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LE TESTIMONIANZE POETICHE DEL 17ENNE ERMANNO MERLO “Nel tempo della casa” “Borse di stelle” due raccolte che dimostrano quanto è capace il giovanissimo poeta lodigiano

Nel groviglio deI tracciati e dei codici guida delle tecniche interpretative, cosa si può dire di un giovane che alle prime esperienze di scrittura poetica rivela sguardo penetrante e sensibilità acuta e fornisce prove stilistiche adulte e autosufficienti?

“Fonzi Merlo”, alias Ermanno Merlo, è un diciassettenne, studia alle Magistrali di Lodi e da un paio d’anni ha rapporto con la versificazione. Sembra semplice e difatti lui ha deciso che con la metrica non vuole avere niente a che fare. Infatti, scrive poesie di predominante discorsività o di realismo ereditato, in cui ognuno potrà tentare di trovare eventuali tracce e corrispondenze con le esperienze di poeti famosi. Le note che Giacomo Camuri ha scritto per “Nel tempo della casa” e “Borse di stelle”-non appiccicano etichette, dimostrano di quanto è capace il giovanissimo poeta.

Ciò che subito, a noi,  ha chiamato attenzione è l’io-poeta, gli impulsi verso l’umano, poi il fatto di comporre versi brevi e compatti, che a volte suonano come colpi di martello e in altre occasioni dolci, consegnati da parole semplici e profonde.  

Naturalmente nella poesia di Merlo c’è anche altro: la sua poesia non cerca di essere oscura, anzi…; la lettura può essere un osso duro, dipende da quel che noi si cerchi e che non sempre è quello che vuole dirci il poeta. La chiarezza è comunque una regola ben collaudata. Insieme a propositi etici e morali Merlo libera sonorità che danno senso, colore, forma anche a delle “sorprese”. Come a quell’ “Io, forse poeta?, che si legge in una forma “haiku” e che non può essere considerata un inciampo ma è il segno di una esplicita  consapevolezza. Almeno per chi non ha aggirato la definizione “esercizi”  con cui è dato certificazione in copertina a tenaci composizioni dedicate al fermentante mondo della natura: dallo scorrere dell’acqua d’estate alla danza delle farfalle, dai silenzi di una preghiera ai moti di un colloquio interiore…

Le poesie di Merlo hanno tutte  data di nascità,’ incipit tra il giugno 2019 e il dicembre  2020, Avviate alla stampa da “Media&Grafica” di Lodi sono editate in due volumetti  da “Laboratorio degli Artefici” (Associazione culturale di Teatro Scuola Poetica Ambiente e Poesia). Con le illustrazioni di copertina della grafica codognese Sabrina Inzaghi eda Marcello Chiarenza un artista che sta da  decenni  nella figurazione simbolica. Le introduzioni di Giacomo Camuri  rivelano la loro consistenza sin dalle titolazioni: Una voce fuori campo, Dare forza alla vita. Oltre a tracciare il ritratto del giovane poeta dicono molte cose interessanti sulla vita stessa della poesia. A noi non resta che qualche qualche filamento di commento  

Il primo: è la scelta, non convenzionale, di un giovane che si dedica a una poesia di Valori.  Merlo non scrive giochi verbali, consegna una scrittura concisa, essenziale che sfreccia veloce tra pensieri, sentimenti, aspirazioni, emozioni … E non “carica” il lettore con rappresentazioni mentali o contenuti inafferrabili e insensati..

Il secondo: è una fucina di idee. Merlo non tiene nascosto nulla: sogna, si arrabbia, riflette, denuncia, parteggia per l’umanità dolente e tante altre cose che spesso i poeti d’oggi neppure sfiorano. Mentre lui sa rimettere in circolo parole che la poesia ha messo in disuso: intrattiene con le stelle, i tramonti, accende il semibuio che è nel cervello con la bianchezza della neve, i campi e di grano che invocano il sole. I suoi versi contengono un assortimento di inviti: ad  ascoltare il vento, a fermare lo sguardo sul paesaggio, a scrutare le rondini che volano tra i tetti, a godere la pioggia, ad ascoltare la voce del mare. Tutto senza slogan né ad allegorie simboliste, senza vetrine “sentimentaliste” e magniloquenze retoriche.

Il terzo: Non è una poesia chiassosa ne pedante. Raro s’incontri in essa qualcosa di estraneo alla nostra vita. Le parole usate non “dipingono” astrazioni immaginative. Merlo descrive, racconta, commenta. Rallenta solo su dettagli importanti dei giorni di attesa e di quelli di festa.  Ritmo e musica sono dentro.  Nell’uso delle parole si avverte la convinzione del poeta di farsi sentire. Non di “nevrotizzare” il lettore. Ermanno. Detto Fonzi dagli amici, scrive secco, stringato, non introduce dati eterogenei. La via migliore per farsi leggere e conoscere.

Aldo Caserini

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8 MARZO L’OMAGGIO DELL’ “ARCHIVIO LIBRI D’ARTISTA” AL TALENTO DELLE DONNE

 

 

In occasione della giornata internazionale della donna dell’8 marzo prossimo, L’Archivio Libri d’Artista curato a Palazzo Galloni, a Milano, da Fernanda Fedi e Gino Gini,  annunciando la propria adesione a ‘I Talenti delle Donne’ promosso dal Comune di Milano, ha programmato in Alzaia Naviglio Grande n.66, Milano) una esposizione di artiste della propria raccolta, riservata in particolare all’area della poesia visiva.
L’iniziativa vuole essere un omaggio specifico a Irma Blank, Mirella Bentivoglio, Betty Danon, Carla Bertola, Lucia Marcucci, Giulia Niccolai, Kiki Franceschi. Ai lodigiani non potrà sfuggire la presenza in mostra di Fernanda Fedi, Gabriella Benedini. Lucia Pescador. Mirella Bentivoglio, un pugno di artiste note anche nel sudmilano e nel lodigiano per avere presto parte con successo a diverse iniziative svoltesi sul territorio.

 

LE PROTAGONISTE  DI “ARCHIVIO LIBRI D’ARTISTA”

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Bellini Giuliana, Benedini Gabriella, Bentivoglio Mirella, Berardi Rosetta,  Bergamini Luisa,  Bertola Carla, Blank Irma,  Bogliacino Mariella,  Boschi Anna,  Bosco Rosa,  Buttinoni Piera,  Caccaro Mirta, Campesan Sara,  Cantamessa Maura,  Cappanera Loretta,  Carrano Gianna,  Castano Loriana,  Cataldi Francesca, Cibaldi Silvia,  Colombo Angela,  Danon Betty,  Diamantini Chiara,  Di Fazio Laura,  Elbaginelli Liliana,  Emmy Elsa,  Fagini Virginia,  Fanna Roncoroni Maria Pia,  Fedi Fernanda,  Ferrando Mavi,  Finzi Alessandra,  Fonticoli Paola,  Foschi Rosa,  Forster Rebecca,  Franceschi Kiki,  Garbin Ornella,  Gorni Meri,  Gut Elisabetta,  Leonardi Silvana,  Loro Mariella,  Maggiora Olga,  Magnabosco Nadia,  Magni Marilde,  Malato Paola,  Manfredini Federica,  Marcucci Lucia,  Massinissa Anna,  Milani Clara,  Milici Virginia,  Mitrano Annalisa, Morabia Adriana,  Moro-Lin Anna,  Nenciulescu Daniela,  Niccolai Giulia,  Oberto Anna,  Occhipinti Angela,  Persiani Gloria,  Pescador Lucia, Pietta Alfa,  Piluso Ornella,  Pollidori Teresa, Prestento Giustina,  Prota Giurleo Antonella, Quintini Rosella,  Savoi Alba Schatz Evelina,  Secol Mariuccia,  Squatriti Fausta,  Torelli Anna,  Toti Buratti Assunta,  Trentin Romolina, Vancheri Anna,  Verdirame Armanda,  Vitali Rosati Rita, Vitrotto . 

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Alessandro Beltrami e la Secessione viennese

I semi della “rivoluzione dell’arte totale” in una grande mostra a Gorizia-Nova Gorica, nel 2026 Capitale europea della cultura

 

Nel 2026 Gorizia e Nova Gorica, una in Friuli Venezia Giulia, l’altra nella parte slovena, saranno insieme  Capitale europea della cultura. La scelta punta a promuovere due diverse anime della cultura europea e a dare cemento ai gruppi e appartenenze di cultura mitteleuropea.

E’ vero che l’avvenimento prenderà il largo solo tra cinque ann , ma è altrettanto vero che all’amalgama e al crogiolo le due realtà culturali, l’italiana e la slovena, stanno lavorando da tempo, anche se sulla stampa nazionale di questo sforzo per dare luce e richiamo a una città attraversata con vivacità d’interessi per pittura, musica, narrativa,  filosofia, cinematografia, conoscenza, s’incontra davvero poco (almeno per ora). Non si sono accesi i riflettori, neppure. su “Vienna 1900”, considerata la terza tappa di un percorso dedicato alle arti viennesi tra il XIX e il XX secolo, cominciato nel 2005 con Belle Époque Imperiale. L’arte e il design e proseguito nel 2008 con Josef Maria Auchentaller. Un secessionista ai confini dell’Impero.

Un percorso che Alessandro Beltrami, redattore della rivista “I luoghi dello spirito” e di “Agorà”, pagina culturale di Avvenire ha messo in luce  il 29 gennaio scorso con un servizio su la secessione e la sua “estetica rivoluzionaria”.

Giornalista conosciuto per avere avviato, nel 2008, in corso Adda a  Lodi, la “Galleria 08 Arte Contemporanea” insieme a Giorgio Daccò, docente di letteratura e storia dell’arte, e per la collaborazione intrecciata con il f

otografo Antonio Mazza, intesa a fornire una nuova lettura alle immagini di Lodi (es. Il Duomo di Lodi e i suoi tesori. Custode della città, Bolis Editore ) Beltrami prende in esame la mostra “Vienna 1900. Grafica e design” l’esplorandone i contenuti tracciati nel  bellissimo catalogo della Antiga Edizioni (pagg. 140, € 30) e dedicato alla esposizione in corso a Palazzo Attems Petzenstein (fino al 28 aprile): un’opera che illustra, documenta e propone immagini di grande eleganza, in cui  (assenti i quadri), sono libri, manifesti, arredi, moda, oggetti ecc.) a regalare un racconto straordinario che l’autore definisce “bellezza non classica”: una bellezza che gli artisti volevano creare con uno stile nuovo, da poter esprimere la complessità dell’anima moderna.

Con l’intento di promuovere un rinnovamento tanto estetico quanto etico-  fa notare Beltrami -, la Secessione viennese abolì ogni scala di valori tra le arti e puntò a una loro integrazione armonica in un Gesamtkunstwerk.

Del volume. curato dall’arch. Roberto Festi, Chiara Galbusera e dalla sovrintendente dei musei goriziani Raffaella Sgubin, l’articolista mette in risalto, aspetti singolari dell’attività del movimento e dei canali di diffusione del verbo secessionista: dalla rivista “Ver Sacrum”, al ruolo della formazione di artisti-artigiani e arrivare a singole vicende di protagonisti più e meno noti di una delle stagioni più luminose della storia dell’arte. Nel campo della grafica d’arte  Beltrami concentra l’attenzione su Klimt e sul gruppo dei suoi collaboratori, autori di eccellente qualità grafica e concettuale, un invito felice a riscoprire i protagonisti di questa importante pagina dell’arte mitteleuropea chiamata  Secessione viennese.

 

Aldo Caserini

Serata sulla “archiviazione” delle opere di grafica d’arte alla Biblioteca del Seminario di Lodi

Lunedì 29 settembre, alle ore 21, alla Biblioteca del Seminario Vescovile, in via XX Settembre

Teodoro Cotugno nel proprio studio al castello di ZSalerano al Lambro

n.42 a Lodi è programmato un incontro in cui sarà affrontato il tema dell’artista-incisore e quello della catalogazione bibliotecaria delle sue opere grafiche. L’argomento sarà affrontato attraverso la presentazione della tesi di laurea di Valentina Fagnani di Inzago (110 e lode), allieva alla Cattolica di Milano di Paola Verzellati, responsabile della Biblioteca del Seminario di Lodi, largamente nota per le sue pubblicazioni storiche e i suoi studi in materia di Bibliografia, Biblioeconomia e Archivistica.
Come è risaputo Valentina Fagnani sta affrontando l’archiviazione per la biblioteca diocesana della vasta produzione grafica del lodigiano Teodoro Cotugno ( 650 esemplari di acqueforti, maniera a matita, punte secche, maniera nera, monotipi, tecniche miste donate alla Diocesi), nonché di matrici, libri, cataloghi. biografie ecc.  Alla serata porterà un contributo diretto sull’arte dell’incidere lo stesso artista del quale è ben nota la costante di energia concettuale e creativa, la consuetudine operativa e riflessiva nel convertire in tagli, in incavi, in valori grafici e quindi in immagini e in linguaggio. Cotugno permetterà di accompagnare gli aspetti filolologici che saranno affrontati  della Fagnani con qualche curiosità e attenzione attorno la propria stampa d’arte (materiali, utensili, soluzioni acide, carte, tirature). Alcune delle incisioni archiviate saranno esposte al pubblico. La serata è organizzata dalla biblioteca del Seminario, dall’Archivio Storico, dal Museo d’Arte sacra e dall’Ufficio Beni culturali della Diocesi di S.Bassiano.

Libri. “Liquid wordl”: Poesie e pitture di Pietro Terzini. “Guardare in viso ai bambini per ritrovare noi stessi”

Pietro Terzini è pittore, poeta, e, a suo tempo – detto per non perderne memoria – fondatore, col suo amico musicista Renato Cipolla, di un gruppo hobbystico teatrale (sia pure di un certo teatro, musicale), che ha allietato il lodigiano con una serie di spettacoli. Soprattutto è noto per svolgere una attività ultratrentennale di medico psicologo e psicoterapista cognitivo e comportamentale dell’infanzia e dell’adolescenza, professione che è condotta assieme alla moglie Angela Papetti.
Avviato verso i “settanta  (è nato, nel 1949 a Mairago, dove tuttora risiede), Terzini pubblica periodicamente da una decina d’anni libri di poesie. L’esordio risale però a Chiaroscuri diffusi uscito almeno una trentina di anni fa, attività di scrittura poi ripresa dopo una lunga sospensione nel 2012 con Diario di uno psicologico di campagna” e condensata in una raccolta di componimenti realizzati tra il 1991 e il 2014).

Di recente – messi insieme una cinquantina di testi e una trentina di produzioni figurali in parte dedicate a volti di bambini e donne – ha realizzato per i tipi di Youcanprint “Liquid World”. Titolo azzeccato con cui l’anno passato aveva titolato la sua ennesima personale e che ora è stato ripreso per dare corpo e carattere a una colorita combinazione di quadri e poesie. Come l’esposizione all’ex-chiesa dell’Angelo, il lavoro, fresco di stampa, prende spunti da un gruppo di libri (Liquid Life, Liquid Times, Liquid Lov…) del filosofo polacco Zygmunt Bauman sulla postmodernità.
Se la pittura del mairaghino è di derivazione post-pop e si risolve in espressioni descrittive, l’accompagnamento a composizioni tendenti al diario, in cui si allineano, con un eloquio semplice, prossimo al registro del parlato, pensieri, memorie, sentimenti, meditazioni, polemiche rigorosamente preparate e definite negli ingredienti, mantenendo alla lingua il trattamento in cui il mondo e la realtà in cui nasce ( cosa che ai frequentatori quali noi, di parole archetipe e manipolate ricavate da paludi mentali, può  sorprendere). offre  spunti di riflessione che impongono una lettura lontana da ogni tentazioni verniciaste da giudizio strettamente letterario. Le immagini e le parole di Terzini restituiscono infatti una catena di atmosfere sull’attuale situazione mondiale di precarietà; sfruttamento, crisi ambientale, diritti umani violati, libertà, srotolate dall’artista insieme una serie di comportamenti umani che ci qualificano :”spettatori in platea” (In Questa società, pag.4 ); “corridori bolsi”  di una “ civiltà moribonda” ( in Today, pag.7 ); dominati dal “gusto di avere” destinato a durare  “sempre meno” mentre ”la dipendenza aumenta”( in Vorrei possedere, pag.8).

Liquid World è una raccolta che aiuta ad affrontare il sentimento di avversità e rabbia sobillato e rinfrancato dalla meticolosa espressione di marca sociopolitica; offre una lettura che aiuta a “curare” l’errata convinzione di chi siamo con le nostre generalizzazioni negative sul nostro prossimo, basate su criteri di valutazione discutibili quando siamo chiamati ad affrontare difficoltà, dolore e confusione, cercando ragioni dove non possono essercene, neppure ricorrendo allo psicologo: “Ragazza/ piangi d’amore/e parrai meno barocca/con più  silenzio/ gracile/   divinamente donna” consiglia il poeta in Gaia (pag. 10). Confesserà poi lo psicologo “Mi sento un po’complice /nel curare talvolta/ ferite che sono / segni di malessere/derivanti dall’adesione esagerata/a questa società…(in Il mio mestiere, pag. 11).
Il confronto coi temi urgenti dell’attualità e della quotidianità  è presente in quasi tutte le composizioni di Terzini: Pane quotidiano, Sul Corso, Selfie, Sono disconnesso, L’Altro, Il Caffè, Un vecchio e un bambino, Dall’oblò della nave. Al di là del muro, Gallina nera, Sogno, Donna, Volti…  I volti, ecco su cui egli rinsalda il rapporto poesia-pittura. Ai volti –  volti di bambini, di donne, di madri – sono dedicate in gran numero le riflessioni e i richiami di Terzini. Si tratta di volti che messi in pittura sfidano, mettono in discussione certezze, evidenziano la nostra incapacità di condivisione, di fratellanza. “Il volto non si può uccidere”, “parla”, rompe il “cerchio”, ci dice: “eccomi!”. Raggiunge con la potenza critica che instilla dubbi.

Nelle poesie di Terzini, come peraltro nelle sue pitture ( “Laudato si”, “Capelli sciolti”, “Bambine nell’erba”, “Gemelli separati”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Bambina soldato”, “Pietro e Amir”, “Cielo e mare”, “To eat or not to eat”, citiamo solo alcuni dei titoli dei suoi quadri) le parole non inseguono la suggestione lirica, non ricercano una lingua diversa (enigmatica, simbolista, post-simbolista, ecc.), non fanno esercizio di sperimentazione sul linguaggio, non si abbandonano al flusso labirintico della vita psichica e dell’immaginario). Le sue parole non hanno un rapporto critico-dialettico – di avanguardia, sperimentale, sublime, orfico, aristocratico –; sono autentiche di uso corrente quindi immediate, piegano il linguaggio poetico a un livello di tirocinio autonomo dai registri espressivi, approdano alla semplificazione dell’io narrante; liberano dall’estetismo letterario; lo fermano sui fatti quotidiani: internet (Hikikomori”, pag. 13), le tonalità uniformi delle passeggiate sulla via centrale (Il Corso, pag.17), le regole e comportamenti aberranti nella società. Pur con qualche aritmia nel motore e ingenuità per via di definizioni “stecchite”,  Terzini sembra far affiorare la convinzione che è stata di Brecht, e cioè che la poesia (e congiuntamente la pittura) non deve cercare la bellezza ma la verità.
La sua pittura-poesia è infatti un’arte da “capire”, nel senso che va prima “sentita”, in essa non ci sono evocazioni magiche, estasi del verbali e del visibile, vapori musicali; immerge in un flusso di pensieri e immagini che mescolano fatti, sentimenti, avvenimenti, mode, interessi, convinzioni. In modo che le linee narrative  intrecciandosi lasciano la convinzione che gli uomini stanno irrimediabilmente rovinando il mondo in cui vivono, decisi a farla finita con l’umanità intera. Non c’è  materiale cromatico. Nei quadri c’è il colore, che a volte è intenso, brusco, privo d’ ombre (salvo eccezioni), ma non da stringere nel senso del tonalismo.

Terzini è autore castigato, che ha rapporti di senso etico e morale, di intensi legami familiari come si capisce nei versi dedicati alla madre e al padre  (pag.65); è un artista convinto che l’uomo debba preoccuparsi del proprio lavoro, del proprio tornaconto, ma anche del destino di chi gli sta vicino. Il che in tempi di trumpismo, razzismo, sovranismi e “fabbricanti di paure” che “soffocano la solidarietà”, non è poco.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: TINO GIPPONI critico d’arte. Tutto cominciò con Achille Funi

Il critico d’arte Tino Gipponi

L’esercizio della critica d’arte è un’esperienza semplice, senza difficoltà? Tanti vi ambiscono, tanti si spacciano tali sui social, tanti praticano la disciplina senza neppure sapere che essa reclama, dedizione, studio, aggiornamenti, non solo quindi l’esercizio di scrivere ma il combinarsi problematico di occhio critico ed esperienza estetica, filosofica, storica.

C’è diversità tra la critica e la cronaca d’arte, come c’è distinzione tra l’esperto e il conoscitore. Molto dipende dai campi estetici in cui ci si colloca. Il critico d’arte e il critico letterario muovono su una linea di distinzioni: l’osservazione, la descrizione, la contestualizzazione, l’analisi, l’interpretazione, la caratterizzazione e infine il giudizio; il cronista spesso commenta e distingue sulla base del proprio gusto fornisce un apprezzamento veloce, di compiacenza a sollecitazioni esterne all’opera. Tre fronti si dividono: da una parte sta chi sostiene che: l’arte è conoscenza, sia pure conoscenza di un tipo particolare. Dall’altra chi sostiene che: l’arte è semplicemente fare. In mezzo sono le altre posizioni, compresi i mitografi, coloro che si raccontano per dare sfogo alla propria vanità e senso alle loro aspirazioni.

L’informazione culturale dice quel che c’è, e di quel che c’è chiede ragione; la critica aiuta a muoversi in questo bosco e anche quando si divide al suo interno istituisce un quadro dialogico che aiuta a guardare verso orizzonti più “comprensivi”.

La dimensione critica di Tino Gipponi è quella di una puntuale adesione prima alla “concreta conoscenza” poi a penetrarne la “sintesi espressiva”. In sede critica, più di altre cose, per lui contano “la lettura del lavoro, la testualità delle opere, l’analisi del percorso creativo”. Un metodo che da rilievo “al linguaggio delle forme, alle scelte strutturali, al risultato e alla elaborazione dello stile” Le sue qualità di critico ed esperto sono note dalle tante mostre organizzate e presentate, ma anche da una quarantina almeno di biografie, studi e scritti di artisti locali (Gianni Vigorelli, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno, Felice Vanelli, Mauro Ceglie, Natale Vecchietti, Bassano Bassi). La stessa fedeltà alla propria prassi d’indagine critica la si ritrova nei testi su artisti nazionali (Achille Fiume, Franco Francese, Alfredo Chighine, Enrico Della Torre, Gianfranco Ferroni, Roberto Crippa, Ennio Morlotti, Gianfranco Cerri, Livio Ceschin, Attilio Rossi), nonché nelle pubblicazioni in cui sono presi in esame gruppi, correnti, poetiche, tecniche, linguaggi, fasi storiche ecc (Protagonisti di una amicizia ideale, Grafica, Abc del disegno, L’impressionismo, L’ìnquietudine del volto, La stampa d’arte antica,La collezione Rosa Mazzolin, Maestri del Novecento, Gilardo da Lodi, Pittura e scultura del XX secoo a Lodi e nel Lodigiano, Morire sconosciuto e misero- Carteggio Francese Chighine, L’arte è passione. Da Funi a Capogrossi), ma anche libri in cui affronta materie di soggetti diversi, che lo segnalano per la vitalità e lo spessore intellettuale di scrittore e saggista (Tempo e morte, La veridica storia di M.Cosway, Stato e Chiesa nella Civiltà Cattolica, All’ombra di Dio, Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla, La piombara della vita, Novità dall’archivio Cosway, La poesia di Ada Negri, La maestra Minestra a Crespiatica ). Non di secondaria importanza, dal momento che hanno contribuito a far crescere una certa coscienza critica sul territorio sono infine gli interventi critici redatti per i cataloghi curati per le mostre da lui stesso organizzate (Angelo Palazzini, Mario Ottobelli, Il Segno. Da Picasso a Morandi, Franco Ferlenga, L’ anima del Novecento Da De Chirico a Fontana, Giuseppe Sala, Morlotti Chighine Della Torre Maffi, Bassano Bassi, Ettore Pasetti, Ambrogio Tironi, Dimitri Plescan, Enzo Vicentini, Cristoforo De Amicis, Arturo Bonfanti, Il disegno – Il nuovo nella tradizione, Giuseppe Guerreschi, Francesco De Rocchi, Parole e immagini, Idea per una collezione d’arte moderna, Prova d’autore, Ettore Archinti, ecc.). Tanti interventi e “contributi”, che hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dalla saggistica di argomento biografico, letterario, etico, storico. Materie per le quali non esiste un vocabolario concettuale unico, che a volte costringono la critica ad affrontare l’analisi dei temi con metodo analogico o per differenza, ponendo attenzione ai rischi di deviazione, ai tanti scogli e ostacoli che Gipponi sa superare da studioso, attento nelle analisi alla terminologia di riferimento, con proprietà lessicale, da vero conoscitore e non da semplice amatore svagato, attraverso un metodo che gli permette di impadronirsi dell’argomento o del risultato attraverso lo strutturarsi e il configurarsi del percorso creativo.

Gipponi compirà in ad agosto gli ottantaquattro anni. E’ sul fronte della cultura da almeno una sessantina di primavere. Le sue pubblicazioni di cui abbiano fatto cenno (consapevoli di quante ne avremo “saltate”) costituiscono una ricchezza documentale che ha contribuito a sprovincializzare l’occhio della borghesia e del ceto medio locale. Abitualmente si parla e molto degli artisti,, dei narratori, dei poeti, dei loro lavorio e delle loro scelte. Noi abbiamo voluto l’accento su una vera e propria disciplina che non utilizza gli strumenti del dipingere o quelli del più ovvio punto di partenza letterario, ma quelli dell’analisi e della critica, di cui non si fa mai cenno, ma che richiedono preparazione, tenacia, conoscenza, documentazione e aggiornamento per avere, come Gipponi ha, sempre qualcosa di nuovo e importante da dire, dopo il tanto che ha già detto e scritto.

Aldo Caserini

 

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Nuova serie per “Critica d’Arte”

Artribune (http//artribune.com), testata di arte e cultura contemporanea ha recentemente postato una nota di Marco Enrico Giacomelli dedicata alla nuova serie (la nona) della rivista Critica d’arte, che viene pubblicata in coedizione dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’arte e dall Editoriale Le Lettere, mantenendo il formato della precedente. Giacomelli insegna Critical Writing alla Naba di Milano ed è autore di Art Magazine oltre ad essere direttore editoriale di Artribune. Questo il suo l’intervento:

Figura fra le più rilevanti del nostro Novecento culturale – in qualità di storico e critico d’arte, ma anche di partigiano, antifascista e politico –, Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987) fu altresì il cofondatore di una delle riviste di studio più longeve nel campo delle arti. Risale infatti al 1935 l’atto di nascita di Critica d’Arte, siglato insieme a Ranuccio Bianchi Bandinelli e (pur se la codirezione ebbe breve vita) Roberto Longhi. Allora si trattò di una svolta importante, sia dal punto di vista metodologico che per gli argomenti trattati – Ragghianti, per fare un unico esempio, fra tra i primissimi nel nostro Paese a interessarsi in questo ambito delle opere cinematografiche. Questa lunga e inevitabilmente travagliata storia è giunta da pochi giorni alla sua nona tappa, o meglio “serie”, come si suol indicare per una rivista quando assume una nuova veste, sia essa grafica, editoriale, redazionale… In questo caso, la curatela generale resta salda nelle mani della lucchese Fondazione Ragghianti, e il formato anche, mentre la veste grafica è stata rimodernata e soprattutto il comitato scientifico vede un ampliamento in ottica internazionale. Con una doppia uscita ogni semestre, Critica d’Arte è diretta da Francesco Guerrieri e accoglie saggi di storia dell’arte dalla preistoria al contemporaneo, senza disdegnare contribuiti nei campi attigui dell’architettura, del design, del cinema. Due i formati degli interventi, dai più ampi Saggi alle più brevi Note (tutti sottoposti a double-bind peer review); ma non va sottovalutato l’Osservatorio, che si occupa in prevalenza di politica culturale, nello spirito d’impegno che ha informato l’attività e la vita dello stesso Ragghianti.

Articolo postato da Marco Enrico Giacomelli su Artribune

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PANORAMA ARTISTICO LODIGIANO: Omaggio a Mario Ferrario, “il partigiano”

25 Aprile 2020. La piazza Maggiore è vuota, da lontano risveglia i ricordi “O bella ciao…”. La memoria va veloce a quando eravamo bambini e dalla porta di casa salutavamo il corteo dei partigiani; poi ha una svolta improvvisa e, prende il campo il ricordo del pittore Mario Ferrario, morto dodici anni fa all’ospedale di Reggio Emilia. Era nato a Borghetto Lodigiano nel 1948, dove aveva vissuto con la famiglia per poi trasferirsi a Corano, nel piacentino.
Sentiamo di doverlo ricordare, perché il vuoto lasciato nella cultura lodigiana, in quella artistica e in quella politica e progressista, della quale egli ha sempre comunque rappresentato una frangia minoritaria, si avverte. Manca il suo esempio fatto di impegno, di generosità, di mordente e dedizione; manca all’ambiente artistico la sua franchezza, il suo sapersi esporre senza calcolo né misura, le sue “provocazioni”, le sue passioni.
Qualche giorno prima della crisi che lo avrebbe portato all’ospedale e quindi alla morte mi disse che stava pensando di mettere in un quadro un brano da un blues di Allen Ginsberg. Non disse quale e io non glielo chiesi. “Ho bisogno di poesia, anche se la poesia genera equivoci”.
Dissidente, insofferente del perbenismo ( la mostra che aveva in corso ai Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia ne era una conferma), è stato in pittura e in politica un eretico, fautore di scelte alternative al mercato, alle guerre, alle barbarie, un fustigatore dei benpensanti, del Palazzo, un paladino della povera gente. Temi tutti rintracciabili e da sempre nelle sue tele. Sin da quelle degli anni Settanta, quando ancora praticava una pittura di derivazione pubblicitaria e un paesaggio d’estrazione “mottiana”, ma già sottratta all’effimero, all’ evasività espressivo-contemplative.
Le mappe di quegli anni erano costituite soprattutto dal procedere violento della Storia: la guerra in Vietnam, i conflitti in Medio Oriente, le guerre del petrolio, le stragi di stato in America Latina, il neoimperialismo; poi dai nuovi modi di vita, dalle nuove percezioni, dalla controcultura, dal radicalismo giovanile, dal rock duro… Di tutto metteva ampia traccia nella sua pittura. “La mia vuole essere un’arte dal vivo”, che trasmette in diretta nella testa del pubblico, amava dire, citando Robert Barry.
Nella pratica si è sempre portato dietro lo spirito più costruttivo di quegli anni, quando il suo impegno maggiore era nel sindacato poligrafici e poi in quello degli artisti. Ferrario non ha mai amato la metafora. Non ha mai amato avvitarsi su sé stesso per dire ciò che aveva già detto la storia. Con la sua arte ha sempre puntato al colloquio e alla memoria. E per raggiungerlo ha scelto una pittura che non poteva che essere ciò che è stata: una pittura-cronaca, senza complessità,. espressa con sicurezza di tono e limpidità d’immagine, carica di colore da provocare emozione e mettere in sintonia con le tematiche di pensiero e di opposizione politica.
Figura singolare, ha saputo sorprendere col linguaggio di una pittura contemporanea insolita per tanti lodigiani, ma anche col linguaggio di una pittura che sapeva farsi “anche” politica. Ciò nonostante ha sempre confessato di sentirsi a suo agio nel paesaggio, di coltivare la seduzione dei colori, cose che oggi possiamo leggere come simboli delle affezioni della sua anima, oltre che come strumento per dare “involucro” e forma espressiva all’eccitazione della polemica.
In tempi di caduta dei valori, di crisi della politica e di relativismo etico, non è facile parlare di lui, un’ artista che la sua gente l’ha dimenticato, o forse no. Ferrario, sapeva muoversi controcorrente scandagliare disagi, istanze, passioni del tempo e della storia; leggere in comportamenti, costumi, deliri; indagare tra le pieghe del potere, dell’economia, degli affari, della geopolitica. Sempre facendo pittura, con incursioni tecniche post-impressioniste, pop, attualiste.
Non era stato importante per lui rincorrere il “nuovo” nell’arte, quanto la rappresentazione di quello che accadeva nel villaggio globale; quindi trovare, capire, decifrare i segni, costringendo l’attenzione creativa a non librarsi nel vuoto. Ci manca Ferrario, proprio per questo. Sui suoi quadri si potrà sempre dire o disdire, entusiasmarsi o accanirsi. Ma non che mancassero di specificità culturale. Questo è il momento del ricordo, non della riflessione estetica. Una cosa però la possiamo e la dobbiamo dire: Ferrario è stato di una generazione ricca di voltagabbana. Al verbo che “L’arte non può più fare politica” egli si è sempre opposto testardamente. Ha mostrato il contrario, praticando una pittura che non ha mai preteso l’applauso, ma di far discutere, di vincere i troppi silenzi.
“<Olocausto Auschwitz”, “L’atomica”, “Primavera del ‘45”, “Il Partigiano”, “Il Sessantotto”, “Profughi”, “Malebolge”, “Liberté. Omaggio a Picasso” sono alcuni dei suoi titoli, ma non sono solo titoli. Illustrano elementi essenziali, di denuncia e di ammonizione dove i valori simbolici. Ci piace ricordarlo in occasione di questo 25 Aprile anche per essere stato una sorta di agente visivo dei nostri passaggi epocali.

Aldo Caserini

 

Di come il virus ha offerto nuove modalità di fruizione dei capolavori artistici

Ho trovato interessante questo articolo su Econopoly, lo condivido sperando possa esserlo anche per voi.

Aldo Caserini

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PANORAMA ARTISTICO LODIGIANO: FRANCO DE BERNARDI, TRA GESTO E MATERIA, OLTRE L’INFORMALE E LA CONCEPT ART

FRANCO DE BERNARDI

Il virus (non infettivo) dell’arte e della pittura, Franco De Bernardi, classe 1941, l’ha contratto ancora giovane, frequentando lo zio Carlo De Bernardi, ritrattista e forte disegnatore, dal quale prese anche qualcos’altro della sua storia personale, il carattere, piuttosto chiuso e riservato, da avere attraversato il Novecento lontano dai circoli e dalle correnti, manifestando contrarietà ai palcoscenici e alle liturgie dell’epoca e fu di conseguenza un pittore complesso, che mise in mostra le sue opere solo raramente.
L’avvio dell’attività pittorica di De Bernardi è a “scavalco” tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, mentre in Italia ci si apprestava – in modo decisamente poco accorto -, a gettar via l’arte precedente (detta borghese o anche accademica) mentre sul proscenio si faceva più marcata la frattura tra “arte popolare” e “arte colta” e si affacciava il grave problema di come far vivere una tranche de vie alla pittura, considerato il lipidamento (il lasciar andare) delle esperienze, degli esiti o degli stadi appena avviati.
Al contrario l’’indirizzo della sua pittura consolida le radici con le esposizioni promosse a Codogno dalla Minigalleria di Bellini, che in via Roma andava esponendo autori locali e non (di buon livello), e le prime “uscite” a S. Margherita Ligure, Piacenza, Milano, Cremona, Bergamo. A prescindere dalle prime idee attorno all’arte, egli manifesterà poi scelte di indirizzo personale, che ha saputo mantenere attraverso gli anni e gli sono valse a dare una vigile impronta ad ogni suo lavoro.
Infatti, a parte alcune eterogeneità e multiformità che si possono rinvenire nei lavori titolati fossilizzazioni, ruggini, striature, forze direzionali ecc. che hanno caratterizzato la fase successiva quella d’avvio del suo percorso, le tendenze che hanno animato l’arte degli anni Settanta non sembrano avere trovato adesione nelle scelte immaginative e nei materiali d’uso dell’artista. Le sue ricerche presero a ruotare preferibilmente attorno all’esplorazione delle potenzialità del soggetto-materia, attraverso l’uso bidimensionale di colle, tracce segniche lasciate sulle ardesie, a dare uso e visibilità ai fondi, alle plastiline e tecniche miste.
Si tratta di importanti risultati che non conosceranno le moltiplicazioni dei punti di vista o il bisogno di caratteri ultimativi o insoliti per renderli originali (ma anche a mistificarli). In essi vi sono sequenze forse più nominali o di titolazione affidati ai singoli lavori, che, a ben vederli, sono in buon numero di riferimento materiale, e indicano il passaggio da una tessitura di pura sensibilità a una scelta di richiami naturalistico-materici. Che peraltro, era già stata esplicitata nel ciclo dei collage dedicati sul finire degli anni Ottanta ai fondali marini, alla crosta terrestre, alle civiltà sommerse, all’evoluzione della terra, messi in mostra al Centro Vanoni a Lodi.
Facendo capo all’archetipicità, alle ascendenze mimetiche, a quanto visibile o non visibile, al pensabile e all’avvertito, eccetera i “cicli” di De Bernardi sono entrati ormai in un cinquantennio di attività e di ricerche. A tale proposito, si può dare scontato che l’artista sia stato in qualche caso influenzato dai diversi momenti e linguaggi alternatesi sotto i nostri (e i suoi) occhi. Ma, non c’è dubbio che nella sua intensa produzione le varie espressioni dell’ informale non l’abbiano influenzato da lasciare qualche traccia; come è pure indubbio che vi siano stati artisti che possono avere suggerito fasi del suo lavoro, soprattutto per l’impegno da essi dato all’utilizzo in pittura delle superfici materiche.
Quegli anni, che possiamo approssimare attorno il Duemila, non rappresentarono per il nostro artista una diversità da fargli cambiare il linguaggio. In esso si è avuta solo una ripresa di lucori tonali (in ogni caso sempre intensamente chiaroscurali), mentre l’ oggettivo (se mai ci fosse stato) non può che aver corso sulla linea consolidata della plasmazione della fisicità della materia scaturita dal fare. Invece, di più c’è, disinvoltura maggiore accordata dall’artista all’ immagine (a forme che risultano dai processi maturati attraverso le congiunzioni dei materiali e la sperimentazione dei procedimenti) che conferisce chiarezza, con disinvolturametamorfica, a visioni enigmatiche, contro-corrente, su cui l’artista proiettata l’ansia di un rapporto non contemplativo ma flagrante, di intime e lontane risonanze.
Di tutta la pittura del lodigiano di mezzo secolo, De Bernardi è uno dei rappresentanti più significativi, più storicamente impegnato, non estroso, ma all’avanguardia, sottratto e distante da quelle forme così dette nuove, in realtà unicamente convenzionali. E’ sempre stato un pittore che non attinge a fonti letterarie, preferendo fare con i limiti della pittura, l’ispirazione della materia, le forme forti (o delicate), personali e vitali, coinvolgenti emotivamente e poeticamente, con gli agenti dinamici che creano nell’azione e nella concretezza desiderio, ripercussione, intreccio, idee, metafora, paradosso.
Sensibile alle problematiche artistiche, ma non d impegnarlo direttamente sul fronte dialettico i suoi lavori , fino agli ultimi in cu fa originale ricorso a leghe di alluminio d’uso casalingo, egli accomunano sostrato manuale e materiale, onirico, memoriale, consapevolezza critica e partecipativa e sensibilità lirica ed esistenziale, permettono al fruitore di avvicinarsi a nuovi orizzonti percettivi. Non è poco, ci pare.

Aldo Caserini