Panorama artistico lodigiano. ANNALI’ RIVA, artista casalese da spiegare


In attesa che qualche sala, pubblica o privata, bella o brutta, frequentata o abbandonata – speriamo no – si riapra per accogliere una  mostra di Annalì (Annalisa) Riva e qualcuno di quegli ordinatori abituali che una volta la contendevano (come pittrice o novità o anche perché allieva di Ugo Maffi) si rifaccia vivo, così da offrire, dopo l’indifferenza dell’ultimo quinquennio, la possibilità al pubblico di casa di conoscere dove lo svolgimento della sua ricerca l’ha portata, quale chiave di comprensione e di interpretazione rispetto alle sue prime immagini, calibrate attorno al colore, alla materia e alla simbologia, con cui catturava le proprie fantasie, ci proviamo noi a risvegliare, con qualche spunto di cronaca almeno l’attenzione dei “fedeli” di Formesettanta.

Annalì Riva, piacentina di nascita ma residente a Casalpusterlengo, si era fatta conoscere al pubblico della Bassa, – di Casale, Codogno, Lodi e di Piacenza – attraverso l’  ammiccamento giocoso di alcune esposizioni, come una pittrice di qualità non marginali e promettenti. Diplomata al Liceo Artistico Bruno Cassinari di Piacenza, laureata in Belle Arti a Brera (MI) nel 2007, allieva al Master di Landscape Design, assistente dell’Associazione culturale “Connecting Cultures” a Milano aveva  iniziato a dipingere (su carta da pacco)  nello studio di Ugo Maffi a Lodi.

Inizialmente, di lei non era sfuggita la carica manipolatrice e la tendenza a  “un’autoreferenzialità enigmatica”. La giovane mostrata si sfruttare un certp background di cose viste e anche di cose attribuite. La “pusterlina” sSapeva essere credibile come artista, scrollandosi di dosso le solite poetiche (sentimentali, intimiste, passionali, fantastiche) che scrittori improvvisati di arti visive gli appiccicavano te addosso.

Sul suo attuale fare pittura quello che si sussurra è troppo poco rispetto alla precedente esperienza ma anche per  anche per ricondurre (giornalisticamente) i riflettori sulla sua comunicazione attraverso la pittura.  Dopo Villa Biancardi a Zorlesco, dopo l’Itis a Casale, la mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano, al Laboratorio delle Arti a Piacenza

e altre apparizioni estemporanee la commutazione del suo circuito espressivo era parsa decisiva con il superamento della fase degli  “intendimenti” e l’avvio alla

“appropriazione di senso” e alla “qualità” (la pittura è fondamentalmente una questione di esperienza non di principi e ciò che conta dal principio alla fine è la qualità) da farle  assumere un ruolo competitivo nel panorama territoriale. L’artista aveva iniziato a mettere sulla tela aspetti più aderenti della vita e della contemporaneità. A lavorare con la materia, a plasmarla secondo volontà, a renderla viva e vitale; ad elaborare, perfezionare e testare scelte di procedura e di contenuto autonomo e personale; a recuperare vecchie carte da parati, su cui creava il gioco dei colori, creava orizzonti, apriva “finestre”, immaginava stanze dove sognare.Senza compiacimenti affrontava il rischio di sorprendere con l’inatteso chi credeva ormai facile una sua catalogazione di comodo. Ci sono nuove pagine nel suo diario? Chissà.

Aldo Caserini

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