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65 ANNI DI INFORMAZIONE GIORNALISTICA. Riconoscimento alla carriera della Amministrazione civica

Ex Chiesa dell’Angelo: Aldo Caserini riceve la targa dal vice sindaco di Lodi

 

Testo dell’intervento  di ringraziamento di Aldo Caserini in occasione  della consegna da parte della Amministrazione comunale di Lodi della targa alla carriera giornalistica per   65 anni di attività:

Sono grato d’essere stato ricordato prima che in qualche altra circostanza inquietante. Obbligato per l’attenzione che amici, colleghi giornalisti, l’ Amministrazione comunale hanno inteso consegnarmi per i miei sessantacinque anni nel mondo dell’informazione.  Sono grato oltre che per me stesso perché considero il riconoscimento una testimonianza al lavoro. Il giornalismo non è niente di singolare, se non per il rispetto che richiede di certe regole etiche e morali. E’ un mestiere che deve molto dalla bottega; una attività non una professione (anche se obbliga all’iscrizione a un Ordine professionale); soprattutto è un carico (di lavoro) che deve tenere conto del sistema di produzione e dei suoi apparati.
Accetto il riconoscimento come una attestazione rivolta a tutti coloro che si dedicano a quell’ impresa che è il giornale; come atto di rispetto verso chi vi lavora e vi si dedica. Lo dedico a ricordo di coloro alla cui bottega mi sono avviato e che voglio citare: Bruno Zanella (Bolettino della Pubblicità e degli Affari), d. Piero Esposti, d. Mauro Pea, d. Luciano Quartieri ( Il Cittadino di Lodi), Giovanni Riu, Luigi Oliva, Age Bassi (Il Broletto) , l’avv.Antonio Ghisi (Lo Sportivo lodigiano) e il musicista Giovanni Spezzaferri ( Arti) che negli anni Cinquanta-Sessanta hanno rappresentato in città un giornalismo di voci individuali, di non comune linguaggio e di molteplici verità. E – cartolina personale – non voglio dimenticare la paziente indulgenza e rassegnazione sopportate da mia moglie Fausta.
In tanti decenni sono transitato attraverso modi e stili diversi di affrontare la notizia: dalla cronaca sportiva al resocontismo delle sedute consiliari locale, dalla nota politica all’economia statistica, per approdare infine al giornalismo culturale, un terreno in cui si coltivano prodotti disuguali: la poesia, la letteratura, l’arte, la musica, il cinema. Tutti con un loro linguaggio e un loro vocabolario.
In questo universo ho scelto la parte del notista d’arte, per distinguere il mestiere dall’attività specialistica vera e propria, rappresentata dagli storici dell’arte, dai critici, dai semiologi e dagli studiosi di estetica.
Rendicontare l’arte e la cultura oggi implica rischi: che quanto si scrive finisca nella noia o nell’inconcludenza, peggio, nell’ incomprensione o nel disaccordo. Incognite, confesso , alle quali non sempre riesco sottrarmi.
A parziale giustificazione il fatto che nell’ultimo mezzo secolo il linguaggio espositivo di riferimento si è composto pieno di significati, di identificazioni e di clichè, di definizioni arbitrarie, di ri-classificazioni eccetera fino al paradosso ultimo: che in generale i discorsi sull’arte, anziché essere costellati da interrogativi finiscono riempiti di luoghi comuni e giudizi usurpanti, il cui retroterra è di sostanza promozionale e pubblicitaria,  non solo condizionato dalla natura amicale dei  rapporti personali e che, raramente, combinano con l’attenzione e la riflessione critica.
Ringrazio perciò Beppe Cremaschi, collega che mi ham dedicato tante parole, ma soprattutto perché ha distinto nel mio lavoro la presenza di ostinatezze e di provocazioni con ho cercato e tento di sottrarmi a posizioni di appiattimento e di consenso non motivato.
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“PIOGGIA LONTANO”/Il libro della moldava Eliza Macadan a “Contrappunti Autunno”

Scrivere  di poesia, è noto, mette sempre un po’ a disagio: i poeti sono un esercito, la loro produzione troppo complicata o troppo elementare, le pubblicazioni selezionate quasi sempre limitate a un ristretto numero di personalità dominanti, le interpretazioni anche, benché negli ultimi tempi qualcosa sembra cambiare.

Pioggia lontano ( Quaderni di poesia “La città ideale”, editrice Archinto, 2017, € 12) della scrittrice-traduttrice moldava Eliza Macadan può far credere già nel titolo a una svista o inesattezza. E’ una “disunione”  precisa in premessa Amedeo Anelli. Inevitabile dal momento che la raccolta esce da una realtà  prismatica di rifrazioni e riflessi,  fatta di schegge e pezzi di accadimenti e di esperienze, di cose e di fatti che fanno immaginare “una esigenza insoddisfatta di risposte” che sbarrano una comunicazione unitaria di senso.

Conosciuta per composizioni in italiano, rumeno e francese la Macadan ha raccolto un discreto interesse dalla critica con “Passi passati”(Jocker, 2016), “Anestesia delle nevi” (La Vita felice, 2015), “Il cane borghese” (La Vita felice, 2013) e trovato risalto sulla rivista Kamen’ di Amedeo Anelli e sul blog di Rai New.

Al suo mondo non si accede se non percorrendo lo spazio che le parole dispiegano attorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose, nella Bucarest del post comunismo emblema di indigenza e di decadimento.  Anelli indaga questo dis-locare, raggiungendo un orientamento e una direzione. Il valore simbolico in cui è racchiudo il senso è rintracciato nella localizzazione puntuale della soggettività dell’ordine sensoriale e di quello razionale, sorgente dei “versi secchi e taglienti” e della modalità particolare di comunicare un  “senso corroso”  trattenuto “alla superficie delle cose e degli atti”.

Quella della Marcadan non è una “poesia di lamento”, di “disillusione” o “smarrimento”, bensì di richiami; raccoglie una proliferazione di immagini che esprimono ansia di pienezza e di vita. Nella nota critica a Pioggia lontano il modenese Alberto Bertoni, docente di Letteratura italiana contemporanea all’università di Bologna – anche lui come Anelli poeta -, coglie dell’opera la significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire “del tutto nuovi” in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”, liberando il canto dall’imperialismo del significante lasciando libere le parole.

Pioggia lontano, sarà il prossimo novembre presentata, con l’intervento dell’autrice, a Contrappunti d’Autunno a Tavazzano con Villavesco, grazie agli Amici del Nebiolo. Amedeo Anelli, coordinatore del programma di ON FA L’OS” – piccolo presidio poetico, intratterrà l’uditorio sulla “ricchezza di richiami”, gli anfratti e i nascondimenti della Macadan, una poetessa che non teme di mettere nell’ incipit di uno dei suoi versi: “Corro da sola / la maratona della poesia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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VARIAZIONI SUL “LIBRO D’ARTISTA” ALL’ARCHIVIO STORICO DI LODI

Cos’è un libro d’artista a cui l’Archivio Storico di Lodi dedica una selezione di Gino Gini e Fernanda Fedi? Chiederlo è più che naturale, i media – attenti a tante estravaganze – non hanno certo faticato a farlo conoscere, neppure come esperienza artistica. Anche se poi, i libri d’artista da noi non sono mancati e con buoni risultati. Basta ricordare gli esempi dotati dai duo Abbozzo-Anelli, Grechi-Arrivabene, Valsecchi-Cotugno, Poletti-Maietti, Biasion-Cotugno, Gini-Oldani, Fedi-Oldani, Beltrami-Cotugno, Casiraghi-Cotugno, Simonetta-Caserini, De Bernardi-Anelli, Morena-Caserini, Maffi-Lajolo e, individualmente, Franco De Bernardi, Gian Franco Grechi, Marcello Chiarenza, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno,  Luigi Maiocchi, Andrea Cesari, Fausto Pelli, Giuseppe Orsini, Piero Manzoni, Gaetano Bonelli, Luigi Novello, Aldo Milanesi, Domenica Regazzoni, Guido Oldani, William Xerra, Mario Ferrario, Angelo Savaré, Amedeo Anelli, Flavia Belò, Museo Stampa Schiavi, Giangi Pezzetti, Assoc. Mons. Quartieri, Franco Prevosti, Gigi Montico,  ecc. C’è chi ha realizzato libri d’artista per la flessibilità, chi per l’ economicità, chi mettendo d’accordo il dato manuale e la stampa industriale, chi combinando sul retro di copertina un acquarello, un’incisione o un collage, un aforismo o una poesia; chi lo ha fatto per realizzare un prodotto accessibile e chi semplicemente per sottrarsi ai meccanismi commerciali; chi lo ha adottato per una visione elitaria e chi per sperimentare forme espressive; chi mantenendo una struttura artigianale, chi avvicinandolo al prodotto industriale; chi per veicolare idee personali. Sono alcune delle caratteristiche che, di volta in volta, il libro d’artista può assumere.
Se però si vuole una definizione in senso stretto è d’obbligo prenderla da Anne Moeglin-Delcroix, autrice della Esthétiques du livre d’artiste e di “Sur le livre d’artisdte:Articles ed écrit de circostanze 1981-2005”in cui definisce i libri d’artista: “Quei libri che sono in sé opra d’arte e non strumenti di diffusione di un’opera. Questo implica che il libro non sia soltanto un semplice contenitore indifferente al contenuto: la forma-libro è parte integrante dell’espressione e della significazione dell’opera realizzata attraverso il libro stesso”.
I libri d’artista non si trovano in libreria. Realizzati di preferenza manualmente, con tecniche e materiali poveri, hanno tiratura limitata, in qualche caso unica, abbinano disegni, acquerelli, interventi di grafica a testi e poesie. I percorsi che portano alla loro realizzazione possono essere i più disparati, moderni e tradizionali, pratici e intellettuali. Lo si vedrà alla esposizione che Gino Gini e Fernanda Fedi, titolari dell’Archivio Libri d’Artista di Milano presenteranno all’Archivio Storico di Lodi, fornendo esempi anche di come il libro d’artista può essere realizzato con tipologie diverse (libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box, libri preziosi, minilibri, libri maxi), da sfiorare la sfera della percezione visiva quanto di quella tattile.
Negli ultimi lavori la Fedi impagina grafemi antropologici, combina concettualismi e incantamenti grafici, mentre Gini persegue la sua diversificazione del linguaggio attraverso immagini e scritti, piani e tipologie tecniche in chiave di poesia visiva.
I due artisti saranno all’Archivio Storico dal 16 al 30 settembre. L’evento è procurato da Archivi-Amo, Kamen’ e Amici del Nebiolo. All’inaugurazione (sabato 16 settembre, ore 17) assicureranno il proprio contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. Sarà inoltre presentato il nuovo libro di Fedi e Gini delle Edizioni Piccolo di Livorno.

 

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“La Stagione delle Mostre” alla Banca Centropadana di Lodi

TINO GIPPONI FA RISCOPRIRE
L’ARTE DI ALFREDO CHIGHINE

ALFREDO CHICHINE:
“Tramonto”, olio su tela 63 x 70, anno 1957

Dice Jasper Johns a “Lettura”: L’arte è molto meno importante della vita, ma come sarebbe povera la vita senza di essa”. Non è l’unico ad averlo detto e spiegato. Prima di lui, i frequentatori delle sorelle Pirovini a Brera, o del caffè all’angolo tra via Broletto e corso Garibaldi, l’hanno sentito dire, con altre parole ma il senso era quello, da Alfredo Chighine, pittore milanese di famiglia sarda, protagonista negli anni Sessanta-Settanta della stagione dell’informale (dal critico Francesco Arcangeli interpretato come un attraversamento, una relazione fra uomo e natura, tesi peraltro respinta da altri , tra cui Franco Francese, per il quale l’arte di Chighine era “tachisme e basta”), morto poco più di una quarantina d’anni fa all’età di sessant’anni per una trombosi cerebrale.
Ora, il critico Tino Gipponi, uno che ha sempre affrontato i problemi che riguardano l’arte con un orizzonte non provinciale, affiancando l’attenzione per il linguaggio dell’analisi critica al perfezionare uno stile personale con cui confutare gli eccessi di esemplificazione e di giudizio che s’incontrano in pittura, ha in preparazione a Lodi una “Stagione delle mostre” in grado di offrire riferimenti dettagliati e organizzativamente motivati, e tra questi una antologica di Alfredo Chighine.
L’ offerta è resa possibile dalla collaborazione con la Banca Centropadana che ha deciso di dedicare un proprio spazio nella sede di corso Roma a Lodi a esposizioni di alto contenuto, di sicura concentrazione di messaggio culturale, di artisti, anche se locali, che hanno raccolto e accolto positivamente l’impronta “intrinseca” del proprio tempo.
La “stagione” riserva una quantità di sorprese. La prima l’abbiamo già anticipata: sarà appunto di un artista di razza genuina, che Gipponi ebbe modo di conoscere e frequentare nel suo studio di corso Garibaldi a Milano e al quale dedicò anche un libro, “Morire sconosciuto e misero – Il carteggio tra Alfredo Chighine e Franco Francese” (Motta Editore, 2005), in cui è messo sotto i riflettori un periodo di dialettico rapporto di Milano con quanto avveniva in Italia e all’estero e si recupera la figura di Chighine, finita in ombra dopo le antologiche alla Permanente (1977) e a Palazzo Reale (1989).
Negli anni Sessanta mentre nelle gallerie milanesi dominavano le posizioni personali di Dova, Crippa, Vacchi, Mandelli. Milani, del pavese Moreni, del veneziano Vedova, del perugino Burri eccetera, oltre, naturalmente agli espressionisti astratti statunitensi insieme ai postumi del Novecento italiano, ai neorealisti di Corrente, agli astrattisti Melotti, Reggiani, Rho, Licini e il gruppo dei francesi, in una Milano sommersa dal dilagare delle “pose”- dai tanti “falsi maledetti e imborghesiti carrieristi”, come li definiva Franco Russoli allora direttore della Pinacoteca di Brera, Sovrintendente ai Beni artistici della Lombardia e docente di storia e stili al Politecnico – Alfredo Chighine ha affrontato un percorso alternativo, di ponte con le nuove leve.
Oggi il suo nome è purtroppo nuovamente caduto in dimenticanza da parte del pubblico e della critica. Non senza un intento “provocatorio” Gipponi lo riprende e ciò costituirà la sorpresa per molti. La sorpresa di vedere quadri in cui si fondono l’appassionata ansia di superare gli azzardi delle vacue avventure e un linguaggio in cui è mantenuto il carattere lirico dell’artista, dimostrando un cammino fatto di qualità linguistica, acutezza d’indagine, senza giochi di gusto, senza fioriture decorative, senza intellettualismi, senza richiami o nostalgie accademiche.
La mostra che Bcc Centropadana si appresta ad offrire ai lodigiani e più ambiziosamente al pubblico lombardo è destinata a rivestire i caratteri di una vero e proprio “evento”.
Curata da Gipponi, che è uno dei migliori studiosi di Chighine, forse uno dei pochi che ha saputo dedicargli una chiave di comprensione e di interpretazione, l’iniziativa promette di far ritrovare attraverso gli elementi del suo percorso pittorico i valori del suo procedimento teorico e pratico – la qualità, la poesia, l’espressione delle variazioni e delle reazioni – da far meditare sui valori e sui destini della pittura e sul clima storico che vide il pittore protagonista inimitabile.

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Giuseppe Secchi, la fotografia tra presente e richiamo del passato

 “FRAMMENTI” DA CUBA  DELLA COMPAGNIADI BALLO DI CAMAGUEY

 

Può apparire anche strano che un fotografo, Giuseppe Secchi, noto per l’impegno dedicato alla fotografia creativa, ritrovi richiamo e poesia in “scatti” di inclinazione esaurita, è segno di quanto un certo linguaggio visivo sia stato dimenticato. Secchi l’ha recuperato con un numero scatti e stampe in “fine art” su pvc di formato quadrato 80×80 con ottimi risultati qualitativi, senza perderne le caratteristiche. Riprendono momenti delle prove del Corpo di Ballo di Camaguey a Cuba in preparazione dell’opera Carmen di Bizet.
Contrariamente ai precedenti lavori egli è tornato a quello che ( normalmente ) s’intendeva per fotografia: captare “l’attimo”. Che uno specialista dopo essersi avventurato nella ricognizione di modelli contemporanei, riscopra il richiamo e la suggestione del linguaggio originario, recuperi il piacere del bianco e nero per “narrare” figurazioni cariche di enigma e di pathos come quelle del balletto può sorprendere non più di tanto conoscendo la sensibilità con cui Pino Secchi si è sempre mosso sin dai tempi delle prime uscite pubbliche da Giovanni Bellinzoni al “Gelso”.
Nelle ultime immagini egli prova a ricavare indicazioni di genere letterario da un altro linguaggio artistico – il ballo, appunto- cementandosi nella rapidità dello scatto sino a sedurre passando dalla prima alla terza persona, conferendo altri sentimenti e racconti. Per farlo se ne è andato a Cuba a ritrovare nuovamente la forza e la febbrile autorità del momento – dell’istante, del tempo, del batter d’occhio – dove ha ritrovato insieme il gusto per il bianco e nero, l’invenzione della narrazione.
In una serie di istantanee   include e associa immagini con appassionata agilità e un temperamento orientato a dare senso e interpretazione al proprio modo di vedere. Vale a dire quel che diceva Susan Sontag: “La fotografia è, innanzitutto, un modo di vedere. Non di farlo”.
Nel servizio Secchi raccoglie “frammenti”. Accumula barlumi. Non ferma novità, ma l’indomita autonomia del dettaglio. Niente di provocatorio o di trasgressivo, nelle immagini c’è l’istante fermato, ovvero quel qualcosa che tende ad ampliare il mondo del ballo, a registrarne le forme, ma anche l’ apparenza, il confine dal reale. E’ un modo di vedere, che consiste di vedere per framment, che trovano il momento unificatore nella luce dei bianchi e nello scuro del nero, nella loro incisività profonda su ciò che siamo abituati a cercare nella fotografia.
In un momento in cui essere contemporanei vuole dire essenzialmente essere omogeneizzati, standardizzati Secchi, ritornando al b/n rompe con certa comunicazione di massa, di intrattenimento standardizzato.
Magari, in tutti gli scatti non è convincente, ma che da tale scelta si possa ricavare un diverso piacere e una qualche illuminazione è innegabile.

 

 

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Attilio Maiocchi pittore sensibile ed esperto a cinquant’anni dalla morte

Tra qualche mese saranno cinquant’anni che Attilio Maiocchi ha terminato il suo percorso di vita. Nella pittura lodigiana ha rappresentato una pagina del Novecento senza le spinte della modernità, rispettosa del passato e scrupolosa e prudente, di caStità formale. Allora in città giravano i nomi di Zaninelli, Vailetti (Giuseppe), Migliorini, Monico, Vecchietti, mentre sul territorio muovevano quelli di Belloni, Novello, Groppi, Carrera, Brambati, Spelta.
Tenendo conto che l’apparato critico delle iniziative a lui dedicate (la retrospettiva del 1969 al Museo Civico di Lodi, curata dalla Società Storica Lodigiana; quella del 1978 al Salone dei Notai della Pro Loco e della Familia Ludesana; quella del 1988 del Circolo San Cristoforo; e quella del 2000 all’ex-chiesa dell’Angelo) hanno fornito rapidissime sintesi delle connessioni della sua pittura, una eventuale nuova “rievocativa” riproporrebbe probabilmente gli stessi problemi di definizione filologica e di semiotica figurativa del pssato.
L’immagine che si ricorda di Maiocchi è di un artista del suo tempo, contagiato dall’esercizio della pittura, e, insieme, dalla meticolosa ricerca della qualità visiva; di un professionista affidabile, che tendeva a dare di sé i due poli di una conoscenza fattiva, pratica della tecnica e la spiritualità del prodotto finale in stretto legame dialettico.
Solo la padronanza del “come si fa” , della materialità dell’opera – ci disse una volta che eravamo con Ugo Maffi nel suo studio di via XX settembre – è in grado di garantire la qualità di quel prodotto intellettuale che è l’opera di pittura.
Come vi è riuscito possono bastare i ritratti e alcuni paesaggi.
Maiocchi fu pittore dalla attività intensissima (ben oltre duecento i ritratti, più vicini ai cinquecento i paesaggi di tutte le dimensioni). Provava gioia nel dipingere e questo spiega il suo frenetico comporre: un’attività partita nel 1919, con l’ingresso a Brera, dopo il militare, ma già praticata da ragazzo, riservandogli più tempo di quanto non dedicasse a far barbe nel negozio del papà.
Degli anni Venti, Trenta e Quaranta, non si conosce molto, o quanto meno si conosce in misura insufficiente e imperfetta: alcune acqueforti degli anni Trenta, qualche ritratto (quello all’Alciati (1927). suo maestro d’ accademia, (1927), un autoritratto giovanile (?), quello da “maturo” (1923), quello della moglie Nilla, il ritratto del padre (1924), quello del “Vecchio” (1927), con cui vinse il premio del ministero alla P. I., quello della suocera (1934), del prof. Lorenzetti (1938), delle figlie Anna e Gabriella bambine, quelli che stanno nella quadreria dell’Ospedale); eppoi, qualche natura morta, qualche paesaggio di Fiera di Primiero, del Lago di Garda, impressioni della laguna veneta, un gruppo di oli localmente importanti come “L’arcata del ponte sull’Adda” (1930) “Mura di Lodi” (1935) , “L’Adda al Geraletto” (1937), “Piazzale della Stazione Ferroviaria” (1936), “La chiesa di San Francesco”, “Il Protiro del Duomo di Lodi”. Un nuovo “omaggio” potrebbe far compiere qualche passo avanti utile A tracciarne la storia pittorica, approfondirne i caratteri e le componenti stilistiche, indagarne i contorni, le tecniche, le influenze, il gusto. Ma servirebbe prima un censimento generale della sua produzione.

 

 

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Gigi Montico al Caffè Letterario: prosegue l’avventura ludica

L’interesse di Pierluigi Monticane (alias Gigi Montico) per la matrice surreale e qualche attrazione dada è nota, ma questa volta non confonde molto della sua esperienza coi mentori delle fasi surrealiste; e meno ancora con coloro che hanno impresso un timbro a esperienze posteriori e susseguenti: astrattisti, informali, suprematisti, costruttivisti, produttivisti, naturalisti (accademici e non), alchimisti, azionisti. “bad” e tutte le altre classificazioni procurate dal turbinio della pittura degli ultimi cento anni. Nelle tante presentazioni sul territorio che si possono ricordare (Postino, Casalpusterlengo, Dovera, Lodi, Melegnano ecc.) e che lo hanno consacrato artista abile, scaltro, spregiudicato, audace, di padronanza del mestiere, di ogni tendenza, che gli permette di fare, quel che fa, quel che più vuole e piace, imbevuto della nostra epoca. Quelle dell’artista di Dovera sono sempre rappresentazioni dai connotati molto personali, che lo hanno reso in parte atipico nel nostro panorama. In occasione delle ultime uscite lodigiane aveva offerto una sintesi definitoria che può valere per la nuova esibizione al Caffè Letterario in programma dal 25 agosto prossimo: faccio pittura ludica : “Il valore che do alle mie opere sono nella simbologia che portano in sé o in quella che il pubblico intende riconoscervi”.

Gigi Montico: Mare Nostro 1

Montico trae spunto e trova motivi nella comunione dell’uomo con la natura, in una sorta di rivalutazione non intellettualistica del rapporto con il vivere, preso anche a simbolo di quel desiderio che è radicato nella condizione umana e che esprime la tensione dell’uomo verso l’equilibrio e non alle lacerazioni. Natura poliedrica ricongiunge strade diverse: l’uso del colore, del segno, del gesto, dei materiali e della materia, designandoli a stimolatori della fantasia. Non è tuttavia la “poetica” a richiamare attenzione su di lui e sulla sua produzione artistica. Interessa più il risultato che scaturisce da questa posizione: una pittura senza insolenze, in cui la chiave “liberatoria” è nella affermazione più che nella negazione; costruita con una espressività attenta non alle nevrosi o all’ubriachezza tematica, ma alla poesia., spesso assecondata da una tendenza al “recupero” o al “richiamo” di una ricerca di rapporti meno convenzionali con la realtà.Montico non inventa, elabora. Nelle invenzioni compositive convergono le modalità di una lunga esperienza e una serie di elementi e dati originali con cui l’autore infervora le sue rappresentazioni, raggiungendo con inedite sospensioni temporali una visionarietà in cui è possibile rintracciare finanche allegorie, deliziate da fantasia e dense di pathos.

GIGI MONTICO: Caffè Letterario Biblioteca Laudense, via Fanfulla – La bohéme de Paris – Dal 25 agosto al 10 settembre – Inaugurazione venerd’ 25 agosto ore 18.
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“FUORI ASSE” / Amedeo Anelli sul silenzio di Roberto Rebora

 

Fuori Asse  è un periodico bimestrale diretto da Caterina Arcangelo, nato a Torino attorno a Cooperativa Letteraria di cui è fondatrice e presidente la stessa Arcangelo. Il nome della quale suonerà forse nuovo ai nostri lettori  ma non agli addetti ai lavori e non ai lettori di Kamen’ che nel numero 51 possono apprezzare un suo commento alla costellazione dei riferimenti che Paolo Febbraro poeta, critico e prosatore rimanda ne “I grandi fatti”.
Il progetto della rivista è portato avanti da Mario Greco, che da quattro anni ne è il direttore artistico e si occupa sia del progetto grafico che della particolare sezione dedicata al fumetto d’autore. Concretamente Fuori Asse esprime l’ambizione di poter essere “un punto di riferimento” per gli appassionati di libri e di arte; è senz’altro una rivista che merita d’essere letta e conosciuta per l’ ammirevole lavoro che gli dedicano i curatori delle singole sezioni: Nando Vitale (Riflessi Metropolitani), Sara Calderoni (Il rovescio e il diritto), Silvio Valpreda (La fotografia non è un telefono), Claudio Morandini (cura la sezione dedicata alle novità editoriali promosse da Cooperativa Letteraria), Marco Annicchiarico (Il garage del sergente Pepe), Vito Santoro ( Alphaville Cinevisioni), Pier Paolo Di Mino (Biblioteca essenziale di Terranullius), Alessandro Baito (Palcoscenico e Parola), Cristina De Lauretis (Istantanee).
Nel numero fresco di stampa la sezione Il rovescio e il diritto ospita un intervento di Amedeo Anelli dedicato al tema del silenzio in Roberto Rebora a venticinque anni dalla scomparsa e ripropone da Kamen’ un estratto del saggio di Mariapia Frigerio su Paolo Poli oltre a un testo dell’attore-scrittore.
Nipote del famoso Clemente e conosciuto come poeta grazie a Schewiller, Anelli si occupò di Rebora cinque anni fa con “Qui sto e tu? Interrogazioni sulla poesia di Roberto Rebora” (Lucca, Zona Franca) in cui tra l’altro lo ordinava “fra i maggiori e misconosciuti poeti italiani del Novecento”.
Approfondendo le ragioni del silenzio nella sua scrittura Anelli ne coglie la “tecnica interna”: “la tramatura dei non detti e dei sottintesi” e l’affidarsi alla essenzialità della scrittura, che crea sintesi di immagini e giri di frasi “anch’esse plasmate dal silenzio”.
“Il silenzio costituisce il sistema di respirazione della sintassi poetica di Rebora”. A conferma, Anelli cita una immagine da “Il momento” (Milano, Scheiwiller, 1983, p.27): “Non c’è bisogno di nulla/ da sempre/ lo sai/ ed il fruscio del tempo/ che va via/ non può che essere così/ qualcosa di simile al silenzio/un vuoto colmo di segni…” Nei versi del poeta il direttore di Kamen’ vi legge un “linguaggio veritativo”, fatto di “verità interiore ricercata”, che riconduce idealisticamente l’essere al pensiero: un “appressarsi alle cose, che è anche approfondimento”, l’avvicinarsi “ad una dimensione vitale, non racchiudibile in formule o ossificazioni”.

 

 

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Libri d’Artista, una antologica di Fernanda Fedi e Gino Gini all’Archivio Storico di Lodi

L’iniziativa promossa da Kamen’, Associazione Archivi-Amo, Amici del Nebiolo
L’inaugurazione a settembre (sabato 16 ore 17) con le presentazioni
di Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli

I libri, o più esattamente l’editoria libraria, appartengono ai secoli della modernità. Ma per dirla semplificando Cesare De Michelis, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e collaboratore dell’inserto “Domenica” del “Sole24ore”, quella modernità si è ormai trasformata.
Per molti esperti non solo ha perso peso ma anche autorevolezza. C’è però un “filone” creativo che senza progetti prescrittivi ambisce a un primato di natura precipuamente estetica: il libro d’artista. Considerato da molti un estro fantasioso impostosi in tempi di subbugli e instabilità in cui traballano molti (troppi) libri non necessari così come anche molti prodotti dell’espressività attualistica, i libri d’artista si oppongono con le armi dell’ arte, l’ impronta diversa, la folta confluenza di circostanze alla frattura tra arte e vita
Sulla strada di Angiolieri e del Burchiello è possibile incontrare Gino Gini e Fernanda Fedi, due meneghini uniti nella vita e nell’arte, che non perdono occasione di creare libri d’artista dominati di volta in volta dall’elegia o dal pensiero filosofico o dal frammento iconico-ideogrammatico-scritturale-pittorico, che prendono per la gola raffinati collezionisti.
I loro nomi sono affermati a livello europeo, posizionati in modo autonomo, senza eccedere a snobismi né a consumismi. Noti lo sono anche ai sudmilanesi e ai lodigiani per avere animato con esposizioni a Cascina Roma a San Donato, “Semina Verbi” a Casalpusterlengo, “Il Viaggiatore” a Sant’Angelo Lodigiano, La Biennale d’arte a Lodi. Nella loro molteplice e varia produzione artistica l’esperienza del “Libro d’Artista” si colloca in posizione non secondaria: Gini è promotore, teorico, storico e archivista, e, insieme a Fernanda Fedi, ha realizzato a Milano l’unico Archivio Nazionale dei libri d’Artista. (Archivio 66. Libri d’Artista). In oltre una cinquantina d’anni ù stato raccolto e catalogato più di un migliaio di libri di tipologie tecniche diverse: libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box libri preziosi, minilibri.
Negli ultimi “Libri d’Artista” prodotti direttamente, la Fedi sviluppa frammenti dai significati antropologici. Orienta forme visive impaginate di grafemi, in cui l’occhio coglie richiami sacrali, magici e rituali in un fitto combinarsi di concettualismo e di incantamenti grafici. Non diversamente la riflessione suggerita da Gini, che sviluppa una diversificazione del linguaggio attraverso lo svolgimento del possibile. In “contrappunto” una pluralità di immagini e scritti di accompagnamento, di piani e tipologie tecniche che conferiscono peculiarità in chiave di poesia visiva.
Fedi e Gini saranno coi loro libri d’artista all’Archivio Storico di Lodi in via Fissiraga dal 16 al 30 settembre con una “Antologica” destinata a documentare la produzione tra il 1974 e il 2017. L’evento è procurato dalla collaborazione congiunta della Associazione Archivi-Amo, della rivista semestrale Kamen’ e della Associazione culturale Amici del Nebiolo di Tavazzano. All’inaugurazione, già in calendario per le 17 di sabato 16 settembre, porteranno il loro contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. In tale occasione verrà presentato il nuovo libro d’artista realizzato dalla Fedi e da Gini, pubblicato dalle Edizioni Piccolo di Livorno nella collana “Memorie d’artista”.

 

 

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LA TERRA INQUIETA: Fare arte parlando di problemi

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Abitiamo l’età della tecnica e ci proponiamo di salvare la natura, ma intanto dimentichiamo le sorti dell’uomo, non raccogliamo il grido lacerante di chi è intento a fuggire dalle tragedie della guerra e della fame.
Dobbiamo riconoscere che tutto ciò che nasce all’interno di scenari divaricanti, c’è una parte destinata, alla crudeltà degli egoismi individuali, sociali, nazionali ? Dobbiamo rassegnarci all’accusa di Silenio: stirpe miserabile ed effimera… perché costringi a dirti solo ciò che per te è vantaggioso?
Gli spazi della Triennale di Milano ospitano fino al 20 agosto prossimo una mostra di artisti egiziani, turchi, albanesi, iracheni, siriani, marocchini, eccetera, tutti con radici in territori inquieti e sofferenti, dove le parole guerra, odio, accanimento, paura, vergogna, colpa uniformano questo tipo di pensiero al linguaggio.
In tutto sono sessantacinque artisti e artiste messi insieme da Massimiliano Gioni che firmano installazioni, video, fotografie, materiali, mixage, texture, pitture con cui esplorano geografie reali e immaginarie. L’aspetto più importante e forse anche provocatorio della esposizione è di ricordare (ai fruitori e agli artisti) “che si può e deve fare arte anche per parlare e affrontare questioni di estrema urgenza e non solo per decorare salotti o spazi museali con oggetti costosi e inutili, come invece va davvero tanto di moda”.
La Terra Inquieta è una mostra che parla delle trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale, focalizzata in particolare sulla rappresentazione della migrazione e della crisi dei rifugiati. Ma fissa l’attenzione anche sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici.
Mentre i media e la cronaca ufficiale raccontano di guerre e rivoluzioni viste a distanza, vi sono autori che descrivono in prima persona il mondo da cui provengono. I loro lavori rivelano fiducia nell’arte di raccontare e trasformare il mondo. Dai risultati esposti alla Triennale emerge una concezione dell’arte visiva come reportage lirico, documentario sentimentale e come testimonianza viva e necessaria.
Naturalmente il “mosaico” ricostruisce anche le personalità artistiche degli autori. Impossibile citarli tutti, ci limitiamo a ricordarne alcuni: Liu Xlavdong, El Anatsni, Steve McQueen, Ivanov Pravdollub, Yto Barrada, Adel Abdesseme, Bouchra Khalili le cui opere sono tra quelle di più alto impatto visivo ed emozionale. Il loro è un racconto disuguale, vario, che aiuta a scandagliare realtà non piacevoli, in cui si ritrovano concentrate vicissitudini tragiche e umilianti. Narrano quello che spesso l’informazione nasconde, con note che spesso spiccano più di altre

La Terra Inquieta, a c. di Massimiliano Gioni, Milano, Triennale – Promossa da Fondazione Trussardi e Fondazione Triennale – Fino al 20 agosto. Info: http://www.Tfriennale.org
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