Archivi tag: Formesettanta

Libri. “Liquid wordl”: Poesie e pitture di Pietro Terzini. “Guardare in viso ai bambini per ritrovare noi stessi”

Pietro Terzini è pittore, poeta, e, a suo tempo – detto per non perderne memoria – fondatore, col suo amico musicista Renato Cipolla, di un gruppo hobbystico teatrale (sia pure di un certo teatro, musicale), che ha allietato il lodigiano con una serie di spettacoli. Soprattutto è noto per svolgere una attività ultratrentennale di medico psicologo e psicoterapista cognitivo e comportamentale dell’infanzia e dell’adolescenza, professione che è condotta assieme alla moglie Angela Papetti.
Avviato verso i “settanta  (è nato, nel 1949 a Mairago, dove tuttora risiede), Terzini pubblica periodicamente da una decina d’anni libri di poesie. L’esordio risale però a Chiaroscuri diffusi uscito almeno una trentina di anni fa, attività di scrittura poi ripresa dopo una lunga sospensione nel 2012 con Diario di uno psicologico di campagna” e condensata in una raccolta di componimenti realizzati tra il 1991 e il 2014).

Di recente – messi insieme una cinquantina di testi e una trentina di produzioni figurali in parte dedicate a volti di bambini e donne – ha realizzato per i tipi di Youcanprint “Liquid World”. Titolo azzeccato con cui l’anno passato aveva titolato la sua ennesima personale e che ora è stato ripreso per dare corpo e carattere a una colorita combinazione di quadri e poesie. Come l’esposizione all’ex-chiesa dell’Angelo, il lavoro, fresco di stampa, prende spunti da un gruppo di libri (Liquid Life, Liquid Times, Liquid Lov…) del filosofo polacco Zygmunt Bauman sulla postmodernità.
Se la pittura del mairaghino è di derivazione post-pop e si risolve in espressioni descrittive, l’accompagnamento a composizioni tendenti al diario, in cui si allineano, con un eloquio semplice, prossimo al registro del parlato, pensieri, memorie, sentimenti, meditazioni, polemiche rigorosamente preparate e definite negli ingredienti, mantenendo alla lingua il trattamento in cui il mondo e la realtà in cui nasce ( cosa che ai frequentatori quali noi, di parole archetipe e manipolate ricavate da paludi mentali, può  sorprendere). offre  spunti di riflessione che impongono una lettura lontana da ogni tentazioni verniciaste da giudizio strettamente letterario. Le immagini e le parole di Terzini restituiscono infatti una catena di atmosfere sull’attuale situazione mondiale di precarietà; sfruttamento, crisi ambientale, diritti umani violati, libertà, srotolate dall’artista insieme una serie di comportamenti umani che ci qualificano :”spettatori in platea” (In Questa società, pag.4 ); “corridori bolsi”  di una “ civiltà moribonda” ( in Today, pag.7 ); dominati dal “gusto di avere” destinato a durare  “sempre meno” mentre ”la dipendenza aumenta”( in Vorrei possedere, pag.8).

Liquid World è una raccolta che aiuta ad affrontare il sentimento di avversità e rabbia sobillato e rinfrancato dalla meticolosa espressione di marca sociopolitica; offre una lettura che aiuta a “curare” l’errata convinzione di chi siamo con le nostre generalizzazioni negative sul nostro prossimo, basate su criteri di valutazione discutibili quando siamo chiamati ad affrontare difficoltà, dolore e confusione, cercando ragioni dove non possono essercene, neppure ricorrendo allo psicologo: “Ragazza/ piangi d’amore/e parrai meno barocca/con più  silenzio/ gracile/   divinamente donna” consiglia il poeta in Gaia (pag. 10). Confesserà poi lo psicologo “Mi sento un po’complice /nel curare talvolta/ ferite che sono / segni di malessere/derivanti dall’adesione esagerata/a questa società…(in Il mio mestiere, pag. 11).
Il confronto coi temi urgenti dell’attualità e della quotidianità  è presente in quasi tutte le composizioni di Terzini: Pane quotidiano, Sul Corso, Selfie, Sono disconnesso, L’Altro, Il Caffè, Un vecchio e un bambino, Dall’oblò della nave. Al di là del muro, Gallina nera, Sogno, Donna, Volti…  I volti, ecco su cui egli rinsalda il rapporto poesia-pittura. Ai volti –  volti di bambini, di donne, di madri – sono dedicate in gran numero le riflessioni e i richiami di Terzini. Si tratta di volti che messi in pittura sfidano, mettono in discussione certezze, evidenziano la nostra incapacità di condivisione, di fratellanza. “Il volto non si può uccidere”, “parla”, rompe il “cerchio”, ci dice: “eccomi!”. Raggiunge con la potenza critica che instilla dubbi.

