Archivi tag: pittura

IL LODIGIANO ALBERONERO (LUCA BOFFI) A BOLOGNA

IN UNA RASSEGNA STORICA DEDICATA AL DISEGNO ITALIANO

Luca Boffi all’anagrafe, Alberonero in arte, è un giovane trentenne nato a Lodi,  fattosi riconoscere (quindicenne) come writer  che realizzava figure personalizzate sui muri cittadini  servendosi di bombolette spray, Da una decina d’anni, dopo essersi  laureato in Interior Design al Politecnico di Milano e in Visual Display alla Bocconi trasferitosi a Milano si dedica a  interpretare forme essenziali e sintetiche  che riducono gli elementi del linguaggio visivo ai minimi termini.

Agisce seguendo una sorta un istintività ragionata incanalando attraverso  differenti tinte, sensazioni e stati d’animo all’interno delle figure rappresentate e con esse muove sensazioni ed emozioni differenti. L’idea è quella di una costante e quasi impercettibile mutabilità dei colori. Dove, il cambio lento ed inesorabile dei colori raffigura quelle che sono le percezioni umane, in balia del vento del cambiamento costante che ne investe la forma e l’aspetto finale.

Nell’ultimo quinquennio Alberonero è andato via via ad incrementare le presenze espositive in Italia e all’Estero attraverso  personali e collettive. Ne citiamo alcune: Spazio Arte Bpl col Collettivo Sinaps a Lodi, Art Basel Miami, Campidarte in Sardegna, Sal Music a Oppido, Move a Perugia, Festival di Ucraina; ex Dogana di Roma, Move di Perugia, Mescita Visual Think, Fondazione Credito Valdinievole…eccetera

In questi giorni  è presente a Palazzo Paltroni, a Bologna dove è in corso, fino al prossimo 24 giugno la mostra-compendio dal titolo “141.Un secolo di disegno in Italia”, a cura di Maura Pozzati e Claudio Musso.Parte dalla prima decade del Novecento e finisce con gli artisti dei giorni nostri.

Promossa e organizzata dalla Fondazione Monte di Bologna e Ravenna  rientra nel progetto “Art City” e costituisce uno spaccato delle infinite possibilità offerte da una tecnica antica che non manca, ancora una volta, di sorprendere con la sua incredibile attualità. Nell’intervento Le mani pensano quando disegnano Maura Pozzati annota: «questa mostra su un secolo di disegno in Italia in fondo è un omaggio a chi ama il disegno, a chi si fa emozionare dal segno, a chi ricerca nell’arte la traccia di una espressione libera, di una energia accumulata, di un pensiero ossessivo». E a sua volta, Claudio Musso aggiunge: “Il disegno come il linguaggio, è materia viva, pulsante, brulicante di vita indipendentemente dalla data della sua creazione, tende inoltre a rigettare schemi e regole se non autoimposti e si presenta a tutti gli effetti come un processo creativo che non si esaurisce nel rapporto tra l’artista e la sua creazione, ma che viene sollecitato e riattivato da ogni singolo osservatore».

La mostra è accompagnata dal volume Corraini Edizioni, realizzato dallo Studio Filippo Nostri, pensato come una raccolta di schede organizzate in ordine di nascita in cui ai lavori sono affiancati testi degli artisti legati all’esperienza del disegnare. Oltre alle riproduzioni delle 141 opere in mostra, il catalogo raccoglie il pensiero degli autori in forma scritta affiancando ai paragrafi dedicati ai maestri  e tratti da libri spesso introvabili, numerosi inediti commissionati ai contemporanei.

Contrassegnato da tag , ,

Domenica Regazzoni, pitture e sculture. Arte sottratta all’emergenza.

Ha senso parlare di pittura e scultura in tempi maledetti quali gli attuali? Non rischia la parola arte di avere un significato negativo o minore, distraente, dopo essere stata utilizzata da predicatori fuori d’ogni regola, oggi spariti, e usata in messinscene che più nessuno ricorda?

In provincia il gioco è più sottile perché a queste domande preoccupate può rispondere in modo rassicurante la serietà di qualche artista di soggettività autosufficiente, distaccato dal “sistema”, che magari riesce ad affrontare i danni dell’emergenza: le gallerie chiusi, gli spazi pubblici serrati, il disinteresse dei media, l’ indifferenza della gente, la diserzione dei poteri locali e le tante altre cose che fanno sfondo monumentale a un abbandono dell’arte che è diffuso e culturale.

