Archivio dell'autore: Aldo Caserini

Al codognese Franco De Bernardi il riconoscimento di “Maestro d’Arte”

 

Franco De Bernardi nel suo studio-laboratorio di Codogno

Nemo propheta in patrai, dicono i Vangeli. L’asserto è oggi un po’ usurato  per l’utilizzo fattone dagli artisti, soprattutto coloro che in casa propria non raggiungendo i riconoscimenti sperati pensano di trovarli altrove. Tra coloro che aspirano a cogliere  racimoli di attenzioni “fuori territorio” non si può certo collocare Franco De Bernardi che di premi e riconoscimenti ha un curriculum zeppo. Merita in ogni caso d’esse segnalato quello che ha di recente ottenuto in terra veneta  partecipando con un  nucleo di lavori appartenenti ai cicli pittorici degli  anni ’90 – –  specificatamente  quelli realizzati su bilaminato con colori ad acqua –  a  cui è stato attribuito il  primo premio assoluto alla competizione patavina “Il gioco in maschera nelle note e colori del carnevale nell’arte”.

Da parte sua, il Centro Accademico di Padova lo ha insignito a sua volta del titolo onorifico di “Maestro d’arte” includendolo nei propri Archivi Storici del Novecento con la motivazione  di “diffondere la cultura artistica” a vari livelli.

Anche se, prevedibilmente, De Bernardi non ne ricaverà un particolare vantaggio il titolo di “Maestro d’Arte”  è pur sempre un testimonianza di dignità e autorità  di quanto  distingue il nostro artista: autore di risultati significativi per esperienza, esercizio di mestiere, qualità e originalità di contenuti.

Quella di “Maestro d’Arte” è una attribuzione secolare, diffusa ai tempi del Vasari, o forse ancor prima, che nel caso del pittore codognese trova  evidente corrispondenza nel senso della attività professionale raggiunta e della creatività della ricerca artistica. L’attribuzione  (honoris causa) riconosce l’interesse per la sua pittura  oltre i confini dell’Alaudense. Non perché trasmette insegnamento a discepoli di qualche bottega o scuola (anche se ciò è nel curriculum), ma per implicita capacità, abilità e originalità della ricerca condotta e  la singolarità delle sue opere.

Il titolo conferitogli potrebbe addirittura richiamare alcune fortunate collane editoriali (es.I Maestro del colore) denominazioni di facile e immediato intendimento popolare e non specialistico. Che nulla hanno però  a che fare con l’opera dell’artista lodigiano. L’appellativo di “maestro d’arte”. attribuitogli dagli “esperti” patavini è il riconoscimento di merito per  un esercizio artistico che dura una sessantina d’anni, in cui egli ha dato dimostrazione di originalità e di livello eminente.

Sul piano della pura comunicazione l’assegnazione del titolo interviene in un momento particolare in cui la pittura nazionale sembra conoscere un nuovo declino dovuto all’ imperversare di manieristi e artefici che si contentano “di pascer di occhi del popolo con la vaghezza” delle parole. Tanto per dirla con lo storico del Seicento Gian Battista Agucchi.

(Aldo Caserini)

 

ALEX BORELLI GRAPHIC DESIGNER LODIGIANO: Il corpo femminile strumento di rottura di tanti falsi “ismi”

Parafrasando quel che diceva (negli anni Trenta) Walter Benjamin, il grafico lodigiano Alex Borelli – perché colpito? o stravolto? o  convinto da  qualcos’altro? –  ha dedicato pazienza, coraggio e passione intellettuale a rompere certi schemi moralistici sul rapporto fisico e sociale del corpo. Da qualche tempo è tornato a concettualizzare attraverso le immagini la sua tecnica di comunicare.  Ha “fermato” nel proprio linguaggio creativo  una serie di immagini femminili abilitandole a un discorso con cui è il “visivo” a suggerire parole di contenuto e a dischiudere il ventaglio mentale alla comprensione.
ome progettista della comunicazione visiva e come creativo che dedica la propria tecnica a comunicare ha tradotto in un articolato una serue di immagini con cui rappresenta, con unità lessicale, un certo mondo, integrandovi con efficacia espressiva gli aspetti  della  figura femminile, affinché il fruitore possa avvalersendosene distinguere, uscire dall’ indistinto immaginario suggerito (o imposto) dalla prevalente cultura.

