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“La Stagione delle Mostre” alla Banca Centropadana di Lodi

TINO GIPPONI FA RISCOPRIRE
L’ARTE DI ALFREDO CHIGHINE

ALFREDO CHICHINE:
“Tramonto”, olio su tela 63 x 70, anno 1957

Dice Jasper Johns a “Lettura”: L’arte è molto meno importante della vita, ma come sarebbe povera la vita senza di essa”. Non è l’unico ad averlo detto e spiegato. Prima di lui, i frequentatori delle sorelle Pirovini a Brera, o del caffè all’angolo tra via Broletto e corso Garibaldi, l’hanno sentito dire, con altre parole ma il senso era quello, da Alfredo Chighine, pittore milanese di famiglia sarda, protagonista negli anni Sessanta-Settanta della stagione dell’informale (dal critico Francesco Arcangeli interpretato come un attraversamento, una relazione fra uomo e natura, tesi peraltro respinta da altri , tra cui Franco Francese, per il quale l’arte di Chighine era “tachisme e basta”), morto poco più di una quarantina d’anni fa all’età di sessant’anni per una trombosi cerebrale.
Ora, il critico Tino Gipponi, uno che ha sempre affrontato i problemi che riguardano l’arte con un orizzonte non provinciale, affiancando l’attenzione per il linguaggio dell’analisi critica al perfezionare uno stile personale con cui confutare gli eccessi di esemplificazione e di giudizio che s’incontrano in pittura, ha in preparazione a Lodi una “Stagione delle mostre” in grado di offrire riferimenti dettagliati e organizzativamente motivati, e tra questi una antologica di Alfredo Chighine.
L’ offerta è resa possibile dalla collaborazione con la Banca Centropadana che ha deciso di dedicare un proprio spazio nella sede di corso Roma a Lodi a esposizioni di alto contenuto, di sicura concentrazione di messaggio culturale, di artisti, anche se locali, che hanno raccolto e accolto positivamente l’impronta “intrinseca” del proprio tempo.
La “stagione” riserva una quantità di sorprese. La prima l’abbiamo già anticipata: sarà appunto di un artista di razza genuina, che Gipponi ebbe modo di conoscere e frequentare nel suo studio di corso Garibaldi a Milano e al quale dedicò anche un libro, “Morire sconosciuto e misero – Il carteggio tra Alfredo Chighine e Franco Francese” (Motta Editore, 2005), in cui è messo sotto i riflettori un periodo di dialettico rapporto di Milano con quanto avveniva in Italia e all’estero e si recupera la figura di Chighine, finita in ombra dopo le antologiche alla Permanente (1977) e a Palazzo Reale (1989).
Negli anni Sessanta mentre nelle gallerie milanesi dominavano le posizioni personali di Dova, Crippa, Vacchi, Mandelli. Milani, del pavese Moreni, del veneziano Vedova, del perugino Burri eccetera, oltre, naturalmente agli espressionisti astratti statunitensi insieme ai postumi del Novecento italiano, ai neorealisti di Corrente, agli astrattisti Melotti, Reggiani, Rho, Licini e il gruppo dei francesi, in una Milano sommersa dal dilagare delle “pose”- dai tanti “falsi maledetti e imborghesiti carrieristi”, come li definiva Franco Russoli allora direttore della Pinacoteca di Brera, Sovrintendente ai Beni artistici della Lombardia e docente di storia e stili al Politecnico – Alfredo Chighine ha affrontato un percorso alternativo, di ponte con le nuove leve.
Oggi il suo nome è purtroppo nuovamente caduto in dimenticanza da parte del pubblico e della critica. Non senza un intento “provocatorio” Gipponi lo riprende e ciò costituirà la sorpresa per molti. La sorpresa di vedere quadri in cui si fondono l’appassionata ansia di superare gli azzardi delle vacue avventure e un linguaggio in cui è mantenuto il carattere lirico dell’artista, dimostrando un cammino fatto di qualità linguistica, acutezza d’indagine, senza giochi di gusto, senza fioriture decorative, senza intellettualismi, senza richiami o nostalgie accademiche.
La mostra che Bcc Centropadana si appresta ad offrire ai lodigiani e più ambiziosamente al pubblico lombardo è destinata a rivestire i caratteri di una vero e proprio “evento”.
Curata da Gipponi, che è uno dei migliori studiosi di Chighine, forse uno dei pochi che ha saputo dedicargli una chiave di comprensione e di interpretazione, l’iniziativa promette di far ritrovare attraverso gli elementi del suo percorso pittorico i valori del suo procedimento teorico e pratico – la qualità, la poesia, l’espressione delle variazioni e delle reazioni – da far meditare sui valori e sui destini della pittura e sul clima storico che vide il pittore protagonista inimitabile.