Dato il paesaggio, come attivare qualche lumicino di curiosità e d’ interesse, mantenendosi, senza il momento della visibilità, su un registro di semplice cronaca, o di letteratura? Negli anni Settanta la Regazzoni frequentava Brera (o l’aveva appena lasciata) e praticava una pittura figurale lontana da quella presente, fatta da una impostazione informale in pittura e di impianto iconico-musicale in scultura. A una sua mostra alle scuole di San Donato Milanese ci fu presentato suo padre Dante, celebre liutaio, di fama nazionale, un artista del legno – ripetiamo un “artista”  –  animato da un’etica di solida sapienza e conoscenza che è oggi perduta. Di quell’incontro abbiamo in memoria una frase: “L’arte esprime la nostra  anima. A volte glorifica le forme, a volte le sfida”. Parrebbe una filosofia o una metafora, invece è un  assunto che si può ritrovare nelle tappe della Regazzoni, a partire dalle illustrazioni per Il Pesce d’oro di Vanni Scheiwiller delle poesie di Antonia Pozzi. Fu quella, per lei, una laboriosa  esperienza, che fece da spartiacque verso nuovi equilibri, Da allora l’artista è sempre (o quasi) riuscita a sottrarre i suoi lavori alle opinioni diffuse; a tenerli lontani dai pasticci concettuali e dai pensieri di gruppo; a strutturarli coi richiami alle esperienze della bottega del padre e, in un certo senso, a tradurre la sua poetica.

Se spogliati del loro “senso interno”, i suoi lavori  rischierebbero oggi di passare per esperienze di una “attualità” puramente giornalistica. Invece, per la  discendenza dei contenuti dal padre liutaio, c’è in essi una consapevolezza di tante cose che i critici, da Gillo Dorfles a Silvia Evangelisti, hanno giudicato di qualità distintiva e particolare.

Sono risultati di “convergenze” e variazioni, di forme e simboli musicali e della loro narrazione; di impulsi estemporanei e di richiami archetipali; della forza emotiva e del sentimento lirico; della concretezza nella elaborazione che valorizza intelligenza e lavoro senza ricorrere a particolari artifici.

Nell’era del virtuale, le costanti estetiche, la disciplina artigiana, la tradizione e la qualità maestra del padre liutaio sono un splendido esempio che si reperisce nell’espressività “contemporanea” della figlia artista, venuta mezzo secolo fa dalla Valsassina a vivere e a lavorare alle porte di Milano, e presso il castello di Peschiera Borromeo, lavora sempre con tenacia e intelligenza per dare corporeità a materie e a spessori, andando dietro alla linea del cuore., a dispetto della pandemia.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Gli acquerelli di Guido Conti (Kamen’) e la poesia di Anelli

Iconismo e aniconico, un ponte gettato tra poesia e pittura

Il numero 55 di Kamen’, la rivista di poesia e filosofia germinata a Codogno quasi trent’anni fa ad opera d i Amedeo Anelli, ufficializzava l’ingresso nello staff del proprio comitato scientifico di Guido Conti, stimato narratore al quale è riconosciuto di unire descrizioni realistiche e relazioni surreali legate ai luoghi. Se dicessimo ora a qualche lettore che Corsi fa anche esercizio di pittura – non è cioè solo scrittore, insegnante, direttore editoriale, vincitore di premi e strappaapplausi ai simposi letterari dove ama diffondere Guareschi, Marotta e Zavattini -, non ci crederebbe. Penserebbe di aver frainteso. Invece no. Lo conferma con un sincero tono di soddisfazione Amedeo Anelli che con lui ha recentemente lavorato alla realizzazione di un libro d’arte, costituito da poesie e da acquerelli.
Vuol per questo dire che dopo essere entrato nella redazione di Kamen’ Conti ha messo tra parentesi la passione dello scrivere per guardarsi intorno e guardarsi dentro per realizzare una serie di lavori che arricchiscono le trentasei pagine di  “Quartetti”?
Congettura assolutamente da escludere. Come  nell’ opera di Gianni Rodari , disegno e poesia non producano effetti di lettura e differenti o impressioni di tipo referenziale. Non c’è opposizione tra icone e versi.  Certo, a tirar le fila alle parole poetiche di Anelli, a sua volta impegnato a rendere polifonica la forma della filastrocca,  a mantenere un tono scherzoso e a infilargli dentro“un gradiente di conoscenze e di pensiero”, la fatica  (di approccio e di origine generativa) affrontata dallo scrittore-acquarellista si può immaginare. Alla fine però quel che conta è che il parmigiano – parmigiano perché di Parma e non parmense dal momento che non è della provincia – abbia colto i risultati a cui pensava, che entrano o sono vicini alle liriche e che l’arte visiva  sia richiamo e riferimento alla poesia di Anelli.
A spiegarlo ci vorrebbe Adelchi Baratono, autore di uno studio su Arte e Poesia  o Dino Formaggio che lo aveva prefato. Per noi che “annotiamo” semplicemente l’interesse di Conti  i suoi acquerelli possono rappresentare simpaticamente una variazione nel mutare delle quotidiane ondate poetiche e visive. Non per questione di stile, ma  di significati.
Nell’ opera di Conti non ci sono mixage o bricolage da ricordare  quelli che si incontrano nei flussi di  artmix e che mutano la posizione e il respiro dell’arte . Qui, accanto alle parole c’è l’occhio, non ci sono sconfinamenti, connessioni di materiali. C’è “qualcosa” invece che allarga l’angolo visuale e introduce a cose non nuove, chiamiamole di “messa a fuoco”.
Punto chiave: si devono spiegare i contributi iconici e aniconici di Conti? In  quale misura la spiegazione può coinvolgere il  contesto creativo e soggettivo della poesia? Possono, come già le parole, diventare parte di una più ampia descrizione?
E’ evidente che esiste diversificazione tra i linguaggi. In più, sotto sotto, c’è poi sempre il problema della riducibilità del “medium visivo”, che non può essere solo un semplice supporto descrittivo o interpretativo di un linguaggio “altro”, di un linguaggio poetico che nel caso in parola Anelli  ha creato aperto ad “avventure speculative”. L’incontro è dunque a livello “mentale”;  la collaborazione è tra l’espressione della parola e la sua “lettura” e  la “traduzione” consegnata dal prolungamento dell’immaginario da un artista all’ altro  per cui anche se non c’è il passaggio della rappresentazione figurata dalla tecnica poetica alla tecnica visiva  c’è  un rimodellarsi dell’immagine conseguente alla dislocazione o all’ attraversamento.
Conclusione: l’ esplicazione dei vari problemi si dovrà pertanto cercare nella cooperazione spontanea e intenzionale tra poeta e pittore e nelle modalità di autocontrollo critico messe in campo da entrambi, il poeta e l’acquerellista.
(Aldo Caserini)

Guido Conti e Amedeo Anelli a una serata del Presidio di poesia” di Tavazzano (Lo)
Contrassegnato da tag , , , ,

Panorama artistico lodigiano. DOMENICO MANGIONE, un artista tra continuità e variazione

Continuità e variazione sono i punti focali che disegnano il percorso di Domenico Mangine, una figura di autentico artista, con una sua storia precisa, esposto, da sempre, al rischio della disattenzione e della sottovalutazione, pur essendo uno dei pochi che a livello locale hanno mostrato omogeneità di comportamento e di linguaggio, meritevoli quindi di una attenzione non sbrigativa e superficiale. Mangione è un artista in cui prevale la manualità artigiana insieme a quella artistica, dotato di un lessico tentato da pochi cambiamenti, come confermano anche i recenti collage su carta e gli interventi su pietra.

Cultore di una paesaggio che ormai si potrebbe definire “prolungato”, esteso e accresciuto con poche e inevitabili pause,  l’artista è come lo privasse d’ogni esternazione emotiva e d’ogni gesto retorico, affidandolo alle regole dei segni e a ciò che una volta si chiamava “anima” ma che oggi il bestiario delle nuove definizioni non ha ancora individuato l’equivalente “post” da riconoscergli una qualche idea di energia e vitalità.

L’avere lavorato per lunghi anni come disegnatore tecnico di una importante azienda locale che nella denominazione sociale aveva l’indicazione di “Officina”, spiega perché tecnica e  disegno gli stiano  “cuciti addosso” ed anche “dentro”, L’artista tiene insieme abilità e tecnica, ma li distingue una volta che il processo creativo entra nello spazio immaginativo, dell’invenzione. Fa prevalere sul momento che da senso iniziale alla materia lavorata, una dimensione quasi immateriale di genere poetico, sostenuto con la libertà segnico-operativa che gli è propria.

Sia nelle tecniche miste, nelle acqueforti, negli acrilici su carta, nelle ceramiche, negli interventi su materiali solidi con cui si accosta alla scultura, Mangione da carattere  senza frasi magiche, a un’arte senza estroversioni e aggressività, semplicemente materiata e consegnata dalla pratica e dalla sensibilità. Un’arte paradigmatica che è il risultato della sua capacità di fare: dell’abilità, della conoscenza, della predisposizione naturale a una creatività sottile e puntuale come può essere l’ emergenza fisica delle trame contro la superficie, l’allineare spessori, il giocare  con gli accostamenti e le modifiche, l’ affidare al segno interventi che tolgono l’ eccesso di fissità e rigidità e fanno scoprire la finzione figurale, che rimane niente più che una esibizione di tributo grafico.

Collanti, gessi, acrilici, scaglie e frammenti di materia, oli disposti sulle tavole e sulle carte danno corpo a paesaggi “sensisti”, a esemplari rigorosi del ricorso alla tecnica materica compositiva. L’occhio fa andare immediatamente all’archeologo, al suo piacere sofistico di collocare ogni cosa in funzione d’immagine, di equilibrio, di composizione.

Con questa procedura Mangione si fa conoscere elegante “artigiano”, nel senso che non concettualizza e non attribuisce alla espressione ‘contenuti’ particolari se non quelli di un ossimoro di vita urbana artificiale. Nelle sue figurazioni entrano le capacità calligrafiche e anche musicali, senza costringere a scrutare questioni di stili, ma  forme dell’esperienza.

La stesura è sensibile, delicata nelle intonazioni, serrata tra monocromatismo e materia. I “paesaggi” traducono luoghi immaginari,  combinando con una poetica rappresentativa da un lato e, dall’altro, non-figurativa. La suggestione ottica del colore è quasi trascurata dall’artista; hanno spazio invece le vibrazioni delle “tessere”. Nell’operazione Mangione mette sapienza  e destrezza, fa cogliere momenti di poesia, quella dei silenzi, delle meditazioni e dello stupore.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag ,

Panorama dell’arte lodigiana. I motivi religiosi e liturgici nell’arte di FELICE VANELLI

fELICE vANELLI NEL SUO STUDIOCeramista, scultore, pittore, affreschista, disegnatore, decoratore, all’occasione anche grafico, Felice Vanelli ha unificato, in chiave operativa e fattuale, molte delle specializzazioni che trovano efficace sintesi didattica e attualità nei corsi della Scuola di Arti e Mestieri.
Come artiere-artista ha fatto parte della generazione del secondo dopoguerra quella di Bosoni, Vailetti (Benito), Volpi, Marzagalli, Mauri, Maiorca, Maffi, Vestibile, Perego, Podini Gabelli, Mocchi; prima cioè della stagione dei Cotugno, Poletti, Bertoletti, Vailati, Mangione ecc. Oggi suoi lavori arredano abitazioni, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Negli oli, nelle sculture, negli affreschi e nelle ceramiche  alle iniziali tracce di richiamo “michelangiolesco”,  Vanelli ha fatto seguire, uno sviluppo di indirizzi figurativi più aggiornati.

La mano, la mente e il sentimento hanno tratto esperienza dalla conoscenza tecnica e culturale. Vanelli è’ stato figurativo dal primo istante, da quando per la prima volta ha messo i pennelli nel colore sulle rive dell’Adda. La scultura, l’affresco, sono esperienze arrivate dopo, e dopo ancora è arrivato il suo interesse per la ceramica. Nel ricco repertorio l’ enfasi giovanile ha quindi lasciato posto all’efficacia e all’indispensabile.
L’artista ha modellato a lungo motivi rischiosi: il religioso e il liturgico, ricavandoli dai Sacri Testi che ha collegato ad aspetti del quotidiano. Una scelta che faceva parte della sua poetica: come vi hanno fatto parte la maniera (senza manierismo), la spiritualizzazione (senza lacerazioni), la rappresentazione( senza complessità).
Le Scritture hanno animato la pittura della sua maturità. In quella su muro dava sfogo alla passione disegnativa. In scultura conosceva i segreti del rilievo – dell’alto, del mezzorilievo, del basso rilievo -.Qualità che si possono ritrovare anche in ceramica, un’arte in cui Vanelli faceva entrare in gioco elementi diversi: la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura.

Tra le ultime opere vanelliane di soggetto sacro sono da ricordare il bassorilievo sulla XVI stazione (“Gesù è sepolto”), destinato al complesso artistico “La via Crucis e la via Lucis in ceramica artistica” di San Cataldo in provincia di Caltanisetta, realizzato in duo con Angelo Pisati della Manifattura ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C.  

In Ultima cena, collocata in una chiesa di Roma  le figure sono in abiti contemporanei. Un lavoro in cui si ritrovano visione soggettiva, luce di qualità attiva, cronaca e gusto del nostro tempo. Sono anche da ricordare i quattordici cotti policromi collocati alla Cattedrale di Lomé in Togo. Una composizione di immagini sulla Passione di Cristo, in cui l’artista ha ribaltato i valori della tradizione iconica. Cristo non è accompagnato dalle figure della iconografia classica, da cavalli, donne piangenti e uomini in arme, ecc. La rappresentazione è semplice, controllata, ha una bellezza quasi soffocata dalla valenza simbolica dell’umiliazione e del dolore.
Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

Panorama artistico lodigiano. ANNALI’ RIVA, artista casalese da spiegare

In attesa che qualche sala, pubblica o privata, bella o brutta, frequentata o abbandonata – speriamo no – si riapra per accogliere una  mostra di Annalì (Annalisa) Riva e qualcuno di quegli ordinatori abituali che una volta la contendevano (come pittrice o novità o anche perché allieva di Ugo Maffi) si rifaccia vivo, così da offrire, dopo l’indifferenza dell’ultimo quinquennio, la possibilità al pubblico di casa di conoscere dove lo svolgimento della sua ricerca l’ha portata, quale chiave di comprensione e di interpretazione rispetto alle sue prime immagini, calibrate attorno al colore, alla materia e alla simbologia, con cui catturava le proprie fantasie, ci proviamo noi a risvegliare, con qualche spunto di cronaca almeno l’attenzione dei “fedeli” di Formesettanta.

Annalì Riva, piacentina di nascita ma residente a Casalpusterlengo, si era fatta conoscere al pubblico della Bassa, – di Casale, Codogno, Lodi e di Piacenza – attraverso l’  ammiccamento giocoso di alcune esposizioni, come una pittrice di qualità non marginali e promettenti. Diplomata al Liceo Artistico Bruno Cassinari di Piacenza, laureata in Belle Arti a Brera (MI) nel 2007, allieva al Master di Landscape Design, assistente dell’Associazione culturale “Connecting Cultures” a Milano aveva  iniziato a dipingere (su carta da pacco)  nello studio di Ugo Maffi a Lodi.

Inizialmente, di lei non era sfuggita la carica manipolatrice e la tendenza a  “un’autoreferenzialità enigmatica”. La giovane mostrata si sfruttare un certp background di cose viste e anche di cose attribuite. La “pusterlina” sSapeva essere credibile come artista, scrollandosi di dosso le solite poetiche (sentimentali, intimiste, passionali, fantastiche) che scrittori improvvisati di arti visive gli appiccicavano te addosso.

Sul suo attuale fare pittura quello che si sussurra è troppo poco rispetto alla precedente esperienza ma anche per  anche per ricondurre (giornalisticamente) i riflettori sulla sua comunicazione attraverso la pittura.  Dopo Villa Biancardi a Zorlesco, dopo l’Itis a Casale, la mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano, al Laboratorio delle Arti a Piacenza

e altre apparizioni estemporanee la commutazione del suo circuito espressivo era parsa decisiva con il superamento della fase degli  “intendimenti” e l’avvio alla

“appropriazione di senso” e alla “qualità” (la pittura è fondamentalmente una questione di esperienza non di principi e ciò che conta dal principio alla fine è la qualità) da farle  assumere un ruolo competitivo nel panorama territoriale. L’artista aveva iniziato a mettere sulla tela aspetti più aderenti della vita e della contemporaneità. A lavorare con la materia, a plasmarla secondo volontà, a renderla viva e vitale; ad elaborare, perfezionare e testare scelte di procedura e di contenuto autonomo e personale; a recuperare vecchie carte da parati, su cui creava il gioco dei colori, creava orizzonti, apriva “finestre”, immaginava stanze dove sognare.Senza compiacimenti affrontava il rischio di sorprendere con l’inatteso chi credeva ormai facile una sua catalogazione di comodo. Ci sono nuove pagine nel suo diario? Chissà.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

Ottorino Buttarelli casalese, scultore di lievitanti spessori di materia

Il nome di Ottorino Buttarelli di Casalpusterlengo è’ più popolare come presidente della “Compagnia Casale Nostra”, il benemerito gruppo che divulga la storia cittadina, che come artista. Almeno se ci si allontana troppo dal corso del Brembiolo. Forse è l’effetto della sua ritrosia, del suo carattere lirico, gentile, un raro esempio di uomo di cultura di una razza genuina e di un ambiente ormai quasi scomparso.
Nel suo studio-laboratorio c’è aria di sacro, non perché il soggetto religioso è di casa e testimoniato, ma perché è un posto unico. Nessuno ha mai pensato a renderlo virtuale. Il nome di Buttarelli in rete ha solo pochissimi post in Google. Pochissimi i  richiami, pochissimi i selfi.  A una mia richiesta di avere qualche dettaglio in più sulla sua attività, un collega giornalista mi rispose semplicemente: “ E’ un artista che odora un po’ di muffa”. Con quel “po’”pensava di segnalarsi non troppo ruvido. Tanto quello che intendeva si capiva perfettamente. Oggi interessa poco cosa un artista produca, quali opere, ma a quante persone i suoi lavori piacciono. E’, importante l’immediatezza, come si inseriscono nel presente. E’ il consumo che rende l’arte appetibile. A Casale, ma non solo a Casale, lo pensano in molti. L’arte di Buttarelli, invece, si concentra nelle forme neoclassiche, irradia meditazione e  silenzio, quando tutti noi non facciamo che parlare o urlare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il populismo d’élite che impera esige che l’arte per essere riconosciuta vincente trovi degli imbonitori. Là dove c’è  silenzio attorno, domina il pregiudizio del manufatto superato. L’arte  ha perso la sua “aurea”, un parolone che oggi si potrebbe tradurre in “sex appeal”. Il passato, la tradizione, la memoria, per molti artisti delle nuove generazioni hanno un significato pedante, complicato, il “nuovo” di oggi, dicono i contemporanei di casa, è libero, vivace, legato al momento, del resto se ne fa un baffo. Il contrario di  Buttarelli che si è sempre battuto per la conservazione del patrimonio culturale locale. Durante la sua carriera prima di insegnante poi di preside ha coltivato con discrezione la sua passione per la terra preparata e modellata e la pittura. Una volta in pensione  si è buttato a capofitto a modellare la materia (la terracotta) e a liberare il sentimento ispiratore nei colori,  prediligendo però la nobiltà del marmo. Così come le sue forme sono sempre state figurali, legate alla lentezza, alla nostalgia, alla storia e anche al rimpianto. Tradotte in “lavori” da guardare ed essi, a loro modo, che guardano te. Molti hanno il timbro della memoria, della storia, sono realizzati con mestiere acquisito (l’arte è soprattutto mestiere, ci ha insegnato Bruno Munari).A Buttarelli non sarebbe difficile fare anche dell’altro, di più audace o divertente o attualista, con alle spalle il gusto che cambia, perché è cambiata la società e con essa è cambiato il rapporto con l’arte. E’ un bene o un male? Non c’è bisogno di risposta. Lui non cambierebbe il proprio linguaggio espressivo, basta osservare i suoi lavori, disseminati un po’ ovunque: a Brembio, a Corte Sant’ Andrea, le stazioni della Via Crucis allestite nel Borgo, l’omaggio a Francesco Agello a Casale, dov’ è anche una copia della Madonna dei Cappuccini, l’altorilievo sulla Natività, il mosaico che riprende il Ponte del Brembiolo, il marmo “Tenerezza”, l’altorilievo della chiesa di Somalia, il “cotto” in quella di S.Maria a Senna, eccetera. Le citazioni potrebbero continuare. Quello di Buttarelli è un “ieri” che coglie lo spirito sotterraneo di un “oggi” ancora bisognoso di idee, di identità, di cultura, di sentirsi un po’ più sicuro quando deve affrontare la funzione dell’arte.
Laureato in pedagogia  a Parma Buttarelli vanta una ricca frequentazioni di artisti che non l’hanno costretto in pantofole: il milanese Trillicoso. il laboratorio di nudo di Lidia Silvestri all’ Accademia di Brera, lo studio di arteterapia di De Gregorio a Milano, la scuola d’arte Gazzola a Piacenza con i pittori Donà e Scrocchi e lo scultore di Vigolzone Paolo Perotti. La pittura e la scultura non sono per lui  solo un mezzo di comunicare idee, ma di trasmettere emozioni, poesia, il solo modo di essere e di vivere. Nella pratica e nella qualità egli esprime l’accordo tra la verità fenomenica di impressione ed emozione e la verità ideale ch’ egli realizza nei lievitanti spessori della materia. Il vitalismo, l’enigmatica metafisica, la nostalgia umanistica, il naturalismo, sono  fasi del suo percorso artistico e culturale, in profondo collegate e rese coerenti dalla tensione al traguardo poetico ed esistenziale dell’arte.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , ,

Panorama artistico lodigiano: MAURA BACCIOCCHI, designer-decorator di Cavacurta

La visual designer-decorator Maura Bacciocchi, insegnante alla Gerundia di Lodi, è personalità creativa dalle molte parentele, che arriva a mettere in arte dalle forme di scarpe ai paesaggi e tante altre cose, avvalendosi di varie tecniche e materiali, dai colori acrilici alle photo, dalle tavolette al riutilizzo del legno, trovando forme sempre divergenti, ovvero forme che a differenza di quelle convergenti che tendono all’unicità di espressione a cui le immagini vengono condotte, presentano originalità di idee e fluidità concettuale.

Capacità che sin qui sembrano non avere ancora tratto beneficio di quella attenzione che la sua ricerca meriterebbe.

Milanese all’ anagrafe, residente a Cavacurta, come prima formazione artistica la   indica il “Callisto Piazza”, ma è a Brera che ha probabilmente iniziato a confrontarsi con esperienze più estese e contemporanee dispiegando poi capacità di lavoro, autodisciplina, versatilità e gamma di interessi, che coloro che la conoscono gli attribuiscono: un territorio di interessi che abbracciano anche la trasformazione, l’arrangiamento, il restauro, l’habitat umano e l’architettura d’ìnterni. Scelte che spiegano l’ assortimento di impegni, interventi e collaborazioni portati avanti dopo l’Accademia e il diploma, impegnandola su fronti e discipline differenti: dalla pittura al disegno, dalla decorazioni al piccolo restauro, dalla creazione di oggetti-immagine alle forme spontanee, dall’ architettura di .paesaggio alla progettazione urbana e ambientale, all’ arredamento d’interni. Tutti interessi che l’avvento del coronavirus e la crisi del settore estetico partita molto tempo prima della pandemia, ha costretto alla quarantena e, quello che è più grave, ha spinto il pubblico a disinteressarsene, optando per altri interessi e gusti di sapore effimero.

Ciò non impedisce però a noi notisti culturali di riaccendere una qualche attenzione sulla attività di una artista, attività che per come l’abbiamo sin qui riassunta, potrebbe immaginarsi  sbrigativa e generica, mentre è risaputo la Bacciocchi è una artista dotata di sensibilità, che prende ogni cosa molto sul serio e primeggia nel proprio lavoro..

Gli anni passati l’avevano, tra l’altro, fatta conoscere anche come  visual design nel campo della progettazione di prodotti grafici e multimediali e della comunicazione. La presenza a delle mostre che l’ avevano poi messa in luce grazie alle re-introduzioni e re-interpretazioni di tecniche e di materiali alcune documentate anche su Internet (facebook, instagram), senza nessun particolare “azzardo” rispetto alle esperienze di consumo “immediato” del contemporaneo), l’avevano segnalata piuttosto per una sua capacità di condividere il “Post” presente nell’ arte ; per  sperimentare e realizzare in modo mai

BACCIOCCHI: “Per-Corsi”, Photo, 2014

ambizioso, mai pedante ma convincente legato a segni, simboli e informazione visiva, oltre che alla “sorpresa” e alla nostalgia (la campagna, il cagnolino, i particolari), giocando sulla ambiguità del termine post-moderno (termine legato uno al passato e uno all’ immediato)  con un po’ di malinconia e un po’ di vivacità legata all’attimo dell’invenzione, dello stupore.

Parlando di visual design, design e ricostruzioni teoriche di oggetti immaginati, Bruno Munari diceva che l’arte oggi deve essere consumata, non come cibo, ma comunque masticata, digerita, eccetera per poi poter ripartire da capo. Visti i tempi, in cui anche la post art  della Bacciocchi è destinata a mutare, non sarebbe male se qualche patrocinante tirasse le fila per dare visibilità agli “aggiornamenti” del suo linguaggio visivo.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

MARCO PULEGA a Lodi rompe il lockdown delle mostre

I giovani, anche se a trent’ anni non si è più tanto giovani se si fa mente alla novità e alla qualità di quei pittori che andavano a bottega, vanno sempre incoraggiati, soprattutto quando sono alla ricerca della propria strada e pensano di averla individuata sviluppando l’uso dei colori in senso segnico, spaziale, percettivo, l’ autoespressione o l’assetto dei materiali, insomma su un equipaggiamento che non può che essere “leggero” da permettere stadi differenziati da ottenere comunque accoglienza favorevole  in chi, visitando una mostra, si accontenta dell’insieme dell’allestimento  come  medium coerente.
Nello spazio di via San Giacomo 25 a Lodi, che fu sede del Convivio, durato il tempo necessario per farsi conoscere e disertare, trasformato nel proprio atelier  da Laurentiu Cravoieanu, artista romeno, messosi in evidenza in diverse iniziative quali Contaminafro alla Fabbrica del Vapore a Milano Bicocca e molto attivo sul fronte della promozione e organizzazione di iniziative a favore dei giovani artisti coinvolti nell’ ampia riflessione su  media e  contemporaneità, si è tenuta per la vita artistica cittadina la mostra di Marco Pulega, trentenne, non figurativo, autore di interventi su carta svincolati da ogni rappresentazione e alle prime esperienze espositive.
Laureato a Brera, Pulega è un autore milanese interessante, avviato a riscuotere consenso con il superamento delle ubiquità dell’astratto e dell’informale quando le sue scelte cadranno su una identificazione inequivocabile e non più su  aspetti della  configurazione: colore, spazio, movimento, invenzione, risulteranno manifestazione di un solo medium coerente, e non riducibili a un generico stato d’animo o alla componente lirica.

Praticamente sconosciuto ai lodigiani in questa sua prima personale Puleha ha comunque offerto un test di motivi d’interesse, che accompagnano con una serie di domande la validità artistica della produzione mostrata e il modo corretto di leggerla (e, come si dice, di fruirla).
Caricarlo d’enfasi o di chiacchiere sarebbe pertanto una forzatura.. Così come mettere l’etichetta di concettuali ai suoi elaborati, semplicemente perché poggiano su un’ampia differenziazione di configurazioni. E poi che significa concettuale senza precisare se percettivo o rappresentativo, intenzionale, programmato o casuale?. Lasciamolo, dunque, lavorare, verrebbe da dire, affinché il procedere – dallo sperimentare al complesso -,  apporti direzione al linguaggio espressivo, al suo orientamento.
Al di la degli aspetti teorici, la simpatica esperienza  di Pulega all’ atelier Cravoieanu ( e in una precedenti occasione  al Salone Primo dell’Accademia di Belle Arti di Brera),  dimostra i cambiamenti radicali cl’h’egli introduce nelle combinazioni e nelle mescolanze attraverso la ricerca e lo sperimentare , elementi  essenziali e decisivo di una pittura che spazia con vivacità e scioltezza tra differenti  tecniche e differenti modelli.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

L’ADDA ABBANDONATA DA PITTORI E POETI LODIGIANI

  “Addio, fiume, che dal principio del  mondo scorri/ E scorrerai  incessante/ Come l’umano pensiero! [Cesare Cantù]  

TEODORO COTUGNO “Meriggio di luce”, olio su cartone tel. 50×60, 2015

D

iversa è l’Adda lodigiana dell’Adda lacustre che il Manzoni lascia immaginare. Ciò naturalmente, ma anche per la diversa intensità dell’intervento antropico. Più di altri fiumi, assicurano gli specialisti, l’Adda ha volti distinti e dissimili. L’acqua è la stessa che nasce in Val Fraele, ma superata Spino si mette a fare sul serio, diventa adulta. Non cerca più spiegazioni geologiche al suo arzigogolare, obbedisce solo al richiamo di condursi sapientemente alla foce: e attraversando il Lodigiano il grande fiume parla la sua voce, acquista pienamente l’aspetto di fiume di pianura, sceglie di essere non solo bello per le sue lanche e le sue mortizze, per i suoi isolotti ghiaiosi, la fauna acquatica e le colonie di anatidi, ma utile. Intendo dire, un fiume generoso. Prima del ponte di Lodi in onore di Napoleone, l’Adda cancella le leggende popolari del lago Gerundio e del drago Tarantasio e fa posto a storie di natura, agli aironi rossi e alle bianche gazzette. E, seppure tra i segni devastanti delle cave di ghiaia del secondo dopoguerra, il paesaggio regala ancora immagini di riposo e consolazione, su cui la ‘tavolozza’ leggera vi si adatta piacevolmente. I suoi boschi – l’oasi di Zelo, quella di Belgiardino, la Valgrassa, il Casellario, quella di Montodine e di Cavenago, ecc. – offrono un’atmosfera ovattata, un silenzio irreale, solo il fragore dell’acqua che raramente passa le barriere di robinie, pioppi e arbusti. Le frotte di ‘domenicali’ che si accampano sui gerali con ombrelloni, transistor e scorte di lattine, li rendono meno idilliaci, ma confermano le straordinarie potenzialità dei luoghi che gli Amici del Burg vorrebbero rilanciare. Nella ricchissima vegetazione si può sempre riconoscere qualche esemplare di castagno, frassino, sanguinello, ciliegio selvatico, salice o gelso (il muròn, come lo chiamava mio padre mezzo secolo fa, pianta tanto casa al baco da seta e di cui si sono perse le tracce). Negli acquitrini germogliano canne palustri, rigogliosi muschi d’acqua, la minuscola lenticchia e il candido ranuncolo, mentre nelle radure occhieggiano ciuffi di corolle rosa-violetto (i cosiddetti denti di cane), piante pelose di verbasco dalle foglie giallo-oro, iris e campanelle di ogni sorta. Peccato siano pochi gli artisti – per struttura mentale e morale – penso in particolare ai pittori e ai poeti – disposti a cercare, ciò che ancora resiste in questo paesaggio dell’Adda lodigiana. Intendo dire: non la letterarietà e nemmeno la sommarietà, ma il filo conduttore per il quale siamo vivi e operiamo, l’interna plasticità propria al sentimento unitario del lavoro e del pensiero. E dei pochi, forse nessuno, tranne Teodoro Cotugno, è più capace di provare l’insoddisfazione e la pazienza di un Giuseppe Vailetti davanti agli alberi che mettono foglie verdi, e a chi mi capisce, verde cinabro e verde cobalto chiaro. Diceva il vecchio pittore Maiocchi che tante foglie di questo colore si chiaman Primavera, e il mesto Monico era pronto ad aggiungere che la primavera si chiama Foglie. Un verde più scuro anticipa un’altra stagione, modifica i rapporti riflessi nelle acque degli alberi d’alto fusto che le accompagnano dalle rive e creano scenari di piani diversi. Mancano, ci mancano, dicevo, artisti capaci di vincere la brevità, di avere la pazienza dell’Adda che scorre e degli alberi che mettono foglie verdi, senza l’impazienza di mutare troppo presto il colore; artisti capaci di star fermi a guardare, per poter dire “Dio!” con l’intensità con cui oggi noi davanti alle loro opere diciamo “acqua”, “foglia”, “colore”. I pittori oggi hanno tutti una strana fretta, il loro linguaggio non puzza più di terra e di sangue, sono ferocemente portati alla sbrigatività, a velocizzare le forme che cambiano dal mattino alla sera, prima ancora di diventare linguaggio; non si vedono più coi cavalletti sulle rive del fiume, pazienti e pronti a catturare la luce, e anche le ombre che sono movimento e colore. Il paesaggio del fiume richiede coagulo di stile e mestiere, una capacità di visione, un raggrumarsi dei grassi e del sangue in un equivalente coagulo di materia colorante, una identità di fenomeno. Altro che cantonate romantiche!, direbbe l’amico Valerio Sartorio. Richiede un prezzo alto l’Adda: capacità di fare arte senza che sia urlo e violenza; richiede lo sguardo e l’ascolto, forza di distinguere e penetrazione – come la nebbia leggera del mattino, la cognizione è patrimonio della luce del giorno, non dei subdoli residui notturni del sogno. L’Adda non si incontra con la fretta dell’insolito. Chiede la pazienza dell’addizione, la costanza di accumulare giorno a giorno. Solo chi si veste di questa virtù può sperare di cogliere come si forma l’armonia dello scorrere delle acque, o della luce su un campo non appena sciolte le nebbie. Il suo è un invito di poesia; e un invito di poesia è la prerogativa e la finalità di ogni forma d’arte. Chi frequenta il fiume parla di pesca, di barche e di osterie, di vita e di amori. Poesia e colori sono dentro le cose, prima che fuori. Legittimano un sentimento di precisa convinzione morale. Ma oggi ad agitare interessi artistici e spirituali collegati in un qualche modo all’immagine dell’Adda non sono più i cantori del verso o i seguaci del colore, bensì una categoria più equivoca che affida la propria sensibilità e il proprio linguaggio alla istantaneità di uno scatto, alla fotografia appunto. Che non sempre sono solo meccanici o di finzione, anzi, spesso hanno prerogativa di penetrazione e di forza.

Una acquaforte di Teodoro Cotugno

Teodoro Cotugno, isolotto al Ponte di Lodi

 

 

Contrassegnato da tag , , ,