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TACCUINO di FORME 70 – Gli anni Ottanta della pittura italiana a Milano

Mario Schifano : Paesaggio tv – Astronauti

Messi da parte (fin dove possibile) contenuto, forma ed evasione, il realismo espressionista, il dadaismo, l’astrattismo, l’arte povera, la body art, flexus  e tutto quanto  sapesse di avanguardia nata per via evolutiva, una formazione non organizzata di pittori si riconobbe, sul finire degli anni ’70,  a proprio agio sotto l’etichetta di trans- avanguardia coniata da Benito Oliva. Trovò elementi di sostegno nella critica e nell’ informazione specializza oltre che nell’affermarsi di una cultura finanziaria che guardava al prodotto artistico  quale alternatica d’investimento

Affrancati (finalmente!) di muoversi a ventaglio come pareva e piaceva loro, soprattutto svincolati da ogni problematica e  liberi di poter dire addio all’arte ideologica e concettuale di contenuto definito, i primi furono Sandro Chia, Francesco Clemente, Nicola De Maria, Ninno Paladino. Grazie al riconoscimento critico di Oliva assunsero presto una funzione calamitante  nel richiamare un panorama yo-yo, creativo variegato e mobile che  non nascondeva, a sua volta, magari con altre premesse, la delusione verso un’arte radicata ai ritmi statici e resistenti delle accademie  e “teatrali” delle avanguardie storiche . Tra questi Enzo Cucchi, Luigi Ontani, Luigi de Dominicis, Mario Merz e il giovane siciliano Salvo (pseudonimo di Salvatore Mangione), ma anche Emilio Tadini, Mario Schifano, Franco Angeli che fece parte con Schifano della “Scuola di piazza del Popolo”, Enrico Baj, Aldo Mondino, eccetera. Nomi che fanno tutti parte (con altri) della mostra “Painting is barck. Anni Ottanta. La pittura in Italia”  inaugurata l’altro giorno alle Gallerie d’Italia a Milano (piazza della Scala, 6): ventun artisti e 57 opere affidate alla cura di Luca Massimo Barbero, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

La mostra non fornisce ovvio un quadro organico di tutti i protagonisti, ma di alcune posizioni personali dominanti, quanto basta per essere una mostra importante da non perdere, soprattutto da parte delle nuove generazioni di artisti e da parte della stessa critica, o di quel che è rimasto di essa, per fornire interpretazioni non esteriori.

La mostra milanese fa  cogliere gli enunciati che diedero espressione alle esperienze degli anni ’80, al prevalere di una pratica pittorica “senza nostalgia di niente”, “senza più categorie temporali e gerarchiche”, “senza derive segnate un’unica prospettiva”.

La mostra proseguirà fino 3 ottobre con apertura ininterrotta dalle 9,30 alle 19,30 e chiusura il lunedì

“LE STANZE DELL’ARTE 2020” – Natura e poesia nelle stampe originali d’arte di Teodoro Cotugno alla Bpl

Negli ultimi tempi si è scritto e raccontato parecchio della incisione indiretta praticata da Teodoro Cotugno e della sua capacità di completare le incisioni all’acquaforte con l’essenzialità del disegno e del tratteggio.

In verità, gli elaborati di Cotugno adattano una complessità di operazioni e interventi e una prolungata consuetudine operativa e riflessiva  prima di consentire al foglio bianco risultati di media forza chiaroscurale.

Per non rimanere a esiti di superficie, che si fermano al nitore e alle forme investite dalla luce, oltre a quanto premesso le sue acqueforti richiedono una osservazione meno di facciata: una analisi della poetica (solo naturalista, semplicemente intimista o sentimentale o romantica, come capita talvolta di leggere in certe note?); una disamina della soggettistica di contenuto della rappresentazione; la messa in bilancia, dell’ esperienza, non tanto dell’intuizione e di quanto egli fa liberamente scorrere sulla lastra, ma  della riflessione interpretativa che la suggerisce; e ancora, una attenta considerazione delle “ascendenze” e delle possibili “collimazioni” (coi paesaggisti veneti,  con le radici umbre attecchite ai Corsi dell’Incisione dell’Accademia di Urbino con Renato Bruscaglia, Carlo Ceci e Pietro Sanchini; le suggestioni toscane acquisite collaborando con Renzo Biasion); la personalizzazione delle tecniche  perfezionate e finalizza all’espressione.