Nelle poesie di Terzini, come peraltro nelle sue pitture ( “Laudato si”, “Capelli sciolti”, “Bambine nell’erba”, “Gemelli separati”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Bambina soldato”, “Pietro e Amir”, “Cielo e mare”, “To eat or not to eat”, citiamo solo alcuni dei titoli dei suoi quadri) le parole non inseguono la suggestione lirica, non ricercano una lingua diversa (enigmatica, simbolista, post-simbolista, ecc.), non fanno esercizio di sperimentazione sul linguaggio, non si abbandonano al flusso labirintico della vita psichica e dell’immaginario). Le sue parole non hanno un rapporto critico-dialettico – di avanguardia, sperimentale, sublime, orfico, aristocratico –; sono autentiche di uso corrente quindi immediate, piegano il linguaggio poetico a un livello di tirocinio autonomo dai registri espressivi, approdano alla semplificazione dell’io narrante; liberano dall’estetismo letterario; lo fermano sui fatti quotidiani: internet (Hikikomori”, pag. 13), le tonalità uniformi delle passeggiate sulla via centrale (Il Corso, pag.17), le regole e comportamenti aberranti nella società. Pur con qualche aritmia nel motore e ingenuità per via di definizioni “stecchite”,  Terzini sembra far affiorare la convinzione che è stata di Brecht, e cioè che la poesia (e congiuntamente la pittura) non deve cercare la bellezza ma la verità.
La sua pittura-poesia è infatti un’arte da “capire”, nel senso che va prima “sentita”, in essa non ci sono evocazioni magiche, estasi del verbali e del visibile, vapori musicali; immerge in un flusso di pensieri e immagini che mescolano fatti, sentimenti, avvenimenti, mode, interessi, convinzioni. In modo che le linee narrative  intrecciandosi lasciano la convinzione che gli uomini stanno irrimediabilmente rovinando il mondo in cui vivono, decisi a farla finita con l’umanità intera. Non c’è  materiale cromatico. Nei quadri c’è il colore, che a volte è intenso, brusco, privo d’ ombre (salvo eccezioni), ma non da stringere nel senso del tonalismo.

Terzini è autore castigato, che ha rapporti di senso etico e morale, di intensi legami familiari come si capisce nei versi dedicati alla madre e al padre  (pag.65); è un artista convinto che l’uomo debba preoccuparsi del proprio lavoro, del proprio tornaconto, ma anche del destino di chi gli sta vicino. Il che in tempi di trumpismo, razzismo, sovranismi e “fabbricanti di paure” che “soffocano la solidarietà”, non è poco.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

ALEX BORELLI graphic designer. Nel nudo femminile la sintesi che conta

ALEX  BORELLI,  lodigiano, classe 1983, diplomato all’Istituto Calisto Piazza e ai corsi triennali di graphic designer alla Scuola superiore di arte applicata del Castello Sforzesco di Milano una ventina di anni fa, non ha coltivato la propria creatività a livello professionale. Oggi preferisce fare il barman al bar  Valente & C  s.n.c, in via Grandi.. Al territorio multiforme della grafica e a tutto quello che costituisce le nuove frontiere dei media digitali, ha preferito sposare una applicazione tradizionale pur  tenendosi aggiornato sulle nuove logiche espressive.
Negli ultimi anni il graphic design è naturalmente cambiato. . Non ha cambiato le proprie scelte di linguaggio Borelli. Solo eccezionalmente (pazzesco!) è sceso nell’arena (o è salito in scialuppa); pur manifestan-do nei suoi fogli una colorata immaginazione non ha mai partecipato a mostre. E’ rimasto fedele a una narrazione fulminea, da graphic short story, che si affida al non detto, all’ allusione e infine alla complicità del lettore, denotativa di una sottile partecipazione dell’io  narrante..  Alex sa “leggere il bello” in ciò che lo circonda, è appassionato di arte e sa cosa fa tendenza: tutte caratteristiche che gli permettono di rispettare nei suoi disegni logiche e dinamiche di gusto e sociali. È un creativo che però impiega la sua tecnica in un particolare campo della comunicazione , senza marchi di tendenza. Non ha un elenco “freddo” di preferenze, di soggetti a cui si dedica.  Il suo orientamento mentale è tutto in un polo: la raffigurazione attraverso la presenza femminile. Un piccolo miracolo se si pensa a quel che produce oggi l’arte e a quel che avviene nella nostra società.

Naturalmente non manca chi non lo segue su questo  terreno Gli artisti sono sempre stati perseguitati da critici consumati o improvvisati, che dicono loro cosa dovrebbe ispirarli nel trattare l’arte, quali generi, suggestioni, afflati, citazioni. Non parliamo dei committenti, che qualche diritto pure l’avrebbero, ma di quei critici  che attribuiscono a un artista di non essere un altro, confermando l’aforisma wildiano, che «Un critico d’arte  trova sempre un po’ di male nelle cose migliori». Oggi, che certe epidemie criticiste che dominavano il confronto tra figurativo e informale e il tutto s’è fuso nei continui aggiornamenti, hanno perso in parte la loro virulenza, anche perché gli esperti  hanno escogitato un monstrum per sottomettere a nuove sollecitazioni gli artisti: il mercato. Che in un tale contesto il nudo femminile abbia una sua attualità “fumettara”, lo si sa da tempo essendo subentrati al posto dell’arte fattori culturali e sociali guidati dalla comunicazione di massa finalizzati al consumismo di una libido fantasiosa e irresponsabile, priva di significato umano e totale. Con la crescita esponenziale dell’ industria della moda e della bellezza si sono prodotti effetti a livello economico e socio-culturali, che hanno imposto veri e propri diktat alle arti visive spostandone l’orientamento da scelte di espressione estetica a scelte di puro godimento, a una iconografia comprensibile anche dalle classi popolari, in cui figure e immagini convergono in una narrazione visiva. Non sorprende, non può sorprendere,  che dopo  la parentesi formativa, pedagogica e didattica  Alex Borelli si sia rivolto alle  alternative proposte dal disegno graphic (con tutto quello che la brevità del termine comporta e la casistica dei sottogeneri ampia, talvolta con contaminazioni sorprendenti), per recuperare una parte disgiunta e differenziata dalla “tradizione”.
Il motivo ricorrente, più o meno sottinteso o esplicito sul piano ideale, attratto da una visione formale di matrice immaginaria è l’immagine della figura femminile raccontata in scene che trasmettono molte informazioni, in cui non sono proprio perdute le antiche tracce di reale e, rivelano la sottile partecipazione dell’artista alla bellezza che  rivela attimi privilegiati.
Nella figurazione dell’artista il femminile costituisce l’aspetto privilegiato.. Prevale in una sintassi immaginaria che spazia e accende luce su “momenti” con  calibrato equilibrio. Per i suoi requisiti il disegno grafico potrebbe raccontare tante cose differenti. Dal reportage a pagine lenzuolo, novel, a soggetti scollegati dall’attualità stretta, anche più personali.