Classe 1983, diplomato all’Istituto Calisto Piazza , quindi ai corsi triennali di graphic designer alla Scuola superiore di arte applicata del Castello Sforzesco di Milano, la  “creatività” è un suo carattere principale. Borelli la traduce in immagini; con scelte capaci di far riconoscere pensieri, desideri e inclinazioni, connessioni e di dare principio a una sorta di pensiero divergente.
Dotato di un personale percettivo sensoriale e di una coscienza del nostro tempo, Borelli  si avvale della propria tecnica fotografica per “scrivere”: simbolizzare, immaginare, parlare, creare, organizzare, rappresentare aspetti del mondo che ci circonda.
Agli elementi affioranti ha dato una  titolazione intrigante –  “Attraversa l’inferno a testa alta, il diavolo ti deve ammirare” –  che personalmente ha motivato così:”Nel mio progetto ho messo in narrazione i controsensi e i conflitti  a cui va incontro l’uomo contemporaneo nel momento stesso in cui desidera una realtà affrancata appagante e felice, non asservita ai tabù e a  moralismi imposti dal corpo sociale, dimenticando che la mente è ciò che distingue l’uomo dagli altri uomini”.
“Purtroppo – continua Alex – l’apparire vale più dell’essere per  molte,   troppe persone.Ciò  lo riscontriamo nella vita di tutti i giorni. Esteriormente si è tutti unappuntabili, sorridenti, corretti, mentre nascondiamo nel sentire, dietro lo sguardo e il sorriso,  esperienze e modalità di convivenza, estroversioni, giustificazioni narcisistiche, vizi  ecc.”.
La donna è al centro della narrazione che Borelli  conduce sospinto da un immaginario profondo che non nutre di uniformità la peopri conoscenza ma la fa cogliere  attraverso immagini che assentono la consapevolezza di chi lE manifesta  attraverso impulsi, inclinazioni, desideri, esperienze.
Sia chiaro, noi non lo  inseguiamo nell’analytical psychology. A noi interessa la panoramica dell’immaginario “creativo”. Che Borelli fornisce con ricchezza di sollecitazioni visive attraverso un modello sfrontato dell’individuo contemporaneo, facendo riconoscere i convergenti processi di desiderio e fantasia a cui egli incontra nel momento del piacere.
A noi qui però interessa quello che la manipolazione fotografica procura attraverso il profilo estetico. La visione che fa toccare le corde intime dell’intuizione e fa vedere più dell’occhio nudo attingendo dal subconscio visionario e interpretativo, con cui segnala una libera e travolgente partecipazione ai dettagli.
Sostanzialmente (se leggiamo bene) le immagini di Borelli lasciano al fruitore delle immagini libertà  di abbandonarsi al fascino irresistibile dell’invenzione e della condivisione del macrosistema sottostante che la lente femminile suggerisce.
Come già sottolineato in un precedente intervento, Alex è un graphic designer che  sa “leggere” ciò che lo circonda; un appassionato di arte che sa cosa fa tendenza: caratteristiche che gli permettono manipolazioni logiche e dinamiche di gusto presenti a livello individuale e sociali. E’ un creativo che impiega la sua tecnica   di graphic designer, senza marchi di tendenza. Infatti, non ha infatti un elenco ampio di soggetti a cui dedicarsi.  Il suo orientamento mentale è prevalentemente in un polo: la presenza femminile. Un piccolo caso eccezionale se si pensa quel che si incontra oggi in tanta arte contemporanea e a quel che avviene nella nostra società. In questa occasione Borelli coglie  quello che, per semplificazione, chiamiamo “l’anima” di certe comportamenti e organizzazioni e li suggerisce con fantasia, sensibilità, simbolicità.

(Aldo Caserini)

A Guardamiglio una mostra contemporanea (con del “sacro”)

Guardamiglio ha ospitato di recente una collettiva di artisti di varie tendenze, recenti e meno recenti, di linguaggio definito o non ancora precisato, di circostanza o occasionali. In una parola: artisti contemporanei. Una sorta di patchworch, con qualche “Ah!” di stupore e una dose di “dejà vù”.

Diciamo subito che quest’ultima constatazione non coinvolge quel drappello di personalità artistiche che da tempo viaggiano nel campo della pittura nazionale: Galbusera e Jannelli, Bianchini e Anselmi, Franco De Bernardi, Diegoli e Dimita, artisti le cui storie aderiscono non anonimamente a percorsi che non sono sicuramente locali.

Con essi si sono fatti notare i lodigiani Cusani, De Lorenzi, Reccagni, Rossetti, Amoriello, Gorla, Tresoldi, Cornalba, Croce, che insieme altri hanno portato a una cinquantina le firme alle pareti. Dando vita a una esibizione ricca di partecipazioni, a tratti diseguali non sempre calzante al tema e al titolo che i promotori della “Compagnia di Siregico Laudense” hanno dato all’iniziativa:  I cammini del sacro”

Come si poteva leggere nel manifesto : “Camminare può essere uno strumento potentissimo per pensare e per meditare, perché per guardare in profondità serve allontanarsi, compiere un esodo silenzioso dalle nostre radici”. Ma non tutti (è sembrato) si siano interrogati davvero su questi grandiaspetti. Messa su questo versante, la mostra ha presentato soggetti con scostamenti o diversioni. Senza per questo mancare in fatto di curiosità, citazioni e informazioni che hanno a che fare con la storia dell’arte contemporanea.

In quest’ottica la mostra ha offerto una narrazione di esperienze e di interessi, di dettagli e di scelte selettive, di contenuto immaginativo e attualista. Oltre essere allestita e seguita dall’architetto Maurizio Caroselli, autore del  restauro di palazzo Zanardi Landi, collaborato da Mario Quadraroli.   (Anna Gualdi)

Serata sulla “archiviazione” delle opere di grafica d’arte alla Biblioteca del Seminario di Lodi

Lunedì 29 settembre, alle ore 21, alla Biblioteca del Seminario Vescovile, in via XX Settembre

