Archivi categoria: Fotografia

Panorama artistico lodigiano. OLIVIERO FERRI, testimone oculare

Le mostre fotografiche del borghettino Oliviero Ferri non sono semplici esposizioni di immagini di uno dei tanti cultori del click che cerca nello scatto “il bello, il lesto, il brillante, l’ordinato”, per dirla con Philippe Daverio.
Per Ferri (Oliviero come tutti lo riconoscono) la tecnica è un dettaglio importante, ma riguarda il procedimento, conta l’uso che poi se ne fa. Oliviero non la trascura di certo, anzi, ma per far emergere il rapporto con l’immagine, l’informazione, il racconto.
Nelle migliaia di scatti messi insieme in tanti anni di mestiere e di creatività, lo hanno fatto conoscere a tutti qual è: uno che crede profondamente alla fotografia-documentario, che della realtà non si preoccupa di cogliere la finzione ma l’oggettività, la concretezza, sia pure facendola consegnare da una estetica “morbida”.
Anni fa, Ferri rincorreva gente di spettacolo e della moda – i personaggi – regalando di sé una immagine che si consolidò soprattutto tra i suoi colleghi fotografi, diffondendo il pregiudizio che fosse un collaboratore di periodici illustrati e rotocalchi di moda. Quanto non vera lo confermarono la serie di mostre tenute negli anni, che ne hanno rivelato l’altro aspetto della personalità, quella di un reporter che va in giro a cogliere nei villaggi e nelle città una umanità diversa, bambini uomini e donne che hanno nello sguardo e negli atteggiamenti la forza di sconfiggere la propria condizione, facendo esaltare la poesia della silenziosità, dell’insensibilità dietro il neutrale.
Nel repertorio professionale di Ferri c’è di tutto: animali, chiese e castelli, paesaggi, ritratti di artisti e colleghi (Cotugno, Manca, Razzini, Ruolini, Secchi, ecc.), sport… Ci sono i ricordi di cascina, della vita d’oratorio, delle prime mostre di paese, i flashblack e i segni del passato, il fascino dei vecchi mestieri, le donne di paese, gli uomini all’osteria. Dedica una particolare cura a fermare volti umani e caratteri, oltre a momenti persino bizzarri che mettono in luce costumi, culture, condizioni di vita, atteggiamenti ecc. Nelle sue scelta non c’è alcun intellettualismo o ideologismo engagè. Ferri raccolta la strada e la società che la anima in un puzzle quasi infinito, senza apparente soluzione. Tiene insieme paesi, popoli e città (San Domingi, Thailandia, Cuba, Sumatra, Grecia. Kentuchy, Portogallo, Isole Comores, Isole di Bali, Londra, Praga, Amsterdam, Madagascar, Venezia, Orvieto, Piacenza e… Borghetto Lodigiano), facendo emergere, tra le altre cose, un elemento, come la mendicità e la povertà hanno la stesso forza di espressività e di denuncia.
L’insieme che offre la sua fotografia è una visione panoramica di folgorante immediatezza. In alcuni casi persino elegante, da contraddistinguere la capacità operativa e selezionare dalla quotidianità l’ “essenza astratta” attraverso i volti egli habitat.
Oliviero racconta la vita andando in giro per il mondo. Non la guerra, perché la guerra lui non la andrebbe mai a incontrare; oltre tutto imporrebbe una diversa estetica, drammatica, non altamente emotiva e morbida come la sua; vorrebbe per lui dire rinunciare alla fotografia come confessione, alla figura come specchio, al contesto come racconto. Abbandonare quello che nella sua produzione può sembrare (fotograficamente) perfetto, anche se non lo è dal punto di vista della sensibilità, perché tutto in fotografia, come in letteratura, può essere a volte sfuggente, a volte, scivoloso. E in questo Oliviero è attento a non cadere.

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Panorama artistico lodigiano: FRANCO RAZZINI verso la novantesima primavera. Una vita spesa a fotografare Lodi e la sua gente.

Il prossimo ottobre Franco Razzini taglierà il traguardo dei novant’anni. Dagli anni ’60 fotografa, Lodi e i lodigiani. La sua è una carriera che è stata sin qui impareggiabile, durante la quale ha fermato con le sue istantanee momenti di un percorso storico della città e dei suoi abitanti. Il lungo campionario di mostre personali realizzate documenta a sua volta un percorso che da fotografo autodidatta lo ha trasformato presto in un maestro, che sapeva mettere in luce la freschezza di un linguaggio, la sua forza espressiva e il valore artistico, soprattutto il valore iconografico, qualità tutte ch’egli ha saputo mettere segno con istantaneità e poesia.
La storia di Razzini fotografo è un po’ la storia della sua città e della sua gente, anche se, estemporaneamente, il suo obiettivo lo ha spinto a indagare e a catturare altrove. L’ex-postino ha fornito complessivamente una documentazione sociale in cui,lascia filtrare un sentimento di nostalgia per le trasformazioni intervenute e quelle in corso. .,A cominciare dai luoghi dove la gente era solita incontrarsi: lo storico “Venezia”, “Spisso” (detto anche Fancis), il “Fante”, la “Ranetta”, il Convegno al Vescovado. Sorprendenti poi i lampi gettati su corso Roma, sugli angoli del rione Santa Maria, sugli interni delle case di via Fanfulla e corso Archinti, sulle piccole attività economiche (la merceria Mazzoleni di via Cavour, la cooperativa alimentare di piazza Mercato, la tabaccheria di viale Milano, i bar Nazionale e Lodi, il Breack, oratorio laico lo aveva chiamato mons.Carlo Felisi che abitava di fronte, il “solito posto”, non un’esca per i perdigiorno. In ore diverse e senza conto anagrafico, si potevano conoscere personaggi irripetibili, lontani per titolo e per censo. definiti secondo il dizionario dei luoghi comuni: lavoratori, estroversi, simpatici, impareggiabili, attori, magnifici nelle avversità, pessimi nel benessere, brava gente e tutto il resto. ecc.) Un mondo tutto da studiare (per antropologi, sociologi, operatori culturali e della comunicazione).
L’accumulo delle immagini scattate, le prime delle quali da lui stesso sviluppate nello scantinato sottocasa di via Ada Negri 2, costituisce un autentico Amarcord felliniano., una sorta di visivo profondo e ironico in cui si possono ritrovare le più belle figure “fermate” da Razzini: la Papatencia e Vizzi, due maschere inscindibili, Leone Aderca (l’ebreo), Minoia (l’antiquaria), Carletto Meregalli (il conte della miseria), Dionisio Urban (il sognatore), Vincenzino ( il violinista barbalunga), Vittorio Bottini (el regiù della familia) Giovanni Bellinzoni (il gallerista de’ l’impusibil ) e tanti, tantissimi altri. Sono la attestazione di come questo “killer dello scatto”, come lo aveva chiamato una volta Agenore Bassi, ha saputo nei quasi sessant’anni di attività fotografica, penetrare tra la gente del popolo come le gocce dell’acqua nella sabbia e non vi sia stato attimo sociale vivente, genuino, proletario che non sia stato da lui fermato, tanto da rendere attuale quel che diceva Matilde Serao: “L’arte delle immagini non solo è una gran cosa, ma è anche una cosa dolce e seria, uno dei vincoli dell’umanità”.
Oggi la fotografia è cambiata, quindi anche il linguaggio, affidato in buona parte allo strumento ottico più che alla sensibilità e alla capacità del fotografo. Cosa questa che lo metteva spesso a confronto coi colleghi che rincorrevano l’ultimo modello (analogico o digitale). Razzini ha sempre scattato con una macchinetta che rendeva l’immediatezza dello scatto, forte di una consapevolezza: di come stessero cambiando la città e la sua gente da un lato e la fotografia e le strumentazione , da correggerne direttamente gli sgarri e il linguaggio.
Per un arco di anni Razzini ha deliziato con le sue mostre fotografiche gli appassionati locali, ma è stato presentato un po’ in tutto il mondo, facendosi ambasciatore della città e rendendo omaggio a coloro che ad essa davano anima con il lavoro, le attività, la presenza; ai tanti personaggi, noti e meno noti, che la raccontavano tutti i giorni, ammantati nella nebbia, al sole o nelle delizie della neve e dei quali il visionario fotoreporter, riusciva a dare qualche cosa di più: la morfologia e lo spessore.
Per interi decenni siamo stati un po’ tutti aiutati a riflettere su come la fotografia avesse essa stessa un ruolo etico centrale nell’informazione, restituendo icone del vivere contemporaneo, e come nell’attuale grande caos della comunicazione e delle trasformazioni tecnologiche la vecchia macchina fotografica manteneva caratteri di priorità, affermandosi più come una luce per la mente, come occhio della nostra coscienza. Con l’abile arte del fotografo e la sua esperienza, Razzini ha aiutato generazioni di neofiti a capire quel che può significare la tecnica di base del colpo d’occhio e del pronto cliccare, “qualcos’altro”.
Mettendo insieme storie particolari, anche minime, di uomini e donne, gente anonima, gente di strada, che senza essere protagonista ha registrato con il proprio destino di individui e persone, spesso appartenenti alle classi meno abbienti, i passaggi e il cosiddetto progresso. Ha dato non una “illustrazione”, non la storia con la “S” maiuscola, ma ha messo a fuoco il vivere quotidiano, la persistenza, l’umiltà, la tenacia, la fiducia, la bonomia, le abitudini, l’indole dei lodigiani. Caratteri che si ritroviamo nei volti e negli atteggiamenti di tanta gente: di tanti fitauli e sensali, di tanti pensionati e abitué sorpresi al bar dallo scatto dell’artista; nella fisionomica, come nelle abitudini e nei comportamenti e negli stessi mestieri esercitati, insomma nel loro “vivere sociale”.
Eppoi c’è la “città perduta”: quel che Lodi aveva perduto (o stava perdendo), che non erano tanto la fisionomia urbana, i suoi modelli e i suoi arredi (destinati comunque all’erosione), ma piuttosto l’umanità di tanti personaggi, l’humus da essi irradiato, la loro vitalità e presenza, il loro ritrovarsi e stare insieme, in una parola è la loro “socialità”. Quella per la quale Razzini “sentiva” una struggente nostalgia. Nei suoi scatti quotidiani si trova quel che poi è stato identificato come ‘processo’. Certamente lui lo ha fatto inconsapevolmente, ma senza le sue immagini in cui si può leggere un certo “corso” delle cose sarebbe probabilmente più difficile averne traccia.

Aldo Caserini


Per consuetudine popolare, gli auguri non si fanno in anticipo. Per questo, caro Franco, abbiamo scelto  questa sorpresa


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OMAGGIO A LODI Antonio Mazza (foto),Adriano Uggè testi) e Rino Palmieri (arrangiamento) Dedicato ad Ambrogio Sfondrini

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Dedicato ad Ambrogio Sfondrini

Fotografie e montaggio di Antonio Francesco Mazza
Testi Adriano Uggé
Arrangiamento Rio Palmieri

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LA FOTOGRAFIA ALLA COLOMBINA. Le immagini “salvate” di Silvano Bescapè

L’Osteria la Colombina, in località Bertonico, nel Lodigiano, non è solo un  

Particolare delle foto esposte alla Colombina di Bertonico

ristorante tradizionale, a conduzione familiare, dove si gustano piatti della tradizione e classici che richiamano conoscitori esperti della buona tavola è anche un’ex-cascina che alle pareti propone con rigore espositivo una quarantina di stampe fotografiche in b/n che raccontano la storia del territorio, il legame dei suoi luoghi con le stagioni, i poderi, le cascine, i fondi, le colture, le architetture, e, principalmente, il lavoro e i suoi collegati, le tradizioni, i costumi, la meccanizzazione che lo hanno trasformato vocandolo a zona agricola, oggi lasciata alla rincorsa edilizia, della terziarizzazione e della logistica, che ne convertono le caratteristiche anche morfologiche.

Alle pareti scorrono “reperti” fotografici salvati da Silvano Bescapé, noto raccoglitore-amatore che da decenni mette interesse e passione nel ricostruire attraverso foto e cartoline il lodigiano “che fu”. Fan parte, ci dice Emilio Soldati (contitolare della Colombina con la moglie e la figlia, dopo decenni di attività a Milano, svolta all’ombra del cenacolo vinciano e della chiesa delle Grazie), dell’archivio del fotografo livraghino, oltre ventimila tra sviluppi e lastre avere ormai dimensione di specifica autonomia da essere fonte documentale significativa dei mutamenti del territorio e delle sue realtà.

Oltre a ciò, la selezione proposta alla Colombina aiuta a cogliere lo sviluppo dell’estetica fotografica attraverso la sperimentazione dei materiali e delle tecniche e l’allontanamento dalle semplici rappresentazioni realistiche con l’affermarsi di elaborazioni soggettive nelle impressioni.

I “tasselli di vita” alle pareti documentano il tessuto storico dell’Alaudense attraverso i lavori nei campi e in cascina, il paesaggio, i costumi, l’avvicendamento delle generazioni, gli agglomerati dei paesi, l’ingresso nel sistema agricolo delle macchine, le stalle affollate di uomini e donne, eccetera. L’occhio, se non è subito catturato dal menù, può ricostruire il passato, le distinzioni sociali in l’agricoltura, la diversità di ruoli tra fattore e contadini e stagionali, la disuguaglianza tra le case del padrone e del fittavolo e quelle degli stagionali. La stampe acquisite dal Soldati da “Silvano”, com’è conosciuto il fotografo livraghino, rappresentano una indagine del patrimonio della civiltà contadina; aiutano a conoscere una porzione significativa del lodigiano prima della frenesia pan-industriale, dei tralicci, delle raffinerie e delle strade ad alto scorrimento. Insomma, alle pareti della Colombina sono immagini che non superano (o non sostituiscono) la parola parlata e scritta, ma fan loro concorrenza, dicono cose contemporaneamente e informano velocemente.

 

Aldo Caserini

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“MOVIMENTO” di Pasqualino Borella

Con “Movimento” un mix di immagini proposto alla Società di Mutuo Soccorso di Lodi in via Calisto Piazza,, Pasqualino Borella si pone in un certo atteggiamento che vuol vedere ciò che gli sta davanti, ma anche l’altra parte, sensibile alle facoltà dell’uomo, quella che promuove pensieri e astrazioni, cambia lo sguardo con cascate di colori, afferma l’abilità nel trasferimento di immagini che danno una importanza diversa e decisiva alla composizione della rappresentazione.

Borella è noto come fotografo, lo fa con passione e mestiere verificandolo con occhio critico, coltivato insieme al piacere di un linguaggio autonomo e corsaro, da mettere insieme molteplicità di interessi e originalità di risultati formali. Non è cioè un mero operatore che riduce l’intervento alle cose strumentali, all’inquadratura, alla messa a fuoco, alla scelta del tempo in rapporto al diaframma, alla cliccata eccetera…Al contrario è artista che coltiva l’ambiguità e l’astrazione presenti in una realtà mescolata a elementi integrativi di altri momenti, interpretando fermenti di poesia vidimati dall’autenticità di una ricerca garantita sempre dalla franchezza espressiva, narrativa e immaginaria,

“Movimento”, regge su lavori che risultano da input eguiti nel montaggio digitale e a cui Bonelli ha aggiunto del suo, un combinato di idee, fantasie, contrapposizioni e indipendenze prese dal una risma di carta, una pubblicità, da luci natalizie, da una cascatella o un quadro, dal pubblico a teatro o in movimento su una vecchia balera eccetera).

Fotografo, scrittore, collezionista, cultore di storia del territorio Borella accompagna l’attività del proprio studio con quella di cultore dell’immagine, profilo di lui meno noto ma non di secondaria importanza.

Nel suo archivio (Fogli di carta, Giochi di luce, Fluidi, Giochi d’acqua, Riflessioni da un quadro, Bottoni colorati, Ballo liscio, Cattedrale vegetale eccetera) c’è l’ insolito, il singolare, lo slancio, il sorprendente, l’ estro e altri elementi di qualità. Rappresentazioni che invitano alla riflessione e quelle che colgono un’emozione, altre che intrigano e sorprendono e distinguono concetti.

“Movimento” scopre come Borella non pratichi solo fotogiornalismo ma traduca i propri scatti in chiave di espressività creativa, introduca al miracolo delle “immagini che creano se stesse”. Vada oltre alla barriera costituita dalla macchina, cioè il mezzo del suo lavoro e del suo modo di conoscere e di fare.

Come confessa nell’autoperesentazione alla mostra “le foto sono ricavate da “files” originali e non elaborate in post produzione. il pathos comunicativo sta nel loro mix: dare dinamismo a una immagine reale, trasportarla verso un pensiero vivo, e dare con l’astrazione emozioni”.

“Movimento” propone forme che sono figlie di due contraddizioni: delle potenzialità della tecnica fotografica (la roteazione, il tempo, gli effetti, il colore, le masse, la luce, i contrasti, la gradualità nel farla entrare nell’obiettivo) e le spinte verso l’originalità simbolica, il contenuto,.

Aldo Caserini

Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Isaia Crosson: elegie e fotografie

Isaia Crosson, trent’anni, nato in Florida e per qualche anno cittadino di Lodi, dove, prima di laurearsi alla Cattolica, ha fatto il cameriere, poi trasferitosi a Manhattan, divisione di New York City, ora iscritto ai corsi di dottorato in Lettere Classiche della Columbia University, uno degli atenei privati americani più prestigiosi, propone a Palazzo Rho a Borghetto Lodigiano, da esordiente, un gruppo di stampe fotografiche ed è presente anche in una collettiva di fotografi a Lodi. “La mia passione, è sempre stata la fotografia”. Messa alla prova prima da autodidatta poi nello studio di Amir Badaran che nel mondo americano si è fatto conoscere con instagrammi e video, soprattutto per sostenere una fotografia realista “ aumentata o mediata attraverso l’elaborazione”.
Nei dodici scatti esposti fino al 24 agosto, Crosson non appiattisce su tale genere di posizioni, anzi. Le immagini sono ancora “su pellicola” e non “ritoccate”. Non per semplice ordinaria procedura, che non accende atteggiamenti particolari, di ammirazione o di indifferenza, ma di dimensione comunicativa. Solo che il ridotto numero di immagini non consente di andare a fondo nei segni che si intercettano nel linguaggio espressivo.
A parte i componimenti letterari – elegie improntate da motivi autobiografici – che lasciamo all’esame dei visitatori – l’autore mostra un interesse per contesti che incorniciano dettagli di “vita vissuta”. Per questa via indaga un mondo fuori dai canoni ufficiali popolati dalle etichette coniate dal sistema consolidato.
Crosson esplora un mondo che non è del tutto, oggi, sconosciuto, ma è estraneo al mondo ufficiale della fotografia: accorda rilievo a soggetti e a dimensioni espressive “popolari”, “ingenue”, fatte di “elementi marginali”, perciò stesso “minori”, ribaltando la prospettiva scenografica della grande New York (Manhattan), fatta di snobismo. L’invito è a posare l’occhio su ricavati ed estratti che “sono e dicono”, conforme del mondo e dell’esperienza.
“Il mondo – diceva Athanasius Kircher – gesuita filosofo e storico del XVII secolo – è tenuto insieme da nodi segreti”, da piccole cose quotidiane, in questo caso anche da giochi, serrature, inverni a primavera, macchine della polizia ecc. Andando più in là si può attribuire a Crosson di sottrarre la propria fotografia alle classificazioni convenzionali (attuale, reale, fantastica, storica e moderna, analogica per pochi e digitale per tutti) non limitandosi alla giustapposizione, ma creando un terreno in cui si riconoscono categorie che reggono ancora la nostra conoscenza. scorci, attimi di vita, memorie, suggestioni, particolari. Anche marginali, nascoste, coi loro simboli, cercando in esse punti di vista che possono stimolare il modo di vedere. Un modo saliente che da conto della percezione che in fotografia, “guidata dal frammento, cattura momenti temporali e punti di vista spaziali destinati a sparire (Linda Nochlin).

 

Stefano Sportelli racconta San Giuliano Milanese per immagini

Stefano Sportelli

Anche Stefano Sportelli, storico locale di San Giuliano Milanese, ha provato a raccontare la sua città. Lo ha fatto con un libro fotografico, annotato con ricchezza di date e riferimenti – con “immagini, memorie, personaggi dal 1950 al 2000”, com’è nel sottotitolo di “Raccontiamo San Giuliano” -, pubblicato dalla milanese Graphic House di Vittorio Viticci. Un’opera che ci consegna una impalcatura di cronologie non sempre esaurienti per poter cogliere l’intima oscurità che si annida dietro la superficie delle cose e ridisegnare il rapporto tra passato e presente (cosa che investe però più gli storici che noi resocontisti).
Il volume di Sportelli, realizzato con la collaborazione di Stefano Rossi e degli interventi fotografici di Luigi Sarzi Amadè di RcSando (la rete civica di San Donato Milanese e Sudmilanese condotta da Stefano Tommasi), si lascia sfogliare con tranquillità, senza i colori che a volte ubriacano senza allargare la conoscenza, mantenendo la promessa di incontrare un amico di quelli che chiamiamo i nostri interessi.
E’ un libro costruito su immagini e brevi annotazioni redatte cronologicamente che incuriosiscono ma aiutano anche a riflettere, senza essere un mattone ma un segno rinviante ad altre fatiche descrittive del sangiulianese, che ad esse si annoda e si allaccia.
Tolti un bel po’ di addobbi Raccontiamo San Giuliano è rianimato da centinaia di immagini di sagre, prevosti, sindaci, gente comune, cascine, corti, osterie, posterie, scuole, esondazioni, momenti collettivi, sportivi, ludici, ritrovi, mulini, strade, ex-conventi, chiese, cappelle votive eccetera scelte dal ricco archivio personale dell’autore oltre che essere state fornite dall’Amministrazione municipale e da Associazioni locali. L’interesse iconografico e documentale è catturato, non a caso, dalle cascine (Schiavi, Cantalupo, Carlotta, Molinazzo, Pedriano, Sestogallo, Selmo, Caverina, Occhiò, Invernizzi, S. Brera, Cassinetta, Castelletto…) essendo stato San Giuliano un territorio prevalentemente agricolo, da costituire oggi un vero serbatoio di ricordi delle trasformazioni intervenute in mezzo secolo e arricchire di “contenuti” la stessa narrazione.
Ricordare è importante. Il filosofo Nietzsche diceva che saper ricordare è una “grazia autentica”. Ma per ricordare è utile risvegliare la memoria, raccordarsi a fatti, immagini, avvenimenti, conoscenze, momenti piacevoli e rimpianti, prendere spunto da appunti e frammenti, magari da pagine solitarie, sparse o senza nessi, cercare nel passato storico la risposta ai problemi del presente. Per questo il libro di Sportelli è un libro da leggere quel poco che c’è di scritto e il molto da osservare. Permette di riconoscere e ricordare i tanti “passaggi” con cui San Giuliano Milanese si è trasformato da borgo agricolo a centro metropolitano del terziario e del quaternario. In mezzo c’è tutta la trama che consente agli abitanti identità e ideazione. La memoria, il ricordo, è innanzi tutto un ri-accordo che dalla dispersione genera unità. Il libro incoraggia i sangiulianesi attraverso dati asciutti e immagini scolorite di ricostruire la propria sfera di appartenenza attraverso azioni vissute e sentimenti, di dare un senso alla propria presenza sul territorio.
A“Raccontiamo San Giuliano” mancano sicuramente delle “pagine”. Per congedarci, un po’ di riflessione storica, su qualcosa che non doveva essere. Nel lavoro è messa più attenzione a tasselli di cronaca e alla ricostruzione intesa cronologicamente che non ai “processi formativi” (politici, urbanistici, sociali, culturali, comunitari). Ciò non impedisce al lettore di cogliere per sintesi sommarie offerte dalle immagini il carattere di certo sviluppo urbanistico intensivo, in cui trovava giustificazione da un lato il bisogno della gente di difendersi dagli effetti demografici delle trasformazioni e dello sviluppo e dall’altro il “giogo” degli investimenti e dei sottostanti interessi e darsi una lettura non troppo nostalgica e non effimera dei mutamenti e delle sottostanti progettazioni.

Il Libro: Stefano Sportelli: Raccontiamo San Giuliano – Immagini, memorie, personaggi dal 1950 al 2000 – Foto attuali di Luigi Sarzi – collaborazione di Stefano Rossi – Graphic House di Vittorio Viticci, Milano – Euro 10,00.

“CANTICO” / Un pocket book sulle sculture di Marcello Chiarenza

La Pro Loco Maratti di Camerano, un borgo sulle colline del Conero, ha pubblicato dopo un pugno di altri piacevoli volumetti, quest’ultimo pocket elegante costruito sulle fotografie della milanese Laura Fantacuzzi e di Fabrizio Schiavoni, che contribuisce a svelare le “parole chiave” che hanno suggerito a Marcello Chiarenza una serie di sculture tematiche che richiamano assunti tipicamente francescani.
Marcello Chiarenza è artista di radici siciliane, nato nel 1955 si è laureato in architettura al Politecnico di Milano ed opera nel campo della figurazione simbolica. A Lodi si è trovato a casa propria, seminando un’arte che va molto al di la dei confini di campanile. Oggi svolge infatti l’attività di scultore, scenografo, conduttore di laboratori, autore e regista teatrale in giro per il mondo, in prestigiosi contesti.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è un libro da vedere e da leggere; un pocket book di una ottantina di pagine che combina immagini di esemplare linguaggio fotografico e pensieri messi al loro posto, veri e propri stralci del “nutrimento” del “Cantico” che conferiscono a nuclei significativi di sculture, la difesa da equivoci e fraintendimenti. Grazie anche ai contributi e ai saggi dello storico Angelo Mondali, di Roberto Lambertini, del dipartimento di studi umanistici dell’Università di Macerata, del Cardinale e Arcivescovo Metropolita Edoardo Menichelli, del Vescovo Ausiliare di Milano Paolo Martinelli, dell’Ordine dei frati Minori Cappuccini, che attraverso una serie di passaggi, risolvono nella chiarezza sfondi teologici, antropologici, spirituali, psicologici che costituiscono il terreno comunicabile del pensiero di San Francesco.
Il libro dedicato alle sculture di Chiarenza, conferma che esistono ancora libri, magari piccoli di dimensione, in grado di diffondere non solo rappresentazioni, idee, nozioni capaci di farsi amare ( o avversare) per le idee che hanno mosso le forme espressive, ma anche di vincere i pregiudizi, cioè le idee che ciascuno possiede prima della lettura di un libro o ponendosi davanti all’opera alchemica di un artista.
Non c’è profezia se non come infrazione di un ordine, dice un detto popolare. Ma non c’è neppure il progresso se non c’è l’ascolto della profezia, dice sempre la filosofia popolare.
“Cantico. Opere di Marcello Chiarenza” è giocato su registri forti e d’attualità, come sempre è per il registro religioso quando non è troppo preso dalla visione devozionale.
Scritto da testimoni del pensiero francescano e arricchito dalla ebbrezza creativa di un artista attratto dalla “metafisica”, richiama l’attenzione sulle piccole cose, sul loro senso e la loro qualità di simbolo e fa riflettere su quell’al di là che la società-mercato ha sostituito con lo scintillio del denaro, afferma l’urgenza di un ritorno semplice dell’uomo con la natura.
Alla fine “Cantico” fa dire che la scultura presa in esame è un’arte che mette il fruitore in contesa con le forme del tempo, che afferma appunto l’esigenza di uno “spostamento dello sguardo”. L’ opera di Chiarenza è orientata ad affermare non tanto la perfezione evangelica o le regole dell’ordine dei fratelli, ma piuttosto a denunciare attraverso la semplicità e povertà materico-formale ciò che è radicalmente mutato nella contemporaneità; e cioè la percezione del mondo che non offre più il richiamo delle cose (delle piccole cose) perché tutte le cose sono risolte negli equivalenti di business.

 

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Giuseppe Secchi, la fotografia tra presente e richiamo del passato

 “FRAMMENTI” DA CUBA  DELLA COMPAGNIADI BALLO DI CAMAGUEY

 

Può apparire anche strano che un fotografo, Giuseppe Secchi, noto per l’impegno dedicato alla fotografia creativa, ritrovi richiamo e poesia in “scatti” di inclinazione esaurita, è segno di quanto un certo linguaggio visivo sia stato dimenticato. Secchi l’ha recuperato con un numero scatti e stampe in “fine art” su pvc di formato quadrato 80×80 con ottimi risultati qualitativi, senza perderne le caratteristiche. Riprendono momenti delle prove del Corpo di Ballo di Camaguey a Cuba in preparazione dell’opera Carmen di Bizet.
Contrariamente ai precedenti lavori egli è tornato a quello che ( normalmente ) s’intendeva per fotografia: captare “l’attimo”. Che uno specialista dopo essersi avventurato nella ricognizione di modelli contemporanei, riscopra il richiamo e la suggestione del linguaggio originario, recuperi il piacere del bianco e nero per “narrare” figurazioni cariche di enigma e di pathos come quelle del balletto può sorprendere non più di tanto conoscendo la sensibilità con cui Pino Secchi si è sempre mosso sin dai tempi delle prime uscite pubbliche da Giovanni Bellinzoni al “Gelso”.
Nelle ultime immagini egli prova a ricavare indicazioni di genere letterario da un altro linguaggio artistico – il ballo, appunto- cementandosi nella rapidità dello scatto sino a sedurre passando dalla prima alla terza persona, conferendo altri sentimenti e racconti. Per farlo se ne è andato a Cuba a ritrovare nuovamente la forza e la febbrile autorità del momento – dell’istante, del tempo, del batter d’occhio – dove ha ritrovato insieme il gusto per il bianco e nero, l’invenzione della narrazione.
In una serie di istantanee   include e associa immagini con appassionata agilità e un temperamento orientato a dare senso e interpretazione al proprio modo di vedere. Vale a dire quel che diceva Susan Sontag: “La fotografia è, innanzitutto, un modo di vedere. Non di farlo”.
Nel servizio Secchi raccoglie “frammenti”. Accumula barlumi. Non ferma novità, ma l’indomita autonomia del dettaglio. Niente di provocatorio o di trasgressivo, nelle immagini c’è l’istante fermato, ovvero quel qualcosa che tende ad ampliare il mondo del ballo, a registrarne le forme, ma anche l’ apparenza, il confine dal reale. E’ un modo di vedere, che consiste di vedere per framment, che trovano il momento unificatore nella luce dei bianchi e nello scuro del nero, nella loro incisività profonda su ciò che siamo abituati a cercare nella fotografia.
In un momento in cui essere contemporanei vuole dire essenzialmente essere omogeneizzati, standardizzati Secchi, ritornando al b/n rompe con certa comunicazione di massa, di intrattenimento standardizzato.
Magari, in tutti gli scatti non è convincente, ma che da tale scelta si possa ricavare un diverso piacere e una qualche illuminazione è innegabile.

 

 

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