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Attilio Maiocchi pittore sensibile ed esperto a cinquant’anni dalla morte

Tra qualche mese saranno cinquant’anni che Attilio Maiocchi ha terminato il suo percorso di vita. Nella pittura lodigiana ha rappresentato una pagina del Novecento senza le spinte della modernità, rispettosa del passato e scrupolosa e prudente, di caStità formale. Allora in città giravano i nomi di Zaninelli, Vailetti (Giuseppe), Migliorini, Monico, Vecchietti, mentre sul territorio muovevano quelli di Belloni, Novello, Groppi, Carrera, Brambati, Spelta.
Tenendo conto che l’apparato critico delle iniziative a lui dedicate (la retrospettiva del 1969 al Museo Civico di Lodi, curata dalla Società Storica Lodigiana; quella del 1978 al Salone dei Notai della Pro Loco e della Familia Ludesana; quella del 1988 del Circolo San Cristoforo; e quella del 2000 all’ex-chiesa dell’Angelo) hanno fornito rapidissime sintesi delle connessioni della sua pittura, una eventuale nuova “rievocativa” riproporrebbe probabilmente gli stessi problemi di definizione filologica e di semiotica figurativa del pssato.
L’immagine che si ricorda di Maiocchi è di un artista del suo tempo, contagiato dall’esercizio della pittura, e, insieme, dalla meticolosa ricerca della qualità visiva; di un professionista affidabile, che tendeva a dare di sé i due poli di una conoscenza fattiva, pratica della tecnica e la spiritualità del prodotto finale in stretto legame dialettico.
Solo la padronanza del “come si fa” , della materialità dell’opera – ci disse una volta che eravamo con Ugo Maffi nel suo studio di via XX settembre – è in grado di garantire la qualità di quel prodotto intellettuale che è l’opera di pittura.
Come vi è riuscito possono bastare i ritratti e alcuni paesaggi.
Maiocchi fu pittore dalla attività intensissima (ben oltre duecento i ritratti, più vicini ai cinquecento i paesaggi di tutte le dimensioni). Provava gioia nel dipingere e questo spiega il suo frenetico comporre: un’attività partita nel 1919, con l’ingresso a Brera, dopo il militare, ma già praticata da ragazzo, riservandogli più tempo di quanto non dedicasse a far barbe nel negozio del papà.
Degli anni Venti, Trenta e Quaranta, non si conosce molto, o quanto meno si conosce in misura insufficiente e imperfetta: alcune acqueforti degli anni Trenta, qualche ritratto (quello all’Alciati (1927). suo maestro d’ accademia, (1927), un autoritratto giovanile (?), quello da “maturo” (1923), quello della moglie Nilla, il ritratto del padre (1924), quello del “Vecchio” (1927), con cui vinse il premio del ministero alla P. I., quello della suocera (1934), del prof. Lorenzetti (1938), delle figlie Anna e Gabriella bambine, quelli che stanno nella quadreria dell’Ospedale); eppoi, qualche natura morta, qualche paesaggio di Fiera di Primiero, del Lago di Garda, impressioni della laguna veneta, un gruppo di oli localmente importanti come “L’arcata del ponte sull’Adda” (1930) “Mura di Lodi” (1935) , “L’Adda al Geraletto” (1937), “Piazzale della Stazione Ferroviaria” (1936), “La chiesa di San Francesco”, “Il Protiro del Duomo di Lodi”. Un nuovo “omaggio” potrebbe far compiere qualche passo avanti utile A tracciarne la storia pittorica, approfondirne i caratteri e le componenti stilistiche, indagarne i contorni, le tecniche, le influenze, il gusto. Ma servirebbe prima un censimento generale della sua produzione.

 

 

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Gigi Montico al Caffè Letterario: prosegue l’avventura ludica

L’interesse di Pierluigi Monticane (alias Gigi Montico) per la matrice surreale e qualche attrazione dada è nota, ma questa volta non confonde molto della sua esperienza coi mentori delle fasi surrealiste; e meno ancora con coloro che hanno impresso un timbro a esperienze posteriori e susseguenti: astrattisti, informali, suprematisti, costruttivisti, produttivisti, naturalisti (accademici e non), alchimisti, azionisti. “bad” e tutte le altre classificazioni procurate dal turbinio della pittura degli ultimi cento anni. Nelle tante presentazioni sul territorio che si possono ricordare (Postino, Casalpusterlengo, Dovera, Lodi, Melegnano ecc.) e che lo hanno consacrato artista abile, scaltro, spregiudicato, audace, di padronanza del mestiere, di ogni tendenza, che gli permette di fare, quel che fa, quel che più vuole e piace, imbevuto della nostra epoca. Quelle dell’artista di Dovera sono sempre rappresentazioni dai connotati molto personali, che lo hanno reso in parte atipico nel nostro panorama. In occasione delle ultime uscite lodigiane aveva offerto una sintesi definitoria che può valere per la nuova esibizione al Caffè Letterario in programma dal 25 agosto prossimo: faccio pittura ludica : “Il valore che do alle mie opere sono nella simbologia che portano in sé o in quella che il pubblico intende riconoscervi”.

Gigi Montico: Mare Nostro 1

Montico trae spunto e trova motivi nella comunione dell’uomo con la natura, in una sorta di rivalutazione non intellettualistica del rapporto con il vivere, preso anche a simbolo di quel desiderio che è radicato nella condizione umana e che esprime la tensione dell’uomo verso l’equilibrio e non alle lacerazioni. Natura poliedrica ricongiunge strade diverse: l’uso del colore, del segno, del gesto, dei materiali e della materia, designandoli a stimolatori della fantasia. Non è tuttavia la “poetica” a richiamare attenzione su di lui e sulla sua produzione artistica. Interessa più il risultato che scaturisce da questa posizione: una pittura senza insolenze, in cui la chiave “liberatoria” è nella affermazione più che nella negazione; costruita con una espressività attenta non alle nevrosi o all’ubriachezza tematica, ma alla poesia., spesso assecondata da una tendenza al “recupero” o al “richiamo” di una ricerca di rapporti meno convenzionali con la realtà.Montico non inventa, elabora. Nelle invenzioni compositive convergono le modalità di una lunga esperienza e una serie di elementi e dati originali con cui l’autore infervora le sue rappresentazioni, raggiungendo con inedite sospensioni temporali una visionarietà in cui è possibile rintracciare finanche allegorie, deliziate da fantasia e dense di pathos.

GIGI MONTICO: Caffè Letterario Biblioteca Laudense, via Fanfulla – La bohéme de Paris – Dal 25 agosto al 10 settembre – Inaugurazione venerd’ 25 agosto ore 18.
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Il corpo umano nella figurazione di Tindaro Calia

Di Tindaro Calia di Dio si è detto e scritto in gran quantità. L’artista milanese si è fatto conoscere anche dai lodigiani con un gruppo di mostre all’ex-chiesa dell’Angelo, alla Muzza di Cornegliano, a La Cornice, allo Spazio Arte Bipielle e la presenza in diverse collettive. Con l’ultima esibizione ha praticamente riaffermato la profondità della propria esperienza e della ricerca pittorica avviata negli anni Settanta. Ha posto sotto i riflettori l’esistenza tra la maniera di affrontare le figure, lo stesso “dialettismo” e lo stesso gusto di conferire un modo realisticamente “impressionante”.
Già docente al Liceo artistico Calisto Piazza, le sue esibizioni fanno sempre snocciolare aggettivi; non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi le stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo.
Calia è artista vigile nel cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana e a tradurla in immagini intensamente morali, di valore educativo. Come tali, strumento di una teoria che può far venire in mente “Corrente” ma prima ancora – azzardiamo un poco -, Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, e tradusse “i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca” in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”.
Nella testimonianza critica di Giorgio Severo, al centro della sensibilità del pittore viene individuato il corpo umano, “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Riafferma a sua volta Dominga Carruba: “La poetica della pittura di Calia rievoca l’allegoria che alberga tra l’apparenza narrata dal vedere quel che appare dintorno e la verità riconosciuta con l’intuizione, che non si ferma alle forme apprese dai sensi né al “sentito dire” di vana sostanza che la ragione elabora.
I consensi ch’egli quotidianamente riceve sono dunque il risultato di una pittura non ingannevole indirizzata a indagare la figura umana, con cui il pittore ha definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico.
Al di là delle nuove attribuzioni che gli si potrebbero attaccare, una cosa è certa: la sua è una pittura che pur avendo un profondo carattere iconografico è tutt’altro che un prodotto commerciale. E’ figurativa nel senso migliore del termine, di idee. Arricchita di composto intellettuale, spirituale e affettivo.
Tematizzando i fili della ricerca e pur rispettando modalità ricorsive, fornisce di indicazioni somatizzanti l’individuo, l’umanità e delle stagioni della vita. Unitamente ai dettagli pittorici, è il suo un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Rende il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio” . Ne fa ragione di poetica

 

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Anselmi, Bianchini, Borsotti, De Bernardi in Lunigiana

Dal 28 luglio al 15 agosto il suggestivo borgo di Bagnone in Val di Magra ospiterà Mostra Diffusa di Arte Contemporanea. L’esposizione è nata su un progetto culturale dell’amministrazione comunale, promosso in collaborazione con l’associazione Donne Di Luna e affidato alle cure del designer-pittore-vignettista e progettista in Architettura di interni Gianpiero Brunelli, titolare a Orio Litta dello Studio Art & Design.
Tradotta e perfezionata da Brunelli, l’idea dell’evento punta a dare visibilità a un gruppo selezionato di artisti in una cornice di bellezze architettoniche e naturali. Oltre a prendesi carico di far guardare dentro con profondità e rigore nella preziosa produzione di autori che fanno pittura e poesia insieme, l’iniziativa è rivolta a far conoscere e valorizzare le caratteristiche ambientali e naturali di Bagnone attraverso una proposta capace di rappresentare aspetti della vita stessa della natura e dell’uomo.
Distinta in sezioni, l’ esposizione offre al visitatore un percorso in grado di costituire uno snodo fondamentale: cogliere e commentare lo “stato dell’arte” contemporanea; e, spostandosi dall’arte al paesaggio, apprezzare le bellezze naturali e le peculiarità di questo borgo della Versilia.
L’evento si presenta strutturato in tre personali e una mostra collettiva sul tema: Trascendenze: Dialogo tra Arte e Spiritualià. Al Teatro Quartieri i visitatori potranno conoscere distintamente le opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini e del pittore analitico (recentemente scomparso) Enrico Garavaldi, sostenitore di Calderara. Nella chiesa del castello invece troverà proposti lavori di consolidata tematica sacra del santangiolino Luigi Bianchini e della sua compagna docente di disegno e storia dell’arte a Chignolo Po Monica Anselmi, del codognese Franco De Bernardi e del casalese Francesco Borsotti. Infine, nel foyer del Quartieri, infine, l’ allestimento è riservato all’opera a “quattro mani” di Bianchini e della Anselmi già presentata nel 2015 alla Biennale di Venezia.
”Arte in Borgo”,dice Brunelli, ideatore e curatore dell’evento, “propone linguaggi diversi, in un confronto che spazia tra pittura iconica, aniconica e “pittura pittura”, sostenuto da percorsi personali che i cinque hanno sedimentato in anni di intensa attività, volta non a raggiungere teorie effimere o pseudo concettuali, ma una propria nitida e inedita matrice espressiva.
L’esposizione conterrà complessivamente una settantina di opere e metterà a confronto una sorta di mappa di materiali e tecniche artistiche del “fare” offrendo elementi per riconoscere i singoli stili, le esperienze di riferimento, e far entrare dunque nei “mondi possibili” creati dai cinque autori. Tutti artisti conosciuti nei rispettivi territori, ma meritevoli di una attenzione ben più ampia. Nelle loro produzioni, la mimesis sembra non avere più autenticità: La loro arte presenta infatti una diversa consapevolezza: quella del “mistero” e della “materia”, dei segni dell’epoca e delle leggi del costruire e dell’esprimere, dove il gioco è affidato alla poetica del “fingere”, ovvero al “dar forma” attraverso invenzione, occasione, libertà, fantasia, manualità eccetera.

 

I LUOGHI DELLE MOSTRE: Teatro Quartieri : Spazio polifunzionale: Wind di Luigi Bianchini; Foyer: Landscapes di Monica Anslmi; Omaggio alla Biennale. Installazione dell’opera esposta alla Biennale di Venezia nel 2015 di Bianchini e Anselmi. Al piano primo: l’Arte è un Viaggio , esposizione permanente di Enrico Garavaldi. Chiesa del Castello:Trascendenze : dialogo tra Arte e spiritualità. Opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini, Francesco Borsotti e Franco De Bernardi . Le mostre saranno visitabili dal 28 Luglio al 15 Agosto nei giorni venerdì, sabato e domenica e il 14 e 15 agosto, con orario continuato dalle 18 alle 23.
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Francesco Borsotti, un bricolage autobiografico di organi interni

FRANCESCO BORSOTTI:
“Adamo ed Eva”, 2017

Quella che Francesco Borsotti ha messo in arte negli ultimi lavori destinati alla Wunderkammer di Winterthuruna (una sua mostra è prevista questo autunno con la ripresa della stagione espositiva) sono storie autobiografiche. Storie nate dalla associazione di immagini, da interventi che sono al contempo scelte di attenzione e di razionalità e frutto dell’inconscio. Nella pratica, risultati in cui l’artista di Casale fa convivere vigore concettuale, conoscenze di matrice diversa, pathos, un gusto esperto nella modellatura dei soggetti, vicende associate a un certo bricolage domestico e autobiografico.
Come tutte le storie autobiografiche anche le sue sono affidate a un percorso artistico interattivo, da cui la fantasia modifica la condizione vera da cui hanno preso il via. Passando dalla grafica al fumetto, dall’opera iconica all’immagine pubblicitaria o trasgressiva o polemica.
Non è il caso però di prendere seriamente tutto ciò che Borsotti prende e narra – un pezzo qua e un pezzo là, una citazione ebraica e una texture – facendosi aiutare da fotografi, ricamatrici, informatici eccetera a ricomporre brandelli che consentono di cogliere tracce e simboli del suo rapporto coi fatti, le partecipazioni, le situazioni eccetera.
L’ultimo di questi impegni è di segno sempre personale: parla di un suo immaginifico rapporto con i propri organi interni utilizzando gli esiti di radioscopie, risonanze magnetiche, encefalogrammi, elettrocardio, elettroforesi eccetera.
Esprimere se stessi anche nelle parti più nascoste non è stato solo un vezzo del romanticismo diffuso dall’illuminismo e dall’idea moderna. E’ una pratica largamente diffusa ancora oggi, considerato il secolo della scienza, nell’arte contemporanea. Con estremo rigore nell’espressione e nella esecuzione Borsotti intuisce e architetta, dà significato e lettura metaforica ai tanti segni che la ricerca medico-scientifica utilizza.
Non sempre nelle esperienze eterogenee si può abbinare il significato introspettivo o mentale. Anche perché immaginare e sviluppare ecc. è parte del lavoro creativo di un artista. L’elemento iconico, di cui Borsotti è ben provvisto, di là dal rappresentare un segno visivo del vero vissuto, quando rincorre altri significati simbolici conferisce personificazione alla fantasia e si avvicina alla letteratura.
Nelle radiografie (artisticamente sistemate) si incontrano memoria, rilettura, testimonianza, scelte grafiche ed espressive, simboli mediatici che fanno riandare a componenti

FRANCESCO BORSOTTI
“lLIQUIDI ORGANICI”, 2017

pensabili e verosimili.
Borsotti è uno dei maggiori artisti del lodigiano, fa dell’arte visiva una elaborazione concettuale, dove ogni particolare prende il proprio significato dalla relazione con un’altra presenza. L’unico ad avvalersi di un vastissimo repertorio di immagini e di codici rappresentativi che integra alla struttura con personale concezione tecnica e che spesso costituiscono una “sfida”.
Dopo la mostra dello scorso anno l’artista è stato nuovamente contattato per una esposizione d’autunno alla Wunderkammer, galleria di Winterthur, città svizzera del Cantone di Zurigo. Se ne riparlerà.

 

 

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Giacomo Mazzeri: un percorso nella pittura di paesaggio

GIACOMO MAZZARI

L’architetto piacentino Giacomo Mazzeri propone al “Calicantus bistrot” (hall dell’Ospedale Maggiore di Lodi), unitamente a una serie di terrecotte modellate dalla padovana Oriana Sartore, un gruppo di oli recenti e meno recenti. Mazzeri si dedica con passione alla pittura dagli anni Settanta, anni in cui, se la memoria non ci tradisce, deve aver presentato di suo anche nel codognese.
Le connotazioni di ambienti, paesaggi e cose dipinte da questo settantacinquenne pittore di Aguzzano residente a Rivergaro, offrono un serpeggio mite e silenzioso di luoghi e natura, una narrativa dietro cui non si cela particolari concetti di linguaggio o di affinità, e neppure di semplice adornamento figurativo. Vi si può cogliere semmai una capacità di osservazione che riflette esigenze di spazio e luce da rispecchiare l’idea dell’artista di dare respiro ad una rappresentazione veritiera senza ostacoli o rigidità di sorta.
La sua è dunque una pittura che dei luoghi e delle cose propone una rappresentazione di gusto prestabilito, attenta, fatta di atmosfere affettuose. Che non conosce le scorribande esistenti oggi in pittura, e si esprime con un figurativo di tipo rafforzato posizionato sul colore. Un tempo si sarebbe detto “pittura borghese” o “ pittura da salotto”. Oggi, liberata dalle cripticità delle poetiche, l’esito finale sembra proiettarsi nell’oggettiva consistenza della forma, del color e della luce, a una sorta di consapevole singolarità fatta da atmosfere che lasciano al visitatore “l’ultima parola”. Senza nascondere una potente descrizione di volontà di rappresentare natura cose e paesaggi sottoponendoli alla condizione formale di ogni conoscenza, il tempo e lo spazio, senza alterazioni, senza doppi sensi sensoriali o altro, e senza rinunciare a quegli effetti che nella rappresentazione dei soggetti contribuisce a renderli reali.
Pittura, dunque, che non ricorre a stranezze stilistiche e squilibrate, di lettura piacevole e confortante, che rispetta condizioni preliminari, “non infettata dal senso” che gli farebbero perdere quella “innocenza” e che la schietta lezione schopenhariana riassumerebbe con la preposizione : “il mondo è la mia rappresentazione”.
In ogni caso pittura genuina, naturale, che si riconosce nel percorso particolare del paesaggio e delle cose che dall’Ottocento agli anni trenta del Novecento ha imposto il suo registro figurativo popolare in terra padana; oli che grazie al senso del colore cui si affidano non intricano particolarmente, ma neppure, con poche eccezioni, annoiano, grazie a un senso agreste che muove l’attenzione sul quadrante di altre misurazioni.

Giacomo Mazzeri – Opere – Calicantus Bistrot, hall Ospedale Maggiore Liodi, Fino al 10 luglio

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Stefania Comaschi: “Passione per il colore”

Stefania Comaschi, commercialista di Lodi esperta in contabilità, da almeno una quindicina d’anni ha scoperto la pittura e si dedica al linguaggio del colore, che in pittura non è solo un mezzo di comunicazione, ma una scorciatoia per raggiungere i sensi e suscitare emozioni.
Il gruppo di lavori presentati al Caffè Letterario della Biblioteca Civica di Lodi, non hanno sottintesi interiori, mistici o simbolici. Per dirla con un esperto il colore è semplicemente la sostanza con cui Momy (questo il nome d’arte che la pittrice s’è data) compone i suoi quadri. Ma a certe teorie più o meno scientifiche nessuno sembra oggi dedicare più grande attenzione. Opinione diffusa e scontata è che le combinazioni di colori (primari, secondari e terziari), procurano sempre o quasi un qualche impatto emotivo. La lodigiana, che fa grande uso dell’acrilico, intende il colore come “liberazione dalle emozioni”. Lo combina al gesto, al segno, all’esperienza pragmatica, sciolto da schemi razionali e stilistici.

STEFANIA COMASCHI (Momy)

A chi ha vissuto gli anni Cinquanta le sue superfici pittoriche fanno riandare  alla pittura allora dominante in America e in Europa, incentrata sull’espressività individuale. Era quella una pittura straripante di energia da avere segnato il percorso dell’arte in maniera alternativa. Oggi convergere su quel terreno non può avere l’obiettivo di rompere un qualche schema formale o geometrico, accademico o tradizionale. Nel nuovo clima artistico contemporaneo, in cui i linguaggi informali hanno posizione marginale, non sono sostenuti da problematiche fenomenologiche o esistenziali, una pittura che è manifestazione gestuale, segnica, materica, coloristica come quella della Momy è obbligata giocoforza alla “citazione”.
Praticata con largo appoggio all’effetto colore, il risultato è una figurazione di tensione vagamente espressionista, sostanzialmente informale, da cui emergono forme larvali, fantasmatiche, allusive ed è prevalente l’assenza di un’espressività soggettiva, anche se in certi “paesaggi” si possono colgliere caratteristiche liriche e toni delicati. Prevalente è in essa, oltre al colore, la stesura gestuale e segnica, aperta a a tensioni compositive e non manca neppure qualche tentativo evocativo

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“Le città impossibili” di Paola Mori

Paola Mori si è già fatta notare dal pubblico lodigiano e sudmilanese: prima come interprete delle favole di Calvino, poi come curatrice (con altri) di una documentazione di architetture, infine come pittrice, ottenendo a Paullo e a Lodi incoraggianti riscontri.L’attuale mostra al Caffé dell’ Albarola, dove già si era esibita con successo qualche anno fa, non necessità di speciali richiami. Richiama. nel titolo, le città di Calvino.
Architetto progettista da una quindicina d’anni, come artista coltiva preferibilmente una pittura di fantasia, che facilita la comunicazione. Superati i “gradini” della fase così detta sperimentale, attualmente pratica un linguaggio espressivo in cui mescola con mestiere disegno e acquerello. Il risultato è una pittura che esclude i colori violenti, congegnata in modo attento e curioso, senza troppi ammiccamenti all’illustrazione e a certa pittura corrente. Insomma, figurativa ma senza esercizio di luci e ombre. I lavori proposti risultano di illuminazione diffusa, affidati al disegno e ai colori ad acqua utilizzati con tecnica e accenti di musicalità.
Non sono le atmosfere, gli effetti o i rilievi chiaroscurali, le intensità cromatiche o gli attenuamenti a catturare l’attenzione. Bensì il garbato bilanciamento tra forme grafiche e colori, in cui l’artista esalta la propria sensibilità per la natura e le architetture, confermando l’inclinazione a unirle insieme al disegno progettuale.
Il riassunto è una composizione vivace e descrittiva cui non mancano elementi decorativi, introdotti con sicuro equilibrio visivo.
Alle pareti del Caffé dell’Albarola sono soggetti di appeal leggero. Tutti o quasi recenti, creati con proporzione ed eleganza, legati al mestiere di architetto, ma anche al sogno e al bisogno di raccontare. Non spostano i termini dei precedenti racconti: l’ attenzione resta orientata sulla natura, raggiunta dal fantastico e dalle architetture.
In ultima analisi quella di Mori è una pittura figurativa piacevole e riposante. Ogni suo disegno si profila come racconto immaginario, frutto di una interpretazione accumulata in una prospettiva fatta d’invenzioni e di attimi di poesia.

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