Teodoro Cotugno nel proprio studio al castello di ZSalerano al Lambro

n.42 a Lodi è programmato un incontro in cui sarà affrontato il tema dell’artista-incisore e quello della catalogazione bibliotecaria delle sue opere grafiche. L’argomento sarà affrontato attraverso la presentazione della tesi di laurea di Valentina Fagnani di Inzago (110 e lode), allieva alla Cattolica di Milano di Paola Verzellati, responsabile della Biblioteca del Seminario di Lodi, largamente nota per le sue pubblicazioni storiche e i suoi studi in materia di Bibliografia, Biblioeconomia e Archivistica.
Come è risaputo Valentina Fagnani sta affrontando l’archiviazione per la biblioteca diocesana della vasta produzione grafica del lodigiano Teodoro Cotugno ( 650 esemplari di acqueforti, maniera a matita, punte secche, maniera nera, monotipi, tecniche miste donate alla Diocesi), nonché di matrici, libri, cataloghi. biografie ecc.  Alla serata porterà un contributo diretto sull’arte dell’incidere lo stesso artista del quale è ben nota la costante di energia concettuale e creativa, la consuetudine operativa e riflessiva nel convertire in tagli, in incavi, in valori grafici e quindi in immagini e in linguaggio. Cotugno permetterà di accompagnare gli aspetti filolologici che saranno affrontati  della Fagnani con qualche curiosità e attenzione attorno la propria stampa d’arte (materiali, utensili, soluzioni acide, carte, tirature). Alcune delle incisioni archiviate saranno esposte al pubblico. La serata è organizzata dalla biblioteca del Seminario, dall’Archivio Storico, dal Museo d’Arte sacra e dall’Ufficio Beni culturali della Diocesi di S.Bassiano.

La grafica di Teodoro Cotugno dribbla il tempo: Valentina Fagnani la cataloga per l’Archivio storico della Biblioteca del Seminario di Lodi

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Due anni fa, Teodoro Cotugno donava  650 incisioni da lui realizzate alla Diocesi di Lodi, che oggi fanno parte – insieme a biografie, libri, cartelle, cataloghi e lastre dell’archivio storico della Biblioteca del Seminario Vescovile di Lodi. Una scelta, quella esercitata dall’artista, che non poteva non catturare l’interesse degli ambienti universitari cattolici, in primis dei docenti, dei ricercatori e dei laureandi. Valentina Fagnani, una giovane studentessa di Inzago, nella cintura metropolitana milanese. con interessi (di declinazione professionale e di sapere) per la bibliologia, l’archivistica, la bibliografia – in una parola per la cultura -, ora laureata in filologia moderna con una tesi sul linguaggio di Teodoro Cotugno,  ha esaminato in una curatissima tesi che prende il via dall’esordio dell’artista come grafico  –  partendo dal 1977, dopo i corsi frequentati da Cotugno a Urbino, allievo di Renato Bruscaglia e Pietro Sanchini, fino al 1992 – in tutto un quindicennio d’esordio e 200 lavori realizzati e “tirati”) redigendo un elaborato di oltre 600 pagine che ha avuto relatrice Paola Sverzellati, docente di bibliografia e biblioteconomia alla Cattolica e apprezzata responsabile della Biblioteca vescovile di Lodi oltre che autrice di studi storici sulla Cattolica e sull’editrice Vita e Pensiero.
La brillante tesi di Valentina Fagnani sarà presentata nelle sue linee di catalogazione e di contenuto lunedì 28 settembre alle 21 in Seminario (via XX settembre,42 Lodi), accompagnata dalla comunicazione sui “progress”  che la Fagnani ha già previsto nel suo percorso di studiosa. Alla serata sarà presente anche l’artista che esporrà alcune realizzazioni e offrirà qualche riflessione sul suo percorso di acquafortista fino agli attuali vertici nazionali raggiunti.
Quella di Cotugno in grafica è un’arte matura che fa apprezzare la perizia, la modulata energia degli intagli sulla lastra e quanto via via suggeriscono, l’intuizione e la riflessione interpretativa, cresciuta anno dopo anno, con la messa a frutto degli insegnamenti ricevuti a Urbino, ma anche dal raggio di orizzonti raccolto attraverso le tante mostre visitate e le innumerevoli partecipate, dai rapporti e dalle collaborazioni intrecciate con “nomi” importanti della grafica nazionale – uno per tutti: il fiorentino Biasion) che lo hanno arricchito  oltre che tecnicamente con intrecci formali, filologici e letterari. Un “processo” che oggi  rende consolidata la consapevolezza nell’ oggettivare i temi preferiti: le cascine, i vigneti, i campi, i corsi d’acqua, i campanili, le chiese, i tetti, i giardini, gli alberi, eccetera, una compresenza di cose e di luoghi in cui il dettaglio stimola l’immaginario e seduce, a volte spostandone la presa sul metafisico e lo spirituale attraverso una vibrante definizione dei toni in immagini sobrie ed essenziali, senza cedimenti all’ impressionismo, senza troppa attenzione per gli oggetti, ma sempre  con una grande ammirazione alla natura.
Quella di Cotugno non è, insomma, una calcografia anonima, impersonale. Non nasconde la sicurezza e l’abilità faticosamente raggiunte con un curriculum  lungo una vita.  Fa conoscere all’occhio distratto cose, luoghi, dettagli del territorio ( ma non solo di esso) formando un tutto con la riflessione attorno alla sua storia e alle sue caratteristiche.
La particolarità di questa attività vitale coi luoghi della terra, del vivere, della identità spingono la stessa poesia che affiora da tante immagini nella direzione opposta a una diffusa pratica pregna di improvvisazione e di tecnicalità

