove “ci si può rinfrancare le idee”. L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga.
Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro. Come in Vir temporis acti: un ragazzo seduto sul pavimento che senza sosta ritaglia immagini neoclassiche. Per farne cose? Con quale significazione? Quale valore di rinforzo? Quella del ritagliare immagini non è nuovo in Maloberti, se ne è valso anche in altre performance: “Ritagliando do nuova forma alla materia della carta e della immagine e coltivo una mia sana ossessione; è¨ un gioco di cui tutti hanno esperienza. In questa azione la pesantezza del marmo e la fisicità della materia vengono alleggerite. L’atto riporta in vita le immagini, le rende tridimensionali, permette di farne un’ ìesperienza diretta. Preferisco ritagliare il marmo, la pietra e le montagne che il cielo e il mare.”
Circus Revival, riproposta a giugno a Palermo (duecento specchi appesi sotto un tendone di mercato, illuminato dai fari delle auto) introduce invece sulla scena varianti “felliniane”, fatte da infinite visioni che fan vedere più dell’occhio nudo, e “l’ironia e l’assurdo” aiutano a “meravigliarsi del mondo” e all’artista di “trovare sintesi”
L’arte di Maloberti è fonte di infinite visioni. E’ un’arte che “parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione. Segue un po’ L’Italia capovolta di Fabro. L’universo visionario è fatto di immagini e parole che si rincorrono in uno spazio mentale in tutte le direzioni. Si pensi a Metal panic ( all’eccentrico Spazio Raum xing di Bologna), dove un gruppo di uomini fu messo a reggere un tubo di ferro. A significare cosa? Quale ambiguità? Quale discontinuità? Con quale ammonimento?
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.
Una sua personale è intanto annunciata da novembre a febbraio alla galleria di Raffaella Cortese in via Stradella a Milano. Maloberti ci dirà qualcosa di più e di nuovo. Come conviene a un sottile e perseverante creatore di sorprese, di scoperte e riscoperte, di rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale e lacerazioni del lessico, di ossessioni e di caos, sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente.

 

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Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Isaia Crosson: elegie e fotografie

Isaia Crosson, trent’anni, nato in Florida e per qualche anno cittadino di Lodi, dove, prima di laurearsi alla Cattolica, ha fatto il cameriere, poi trasferitosi a Manhattan, divisione di New York City, ora iscritto ai corsi di dottorato in Lettere Classiche della Columbia University, uno degli atenei privati americani più prestigiosi, propone a Palazzo Rho a Borghetto Lodigiano, da esordiente, un gruppo di stampe fotografiche ed è presente anche in una collettiva di fotografi a Lodi. “La mia passione, è sempre stata la fotografia”. Messa alla prova prima da autodidatta poi nello studio di Amir Badaran che nel mondo americano si è fatto conoscere con instagrammi e video, soprattutto per sostenere una fotografia realista “ aumentata o mediata attraverso l’elaborazione”.
Nei dodici scatti esposti fino al 24 agosto, Crosson non appiattisce su tale genere di posizioni, anzi. Le immagini sono ancora “su pellicola” e non “ritoccate”. Non per semplice ordinaria procedura, che non accende atteggiamenti particolari, di ammirazione o di indifferenza, ma di dimensione comunicativa. Solo che il ridotto numero di immagini non consente di andare a fondo nei segni che si intercettano nel linguaggio espressivo.
A parte i componimenti letterari – elegie improntate da motivi autobiografici – che lasciamo all’esame dei visitatori – l’autore mostra un interesse per contesti che incorniciano dettagli di “vita vissuta”. Per questa via indaga un mondo fuori dai canoni ufficiali popolati dalle etichette coniate dal sistema consolidato.
Crosson esplora un mondo che non è del tutto, oggi, sconosciuto, ma è estraneo al mondo ufficiale della fotografia: accorda rilievo a soggetti e a dimensioni espressive “popolari”, “ingenue”, fatte di “elementi marginali”, perciò stesso “minori”, ribaltando la prospettiva scenografica della grande New York (Manhattan), fatta di snobismo. L’invito è a posare l’occhio su ricavati ed estratti che “sono e dicono”, conforme del mondo e dell’esperienza.
“Il mondo – diceva Athanasius Kircher – gesuita filosofo e storico del XVII secolo – è tenuto insieme da nodi segreti”, da piccole cose quotidiane, in questo caso anche da giochi, serrature, inverni a primavera, macchine della polizia ecc. Andando più in là si può attribuire a Crosson di sottrarre la propria fotografia alle classificazioni convenzionali (attuale, reale, fantastica, storica e moderna, analogica per pochi e digitale per tutti) non limitandosi alla giustapposizione, ma creando un terreno in cui si riconoscono categorie che reggono ancora la nostra conoscenza. scorci, attimi di vita, memorie, suggestioni, particolari. Anche marginali, nascoste, coi loro simboli, cercando in esse punti di vista che possono stimolare il modo di vedere. Un modo saliente che da conto della percezione che in fotografia, “guidata dal frammento, cattura momenti temporali e punti di vista spaziali destinati a sparire (Linda Nochlin).

 

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