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Contro la “mostrificazione” dell’arte

di Aldo Caserini

Dalle stanze di casa, dove i libri fanno da carta parati (o da fortezza), in questi giorni di isolamento obbligatorio, stanchi dello schermo tv, del pc, del telefonino e anche del giornale (quando lo consegnano) capita di farsi attrarre dal dorso dei tanti libri, letti o ancora da aprire, la cui suggestione va oltre il coronavirus (Covid 19), capaci di sottrarre ai talk, alle serie ripetute mille volte e a Facebook che incatenano al divano. Nei libri “recuperati” capita che l’occhio si fermi su “particolari”, su qualche osservazione appassionata e polemica da chiedere un aggiornamento o un monitoraggio delle proprie precedenti esplorazioni.

E’ capitato al sottoscritto, che s’è trovato tra le mani l’ultimo libro della sociologa e saggista italo-americana Camille Paglia, docente alla University of the Art di Philadephia, un saggio donatomi a Natale dai colleghi Federica Melis e Salvo Mancuso sette anni fa e che approfitto per rinnovar loro i miei ringraziamenti. Seducenti immagini,Un viaggio nell’arte dall’Egitto a Star Wars – questo il titolo dato dalla Paglia – tradotto da Biagio Forino e pubblicato dalla Editrice Il Mulino di Bologna, è un testo scritto con vivacità e cognizione, che concentra l’ impegno ad affrontare il cedimento culturale ( di qualità, poesia, profondità) delle arti visive, e la responsabilità di rimediare attraverso forme di autoeducazione, L’arte, “non è un lusso , ma una necessità”. È conveniente perciò contrastare il guazzabuglio visivo generato dal mercato e dalla fiumana di artisti (o così detti ) che nel mercato inseguono non l’approfondimento, non la qualità e il significato, ma il consenso a una produzione generalista. L’invocata autoeducazione è l’unica strada (o anticorpo) che abbiamo per che può fermarne il declino, sostiene Paglia.

Una serie di immagini note o meno, dalla regina Nefertari a Pollock, Warhol, Cox, Lucas, snoda un racconto che invita il pubblico a ritornare a a “guardare”. In sostanza, quello che in Italia il Marangoni di Come si guarda un quadro negli anni venti chiedeva agli italiani: sottrarre lo status dell’arte alla cultura commerciale, alla pubblicità e alle tecniche di marketing d’importazione americana. Oggi, la lezione della Paglia chiede un’attenzione in più: non fidarsi dei mass media. Sono “terra selvaggia”, scrive, “in cui è facile perdersi”. In passato, sostiene, ci si difendeva, perchè prevaleva un’istruzione orientata sui fondamentali di storia e di materie umanistiche. Oggi, invece… I giovani o non si interessano di arte o quando si muovono, vanno incontro a una densa confusione “di relativismo e sincronie”. Lo svuotamento culturale delle arti visive che gli intellettuali non asserviti al mercato e alla politica (cfr Tomaso Montanari, Vincenzo Trione:”Contro le mostre”, Einaudi, e-book € 7,99) denunciano invocando “mostre serie” sottratte alle gabbie dei curatori seriali, alle scelte irrilevanti e pericolose, allo “sforna a getto” (pensavano, forse, al Lodigiano?) dello “sforna a getto” è materia che la stessa scuola non può ignorare. Deve ritrovare la sua funzione di anticorpo. C’è bisogno di un’arte diffusa. Che riallacci il passato al presente attraverso la conoscenza; che non veda solo la società, ma ritrovi la metafisica, indaghi il rapporto dell’uomo con l’ universo, il cosmo, il creato. Nel cuore delle nostre città. Non solo Milano, Roma, Torino, Venezia. Anche Lodi, Codogno, San Donato M., Casalpusterlengo… Troppo?

 

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Domenica Regazzoni a Bologna. Omaggio a 4 mani a Lucio Dalla

Si inaugura sabato 28 febbraio alla Sala d’Ercole a Palazzo Accursio, organizzata dal Comune di Bologna con il patrocinio della Fondazione Lucio Dalla la mostra “Domenica Regazzoni & Lucio Dalla a 4 mani”.

Quello dell’artista sudmilanese, residente a Peschiera Borromeo, è il quarto ritorno a Bologna in dieci anni. C’era stata con una mostra alla Galleria Forni (Domenica Regazzoni. Musica e Silenzio). ma precedentemente aveva raccolto consensi con l’esposizione in due spazi pubblici: Regazzoni e Dalla all’ex chiesa di S. Mattia (nel 2001), ispirata alla musica e alla poesia di Lucio Dalla e anni più tardi con Scolpire la musica al Museo Internazionale e Biblioteca della Musica (nel 2008) che videro convolto anche il fratello Cesare musicista.

Il connubio arte e musica è sempre stato uno dei fili conduttori dell’opera della Regazzoni: il padre Dante, celebre liutaio, il fratello Cesare noto compositore-arrangiatore ed editore, dagli anni novanta a Paullo ), il figlio Alessio eccellente violinista concertista, lo zio Antonio organista nella chiesa del paese natio in Valsassina. Concludendo, arte e musica malattia di famiglia.

Lucio Dalla e la Regazzoni si conobbero a un concerto parecchi anni fa grazie alla presentazione di un domenicano amico e consigliere spirituale del cantautore e l’incontrò macinò subito una collaborazione sfociata in mostra.

Ma se la fonte d’ispirazione di Domenica Regazzoni si può legare in parte ad alcune delle più belle e poetiche canzoni di Dalla, l’artista è comunque lontana dal tentare interpretazioni visive; nei suoi lavori intende invece trovare un punto d’incontro tra pittura, musica e poesia, che favorisca le affinità che legano colore, suono e parola e permetta un nuovo linguaggio espressivo.

Il primo incontro tra Dalla e la Regazzoni verrà ricordato dal cantautore bolognese in una intervista:«Sinceramente, dapprima Domenica mi ha incuriosito, poi ho capito che aggiungeva qualcosa al mio lavoro. Così oggi mi sento un po’ il coautore dei suoi quadri. Li trovo sorprendenti, svelano delle sfumature delle mie canzoni che non conoscevo. Vi aggiungono significati, le completano

Nell’opera della Regazzoni la qualità è il risultato di una tessitura che rende visibile il suo impegno nel tempo, l’aspirazione, la laboriosità, le difficoltà superate da essere oggi indicata ad esempio per diventare figura rappresentativa autentica e non perdersi nella nomadica umanità dei cacciatori-raccoglitori che celebrano clichè.

Nel gran bazar del contemporaneo – dove oramai c’è un po’ di tutto e di più, certo l’intelligenza e ‘originalità, ma spesso la noia o qualcosa di peggio, l’arte della Regazzoni, fatta di attitudini individuali e di salti intuitivi è al tempo stesso ricca di valenze espressive, di forme, scansioni e armonie musicali.

Di maestria consolidata, l’artista di Peschiera Borromeo si presenta a Bologna con opere che si distinguono per la qualità mai stanca, tanto meno sfibrata. Potranno anche sembrare un omaggio che il pragmatismo tributa all’esperienza, ma restano un risultato scintillante negli effetti, di comprensibile immediatezza e cultura, da richiamare il “progetto” con cui si presentò a Lucio Dalla: affermare e sostenere il convincimento che le espressioni artistiche non possono più essere divise: che la poesia è musica, la musica è colore, il colore è musica e poesia.

Aldo Caserini

 

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LA FOTOGRAFIA ALLA COLOMBINA. Le immagini “salvate” di Silvano Bescapè

L’Osteria la Colombina, in località Bertonico, nel Lodigiano, non è solo un  

Particolare delle foto esposte alla Colombina di Bertonico

ristorante tradizionale, a conduzione familiare, dove si gustano piatti della tradizione e classici che richiamano conoscitori esperti della buona tavola è anche un’ex-cascina che alle pareti propone con rigore espositivo una quarantina di stampe fotografiche in b/n che raccontano la storia del territorio, il legame dei suoi luoghi con le stagioni, i poderi, le cascine, i fondi, le colture, le architetture, e, principalmente, il lavoro e i suoi collegati, le tradizioni, i costumi, la meccanizzazione che lo hanno trasformato vocandolo a zona agricola, oggi lasciata alla rincorsa edilizia, della terziarizzazione e della logistica, che ne convertono le caratteristiche anche morfologiche.

Alle pareti scorrono “reperti” fotografici salvati da Silvano Bescapé, noto raccoglitore-amatore che da decenni mette interesse e passione nel ricostruire attraverso foto e cartoline il lodigiano “che fu”. Fan parte, ci dice Emilio Soldati (contitolare della Colombina con la moglie e la figlia, dopo decenni di attività a Milano, svolta all’ombra del cenacolo vinciano e della chiesa delle Grazie), dell’archivio del fotografo livraghino, oltre ventimila tra sviluppi e lastre avere ormai dimensione di specifica autonomia da essere fonte documentale significativa dei mutamenti del territorio e delle sue realtà.

Oltre a ciò, la selezione proposta alla Colombina aiuta a cogliere lo sviluppo dell’estetica fotografica attraverso la sperimentazione dei materiali e delle tecniche e l’allontanamento dalle semplici rappresentazioni realistiche con l’affermarsi di elaborazioni soggettive nelle impressioni.

I “tasselli di vita” alle pareti documentano il tessuto storico dell’Alaudense attraverso i lavori nei campi e in cascina, il paesaggio, i costumi, l’avvicendamento delle generazioni, gli agglomerati dei paesi, l’ingresso nel sistema agricolo delle macchine, le stalle affollate di uomini e donne, eccetera. L’occhio, se non è subito catturato dal menù, può ricostruire il passato, le distinzioni sociali in l’agricoltura, la diversità di ruoli tra fattore e contadini e stagionali, la disuguaglianza tra le case del padrone e del fittavolo e quelle degli stagionali. La stampe acquisite dal Soldati da “Silvano”, com’è conosciuto il fotografo livraghino, rappresentano una indagine del patrimonio della civiltà contadina; aiutano a conoscere una porzione significativa del lodigiano prima della frenesia pan-industriale, dei tralicci, delle raffinerie e delle strade ad alto scorrimento. Insomma, alle pareti della Colombina sono immagini che non superano (o non sostituiscono) la parola parlata e scritta, ma fan loro concorrenza, dicono cose contemporaneamente e informano velocemente.

 

Aldo Caserini

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SARA MANZAN: Dietro alle tracce e alla lezione di Livio Ceschin

Una mostra è una mostra, scriveva (hillo tempore!) il Longhi a Benedetto Croce. Il paradosso è chiaro. Sono le opere quelle che contano, che devono corrispondere alle esigenze fondamentali della fruizione, non le parentele o le parole che le accompagnano.
Forse il messaggio più denso di Sara Manzan sta nel chiedere alla sintassi del suo maestro Livio Ceschin, di rivelarsi senza troppo disperdersi nella libertà divagante, della propria vis poetica.
Se certe eccedenze espressive arrivano, non sempre si riconoscono e spiegano per intero il trasferimento dal maestro all’allieva della fibra di un acquafortista straordinario quale è stato il trevigiano, artista che anche i lodigiani hanno conosciuto e apprezzato per l’ispirazione lucida e incandescente attorno ai temi della natura, dei paesaggi agresti, dei fogliami e delle acque.
Ma in un panorama qual è l’attuale, che paventa il declino dell’arte incisoria, minacciata dall’intolleranza del mercato, ma anche dall’indifferenza e dalla mediocrità, incapace di cogliere le possibilità del linguaggio e della poesia che è in esso, è sempre lodevole che un artista dichiari di riferirsi all’insegnamento di Ceschin e si riconosca nel suo naturalismo contemplativo.
Alla XXI edizione di Carte d’Arte la Manzan si fa conoscere come acquafortista attenta alla resa tecnica,, sia nel linguaggio (figurale) che nella resa del segno, con esiti di compenetrazione. Non dimenticando che lo stesso Ceschin fu spesso associato a Giovanni Barbisan (trevigiano come lui) per la sottigliezza dei tratti, assai raffinati, che gli permettevano di ottenere una vibrata e delicata luminosità.
Per il suo naturalismo (iniziale) e per i risultati nelle vedute paesistiche, per la proiezione del respiro lirico e la dilatazione dello spazio, anche nella giovane Manzan si può parlare di “concezione”, manifestando l’artista esperienza, stimoli e segnali che esaltano la sensibilità e danno l’impronta.
Gli si può riconoscere orientamento alla luce o. distinguendo, attenzione ai valori tonali o all’esattezza degli elementi della realtà. Semplici richiami al suo primo maestro, mediati dalla riflessione soggettiva e da una visione tranquilla e riposata che arriva ad estendersi ai simboli ambivalenti della natura.

La Manzan risulta orientata a una personalità tecnicamente attrezzata, con rappresentazioni che esaltano l’immediatezza poetica (ultimamente visiva) attraverso la predilezione per gli elementi di suggestione, come la luce che modella e da forma alle composizioni.

Aldo Caserini

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“L’URLO DEL ’68”: Baratella e i lodigiani alla Popolare di Lodi

L’urlo del ‘68”, l’esibizione itinerante di Paolo Baratella – artista che molti lodigiani ricordano ancora per una mostra personale allestita al Gelso e per le diverse altre presenze alla galleria di Giovanni Bellinzoni è iniziativa di dichiarato carattere “divulgativo”, promossa nel cinquantenario del ’68 dalla Fondazione Credito Bergamasco e ospitata alla fine del suo percorso alla Fondazione della Popolare Lodi, dove rimarrà fino il 10 febbraio prossimo. Oltre a restituire un ritratto dell’artista e della sua produzione “sessantottina” lancia sprazzi di luce sull’ estetica di quegli anni e slle scelte comunicative in parte d’“importazione” (dai campus statunitensi e dalle università francesi e tedesche).

L’esposizione risulta in robusta misura “integrata” con opere di artisti locali, in primo luogo di Ugo Maffi, il cui senso di ribellione al fascismo e ai poteri si scopre anticipato con “Lamento per Grimau”, una pittura costruita nel 1963 su un manifesto del Pci locale e donata all’Anpi di Lodi, rintracciata in un deposito scolastico al Ponte di Lodi. L’opera esplicita l’istantanea di una linea che l’artista proseguirà per un decennio (fino al 1975), una sorta di cortocircuito tra panorama sociale, rappresentazione e linguaggio. La sezione curata da Mario Quadraroli presta poi attenzione alle tecniche miste e agli oli su carta di Luigi Volpi, già presentati al Circolo Vanoni e intitolati agli ospiti agli ospedali psichiatrici. La rivoluzione culturale maoista si ritrova negli acrilici di Giuliano Mauri in una versione che rimanda a Giangiacomo Spadari, del quale il lodigiano era amico e seguiva con forte interesse il messaggio provocatorio e ideologico. Su un fronte pittoricamente diverso, ma che rivela impegno politico si colloca Mauro Staccioli che in un gruppo di xilo raccoglie i fermenti antiamericani dell’opinione pubblica per la guerra nel Vietnam, tema che abbandonerà a scavalco degli anni ’70, dedicandosi alle opere in cemento. Meno impegnativa l’esperienza di Paolo Costa, orientata più su sottolineature di linguaggio che su rappresentazioni conformate alla protesta, come rivelano un utilizzo della fotografia del 1974 e una “stoffa” del 1977. A sua volta Mario Quadraroli, agisce in un campo di matrice ideologica con immagini che richiamano scambi e contatti con l’attività di gruppi milanesi dediti all’urto e alla rottura.

Alla narrazione locale avrebbe forse giovato un cenno alla linea del Gelso, in cui si ritrovano con Baratella, Ezio Mariani, Spinoccia, Spadari, Mastroianni, De Filippi, Albertini eccetera, le cui immagini hanno fornito contenuti culturali e politici all’ambiente artistico locale.

L’arte di protesta oggi può apparire anacronistica. In verità le differenti espressioni mostrano la spinta a un linguaggio nuovo. Riuscito? Certamente no. Un’arte del ’68 propriamente detta non ci fu. L’arte di quegli anni si resse su un paradosso: il convivere di istanze collettivistiche e iperindividualiste. L’attività di molti artisti che accompagnarono la militanza politica con messaggi e legami al pensiero marxista, maoista e anarchico l’abbandonarono non appena la ribellione, la protesta, le occupazioni si rimpiccolirono. Spogliatisi dell’aura rivoluzionaria si misero a cercare alimento e forza persuasiva nel merito personalistico e nel mercato.

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Prossima personale di Marcello Maloberti alla galleria di Raffaella Cortese

Marcello Maloberti, codognese di nascita (1966), l’ infanzia giocata sul Brembiolo, indicato per questo dai casalesi come “uno di loro” ma milanese da quel tempo, ora con studio e abitazione in Porta Romana, in via Lattuada, è un artista straordinario, un performer che mette e tiene insieme molte cose: suoni, oggetti, immagini, pubblicità, corpo umano, sguardo, teatralità; quanto serve a differenziare o ad assottigliare differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice o viceversa.
ritratto-Maloberti-orizzPerformer è oggi come una parola d’ordine, un segno di riconoscimento che dà lasciapassare a tante altre cose insieme: creativo, inedito, innovativo, inventivo, fantasioso, singolare, originale…, che a loro volta si accompagnano ad altri elementi significanti che seguono, attraverso i percorsi del linguaggio figurato dei simboli una creatività artistica che rimodula percorsi mentali e operativi e giudizi in qualcosa di originale, frutto di singolarità soggettiva e critica e di scostamento dell’omologazione collettiva.
Allievo di Luciano Fabbro a Brera – scultore e scrittore, in stretto rapporto di pensiero ed elaborazione con Piero Manzoni ed Enrico Castellani nel giocare sugli accostamenti tra materiali e iconografie feticistiche o simboliche – Maloberti, come il suo maestro, muove dalla convinzione che “l’arte è ciò che trasforma”, e che “non si può essere creativi a comando”, “le idee più belle vengono dal dialogo”. Ma perciò richiede coraggio e fantasia “in grado di imprigionare la mente a tutte le situazioni di conoscenza, invenzione e immaginazione che si generano nel nostro cervello.
In questo modo l’attività artistica del performer (interprete, manipolatore, inventore, giocatore, “attrattore”) serve a creare mondi nella testa, che non si fanno scappare dalla realtà e dalle cose, ma te le fanno vedere, sempre più nel profondo, divertendoti, discutendone magari in cucina attorno a un tavolo coperto da una plastica quadrettata di bianco e rosa, dove “ci si può rinfrancare le idee”. L’immaginazione per Maloberti è una grande chiave per la scoperta della realtà, non una via di fuga.
Il gioco e il pensiero (avventuroso) della vita chiede di non fermarsi alla superficie delle cose, ma di andarci dentro. Come in Vir temporis acti: un ragazzo seduto sul pavimento che senza sosta ritaglia immagini neoclassiche. Per farne cose? Con quale significazione? Quale valore di rinforzo? Quella del ritagliare immagini non è nuovo in Maloberti, se ne è valso anche in altre performance: “Ritagliando do nuova forma alla materia della carta e della immagine e coltivo una mia sana ossessione; è¨ un gioco di cui tutti hanno esperienza. In questa azione la pesantezza del marmo e la fisicità della materia vengono alleggerite. L’atto riporta in vita le immagini, le rende tridimensionali, permette di farne un’ ìesperienza diretta. Preferisco ritagliare il marmo, la pietra e le montagne che il cielo e il mare.”
Circus Revival, riproposta a giugno a Palermo (duecento specchi appesi sotto un tendone di mercato, illuminato dai fari delle auto) introduce invece sulla scena varianti “felliniane”, fatte da infinite visioni che fan vedere più dell’occhio nudo, e “l’ironia e l’assurdo” aiutano a “meravigliarsi del mondo” e all’artista di “trovare sintesi”
L’arte di Maloberti è fonte di infinite visioni. E’ un’arte che “parte dall’effetto per arrivare alla causa”, confida. Porta con se un potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza, ma si manifesta nel germe dell’immaginazione. Segue un po’ L’Italia capovolta di Fabro. L’universo visionario è fatto di immagini e parole che si rincorrono in uno spazio mentale in tutte le direzioni. Si pensi a Metal panic ( all’eccentrico Spazio Raum xing di Bologna), dove un gruppo di uomini fu messo a reggere un tubo di ferro. A significare cosa? Quale ambiguità? Quale discontinuità? Con quale ammonimento?
Punto di riferimento della Nuova accademia di belle arti di Milano (Nab) Maloberti non si sottrae alla richiesta di un giudizio sulla situazione dell’arte attuale: “Stiamo vivendo in un momento di arte troppo addomesticata con pochi racconti e tanti feticci”. All’opposto, lui ama “intrecciare culture”, scoprire “nuove forme” su cui intervenire. “Il mio lavoro nasce da uno spavento” ha messo in targa all’ingresso della sua casa milanese.
Una sua personale è intanto annunciata da novembre a febbraio alla galleria di Raffaella Cortese in via Stradella a Milano. Maloberti ci dirà qualcosa di più e di nuovo. Come conviene a un sottile e perseverante creatore di sorprese, di scoperte e riscoperte, di rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale e lacerazioni del lessico, di ossessioni e di caos, sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente.

 

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Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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Teodoro Cotugno, poesia di una città di provincia

TEODOTO COTUGNO: Copertina del catalogo curato da Tino Gipponi per la mostra alla Banca Centropadana di Lodi

Si è inaugurata alla Bcc Centropadana in corso Roma a Lodi, presenti i vertici dell’Istituto, come pure esponenti dell’arte, della cultura, dell’amministrazione civica e un pubblico numerosissimo delle migliori occasioni, una “vetrina” di opere grafiche di Teodoro Cotugno.
La mostra compendia in 35 calcografie un racconto di luoghi, percorsi, monumenti cittadini, dall’artista affidati a una narrazione di mestiere e sapere, in cui la natura viene messa a fuoco nel dettaglio e connota privilegiandole esplorazioni di luce e incantamenti.
L’omaggio a Lodi e al territorio è stato reso possibile dal riordino intelligente di un consistente numero di lastre incise in anni diversi, che una volta riunite documentano filologicamente le acquisizioni del segno artistico, il passaggio da un registro descrittivo-figurativo a una dimensione interiore, a un cammino orientato sul significato profondo del guardare in cui al “simple divertissement de hasard” è opposto un paesaggio figurale di meditazione e poesia consegnato da stampe originali d’arte.
Una esposizione dunque invitante oltre che persuasiva in cui Cotugno si conferma uomo di silenzi, di tempi sospesi, di sguardi dilatati e segreti, oltre che calcografo dal segno autorevole e definito. La qualità delle acqueforti riunisce in sintesi stile, temperamento, sensazioni e sentimenti. La piazza del Duomo, La Basilica di San Bassiano, Il Torrione di Lodi, Il resto del raccolto, I tre campanili, Lodi dai tetti, Il Torrione, la neve e il silenzio, L’Isola Carolina, Le Baste 1, Le Baste 2, San Rocco, Il vigneto, Cattedrale d’inverno, Vecchia fornace, Autunno, L’Incoronata e la luna, Vigneto di Giò, La cascina scomparsa, Autunno, Tra gli alberi, L’Adda eccetera, studiosamente disposte, hanno “armato” il curatore Tino Gipponi che ha condotto una puntuale, esperta analisi dei procedimenti e dei segni grafici, e una interpretazione delle condizioni di sentimento e poesia che rendono i fogli unici.
Cotugno è artista che non si compiace del mestiere di “riproduzione”, aspira a toccare vertici di espressione. Nei suoi lavori si ritrovano schiettezza di scrittura, spessore di significati, pretesti di poesia; filtrano fremiti di luce presi dalla realtà della natura e con decisione proposti con coinvolgimento. Campagne, passaggi, stagioni, scorci boschivi, archeologie agresti, corsi d’acqua, aspetti rurali, ma soprattutto monumenti civici, ponti, tetti e piazzali, chiese, scorci cittadini ecc. inducono a leggerne, segno dopo segno, i dettagli, fin oltre dentro l’ avvolgente poesia.
Profili urbani, aspetti gentili, visioni campestri e bucoliche sono dall’artista colti con occhi di poeta, attraverso un intimo rapporto con la natura guardata e riguardata, che suggerisce – con le ovvie e dovute distinzioni -, cenni di richiami a Barbisan, Tramontin, Castellani, Cadorin, Trentin, Ceschin, Tregambe…
Come loro, il calcografo lodigiano trasmette sensazioni di luce. La sua arte non annuncia problemi, se non le incognite a cui va incontro l’amata natura. Le sue immagini lasciano l’effetto realistico per incontrare qualcosa che è misterioso (non semplicemente poetico).
Il percorso segnico-formale s’è molto rafforzato, ha acquisito sicurezza ed espressività; i suoi fogli si riconoscono per lo svolgimento dei temi e lo sciogliersi delle forme nell’atmosfera. L’abilità di mano e di occhio giunge a inserire il bianco del foglio nella raffigurazione, fino a raggiungere effetti luminosi in differenti elementi paesaggistici.

In tempi di imperante finzione la mostra rivela un Cotugno dall’ approccio umile e consapevole verso un mestiere e le sue radici che alimentano un’arte che “minore” non è. Tutt’altro!

 

 

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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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“SEQUENZE”, De Bernardi alla Biblioteca di Casalpusterlengo

Dal 7 al 14 ottobre 2017

FRANCO DE BERNARDI

Dal 7 al 14 ottobre p.v., l’artista codognese Franco De Bernardi torna ad inserire le poche esposizioni casalesi nella menzionalità di quelle che valgono o hanno un qualche interesse territorialmente.Lo farà attraverso un gruppo lavori di medie e grandi dimensioni e di libri d’artista realizzati su vetro, da procurare una robusta griglia tecnica fattuale e dare unità ai caratteri della ricerca della propria pittura post-concettuale.
In un quadro territoriale fatto da situazioni stilistiche boccheggianti ossequi al retrò figurativo, o nel migliore dei casi, ad avanguardie d’altri tempi da costituire il vettore di una ritualistica di clonazione, De Bernardi è dei pochi a non stare dietro alla logica dei “tempi brevi” e delle “etichette”, esplicitando con coerente azione interesse alle soluzioni pratico-operative e alle forme di frontalità autoriflessiva.
Per l’esibizione, l’artista ha prediletto un gruppo di lavori di decisiva suggestione visiva, da procurano un “insieme” delle esperienze che l’hanno visto protagonista all’insegna di una ricerca marcata di forte peculiarità.
Le esibizioni, onestamente, si dovrebbero giudicare solo dopo averle determinate nel loro completezza; quella dell’artista codognese, considerando anche il suo percorso di pittore, si prestano a una facile appropriazione di dati d’interesse.
Le opere alla Biblioteca oltre far ritrovare la personalità dell’artista, si annunciano interessanti dal punto di vista della individuazione tecnica e delle procedure e dei materiali (tempere, colle, carte) adottati. In sintesi degli elementi che danno alla sua ricerca un carattere connotato di densità simbolica ed efficacia. In un certo senso anche liberatoria, sottratta a sovrastrutture, parvenze (cosmologiche) e a diavolerie decorative varie.
Nei manufatti si ritrovano riflesse facoltà immaginative consegnate da una maestria operativa manuale guidata dalla mente, in cui è possibile prendere una certa ambiguità ora figurale ora astratta, lasciando al fruitore di infittire sensazioni o manipolazioni e letture, compresi incerti richiami “turneriani”. Ciò, sebbene il pittore non attinga a fonti letterarie, e preferisca fare i conti con la pittura, con gli agenti dinamici dell’atto e del gesto e la concretezza dei materiali, conferendo concretezza all’azione.
I cartacei ch’egli esporrà a Casale sotto il titolo di “Sequenze” – catene, avvicendamenti, progressioni ? – , ovviamente da verificare -, accomunano nel sostrato manuale e tecnico tempera, carta lucida bianca e di colle -, richiami onirici e memoriali insieme a consapevolezza e sensibilità esistenziale.

 

 

Sequenze – Personale di Franco De Bernardi – Biblioteca comunale di Casalpusterlengo. Inaugurazione 7 ottobre ore 17 – Dal 7 ottobre al 14 – Orari di apertura della Biblioteca civica.

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