Questa esigenza corrisponde al bisogno non di risemantizzare i momenti della sua ricerca, ma di superare il fascino immediato della leggerezza e del lirismo procurato dalla sua produzione, e di cogliere nel linguaggio  presenze più ardite di contenuto. Una spinta che potrà venire dalla  XX edizione di “Carte d’Arte”, organizzata  dal 5 dicembre, dalla Associazione Monsignor Quartieri  in cui sarà possibile anche un raffronto (non un confronto)  di Cotugno con  l’arte di Livio Ceschin.

Quello del calcografo lodigiano è prevalentemente un paesaggismo di impressioni, atmosfere, climi e simboli che in certi sviluppi arriva a suggerire una “filosofia” non di sole sensazioni terrene ma di idee superiori, metafisiche, dell’universale. Se nella sottigliezza grafico materica, priva (a volte) di texture strutturate, in cui da consistenza a setosi velluti, quelle di più fredda tecnica non danno spazio alle nebbie sperimentali del nostro secolo, ma neppure alla fredda tecnica del paesaggio virgiliano, che ispirò momenti simboleggianti una natura felice vissuta in termini di semplicità pastorale.

L’artista racconta luoghi, scorci, paesaggi, spazi, storie, corsi d’acqua, davanzali, fioriere, raramente l’uomo,  una natura che seppur viva non sta nell’attualità di una trama, ma elabora sensazioni, sentimenti, immagini, riverberi, barbagli, pensieri da risvegliare nel visitatore stati d’animo e  riflessioni.

Aldo Caserini

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CARTE D’ARTE ALLA BPL CON LIVIO CESCHIN

Livio Ceschin

La IV edizione di “Stanze della Grafica d’Arte”, organizzata dall’ Associazione Monsignor Luciano Quartieri, sponsorizzata dal Comune di Lodi e messa in programma il prossimo 5 dicembre, destinata a durare allo Spazio Arte Bipielle, in via Polenghi Lombardo, fino alla festa di San Bassiano vedrà al centro uno dei rappresentanti della cultura grafica italiana più integri e rigorosi, ma anche estremamente raffinati, di cui restano ormai rare tracce in Italia:

Nato a Pieve di Soligno nel 1962, eccellente acquafortista e grabador nella punta secca, diplomato all’Accademia di Urbino e fatto conoscere ai milanesi dal critico lodigiano Tino Gipponi alla galleria Linati con riscontri lusinghieri, le sue opere si trovano nei Gabinetti di grafica d’arte di mezza Europa: Milano, Cremona, Londra, Firenze, Roma, Monaco, Vienna, Dresda, Zurigo, Parigi, Amsterdam, e trova diffuso apprezzamento anche tra i collezionisti lodigiani.

Di lui, nell’Alaudense, si ricordano la  cartella realizzata per gli Amici della Grafica di Casalpusterlengo, la mostra personale tenuta alla Pusterla di quella città, la presenza nella Collezione di grafica europea organizzata da Tino Gipponi nel 2005 alla Bpl  e la partecipazione alla XIII edizione di Carte d’Arte, tutte uscite in cui l’artista veneto ha saputo offrie dimostrazione di maturità, unità di tono e fisionomia espressiva.

Per il suo naturalismo e la purezza raggiunta nelle vedute paesistiche, per la proiezione di respiro lirico e la dilatazione dello spazio gli è diffusamente riconosciuta una personale ‘concezione’ con cui fa incontrare sul piano operativo esperienze, stimoli e richiami diversi, che ne esaltano la personale sensibilità e l’impronta stilistica. Porta in evidenza l’orientamento alla luce di un Barbisan, l’attenzione ai valori tonali di un Tramontin, l’esattezza di elementi della realtà che è in Bianchi Barriviera.  Ma si tratta pur sempre di puri e semplici bagliori che nella sua produzione terminano mediati dalla forte soggettività, dalla sua visione tranquilla e riposata che si estende ai simboli della natura.