Aldo Caserini

PRETESTI per ricordare Marcello Simonetta pittore

Copertina del saggio di Aldo Caserini sul tema dei”Pretesti” di Marcello Simonetta Ediz. Schiapparelli Arte

Ci piace ricordare l’amico pittore Marcello Simonetta di Spino d’Adda, ma assiduo frequentatore dell’ambiente artistico lodigiano e sudmilanese. del quale ricorrerebbe, se fosse  in vita, il novantesimo compleanno. Fu un autentico produttore di “pretesti”. I “Pretesti” di Marcello si sono susseguiti da anni con singolare coerenza, attraverso una pittura che “riconfigurava” la rappresentazione mediante scenari artificiali, segnici, gestuali, lirici, potenti e minacciosi al tempo stesso, dove l’uomo si sposta in continuazione, dal cielo al mondo animale, e da questo a quello vegetale e via retrocedendo, introducendo coscienza e casualità – il primato del gesto e della riflessione, un sentimento, il bisogno di essre, la visione e l’intermittenza, l’oracolo caldaico -, la libertà nella fluttuazione di ogni equilibrio (non solo formale.” (da Aldo Caserini: Marcello Simonetta  “Pretesti”, Schiapparelli Arte).

Sue opere si trovano oltre che alla Provincia di Lodi a San Donato Milanese, alla raccolta francescana di Assisi, al Museo Puskin di Mosca, Osaka, Bagnocavallo, Bellinzona, Sada Coruna, Ferrara, Pieve di Cento, Bagnocavallo, Matera, Legnano, Pisa, Bologna. ecc..

“Raccontini di Cento Parole” di Alberto Raimondi. Contro il superfluo e il ridondante

di Aldo Caserini

Scrivere  “raccontini” di cento parole  – non una di più non una di meno – o cento drabble come è usato in fanfiction –  non è cosa senza difficoltà come potrebbe apparire. Più della costruzione subisce (e fa soffrire) la costrizione, le parole contate sopra alla narrazione. E’ un’esperienza che anni fa era stata tentata da una piattaforma letteraria, poi antologizzata, in due edizioni di AA.VV.100 Racconti di 100 parole da cui il lodigiano Alberto Raimondi ha ricavato il titolo del suo ultimo libro: una quarantina di racconti brevi (narrazioni, memorie, riflessioni, pillole, suggestioni ecc.) partendo da un  doppio convincimento: il primo, una piccola sfida “ai fiumi di parole e al mare di chiacchiere, di tanti talk-show televisivi e di tanti “social” e alla “alla sciatteria espressiva di tanti SMS”; il secondo, la certezza che la narrazione breve “anziché restringere il campo espressivo, ne incrementa le potenzialità”: libera il racconto “dal superfluo e dal ridondante”.
Di Alberto Raimondi e della sua passione per lo scrivere abbiamo detto in diverse occasioni. Il suo nuovo libro “Raccontini di 100 parole” (Youcanprint, pp.40, €7,00, ill. Pietro Terzini)), alla analisi critica già sviscerata non fornisce spunti ulteriori, se non suggerire la partecipazione di una “consapevolezza” che rende più rapida e vivida la memoria, da far rivivere le immagini e le esperienze accantonate come attualità. Gli oltre quaranta “raccontini” messi in stampa  rafforzano la tesi di molti scrittori che la vita non possa ritenersi completamente vissuta se non viene anche scritta.
Settanta passati, sposato con quattro figli e una nidiata di nipotini, Raimondi è stato medico pediatra all’O.M. di Lodi e da quindici è direttore sanitario alla residenza per disabili della Fondazione Danelli, coordinatore del Salotto letterario di Lodi, autore di libri di prose, poesia, saggistica, oltre che collaboratore di riviste letterarie, Raimondi esprime sentimenti, emozioni, suggestioni, riflessioni e tante cose. Nei suoi “raccontini” ci mette la vellutata apparenza di un “viaggio”, descritto con semplicità e grazia naturalissima. In alcuni vi si coglie il passato, che non vuole dire semplicemente nostalgia o un tornare indietro, ma una vertebra e un viscere che sta qui, resiste nel presente; di cui esistono e si possono cogliere segni importanti in affetti, simpatie, legami, destini, umanità. Senza celebrare il rito contemporaneo dell’indifferenziazione dei valori. Un rito che nella scrittura Raimondi riacquista solo nei modi formali, senza i connotati sfiguratissimi di tanta narrazione veloce dei  giorni nostri. Nella sua non c’è la finzione della parola che nasconde. Senza certificare la sua preferenza alla tradizione, la rispetta  convince, tenta, stuzzica con  l’etica e la morale, il messaggio del “dopo”, sostiene l’idea affettuosa e mai tragica della visione cristiana della vita. Si può dire che nel raccontare sembra volersi contemplare. Annota infatti come in un diario aspetti della sua vita attraverso immagini che sono sporgenti del tempo: le zie, i nonni, il fratello, gli amici. la moglie, i figli, i nipoti, sono tutti citati col nome a dare senso alle parole; lo stesso i paesaggi, il dialetto, gli studi al Ghisleri sono tutti appuntati, e con essi la figura del medico-scrittore si completa. Offrono una colata magica ai ricordi e alle rappresentazioni, attraverso una forma cordiale e familiare, mai concettosa e cifrata.
Nel raccontare di Raimondi cìè una amabile mescolanza di autobiografia, cronaca, meditazione, momenti sentimentali e lampi lirici che hanno il carattere di una trasposizione continua sul piano vitale della sensibilità. Anche se predominanti sono le immagini familiari e casalinghe, non solo le sole ad attrarre curiosità e simpatia. Nella loro cadenza s’inseriscono dichiarazioni interiori, spirituali, che l’esposizione non racconta come storie. Altre narrazioni escludono di colpo il carme dei sentimenti, riprendono uno spazio ragionativo, sempre autobiografico e meno innocente. Come nella segnalazione veloce degli scrittori preferiti e letti. Che hanno diritto a una citazione: J.K. Jerome,Tommasi di Lampedusa, Bassani, Meneghello, Bufalino, gli stranieri Sterne, Goethe, Cervantes, Proust, e Tostoi, “i poco amati americani” tranne Hemingway, “l’asciutto ed essenziale” A.B.Yehoshua, tutti che possono spiegare molte cose della attuale scrittura di Raimondi.
Nello stile di Raimondi non albergano tristezze, sbilanciamenti formali o corporei, personaggi fantastici. La scrittura è diretta, a tratti brillante, dirama un prisma di interessi umanistici. Il tono è sempre sereno, impiantato nella routine quotidiana realistica, distante però dal realismo della contemporaneità. L’autore segna una opposizione narrativa e di linguaggio alle tante parole che corrono attualmente. Dentro il lettore scopre tutta una mappa in scala del vivere, messa giù con sincerità, che corrisponde alla verità, un avanti e indietro lungo i fatti della vita.
Raccontini di cento parole costituisce una raccolta curiosa di piccole cose – momenti, nostalgie, affetti, ordinarietà, frammenti lirici – piccole cose fatte ricordare dalla mente e dal cuore e affidate a una scrittura a cui non manca il senso poetico.

Contrassegnato da tag , , ,

L’OPINIONE. “Violinisti” e stroncature . Esempi classici di bocciature. Ma chi vigila sull’igiene spirituale di tanta produzione casalinga?

Che valore ha oggi la stroncatura in letteratura, pittura, poesia, musica? L’argomento non è nuovo. Su Formesettanta del 23 aprile 2014 avevamo messo per iscritto le nostre opinioni in concomitanza con

ARMAN: Violon e cello, 1975, acrilico su tela

la ristampa  da Bompiani  di un libro di Enzo Golino (“Sottotiro Stroncature”). Oggi segnaliamo che al  dibattito ha portato un autorevole contributo “La Lettura” (n.457,  30 agosto) con un intervento di Alessandro Piperno, romanziere, docente di letteratura a Tor Vergata, autore di un denso articolo (“Caro classico ti stronco…”) in cui affronta il tono scanzonato e impertinente di Iosif Brodskkii verso Orazio, le critiche di Henry James  all’Educazione sentimentale di Flaubert, quelle più brevi di Edmund Wilson a Kafka. All’esame del professor Piperno sono gli autori i classici, a sostegno della tesi che anche un autore classico si possono “fare le pulci”.
Cosa avremmo letto di più se il critico di La Lettura  avesse esaminato di bocciati contemporanei? Fatte nostre le sue premesse e fatti salvi quei saggisti (professionisti e dilettanti)  che si sentono “animati da spirito di servizio” riteniamo non tardiva e polverosa la tentazione di  ripubblicare una nostra noticina sulle “marchette” e le stroncature che non si leggono in casa nostra.

