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ENRICO ACHILLI (1893-1985): Tra giornalismo e novellistica, satira e politica

Lo scrittore e giornalista Enrico Achilli (Kilu) e il pittore e illustratore Gaetano Bonelli

Sono trascorsi trent’anni più un lustro. da quando Enrico Achilli, giornalista e scrittore lodigiano, che molti hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto, si è congedato dalla sua amata città.
Per i suoi trascorsi politici, è stato un autore seguito da pochi e scarsamente amato da molti, ma per stile e linguaggio singolari da non poter che essere apprezzato.
Achilli è stato un novellista di fervida fantasia ed anche poeta, oltre ad essere proprietario, direttore e redattore di Rococò (dal 1913 al 1915(, La patria di Fanfulla (1921-1925), Il Rinascimento (1950-1983), In vita, era considerato uno scrittore fertile, autore di racconti brevi brillanti e di elaborati lirici nel lessico del torrione e in vernacolo alaudense, in cui narrava fatti, historie e leggende del suo tempo, e metteva in salvo i racconti dei nonni compresi quelli sull’inferno (“gelato”). Il che ha fatto immaginare di quale pasta era la sua scrittura e la sua fantasia di narratore.
Oggi il ruolo di chi si appresta a scrivere di lui come autore e i suoi eventuali lettori, è di coglierne il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” che sono dietro al dialetto, alla fantasticheria.
Le “immagini “si fanno simbolo della complessità del reale”, del racconto, del rapporto tra città reale e città ideale. Lo stimolo che raggiunge e quello di approfondire ciò che può avere caratterizzato un linguaggio sottratto al “letterario” ( al colto e alle sue modalità operative), per un linguaggio rivolto a declinare nel segno del passato la ribellione al proprio tempo e nella forma, la riattivazione della speranza di un ritorno, che in Achilli corrispondeva alla rinascita sociale e culturale del Paese.
Nella fabula di Kilu c’è la lingua di Dante e il dialetto di Di Lemene insieme; ci sono unite pennellate di colore e l’essenzialità della matita; c’è il diletto del bozzettismo e l’approfondimento o l’analisi messi insieme; c’è la memoria che cancella in fretta e il bisogno di tenere vive pagine ritenute sacre della propria storia e dei propri sentimenti; c’è la politica e la contesa locale, e non solo quella; c’è l’accordo tra la verve dello scrittore scherzoso e la spigliatezza di un Tano Bonelli, illustratore mordace; ci sono la “nostalgia” dell’ex-ragionerie di banca e gli imperativi di un Umberto Niccolini della sua stessa linea politica. E poi c’è tutto il resto, poco o tanto che può avere reso scomodo il personaggio, in superficie aggressivo, in realtà sentimentale e idealista, umano; c’è la sua amicizia con Giovannino Guareschi, come lui nostalgico della monarchia; c’è il leit motiv retorico di fede, patria e umanità e il ruolo di padre Giorgio da Cantosio cappuccino; c’i sono le feste, i veglioni, i corsi dei fiori e quelli dei carri mascherati che gli procuravano popolarità e consenso, ma gli lasciavano anche dei “buchi” incolmabili per un venditore di pesce. Perché questa era la sua attività all’anagrafe: titolare della Bottega del pesce di piazza Mercato.
Verso la pittura Achilli teneva un debole, tanto da coinvolgermi a scrivere per “il gialdone”. Era stato simpatizzante dell’arte di Migliorini, Spelta, Zaninelli. Di quest’ultimo, suo amico, morto nel ’25, e suo amico, nutriva interesse particolare per la sua pittura di forte qualità espressiva.. Mi chiese – io poco più che ventenne – la recensione della mostra che nel maggio del ’59 al Museo civico era curata da Giulia Alfieri Zaninelli. Kilu non aveva tenuto conto (o forse sì) che quello era per me il periodo iniziatico ai “misteri” e all’infatuazione delle avanguardie anti-accademiche e anti-figurative. Nella mia nota impiegai parole improprie che mi costrinsero a provare imbarazzo. Kilu non se la prese, pubblicò tutto senza togliere una virgola. In chiosa si limitò a dire che lui non scriveva di pittura, non era esperto e a rinnovare all’ex-amico scomparso da tempo, il ricordo dei sentimenti di affetto e di stima. Per me fu una lezione di stile.
“Il sottofondo – scriverà Tino Gipponi impegnato in difesa del giornalista e scrittore a combattere ingratitudine, cecità e pregiudizi – degli scritti di Kilu, anche di quelli appassionati, sentimentali e impertinenti, ha sempre conservato un’onda di umanità…” “Il dialetto è stata un’arma efficace. Dialetto come freschezza del parlato sulla lingua ornata letteraria, difesa e recupero della lingua orale, popolare, materna, plastica nella proverbialità, nelle abbreviazioni, comunicativa più dell’italiano nella sentenziosità dei modi di dire, fragrante e sapida nella sua colloquialità”.
Oggi l’avventura di Kilu scrittore è nella sfera della memoria, dopo aver lasciato fluire tecnica, diletto, vigore, la vita. Non ha avuto il tempo di accorgersi che giornalisti e scrittori d’accatto stavano invadendo la narrazione, la novellistica, il racconto e l’informazione.

Aldo Caserini

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Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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ALESSANDRO RICCIONI, “Perimetri e Distanze”

RICCIONI AlesPerimetri e Distanze è il titolo che il bibliotecario “di montagna” Lizzano in Belvedere (Bo) Alessandro Riccioni, classe 1956, ha dato al suo ultimo lavoro editato da La Vita Felice di Milano, ultimo di una serie partita nel 1998 con Sottopelle e andata avanti con Di quarzo e terra (2002), Chiedimi il rosso (2003), Il mare in salita (2007) Bisestile(2010), intervallati dal romanzo Nero arcobaleno e da diversi libri per bambini.
Perimetri e Distanze si compone di una cinquantina di “tessiture” – “un esercizio nuovo/decidere distanze”, “un movimento /all’angolo dell’occhio”, “un lento rovesciarsi delle cose/ come per dire “Ecco, ti sia felice il passo” –in cui l’autore setaccia memorie ed esperienze del cuore e della mente. Tra Bisestile, di cinque anni prima e la nuova raccolta, il linguaggio si è fatto colto, rodato nell’usare le parole e nel dare ragione alle cose. In cinque anni sono successe molte cose in poesia e in narrativa, in Italia e fuori. Il mondo che s’incontra è più che Riccioni-mincambiato. Non è più impostato su figure allo sbando, anche se lo sbando lo si incontra facilmente non solo nei ritratti che sintetizzano indoli particolari, inquietudini e ambiguità.. Raro ma non impossibile incontrare nelle poesie d’oggi presenze umane dalla fisionomia incisiva, si è tornati un po’ tutti alle parole, le quali possono imprimersi nella mente e diventare proverbiali, ma anche perdersi nel ritmo, nell’attualità, nell’immersione produttiva. Hanno valore emblematico a sé, non per le vicende vissute e interpretate; osservano una ricerca e una tendenza al protagonismo, disseminando una pluralità di filoni, il che non preclude affatto, è chiaro, di raggiungere risultati egregi grazie a una miscelazione accorta, a una indulgenza di comprensione.
Nel prologo a Perimetri e distanze dell’artista e filosofo fiorentino Michelangelo Tomarchio Levi, lo sforzo è rivolto a teorizzare il linguaggio e la poetica di Riccioni in chiave di “cruciverba” o di “labirinto”, dove le parole enunciano verità sminuzzate, che dicono alcune cose e ne nascondono altre.
perimetri-e-distanze-265288Compositore maturo, fedele alla vita vissuta e pensata, attento all’emozione e al senso dell’emozione, Riccioni è un poeta capace di scaricare addosso al lettore parole e ritmi carichi di energia; con una capacità nel portare avanti e indietro in maniera eccellente gli esiti di una applicazione accorta e continuata fatta di parole intelligenti, aggressive e fresche. E’ una poesia che “perimetra” parole e le impila, misurando tra l’una e l’altra la “distanza” dal senso, realizzando così una poesia scaltra che coinvolge il lettore in una sorta di dedalo, a interrogare, discernere, interpretare, ad andare al di là del suono, del ritmo e rendersi complice della distanza tra lui e il poeta.
Riccioni sembra voler tenere sullo stesso piano le parole del proprio diario e il lettore chiamato a riempire con altre unità di misura linee esterne e lontananze. E’ un registrare minuzioso, un interrogarsi e interrogare, che invita il lettore a ripercorrere e a integrare l’esperienza fatta di memorie di contorni e di stagioni.

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PRESENTAZIONI: Giovanni Menzani, “L’odore della plastica bruciata”; Anna Tassotto, “Semi”

Lo scrittore piacentino GIOVANNI MENZANI

Lo scrittore piacentino GIOVANNI MENZANI

L’Imbuto ospita un incontro letterario negli spazi del Centro Donna di Lodi, durante il quale verrà presentato il libro “L’odore della plastica bruciata”del piacentino Giovanni Battista Menzani moderato dall’Associazione Adelante. Seguirà una lettura del racconto di Anna Costanza Tassotto Verdi, già presentato al Castello Sforzesco in occasione di Bookcity e alla Fabbrica del Vapore di Milano  durante Mediterranea 17 Young Artists Biennale, per la quale la giovane lodigiana stata selezionata come scrittrice italiana.
L’odore della plastica bruciata di Giovanni Battista Menzani narra una immensa periferia fatta di svincoli auto stradali e prefabbricati, outlet di cartapesta e cartelloni pubblicitari. Descrive un panorama desolante e spietato, popolato da persone disilluse e incattivite, apparentemente senza prospettive in un contesto sociale degradato e sfilacciato, caratterizzato dalla precarietà e da una pesa nte crisi economica. Quello di Giovanni Battista Menzani è un esordio narrativo potente in cui l’ autore, con humour spietato e preveggente, racconta le sorti del nostro tempo con una cifra stilistica disincantata, mai cinica o crudele, ma dotata di grande sensibilità e carica umana. L’odore della plastica bruciata raccoglie tredici racconti tra il surreale e il grottesco, in cui si ritrovano piccoli frammenti di una vicenda umana più ampia, assurda e commovente. Un mondo che è il nostro e allo stesso tempo un altro. Un mondo all’eccesso, in cui cose che conosciamo crescono enormemente e giganteggiano, accettate dai personaggi come normali, senza ribellioni o fughe.

La scrittrice lodigiana ANNA TASSOTTO

La scrittrice lodigiana ANNA TASSOTTO

*Semi di Anna Costanza Tassotto Verdi è invece ambientato in un futuro prossimo plausibile e per questo tanto inquietantei,  descritto sullo sfondo di un freddo mondo scandito da regole governative severe. La protagonista Amalia si muove lieve, oscillando tra il ricordo di ciò che è stato e la percezione di quanto invece è: una realtà fatta di logiche produttive rigide e senza scampo, dove chiunque perda la possibilità di sostentarsi non ha più diritto alla propria libertà. Il racconto è una piccola storia di coraggio, quel coraggio banale ma straordinario che serve per vivere una quotidianità grigia con la determinazione di portare il bello dove non c’è.

Sabato 28 novembre Centro Donna Lodi, ingresso via Carducci 7

 

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