Artista naturalista e contemplativo, Ceschin  ha realizzato e “tirato” migliaia di fogli di soggetti che ne riflettono i caratteri artistici e con cui ha catturato un nucleo di lodigiani che coinvolti con la ricchezza della tecnica, la poesia che trasborda dal linguaggio figurale, l’accuratezza del segno  che si incontra con la vaporosità delle macchie, affidati a controllate morsure che improntano il risultato.

Osservandone le vedute paesistiche, la proiezione del respiro lirico e la dilatazione spaziale,  viene spontaneo  parlare di una ‘concezione’  dove convergono esperienze, stimoli e richiami diversi, che non solo non la condizionano e non la irretiscono ma ne esaltano  l’impronta espressiva rendendola inconfondibile.

Aldo Caserini

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XXXIII SALONE DEL LIBRO DI TORINO AL VIA

 

Dopo trentadue anni, per la prima volta nella sua storia, il Salone Internazionale del Libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni editoriali del nostro continente, non sta avviandosi nella sua forma abituale, a causa dell’emergenza Covid-19 che rappresenta una drammatica minaccia per la salute di ciascuno, per la nostra idea di convivenza, per gli equilibri (pubblici e privati) su cui si fondano, o dovrebbero fondarsi, le comunità in cui viviamo.
Quando, mesi fa, era stato scelto il titolo della XXXIII edizione, “Altre forme di vita“, l’obiettivo era di evocare il futuro prossimo. Oggi questo titolo si dimostra una piccola profezia. Stiamo davvero vivendo “altre forme di vita”, “forme di vita” che fino a qualche mese fa non potevamo immaginare.
In attesa di tornare nella veste abituale, in autunno o non appena possibile, il Salone ha deciso di organizzare un’edizione straordinaria – dedicata alle vittime del virus e al personale sanitario impegnato in prima linea in questa emergenza – nata dalla consapevolezza che a questa crisi si deve reagire, e che lo si può fare subito, con gli strumenti da sempre offerti dalla conoscenza. Fino a domenica 17 maggio, sul sito del Salone sarà possibile seguire un ricco programma di eventi in live streaming e interagire con ospiti nazionali e internazionali.
I canali social del Salone da giovedì 14 racconteranno in diretta tutti gli appuntamenti. Nella giornata di venerdì 15 maggio diversi incontri saranno trasmessi in diretta su Rai Radio3 (“Tutta la città ne parla”, “Radio3Mondo”, “Radio3Scienza”, “Fahrenheit”, “Hollywood Party”, “Radio3Suite”). Oltre che con Radio3, Rai sarà presente a questa edizione straordinaria, come Main Media partner per dare il proprio contributo all’editoria italiana, raccontando il Salone del Libro di Torino. In particolare, oltre all’impegno di Radio3, anche le altre direzioni, le reti e le testate radiotelevisive – da Rai Ragazzi a Rai Libri, da Rai1 a Rai Cultura, da RaiNews24 alla Tgr – racconteranno al pubblico gli eventi della rassegna torinese.
Con questa edizione straordinaria è dato il via a un percorso di attività online che accompagnerà la  comunità del Salone, editori e lettori, all’edizione autunnale con presentazioni editoriali, rubriche di approfondimento, e nuovi format per il racconto digitale del mondo dei libri e della cultura.



 

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LA VISIONE NATURALE IN UN BOOK DI TEODORO COTUGNO

Nella vasta nebulosa delle tipologie narrative, di genere e non, la letteratura sembra mettere alla prova anche i lodigiani, attraverso una produzione che specchia l’integrazione e l’intercambiabilità diffuse nell’immaginario e nei contenuti. E’ una koiné che di fatto sostituisce la matrice liceale e universitaria che nel Novecento era stata terreno d’incontro tra lettore e scrittore e all’arricchimento dei discorsi paralleli di letteratura e pittura e viceversa. Affinità ora indebolite, per non dire sparite, con l’affermarsi di una nuova koiné ad opera di scrittori d’esordio, che chiedono visibilità ai media per fronteggiare la loro carente tenuta e limitata profondità.

In questo panorama si inserisce, senza vantare particolari doti affabulatorie, Teodoro Cotugno, artista noto come grafico d’arte e ora autore di Tra alberi e sentieri d’acqua, un piccolo book costruito senza filtro sui sentimenti, come nucleo difensivo contro la confusione procurata dallo sviluppo, con una ispirazione naturalistica, che ad alcuni potrà sembrare antistorica, i cui contenuti e la semplicità sono il frutto di un’acuta consapevolezza del mutamento epocale in atto contro il pianeta da richiedere una responsabilità individuale.

Tra alberi e sentieri d’acqua è il prodotto dell’osservazione di ambienti e vedute agresti, semplici, costruite senza abbellimenti, sottratte alle dinamiche miopi dei luoghi comuni.

Silenzioso e schivo per natura l’artista si era già fatto notare per il raccontato tascabile, “L’uomo che salvava gli alberi”, al quale ora ha unito questo racconto di sostanza poetica e umana in cui si mostra narratore di forte sentimento, senza ridondanze, di rigore etico, che privilegiata l’umiltà di fronte alla vita e alla natura. Dopo la presentazione dell’ottobre scorso alla biblioteca comunale di Saleranno sul Lambro, il volume viene ora presentato venerdì 10 gennaio, alle 21 al Comune di Cerro al Lambro con un intervento di Mario Chiesa, direttore generale del Consorzio Bonifica Muzza Bassa. Questo risveglio di interesse e d’attenzione dipende in senso lato dal contenuto. Non scopre una rockstar. La narrazione di Cotugno muove dalla camminata solitaria lungo il canale Muzza di un uomo dedito a proteggere alberi che tra il fogliame rimosso scopre un nido con tre piccole uova e s’impegna a trovargli nuova sistemazione permettendo alla madre merla accorsa disperata di ritrovarlo e completare il percorso alla vita.

E’ un racconto che viene dal fondo della campagna: scorrevole, leggero, senza contorsioni formali, di pensiero né astrazioni. Che si colloca ben lontano dalla quotidianità spesso mondana che affronta i problemi in modo soffocante e omogeneizzato. Punta all’essenzialità, alla verità attraverso una forma svelta e qualitativamente accettabile da porsi in sintonia coi temi delle proprie immagini, fatte di segni, di punti, di barbe, di luci e ombre.

“Tra alberi e sentieri d’acqua” è un book di piccoli momenti e ricche sensazioni. In poche paginette il lettore si trova calato in una nuova consapevolezza da cui estrapolare quel rispetto alla natura che in questi tempi moderni ed “evoluti” non si è sviluppato nell’umanità,

La pubblicazione del volumetto è stata resa possibile dal Comune di Saleranno al Lambro per le feste patronati d’ottobre Stampato dalla Sollecitudo di Lodi in caratteri Garamond su carta Old Mill Fedrigoni, arricchisce con un’ acqueforte originale, numerata e firmata dall’autore.

Aldo Caserini.

 

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“Carte d’Arte”: figurativo o astratto la grafica d’arte indaga sé stessa

CARTE D'ARTE 2018Carte d’Arte, curata da Gianmaria Bellocchio e Walter Pazzaia festeggia a “Bipielle Arte” il proprio ventennale d’attività.. Introdotta dal presidente Bellocchio e da una “riflessione” di Walter Pazzaia, docente di San Giuliano Milanese, l’esposizione inaugurata domenica sera da riscontro di quattro artisti di significativa espressività ( Delpin, Stor, Villa e Margheri); rende omaggio allo stampatore Franco Sciardelli, ferma, infine. l’ attenzione sugli artisti proposti dalla Milano Printmarker di Luigi Pengo (nipote dello stesso Sciardelli).
Fare grafica d’arte oggi in Italia è fatica da eroi. Carte d’Arte costituisce un argine al disinteresse che tracima dove prima c’era stata una storia d’amore. Quella che aveva orientato il lavoro creativo di Franco Sciardelli con i vari Greco, G. Pomodoro, Guttuso, Migneco, Melotti, Baj, Rognoni, Minguzzi, Cappelli, Valentini, Cazzaniga, Richter, ecc – presenti in mostra con esemplari improntati da Sciardelli e dal “sciur Bianchi”, suo tipografo esperto: una storia nata tra inchiostri, vernici, utensili, carte, torchi , acidi forti e ossidanti, paste abrasive, lastre di rame, zinco, ottone ecc…
”Resiste” questo amore? Oramai lontani sono i “tempi d’oro”, quelli che richiamavano l’attenzione dei critici d’arte anche sulla grafica, in cui nascevano e prosperavano le riviste specialistiche (come dimenticare Grafica d’arte, Ex libris, Il Collezionista ex libris, I quaderni del conoscitore di stampe, L’arte a Stampa, Il Calamatta, Print); Allora prolificavano i premi e i concorsi, gli stampatori si scoprivano essi stessi artisti, prosperavano le gallerie e il collezionismo non era una desiderio.
Oggi ci si accontenta di poco. Ci si sente sollevati dal fatto che esistono ancora artisti (pochi) che coltivano il linguaggio e associazioni che a quella “storia” legano la loro storia. Tra queste la Mons. Quartieri che sfida il casino e aiuta a tenere gli occhi aperti.
Le Stanze della Grafica destinano omaggio all’editore Sciardelli, che fu stampatore ricercato ed elegante, e del quale è in esposizione una ricca selezione di opere di acquafortisti che frequentavano la stamperia di via Ciovasso insieme a Sciascia, Sanna, David Maria Turoldo, Schwarz e altri e costituivano una sorta di “mondo magico”, che lui, siciliano, chiamava “la cascata di Catafuro” (dove l’acqua era sostituita dalle novità, dalle idee, dai modelli mentali, dalla creatività ecc.) .
L’esposizione grafica è poi affidata ai fogli di Dario Delpin, maestro in un’arte fatta di abili segni e buoni sentimenti. Nelle acqueforti esposte Delpin documenta energia e riflessione. Nei fogli “Mestole”, “Scarpe e ciabatte”, “Cesto in cantina”, “Bateia in secca”, “Reti a Primero” e in tanti altri, rivela un segno di forte carica espressiva che lo fa distinguere.
Su una linea più attuale (“Madagascar”, “Internazionale”, “Cariatide” ecc.) muove Nicola Villa, approdato alla grafica contemporanea, che indaga e lascia intendere dinamiche sociali e mescolanze di comportamento.
Laura Stor da invece riscontro a linguaggi di inappuntabili tecniche. Nelle acqueforti-acquetinte si segnalano “All’ombra della torre”, “Periferia”, “Lungo il fiume, in quelle acquerellate “Praga: il giardino della memoria; nelle ceremolli distingue “Gradini logori”; in linoleografia “Dolomiti al tramonto”, “Tavolozza d’inverno”.
Il quadro è esaurito da Raffaello Margheri che realizza buoni risultati all’acquaforte e li concretizza con metodo consolidato in paesaggi (“Po’ a Piacenza”, “Vaso di acacie”, “La nebbia”, “Barche”, “La curva”. E nature morte.
Milano PrintMakers, infine, arricchisce la mostra con l’arte giapponese della stampa su matrice di legno e opere di Kuniyoski, Hokusai e Hiroshige.

Aldo Caserini

“La Stagione delle Mostre” alla Banca Centropadana di Lodi

TINO GIPPONI FA RISCOPRIRE
L’ARTE DI ALFREDO CHIGHINE

ALFREDO CHICHINE:
“Tramonto”, olio su tela 63 x 70, anno 1957

Dice Jasper Johns a “Lettura”: L’arte è molto meno importante della vita, ma come sarebbe povera la vita senza di essa”. Non è l’unico ad averlo detto e spiegato. Prima di lui, i frequentatori delle sorelle Pirovini a Brera, o del caffè all’angolo tra via Broletto e corso Garibaldi, l’hanno sentito dire, con altre parole ma il senso era quello, da Alfredo Chighine, pittore milanese di famiglia sarda, protagonista negli anni Sessanta-Settanta della stagione dell’informale (dal critico Francesco Arcangeli interpretato come un attraversamento, una relazione fra uomo e natura, tesi peraltro respinta da altri , tra cui Franco Francese, per il quale l’arte di Chighine era “tachisme e basta”), morto poco più di una quarantina d’anni fa all’età di sessant’anni per una trombosi cerebrale.
Ora, il critico Tino Gipponi, uno che ha sempre affrontato i problemi che riguardano l’arte con un orizzonte non provinciale, affiancando l’attenzione per il linguaggio dell’analisi critica al perfezionare uno stile personale con cui confutare gli eccessi di esemplificazione e di giudizio che s’incontrano in pittura, ha in preparazione a Lodi una “Stagione delle mostre” in grado di offrire riferimenti dettagliati e organizzativamente motivati, e tra questi una antologica di Alfredo Chighine.
L’ offerta è resa possibile dalla collaborazione con la Banca Centropadana che ha deciso di dedicare un proprio spazio nella sede di corso Roma a Lodi a esposizioni di alto contenuto, di sicura concentrazione di messaggio culturale, di artisti, anche se locali, che hanno raccolto e accolto positivamente l’impronta “intrinseca” del proprio tempo.
La “stagione” riserva una quantità di sorprese. La prima l’abbiamo già anticipata: sarà appunto di un artista di razza genuina, che Gipponi ebbe modo di conoscere e frequentare nel suo studio di corso Garibaldi a Milano e al quale dedicò anche un libro, “Morire sconosciuto e misero – Il carteggio tra Alfredo Chighine e Franco Francese” (Motta Editore, 2005), in cui è messo sotto i riflettori un periodo di dialettico rapporto di Milano con quanto avveniva in Italia e all’estero e si recupera la figura di Chighine, finita in ombra dopo le antologiche alla Permanente (1977) e a Palazzo Reale (1989).
Negli anni Sessanta mentre nelle gallerie milanesi dominavano le posizioni personali di Dova, Crippa, Vacchi, Mandelli. Milani, del pavese Moreni, del veneziano Vedova, del perugino Burri eccetera, oltre, naturalmente agli espressionisti astratti statunitensi insieme ai postumi del Novecento italiano, ai neorealisti di Corrente, agli astrattisti Melotti, Reggiani, Rho, Licini e il gruppo dei francesi, in una Milano sommersa dal dilagare delle “pose”- dai tanti “falsi maledetti e imborghesiti carrieristi”, come li definiva Franco Russoli allora direttore della Pinacoteca di Brera, Sovrintendente ai Beni artistici della Lombardia e docente di storia e stili al Politecnico – Alfredo Chighine ha affrontato un percorso alternativo, di ponte con le nuove leve.
Oggi il suo nome è purtroppo nuovamente caduto in dimenticanza da parte del pubblico e della critica. Non senza un intento “provocatorio” Gipponi lo riprende e ciò costituirà la sorpresa per molti. La sorpresa di vedere quadri in cui si fondono l’appassionata ansia di superare gli azzardi delle vacue avventure e un linguaggio in cui è mantenuto il carattere lirico dell’artista, dimostrando un cammino fatto di qualità linguistica, acutezza d’indagine, senza giochi di gusto, senza fioriture decorative, senza intellettualismi, senza richiami o nostalgie accademiche.
La mostra che Bcc Centropadana si appresta ad offrire ai lodigiani e più ambiziosamente al pubblico lombardo è destinata a rivestire i caratteri di una vero e proprio “evento”.
Curata da Gipponi, che è uno dei migliori studiosi di Chighine, forse uno dei pochi che ha saputo dedicargli una chiave di comprensione e di interpretazione, l’iniziativa promette di far ritrovare attraverso gli elementi del suo percorso pittorico i valori del suo procedimento teorico e pratico – la qualità, la poesia, l’espressione delle variazioni e delle reazioni – da far meditare sui valori e sui destini della pittura e sul clima storico che vide il pittore protagonista inimitabile.

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LA TERRA INQUIETA: Fare arte parlando di problemi

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Abitiamo l’età della tecnica e ci proponiamo di salvare la natura, ma intanto dimentichiamo le sorti dell’uomo, non raccogliamo il grido lacerante di chi è intento a fuggire dalle tragedie della guerra e della fame.
Dobbiamo riconoscere che tutto ciò che nasce all’interno di scenari divaricanti, c’è una parte destinata, alla crudeltà degli egoismi individuali, sociali, nazionali ? Dobbiamo rassegnarci all’accusa di Silenio: stirpe miserabile ed effimera… perché costringi a dirti solo ciò che per te è vantaggioso?
Gli spazi della Triennale di Milano ospitano fino al 20 agosto prossimo una mostra di artisti egiziani, turchi, albanesi, iracheni, siriani, marocchini, eccetera, tutti con radici in territori inquieti e sofferenti, dove le parole guerra, odio, accanimento, paura, vergogna, colpa uniformano questo tipo di pensiero al linguaggio.
In tutto sono sessantacinque artisti e artiste messi insieme da Massimiliano Gioni che firmano installazioni, video, fotografie, materiali, mixage, texture, pitture con cui esplorano geografie reali e immaginarie. L’aspetto più importante e forse anche provocatorio della esposizione è di ricordare (ai fruitori e agli artisti) “che si può e deve fare arte anche per parlare e affrontare questioni di estrema urgenza e non solo per decorare salotti o spazi museali con oggetti costosi e inutili, come invece va davvero tanto di moda”.
La Terra Inquieta è una mostra che parla delle trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale, focalizzata in particolare sulla rappresentazione della migrazione e della crisi dei rifugiati. Ma fissa l’attenzione anche sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici.
Mentre i media e la cronaca ufficiale raccontano di guerre e rivoluzioni viste a distanza, vi sono autori che descrivono in prima persona il mondo da cui provengono. I loro lavori rivelano fiducia nell’arte di raccontare e trasformare il mondo. Dai risultati esposti alla Triennale emerge una concezione dell’arte visiva come reportage lirico, documentario sentimentale e come testimonianza viva e necessaria.
Naturalmente il “mosaico” ricostruisce anche le personalità artistiche degli autori. Impossibile citarli tutti, ci limitiamo a ricordarne alcuni: Liu Xlavdong, El Anatsni, Steve McQueen, Ivanov Pravdollub, Yto Barrada, Adel Abdesseme, Bouchra Khalili le cui opere sono tra quelle di più alto impatto visivo ed emozionale. Il loro è un racconto disuguale, vario, che aiuta a scandagliare realtà non piacevoli, in cui si ritrovano concentrate vicissitudini tragiche e umilianti. Narrano quello che spesso l’informazione nasconde, con note che spesso spiccano più di altre

La Terra Inquieta, a c. di Massimiliano Gioni, Milano, Triennale – Promossa da Fondazione Trussardi e Fondazione Triennale – Fino al 20 agosto. Info: http://www.Tfriennale.org
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CON ANGELA VETTESE “ARTE FIERA” CAMBIA VOLTO

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Con la nuova direzione della storica dell’arte e filosofa Angela Vettese, la bolognese Arte Fiera arriva alla sua 41esima edizione in versione rinnovata.  La kermesse di arte moderna e contemporanea porterà numerose novità oltre all’insediamento del nuovo direttore artistico, che ne ha delineato innovativamente i confini.
Tra le tante innovazioni che i visitatori troveranno, sono previste una Main Section e una serie di Solo Show. Le due sezioni conteranno 133 gallerie oltre quelle dei settori curatoriali. A garantire della qualità delle proposte, sono coinvolte figure estranee al mercato dell’arte: il curatore Roberto Pinto (Docente di Storia dell’Arte Contemporanea, Università di Bologna) e la storica dell’arte Maria Grazia Messina (Docente di Storia dell’Arte Contemporanea, Università di Firenze e Presidente del Comitato Tecnico Consultivo Arte e Architettura contemporanee Periferie Urbane, Ministero dei Beni Culturali e del Turismo).
Arte Fiera mercato risulterà completata da una piccola sezione di nuove proposte a cura di Simone Frangi, intitolata Nueva Vista e dedicata ad artisti meritevoli di una rilettura critica e non necessariamente giovani. Non mancherà inoltre una sezione di fotografia, curata dalla Vettese.
“L’analisi attenta e severa degli esperti ha portato alla scelta di una edizione della fiera più compatta, con un numero minore di partecipanti rispetto al passato nonostante l’aumento delle domande di ammissione. Arte Fiera intende proporsi come un luogo di esposizione e vendita di arte moderna e contemporanea e al contempo come sede di proposta e di riflessione su temi e linguaggi di stringente attualità”, ha dichiarato la Vettese.

 

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A Piacenza: “25 ore di poesia” davanti al Duomo.

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L’iniziativa promossa
dal “Piccolo Museo della Poesia”
Tra i poeti:  Oldani, Boccardi,
Anelli, Marcheschi, Abbozzo.
Tra i dicitori: Ottobelli, Lisetti e Vaghi

 

Ci saranno Guido Oldani, Sandro Boccardi, Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi, Margherita Rimi, Edgardo Abbozzo e altri nomi della rivista “Kamen’”, Isabella Ottobelli, Enrica Vaghi, Gianluigi Lisetti di “On fa l’os” tra i poeti e i fini dicitori che in piazza Duomo a Piacenza, dalle 21 di sabato 15 ottobre alle 22 della domenica, contribuiranno (leggendo proprie composizioni o di altri) alla “25 ore di letture di poesie ininterrotte. Omaggio alla poesia italiana dal ‘900 ad oggi”, ideata da Massimo Silvotti e organizzata dal “Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure di Piacenza”.
Alla fine saranno oltre 100 i poeti letti e interpretati, in gran parte del secolo passato, con l’aggiunta di un gruppo di contemporanei che leggeranno se stessi. La kermesse è rivolta a scongiurare la chiusura del Piccolo Museo della Poesia di Piacenza, unico museo della poesia attualmente esistente in Europa. L’istituzione, privata, non ha scopi di lucro e la sua preziosa collezione è prevalentemente centrata sulla poesia italiana. L’obiettivo della “25 Ore” è farne conoscere l’importanza, oltre naturalmente le difficoltà che incontra, nonché promuovere l’attenzione sulla la grande poesia italiana, intersecando le diverse poetiche contemporanee, che spesso non si conoscono o non si parlano.
Al “Piccolo Museo della Poesia” si accompagna la Galleria d’Arte – Spazialismo poetico, presenza operante nell’arte e nella poesia coeva che interloquisce con le intelligenze della nostra contemporaneità, mettendo in comunicazione memoria e rivolgimento.
Della “rappresentativa” di Kamen’ leggeranno personalmente le proprie opere in piazza Duomo Sandro Boccardi, Guido Oldani e Amedeo Anelli, mentre nel ruolo di dicitori si esibiranno Isabella Ottobelli nella lettura dei versi di Elio Pecora, Enrica Vaghi in quelli della lucchese Daniela Marcheschi e Gianluigi Lisetti proporrà i ritmi di Edgardo Abbozzo. L’attore Luca Bassi Andreasi interpreterà a sua volta i versi di Margherita Rimi, poeta e neuropsichiatra infantile recentemente pubblicata dai Quaderni di Kamen’ editi dalla Ticinum e presentata da Anelli agli “Amici del Nebiolo” di Tavazzano.
Ai poeti di oggi agiranno da controcanto le esibizioni dedicate a grandi maestri del passato e del passato recente, Marinetti, Soffici, Rebora, Marin, Ungaretti, Turoldo, Luzi, Caproni, Sereni, Noventa, Montale, Gatto, Sinisgalli. Roversi, Pavese, Bigongiari, Orelli, Bertolucci, Pasolini, Cristina Campo, Pagnanelli, Saba, Gozzano, Cardarelli, Sbarbaro eccetera.

Aldo Caserini

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