“ Mamma quanti fotografi. Quanti grafici, quanti designers, quanti creativi. Quanti letterati, poeti, musicisti. Tutti, o quasi tutti, pieni di pretese nel raccogliere consenso dal mondo editoriale. Un po’ come i loro cugini pittori e artisti che pensano di nascondere i propri difetti dietro introduzioni a cataloghi che  nessuno legge o a recensioni affettuose. Questo non rispecchia solo le loro mancanze, bensì i difetti di coloro che dovrebbero usare con severità presentazioni e critiche come un’arma ( un antibiotico) e invece si sborniano di aggettivi. E’ altrettanto vale per gli organizzatori, gli ordinatori, i promotori, eccetera.
Volgarmente, tutto ciò si chiama “marchetta”, sia che riguardi i protagonisti di tanta produzione artistica (che a volte non è di livello neppure artigianale), sia i testimoni della loro bontà stilistica e argomentativa, che ne rispecchiano i difetti, cambiati di segno.
Questo combinarsi – preoccupante dal momento che  presenta in modo unitario e intuitivo il nesso tra espressione e comprensione -, è  largamente diffuso tra i produttori di giudizi per l’esigenza che hanno di promuovere e allargare l’offerta anche a un pubblico intellettualmente non esigente. Non sempre ciò trova nei critici (recensori o semplici notisti) l’ obbligatorio rigore   – la severità e libertà di giudizio, oltre il rispetto del lavoro altrui e del pubblico – da non certificare con fantomatici attributi dozzinali praticoni agli altari della storia.
La saggezza popolare un tempo insegnava a diffidare del “successo” e ne metteva in guardia. Un poeta e scrittore inglese (Kipling) lo poneva alla stessa condizione della “disgrazia” e invitava a diffidare di questi “due impostori”. Nella modernità, guidata tirannicamente dai media, il successo è inseguito in maniera esasperata da tutti poggiando, anche là dove un autentico valore esista, su aspetti marginali, caduchi e fuorvianti. Incredibilmente, coloro che avrebbero il compito di ristabilire non una scala di valori ma un certo “bilanciamento” tra la qualità del fare, la novità e la sperimentazione, l’ esperienza e il gusto estetico, l’occhio critico e l’occhio comune, finiscono per essere essi stessi vittime della confusione accettando il dato di fatto che su tutto scenda un fasullo sigillo culturale.
Nel mestiere di cui si parla, prima che all’ efficienza dovrebbe puntare alla correttezza col pubblico. Cominciando con l’emendare la propria funzione da quell’io narcisistico che chiude l’esercizio interpretativo nei limiti della vanità e della esibizione. Il lavoro critico può passare attraverso minuzie. A volte è più utile la lente d’ingrandimento della clava. L’obiettivo non è di prendere in castagna i soliti “pseudo” né di liberare gli umori del Kulturkritik.  Tenere a riposo le corde del proprio violino per le occasioni che veramente contano, non guasta. Aiuta a misurare correttamente piccoli particolari per spronare l’orecchio stilistico, l’occhio o il gusto del fruitore. E permettere al lettore di misurare le distanze percorse dall’autore come dal critico. Può inoltre difendere il ruolo del critico dal rischio di scivolare sul terreno  pubblicitario o dell’ agente promozionale, obbligandolo su quello che fornisce condensati d’informazione ed elementi di valutazione sui quali il lettore potrà misurare accordi o disaccordi.
Oggi il rapporto tra il critico e pubblico, tra critico e autore è inquinato. Manca in tutti i campi e specializzazioni una critica libera, schietta, che sappia andare oltre alla vischiosa e gretta rete dell’interesse, dei favori, delle logiche di corrispondenza. I casi e gli esempi ve li risparmiamo volentieri.
In provincia questa assenza aumenta la fabbrica dell’ incensazione e dell’appiattimento, un male che riduce tutti allo stesso livello, ma abbassa anche l’asticella della conoscenza e il piacere dell’intelligenza e dello stile.
La critica introduttiva o recensiva, esperta o anche di scarso spessore può essere un “condimento”, naturalmente più o meno saporito. Occorre che essa riprenda il suo ruolo attivo: avvicinare l’artista al pubblico, l’opera al tempo, dare un senso alla ricerca di senso, educare alla compresenza di verità differenti nella pluralità delle esperienze e delle coscienze. Per farlo deve riprendersi la sua natura, ritrovare il suo linguaggio, lasciar perdere ripetizioni d’enfasi, abbaglianti clichè, esercizi effimeri, il ricorso alla misura commissionata. (Aldo Caserini)

Libri. “Liquid wordl”: Poesie e pitture di Pietro Terzini. “Guardare in viso ai bambini per ritrovare noi stessi”

Pietro Terzini è pittore, poeta, e, a suo tempo – detto per non perderne memoria – fondatore, col suo amico musicista Renato Cipolla, di un gruppo hobbystico teatrale (sia pure di un certo teatro, musicale), che ha allietato il lodigiano con una serie di spettacoli. Soprattutto è noto per svolgere una attività ultratrentennale di medico psicologo e psicoterapista cognitivo e comportamentale dell’infanzia e dell’adolescenza, professione che è condotta assieme alla moglie Angela Papetti.
Avviato verso i “settanta  (è nato, nel 1949 a Mairago, dove tuttora risiede), Terzini pubblica periodicamente da una decina d’anni libri di poesie. L’esordio risale però a Chiaroscuri diffusi uscito almeno una trentina di anni fa, attività di scrittura poi ripresa dopo una lunga sospensione nel 2012 con Diario di uno psicologico di campagna” e condensata in una raccolta di componimenti realizzati tra il 1991 e il 2014).

Di recente – messi insieme una cinquantina di testi e una trentina di produzioni figurali in parte dedicate a volti di bambini e donne – ha realizzato per i tipi di Youcanprint “Liquid World”. Titolo azzeccato con cui l’anno passato aveva titolato la sua ennesima personale e che ora è stato ripreso per dare corpo e carattere a una colorita combinazione di quadri e poesie. Come l’esposizione all’ex-chiesa dell’Angelo, il lavoro, fresco di stampa, prende spunti da un gruppo di libri (Liquid Life, Liquid Times, Liquid Lov…) del filosofo polacco Zygmunt Bauman sulla postmodernità.
Se la pittura del mairaghino è di derivazione post-pop e si risolve in espressioni descrittive, l’accompagnamento a composizioni tendenti al diario, in cui si allineano, con un eloquio semplice, prossimo al registro del parlato, pensieri, memorie, sentimenti, meditazioni, polemiche rigorosamente preparate e definite negli ingredienti, mantenendo alla lingua il trattamento in cui il mondo e la realtà in cui nasce ( cosa che ai frequentatori quali noi, di parole archetipe e manipolate ricavate da paludi mentali, può  sorprendere). offre  spunti di riflessione che impongono una lettura lontana da ogni tentazioni verniciaste da giudizio strettamente letterario. Le immagini e le parole di Terzini restituiscono infatti una catena di atmosfere sull’attuale situazione mondiale di precarietà; sfruttamento, crisi ambientale, diritti umani violati, libertà, srotolate dall’artista insieme una serie di comportamenti umani che ci qualificano :”spettatori in platea” (In Questa società, pag.4 ); “corridori bolsi”  di una “ civiltà moribonda” ( in Today, pag.7 ); dominati dal “gusto di avere” destinato a durare  “sempre meno” mentre ”la dipendenza aumenta”( in Vorrei possedere, pag.8).

Liquid World è una raccolta che aiuta ad affrontare il sentimento di avversità e rabbia sobillato e rinfrancato dalla meticolosa espressione di marca sociopolitica; offre una lettura che aiuta a “curare” l’errata convinzione di chi siamo con le nostre generalizzazioni negative sul nostro prossimo, basate su criteri di valutazione discutibili quando siamo chiamati ad affrontare difficoltà, dolore e confusione, cercando ragioni dove non possono essercene, neppure ricorrendo allo psicologo: “Ragazza/ piangi d’amore/e parrai meno barocca/con più  silenzio/ gracile/   divinamente donna” consiglia il poeta in Gaia (pag. 10). Confesserà poi lo psicologo “Mi sento un po’complice /nel curare talvolta/ ferite che sono / segni di malessere/derivanti dall’adesione esagerata/a questa società…(in Il mio mestiere, pag. 11).
Il confronto coi temi urgenti dell’attualità e della quotidianità  è presente in quasi tutte le composizioni di Terzini: Pane quotidiano, Sul Corso, Selfie, Sono disconnesso, L’Altro, Il Caffè, Un vecchio e un bambino, Dall’oblò della nave. Al di là del muro, Gallina nera, Sogno, Donna, Volti…  I volti, ecco su cui egli rinsalda il rapporto poesia-pittura. Ai volti –  volti di bambini, di donne, di madri – sono dedicate in gran numero le riflessioni e i richiami di Terzini. Si tratta di volti che messi in pittura sfidano, mettono in discussione certezze, evidenziano la nostra incapacità di condivisione, di fratellanza. “Il volto non si può uccidere”, “parla”, rompe il “cerchio”, ci dice: “eccomi!”. Raggiunge con la potenza critica che instilla dubbi.

Nelle poesie di Terzini, come peraltro nelle sue pitture ( “Laudato si”, “Capelli sciolti”, “Bambine nell’erba”, “Gemelli separati”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Bambina soldato”, “Pietro e Amir”, “Cielo e mare”, “To eat or not to eat”, citiamo solo alcuni dei titoli dei suoi quadri) le parole non inseguono la suggestione lirica, non ricercano una lingua diversa (enigmatica, simbolista, post-simbolista, ecc.), non fanno esercizio di sperimentazione sul linguaggio, non si abbandonano al flusso labirintico della vita psichica e dell’immaginario). Le sue parole non hanno un rapporto critico-dialettico – di avanguardia, sperimentale, sublime, orfico, aristocratico –; sono autentiche di uso corrente quindi immediate, piegano il linguaggio poetico a un livello di tirocinio autonomo dai registri espressivi, approdano alla semplificazione dell’io narrante; liberano dall’estetismo letterario; lo fermano sui fatti quotidiani: internet (Hikikomori”, pag. 13), le tonalità uniformi delle passeggiate sulla via centrale (Il Corso, pag.17), le regole e comportamenti aberranti nella società. Pur con qualche aritmia nel motore e ingenuità per via di definizioni “stecchite”,  Terzini sembra far affiorare la convinzione che è stata di Brecht, e cioè che la poesia (e congiuntamente la pittura) non deve cercare la bellezza ma la verità.
La sua pittura-poesia è infatti un’arte da “capire”, nel senso che va prima “sentita”, in essa non ci sono evocazioni magiche, estasi del verbali e del visibile, vapori musicali; immerge in un flusso di pensieri e immagini che mescolano fatti, sentimenti, avvenimenti, mode, interessi, convinzioni. In modo che le linee narrative  intrecciandosi lasciano la convinzione che gli uomini stanno irrimediabilmente rovinando il mondo in cui vivono, decisi a farla finita con l’umanità intera. Non c’è  materiale cromatico. Nei quadri c’è il colore, che a volte è intenso, brusco, privo d’ ombre (salvo eccezioni), ma non da stringere nel senso del tonalismo.

Terzini è autore castigato, che ha rapporti di senso etico e morale, di intensi legami familiari come si capisce nei versi dedicati alla madre e al padre  (pag.65); è un artista convinto che l’uomo debba preoccuparsi del proprio lavoro, del proprio tornaconto, ma anche del destino di chi gli sta vicino. Il che in tempi di trumpismo, razzismo, sovranismi e “fabbricanti di paure” che “soffocano la solidarietà”, non è poco.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