Rompendo con un isolamento volontario lungo quasi venti anni che hanno tenuto l’arte figurale di Borelli in odore di “naftalina”, o di “torre d’avario”,  abbiamo potuto visionare una soggettistica impegnata nella vita, compresa dei comportamenti umani. Soffermandoci in particolare sul messaggio delle figure femminili immaginate, da offrire la rappresentazione di  significati,  emozioni, suggestioni erotiche,  integrate in una forma grafica non pubblicitaria, con risultati che mostrano movimento, plasticità dei corpi, espressioni e gesti misurati, sottratti alla mania degli effetti speciali e alla tentazione meramente decorativa.
Il genere graphic novel praticato da Borelli costringe a cercare la storia dietro al disegno. Non è facile, è una sfida, anche perché magari la storia immaginata non si è compiuta. Di solito è suggerita da un lampo, una specie di intuizione. Probabilmente è il brivido di un racconto che si svilupperà, che non ha ancora un lungo respiro, il passo di una storia, di cui però si avverte l’esistenza del messaggio poetico di energia che irradia con forza, come sorgente.
Alex non imita, non trascrive, non fotografa, modella, lo fa con modernità  di mano e sicurezza, mettendoci il sale di qualche estrosità, adatto a far convivere l’immagine con la comune esistenza. Nel monotematismo c’è una sfida, anche se nell’ itinerario esistono punti diversi di congiunzione: con la dimensione onirica, col rifugio precario di una realtà che ha perso ogni senso di logica e che spera di ritrovare attraverso la magia della presenza femminile. Muovendo controcorrente ai comportamenti dichiarati il “fumetto” (si può anche chiamare così) permette di ritrovare nella testimonianza il documento fondamentale della vita e forse una strada intelligente in grado di sottrarsi ad audaci scorribande di vicende empiriche della sua storia.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , ,

LIBRI: La scrittura narrativa nel lodigiano si rafforza. I nuovi scrittori commentati da Forme 70

Sono parecchi i lodigiani, soprattutto giovani, che in questi due ultimi mesi hanno scelto l’avventura dello scrivere e dei quali  Formesettanta ha “recensito” (Giorgio Magrelli non  ci avrebbe perdonato il termine).
“Scrivi che è la cosa più bella”, mi dissero quand’ero un ragazzino tredicenne, ed io mi misi in testa idee meravigliose. La cosa più bella oggi è che vedo sorgere Il sole. Per il resto sarà anche un piacevole “intrattenimento” o semplicemente, “un non pensare alle morte” come mi disse una volta  Indro Montanelli alla trattoria Camperio”. In ogni caso una fregatura, una trappola,  a volte persino “una galera”. Magari ti rovi anche bene a scrivere  di mostre, di libri, di avvenimenti culturali, come faccio da settant’anni, ma ci sono momenti che maledisci il giorno in cui hai deciso di fare questo mestiere. “Sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini. Naturalmente, altri tempi.  Oggi, se anche dedichi una giornata e più a scrivere di un chicchessia e del suo “prodotto” raccomandato (mostra, libro, evento, artista, poeta, conferenza) manco ricevi un “grazie”. Meglio così, in tal modo, puoi continuare ad essere più libero, d’essere più generoso con chi vuoi tu e fare torto ad altri che non ti convincono.
Metto per iscritto le note redatte negli ultimi trenta giorni così i fedelissimi lettori potranno verificare come abbiamo surfato sull’ onda della leggerezza:

Andrea Faliva:        “Il bel giorno che conobbi Nelson”
Massimo Valente: “Alla fine della strada”
Giampiero Curti: “Pioggia”
Anna Rigamonti: “Apprezziamo
Dario Mondini: “Diario di un perdente di successo”
Aldo Germani: “Due case”
Andrea Maietti: “Giuanbrerafucarlo. Secondo me”
Alan Zeni: “ Baci di AZ”
Emanuele Frjio: “Alibi”
Ilaria Rossetti:Le cose da salvare”
– Luca Greco: “Le strade dell’Apartheid”
Michele Crea: “La mia esperienza col cigno nero”
Fabrizio Arcari: “Orwell”

Sono titoli in maggioranza di scrittori debuttanti, anche se alcuni di loro  hanno già familiarità con lo scrivere. Segnalano che nel campo  delle pratiche culturali gli interessi si stanno spostando. Se aumenta l’offerta di nuovi titoli e tentano di farsi strada nuovi scrittori, vuol dire che cambia anche il consumo (la lettura) di libri. Ma questa è solo una regola di mercato che non serve a raccontare il virus dell’industria editoriale.
Alcuni dei nuovi narratori del territorio affrontati si distinguono per la scrittura, altri per la costanza, altri per saper mettere in produzione narrativa cronache e fatti, altri ancora per la passione con cui si sono schierati, altri, infine, per unire alcune di queste qualità. Se è vero che i talenti del Creatore vanno poi messi a frutto, alcuni degli esordienti ce la stanno mettendo tutta per farli fruttare, affidandosi alla comunicazione, alla pubblicità, all’ informazione, alla promotion.
Sbaglia chi pensa che la prosa sia solo l’originalità di quei pochi che sanno scrivere. E’, invece, soprattutto, del lavoro certosino, maniacale: stendere, cancellare, correggere, limare, stravolgere, arricchire … sostenere (investire) per diffondere il risultato (il libro, oggi detto anche prodotto).
Un libro può essere partorito per molte ragioni: per un bisogno o un travaglio interiore proprio; per la voglia di scrivere, di mettersi alla prova, di cercare evidenza, di comunicare, di sentirsi dire “bravo” o “brava”, di mettere sulla carta quel che si è sentito dire con le proprie orecchie o vedere con i propri occhi; per raccontare, per dar sfogo al fabulare; per bagnare il naso a questo o  quel concorrente, suscitare insicurezze e gelosie e (perché no?) risentimento, invidia; per mettere alla prova la propria capacità: lasciarsi ispirare dalla prosa di qualche scrittore, farsi amare o invidiare (il successo disturba soprattutto chi non  ce l’ha), oppure, dato i tempi che corrono, mettersi in gioco con un mestiere nuovo (il compenso che alletta? Ma va …). In questo caso catturare l’attenzione di qualche politico è d’obbligo, o di qualche direttore di banca o di un esperto del giornale locale (dietro cui c’è sempre un po’ il sospetto della combutta o della camarilla). Poco importa se poi ci dedica vagonate di banalità o smentisce quello che prima aveva detto un  altro suo collega. E’ il saldo che gli oracoli del nuovo danno prova regina in tanti loro interventi. Capita anche a noi che scriviamo per combattere le emergenze del lockdown del Covis 19 di caderci dentro, illudendoci di tenere il passo a quel che accade nel mondo della letteratura di casa e dell’arte semplicemente offrendo un affresco che spesso fresco non è. (Aldo Caserini)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

Libri. Il debutto in scrittura del casalino Andrea Faliva. Un libro contro bullismo e razzismo nelle scuole e nello sport

Come scrive lo spezzino Alessandro Zaccuri,  saggista, scrittore, poeta, inviato culturale, giornalista di Agorà, la pagina culturale di Avvenire, autore di Citazioni pericolose, Milano la città di nessuno, Dopo il miracolo,  un romanzo è più della storia che racconta. “Non che la trama non serva, pur non mancando gli scrittori che della trama fanno a meno senza che il lettore neppure se ne accorga: Ma anche quando una storia c’è (ed è magari la storia di una vita) molto dipende dal modo in cu si sceglie di raccontarla” (Agorà, 11 agosto).
C’è dunque chi scrive trascendendo i propri pensieri e si affida al linguaggio e chi  intende offrire qualcosa di più di un semplice enunciato.

Due sono le domande che l’esordio in scrittura del casalino Andrea Faliva – 23enne, universitario alla Bicocca, allenatore della Juventina 2007, giornalista sportivo, relatore della Associazione Donatori Midollo Osseo di Lodi – pone come fondamentali: ”Che cosa?” e “Come?”.
Cosa cerca di dire “Il bel giorno che conobbi Nelson.? ( Dialoghi editore, Viterbo, luglio 2020). A colpire maggiormente è il messaggio. La trama, dapprima sviluppata in modo apparentemente lineare fa poi affiorare riflessioni fondamentali, d’attualità. Lasciati gli accorgimenti retorici dello scrivere l’autore  fa circolare con le esplorazioni le riflessioni, fa emergere la dimensione intellettuale del discorso: un ragionare che scava aspetti che sono a volte indisponenti e rischiosi, spesso aggressivi e violenti, presenti nello sport dei giovanissimi, ma anche nei comportamenti della scuola e della famiglia, considerati spazi protetti, di formazione e crescita, di relazioni sociali e apprendimento,
Il protagonista de “Il bel giorno che conobbi Nelson”  ha nome  “Momo” Un nome che fa subito andare al Momo del libro fantastico per l’infanzia del tedesco Michael Ende che è tanto piaciuto agli adulti. Ma non c’è rapporto. Il personaggio di Faliva è un ragazzo dalla figura verosimilmente reale mentre quello di Ende è una bambina di fantasia, che vive in una città dove ci sono templi dorati, alti palazzi di re e imperatori e grandi mercati,  Momo è un ragazzino di prima media, arrivato dal Senegal in provincia di Bergamo, che dopo avere attraversato col padre il mare e i suoi pericoli in cerca di un “futuro”, una volta iscritto a scuola deve fare i conti con pregiudizi, preclusioni, tabù di coetanei che sembra odino il colore.
Il bullismo  è un fenomeno diffuso nelle scuole, ed è una delle chavi che crea tensioni tra il ragazzino e i compagni; non è la semplice manifestazione di immaturità di una certa età, ma l’affiorare di una forma di dominio, di controllo. Le sue manifestazioni, prima ancora di atteggiamenti di rivalità e competizione, contiene tassonomie razziste di distinzione. Un fenomeno non solo della scuola frequentata da Momo, ma che avviene anche nella pratica sportiva, dove si afferma come demarcazione di confine razziale, fisico ed anche estetico, da  evidenziare la natura costruita e ideologica, tra l’altro manifestata dalla preoccupazione ossessiva alla individuazione dei “clandestini” degli “invasori” degli altri, i “non bianchi”.
La segregazione residenziale e l’ostilità dichiarata a una educazione non differenziata, agiscono a loro volta come fonte di identificazione e mobilitazione politica a favore di chi punta su un riequilibrio delle disuguaglianze e delle pratiche inique.
Sono questi i temi hanno dato spinta ad Andrea Faliva, di mettersi a raccontare “la piaga sociale del razzismo” a scuola, nello sport, in famiglia, in politica, nella società.
Lo scrittore fa intendere come scuola e sport, che i media enfatizziamo come  momenti di unificazione e integrazione, sono in realtà anche momenti di maltrattamento e forme di intimidazione.
I piccoli sono spesso quel che sentono dire in casa dagli adulti, mentre in classe il bullismo all’interno delle classi è fenomeno “silenzioso” praticato subdolamente da accorgersene  a fatti accaduti.
Nel racconto di Faliva è una partitella di calcetto a scoperchiare la natura delle rivalità esistenti tra Momo e Marco leader della scuole. Dall’analisi dei comportamenti lo scrittore fa maturare riflessioni di carattere generale e coinvolgenti: perché anziché invocare lo psicologo non si raccontare ai bambini e ai ragazzi la storia di Nelson Mandela?
Momo e suo padre – dice lo scrittore – non sono “migranti”, ma “uomini e basta”. In un contesto sportivo che lo comprenderà e lo stimolerà, Momo riuscirà alla fine a liberarsi della nostalgia della sua Africa, a farsi trascinare dalla scuola che prima voleva abbandonare e ad arrivare alla laurea. Diventerà avvocato e fonderà una associazione per assistere immigrati ed emarginati. Gli immigrati cesseranno di esistere  come “persone di colore”.
E’ un buon esordio quello di Faliva. Una sorpresa. Per contenuto  e stile di scrittura che rivela capacità di suggerire qualcosa “tra le righe”, di trasmettere un messaggio a livello profondo, visivo e allegorico.
La rappresentazione è in parte polifonica (l’ambiente sportivo, l’ambiente educativo, l’ambiente formativo, l’ambiente sociale), non sensazionale in termini di trovate narrative, ma di solida verosimiglianza psicologica.
Il suo è un libro che si legge con interesse: mette in evidenza le ritualità attraverso le quali il razzismo si avvale delle forme di bullismo per diffondersi. Ad esse contrappone un percorso di formazione all’accoglienza e alla accettazione, ad educare i bambini attraverso fiabe e racconti a comprendere l’importanza dei  valori contenuti nel messaggio di Mandela. Per il quale l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo[…], e una buona testa e un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione. (Aldo Caserini)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

Contrassegnato da tag , , , ,

Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Libri: “Le strade dell’Apartheid” del fotografo Luca Greco

Le strade dell’Apartheid è un libro di fotografie del molisano Luca Greco, editato da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, presentato ai lodigiani nel cortile del Caffé Letterario a cura della Libreria Sommaruga. E’ un reportage di un centinaio di pagine che documenta la quotidianità di  tre popoli oppressi e schiacciati (i palestinesi, i nord irlandesi, i sahariani).
Classe 1979, nato a Termoli, sindacalista Cgil della Funzione pubblica, dottore di ricerca in filosofia teoretica, educatore, presente nell’ambito sociale,  no global, volontario e cooperante, nel suo libro da qualche mese nelle librerie, ha fermato l’obiettivo sui luoghi e i volti della gente nelle cui espressione è marcato il dramma vissuto e presente nei ghetti a causa delle guerre, del  razzismo,  della segregazione forzosa,dell’ allontanamento dalle proprie terre d’ origine; fa scoprire il filo che lega le loro storie.
Nei suoi scatti non c’è soltanto quello che si è visto proiettato, commentato e dibattuto durante la serata, ma la denuncia della condizione umana in cui sono lasciate vivere popolazioni  che  Greco ha avuto modo di conoscere in maniera molto approfondita, e di registrarne fotograficamente le condizioni di vita.
Il suo libro è una registrazione della continua e progressiva privazione della liberà di uomini e donne senza nome e senza diritti, da parte di altri uomini dispotici. A dire il giusto è un libro didattico, che offre uno scossone alla nostra  predisposizione a dimenticare.
Selezionando nel mare di immagini scattate in quei paesi Greco ha scelto le  più funzionali a un certo tipo di costruzione, in grado di offrire, attraverso frammenti di registrazioni fotografiche un quadro sociale, politico e umano che permette di  recuperare la realtà presente nel vertiginoso reticolato della memoria.

