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Anselmi, Bianchini, Borsotti, De Bernardi in Lunigiana

Dal 28 luglio al 15 agosto il suggestivo borgo di Bagnone in Val di Magra ospiterà Mostra Diffusa di Arte Contemporanea. L’esposizione è nata su un progetto culturale dell’amministrazione comunale, promosso in collaborazione con l’associazione Donne Di Luna e affidato alle cure del designer-pittore-vignettista e progettista in Architettura di interni Gianpiero Brunelli, titolare a Orio Litta dello Studio Art & Design.
Tradotta e perfezionata da Brunelli, l’idea dell’evento punta a dare visibilità a un gruppo selezionato di artisti in una cornice di bellezze architettoniche e naturali. Oltre a prendesi carico di far guardare dentro con profondità e rigore nella preziosa produzione di autori che fanno pittura e poesia insieme, l’iniziativa è rivolta a far conoscere e valorizzare le caratteristiche ambientali e naturali di Bagnone attraverso una proposta capace di rappresentare aspetti della vita stessa della natura e dell’uomo.
Distinta in sezioni, l’ esposizione offre al visitatore un percorso in grado di costituire uno snodo fondamentale: cogliere e commentare lo “stato dell’arte” contemporanea; e, spostandosi dall’arte al paesaggio, apprezzare le bellezze naturali e le peculiarità di questo borgo della Versilia.
L’evento si presenta strutturato in tre personali e una mostra collettiva sul tema: Trascendenze: Dialogo tra Arte e Spiritualià. Al Teatro Quartieri i visitatori potranno conoscere distintamente le opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini e del pittore analitico (recentemente scomparso) Enrico Garavaldi, sostenitore di Calderara. Nella chiesa del castello invece troverà proposti lavori di consolidata tematica sacra del santangiolino Luigi Bianchini e della sua compagna docente di disegno e storia dell’arte a Chignolo Po Monica Anselmi, del codognese Franco De Bernardi e del casalese Francesco Borsotti. Infine, nel foyer del Quartieri, infine, l’ allestimento è riservato all’opera a “quattro mani” di Bianchini e della Anselmi già presentata nel 2015 alla Biennale di Venezia.
”Arte in Borgo”,dice Brunelli, ideatore e curatore dell’evento, “propone linguaggi diversi, in un confronto che spazia tra pittura iconica, aniconica e “pittura pittura”, sostenuto da percorsi personali che i cinque hanno sedimentato in anni di intensa attività, volta non a raggiungere teorie effimere o pseudo concettuali, ma una propria nitida e inedita matrice espressiva.
L’esposizione conterrà complessivamente una settantina di opere e metterà a confronto una sorta di mappa di materiali e tecniche artistiche del “fare” offrendo elementi per riconoscere i singoli stili, le esperienze di riferimento, e far entrare dunque nei “mondi possibili” creati dai cinque autori. Tutti artisti conosciuti nei rispettivi territori, ma meritevoli di una attenzione ben più ampia. Nelle loro produzioni, la mimesis sembra non avere più autenticità: La loro arte presenta infatti una diversa consapevolezza: quella del “mistero” e della “materia”, dei segni dell’epoca e delle leggi del costruire e dell’esprimere, dove il gioco è affidato alla poetica del “fingere”, ovvero al “dar forma” attraverso invenzione, occasione, libertà, fantasia, manualità eccetera.

 

I LUOGHI DELLE MOSTRE: Teatro Quartieri : Spazio polifunzionale: Wind di Luigi Bianchini; Foyer: Landscapes di Monica Anslmi; Omaggio alla Biennale. Installazione dell’opera esposta alla Biennale di Venezia nel 2015 di Bianchini e Anselmi. Al piano primo: l’Arte è un Viaggio , esposizione permanente di Enrico Garavaldi. Chiesa del Castello:Trascendenze : dialogo tra Arte e spiritualità. Opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini, Francesco Borsotti e Franco De Bernardi . Le mostre saranno visitabili dal 28 Luglio al 15 Agosto nei giorni venerdì, sabato e domenica e il 14 e 15 agosto, con orario continuato dalle 18 alle 23.
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Stefania Comaschi: “Passione per il colore”

Stefania Comaschi, commercialista di Lodi esperta in contabilità, da almeno una quindicina d’anni ha scoperto la pittura e si dedica al linguaggio del colore, che in pittura non è solo un mezzo di comunicazione, ma una scorciatoia per raggiungere i sensi e suscitare emozioni.
Il gruppo di lavori presentati al Caffè Letterario della Biblioteca Civica di Lodi, non hanno sottintesi interiori, mistici o simbolici. Per dirla con un esperto il colore è semplicemente la sostanza con cui Momy (questo il nome d’arte che la pittrice s’è data) compone i suoi quadri. Ma a certe teorie più o meno scientifiche nessuno sembra oggi dedicare più grande attenzione. Opinione diffusa e scontata è che le combinazioni di colori (primari, secondari e terziari), procurano sempre o quasi un qualche impatto emotivo. La lodigiana, che fa grande uso dell’acrilico, intende il colore come “liberazione dalle emozioni”. Lo combina al gesto, al segno, all’esperienza pragmatica, sciolto da schemi razionali e stilistici.

STEFANIA COMASCHI (Momy)

A chi ha vissuto gli anni Cinquanta le sue superfici pittoriche fanno riandare  alla pittura allora dominante in America e in Europa, incentrata sull’espressività individuale. Era quella una pittura straripante di energia da avere segnato il percorso dell’arte in maniera alternativa. Oggi convergere su quel terreno non può avere l’obiettivo di rompere un qualche schema formale o geometrico, accademico o tradizionale. Nel nuovo clima artistico contemporaneo, in cui i linguaggi informali hanno posizione marginale, non sono sostenuti da problematiche fenomenologiche o esistenziali, una pittura che è manifestazione gestuale, segnica, materica, coloristica come quella della Momy è obbligata giocoforza alla “citazione”.
Praticata con largo appoggio all’effetto colore, il risultato è una figurazione di tensione vagamente espressionista, sostanzialmente informale, da cui emergono forme larvali, fantasmatiche, allusive ed è prevalente l’assenza di un’espressività soggettiva, anche se in certi “paesaggi” si possono colgliere caratteristiche liriche e toni delicati. Prevalente è in essa, oltre al colore, la stesura gestuale e segnica, aperta a a tensioni compositive e non manca neppure qualche tentativo evocativo

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“L’attenzione” all’identità femminile di Ada Nori

ADA NORI: “Geometrie imperfette”, acrilico su tela, 70×100, 2017

Nell’offerta di iniziative che sempre prima delle ferie estive fioriscono attorno alle arti visuali sul territorio, le opere della milanese Ada Nori al Calicantus bistrot dell’O.M. di Lodi si distinguono senz’altro per la raffinata elaborazione e l’invenzione iconografica, da meritare una lieta attenzione. Diplomata da solo un triennio alla Scuola superiore d’arte dello Sforzesco di Milano, l’artista con studio in corso di Porta Romana a Milano, si è già fatta notare per rispecchiare nella ricerca determinazioni espressive di Sergio Vatta, pittore, grafico e decoratore triestino, conosciuto per la sua adesione alla Wiener Sucession.
Da meno di un decennio la Nori ha impostato la propria pittura su un ceppo culturale unitario d’ambito figurativo, rivelandosi più che una scommessa per il percorso intrapreso, sospeso tra fantasia e razionalità, intuizione e introspezione; per porre al centro la figura femminile, colta nelle forme e nei modi più vari della quotidianità e dell’intimità, dello spazio e delle relazioni con se e con “l’altro di sé”, per dirla con la Wolf, una delle principali figure europee del XX secolo.
Esplicita una pittura che guarda dentro all’animo femminile, l’osserva e l’approfondisce, richiamando posizioni teorico-letterarie – come quelle appunto della citata scrittrice londinese – che ripensano all’immagine della donna nei suoi diversi rapporti esistenziali e di vita. Suggestiona con una pittura “intuitiva”. Scelta “a pelle”. Cognitivamente, non la si può definire in modo diverso, univoco e definitivo.
Di essa colpisce l’applicazione sperimentale, anche se la tentazione potrebbe avvicinarla, per alcuni particolari espressivi, a quella tratta dalle tensioni del quotidiano, da certo realismo esistenziale (es. Giuseppe Banchieri).
Scriveva, Bachelard, una delle maggiori figure della cultura francese nei suoi studi sull’immaginario: “una intuizione non si può dimostrare, si sperimenta”. Niente di più rasente alle attuali immagini della Nori, in cui l’intuizione e lo sdoppiamento geometrico ha molto a che fare con la memoria visiva e la percezione. L’esposizione conferma quanto già premi e presenze (Wab Women Art di Bra, Donne in Rinascita, Premio internazionale Iside, Premio Celeste, Mostra del Tigullio, Radar ecc., e nel lodigiano alla galleria Oldrado da Ponte e a San Fiorano), avevano messo in evidenza: una pratica che scopre la particolare sensibilità a riflettere sull’identità femminile, aiutando l’osservatore ad avvicinare lo sguardo e farsi coinvolgere dal chiaro legame con il processo creativo.
I risultati presentano possibilità interpretative e assonanze nel passaggio tra una rappresentazione e l’altra, dove la tecnica della pittura – a volte immobile o legata – si lascia andare al momento dell’ispirazione e dell’idea. O dell’intuizione.

 

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“Le città impossibili” di Paola Mori

Paola Mori si è già fatta notare dal pubblico lodigiano e sudmilanese: prima come interprete delle favole di Calvino, poi come curatrice (con altri) di una documentazione di architetture, infine come pittrice, ottenendo a Paullo e a Lodi incoraggianti riscontri.L’attuale mostra al Caffé dell’ Albarola, dove già si era esibita con successo qualche anno fa, non necessità di speciali richiami. Richiama. nel titolo, le città di Calvino.
Architetto progettista da una quindicina d’anni, come artista coltiva preferibilmente una pittura di fantasia, che facilita la comunicazione. Superati i “gradini” della fase così detta sperimentale, attualmente pratica un linguaggio espressivo in cui mescola con mestiere disegno e acquerello. Il risultato è una pittura che esclude i colori violenti, congegnata in modo attento e curioso, senza troppi ammiccamenti all’illustrazione e a certa pittura corrente. Insomma, figurativa ma senza esercizio di luci e ombre. I lavori proposti risultano di illuminazione diffusa, affidati al disegno e ai colori ad acqua utilizzati con tecnica e accenti di musicalità.
Non sono le atmosfere, gli effetti o i rilievi chiaroscurali, le intensità cromatiche o gli attenuamenti a catturare l’attenzione. Bensì il garbato bilanciamento tra forme grafiche e colori, in cui l’artista esalta la propria sensibilità per la natura e le architetture, confermando l’inclinazione a unirle insieme al disegno progettuale.
Il riassunto è una composizione vivace e descrittiva cui non mancano elementi decorativi, introdotti con sicuro equilibrio visivo.
Alle pareti del Caffé dell’Albarola sono soggetti di appeal leggero. Tutti o quasi recenti, creati con proporzione ed eleganza, legati al mestiere di architetto, ma anche al sogno e al bisogno di raccontare. Non spostano i termini dei precedenti racconti: l’ attenzione resta orientata sulla natura, raggiunta dal fantastico e dalle architetture.
In ultima analisi quella di Mori è una pittura figurativa piacevole e riposante. Ogni suo disegno si profila come racconto immaginario, frutto di una interpretazione accumulata in una prospettiva fatta d’invenzioni e di attimi di poesia.

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NATURARTE / Una mostra rievocativa dei venti anni

naturarte-303x207Naturarte entra nel ventesimo anno con una selezione rievocativa alla Bipielle Arte. Venti edizioni sono un risultato rispettabile, da rendere quasi scontate le parole di stima e di elogio. Sennonché far la semplice conta delle edizioni significherebbero poca cosa – quasi quanto giudicare un libro dalle copie vendute, dal suo peso o dal numero delle pagine – se non si considerassero insieme l’impatto e il “contesto”. E questo, al di la di quanto possono legittimamente chiedere, per il loro meritorio lavoro, i curatori.
Nel suo percorso, Naturarte ha conosciuto saliscendi che un anniversario inclina per simpatia a trascurare. Sarebbe un giochetto malinconicamente infantile praticarlo. In primis perché a Naturarte non sono mancate le prove ben connotate espositivamente, che hanno saputo mettere in scena la sfida costante del soggettivo col collettivo, dell’individuo con la cultura del tempo. Basterà citare gli apporti di Alix Cavaliere, Floriano Bodini, Ugo La Pietra Ennio Morlotti, Paolo Baratella, Lucia Pescador, Joseph Beuys, Renato Galbusera, Giansisto Gasparini, Attilio Forgioli, Fabrizio Merisi, Giuliano Mauri, Renato Galbusera, Gabriella Benedini, Clara Bartolini, Piero Leddi, Maria Jannelli…artisti di valore nazionale che hanno lanciato messaggi precisi diversi dalle frivolezze presenti invece in “percorsi” impegnati più a mostrare elenchi di artisti.
Mostre del tipo di Naturarte difficilmente potrebbero avere un cammino lineare. Sono spesso un rompicapo: risentono di associazioni, contrasti e corrispondenze, anacronismi e dissonanze. Dotarle della forza di interpretare una “visione” che raccolga l’espressione di un dato momento richiede progetti curatoriali accurati e scrupolosità nel selezionare opere ed espressioni in grado di portare in superficie la loro relazione con la tematizzazioni della rappresentazione, di rivelare le parentele tra “le cose” presentate e quelle pensate o immaginate.
Nell’abbondanza delle opere che hanno tracciato la strada di Naturarte, a parte lo sfiancamento procacciato da replicanti implacabilmente presenti, mentre nelle prime edizioni non facevano difetto opere di qualità e di contenuto da fornire risposte alle domande che la gente pone al mondo delle arti visive, nei frammenti di informazione e di “nuova narrativa” che successivamente hanno preso sopravvento, a parte le eccentricità e le trasgressioni della contemporaneità, non hanno brillato le idee veramente originali e nuove.
Al di la delle querelle che l’hanno sempre accompagnata, l’esperienza di Naturarte resta l’unica manifestazione territoriale sorretta da una impalcatura o progetto pubblico “consortile” per la divulgazione delle arti visive. Se a questo dato di natura intellettuale si affianca la consapevolezza che il successo di pubblico delle mostre non deriva solo dalle premesse di un progetto culturale, ma dal piacere e dall’emozione che provocano le opere esposte, il seguito del discorso non può che suggerire considerazioni che ratificano la forzata presenza di condizioni diverse e opinabili. Una senz’altro non trascurabile : nei venti anni di Naturarte è esplosa in Italia la mostramania, fenomeno di proliferazione delle attività espositive promosse e sostenute da flussi finanziari e turistico-commerciali, che hanno orientato il pubblico verso offerte di contenuto. Si chiama “competitività”. Una risorsa che nel lodigiano non si è mai fatta vedere. La mostra che si inaugura mercoledì a Bipielle Arte sarà l’occasione per approfondire questi aspetti che hanno accompagnato i primi venti anni di un progetto espositivo che tra “alti e bassi” ha saputo reggere a una concorrenza spietata e impari per risorse finanziarie e organizzazione.

NATURARTE – Percorsi artistici nel territorio lodigiano 1998-2017- a cura di Mario Quadraroli e Renato Galbusera – Dal 18 gennaio al 12 febbraio – Inaugurazione mercoledì 18 gennaio alle ore 18 – Info:Fondazione Banca Popolare di Lodi tel. 0371 440711 – Fax 0371 565584

 

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KIKOKO / Non sempre il nomadismo riconosce l’assuefazione

La pittura, si sa, è nomade. Quanto lo sono le parole che l’ accompagnano, quanto lo è la creatività, intesa come carattere saliente del comportamento umano. Come la creatività, le parole servono con gli strumenti della ragione a far conoscere i caratteri e a darne descrizione, a tracciarne gli itinerari e le relazioni. Nelle sue forme, l’arte ha sempre bisogno di “senso” nuovo, di codici nuovi che la sottraggano al gioco protettivo dell’ assuefazione e della stabilità. Modificandosi cammin facendo, la pittura contribuisce al processo “migratorio” delle proprie stesse proprietà, obbliga a rinunciare ai rivestimenti della critica, a fare i conti con nuove modalità, nuovi legami che l’ideale e il reale mettono in relazione. Raramente la pittura di un vero artista si salda all’ immobilismo . Lo fa (non sempre) la pittura normalizzata della tradizione, quella così detta figliata dall’accademia, che non avverte necessità di “muoversi” in modo attivo, neppure di recuperare alla manualità e alla tecnica l’esperienza della soggettività. In tal modo si riduce a un’espressione senza vero nutrimento, che si accontenta di visioni parole e poesia non recenti.

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

KIKOKO su un precedente numero di Formesettanta

Kikoko si era fatto conoscere per essere un artista di formazione “nomade”. Nomade lui, nomade la sua pittura. Trascinati al “fare” dopo avere conosciuto un gruppo di artisti nomadi nel deserto algerino, a Tamarasset. Dai lodigiani Kouevi-Akoe Ekoe Kookovi, alias Kikoko, era conosciuto per il colore,  il segno, le ambientazioni fantastiche, le amplificazione conferite ai modelli etnici e a certe loro formule ad effetto: pesci, uccelli, gatti, giochi, imbarcazioni, oblò, strumenti musicali, sigilli, figure umane riflettevano un conciso universo di figure e cose di chiaro riferimento avito.
Nel periodo intermedio, aveva sviluppato una pittura di riferimento agli elementi naturali, ambientali, di vita e ai mezzi di navigazione, trasposti in forme eclettico-manieriste di estrazione franco-algerina, con quel tanto di “euforia” che fu dei Basquiat, dei Fisch, dei Schnabel, di tedeschi, francesi e italiani. Il toghese aveva però mano meno febbrile. più di impatto lirico e di impressione, da originare accostamenti e nuove narrazioni.
Nella fase più recente pulsioni istintive e forme di derivazione etnica e popolare, sembrano voler/dover lasciare campo a una produzione meno spontanea, stemperata nei collage, orientata a un “confezionamento” di atteggiamenti stilistici di pluristratificazione ed eterogeneità. Comunque sempre interessante. Da vedere all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi

“Avanzamentofermo” Kikoko all’ex-chiesa dell’Angelo – a c. di Mauro Gambolò – dal 14 al 29 gennaio – orari: sabato e domenica dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 19. Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19,30

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Roberto Fenocchi, l’officina post-concettuale a “CasaIdea”

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

All’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano, storica location di “Casa Idea” che i fratelli Acerbi, affermati arredatori lodigiani, ambientano a eventi culturali, esposizioni, conferenze e concerti, prosegue l’interessante vetrina dei prototipi di Roberto Fenocchi, il cui “decollo” artistico fu segnato da Giovanni Bellinzoni a scavalco degli anni Settanta-Ottanta al Gelso, fuori dagli imperanti standard di validità operativa e qualitativa.
Ora, in una fase avanzata dell’età contemporanea, in cui i fronti dell’arte accavallano logiche diverse, meridiane e parallele, e la rappresentazione è resa ostica dalle difficoltà di ricostruzione filologica delle mappe, la ricerca artistica di Fenocchi si propone per il modo un po’ audace e un po’ estroso, fuori dagli appiattimenti del “contesto”, attraverso una pittura che traduce manualità e concetti senza uscire completamente dall’esercizio del pennello, della tela e dei fogli di carta, del quadro e dei suoi riti. Ancora in grado di star lontana dal “presente banale” delle esperienze conformate agli stagni diffusi, con un proprio individuale coefficiente di novità, posto a distanza dalla congestione dei dijà vù del figurativo accademico e dalle lievitazioni sui generis di tanta pittura ornamentale aniconica, chiassosa e aggressiva quanto guarnita di lacerti sfarzosi.
In un clima di “tutti bravi” e di panoplia squadernata, il pittore di Villavesco riafferma un proprio personale percorso il cui primo merito è di non imbrogliare le carte con significati di “flusso verbale”. Consapevolmente o meno, di sicuro fuori da ogni teorizzazione redatta nei modi del messaggio pubblicitario, l’arte in mostra alla chiesetta del Viandante è condotta al recupero di caratteri sensibili-sensuosi, tra materia e atteggiamento estetico. Con passi di libertà e mosse di imprevedibilità, che la critica etichetta “post”. Ma che segnalano anche indirizzi “neo” scoperchiando segnali di “piccola poesia”, che innalzano il gesto, la materia, la casualità, la scoperta, il capriccio, il significante, la procedura, il repertuale, il movimento, il colore, l’insieme, l’accordo, il richiamo a modi liberi, vari, informali. E’ un’arte condotta all’insegna del “rompete le righe”, che non si preoccupa di imporre una legittimità di concetti, ma del “fare”, di una koiné di austerità compositiva, il cui voltaggio è ricaricato con note sensibili di accese colorazioni, giocando con una molteplicità di moduli, corpi e caratteri.

ROBERTO FENOCCHI: Antologia di opere recenti e non – CASAIDEA, ex-Chiesetta del Viandante, via Emilia, 23- Tavazzano con Villavesco – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800 Fino a: data non definita

 

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Tra il “nuovo-nuovo” della materia e il “post-post” del pop(olare)

Sara Forte e Alì Hassoun a San Donato

SARA FORTE : opera in silicio

SARA FORTE :
opera in silicio

Prosegue fino a fine mese alla Galleria Guidi a Cascina Roma, in piazza delle Arti a San Donato Milanese, l’esibizione di due artisti  convinti autori di una pittura condotta in modo bipolare – chiuso-aperto, diretto-indiretta esteriore-interiore, generico-meditato e così via -; tutt’e due che scoperchiano il rebrousser chemin, il procedere a ritroso, l’una sembra aver ritrovato il gusto per la fenomenologia della materia, ma anche nel lavoro e nella tecnica, l’altro ripercorre modalità del pop(olare) di effetto attrattivo. L’esposizione sandonatese li connota favorevolmente: Sara Forte, autodidatta verbanese (etichetta sopravanzata dal ricco e rispettoso cammino) come talentosa, l’architetto libico-italiano Alì Hassoun per gli accumuli di memoria culturale. La prima ha appena concluso una personale alle Stelline di Milano dove ha incamerato successo con lavori di valenza tridimensionale (riproposti a Cascina Roma) , l’altro ha ritrovato fragranza grazie alla galleria “Guastalla” di via Senato ed è noto da un lustro per il “cencio” prodotto per il Palio di Siena. Sono due artisti destinati a ripercorrere orme di predecessori: la Forte con una attività che ultimamente s’è concentrata sulla

ALI' HASSOUN: "L'arca della salvezza", olio su tela, 2012

ALI’ HASSOUN:
“L’arca della salvezza”,
olio su tela, 2012

produzione di dischi di silicio in funzione simbolico-astratta – scelta che potrebbe anche indicarsi di ordine concettuale (il silicio è un conduttore della comunicazione moderna) se non nascondesse un certo consenso alla decorazione, peraltro consustanziale al procedere delle “avanguardie” attualiste -. Realizza invece forme essenziali, morbide e lineari nelle sculture concretizzate a Murano, che suggeriscono suggestioni “interiori”.
Soggetti e narrazioni figurative in chiave non realistica ma pop, sono proposti dall’artista di Sidone, s’avvicina a pratiche diffuse in altri continenti, naturalmente con passi diversi per procedimenti e condivisioni.
Forte e Hassoun a volte escono fuori dagli standard e dall’emulazione, recuperando mezzi di espressione linguistica, di creatività individuale. La Forte con una applicazione a piacimento dei canoni di libertà strumentale, Hassoun ibridando fette di realtà figurale folcloristica, tradizionale con altri apporti letterari convincenti (es.: gli omaggi a Guttuso, Picasso, Depero, Warhol, Lorenzetti, R. Sanzio, Delacroix, Caporossi, al futurismo, al pop, ai graffiti, alla Campelll’s Soup ecc. e le composizioni/narrazioni in cui si incontrano e contaminano Africa, Medioriente ed Europa).
Oscillano, pure. Verso forme di orgoglioso iconismo popolare Hassoun, resuscitando imperiosi scampoli di aniconismo Forte; il primo proietta immagini risorgenti dal quotidiano, dai riti e dalle culture, la seconda gioca sul minimo scarto esistente tra la cosa in sé e la sua esecuzione. Nei due si  distingue una ri-sensibilizzazione della ricerca, nella Forte soprattutto nelle sculture realizzate nelle fornaci, muranesi, in Hassoun nella intensificazione di presenza dei simboli.
Nei lavori della piemontese c’è infine una esibizione di colori e materiale con cui snocciola la propria storia fatta di spirito inventivo e di originalità di effetti; in quelli dell’architetto “milanesizzato” la monotonia di esercizio è rimediata con variazioni di montaggio e motivi presi in prestito, a scopo ludico o didattico. 

Sara Forte e Alì Hassoun :   Antologie personali –Galleria Guidi, Cascina Roma, piazza delle Arti, 2 , San Donato Milanese. Orari: dal lunedì al sabato dalle9,30 alle 12,30, dalle 14,30 alle 18,30; domenica dalle 10 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 19. Fino al 29 gennaio p.v.

 

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Il nero gradevolmente misterioso di Ivo Mosele in una cartella della Ass. Mons. Quartieri

mosele_ivo-nel-suo-studioL’esclusione della grafica originale d’arte dalla informazione artistica è la conseguenza di una editoria giornalistica che ha sempre presentato il prodotto artistico solo se adatto a corrispondere alle offerte del mercato. In tale contesto non meraviglia che lo svolgimento complessivo ne abbia limitato l’autonomia e di conseguenza lo stesso interesse dei collezionisti e del pubblico. A dispetto di questo andazzo però l’esercizio della incisoria non è venuto meno, ha continuato ad avere seguaci (discepoli, fautori e scolari) che, indipendentemente dai black-out e delle conseguenze lineari e meccaniche tra tecnologia e mutamenti culturali, si dedicano alle tecniche incisorie dirette e indirette, miste e sperimentali, tenendone viva la suggestione e il magnetismo. mosele-la-farfalla
Una riprova l’ha fornita Carte d’Arte che dopo decenni ha lasciato l’esperienza a Le stanze della grafica d’arte, ampliandone l’interesse e facendo conoscere figure d’artista che animano il campo con la ricerca e l’orgoglio sapiente della qualità. Tra questi, una stagione intelligente e fruttuosa è senz’altro quella di Ivo Mosele, artista vicentino, del quale i lodigiani hanno potuto apprezzare le “maniere nere su ferro” al Museo della Stampa e, più recentemente, ha realizzato una cartella dedicata ai soci della Associazione monsignor Quartieri. maniera nera o mezzotinto è una alle tante variabili interpretative, praticate con intensità da Mosele, con cui l’artista restituisce alla carta una materia grafica che un tempo giustificava l’ appellativo di incisione a velluto. Ad essa egli si dedica da almeno una quindicina d’anni con esiti di densa e morbida qualità grafica, a volte con briose vivacità, a volte con qualche vaghezza, raggiungendo in ogni caso risultati esemplarmente indicativi di ricchezza di risorse espressive (si veda le recenti stampe di Crociera, Sottotracce di potere: la Comunicazione, Tracce appagate del Potere, La farfalla, Tempo (in)spirato, PHIΦ numero aureo, eccetera). Quella che Mosele porta avanti attraverso la maniera nera è una scelta di linguaggio in cui segno e vibrazioni risultano dall’uso emozionale dei materiali e dai processi di accumulo e fusioni di elementi simbolici. Per questa via conferisce una contaminazione di elementi e di suggestioni all’immagine da suggerire significati diversi e intriganti all’ osservatore. “Mentre eseguo una maniera nera – confessa – ho l’ansia di un continuo controllo della tecnica, ma al tempo stesso non tollero che tutto sia dominato dalla perizia manuale, per questo lascio sempre alcuni elementi non definiti, oppure provoco qualche incertezza grafica, per non dare all’incisione quella sensazione stucchevole di ritagliato o peggio di affettato”. In tempi di imperante finzione una sincerità che risolleva curiosità e attenzione verso l’autentico.

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