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ALEX BORELLI graphic designer. Nel nudo femminile la sintesi che conta

ALEX  BORELLI,  lodigiano, classe 1983, diplomato all’Istituto Calisto Piazza e ai corsi triennali di graphic designer alla Scuola superiore di arte applicata del Castello Sforzesco di Milano una ventina di anni fa, non ha coltivato la propria creatività a livello professionale. Oggi preferisce fare il barman al bar  Valente & C  s.n.c, in via Grandi.. Al territorio multiforme della grafica e a tutto quello che costituisce le nuove frontiere dei media digitali, ha preferito sposare una applicazione tradizionale pur  tenendosi aggiornato sulle nuove logiche espressive.
Negli ultimi anni il graphic design è naturalmente cambiato. . Non ha cambiato le proprie scelte di linguaggio Borelli. Solo eccezionalmente (pazzesco!) è sceso nell’arena (o è salito in scialuppa); pur manifestan-do nei suoi fogli una colorata immaginazione non ha mai partecipato a mostre. E’ rimasto fedele a una narrazione fulminea, da graphic short story, che si affida al non detto, all’ allusione e infine alla complicità del lettore, denotativa di una sottile partecipazione dell’io  narrante..  Alex sa “leggere il bello” in ciò che lo circonda, è appassionato di arte e sa cosa fa tendenza: tutte caratteristiche che gli permettono di rispettare nei suoi disegni logiche e dinamiche di gusto e sociali. È un creativo che però impiega la sua tecnica in un particolare campo della comunicazione , senza marchi di tendenza. Non ha un elenco “freddo” di preferenze, di soggetti a cui si dedica.  Il suo orientamento mentale è tutto in un polo: la raffigurazione attraverso la presenza femminile. Un piccolo miracolo se si pensa a quel che produce oggi l’arte e a quel che avviene nella nostra società.

Naturalmente non manca chi non lo segue su questo  terreno Gli artisti sono sempre stati perseguitati da critici consumati o improvvisati, che dicono loro cosa dovrebbe ispirarli nel trattare l’arte, quali generi, suggestioni, afflati, citazioni. Non parliamo dei committenti, che qualche diritto pure l’avrebbero, ma di quei critici  che attribuiscono a un artista di non essere un altro, confermando l’aforisma wildiano, che «Un critico d’arte  trova sempre un po’ di male nelle cose migliori». Oggi, che certe epidemie criticiste che dominavano il confronto tra figurativo e informale e il tutto s’è fuso nei continui aggiornamenti, hanno perso in parte la loro virulenza, anche perché gli esperti  hanno escogitato un monstrum per sottomettere a nuove sollecitazioni gli artisti: il mercato. Che in un tale contesto il nudo femminile abbia una sua attualità “fumettara”, lo si sa da tempo essendo subentrati al posto dell’arte fattori culturali e sociali guidati dalla comunicazione di massa finalizzati al consumismo di una libido fantasiosa e irresponsabile, priva di significato umano e totale. Con la crescita esponenziale dell’ industria della moda e della bellezza si sono prodotti effetti a livello economico e socio-culturali, che hanno imposto veri e propri diktat alle arti visive spostandone l’orientamento da scelte di espressione estetica a scelte di puro godimento, a una iconografia comprensibile anche dalle classi popolari, in cui figure e immagini convergono in una narrazione visiva. Non sorprende, non può sorprendere,  che dopo  la parentesi formativa, pedagogica e didattica  Alex Borelli si sia rivolto alle  alternative proposte dal disegno graphic (con tutto quello che la brevità del termine comporta e la casistica dei sottogeneri ampia, talvolta con contaminazioni sorprendenti), per recuperare una parte disgiunta e differenziata dalla “tradizione”.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito sul piano ideale, attratto da una visione formale di matrice immaginaria è l’immagine della figura femminile raccontata in scene che trasmettono molte informazioni, in cui non sono proprio perdute le antiche tracce di reale e, rivelano la sottile partecipazione dell’artista alla bellezza che  rivela attimi privilegiati.
Nella figurazione dell’artista il femminile costituisce l’aspetto privilegiato.. Prevale in una sintassi immaginaria che spazia e accende luce su “momenti” con  calibrato equilibrio. Per i suoi requisiti il disegno grafico potrebbe raccontare tante cose differenti. Dal reportage a pagine lenzuolo, novel, a soggetti scollegati dall’attualità stretta, anche più personali.

Rompendo con un isolamento volontario lungo quasi venti anni che hanno tenuto l’arte figurale di Borelli in odore di “naftalina”, o di “torre d’avario”,  abbiamo potuto visionare una soggettistica impegnata nella vita, compresa dei comportamenti umani. Soffermandoci in particolare sul messaggio delle figure femminili immaginate, da offrire la rappresentazione di  significati,  emozioni, suggestioni erotiche,  integrate in una forma grafica non pubblicitaria, con risultati che mostrano movimento, plasticità dei corpi, espressioni e gesti misurati, sottratti alla mania degli effetti speciali e alla tentazione meramente decorativa.
Il genere graphic novel praticato da Borelli costringe a cercare la storia dietro al disegno. Non è facile, è una sfida, anche perché magari la storia immaginata non si è compiuta. Di solito è suggerita da un lampo, una specie di intuizione. Probabilmente è il brivido di un racconto che si svilupperà, che non ha ancora un lungo respiro, il passo di una storia, di cui però si avverte l’esistenza del messaggio poetico di energia che irradia con forza, come sorgente.
Alex non imita, non trascrive, non fotografa, modella, lo fa con modernità  di mano e sicurezza, mettendoci il sale di qualche estrosità, adatto a far convivere l’immagine con la comune esistenza. Nel monotematismo c’è una sfida, anche se nell’ itinerario esistono punti diversi di congiunzione: con la dimensione onirica, col rifugio precario di una realtà che ha perso ogni senso di logica e che spera di ritrovare attraverso la magia della presenza femminile. Muovendo controcorrente ai comportamenti dichiarati il “fumetto” (si può anche chiamare così) permette di ritrovare nella testimonianza il documento fondamentale della vita e forse una strada intelligente in grado di sottrarsi ad audaci scorribande di vicende empiriche della sua storia.

Aldo Caserini

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Alessandro Colonna graphic designer: La storia sportiva in nuvole d’inchiostro

Per natura, il fumetto deambula sempre sul bordo dell’interesse e del gusto che incontra: “disegno da una parte, testo dall’altra, trattenimento da una parte, impegno dall’altra”. Noi ci mettiamo anche il divertimento da una parte e la responsabilità dall’altra, l’estro da una parte e il rigore dall’altra… Sono confini che molti graphic designer dotati di spirito critico e creatività, che realizzano disegni e illustrazioni per comunicare, scavalcano sistematicamente.

E’ così che il fumetto si è trasformato negli ultimi decenni in graphic novel o graphic journalis o graphic biography o in qualcos’altro della stessa famiglia.

Oggi, il grafico scopre spesso lo stimolo a raccontare, a fare giornalismo o biografia o narrazione a fumetti. C’è un’enciclopedia di nomi che si potrebbero citare, a noi interessa Alessandro Colonna di Secugnago, autore di prodotti noti, che in collaborazione col collega del Cittadino, Francesco Dionigi di Casalpusterlengo, si è messo a risalire precise memorie storiche e sportive di illustri alaudensi e a illustrare dettagli delle loro avventure di sport e delle loro esistenze.

Si è scoperto, senza audaci scorribande, un graphic novelist che riempie nuvole d’inchiostro e contribuisce a far conoscere il fumetto quale occasione di ricerca, recuperando per certe figure il destino di una vittoria, di un’ironia o di una tragedia e altro. Così è avvenuto per Castellotti, Campari, Agello, Agosti, Morandi e altri, che alla fine hanno legato Colonna inseparabilmente al mondo dello sport, delle due ruote e dei motori.

Metti insieme alla tecnica disegnativa cronaca, racconto, reportage, storia, memoria e trovi come attraverso le contaminazioni il risultato può aver modificato gli orientamenti e le preferenze del disegnatore di Secugnago dopo Rottamario, fornendogli terreno fertile al suo disegno con L’uomo più veloce del mondo (Francesco Agello), La saetta della pista (Angelo Morandi) e che, di recente con il libro a fumetti Castellotti, ha coronando un impegno non facile, che ha richiesto aggiornamento di linguaggio e di stile. “Realizzare un fumetto biografico – dice oggi Colonna – risulta spesso più impegnativo rispetto ad un fumetto di fantasia. E’ necessaria una fase di documentazione, che richiede un impegno di diversi mesi…”

Come può allora essere considerato il medio sincretico che muove le suggestioni plurali (del disegnatore, del giornalista, del ricercatore ecc.) che ri-loca il recente Colonna?

Si può ancora parlare di fumettista quando sullo stesso piano sono soggetto, racconto, disegno, invenzione, stile. e i risultati scoprono spazi non sconosciuti all’arte?

Il graphic novel si distingue dal fumetto. Esibisce una narrativa e una complessità nuove ai comics. In Colonna segnala l’ incontro tra ricerca, giornalismo, storitelling, disegno. Il suo disegno non descrive, al contrario muove e insieme alla parola catalizza l’emozione.

 

Aldo Caserini