Oggi si sa che neanche con la fotografia queste registrazioni e questi recuperi sono neutri, anche se la fotografia e i pregiudizi pseudoscentifici ce lo possono far credere. Ma è sull’onda di una emozione e di una reazione mentale che il fotografo decide di fare una fotografia. Come fanno le emozioni vissute che “marcano” le esperienze  e ne dirigono il recupero. Nel  suo archivio di foto scattate e rimaste lì, Greco ha selezionato  quanto aveva visto e registrato durante i suoi viaggi in quei territori disperati, componendo degli  assemblaggi tematici, geografici, su quei  disperati che un’altra parte di mondo ”democratico” finge di ignorare.
Le strade dell’Apartheid  è un libro di immagini che “parlano” e convincono, non di quelle che si considerano “belle” tecnicamente e che fermano “attimi” di leggerezza anche quando riprendono un cadavere. terra. Sono il risultato di scatti che esprimono e sollevano  inquietudine, non incantano o dilettano per gusto estetico pur avendo in sé una certa pratica fotografica. Sono immagini che inducono alla riflessione, fanno pensare, non sono uno “specchio vuoto”, per dirla con Ferdinando Scianna. La raccolta non abbaglia ma scava, aiuta ad andare dentro ai percorsi della storia, ai diritti calpestati dei popoli, alle loro sofferenze. Scatto dopo scatto, le immagini  producono sensibilità nella coscienza , spingono a chiedersi “perchè?.
La fotografia di Greco non celebra l’eccesso di successo della fotografia del nostro tempo. La sua è una scelta di linguaggio , un album di immagini non ritoccate. Fatto di “scatti” che hanno preso il posto delle parole, nel momento in cui le parole tacciono (o sono messe a tacere)  certe realtà, scelgono altri argomenti , riferiscono altre rappresentazioni come luoghi della vita. Greco si rivela “fondamentalista” di un’altra poetica rispetto a quella che elimina sistematicamente ogni traccia di sofferenza, crudeltà, violenza; ha scelto l’immagine fotografica non per fare della semplice cultura figurativa, ma di parlare di forme di vita che vita non è, per traghettare l’attenzione su di un mondo terribile dimenticato dai media.

Le strade dell’Apartheid  è accompagnato da interventi che aiutano a decifrare la storia e la condizione di quei popoli. Strappa al buio del magazzino della memoria la vita di uomini, donne e bambini vinti ma non sconfitti malgrado la segregazione fisica, psicologica ed economica in cui trascorrono la loro quotidianità.Il libro è dedicato al fotoreporter siciliano Tano D’Amico ed è stato prefato da Giulio Di Meo.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Panorama artistico lodigiano. ANNALI’ RIVA, artista casalese da spiegare

In attesa che qualche sala, pubblica o privata, bella o brutta, frequentata o abbandonata – speriamo no – si riapra per accogliere una  mostra di Annalì (Annalisa) Riva e qualcuno di quegli ordinatori abituali che una volta la contendevano (come pittrice o novità o anche perché allieva di Ugo Maffi) si rifaccia vivo, così da offrire, dopo l’indifferenza dell’ultimo quinquennio, la possibilità al pubblico di casa di conoscere dove lo svolgimento della sua ricerca l’ha portata, quale chiave di comprensione e di interpretazione rispetto alle sue prime immagini, calibrate attorno al colore, alla materia e alla simbologia, con cui catturava le proprie fantasie, ci proviamo noi a risvegliare, con qualche spunto di cronaca almeno l’attenzione dei “fedeli” di Formesettanta.

Annalì Riva, piacentina di nascita ma residente a Casalpusterlengo, si era fatta conoscere al pubblico della Bassa, – di Casale, Codogno, Lodi e di Piacenza – attraverso l’  ammiccamento giocoso di alcune esposizioni, come una pittrice di qualità non marginali e promettenti. Diplomata al Liceo Artistico Bruno Cassinari di Piacenza, laureata in Belle Arti a Brera (MI) nel 2007, allieva al Master di Landscape Design, assistente dell’Associazione culturale “Connecting Cultures” a Milano aveva  iniziato a dipingere (su carta da pacco)  nello studio di Ugo Maffi a Lodi.

Inizialmente, di lei non era sfuggita la carica manipolatrice e la tendenza a  “un’autoreferenzialità enigmatica”. La giovane mostrata si sfruttare un certp background di cose viste e anche di cose attribuite. La “pusterlina” sSapeva essere credibile come artista, scrollandosi di dosso le solite poetiche (sentimentali, intimiste, passionali, fantastiche) che scrittori improvvisati di arti visive gli appiccicavano te addosso.

Sul suo attuale fare pittura quello che si sussurra è troppo poco rispetto alla precedente esperienza ma anche per  anche per ricondurre (giornalisticamente) i riflettori sulla sua comunicazione attraverso la pittura.  Dopo Villa Biancardi a Zorlesco, dopo l’Itis a Casale, la mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano, al Laboratorio delle Arti a Piacenza

e altre apparizioni estemporanee la commutazione del suo circuito espressivo era parsa decisiva con il superamento della fase degli  “intendimenti” e l’avvio alla

“appropriazione di senso” e alla “qualità” (la pittura è fondamentalmente una questione di esperienza non di principi e ciò che conta dal principio alla fine è la qualità) da farle  assumere un ruolo competitivo nel panorama territoriale. L’artista aveva iniziato a mettere sulla tela aspetti più aderenti della vita e della contemporaneità. A lavorare con la materia, a plasmarla secondo volontà, a renderla viva e vitale; ad elaborare, perfezionare e testare scelte di procedura e di contenuto autonomo e personale; a recuperare vecchie carte da parati, su cui creava il gioco dei colori, creava orizzonti, apriva “finestre”, immaginava stanze dove sognare.Senza compiacimenti affrontava il rischio di sorprendere con l’inatteso chi credeva ormai facile una sua catalogazione di comodo. Ci sono nuove pagine nel suo diario? Chissà.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , ,

LIBRI: “I BACI DI AZ” (ALAN ZENI), un saggio di sapienti sgangheratezze e disegni sul bacio “post”

Il bacio è da sempre nel mondo dell’espressione artistica quale artificio dell’immagine che lascia il passo alla voluttà, al pensiero; puntella e anima la scena reale e quella artistica. E’ fatto di immagini e di varianti aperte a un ricco potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza di ognuno. Punto di partenza è, sì, il dato fisico, quello che tutti riconosciamo nella sua reale plasticità, ma il messaggio del bacio va oltre al piacere, alla sensazione di ciò che esso libera e si manifesta nel germe dell’immaginazione. E’ quanto fa capire “I baci di AZ” , un simpatico libretto di un centinaio di pagine,  delle quali la metà occupate da graziosi disegni parentetici. Ne è autore uno scrittore apparentemente facile, se vi chiedete perché sia tanto adescante. Se ci mettete attenzione il bacio descritto ha lievi oscillazioni di tono, rapide sfumature, un equilibrio di scioccheria, ma la serie di indizi psicologici, di coagulazioni linguistiche danno al bacio connotati di nobiltà inconfondibili. Stampato bilingue dalla Etabeta-ps di Alessandro Squaglia,  il libro di Zeni è dedicato “all’amore, a chi osa, a chi sa aspettare, a chi sbaglia, a chi vive amando”,, secondo le indicazioni di Saul Jacobus (divenuto poi Steinberg), un romeno, nazionalizzato americano, reso famoso dalla sua grafica popolare sul New Yoker.
I baci di AZ  non azzarda analisi, non è un romanzo, non ha tracce di letteratura è piuttosto un testo di  rubricazione di modi, metodi, procedimenti, attribuzioni, linguaggi, ricordi, direzioni, scelte, decorsi del bacio:”Il suo. Il loro. Il tuo”. E’ una sorta di taccuino mentale dell’autore. La prosa è povera, ma non sciatta o sgualcita. Può avere una qualità stilistica pertinente: è l’antico tema del “caos chiaro”. Peraltro annunciato dall’autore in un messaggio al lettore. “Tutto è voluto. Un puntino che sembra messo un po’ troppo in là oppure un “a capo” troppo presto. <in questo libro niente è a caso”.

Nella società dei“post”, nel grande puzzle dei nuovi linguaggi anche questo ci sta, compreso il bacio che accusa una deriva semantica, forzata dal mutamento quotidiano. Tipicamente rappresentato sempre dal contatto tra le labbra di una persona e quelle di un’altra, in generale il contatto può avvenire anche verso una qualsiasi altra parte del corpo. Il  termine, che aveva un significato, ne assume un’altro ‘vicino’ o anche lontano. In un gioco di proiezioni divertenti, ma a volte irriverenti I baci di ZA  sono un riepilogo di questi mutamenti. Paroliere, scrittore, grafico, pittore,  speaker radiofonico, giornalista e fotografo, fondatore di un giornale (durato poco), catturato dal teatro e dal cinema, insomma un performer,   Zeni ci ha messo la sua arte di virtuoso nel tingere i ricordi di affetto e  di ironia, affinché la scrittura prendesse valore dai disegni e realizzasse una vera e propria calligrafia personale.

Immaginiamo questo libro semplice una faticaccia, avrà richiesto tempo, fantasia e altro – adesso  ne sta chiedendo  a noi recensori, che abbiamo appena toccato la materia del libro che ci sta davanti, e che dovremmo prima dire di cose son fatte le pagine scritte e le illustrazioni che le accompagnano.Delizioso accoppiamento, quanto il bilinguismo italiano-inglese, affidato alla cura di… “una stella marina”. Se non ché una divagazione  su quel terreno affaticherebbe ulteriormente i destinatari. Insomma è un libro che tenendo insieme parole e graphica a volte alleggerisce e a volte mortifica, un libro  contraddittorio, un libro sghembo. Rimaniamo sul semplice. Nel libro non si trovano indicazioni ai baci di Illica in Tosca, a quelli di Catullo, di Rilke, di Block… Zeni va giù sodo. Non  “analizza”, non  descrive. lo targhetta. Gli mette un’ “etichetta”:  bacio “farmaceutico”, bacio “fiducioso”, bacio “che ti frega”, “del timidone”, “meteorite”, “d’attacco”,  “di pancia” e via di seguito per un’altra quarantina di talloncini e traduzioni. Tutti con riconoscimenti  appena accennati del loro valore intrinseco, misurati nello spazio della pagina e nel tempo, sulla base di relazioni funzionali, di senso, senza attribuzioni di bello o brutto da ignorare, Il bacio vien colto dallo scrittore nell’intenzione del momento; con pensiero frammentato, divisibile. Distinto,  il respiro prima che si faccia materia. Non c’è ricerca di significati profondi, definizioni di regole sociali che modellano. Nelle cento pagine il bacio è ridotto all’osso, affidato a una grafica essenziale, che a sua volta lo affida al sorriso e da un senso alla attribuzione dell’atto.

Alla “narrazione” (se si può dire), manca qualche estensione di significati: baciapiedi, baciaculo, baciabasso, baciapile, baciapolvere e altre 22 varianti. Ma è evidente che l’intenzione di Zeni non era quella di scrivere un saggio, di generare molteplici percorsi al bacio. Ma solo farlo rientrare nell’atto creativo, dove “non tutto è controllabile…proprio come in un bacio”  Il suo libro ci dice quanto le parole e il bacio siano importanti e che utilizzare le prime e apprezzare il secondo, alimenta la ricchezza del nostro immaginario. Perché le parole creano idee e i baci fan conoscere la vita in modo sempre nuovo e diverso.  (Aldo Caserini)

Contrassegnato da tag , , , , ,

Ottorino Buttarelli casalese, scultore di lievitanti spessori di materia

Il nome di Ottorino Buttarelli di Casalpusterlengo è’ più popolare come presidente della “Compagnia Casale Nostra”, il benemerito gruppo che divulga la storia cittadina, che come artista. Almeno se ci si allontana troppo dal corso del Brembiolo. Forse è l’effetto della sua ritrosia, del suo carattere lirico, gentile, un raro esempio di uomo di cultura di una razza genuina e di un ambiente ormai quasi scomparso.
Nel suo studio-laboratorio c’è aria di sacro, non perché il soggetto religioso è di casa e testimoniato, ma perché è un posto unico. Nessuno ha mai pensato a renderlo virtuale. Il nome di Buttarelli in rete ha solo pochissimi post in Google. Pochissimi i  richiami, pochissimi i selfi.  A una mia richiesta di avere qualche dettaglio in più sulla sua attività, un collega giornalista mi rispose semplicemente: “ E’ un artista che odora un po’ di muffa”. Con quel “po’”pensava di segnalarsi non troppo ruvido. Tanto quello che intendeva si capiva perfettamente. Oggi interessa poco cosa un artista produca, quali opere, ma a quante persone i suoi lavori piacciono. E’, importante l’immediatezza, come si inseriscono nel presente. E’ il consumo che rende l’arte appetibile. A Casale, ma non solo a Casale, lo pensano in molti. L’arte di Buttarelli, invece, si concentra nelle forme neoclassiche, irradia meditazione e  silenzio, quando tutti noi non facciamo che parlare o urlare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il populismo d’élite che impera esige che l’arte per essere riconosciuta vincente trovi degli imbonitori. Là dove c’è  silenzio attorno, domina il pregiudizio del manufatto superato. L’arte  ha perso la sua “aurea”, un parolone che oggi si potrebbe tradurre in “sex appeal”. Il passato, la tradizione, la memoria, per molti artisti delle nuove generazioni hanno un significato pedante, complicato, il “nuovo” di oggi, dicono i contemporanei di casa, è libero, vivace, legato al momento, del resto se ne fa un baffo. Il contrario di  Buttarelli che si è sempre battuto per la conservazione del patrimonio culturale locale. Durante la sua carriera prima di insegnante poi di preside ha coltivato con discrezione la sua passione per la terra preparata e modellata e la pittura. Una volta in pensione  si è buttato a capofitto a modellare la materia (la terracotta) e a liberare il sentimento ispiratore nei colori,  prediligendo però la nobiltà del marmo. Così come le sue forme sono sempre state figurali, legate alla lentezza, alla nostalgia, alla storia e anche al rimpianto. Tradotte in “lavori” da guardare ed essi, a loro modo, che guardano te. Molti hanno il timbro della memoria, della storia, sono realizzati con mestiere acquisito (l’arte è soprattutto mestiere, ci ha insegnato Bruno Munari).A Buttarelli non sarebbe difficile fare anche dell’altro, di più audace o divertente o attualista, con alle spalle il gusto che cambia, perché è cambiata la società e con essa è cambiato il rapporto con l’arte. E’ un bene o un male? Non c’è bisogno di risposta. Lui non cambierebbe il proprio linguaggio espressivo, basta osservare i suoi lavori, disseminati un po’ ovunque: a Brembio, a Corte Sant’ Andrea, le stazioni della Via Crucis allestite nel Borgo, l’omaggio a Francesco Agello a Casale, dov’ è anche una copia della Madonna dei Cappuccini, l’altorilievo sulla Natività, il mosaico che riprende il Ponte del Brembiolo, il marmo “Tenerezza”, l’altorilievo della chiesa di Somalia, il “cotto” in quella di S.Maria a Senna, eccetera. Le citazioni potrebbero continuare. Quello di Buttarelli è un “ieri” che coglie lo spirito sotterraneo di un “oggi” ancora bisognoso di idee, di identità, di cultura, di sentirsi un po’ più sicuro quando deve affrontare la funzione dell’arte.
Laureato in pedagogia  a Parma Buttarelli vanta una ricca frequentazioni di artisti che non l’hanno costretto in pantofole: il milanese Trillicoso. il laboratorio di nudo di Lidia Silvestri all’ Accademia di Brera, lo studio di arteterapia di De Gregorio a Milano, la scuola d’arte Gazzola a Piacenza con i pittori Donà e Scrocchi e lo scultore di Vigolzone Paolo Perotti. La pittura e la scultura non sono per lui  solo un mezzo di comunicare idee, ma di trasmettere emozioni, poesia, il solo modo di essere e di vivere. Nella pratica e nella qualità egli esprime l’accordo tra la verità fenomenica di impressione ed emozione e la verità ideale ch’ egli realizza nei lievitanti spessori della materia. Il vitalismo, l’enigmatica metafisica, la nostalgia umanistica, il naturalismo, sono  fasi del suo percorso artistico e culturale, in profondo collegate e rese coerenti dalla tensione al traguardo poetico ed esistenziale dell’arte.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , ,