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NATURARTE / Una mostra rievocativa dei venti anni

naturarte-303x207Naturarte entra nel ventesimo anno con una selezione rievocativa alla Bipielle Arte. Venti edizioni sono un risultato rispettabile, da rendere quasi scontate le parole di stima e di elogio. Sennonché far la semplice conta delle edizioni significherebbero poca cosa – quasi quanto giudicare un libro dalle copie vendute, dal suo peso o dal numero delle pagine – se non si considerassero insieme l’impatto e il “contesto”. E questo, al di la di quanto possono legittimamente chiedere, per il loro meritorio lavoro, i curatori.
Nel suo percorso, Naturarte ha conosciuto saliscendi che un anniversario inclina per simpatia a trascurare. Sarebbe un giochetto malinconicamente infantile praticarlo. In primis perché a Naturarte non sono mancate le prove ben connotate espositivamente, che hanno saputo mettere in scena la sfida costante del soggettivo col collettivo, dell’individuo con la cultura del tempo. Basterà citare gli apporti di Alix Cavaliere, Floriano Bodini, Ugo La Pietra Ennio Morlotti, Paolo Baratella, Lucia Pescador, Joseph Beuys, Renato Galbusera, Giansisto Gasparini, Attilio Forgioli, Fabrizio Merisi, Giuliano Mauri, Renato Galbusera, Gabriella Benedini, Clara Bartolini, Piero Leddi, Maria Jannelli…artisti di valore nazionale che hanno lanciato messaggi precisi diversi dalle frivolezze presenti invece in “percorsi” impegnati più a mostrare elenchi di artisti.
Mostre del tipo di Naturarte difficilmente potrebbero avere un cammino lineare. Sono spesso un rompicapo: risentono di associazioni, contrasti e corrispondenze, anacronismi e dissonanze. Dotarle della forza di interpretare una “visione” che raccolga l’espressione di un dato momento richiede progetti curatoriali accurati e scrupolosità nel selezionare opere ed espressioni in grado di portare in superficie la loro relazione con la tematizzazioni della rappresentazione, di rivelare le parentele tra “le cose” presentate e quelle pensate o immaginate.
Nell’abbondanza delle opere che hanno tracciato la strada di Naturarte, a parte lo sfiancamento procacciato da replicanti implacabilmente presenti, mentre nelle prime edizioni non facevano difetto opere di qualità e di contenuto da fornire risposte alle domande che la gente pone al mondo delle arti visive, nei frammenti di informazione e di “nuova narrativa” che successivamente hanno preso sopravvento, a parte le eccentricità e le trasgressioni della contemporaneità, non hanno brillato le idee veramente originali e nuove.
Al di la delle querelle che l’hanno sempre accompagnata, l’esperienza di Naturarte resta l’unica manifestazione territoriale sorretta da una impalcatura o progetto pubblico “consortile” per la divulgazione delle arti visive. Se a questo dato di natura intellettuale si affianca la consapevolezza che il successo di pubblico delle mostre non deriva solo dalle premesse di un progetto culturale, ma dal piacere e dall’emozione che provocano le opere esposte, il seguito del discorso non può che suggerire considerazioni che ratificano la forzata presenza di condizioni diverse e opinabili. Una senz’altro non trascurabile : nei venti anni di Naturarte è esplosa in Italia la mostramania, fenomeno di proliferazione delle attività espositive promosse e sostenute da flussi finanziari e turistico-commerciali, che hanno orientato il pubblico verso offerte di contenuto. Si chiama “competitività”. Una risorsa che nel lodigiano non si è mai fatta vedere. La mostra che si inaugura mercoledì a Bipielle Arte sarà l’occasione per approfondire questi aspetti che hanno accompagnato i primi venti anni di un progetto espositivo che tra “alti e bassi” ha saputo reggere a una concorrenza spietata e impari per risorse finanziarie e organizzazione.

NATURARTE – Percorsi artistici nel territorio lodigiano 1998-2017- a cura di Mario Quadraroli e Renato Galbusera – Dal 18 gennaio al 12 febbraio – Inaugurazione mercoledì 18 gennaio alle ore 18 – Info:Fondazione Banca Popolare di Lodi tel. 0371 440711 – Fax 0371 565584

 

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KIKOKO / Non sempre il nomadismo riconosce l’assuefazione

La pittura, si sa, è nomade. Quanto lo sono le parole che l’ accompagnano, quanto lo è la creatività, intesa come carattere saliente del comportamento umano. Come la creatività, le parole servono con gli strumenti della ragione a far conoscere i caratteri e a darne descrizione, a tracciarne gli itinerari e le relazioni. Nelle sue forme, l’arte ha sempre bisogno di “senso” nuovo, di codici nuovi che la sottraggano al gioco protettivo dell’ assuefazione e della stabilità. Modificandosi cammin facendo, la pittura contribuisce al processo “migratorio” delle proprie stesse proprietà, obbliga a rinunciare ai rivestimenti della critica, a fare i conti con nuove modalità, nuovi legami che l’ideale e il reale mettono in relazione. Raramente la pittura di un vero artista si salda all’ immobilismo . Lo fa (non sempre) la pittura normalizzata della tradizione, quella così detta figliata dall’accademia, che non avverte necessità di “muoversi” in modo attivo, neppure di recuperare alla manualità e alla tecnica l’esperienza della soggettività. In tal modo si riduce a un’espressione senza vero nutrimento, che si accontenta di visioni parole e poesia non recenti.

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

Kikoko si era fatto conoscere per essere un artista di formazione “nomade”. Nomade lui, nomade la sua pittura. Trascinati al “fare” dopo avere conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Dai lodigiani Kouevi-Akoe Ekoe Kookovi, alias Kikoko, era conosciuto per il colore,  il segno, le ambientazioni fantastiche, le amplificazione conferite ai modelli etnici e a certe loro formule ad effetto: pesci, uccelli, gatti, giochi, imbarcazioni, oblò, strumenti musicali, sigilli, figure umane riflettevano un conciso universo di figure e cose di chiaro riferimento avito.
Nel periodo intermedio, aveva sviluppato una pittura di riferimento agli elementi naturali, ambientali, di vita e ai mezzi di navigazione, trasposti in forme eclettico-manieriste di estrazione franco-algerina, con quel tanto di “euforia” che fu dei Basquiat, dei Fisch, dei Schnabel, di tedeschi, francesi e italiani. Il toghese aveva però mano meno febbrile. più di impatto lirico e di impressione, da originare accostamenti e nuove narrazioni.
Nella fase più recente pulsioni istintive e forme di derivazione etnica e popolare, sembrano voler/dover lasciare campo a una produzione meno spontanea, stemperata nei collage, orientata a un “confezionamento” di atteggiamenti stilistici di pluristratificazione ed eterogeneità. Comunque sempre interessante. Da vedere all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi

“Avanzamentofermo” Kikoko all’ex-chiesa dell’Angelo – a c. di Mauro Gambolò – dal 14 al 29 gennaio – orari: sabato e domenica dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 19. Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19,30

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Roberto Fenocchi, l’officina post-concettuale a “CasaIdea”

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

All’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano, storica location di “Casa Idea” che i fratelli Acerbi, affermati arredatori lodigiani, ambientano a eventi culturali, esposizioni, conferenze e concerti, prosegue l’interessante vetrina dei prototipi di Roberto Fenocchi, il cui “decollo” artistico fu segnato da Giovanni Bellinzoni a scavalco degli anni Settanta-Ottanta al Gelso, fuori dagli imperanti standard di validità operativa e qualitativa.
Ora, in una fase avanzata dell’età contemporanea, in cui i fronti dell’arte accavallano logiche diverse, meridiane e parallele, e la rappresentazione è resa ostica dalle difficoltà di ricostruzione filologica delle mappe, la ricerca artistica di Fenocchi si propone per il modo un po’ audace e un po’ estroso, fuori dagli appiattimenti del “contesto”, attraverso una pittura che traduce manualità e concetti senza uscire completamente dall’esercizio del pennello, della tela e dei fogli di carta, del quadro e dei suoi riti. Ancora in grado di star lontana dal “presente banale” delle esperienze conformate agli stagni diffusi, con un proprio individuale coefficiente di novità, posto a distanza dalla congestione dei dijà vù del figurativo accademico e dalle lievitazioni sui generis di tanta pittura ornamentale aniconica, chiassosa e aggressiva quanto guarnita di lacerti sfarzosi.
In un clima di “tutti bravi” e di panoplia squadernata, il pittore di Villavesco riafferma un proprio personale percorso il cui primo merito è di non imbrogliare le carte con significati di “flusso verbale”. Consapevolmente o meno, di sicuro fuori da ogni teorizzazione redatta nei modi del messaggio pubblicitario, l’arte in mostra alla chiesetta del Viandante è condotta al recupero di caratteri sensibili-sensuosi, tra materia e atteggiamento estetico. Con passi di libertà e mosse di imprevedibilità, che la critica etichetta “post”. Ma che segnalano anche indirizzi “neo” scoperchiando segnali di “piccola poesia”, che innalzano il gesto, la materia, la casualità, la scoperta, il capriccio, il significante, la procedura, il repertuale, il movimento, il colore, l’insieme, l’accordo, il richiamo a modi liberi, vari, informali. E’ un’arte condotta all’insegna del “rompete le righe”, che non si preoccupa di imporre una legittimità di concetti, ma del “fare”, di una koiné di austerità compositiva, il cui voltaggio è ricaricato con note sensibili di accese colorazioni, giocando con una molteplicità di moduli, corpi e caratteri.

ROBERTO FENOCCHI: Antologia di opere recenti e non – CASAIDEA, ex-Chiesetta del Viandante, via Emilia, 23- Tavazzano con Villavesco – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800 Fino a: data non definita

 

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Tra il “nuovo-nuovo” della materia e il “post-post” del pop(olare)

Sara Forte e Alì Hassoun a San Donato

SARA FORTE : opera in silicio

SARA FORTE :
opera in silicio

Prosegue fino a fine mese alla Galleria Guidi a Cascina Roma, in piazza delle Arti a San Donato Milanese, l’esibizione di due artisti  convinti autori di una pittura condotta in modo bipolare – chiuso-aperto, diretto-indiretta esteriore-interiore, generico-meditato e così via -; tutt’e due che scoperchiano il rebrousser chemin, il procedere a ritroso, l’una sembra aver ritrovato il gusto per la fenomenologia della materia, ma anche nel lavoro e nella tecnica, l’altro ripercorre modalità del pop(olare) di effetto attrattivo. L’esposizione sandonatese li connota favorevolmente: Sara Forte, autodidatta verbanese (etichetta sopravanzata dal ricco e rispettoso cammino) come talentosa, l’architetto libico-italiano Alì Hassoun per gli accumuli di memoria culturale. La prima ha appena concluso una personale alle Stelline di Milano dove ha incamerato successo con lavori di valenza tridimensionale (riproposti a Cascina Roma) , l’altro ha ritrovato fragranza grazie alla galleria “Guastalla” di via Senato ed è noto da un lustro per il “cencio” prodotto per il Palio di Siena. Sono due artisti destinati a ripercorrere orme di predecessori: la Forte con una attività che ultimamente s’è concentrata sulla

ALI' HASSOUN: "L'arca della salvezza", olio su tela, 2012

ALI’ HASSOUN:
“L’arca della salvezza”,
olio su tela, 2012

produzione di dischi di silicio in funzione simbolico-astratta – scelta che potrebbe anche indicarsi di ordine concettuale (il silicio è un conduttore della comunicazione moderna) se non nascondesse un certo consenso alla decorazione, peraltro consustanziale al procedere delle “avanguardie” attualiste -. Realizza invece forme essenziali, morbide e lineari nelle sculture concretizzate a Murano, che suggeriscono suggestioni “interiori”.
Soggetti e narrazioni figurative in chiave non realistica ma pop, sono proposti dall’artista di Sidone, s’avvicina a pratiche diffuse in altri continenti, naturalmente con passi diversi per procedimenti e condivisioni.
Forte e Hassoun a volte escono fuori dagli standard e dall’emulazione, recuperando mezzi di espressione linguistica, di creatività individuale. La Forte con una applicazione a piacimento dei canoni di libertà strumentale, Hassoun ibridando fette di realtà figurale folcloristica, tradizionale con altri apporti letterari convincenti (es.: gli omaggi a Guttuso, Picasso, Depero, Warhol, Lorenzetti, R. Sanzio, Delacroix, Caporossi, al futurismo, al pop, ai graffiti, alla Campelll’s Soup ecc. e le composizioni/narrazioni in cui si incontrano e contaminano Africa, Medioriente ed Europa).
Oscillano, pure. Verso forme di orgoglioso iconismo popolare Hassoun, resuscitando imperiosi scampoli di aniconismo Forte; il primo proietta immagini risorgenti dal quotidiano, dai riti e dalle culture, la seconda gioca sul minimo scarto esistente tra la cosa in sé e la sua esecuzione. Nei due si  distingue una ri-sensibilizzazione della ricerca, nella Forte soprattutto nelle sculture realizzate nelle fornaci, muranesi, in Hassoun nella intensificazione di presenza dei simboli.
Nei lavori della piemontese c’è infine una esibizione di colori e materiale con cui snocciola la propria storia fatta di spirito inventivo e di originalità di effetti; in quelli dell’architetto “milanesizzato” la monotonia di esercizio è rimediata con variazioni di montaggio e motivi presi in prestito, a scopo ludico o didattico. 

Sara Forte e Alì Hassoun :   Antologie personali –Galleria Guidi, Cascina Roma, piazza delle Arti, 2 , San Donato Milanese. Orari: dal lunedì al sabato dalle9,30 alle 12,30, dalle 14,30 alle 18,30; domenica dalle 10 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 19. Fino al 29 gennaio p.v.

 

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Il nero gradevolmente misterioso di Ivo Mosele in una cartella della Ass. Mons. Quartieri

mosele_ivo-nel-suo-studioL’esclusione della grafica originale d’arte dalla informazione artistica è la conseguenza di una editoria giornalistica che ha sempre presentato il prodotto artistico solo se adatto a corrispondere alle offerte del mercato. In tale contesto non meraviglia che lo svolgimento complessivo ne abbia limitato l’autonomia e di conseguenza lo stesso interesse dei collezionisti e del pubblico. A dispetto di questo andazzo però l’esercizio della incisoria non è venuto meno, ha continuato ad avere seguaci (discepoli, fautori e scolari) che, indipendentemente dai black-out e delle conseguenze lineari e meccaniche tra tecnologia e mutamenti culturali, si dedicano alle tecniche incisorie dirette e indirette, miste e sperimentali, tenendone viva la suggestione e il magnetismo. mosele-la-farfalla
Una riprova l’ha fornita Carte d’Arte che dopo decenni ha lasciato l’esperienza a Le stanze della grafica d’arte, ampliandone l’interesse e facendo conoscere figure d’artista che animano il campo con la ricerca e l’orgoglio sapiente della qualità. Tra questi, una stagione intelligente e fruttuosa è senz’altro quella di Ivo Mosele, artista vicentino, del quale i lodigiani hanno potuto apprezzare le “maniere nere su ferro” al Museo della Stampa e, più recentemente, ha realizzato una cartella dedicata ai soci della Associazione monsignor Quartieri. maniera nera o mezzotinto è una alle tante variabili interpretative, praticate con intensità da Mosele, con cui l’artista restituisce alla carta una materia grafica che un tempo giustificava l’ appellativo di incisione a velluto. Ad essa egli si dedica da almeno una quindicina d’anni con esiti di densa e morbida qualità grafica, a volte con briose vivacità, a volte con qualche vaghezza, raggiungendo in ogni caso risultati esemplarmente indicativi di ricchezza di risorse espressive (si veda le recenti stampe di Crociera, Sottotracce di potere: la Comunicazione, Tracce appagate del Potere, La farfalla, Tempo (in)spirato, PHIΦ numero aureo, eccetera). Quella che Mosele porta avanti attraverso la maniera nera è una scelta di linguaggio in cui segno e vibrazioni risultano dall’uso emozionale dei materiali e dai processi di accumulo e fusioni di elementi simbolici. Per questa via conferisce una contaminazione di elementi e di suggestioni all’immagine da suggerire significati diversi e intriganti all’ osservatore. “Mentre eseguo una maniera nera – confessa – ho l’ansia di un continuo controllo della tecnica, ma al tempo stesso non tollero che tutto sia dominato dalla perizia manuale, per questo lascio sempre alcuni elementi non definiti, oppure provoco qualche incertezza grafica, per non dare all’incisione quella sensazione stucchevole di ritagliato o peggio di affettato”. In tempi di imperante finzione una sincerità che risolleva curiosità e attenzione verso l’autentico.

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“GIOCHI D’ACQUA” E LA PITTURA “LIQUIDA” DI ROBERTA TIBERI

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ROBERTA TIBERI: Giochi d'acqua: Deviazione 1 (acquerello)

 

Il percorso che ha portato Roberta Tiberi, a una pratica di artifici significativi rispetto le precedenti correlazioni con il campo vasto del sistema figurale, condensati come “giochi d’acqua, merita qualche esplorazione aggiuntiva per il significato (o supposizione) e la diversa relazione tra segno e cosa che tali artifici introducono.
Tiberi si era fatta conoscere tre anni fa con una attività fondata essenzialmente sulla figura e sui simboli. A far tempo dalle “uscite” al Convivio De Lemene, galleria Oldrado, Centro Cornici La Bottega fino alla Fondazione Bipielle (dove ha esibito però manufatti di taglio decorativo) ha marchiato, per attribuzione di referenti, le proprie scelte come intese a “rendere pensabile” l’uomo contemporaneo. Nella mostra in corso al “Bizzò”, insieme agli elementi tradizionali, presenta lavori di varietà formale che fanno immaginare il possibile strutturarsi nel sistema semantico di diversificazioni da poter rompere (o superare) la precedente unità culturale figurativa, tali da suggerire attenzione benché l’artista dichiari la propria preferenza per la narrazione figurale.
Negli acquerelli al “Bizzò”, i ritratti sovrastano per impulso e unità figurativa la serie di quelli disegnati con linee e visioni optical che ruotano attorno al concetto di percezione e trasformazione. La scelta, può sorprendere, anzi, ha sorpreso. La decisione di tenere sotto uno stessa titolazione (“giochi d’acqua”) visual design di invenzione fantastica e ottica e lavori tradizionali, offre, con la grazia del gioco, di immaginare illimitati significati ed emozioni, fa pensare a un orientamento in divenire, a un’arte “liquida” che affida a uno spazio mentale infinite possibilità di visioni. E’ dubbio, comunque, almeno per ora, che la pittrice di Tavazzano proceda su un percorso di superamento del figurativo. La compresenza di figurativo e non-figurativo è più espressione di “qualcosa” che spinge il suo senso di libertà artistica a straripare da regole, modelli e tradizioni, da ciò che è la rappresentazione e il prodotto di circostanziati procedimenti formali. Iconismo e aniconismo sono sempre stati coltivati dalla Tiberi, che, soprattutto nelle “installazioni” ha mostrato di saperli ben controllare e dirigere. Resta da vedere fin dove, in futuro, le scelte figurative lasceranno definitivamente spazio ai processi collegati ai gesti e all’intenzione, cioè a un arte intesa come luogo di sperimentazioni percettive e dinamiche, o se invece la cultura tradizionale non ritroverà un recupero di riflessioni attraverso il linguaggio figurale.

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Riccardo Buttaboni: Sarabande, chimismi e dialoghi con la memoria storica

Buttaboni 3La personale di Riccardo Buttaboni all’ex- chiesa dell’Angelo, di recente conclusione, è degna di qualche ‘riguardo’ supplementare, se non altro per strapparla al grigio che segue ogni mostra una volta chiusi i battenti. Presentata da Marina Arensi l’esposizione ha riportato sulla scena cittadina un artista di affinata vivezza, autore di una pittura segmentata da un lato da orme ‘attualiste’e, dall’altro da forme e richiami figurativi ( momenti storici, mitici, ritualistici e velature romantiche), riacquisiti con perfetta fruizione in linea con i gusti d’oggi.
Oli, acquerelli, pastelli, disegni, pur negli spezzettamenti che la diversità dei linguaggi in mostra ha indicato – senza BUTTABONI 2012deroghe all’equilibrio espositivo- , hanno rafforzato le qualità note dell’artista: il suo interesse – quasi una posizione etica o ideologica – per il mondo ideale (museale) e a quelle per la pittura fantastica – fatta di sarabande, segni grafici e chimismi cromatici, da segnalare nell’ovvia diversa articolazione delle forme e del tessuto materiale, l’ acutezza dell’apertura critica.
Buttaboni disegna e dipinge adottando di volta in volta linguaggi e tecniche diverse, riservando un interesse assoluto al controllo della tecnica e del tono che accresce la forza espressiva. Non esita a scegliersi opere di maestri e a lavorarvi sopra. Senza limitarsi però alla pura riproposizione. La curiosità pratica e l’osservazione riservata alle opere “storiche” danno la misura culturale personale.buttaboni4
Nella vasta gamma all’ex-chiesa dell’Angelo una attenzione particolare hanno raccolto i disegni, in cui hanno trovato conferma la perizia di mano e di occhio dell’artista, e la sensibilità musicale (non a caso egli è noto anche come musicista)attraverso ritmi e movimenti di abilità e narrazione visiva.
Abbagliato dalle maschere, dai personaggi, dalle scene, dai costumi, dal colore, Buttaboni esplora nei suoi disegni le matrici della grafica e quelle del linguaggio teatrale e della pittura. Scandaglia effetti e movimenti, segno e colore con capacità abbagliante nel trasferire l’appagamento fantastico al visitatore.Di questi momenti vibranti di poesia, creati con estrosa libertà del gesto e un abile uso del pigmento, la mostra di Buttaboni ha offerto persuasiva dimostrazione di intelligenza e di equilibrio, mettendo in corso un confronto tra questo tipo di pittura personale – vivace e libera, creata con estrosità e finezza -, e quella di soggettistica storica in cui a prevalere è elemento iconografico – filtrato con sensibilità formale senza veicolare messaggi distorti.

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

 

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Esperienze e sorprese / Roberto Fenocchi a “CasaIdea” a Tavazzano

ROBERTO FENOCCHI: due opere in esposizione dai fratelli Acerbi

ROBERTO FENOCCHI: due opere in esposizione dai fratelli Acerbi

“Casaidea”Architettura-Arredamento-Antiquariato ospita, nella suggestiva cornice dell’ Ex chiesetta del Viandante a Tavazzano una esposizione dedicata interamente al pittore lodigiano Roberto Fenocchi.
Anche in provincia l’arte ha la sua storia. Nei Comuni “minori” esistono artisti con percorsi che gettano luce sulla varietà del panorama della pittura territoriale nel suo insieme. Il percorso di Roberto Fenocchi di Villavesco, classe 1954, è un cammino “in disparte”, non privo di curiosità e interessi. Da diversi lustri Fenocchi conduce a Villavesco una trattoria contrassegnata da atmosfere popolari. Qui, gusti e sapori della tradizione non sono andati persi. Non siamo a Trastevere, ma l’ambiente ha tenuto l’humus dei tempi passati. L’occhio si acclimata bene sui quadri alle pareti, “aggiornati” come in una galleria. Anche chi non possiede occhio esperto afferra che sono opera di un pittore che ci sa fare. Quel pittore è lo stesso conduttore. Ha buona mano, manifesta libertà da vincoli, traduce sollecitazioni, trasforma percezioni in forme vibranti, in scoperte del momentaneo.

ROBERTO FENOCCHI: scorcio della esposizione a CasaIdea

ROBERTO FENOCCHI: scorcio della esposizione a CasaIdea

Fenocchi è andato ventenne a perfezionare il disegno da Bergonzi alla “Cimabue” di Milano per poi passare alla scuola dello Sforzesco di Milano ai corsi di nudo di Grigioni, poi di incisione e litografia con Timoncini. Una partenza figurativa che in avanti si è rivolta al movimento. Il movimento è la sintesi meccanica della vita. Lui l’ ha tradotta in pittura. Il 1980 è l’anno del suo lancio con una mostra non da poco, al Gelso di Lodi. Giovanni Bellinzoni lo inserisce nell’agone del contemporaneo. L’anno dopo si presenta al Circolo Vanoni e raccogliere consensi. Nell’82 e ’83 è sempre al Gelso di via Marsala in alcune collettive e nell’84 si cimenta con i giovani del Centro San Fedele a Milano. Nell’86 si presenta al “Soave” a Codogno e nel ’90 torna ad esporre a Lodi, al Circolo Ada Negri. Poi sparisce dalla scena, fino al nuovo millennio, intervallando solo apparizioni estemporanee: CasaIdea a Tavazzano, Fondazione Bipielle a Lodi, Conventino di Lodivecchio, CecinArte, ecc.. Dopo mezzo secolo continua a dipingere, ad applicarsi, a sperimentare lasciando che la tecnica aderisca perfettamente al gesto, la grafia e il segno al senso, e la maturazione articolata e complessa, sotto l’ombrello del postmoderno manifesti flussi di energia.
Dopo la mostra dello scorso ottobre nell’ambito dell’autunno culturale tavazzanese all’ex-Chiesetta del Viandante il pittore torna ora a presentarsi a “CasaIdea”. “Forme e colori in natura”, questo il titolo della permanente inaugurata dai fratelli Acerbi. In essa ribadisce il coagulo di sensazioni ed emozioni che danno identificazione al proprio linguaggio pittorico. Fenocchi sviluppa una pittura rifatta nella luce, nella radiosità dei colori e del movimento e “inchiostri” pronti ad ambiguarsi in diverse chiavi di lettura. Forme e ritmi essenziali conciliano col volto decorativo e caotico della attualità, dando veste a segni, variabili, invenzioni.
Tanti anni fa Giuseppe De Carli, presentandolo al Vanoni scrisse che il suo era “un tentativo di accordo tra la progressiva e continua trasformazione dei linguaggi”. Aveva visto bene. Oggi il pittore sta tutto dalla parte viva dell’intuizione e della sorgiva emozione. Non preordina ‘composizioni’, non imposta teoremi e astrazioni, li lascia nascere liberamente dal segreto emotivo. All’ex chiesetta del Viandante di “CasaIdea”, presenta un alternarsi eclettico di visioni e tecniche. Pitture e inchiostri sotto la lente della poesia rivelano equivalenti matrici: sensibilità, colore, emozione, eclettismo, segni tra ambiguità figurale e astrazione. Non “elaborati” concettuali, ma procedimenti a radice magica.

Forme e colori in natura: Opere di Roberto Fenocchi – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.00 presso l’Ex Chiesetta Del Viandante di Casaidea, Via Emilia n.23, Tavazzano con Villavesco (LO). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800

 

 

 

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ROBERTA TIBERI / Ricette d’avanguardia al “Bizzò” di Lodi

Roberta Tiberi, artista di Tavazzano, laurea in lingue, approdata all’attività espositiva un lustro fa , è in questi giorni al “Bizzò” in via Cavour a Lodi con una selezione di acquerelli gradevolissima con cui fa conoscere aspetti essenziali del suo percorso pittorico, documentando l’impianto figurale della propria ricerca e insieme la spinta a sperimentare

ROBERTA TIBERI: Ritratto di Lon Reed (Acquerello)

ROBERTA TIBERI:
Ritratto di Lon Reed (Acquerello)

forme di tipo applicativo proprie del design e della texture esornativa. Risultati non di capriccio o bizzarria, che si spiegano e giustificano con la molteplicità degli interessi acquisiti frequentando gli studi e gli atelier di Fernanda Fedi e Gino Gini, Elisa Frigerio, Giuliana Consilvio, del colombiano Rafhael Dussàn e i workshop di Tindaro Calia, dell’ acquerellista Valerio Libralato e del Gruppo fotografico tavazzanese, acquisendo spunti di tecniche moderne ed innovative tra passato e presente.
Benché, per più di un verso, alla Timberi (già fattasi conoscere alla Galleria Oldrado e alla Fondazione Bipielle), non sia fondamentale rivendicare una genealogia per accreditare l’impegno qualitativo, a prescindere dei sintomi che nella sua produzione si possono trovare, non ha bisogno di un padre, più o meno fantoccio, per dimostrare d’essere dotata di un intrinseco strumento operativo ad alto tasso critico e autocritico.
Troppo facile sarebbe dire che nella sua pittura esiste una straordinaria apertura di interessi umani, una fantasia che la incoraggia a dare vita a immagini diverse, anche se la declinazione principale è di una espressività ben combinata coi modi della figuratività contemporanea, che dalla fotografia mutua figure e ritratti che risaltano caratteri dell’espressione fisionomica. “ Al centro della mia ricerca artistica – afferma in una dichiarazione di poetica l’artista – è la figura principalmente declinata nella tecnica mista attraverso vari contrasti – di trama, finitura, tinta, materiale – vista come lente di ingrandimento per trattare tutti i temi universali”.

ROBERTA TIBERI: Ritratto di Bono Vox (acquerello)

ROBERTA TIBERI:
Ritratto di Bono Vox
(acquerello)

 

ROBERTA TIBERI: Giochi d'acqua: Deviazione 1 (acquerello)

ROBERTA TIBERI:
Giochi d’acqua: Deviazione 1 (acquerello)

Attraverso propri procedimenti, la tavazzanese offre al Bizzò esempi di cifra verista, ritratti di vip e cantanti (Kirk Douglas, Lon Reed, Marco Mengoni, Bono Vox…) resi con bell’accordo tonale e formale, senza deviazioni o evocazioni inattese. Gli acquerelli, tra cui un esempio di paesaggio urbano e un ritratto di “Melissa”, hanno una struttura realista che li sottrae a tentazioni meramente decorative o illustrative.
In altra sezione l’attenzione è richiamata dai “giochi d’acqua”: serie di invenzioni fantastiche e ottiche che raccontano “direzioni” e “deviazioni”, il cui elemento costruttivo conferma validità emotiva nella validità formale. Si tratta di strutture che campeggiano nello spazio, un flotto di variabili e rapporti in movimento, in cui le sensazioni più dirette sono quelle che lasciano l’accordo armonioso.

  Giochi d’acqua, Ottiche e sguardi ad acquarell0 di Roberta Timberi al Bar Bizzò, via Cavour 9, Lodi – Dal marted’ al sabato: 7,30-19,30; domenica: 7,30-13. Fino al 15 gennaio 2017

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Cielo e mare, la visione naturale di Emanuela Dalcerri all’Enorafo

dalcerri-manuelaLa fotografia paesaggistica è il genere più frequentato dai fotografi amatoriali lodigiani. Lo è ancor oggi che le bellezze naturali sembrano non risvegliare più tanto l’interesse sia dei fotografi professionisti sia dei pittori. A molti sembra cioè un genere banale, manchevole di elementi autentici di richiamo. E invece, è un genere che al fotografo (come al pittore) richiede impegno, costanza e buone conoscenze, oltre che sensibilità personale, per ottenere risultati rispettabili.
Nel paesaggio c’è chi cerca di fermare la natura, chi di ricordare un luogo o un ambiente che gli è risultato più o meno affascinante o meritevole, chi di cogliere contrasti, nitori o tonalità procurate dalle stagioni, chi di liberare la propria poesia interiore.
Alla fotografia paesaggistica si dedica Emanuela Dalcerri che all’Enorafo” di Ivan Mascherpa e Martino Arcelli, in galleria piazza Vittoria 47 a Lodi, propone una quindicina di scatti, dove i colori della natura – quelli del mare a Favignana nelle Egadi, che i fenici chiamavano Katria, i latini Egate, i greci Aegusa – , presentano tonalità calde o anche morbide; e senza cedimenti al “già visto”, al banale o all’abusato” suggeriscono suggestioni attraverso la bellezza di scene colte al meglio.
Nel fermare il “momento”, la luce, la composizione giusta (che non è solo un problema di inquadratura come molti pensano, ma di cosa includere, un modo per attrarre l’attenzione) la Dalcerri rivela capacità e gusto, va al di la del diletto e della scuola, mostra sensibilità, vaglio e scelta.
Le immagini dell’Enorafo svelano una selezione di angolazioni che rende vivace e interessante il paesaggio. Cielo e mare (soprattutto il mare) caratterizzano il tono del messaggio. Del mare gli scatti fermano il moto, l’attimo, la trasparenza, il corso del sole, i sassolini come smeraldi… La fotografa mostra di fare buon uso della esposizione; afferra panoramiche che racchiudono un ambiente naturale e dialogante; conferisce all’insieme una ampiezza dinamica, impressioni che procurano suggestione visiva.

 

 

ENORAFO, galleria piazza Vittoria, 47, Lodi- Emanuela Dalcerri, Scatti da Favignana – Fino al 30 settembre – Info tel.0371.67691, e-mail enorafo@gmail.com

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