ALEX BORELLI graphic designer. Nel nudo femminile la sintesi che conta

ALEX  BORELLI,  lodigiano, classe 1983, diplomato all’Istituto Calisto Piazza e ai corsi triennali di graphic designer alla Scuola superiore di arte applicata del Castello Sforzesco di Milano una ventina di anni fa, non ha coltivato la propria creatività a livello professionale. Oggi preferisce fare il barman al bar  Valente & C  s.n.c, in via Grandi.. Al territorio multiforme della grafica e a tutto quello che costituisce le nuove frontiere dei media digitali, ha preferito sposare una applicazione tradizionale pur  tenendosi aggiornato sulle nuove logiche espressive.
Negli ultimi anni il graphic design è naturalmente cambiato. . Non ha cambiato le proprie scelte di linguaggio Borelli. Solo eccezionalmente (pazzesco!) è sceso nell’arena (o è salito in scialuppa); pur manifestan-do nei suoi fogli una colorata immaginazione non ha mai partecipato a mostre. E’ rimasto fedele a una narrazione fulminea, da graphic short story, che si affida al non detto, all’ allusione e infine alla complicità del lettore, denotativa di una sottile partecipazione dell’io  narrante..  Alex sa “leggere il bello” in ciò che lo circonda, è appassionato di arte e sa cosa fa tendenza: tutte caratteristiche che gli permettono di rispettare nei suoi disegni logiche e dinamiche di gusto e sociali. È un creativo che però impiega la sua tecnica in un particolare campo della comunicazione , senza marchi di tendenza. Non ha un elenco “freddo” di preferenze, di soggetti a cui si dedica.  Il suo orientamento mentale è tutto in un polo: la raffigurazione attraverso la presenza femminile. Un piccolo miracolo se si pensa a quel che produce oggi l’arte e a quel che avviene nella nostra società.

Naturalmente non manca chi non lo segue su questo  terreno Gli artisti sono sempre stati perseguitati da critici consumati o improvvisati, che dicono loro cosa dovrebbe ispirarli nel trattare l’arte, quali generi, suggestioni, afflati, citazioni. Non parliamo dei committenti, che qualche diritto pure l’avrebbero, ma di quei critici  che attribuiscono a un artista di non essere un altro, confermando l’aforisma wildiano, che «Un critico d’arte  trova sempre un po’ di male nelle cose migliori». Oggi, che certe epidemie criticiste che dominavano il confronto tra figurativo e informale e il tutto s’è fuso nei continui aggiornamenti, hanno perso in parte la loro virulenza, anche perché gli esperti  hanno escogitato un monstrum per sottomettere a nuove sollecitazioni gli artisti: il mercato. Che in un tale contesto il nudo femminile abbia una sua attualità “fumettara”, lo si sa da tempo essendo subentrati al posto dell’arte fattori culturali e sociali guidati dalla comunicazione di massa finalizzati al consumismo di una libido fantasiosa e irresponsabile, priva di significato umano e totale. Con la crescita esponenziale dell’ industria della moda e della bellezza si sono prodotti effetti a livello economico e socio-culturali, che hanno imposto veri e propri diktat alle arti visive spostandone l’orientamento da scelte di espressione estetica a scelte di puro godimento, a una iconografia comprensibile anche dalle classi popolari, in cui figure e immagini convergono in una narrazione visiva. Non sorprende, non può sorprendere,  che dopo  la parentesi formativa, pedagogica e didattica  Alex Borelli si sia rivolto alle  alternative proposte dal disegno graphic (con tutto quello che la brevità del termine comporta e la casistica dei sottogeneri ampia, talvolta con contaminazioni sorprendenti), per recuperare una parte disgiunta e differenziata dalla “tradizione”.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito sul piano ideale, attratto da una visione formale di matrice immaginaria è l’immagine della figura femminile raccontata in scene che trasmettono molte informazioni, in cui non sono proprio perdute le antiche tracce di reale e, rivelano la sottile partecipazione dell’artista alla bellezza che  rivela attimi privilegiati.
Nella figurazione dell’artista il femminile costituisce l’aspetto privilegiato.. Prevale in una sintassi immaginaria che spazia e accende luce su “momenti” con  calibrato equilibrio. Per i suoi requisiti il disegno grafico potrebbe raccontare tante cose differenti. Dal reportage a pagine lenzuolo, novel, a soggetti scollegati dall’attualità stretta, anche più personali.

Rompendo con un isolamento volontario lungo quasi venti anni che hanno tenuto l’arte figurale di Borelli in odore di “naftalina”, o di “torre d’avario”,  abbiamo potuto visionare una soggettistica impegnata nella vita, compresa dei comportamenti umani. Soffermandoci in particolare sul messaggio delle figure femminili immaginate, da offrire la rappresentazione di  significati,  emozioni, suggestioni erotiche,  integrate in una forma grafica non pubblicitaria, con risultati che mostrano movimento, plasticità dei corpi, espressioni e gesti misurati, sottratti alla mania degli effetti speciali e alla tentazione meramente decorativa.
Il genere graphic novel praticato da Borelli costringe a cercare la storia dietro al disegno. Non è facile, è una sfida, anche perché magari la storia immaginata non si è compiuta. Di solito è suggerita da un lampo, una specie di intuizione. Probabilmente è il brivido di un racconto che si svilupperà, che non ha ancora un lungo respiro, il passo di una storia, di cui però si avverte l’esistenza del messaggio poetico di energia che irradia con forza, come sorgente.
Alex non imita, non trascrive, non fotografa, modella, lo fa con modernità  di mano e sicurezza, mettendoci il sale di qualche estrosità, adatto a far convivere l’immagine con la comune esistenza. Nel monotematismo c’è una sfida, anche se nell’ itinerario esistono punti diversi di congiunzione: con la dimensione onirica, col rifugio precario di una realtà che ha perso ogni senso di logica e che spera di ritrovare attraverso la magia della presenza femminile. Muovendo controcorrente ai comportamenti dichiarati il “fumetto” (si può anche chiamare così) permette di ritrovare nella testimonianza il documento fondamentale della vita e forse una strada intelligente in grado di sottrarsi ad audaci scorribande di vicende empiriche della sua storia.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , ,