Archivio dell'autore: Aldo Caserini

“LO SGUARDO DI ADA” on line su “Infocultura”

Lo sguardo di Ada è un omaggio a Ada Negri promosso in occasione dei 150 anni della nascita dal Liceo Artistico Piazza di Lodi in collaborazione con la Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso su progetto del docente di discipline plastiche Mario Diegoli, scultore cremonese, titolare del Laboratorio di Figurazione plastica.
Con il coinvolgimento organizzativo di Mario Quadraroli, l’esposizione doveva inaugurarsi nel mese di marzo ma è saltata causa Covit 19.
Infocultura, il magazine dell’assessorato Cultura di Lodi, ha messo on line con l’intervento di Mario Diegoli le realizzazioni di trenta degli oltre quaranta artisti aderenti all’iniziale progetto. Il quadro della esibizione social è una autentica traversata tra linguaggi espressivi e  tecniche, artigianali e tecnologiche (disegni, acqueforti, oli, sculture , installazioni, artmix, poesia visiva, linoleografie, tenpere e acrilici, graffiti e carboncini, pastelli e acquerelli, rami e raku, digital painting, collage, foto, libri d’arte eccetera) che rivela l’allargamento e la fluidità dell’attuale ricerca visiva.
L’“antologia”realizzata sul social network  mostra tecniche e linguaggi con cui è data interpretazione alla poesia di Ada, oltre a confermare una pratica dell’arte che va dall’immaginario al concettuale al realistico al sensuale, da una materia all’altra, da una tecnica all’altra con attitudine e procedimenti (salvo le ovvie eccezioni) prevalentemente leggera.
Il panorama offerto on line è di sicuro diletto; esso si sovrappone  un altro panorama dato dai creativi che sottraggono l’omaggio alla retorica del rito garantendo una architettura alla esposizione mediatica: la rappresentazione e il messaggio, l’esplorazione e la memoria, il simbolo e il pensiero.

Ci limitiamo a citare per brevità: Renato Galbusera (Poesia/Ideologia, tecnica mista, rappresenta l’intensità penetrante dello sguardo di Anna Kuliscioff e la compenetrazione di quello di Ada Negri che la riteneva “sorella ideale” nell’incedere della storia); Maria Jannelli( Negli occhi di Ada, tecnica mista su tela, coglie nello sguardo l’anticipazione di tante tematiche di genere); Tindaro Calia(“Ada Negri”, è una tecnica mista su cartoncino che vanta l’impronta poetica, la ricerca introspettiva oltre che iconografica.); Mario Diegoli (“Materiali vari”, trae spunto da “Senza nome”, poesia in “Fatalità”, per realizzare un rapporto di senso tra elementi visuali e volumetrici); Gregorio Dimita (Ritratto di Ada Negri, costituisce uno sfaccettato in terracotta dipinta); Walter Pazzaia (Senza titolo, tecnica mista, richiama il dramma degli  immigranti presente in “Esilio”); Carlo Elio Galimberti (Lo sguardo di Ada è un’espressività di pittura elettronica che amplifica l’immagine di sentimenti e vibrazioni), ammonio Miano (T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile, pittura ad olio esplicita sensazioni crude di controlato espressionismo, suggerite da “Aquila reale” della raccolta “Nel profondo”).. Alle ottimizzazioni citate, si aggiungono le soluzioni di Daniela Gorla (Gli occhi fissi alla necessità,  realizza effetti digital painting); Claudia Marini (Le solitarie, tecnica mista, riprende temi della prima raccolta di novelle d’ispirazione socialista pubblicate da Treves), Nico Galmozzi (Ada Negri, acrilico su carta).
“Spezzettano” l’ elaborato, come direbbe Giorgio Manganelli, i contributi  di Angelo Noce (Crema), Luigi Bianchini (Casteggio, Pv), Monica Anselmi (Casteggio, Pv), Angelo Palazzini (Casalpusterlengo), Ambrogio Ferrari Dambros (Cremona), Teodoro Cotugno (Salerano al Lambro), Anna Mainardi (Crema), Mario Massari (Tv), Anfer Andrea Ferrari (Casalpusterlengo), Ferdinando Crottini (Pv), nonché i lodigiani del capoluogo: Luigi Poletti, Loredana De Lorenzi, Elena Amoriello, Maria Prati, Maddalena Rossetti, Marisa Leone, Domenico Mangione, Silvia Capiluppi (Milano), Maria Teresa Carossa, Maria Cristina Daccò, rappresentanti di una poliedricità di impostazioni stilistiche e di percorsi non bene classificabili, anche se nell’agire molti esprimono un orientamento tecnico-iconografico consolidato.

Aldo Caserini

1970: L’ATTO DI NASCITA DEL “GELSO” SIGLATO DA EUGENIO MONTALE

Cinquant’anni fa nasceva a Lodi Forme 70. Con una ambizione: far incontrare i lodigiani con un’arte che in città faticava a cambiar pelle e di lanciare l’interesse per l’arte visiva tra le nuove generazioni abituandole ad accettare nuovi discorsi teorici. Nasceva con  un problema evidente di comunicazione: l’esigenza di rivolgersi a un pubblico più vasto di quello che sulla stampa cittadina seguiva le “cronache” delle mostre, senza avvertire l’esigenza di verificare la distinzione tra l’informazione e la funzione critica. Le uscite di  Forme 70 a non furono sempre regolari, ma sia  pure con sospensioni più o meno lunghe, la testata ha continuato a vivere, tant’è che ancora oggi siamo ancora qui a rappresentarla.

Negli stessi mesi di cinquant’anni fa, siglava l’atto di nascita Il Gelso di Giovanni Bellinzoni, dopo le disavventure che avevano condotto allo scioglimento del “G.10” che in via XX Settembre aveva uno spazio espositivo di orientamento antiaccademico.

L’ incontro tra i propositi annunciati di Forme ’70  e gli orientamenti del Circolo il Gelso”, non ha bisogno di enfatizzazioni, avvenne per via naturale Le iniziative  presero il largo in un sano disordine su un comune terreno: occuparsi di arti visive e di cultura. Ognuno con le proprie idee, i propri simboli, le proprie appartenenze. Liberi, i lettori di Forme e i frequentatori de Il Gelso se volevano, di indignarsi di quel che leggevano e di quel che vedevano e di tirare le proprie conclusioni.

Quello di cui vogliamo parlare oggi però non è della la reciprocità tra le due iniziative, che pure è cosa importante e significativa, ma dell’atto di nascita de Il Gelso  avvenuta cinquant’anni fa: un atto di coraggio di Giovanni Bellinzoni. “Lo sento necessario per vincere l’isolamento in cui mi dibatto, dopo essere stato abbandonato dal gruppo di amici della G.10”, ci confidò. Con quella decisione di non lasciare il campo (delle idee) si liberò non solo dall’ isolamento, ma salì su un trampolino di lancio che lo fece conoscere e apprezzare come gallerista d’avanguardia. Donò alla città di Lodi una lunga stagione felice durata venti anni. Venti anni di mostre e di iniziative su cui non c’è oggi niente di nuovo da dire, se non che erano contradditorie, diffondevano dubbi, rovinavano le certezze di una città di provincia ed hanno rappresentato, per questo, un sano elemento di dibattito e di crescita, di sprovincializzazione, di libertà, che faceva attecchire il gusto della critica.

Per ricordare quell’atto di nascita siglato con una anteprima di litografie di Eugenio Montale, a cui seguirà poi una mostra di opere di Lucio Fontana, pensiamo di riproporre quello che scrisse Forme 70:

Le litografie di E.Montale
hanno inaugurato “IL GELSO”

La galleria “Il Gelso”, ha inaugurato la propria attività con una mostra di 28 litografie di Eugenio Montale. Una scelta che non è precipuamente pittorica per cui il ricorrere all’abituale terminologia non avrebbe pressoché senso.
Eugenio Montale non è un incisore, tanto meno un pittore. L’assenza di perizia tecnica, di mestiere, come si dice, traspare da ognuna delle vent’otto tavole tirate da Sandro Maria Rosso, Ma forse è proprio per questo se la raffigurazione degli spazi come degli interni conserva il suo fascino, una sua dimensione poetica, lirica, quella appunto di una natura “ancora a misura dell’uomo”,
Poesia del minuto, piacere dello schizzo e, non esclusa, l’ironia sottile e pungente per tanti atteggiamenti dei mestieranti dell’incisione. Questo è facilmente rintracciabile. Solo la maestria e l’abilità di uno stampatore qual è Sandro Maria Rosso però ha potuto trasformare in grandi incisioni dei semplici schizzi ad inchiostro stilografico. Ma solo l’occhio di un poeta autentico qual è Montale poteva cogliere gli aspetti domestici e familiari della grande Versilia, trascurando volutamente gli splendori dei marmi, il lusso delle ville padronali e gli oprrori delle ggrandi balere notturne, dove l’uomo cerca di dimenticare sé stesso nel vortice dell’avventura e del ritmo.
“La Versilia, ha scritto lo stesso Montale, io l”ho vissuta: da quando era ancora l’Eden quasi desertico scoperto anni prima da Adolfo Hildebrand e poi dall’alcione D’Annunzio, fino alla sua totale inserzione nella civiltà del cemento e della industria del benessere coatto”.. E questo ha descritto nei suoi schizzi. Niente di più, niente di meno. Quanto basta tuttavia per una galleria d’arte che prende il via per caratterizzarsi su un terreno d’impegno culturale di buon gusto e di valori sicuri.
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Recensione tratta da FORME 70′ del 25-11-1970)
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MARCO PULEGA a Lodi rompe il lockdown delle mostre

I giovani, anche se a trent’ anni non si è più tanto giovani se si fa mente alla novità e alla qualità di quei pittori che andavano a bottega, vanno sempre incoraggiati, soprattutto quando sono alla ricerca della propria strada e pensano di averla individuata sviluppando l’uso dei colori in senso segnico, spaziale, percettivo, l’ autoespressione o l’assetto dei materiali, insomma su un equipaggiamento che non può che essere “leggero” da permettere stadi differenziati da ottenere comunque accoglienza favorevole  in chi, visitando una mostra, si accontenta dell’insieme dell’allestimento  come  medium coerente.
Nello spazio di via San Giacomo 25 a Lodi, che fu sede del Convivio, durato il tempo necessario per farsi conoscere e disertare, trasformato nel proprio atelier  da Laurentiu Cravoieanu, artista romeno, messosi in evidenza in diverse iniziative quali Contaminafro alla Fabbrica del Vapore a Milano Bicocca e molto attivo sul fronte della promozione e organizzazione di iniziative a favore dei giovani artisti coinvolti nell’ ampia riflessione su  media e  contemporaneità, si è tenuta per la vita artistica cittadina la mostra di Marco Pulega, trentenne, non figurativo, autore di interventi su carta svincolati da ogni rappresentazione e alle prime esperienze espositive.
Laureato a Brera, Pulega è un autore milanese interessante, avviato a riscuotere consenso con il superamento delle ubiquità dell’astratto e dell’informale quando le sue scelte cadranno su una identificazione inequivocabile e non più su  aspetti della  configurazione: colore, spazio, movimento, invenzione, risulteranno manifestazione di un solo medium coerente, e non riducibili a un generico stato d’animo o alla componente lirica.

Praticamente sconosciuto ai lodigiani in questa sua prima personale Puleha ha comunque offerto un test di motivi d’interesse, che accompagnano con una serie di domande la validità artistica della produzione mostrata e il modo corretto di leggerla (e, come si dice, di fruirla).
Caricarlo d’enfasi o di chiacchiere sarebbe pertanto una forzatura.. Così come mettere l’etichetta di concettuali ai suoi elaborati, semplicemente perché poggiano su un’ampia differenziazione di configurazioni. E poi che significa concettuale senza precisare se percettivo o rappresentativo, intenzionale, programmato o casuale?. Lasciamolo, dunque, lavorare, verrebbe da dire, affinché il procedere – dallo sperimentare al complesso -,  apporti direzione al linguaggio espressivo, al suo orientamento.
Al di la degli aspetti teorici, la simpatica esperienza  di Pulega all’ atelier Cravoieanu ( e in una precedenti occasione  al Salone Primo dell’Accademia di Belle Arti di Brera),  dimostra i cambiamenti radicali cl’h’egli introduce nelle combinazioni e nelle mescolanze attraverso la ricerca e lo sperimentare , elementi  essenziali e decisivo di una pittura che spazia con vivacità e scioltezza tra differenti  tecniche e differenti modelli.

 

 

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LIBRI. ILARIA ROSSETTI: “Le cose da salvare”, Premio Neri Pozza

Con il racconto La leggerezza del rumore  di una decina di anni fa, la scrittrice lodigiana Ilaria Rossetti, insegnante d’inglese e conduttrice del Museo delle Arti Ettore Archinti di Lodi, vinse (un po’ a sorpresa) il Campiello Giovani inducendo certezza ai conterranei (cioè noi) solo dopo che nelle librerie arrivarono Tu che te ne andrai ovunque e Happy Italy. L’anno scorso la scrittrice vinse a Vicenza il “Neri Pozza”, anche se il tam-tam del marketing si è avviato dopo un anno di preparazione e la fase del coravirus. Tra tante cose che si possono dire di Le cose da salvare  è che si tratta di un romanzo che esplicita la gran voglia della Rossetti di esprimersi e di appuntare in modo efficace l’attenzione sugli aspetti umani nascosti sotto le macerie di una tragedia, chiudendo così una parentesi di dieci anni condotta su altri terreni (insegnamento, Teatro Urlo, Caffè delle Arti, compartecipazione a mostre, ecc). Ora sembra consapevole del suo ritorno alla scrittura, tanto che ha dichiarato di stare già lavorando a un nuovo libro.

Considera (sogna) di “vivere come scrittrice”? gli è stato chiesto in una intervista. “Vorrei continuare a lavorare nel campo della cultura, dell’inclusione, che poi si sposa bene con l’attività letteraria”, la sua risposta, condita con la recriminazione che “in Italia non ci sono molte occasioni” rivolte alla “scoperta di autori”. L’ allusione alla politica delle istituzioni e a quella editoriale delle case editrici, si presta a una seconda lettura. Va riconosciuto che una certa intenzione polemica verso il sistema della “politica” non è mai stata estranea alla narrazione della Rossetti. Al proposito fa ricordare quanta se ne incontra in Happy  Italy: una signora entra in banca e pistola in pugno chiede al cassiere i soldi. La guardia giurata, non ci pensa due volte e egli spara alla testa. La pistola della donna però era finta e lei voleva semplicemente indietro i suoi risparmi di una vita, sottrattigli con gli oliati stratagemmi bancari da Gianpiero Fiorani, con quello che la stampa chiamava lo scandalo della Popolare di Lodi, riassunto nell’etichetta Bancopoli. Un gesto, quello della donna, dettato dalla disperazione e dal disprezzo dopo che la giustizia l’aveva beffata condannando Fiorani a pochi mesi di tranquillo soggiorno in galera. Anche questa una storia che parte dalla cronaca e intreccia una narrazione che è individuale e collettiva, giudiziaria e politica e che intreccia  una dettagli che investono la società e le esistenze umane come quelle toccate a un pover’uomo solo in una casa sotto un ponte che sta crollando. «Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giú tutto!» gli gridano i coinquilini in fuga. Ma l’uomo non riesce a muoversi, è preda di un dilemma che non lo fa respirare: quali sono le cose da salvare? Nel racconto, entra in gioco anche la politica, “con quel limite che c’è tra l’aiutare davvero una comunità e creare paure per generare potere.”

Cosa salverebbe lei dell’Italia oggi? viene chiesto alla narratrice. “La cultura nel senso più ampio del termine, come aggregazione capace di intercettare i bisogni della comunità, di comprendere le ragioni di certe posizioni, senza bollare come ‘ignorante’ o ‘pericoloso’ chi non la pensa allo stesso modo. E la capacità di noi giovani di adattarci, di muoverci attraverso aspettative che non trovano rispondenza nella realtà”.

I problemi, suggeriva ai giovani Paolo Cerchi, grande esperto di letterature e di teorie letterarie, in una sua appendice  a “La rosa dei venti”, non bisogna mai cercarli, ma solo trovarli. La Rossetti è una che li sa individuare sottraendo i fatti della cronaca alle esposizioni comuni, sviluppando selezionando quegli elementi su cui costruisce il racconto conferendo scioltezza e intensità al linguaggio, che sfiora, a tratti, il poetico. La sua scrittura è attenta a non confondere l’autrice coi personaggi, affida ai personaggi – in questo caso a Gabriele Maestrali e alla giornalista Caporali -, di mostrare o non mostrare, di dire o non dire, creando ciò che colpisce incisivamente il lettore, dipanando l’interrogativo “salvare che cosa? Se non ciò che sta nell’animo, nella mente, nell’esistenza dell’uomo, i momenti più intimi e veri dell’uomo che rimugina le pagine di vita trascorse coi genitori e la ex moglie, che la giornalista gli cava fuori con le sue domande e che si affacciano attraverso brandelli di lucidità e di silenzi tra crampi allo stomaco, nostalgie e rimorsi che simboleggiano il conflitto fisico e metafisico del protagonista. Dai diversi momenti la Rossetti ricava slancio per la trama narrativa, caratterizza i personaggi, da  tono giusto alle ambientazioni. Il risultato è tagliente, immediato, anche quando il tessuto sembra concedersi qualche scorciatoia, che alla fine, nei contenuti, risulta sempre caricato dall’emozione e dalla poesia.

Aldo Caserini

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LIBRI: “La mia esperienza col cigno nero”, un libro sulla “zona rossa” del castiglionese Michael Crea

La maggior parte delle persone ha un’idea propria di che aspetto dovrebbe possedere un libro self publisher ( avventura, argomento pratico, applicato, di sperimentazione; sentimentale, autobiografico, sportivo, umorismo , di orrore dramma e ironia, giallo miele e ricette …). Oggi gran parte dei libri editati o pubblicati in proprio, sono riconoscibili in tale modo. Il numero degli autori che si autopubblicano è in continua crescita in Italia. Ne abbiano riscontro anche sul territorio.
Le figure dell’ artista a la pages e dello scrittore, hanno preso il posto a quelle del poeta e del vecchio pittore. Sono infatti sempre più numerosi coloro che scelgono di pubblicare autonomamente un proprio libro o scritto o catalogo perché l’editore al quale si erano rivolti li aveva scoraggiati o snobbati o perché – almeno così essi dichiarano – vagheggiano libertà creativa e autonomia nel gestire le fasi costose della promozione e diffusione di un proprio libro da poter raggiungere in modo diretto i potenziali lettori.. Tutto questo indipendentemente dal fatto che i loro libri risultino o meno ben scritti,, rispettino le minimali regole di scrittura narrativa, posseggano chiarezza di stesura e di pensiero, mostrino una qualche modernità audace di stili, affrontino temi d’attualità e delineino trame avvincenti e situazioni interessanti d’attualità, usino bene parola scritta. Alla fine sono sempre una sorta di “edifici” votati a rimanere in piedi. Se non reggono può dipendere da tante ragioni: il filo conduttore dell’argomento, il modello conduttore, le cause ambientali, economiche, culturali, temporali, l’emotività dei lettore ecc.ecc. L’unico patrono del libro non è il nome della casa editrice, la recensione, l’anticipazione su questo o quel giornale, il patrocinio e il sostegno di qualche ente ente pubblico locale o fondazione, ma è il pubblico e questo è garantito se il pubblico non è distratto, disinteressato all’ argomento, è poco portato alla lettura e manifesta scarsa generosità verso chi ha affrontato l’esperienza dello scrivere. E’ vero che oggi molti debuttanti si appoggiano ai nuovi sistemi mediatici (Facebook, Twitter, Youtube, Instagram ecc.), come il castiglionese Michael Crea, ma anche qui gli imprevisti non sono mai del tutto assenti e poiché sono sempre tanti, quanto lo sono i punti e le virgolette, gli aggettivi e le metafore in un libro, chiudiamo il nostro “pistolotto” per non farlo troppo lungo e noioso.
Quel che ci auguriamo e auguriamo al libro di Michael Crea, il giovane castiglionese uscito indenne dalla quarantena del corona-virus, autore di questa sorta di diario e di testimonianza messe sotto il titolo La mia esperienza col cigno nero, redatto in quarantena, senza “velleità” di impronta letteraria o narrativa e dedicato alla propria madre Tiziana, non incontri un qualche “imprevisto” da doverlo resocontare con un’altra metafora del cigno nero..
Laurea in management, 31 anni, consulente in una azienda energetica di Piacenza, Michel Crea ha liberato nel suo libro la propria personalità per dare voce non a segreti incontrati , ma a sentimenti e a emozioni profonde che l’hanno raggiunto. E’ perciò un libro che esprime le commozioni e le trepidazioni vissute da lui e dai suoi familiari e da altri, mostrando “senza dire”, facendo “vedere” quanto provato: il dolore, le speranze, lo spavento e…la fiducia nella vita. Il suo raccontare mostra anche un certo stile, esprimendo con le parole della gente il contenuto del sentimento rappresentato.
La mia esperienza col cigno nero è il riassunto dell’esperienza di lunghi momenti dolorosi più che mostrarli, come hanno giù fatto numerosi scrittori esperti di scrittura. Lui invece riferisce, non mostra. E’ riesce a far vivere quei momenti ai lettori. Nel volume si ritrovano raccolte le emozioni dolorose vissute ed espresse anche di altri. La narrazione non è generica, né imprecisa, né superficiale o artificiale. Crea non esita ad appoggiarsi a facoltà immaginative e linguistiche per riflettere i contenuti. In sostanza si espone. Tiene cioè conto  dei destinatari del suo sforzo.
Aldo Caserini


		
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Renzo Paris: “La banda Apollinaire”

Anche se non tutti i lodigiani sono i lettori che ci piacerebbe avere per colleghi di letture e lo scrittore Renzo Paris, autore di una trentina di titoli, è poco richiesto nelle librerie cittadine, il suo libro, uscito una decina di anni fa e dedicato a Apollinaire (pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki), uno dei grandi poeti europei, è di quei gustosi “ritratti” biografici che meritano segnalazione, un po’ per le novità di percorso e contenuto proposti dalla vita del poeta e portati in luce  dall’ autore, un po’ per tutti quegli elementi e fatti che loanno intrecciato agli altri compagni di viaggio e d’avventure, un po’ perché  la prodiga e sfavillante Parigi  è uno specchio seducente dei tanti mutamenti che hanno proliferato e intessuto il secolo passato nel campo delle arti visive, della produzione letteraria e poetica, della musica, dello spettacolo, dei generi popolari, incoronando numerosissime pagine individuali, ma anche di storia e i criteri d’interpretazione.
Allievo di Asor Rosa a Roma, Paris è stato a sua volta docente di letteratura in università italiane e collaboratore di diverse testate quotidiane (il manifesto”,”Liberazione”, “il Corriere della Sera) e del settimanale “L’espresso  oltre che autore di  importanti  saggi biografici).
La banda Apollinaire  è una vera passeggiata a ritroso nella Parigi  del Novecento tra le avanguardie moderniste dei letterati, poeti, pittori ostili alla cultura borghese allora dominante. Seguendo le tracce di Apollinaire l’affresco che Paris traccia con grande maestria narrativa ricostruisce il quadro di una generazione  attraverso la vita vissuta. Dominata dalle avventure della giovinezza e insieme gli impeti dell’elaborazione intellettuale e culturale di una compagnia di ingegnosi di cui facevano parte tra gli altri Picasso, Max Jacob, Breton. Cocteau,André Derain, Vlaminck, André Salmon, Alfred Jarry, André Billy, Henry Rousseau,. E soprattutto lui Guillaume Apollinaire. Tutti fatti sfilare con naturale chiarezza dallo scrittore abruzzese coi loro amori: Annie Playden, la pittrice Marie Laurencin, la nobildonna Lou, Jacqueline Kolb. Una vera e propria escursione letteraria di cui il lettore avverte la ricchezza e insieme la malinconia per un tempo perduto e irripetibile.
Poeta, romanziere e critico, dell’ampia produzione di Paris ci piace  segnalare a chi ci segue oltre  La banda Apollinaire  le poesie raccolte in Album di famiglia, Il fumo bianco e Il mattino di domani, i romanzi Cani sciolti, Frecce avvelenate, La casa in comune, La croce tatuata, La vita personale e le biografie  di  Alberto Moravia, Ignazio Silone ( Elliot 2014) e Pier Paolo Pasolini (Elliot 2015) e il suo penultimo romanzo Bambole e schiavi( Elliot 018).

Aldo Caserini

Sull’esperienza di tradurre in francese i versi di Amedeo Anelli

Riportiamo, in lingua originale, il saggio di Irène Dubœuf, scrittrice di Saint-Etienne, traduttrice di Neve pensata,  autore Amedeo Anelli, direttore di Kamen’. Il saggio è apparso su Olioofficina. diretta da Luigi Caricato, come “ condimento del palato e della mente” e ripreso dalla rivista Corso Italia 7 di Daniela Marcheschi..

di Irene Dubœuf

            Si la traduction n’est pas une copie, et une technique, mais un questionnement, et une      expérience, elle ne peut s’inscrire – s’écrire – que dans la durée d’une vie, dont elle sollicitera tous les aspects, tous les actes.
Yves BONNEFOY

Deux recueils du poète, philosophe et critique d’art italien Amedeo Anellisont parus en version française entre mars et juin 2020: Neige pensée, en Italie, aux éditions Ticinum et L’Alphabet du monde, en France, aux éditions du Cygne.
La poésie est réputée intraduisible.Entre fidélité et trahison, pourquoi donc s’obstiner à convertir des mots, des sons et des images ? Par défi ? Par esprit de découverte ? Pour transmettre, partager, faire connaître un auteur ? Parce que la poésie unit les êtres par-delà les frontières? C’est sans doute un peu tout cela à la fois. Mais aussi, parce que «Traduire est la meilleure façon de lire un texte»
Lire un texte en langue étrangère sans le traduire, c’est marcher côte à côte avec l’auteur, main dans la main dans le meilleur des cas. L’approche reste superficielle, tout juste un premier pas. La poésie exige davantage. Elle demande de mettre ses propres pas dans ceux de l’auteur, de refaire le chemin parcouru par le poète pour tenter de percevoir les impressions et sensations à l’origine du texte, en quelque sorte « coucher avec la muse d’un autre»comme l’affirme l’écrivain et chercheur Pierre Vinclair. Une démarche que l’on pressent impossible et dans laquelle cependant on s’engage malgré soi. Mais à quel prix?

Habiter la poésie d’Amedeo Anelli ouvre des mondes insoupçonnés, à nous d’en trouver la clé. On a beau s’entourer de tous les types de dictionnaires, s’ils sont indispensables, ils ne sauraient être suffisants. Certes, il est des poèmes qui dès le premier vers vous ouvrent grand la porte: En haut le temps marchait sur les poutres./L’hiver le bois des traverses fumait/Le feu crépitait/La petite porte en fonte grinçai/tandis que tu regardais dans le feu/et tout était silence./(L’Alphabet du monde, Contrapunctus VIII) et d’autres qui bruissent de mille sons, où la phonie des mots résonne autour de vous dans de multiples variations, créant une polyphonie qui vous emporte dans les fugues de Bach,le plain-chant de Monteverdi, le contre-chant de Josquin Desprez. Vous êtes amené à réécouter (ou découvrir) les œuvres auxquelles le poète fait allusion, pour vous immerger dans son environnement musical, entendre les mêmes sons afin d’être au plus près de son expression poétique. Écouter, écouter encore jusqu’à ce que les notes fassent éclore le poème, que les vers s’entrouvrent et laissent filtrer la lumière des mots. Alors seulement vous vous retrouvez«enfermé dans la parfaite justesse/d’un intervalle de Desprez»  Il est des poèmes où s’invitent les sculpteurs et les peintres. Vous pénétrez dans le silence religieux des Frari, à Venise, et vous vous recueillez dans l’extase divine de l’Assomption de la vierge, le gigantesque tableau du Titien. Vous recherchez une photo que vous aviez faite il y a bien longtemps, vous l’observez de près. Vous aviez oublié le mouvement du double chœur des anges et la légèreté du nuage; avec certitude, vous écrivez:[… aux Frari, dans la pleine lumière
de la symétrie/couronnée par le double chœur/Vierge de l’Assomption tu te détaches dans la verticalité/immobile du ciel».
(L’Alphabet du monde, Contrapunctus VII). Il est des poèmes habités de passé, des poèmes-miroirs qui reflètent l’enfance. Vous vous voyez contraints de faire appel à vos propres souvenirs pour comprendre que le mot «cerchio», chez Anelli, n’est pas un cercle mais une «rondelle» de fourneau et que la «caldaia» ne signifie en rien une chaudière, une cuve ou une bassine, encore moins une timbale, comme l’indique Le Robert & Zanichelli, mais une «bouillotte», un mot tombé en désuétude, le seul qui soit juste, sans équivalent possible puisque les éléments de notre confort domestique ont radicalement changé! Pour traduire les textes d’Amedeo Anelli, il faut avoir vécu.
Il est des poèmes dont les mots ne s’ouvrent que dans les livres de philosophie et des poèmes jalonnés de symboles qui vous emportent dans l’ombre secrète d’arcanes alchimiques.
Il est des poèmes aux portes closes et aux volets fermés. Vous avez beau frapper, tambouriner, le sens résiste, vous restez en-dehors. L’attente peut durer des jours, des semaines et dans de très rares cas, des mois! Inquiet(e), en proie au découragement, vous restez assis(e) sur le seuil. Au fond de vous, vous savez que la porte s’ouvrira. Ce sera au cœur de la nuit. Elle cèdera dans un moment magique que vous vivrez comme une révélation ; le miracle adviendra quand tout sera calme : les mots alors s’éclaireront ainsi que des étoiles.
Au cours d’une traduction, un dialogue muet s’établit entre le traducteur et l’auteur des poèmes. Des allers et retours incessants entre les impressions perçues par l’un et les sensations vécues par l’autre, à la fois semblables et différentes. Car traduire c’est aussi découvrir la similitude dans la différence. «Quand je parle de moi, je parle aussi de vous» disait Hugo. Se projeter dans l’Autre, mais jusqu’où? Comment être soi tout en étant un autre? Comment être un autre tout en restant soi-même?
Il ne peut y avoir une seule traduction correcte. Un texte poétique appelle plus que tout autre plusieurs possibilités en corrélation avec la sensibilité du traducteur et sa propre poétique. Mais les obstacles ne manquent pas. Ici c’est un mot, là une expression, ailleurs une image qui n’existent pas dans la langue d’accueil. Qu’entend-on par fidélité au texte? Fidélité à quoi dans le texte ? Et jusqu’où doit-elle aller?
Si l’italien et le français sont deux langues proches l’une de l’autre, leurs nuances sont telles que plus on les connaît, plus on prend conscience de leurs différences.Et ce qui est écrit en parfait italien ne donne pas forcément un français parfait. De plus, si en poésie tout est permis ou presque, il n’en reste pas moins vrai que le texte final doit être poétique ou ne pas être.
Dans le poème, le signifiant a autant d’importance que le signifié. Les sons et leur combinaison sont en accord avec l’idée voire même peuvent l’induire, quant au rythme il est bien évidemment capital,«Le traducteur qui, sans faire un seul contresens, tue le chant, est un malfaiteur»affirme Philippe Jaccottet.Il s’agit donc de prendre en compte le chant (quitte à modifier le signifiant) pour le rendre audible en français…, en d’autres termes, rendre au texte son souffle poétique, ce que «le traducteur non poète ne saurait faire advenir», veiller à ce queles mots répétés d’un poème à l’autre entrent en résonance, créer une autre musique pour une même pensée. Ce qui veut dire que vous devez vaincre l’obstacle de la signification, restituer les images dans votre propre langue. Quand on lit qu’un chat saute dans la neige: « Senza quinte » (sans coulisse) «l’infidélité» qui oblige à unemodification des mots apparaît incontournable. Si l’on comprend parfaitement l’allusion au théâtre, on sait que l’expression française correspondante témoigne d’un regard davantage tourné vers la scène que vers l’absence de coulisses, ce qui permet d’écrire:«sur une scène improvisée». On s’éloigne des mots pour mieux s’en approcher et finalement être fidèle à l’image choisie par l’auteur. Une infidélité «fidèle».
Traduire c’est chercher l’équilibre entre le son et le sens, l’accord le plus juste entre ce que dit l’auteur, la manière dont il le dit, et la conversion dans sa propre langue à l’aide de sa propre sensibilité. «Traduire un poème est écrire un poème, et doit être cela d’abord».
Quand le vers traduit sonne juste, à ce moment-là seulement, vous savez que vous êtes sur la bonne voie.Les obstacles de la signification s’éloignent lentement, un à un. Vous voyez apparaître l’architecture du recueil, car Anelli élabore ses textes avec une grande rigueur et une précision extrême. À l’image des sédiments du fleuve qui irrigue sa région, les images et les thèmes se superposent, le passé et le présent se côtoient, s’enchevêtrent. C’est ainsi que dans un silence traversé par le seul bruit des trains qui sillonnent la plaine, vous avancez dans le froid glacial et humide sur des chemins de neige qui craquent sous les pas. Il est indéniable que mon attachement à la culture italienne et ma connaissance de la plaine du Pô m’ont motivée et largement aidée à appréhender les sensations éprouvées par l’auteur aux différentes saisons en particulier l’hiver, lorsque le brouillard ôte de la vue les arbres, les champs, les routes, que disparaissent les merlons gibelins et les hauts murs de brique rouge et que l’on se retrouve isolé dans la blancheur d’un océan de brume. À ce stade, l’expression « être soi tout en étant un autre » prend tout son sens. Certes, il reste toujours une part d’inconnu et c’est là le principal intérêt de la traduction : l’exploration, la découverte en profondeur d’une autre écriture, laquelle est source d’un perpétuel enrichissement intellectuel et, dans le cas des œuvres d’Amedeo Anelli, culturel, artistique et philosophique. La traduction, une trahison? Peut-être pas si l’on resteà l’écoute pour accueillir les images et les sons et les retranscrire dans le respect de l’auteur, éprouver de l’empathie pour surmonter la disparité des langues. Anelli est lui-même traducteur : il connaît donc les difficultés de la retranscription des textes dans sa langue natale. Une relation de confiance s’est immédiatement instaurée. Mais on ne sort pas indemne d’une traduction. Elle vous hante encore longtemps après avoir été publiée. Car vous en retrouvez toujours des traces dans votre propre écriture.Traduire aboutit à un élargissement de sa propre poétique, à une définition du Soi plus large que le simple Moi.
La traduction, un acte paradoxal ? Certainement. Nous l’avons vu, la traduction exige de la rigueur (on cherche le mot le plus juste) mais aussi de la liberté et de la créativité, elle requiert de l’infidélité pour plus de fidélité et parce qu’elle est capacité de « penser l’Autre » sans pour autant se perdre dans l’identification à l’Autre, elle à la fois rencontre et confrontation.
On peut en conclure que la traduction ne peut avoir lieu que dans l’observation constante d’un équilibre : tout traducteur est un funambule qui utilise le respect comme balancier. Respect de soi, respect de l’Autre. Car, comme le démontre le philosophe et poète Stéphane Sangral, le respect conduit à l’empathie, et «l’empathie, cette capacité à se mettre à la place de l’autre, cette capacité à penser l’Autre, selon la plasticité offerte par le soi selon la multiplicité offerte par l’Autre mène au droit d’être qui l’on est, du moins qui l’on veut être.» Et si traduire, c’était oser aller vers l’Autre pour mieux se retrouver ?

Panorama artistico lodigiano: MAURIZIO FUSARI, l’immersione di ori, argenti e metalli nel mondo dell’arte

Le vite di orafi-cesellatori eccellenti quali i Fusari – dall’ “orgoglioso” (del proprio lavoro) Giuseppe, il capostipite, al tranquillo e compiaciuto Maurizio suo figlio che dall’inizio del nuovo secolo conduce l’atelier di Graffignana -, oltre ai risultati d’impresa (notevoli per qualità, continuità e quantità) –  costituiscono un colloquio di cultura e progressione, di estetica ed etica, secondo la formula cara a questi “maestri” artigiani-artisti che dai colli banini hanno arricchito di tasselli, meglio, di capitoli, la collaborazione con scultori italiani, anche di fama mondiale.
Tra i “distratti” lodigiani ci corre l’obbligo di citare le istituzioni (gli enti locali, le fondazioni bancarie, le organizzazioni culturali, l’informazione sbadata) alle quali ci par legittimo chiedere di marcare il proprio interesse organizzativo anche con le forme meno pubblicizzate d’arte, di far conoscere l’evoluzione artistica di Maurizio Fusari, un vero interprete di dettagli (linguistici, visivi, creativi) e autore di risultati di precisione meticolosa e di creatività in senso non decorativo.

Una decina di anni fa a Lodi venne curato da CNA un Repertorio di artigiani-artisti lodigiani per conto di Regione Lombardia, al quale prestammo collaborazione giornalistica. Aiutò a dare luce a questa famiglia di “modellatori” e autentici protagonisti (in chiave contemporanea) del  cesellare, arte che fu praticata dai grandissimi Giberti, Pollaiolo,  Cellini e che Maurizio Fusari ha ripreso in chiave modernista ( ultimamente ha realizzato una serie di interessanti Paesaggi lunari) procurando prestigio a un Lodigiano come sempre distratto da non avergli ancora riservato attenzione al di la delle parole.
In momenti difficili come gli attuali, la passione per l’esercizio artistico, può dare senso di concretezza all’artigianato artistico, dove, notoriamente, non tutto è mai stato perfetto, soprattutto con gli avanzamenti tecnologici, che nei decenni trascorsi hanno diffuso produzioni seriali e fatto smarrire  l’importanza della qualità e delle distinzioni estetiche.
Nell’abc di molti, oggi, sembra stia ritornando d’attualità definizioni quali “artigianato artistico”,  in passato marginalizzate dalla complicata ragnatela tra mondo dell’arte, mondo della moda, fabbricanti e venditori di monili e ornamenti preziosi. Ora si torna a fare appello a quelle “nicchie” di sopravissuti che per loro intrinseca natura possono ridare immagine e contenuto, fiducia e certezze a certe realizzazioni. Una di queste “nicchie” è senz’altro rappresentata dagli oggetti in metalli preziosi creati dalla A.O.G.. Dal 1999 la titolarietà del laboratorio è passata al figlio d’arte Maurizio, rivelatosi immediatamente un vero autentico creativo, artista di modelli di alta qualità e visione. Oggi egli è conosciuto e affermato in Italia e nel Mondo, più di quanto non lo sia nell’Alaudense: suoi lavori sono stati esposti al Museo Guggenheim di New York e al Parlamento Europeo) e l’autore è diffusamente stimato per le sue doti operative e la capacità di conferire impronta personale  ai modelli su disegni di artisti, e, spesso, su qualche semplice indicazione delle “firme” famose che a lui ricorrono.
La validità di Fusari figlio si è sempre manifestata con evoluta bravura. Fatta di maestria, padronanza strumentale, esperienza, originalità e fantasia, da imprimere alla propria produzione connotazioni di artisticità.
Oggi la sua maestria e le sue capacità sono  diffusamente identificate riconoscendo all’artista orafo lodigiano conoscenza, storia, sensibilità e abilità manuale, insieme a una consapevolezza: che un artigianato artistico limitato alla pura imitazione e riproposizione non può procurare appagamenti durevoli.
In oreficeria non c’è un percorso facile. Già lo spiegava, con molta chiarezza, il Vasari nelle sue “Vite”: al cesellatore gioielliere chiedeva impegno assoluto, attenzione in ogni procedura, analisi di ogni risultato, padronanza assoluta degli strumenti e conoscenza perfetta dei materiali. A fianco del padre e di Giò Pomodoro, Maurizio ha intrapreso l’arte del cesellare in oreficeria ed oggi ha il vanto d’essere una delle figure chiave e di riferimento dell’arte orafa lombarda e italiana. La personalità d’artista  ha caratteristiche di distinzione: una manualità eccellente e il piuttosto “povero” contenuto di tecnologie, nel senso ch’ egli usa strumentazioni e metodi tradizionali, lavora al banco come facevano i grandi maestri del passato.

Maurizio Fusari  ha collaborato e collabora con nomi prestigiosi dell’arte italiana, tra questi, oltre col già detto Giò Pomodoro, Salvatore Fiume, Aligi Sassu, Eugenio Carmi, Pietro Consagra eccetera che, in vita, gli hanno affidato la realizzazione di loro progetti artistici.
E’ difficile fare sintesi (giornalistica)  di tutte le tecniche di lavorazione in cui  l’artista lodigiano eccelle: assemblaggio, prerifinitura, rifinitura, saldatura, incassatura, smaltatura, cesellatura, pulitura… Non basterebbe neppure, dal momento che la sua bravura ha sempre una vicinanza straordinaria con le doti dell’artista. Maurizio Fusari contempera e riassume fermenti di idee. simboli trasformati, il concreto e l’astratto, l’intuizione e la logica, la formula e il cromatismo eccetera.

Modellare metalli preziosi , è solo una parola. Si fa presto a dirla. E’ come a dire scolpire, incidere, dipingere. Ma cosa significa rappresentare quanto è in un  disegno, lavorare fino a ottenere l’oggetto illustrato è procedura varia e complessa. Dietro, c’è tutto il resto (e non è poco). Tra quello che rimane ci sono i requisiti che distinguono il bravo artigiano “specializzato”, che si ferma alla realizzazione, al campione e alle schede tecniche, e l’artiere, l’artigiano-artista, che sa aggiungere alle competenze tecniche e strumentali, l’orientamento estetico, aggiunge riconoscibilità artistica, di stile e di gusto al risultato finale.
Oggi Maurizio Fusari  realizza e firma gioielli e sculture tutte sue : “Era inevitabile che arrivassi a dire la mia…”, dice. Nel suo curriculum figurano esposizioni a Strasburgo,  New York,  Monte Carlo, Dubai, Istanbul, al Museo del Diamante di Anversa.  Attualmente collabora con la Galleria Luca Sforzini Arte di Casteggio.
Aldo Caserini

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Tarcisio Pasquetti, pittore e narratore contemporaneo del futuro

Tarcisio Pasquetti è un nome che non dirà molto ai lodigiani d’oggi, e forse neppure più a quelli di ieri, tanto meno delle generazioni celeberrime precedenti, ma che da qualche tavoletta raffigurante la piana campisana o abduana, del Lambro o della Muzza o toscaneggianti nature morte di familiare retorica poetica, alle pareti di  casa di qualche ex- collega dell’Eni, suo collega dei tempi celeberrimi degli idrocarburi gassosi , è in grado ancora di catturare l’occhio e la sorpresa.
Dopo l’ultima condanna a morte eseguita in Italia, nel 1947, con la ricostruzione del Teatro Gaffurio a Lodi ripresero al ridotto di via Rossetti le mostre d’arte e tra i lavori si fecero riconoscere i primi lavori di un giovane toscano, un disegnatore tecnico che coltivava il virus (anche allora si sviluppavano) della pittura e, l’amore della letteratura.
Chiusa la parentesi espositiva dei tesserati all’Opera Nazionale del Dopolavoro Fascista, coi nomi di Monico, Bonelli, Migliorini, Vaccarini, Malaspina, Vigorelli, si fece conoscere, per la prima volta, in città, un poco più che ventenne, “che sapeva parlare di pittura” e stare “in compagnia”. Si era trasferito con la famiglia da Campi Bisenzio, borgo allora agricolo, non ancora convertito in distretto tessile cinese della piana tra Firenze e Prato. Era nato nel 1924 e a Lodi era giunto con la famiglia a guerra non del tutto ancora finita, sollecitato il padre dalle prime “voci” sui giacimenti di Caviaga e dal progetto di Enrico Mattei di realizzare  Metanopoli. All’ENI il giovane Tarcisio aveva trovato presto il primo impiego come progettista dopo il diploma di disegnatore tecnico, mentre in città si era incontrato quasi subitaneamente coi pittori e artisti locali che allora si riunivano da Angelo Roncoroni, un artigiano del ferro dotato di sviluppato gusto artistico, autore di saggi di vera abilità, da collocarsi quale vero continuatore di Alessandro Mazzucotelli della straordinaria tradizione lodigiana dei “battiferro”, che nel ‘44 aveva aperto in corso Vittorio Emanuele una sua piccola galleria. I  lavori di Pasquetti oltre che alla galleria Roncoroni e al Ridotto del Nuovo Teatri Gaffurio trovarono luce alla Corniceria Moro in corso Roma e, una volta consolidato il linguaggio espressivo, trovarono degna accoglienza alla Sforzini Arte di Pavia senza tuttavia trascurare la galleria del dopolavoro Eni, allora con sede a Bolgiano.
Sono diversi i motivi per cui è opportuno ricordarsi del “passaggio” sul territorio di Tarcisio Pasquetti pittore e scrittore; non tanto per ricordare la sua carriera di progettista-disegnatore nelle fila dell’Eni, che pure ha avuto dal punto di vista professionale la sua importanza, ma per farlo conoscere, ritrovarne la figura di letterato e di artista radicato nell’etica del lavoro e della vita quotidiana.

Negli anni in cui noi si dirigeva un periodico sandonatese, l’ex sindaco Luigi Mannucci, ce lo accennò come pittore “socialista”, “venato di amarezza”. Leggendolo come narratore, non c’era parso tale.  La porta socchiusa è un suo libro di quasi venti anni fa che racconta cronache familiari e in cui vengono messe a confronto due realtà, la Toscana e la Lombardia, San Donato, Ponte Lambro, il Lodigiano e la piana fiorentina. In esso egli rivela agilità di scrittura, non improvvisata,  ma ricca di varietà di registri, fondata sulla riflessione, sul rigore e la concentrazione poetica. L’artista scrittore mostra cuore pulsante, vitale e passionale, oltre ad una capacità di guardare alla realtà, ai ricordi e ai sentimenti, senza perdersi, e, soprattutto, senza sporcarsi.  Il sole era uscito dalla sua forma di sfera, raccoglie invece un gruppo di racconti alla scoperta di un mondo senza tempo in cui Pasquetti rientra in  un genere classico. Un mondo dove tutto il passato e il futuro è presente, e le nuvole sono accessibili a tutti come mezzi di trasporto. Sono racconti senza tempo in cui non mancano soffi di poesia: un mago mite che li orchestra e li anima e che attraverso incontri e amicizie, fa entrare in uno spazio che non conosce confini, popolato di personaggi e improbabili avventure nate da una dirompente fantasia creativa.
Pasquetti ha scritto inoltre, pubblicati da una casa fiorentina (L’Autore Libri Firenze) Delle insolite coincidenze (1999)  e La tartaruga di Elea (2009), un libro dalle implicazioni filosofiche, che prende spunto dal paradosso di Zenone di Elea, discepolo di Parmenide e che rivela l’ampiezza degli interessi e degli approfondimenti dell’autore. Pasquetti, comunque, non è stato un maestro;  ma semplicemente un pittore che ha saputo catturare col sentimento l’ attenzione dei sudmilanesi e dei lodigiani e un buon scrittore, di procedimenti accuratamente esibiti, in cui l’abilità del narratore sta nel renderli necessari. Ora i suoi quadri sono ricercati dalle Case dìasta, i suoi libri esauriti da tempo e introvabili. Significa che non hanno avuto respiro corto, nei contenuti né nella forma.

Aldo Caserini

Il virus estetico contagiava le mostre di casa prima di Codogno

Una tavola di Javer Rodriguez tratta dalla Storia dellUniverso Marvel[/caption]

Cosa si può aggiungere di nuovo al trauma della recente epidemia? Alla natura terroristica del virus, all’angoscia del contagio che ha fatto riempire pagine e pagine di giornali, irrigiditi nella lettura della dimensione anonima dei numeri, rendendo informi e insignificanti altre parole ?  Forse, c’è da dire  che è risultata in picchiata la cultura: la musica, il cinema, il teatro, la lettura, le mostre, queste ultime per certi aspetti da tempo sclerotizzate dal degrado estetico, senza più messaggi, alimentate costantemente dal conflitto amico-nemico dell’antagonismo e del sottobosco. Una cosa si può dire; Covid 19 ha reso possibile attraverso l’emergenza sociale e sanitaria cancellare dalla scena cittadina di Lodi e dal palcoscenico del territorio le mostre buone (veramente pochissime!) e le esibizioni di manufatti così detti artistici, in realtà senza valore né importanza né interesse. Anche se qualcuno s’è dato gran daffare a passarle per “rappresentazioni artistiche”.

D’altra parte è risaputo: il mondo pullula di sedicenti artisti e falsi critici o presunti intenditori e improvvisati galleristi, pronti a rendere automaticamente artista chi ha messo su tela del colore, anche se è lampante non è bravo, come è il caso del novantacinque per cento di coloro che realizzano forme, pitture, terrecotte, scattano click eccetera. Fortunatamente non ci vuole molto a rendersi conto che non basta riempire lo spazio di una tela per essere veri artisti, capaci di trascendere la comune realtà e di accedere a una dimensione “altra”, come non serve che qualche aspirante delle famiglie sgarbini o daveriotti ci ricami sopra per entrare nell’Olimpo.

L’arte, si dice, è “tante cose”,  tante cose uniche o  tante insieme –  implosive, devastanti, selvagge, trasgressive, oscure o messe a nudo -, si fa con tutto e in mille modi: al pc, dietro un proiettore, con immagini “portate” su tela, sensori fotoelettrici o altro, montando e smontando altri linguaggi, autodefinendosi involuzionisti, poveristi, edonisti, accroccaggianti, artigianali, ristorarti)  senza più sicura possibilità  di ottenere ostentazione (esibizione), oppure in modo unico, celebrativo, al servizio del rito, della tradizione…. Soltanto che la gente sembra si sia stufata di andare alle mostre e trovare solo acqua minerale e stuzzichini del supermercato.

La crisi delle mostre parte da lontano. Era già stata segnalata galoppante una decina di anni fa, mentre le mostre sembrava potessero essere ancora in grado di dare accoglienza a un pubblico eterogeneo, producendo un interesse di tutto rispetto. Poi i buoni nomi sono scomparsi dai calendari, stanchi, forse, di essere ombreggiati da una sessantina di mostre di ar-tristi complici della politica, di questo o quel funzionario, che approfittavano del cattivo gusto, della disinformazione di chi scriveva, della malafede di chi si arrogava organizzatore, per piazzare due dita negli occhi, opere da far vergogna  o quasi. Ed è andata sempre più peggiorando

L’arte è un problema di linguaggi. Non è fatta di idee al servizio di un prodotto (o anche di uno stile), di una tecnica o di una bravura, ma è stilo e tecnica e bravura al servizio delle idee (se si coltivano e si elaborano).

Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale l’uomo indica il proprio pensiero e contrassegna la realtà. Vale non soltanto per il linguaggio scritto o parlato ma anche per quello della pittura, della grafica, della scultura, della videoarte, delle installazioni.

La pittura è un robusto sistema emotivo, in grado di suscitare sentimenti non meno di quanto sia in grado di trasmettere informazioni, di incidere sul gusto estetico, di produrre conoscenza e paradossi, di sollevare domande e procurare inquietudini, di vedere associato il proprio contenuto comunicativo a significati simbolici che vanno oltre ai codici puramente convenzionali.  Da noi il suo linguaggio si è imbrogliato da tempo in un groviglio paradossale. Da quando si è dimenticato che il linguaggio dell’arte è un linguaggio mentale e logico ed anche antropologico, vi si inseriscono richiami, citazioni, esperienze diverse e spesso lontane. Non è un semplice “prodotto” in cui si riassumono parametri di suggestionabilità e comunicazione individuati.

Una mostra è perciò sempre un fatto importante. Da valore alle immagini se queste imprimono significati , permette di intrattenere rapporti cogli altri, consente di pensare a noi stessi come individui, di vivificare la memoria integrandola negli orizzonti di senso e di significato e di arricchire culturalmente.

Non è uno spazio per il protagonismo. Richiede vigilanza. Se non scopre i poteri decisivi dell’espressione rischia un terreno insidioso, che lascia indifferente il pubblico e non basta il soccorso della retorica affinché produca  fermento artistico e creativo. Cose ovvie, non ci vuole molto a riconoscerlo.

Aldo Caserini