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Enrico Suzzani, pittura e amplificazioni romantiche

suzzani-enrico-rose-scan_pic0030Enrico Suzzani, per pochi giorni ancora in esposizione alla Centropadana in corso Roma a Lodi, è artista di sentimento. Con generosità lo trasferisce in paesaggi di fulgore dettagliati e rifiniti (Venezia, le Dolomiti, San Marco, inverni in montagna, Parigi, Montmartre…), e con cura e perfezione – secondo canoni stilistici della accademia e dell’esperienza personale-, in nature morte (Mele cotogne) e composizioni floreali(Rose, Boccioli di rose, Fiori di campo. In tutto venticinque oli affidati a una pennellata succosa e pastosa, dove è la materia a rivelare segreti. Per dirla con Odilon Redon, la materia (il colore) possiede un proprio genio, è l’agente che collabora e accompagna il pittore, che tiene la sua mente lucida e ben desta. E che in Suzzani dispone all’impressione e all’espressione come a due forze compenetranti, alla luce e alle amplificazioni romantiche.
Le suggestioni e un’accorta intonazione di stile lo convalidano artista di profonde energie dell’anima e dell’istinto, un pittore che incurante delle classificazioni di moda sfiora il racconto puntando sulla fragranza cromatica, sul gioco delle luci e delle ombre, sul taglio prospettico e altri effetti. Su tutto quello che, fino al prevalere delle avanguardie, faceva un pittore di sapienza pittorica. E che ora lui, pittore di pratica lucida e coerente, dispiega nei soggetti con un gusto per la materia da sembrare più un’attitudine intrinseca.
Naturalmente a dare considerazione al codognese non sono solamente l’abilità manuale, la tecnica, il rigore – qualità che gli si riconoscono da sempre. L’ esperienza, la preparazione tecnica sono cose del suo bagaglio. Unite alle capacità esecutive egli dispiega un linguaggio pieno di risvolti di naturalismo romantico e di visione intimista.
Sessant’anni, rafforzato dal mestiere, vigoroso nel padroneggio del colore, abile nelle variazioni di struttura e scansioni, con un vivo senso di tenerezza e letizia – qualcosa che infonde respiro lirico -, Suzzani padroneggia una figurazione fatta di modulazioni sapienti, abilità compositiva, senso coloristico, tonalità tranquille. Cose importanti all’equilibrio del suo genere espressivo.
Suzzani non cerca la novità, la bizzarria anche profonda. Nutre la pratica pittorica di attenzioni meditate, che ricordano la tradizione di buona stoffa e modelli maestri. Fedele al mondo della rappresentazione, manda a effetto una pittura appropriata per adornare, che obbedisce con fierezza figurativa ed delicatezza agli impulsi della sua sensibilità.
Estraneo alle tensioni del contemporaneo, alla Centropadana offre prove di piacevolezza, fresche e penetranti di verità e poesia.

 

 

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Tra il “nuovo-nuovo” della materia e il “post-post” del pop(olare)

Sara Forte e Alì Hassoun a San Donato

SARA FORTE : opera in silicio

SARA FORTE :
opera in silicio

Prosegue fino a fine mese alla Galleria Guidi a Cascina Roma, in piazza delle Arti a San Donato Milanese, l’esibizione di due artisti  convinti autori di una pittura condotta in modo bipolare – chiuso-aperto, diretto-indiretta esteriore-interiore, generico-meditato e così via -; tutt’e due che scoperchiano il rebrousser chemin, il procedere a ritroso, l’una sembra aver ritrovato il gusto per la fenomenologia della materia, ma anche nel lavoro e nella tecnica, l’altro ripercorre modalità del pop(olare) di effetto attrattivo. L’esposizione sandonatese li connota favorevolmente: Sara Forte, autodidatta verbanese (etichetta sopravanzata dal ricco e rispettoso cammino) come talentosa, l’architetto libico-italiano Alì Hassoun per gli accumuli di memoria culturale. La prima ha appena concluso una personale alle Stelline di Milano dove ha incamerato successo con lavori di valenza tridimensionale (riproposti a Cascina Roma) , l’altro ha ritrovato fragranza grazie alla galleria “Guastalla” di via Senato ed è noto da un lustro per il “cencio” prodotto per il Palio di Siena. Sono due artisti destinati a ripercorrere orme di predecessori: la Forte con una attività che ultimamente s’è concentrata sulla

ALI' HASSOUN: "L'arca della salvezza", olio su tela, 2012

ALI’ HASSOUN:
“L’arca della salvezza”,
olio su tela, 2012

produzione di dischi di silicio in funzione simbolico-astratta – scelta che potrebbe anche indicarsi di ordine concettuale (il silicio è un conduttore della comunicazione moderna) se non nascondesse un certo consenso alla decorazione, peraltro consustanziale al procedere delle “avanguardie” attualiste -. Realizza invece forme essenziali, morbide e lineari nelle sculture concretizzate a Murano, che suggeriscono suggestioni “interiori”.
Soggetti e narrazioni figurative in chiave non realistica ma pop, sono proposti dall’artista di Sidone, s’avvicina a pratiche diffuse in altri continenti, naturalmente con passi diversi per procedimenti e condivisioni.
Forte e Hassoun a volte escono fuori dagli standard e dall’emulazione, recuperando mezzi di espressione linguistica, di creatività individuale. La Forte con una applicazione a piacimento dei canoni di libertà strumentale, Hassoun ibridando fette di realtà figurale folcloristica, tradizionale con altri apporti letterari convincenti (es.: gli omaggi a Guttuso, Picasso, Depero, Warhol, Lorenzetti, R. Sanzio, Delacroix, Caporossi, al futurismo, al pop, ai graffiti, alla Campelll’s Soup ecc. e le composizioni/narrazioni in cui si incontrano e contaminano Africa, Medioriente ed Europa).
Oscillano, pure. Verso forme di orgoglioso iconismo popolare Hassoun, resuscitando imperiosi scampoli di aniconismo Forte; il primo proietta immagini risorgenti dal quotidiano, dai riti e dalle culture, la seconda gioca sul minimo scarto esistente tra la cosa in sé e la sua esecuzione. Nei due si  distingue una ri-sensibilizzazione della ricerca, nella Forte soprattutto nelle sculture realizzate nelle fornaci, muranesi, in Hassoun nella intensificazione di presenza dei simboli.
Nei lavori della piemontese c’è infine una esibizione di colori e materiale con cui snocciola la propria storia fatta di spirito inventivo e di originalità di effetti; in quelli dell’architetto “milanesizzato” la monotonia di esercizio è rimediata con variazioni di montaggio e motivi presi in prestito, a scopo ludico o didattico. 

Sara Forte e Alì Hassoun :   Antologie personali –Galleria Guidi, Cascina Roma, piazza delle Arti, 2 , San Donato Milanese. Orari: dal lunedì al sabato dalle9,30 alle 12,30, dalle 14,30 alle 18,30; domenica dalle 10 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 19. Fino al 29 gennaio p.v.

 

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Silvia Rastelli, esordio aniconico nel colore

RASTELLI Silvia Scan_Pic0017Una volta lontani dal reale, ciò che resta è la materia, sono i colori, l’essenza che essi creano. Silvia Rastelli (in arte Sira), nativa di Lodi e da tempo residente a San Martino in Strada, si presenta al “Bizzò” di via Cavour dove, sotto il titolo “ Sira e il suo mondo colorato” propone un gruppo di lavori vigorosi dal movimento circolare e ondivago che lasciano intendere il desiderio di condurre una pittura di impatto visivo, discosta dall’oggetto reale, anche se con questo continua a cimentarsi (v. due piccoli formati alle pareti).
Al “Bizzò” la Rastelli riferisce una espressività che pare uscita dal clima performativo dell’arte femminile, di quando il “tema” in pittura non fu più messo in relazione simbolica o identitaria con l’artista o la società, per assumere singolarità indipendente e concorrere al “crescendo visivo” dei codici aniconici nonché al processo di s-definizione in corso nell’arte visuale.
Presunzione improbabile, se non altro per ragioni anagrafiche. Autodidatta, la Rastelli ha scoperto la passione per la pittura solo una quindicina d’anni fa, individuando subito quegli elementi discreti di applicazione per dare sbocco alla creatività. I suoi lavori scaturiscono da elaborazioni semplici da cui sprigionano movimento, gestualità e forme primarie e arcaiche, che possono suggerire indicazioni di “neo”, considerata la fluidità dei segni introdotti nelle immagini.
Il risultato è una stesura di possibili pattners o motivi di arabesco e di ornamentazione. Che va incontro a una fruizione anch’essa sfuggente, dilatandosi e moltiplicandosi nei mille canali offerti dai mixaggi in vigore. Questa partecipazione sembra incoraggi lo scandaglio della sanmartinese di forme visive dirette, ma che nulla hanno di “esplosivo” o di capriccioso o di ancestrale, o di dichiarato.
Le sue “combinazioni”, denotano un registro povero (non sontuoso) nelle mescolanze materiche e nelle tracce cromatiche, e danno forma a una pittura d’adornamento, semplice nel rendimento, che non amplifica nella regione dell’ arcano. Come molta arte femminile aniconica non è confezionata, presenta un aspetto leggero di modalità discontinue e insieme una naturalezza e fertilità di fioritura. Nei nutrimenti la Rastelli può sembrare finanche misteriosa. Non è per disdegno, ma pere risorse interne della propria ricerca.

 LA MOSTRA: SILVIA RESTELLI, personale, Caffetteria Bizzò, via Cavour, Lodi – Negli orari di apertura dell’esercizio – Chiuso il lunedì. fino al 5 agosto.

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A Vanda Bruttomesso pittrice perfetta di un tempo imperfetto il Premio Oldrado 2016

Bruttomesso VaNDAVanda Bruttomesso, l’artista lodigiana alla quale l’Oldrado rende quest’anno un atto di ossequio, si potrebbe definire una pittrice perfetta di un tempo che è stato in città imperfetto, a cominciare dal significato letterale della parola: imperfetto vale a dire con una pratica artistica incerta e sospesa tra esperienze e finalità diverse. I termini tecnici più adottati per poterla designare e riassumere sono “neo” e post”, (due prefissi indicanti il nuovo o recente e il dopo o il poi); due poli entro cui stanno forme di insistenza narrativa e apologetica e forme che hanno perduto o che mantengono il recitativo epico, e con le interruzioni inevitabili: sperimentazioni, bricolage, anacronismi, pseudo-modernismi. La storia dell’arte ci dice che discordanze e incostanze di idee e di comportamenti hanno sempre albergato, a volte dando anche il la ai cambiamenti. Contro le mutabilità eccessivamente veloci si è mossa Vanda Bruttomesso, che da anni assicura alla propria pittura una impronta personale disciplinata ed esigente fatta di forme pure, forme astratte e forme geometriche e di modi costruttivi, strutture, e insiemi.
BruttomessoNon sempre facile da scoperchiare, la pittura di questa artista che è stata allieva di Gino Moro e di Franco Campestrini è stata rappresentata, dapprima, da istanze razionali, poi da una spiritualità affidata a forme e sensazioni formali e cromatiche, quindi da elementi di materia e dalla interazione di segni, linee, masse. Costituiscono una sorta di diario che da risalto a “lunghezze” o “grandezze” dell’esperienza e della sensibilità, della cultura e della metafisica dell’essere.
Il premio Oldrado alla Bruttomesso è il riconoscimento a una artista tecnicamente e poeticamente “protetta”, nei cui lavori sa equilibrare composizione e colore, geometrismo lineare e modulazioni , e dotarle di luce atipica attraverso colori acrilici ora freddi (senza essere glaciali), ora caldi (senza essere ardenti). Nei suoi quadri blocca immagini e suggestioni spaziali, identifica i piani e la profondità della visione con quelli del tempo interiore o dell’evocazione e dell’immaginazione.
Non è pittrice che lascia posto a euforie o emotività. Non presenta credenziali fuori dell’ ordine, della compostezza, del rigore e del gusto. Sa far contemplare il silenzio, le squadrature, le forme lisce, le fredde delimitazioni riempiendole di luce. Nei suoi percorsi la sua pittura gioca fra i significati sperimentali e certa aristocrazia di contenuti. L’occhio è sempre sulla trasfigurazione poetica, riceve sensibilità dall’ inquietudine, dalle immagini piatte e incantate, dai loro musicali equilibri e dai richiami metafisici.

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CORRADO NINZOTTI : 20 SGUARDI VIVI AD ACQUANEGRA

Corrado Ninzotti _un_fotografo_al_meseaCi sono posti in cui si entra di fretta per necessità e con impazienza si esce. In generale sono gli uffici pubblici. Gilla Stagno, responsabile della commissione cultura del Comune di Acquanegra, già lo scorso anno aveva trasformato alcuni locali del Municipio a Villa Anselmi, in location per esposizioni, “acchiappando” l’interesse dei cremonesi e quello dei confinanti del Basso lodigiano.
Considerando che con “Un artista al mese” l’obiettivo era stato “centrato” con successo, l’assessora lo ha rilanciato con un nuovo programma dedicato a ‘Un fotografo al mese’.
Corrado Ninzotti, cremonese, è il primo ospite quest’anno di Villa Anselmi, dove rimarrà esposto fino al 30 giugno (lunedì – sabato, 9 – 13, ingresso libero). Dopo di lui saranno Antonio Scolari (fotografo naturalista e di popoli), Federico Zovadelli (professionista che ha pubblicato su Repubblica, il Corriere ecc.), Fabio De Gennaro (fotografo naturalista), Enrico Madini (medico e istruttore subacque) e i meno noti Mattia Lanzi e Federico Rebecchi.
I 20 “sguardi” di Ninzotti rivelano le qualità proprie delle immagini e informano che l’ autore ha spostato l’obiettivo sul volto umano. Ha cioè ripreso il gusto di colpire il cuore. Prima d’ora, si era fatto notare per l’ attenzione che riversava su forme esperimentali, o “creative”. Superati di poco i cinquanta ora egli è tornato a un modello di realismo espressivo (peraltro mai del tutto abbandonato), che restituisce ai scatti immediatezza descrittiva, qualità, nuovi sentimenti.
Dopo le “macro”, le doppie esposizioni, le forme “alternative”, i reportage, Ninzotti è tornato al piacere del ritratto, recuperando dal proprio archivio personale scatti intriganti, che danno spazio al volto e non al corpo.
Impegnato nel settore grafico, attualmente dedito a portare a compimento il progetto “Arti e mestieri”, ad Acquanegra espone una ventina di stampe in bianco e nero e a colori. Sono facce, espressioni, sguardi, fisionomie “catturate” durante i numerosi viaggi, e che portano in evidenza con la qualità delle immagini una umanità senza razze, né età né religioni: un mondo che sorprende con l’intensità degli sguardi. Ninzotti ferma l’obiettivo sull’ espressione dell’occhio, e coglie l’unicità di ognuno.

 “Un fotografo al mese” – Villa Anselmi – Comune di Acquanegra – Fino al 30 giugno 2016. Visitabile dal lunedì al sabato dalle ore 9,00 alle ore 13,00.
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“Alfabeti”, un meta-racconto di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti a San Donato M.

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

“Alfabeti”, la mostra di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti Mogol, inaugurata sabato alla Galleria d’Arte Contemporanea Guidi a Cascina Roma a San Donato Milanese (piazza delle Arti, 2) è una esposizione che i cultori dell’arte contemporanea faranno bene a non trascurare. Non perché Rapetti Mogol è “figlio d’arte” e Colin è l’art director del Corriere della Sera che ha progettato La Lettura, ma perché affrontano tematiche di attualità e d’interesse. Nelle opere tengono insieme scrittura e liquidità, brandelli di colore e carta stampata, foto e scrittura figurata, grafia e pittura, sistematicità e poesia per gli occhi. Danno significato alto alla fusione di forma e contenuto. Parlano di sedimentazione del vedere, del tempo, della memoria. Il loro alfabeto è d’avanguardia. Di un’altra avanguardia. Fino a poco tempo fa ignorata da una modernità troppo frettolosa e distratta.
Colin e Rapetti sviluppano un discorso rigorosamente culturale sui rischi dei “linguaggi troppo brevi e troppo veloci”. Ma nelle sale ci si rende conto anche di come parola e immagine possono crescere insieme, per metafora o per gioco, indipendentemente dal significato. Gli alfabeti dei due artisti non sono l’abbiccì con cui a scuola si insegnava a leggere con ordine e profitto. Estensivamente, l’abbecedario vuole far cogliere il senso e il significato del linguaggio e dell’espressione e la “velocità” con cui si alternano.

Alfredo Rapetti Mogol

Alfredo Rapetti Mogol

Rapetti lo fa attraverso una campionatura di tele e fogli saturi di scritture e di inchiostro trasparente e corsivo, con sovrapposizioni e tecniche diverse. Colin – voce originale e autonoma nel panorama artistico italiano -, mostrando uno “spirito d’archeologo”, prelevando segni, parole e immagini per dare razionalità produttiva alla interpretazione. Il concetto di “composizione” ha una posto centrale nel suo operato.
Già con la mostra di venti anni fa all’Arengario (Presente storico) documentò momenti di tragedia e momenti leggeri, spostando la lente d’ingrandimento sulla “memoria storica”, bussola per districarsi su dove dirigersi. Sessantenne, il podernonese ha una spiccata attenzione per le immagini fotografiche che pulisce, smonta, unisce, evidenzia, stratifica. Una decina d’anni fa propose la “rivisitazione” di una serie di quadri celebri per denunciare la “menzogna” dell’arte. Attraverso la metafora picassiana. Oggi racconta il punto in cui siamo: “persi” a causa della “assuefazione del guardare”. In

Un lavoro di Gianluigi Colin

Un lavoro di Gianluigi Colin

costante relazione con il pubblico Colin sembra concentrato a certificare la memoria individuale e la memoria collettiva attraverso la narrazione del potere, la leggerezza del calcio, i manifesti dei politici, i fatti di costume e la moda (ciclo Liturgie). Nel ciclo Mitografie sono invece le icone e gli eventi del presente ad essere selezionati in quell’oceano che i mezzi di comunicazione di massa esibiscono senza interruzioni ogni giorno.
MOGOL !Rapetti Mogol sperimenta molteplici direzioni: segni, tracce graffiti, coniugati con visualizzazioni mentali e psicologiche possono persino dar forma a una poetica “conciliare”. Il segno – come impronta traccia scrittura -, ha evidenza preponderante, mentre le “stesure” (calligrafie, grafismi e colori) derivano da acetati, inchiostri, legni, carte, tele, cemento. Il carattere è a volte sperimentale, altre volte può essere quello  di un immaginista del secolo scorso. Dal punto di vista visivo le opere scoprono la mobilità delle parole e i mutamenti dei caratteri; mostrano valenze misteriose, poetiche, segniche intriganti. Stanno al crocevia del linguaggio scritto e di quello dipinto, in cui mescolano per motivi didattici sia scritture, sia segni ideografici, sia gesti che segni sillabici. Creano pagine assai vicine alle attività della poesia visiva. Di alcune operazioni è forse inutile cercare il senso. Rapelli si affida più alle “forme delle parole” e al segno per rendere affascinante la rappresentazione personale.

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ENRICO DELLA TORRE / 85mo COMPLEANNO, 70 anni di MOSTRE

DELLA TORRE 1

DUE MOSTRE LO FESTEGGIANO: A CEMABBIO (VARESE)
E ALLA GALLERIA MARINI A MILANO

Allievo di Borra e Funi a Brera negli anni a scavalco tra ’40 e ‘50, Enrico Della Torre è cresciuto come artista singolare. Intendendo per singolare l’artista raro e inconfondibile per percorso e per linguaggio. Tanto per intenderci: uno che obbliga a riandare a Roland Barthes o a Italo Calvino se si vuole indagare il suo racconto visivo.
Della Torre è partito figurativo, liberatosi poi in immagini di fantasia di tutte le combinazioni possibili, fatte di astratta sintesi e sensibilità poetica. Fuori e senza i disagi degli ismi.
Nativo di Pizzighettone, dove l’Adda divide le terre alaudensi da quelle cremonesi e fornisce una natura fatta di geometrie, luce, avifauna, acque, pioppeti, colture, nebbie – l’ esatta misura per lui e per la sua sensibilità di poeta – ha tenuto attivo fino ai primi anni ‘90 un proprio atelier.
Nell’approfondimento analitico della sua arte la natura della Bassa abduana ha significato molto per Della Torre, è stata quasi un accompagnamento dell’esperienza artistica: la si trova infatti disseminata con intensità e continuità d’esercizio in pitture e grafiche. Il 26 giugno Della Torre compie gli 85 anni e 70 li compie la sua carriera espositiva, partita nel 1956 alla galleria dell’Ariete a Milano. A festeggiarlo due mostre: una a Comabbio in provincia di Varese , dove fino al 6 giugno sono esposte sette acqueforti ispirate al poeta gradese Biagio Marin e una quarantina di collage, l’altra alla galleria Marini a Milano, dove fino al 2 luglio si possono vedere oli, pastelli, grafiche.
Pittore figurativo? O astratto? E’ la domanda che abitualmente accompagna ogni esposizione di Della Torre . CheDELLA TORRE - Pizzighettone ancora regge se ci si interroga tra figurazione e astrazione, tra ordine geometrico e forme sorgive e segniche, sulle parti che in lui si scambiano incessantemente, nella continua metamorfosi e dialettica dei significati. Segno che per intensità, densità e – insieme – leggerezza l’arte di Della Torre regge perfettamente contro il groviglio attualista. In lui l’’immagine e la forma astratta sono simbolo di una realtà integrale, in cui si fondono sensazione e idea, logica chiarezza e inconscio, rappresentazione e invenzione, preveggenza e memoria. In Della Torre un filo misterioso tiene insieme i nutrimenti di Klee, Matisse, Hokusai e la moralità morandiana. Curiosamente lo stesso filo motiva la sua ampia presenza in musei e collezioni pubbliche. E pure la fama europea raggiunta attraverso la serie di mostre personali tenute con successo a Francoforte, Hattingen, BIelefeld, Lugano, Haus, Bellinzona, Diessen am Ammersee, Berlino, ecc.
Nel susseguirsi di personali e collettive anche i lodigiani e i sudmilanese possono recuperare i diversi momenti delle sue trasfigurazioni poetiche e astrazioni: la mostra “La fantasia della natura”, organizzata da Tino Gipponi al Museo Civico di Lodi (1984), quella degli Amici della Grafica di Casalpusterlengo alla Pusterla (1986), degli Amici del Castello al Mediceo di Melegnano (1985), le personali alla Biblioteca comunale di Cassano d’Adda (1986), al Centro Culturale di Pizzighettone (1992), da Bramati Arte a Vaprio d’Adda (1995 e 2000), oltre le edizioni con incisioni originali come quelle curate dal poeta lodigiano Sandro Boccardi (“La tempora”, Scheiwiller), dal critico graffignanino Elda Fezzi insieme a Roberto Tassi (“Della Torre incisioni, dipinti”, Centofiorini), da Tino Gipponi (“Protagonisti di una amicizia ideale, Lodilibri) eccetera.
Nelle mostre in corso si coglie come Della Torre ha raggiunto la fusione dell’immagine spontanea e primaria con la più colta e calibrata struttura stilistica; come grafica e pittura nascono con il flusso della sua vitalità poetica, con la genesi e la trasformazione delle sue idee, delle sue sensazioni, delle sue emozioni.

 

 

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Gino Carrera: la pulsione alla vita e al piacere e la pulsione alla morte

La recente mostra al “Soave” a cura dell’associazione culturale Il Dodo, della Pro Loco e del Comune di Codogno di un nucleo di oli e grafiche di Gino Carrera, provenienti dalle collezioni private di Carlo Emilio e Gianteresio Bignami, ha avuto il merito di aver riposizionato l’attenzione su uno dei maggiori artisti alaudensi del dopoguerra, uno dei CARRERA Il ragionierepochi che ha rappresentato il lodigiano in giro per il mondo, e l’unico che ha saputo tenersi legato alle proprie radici contadine e “bassaiole”. L’arte di Carrera ha fatto i conti con queste radici: nodose sino allo spasimo nel recupero delle visioni e dei ricordi; spesso incattivite nelle deformazioni, eppure umanissime; quasi dolci nei timbri di ordine poetico. Sono esse che danno il senso dei suoi quadri, delle sue acqueforti e acquetinte e disegni. Che hanno aggiunto capacità artistica dicotomica: da un lato una grafica dai sapori felliniani; dall’altra una pittura di altissimo livello, di qualità drammatica, di realismo impressionista, e tuttora, poco indagata. Carrera sapeva guardare alle cose, cercare in esse lo spirito che le muoveva. Tino Gipponi individuò questa sua capacità nello scontro tra “Eros e thanatos”. I temi del conflitto dualistico (freudianamente inteso) della pulsione della vita al piacere e della pulsione della morte, non escludono però la presenza di problematiche più ampie. Soprattutto là dove il piacere e il peccato si metamorfizzano, pur senza sparire del tutto. Allora a emergere sono più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. Prevalgono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza rispetto a quelli della morte. Molti hanno letto inCarrera Gino 2 ciò una storia psicoanalitica. I lavori al Soave hanno confermato certo uno tripudio di straziamenti e di pulsioni, ma anche evidenziato tessiture di linguaggio di chiara derivazione europea. Reminiscenze baconiane, direbbero gli esperti. Carrera amava torturare la forma. Come faceva Bacon, ma con motivazioni diverse. Con intenzione precisa: scontrarsi con la cultura del tempo (che è poi ancora la nostra) che esorcizzava la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano. Ciò spiega i risultati di un’arte drammatica, specifica e personale. Che costringe a guardare e riguardare ai suoi lavori e a riscoprire prima di ogni altra cosa , la profondità dell’umano.

 

 

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Franco Corradini: Le ultime parole di Cristo sulla croce tra teologia e pittura

CORRADINI: "Pater, in manus tua commendo spiritum meum" Lc 23,46 - Tecnica mista su tela e tavola, cm280x540 (2011)FRANCO CORRADINI: LE SETTE ULTIME PAROLE DI CRISTO SULLA CROCE I quattro Vangeli narrano, ognuno a suo modo, la morte di Gesù e le frasi ultime da lui pronunciate. A seconda dei riferimenti che la forma cronologica prevede delle Sette parole, ci si può avvicinare con approssimazione al mistero della crocifissione. Da qui anche le differenti immagini narrative che sono state offerte da pittori moderni (Gauguin, Fontana, Bacon, Malevic, Chagall, Dalì, Rouault, Nolde ecc.), da artisti contemporanei (Fontana, Cassinari, Kokoska, Manzù, Minguzzi, Fazzini,, Vangi, ecc.), e, naturalmente, da pittori delle epoche trascorse ma anche da musicisti e compositori (Haydin, Schutz, Gounod, Franck) che hanno interpretato nella loro opera il dramma del Dio crocefisso e le parole da lui lasciate prima che accadesse. Ci prova, ci ha provato, anche Franco Corradini, artista di Borgonovo Val Tidone (Pc) che con una serie di lavori dall’accento ambiguamente figurale ordinate nella ex-chiesa di San Cristoforo, invita non solo ad osservare con meraviglia il Calvario e le “contraddizioni” che prendono forma attraverso la materia, il colore e la luce cogliendo orizzonti estetici ai quali ci eravamo da lungo tempo disabituati. Di Corradini, che aveva presentato lo stesso ciclo pittorico nei chiostri della Basilica di S. Antonino di Piacenza, i lodigiani conoscono poco. La sua presenza sul territorio alaudense si riduce a un paio di occasioni, due collettive, una all’ex-Soave di Codogno, l’altra di grafica all’ex-chiesa dell’Angelo in compagnia di Maffi, Grmas e Petringa. Il piacentino è artista che da sempre indaga con la ricerca espressiva il sacro e che da sempre mette in rapporto il linguaggio artistico con la qualità spirituale dei sensi, le forme con la “Parola”. La mostra lodigiana, promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri è una riprova della adattabilità e riattualizzazione della sua arte alle tematiche che celebrano il Mistero, interpretato nelle diverse forme: di sofferenza umanissima e tragica, di simbolo e progetto di salvezza, di giustizia e amore per l’umanità. I sette trittici sviluppano con originalità espressiva e coerenza compositiva le ultime parole di nostro Signore: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”; “In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso”; “Donna, ecco tuo figlio”; “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; “Ho sete”;”Tutto è compiuto”; “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, aggiungendo alla lettura che ne danno teologi, biblisti, liturgisti, ebraisti una interpretazione figurale drammatica capace di coinvolgere con una coloritura violenta ed emotiva il visitatore da obbligarlo quasi a una sorta di pelustrazione dei simboli distribuiti nelle tele, a penetrare nei frammenti per darsi ragione della sconfitta dell’umano. Dotato di inventiva, Corradini abbozza, disegna, ridisegna, utilizza carte, frammenti, materia, mescola la figura all’informale, l’oscurità alla luce, la quiete alla tenebra, il gemito al mistico, il Crocefisso all’umano. Conferma capacità di fare sintesi dei mezzi espressivi, non solo, ma dei concetti che danno contenuto, senza farsi tentare dalla spettacolarizzazione. Intreccia con autodisciplina e incalzanti rimandi le forme alle parole, alla teologia, al rapporto col trascendentale e con la storia. E’ come volesse far ritrovare il concetto di sacro all’arte del nostro tempo che se non lo ha proprio smarrito, lo ha sicuramente molto stemperato. Da pittore lo fa imprimendo tensione al gesto e alla materia, mettendo in gioco tracce di energia spirituale, riscrivendo il rapporto con Cristo, che esiste comunque, lasciando al fruitore la percezione che la sua sofferenza che affiora dall’impronta materica, incarna la sofferenza dell’uomo.

CORRADINI: “Pater, in manus tua commendo spiritum meum” Lc 23,46 – Tecnica mista su tela e tavola, cm280x540 (2011)

I quattro Vangeli narrano, ognuno a suo modo, la morte di Gesù e le frasi ultime da lui pronunciate. A seconda dei riferimenti che la forma cronologica prevede delle Sette parole, ci si può avvicinare con approssimazione al mistero della crocifissione. Da qui anche le differenti immagini narrative che sono state offerte da pittori moderni (Gauguin, Fontana, Bacon, Malevic, Chagall, Dalì, Rouault, Nolde ecc.), da artisti contemporanei (Fontana, Cassinari, Kokoska, Manzù, Minguzzi, Fazzini,, Vangi, ecc.), e, naturalmente, da pittori delle epoche trascorse ma anche da musicisti e compositori (Haydin, Schutz, Gounod, Franck) che hanno interpretato nella loro opera il dramma del Dio crocefisso e le parole da lui lasciate prima che accadesse.
Ci prova, ci ha provato, anche Franco Corradini, artista di Borgonovo Val Tidone (Pc) che con una serie di lavori dall’accento ambiguamente figurale ordinate nella ex-chiesa di San Cristoforo, invita non solo ad osservare con meraviglia il Calvario e le “contraddizioni” che prendono forma attraverso la materia, il colore e la luce cogliendo orizzonti estetici ai quali ci eravamo da lungo tempo disabituati.
Di Corradini, che aveva presentato lo stesso ciclo pittorico nei chiostri della Basilica di S. Antonino di Piacenza, i lodigiani conoscono poco. La sua presenza sul territorio alaudense si riduce a un paio di occasioni, due collettive, una all’ex-Soave di Codogno, l’altra di grafica all’ex-chiesa dell’Angelo in compagnia di Maffi, Grmas e Petringa. Il piacentino è artista che da sempre indaga con la ricerca espressiva il sacro e che da sempre mette in rapporto il linguaggio artistico con la qualità spirituale dei sensi, le forme con la “Parola”. La mostra lodigiana, promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri è una riprova della adattabilità e riattualizzazione della sua arte alle tematiche che celebrano il Mistero, interpretato nelle diverse forme: di sofferenza umanissima e tragica, di simbolo e progetto di salvezza, di giustizia e amore per l’umanità.
I sette trittici sviluppano con originalità espressiva e coerenza compositiva le ultime parole di nostro Signore: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”; “In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso”; “Donna, ecco tuo figlio”; “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; “Ho sete”;”Tutto è compiuto”; “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, aggiungendo alla lettura che ne danno teologi, biblisti, liturgisti, ebraisti una interpretazione figurale drammatica capace di coinvolgere con una coloritura violenta ed emotiva il visitatore da obbligarlo quasi a una sorta di pelustrazione dei simboli distribuiti nelle tele, a penetrare nei frammenti per darsi ragione della sconfitta dell’umano.
Dotato di inventiva, Corradini abbozza, disegna, ridisegna, utilizza carte, frammenti, materia, mescola la figura all’informale, l’oscurità alla luce, la quiete alla tenebra, il gemito al mistico, il Crocefisso all’umano. Conferma capacità di fare sintesi dei mezzi espressivi, non solo, ma dei concetti che danno contenuto, senza farsi tentare dalla spettacolarizzazione. Intreccia con autodisciplina e incalzanti rimandi le forme alle parole, alla teologia, al rapporto col trascendentale e con la storia. E’ come volesse far ritrovare il concetto di sacro all’arte del nostro tempo che se non lo ha proprio smarrito, lo ha sicuramente molto stemperato. Da pittore lo fa imprimendo tensione al gesto e alla materia, mettendo in gioco tracce di energia spirituale, riscrivendo il rapporto con Cristo, che esiste comunque, lasciando al fruitore la percezione che la sua sofferenza che affiora dall’impronta materica, incarna la sofferenza dell’uomo.

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GIGI MONTICO, ACQUERELLI BRASILIANI

MONTICO 3Nuova mostra di Gigi Montico, artista di Dovera con studio anche a Lodi dove è insegnante ai corsi della Bottega degli Artisti. Si inaugura venerdì 5 febbraio all’I.I.S. “Cesaris” all’interno della XIV edizione del ciclo “Cesaris per le Arti Visive”, a cura di Amedeo Anelli dove verrà proposta una serie di Acquerelli brasiliani frutto del suo recente viaggio nel paese sudamericano.
Di Gigi Montico, la cui produzione si è potuta vedere di recente al Caffè Letterario, si è detto e scritto molto negli ultimi tempi, che riesce quasi difficile aggiungere qualcosa di nuovo. Creatività ed estrosità sono già state messe in evidenza con dovizia, negli ultimi cinque anni Montico è stato presente sul territorio a Semina verbi, al Museo Arte Sacra Casalpusterlengo, a “Syrix II. Aspetti dell’Arte nel Lodigiano nel secondo Novecento”, con una personale – “Trasmutazioni” curata da Amedeo Anelli – al “Cesaris” Casalpusterlengo, ha partecipato a “10 anni di Cesaris per le arti visive” oltre che alla collettiva “Ciò che unisce”, tenutasi a Caselle Landi, ha partecipato alle edizioni di Naturalia al Castello di Fombio, a Gong I e II e a varie mostre itineranti.
Nell’arte di Montico convivono qualità di volta in volta diverse: intuizione e casualità, materia e manualità, estrosità e rigore, e alcuni dei tanti “ismi” che fanno sintesi attualista. Nella sua molteplice e complessa produzione c’è di tutto, dagli oggetti ai materiali di recupero, sottratti alla dissoluzione dandogli una dimensione artistica, psicologica, anche politica. Le opere sono spesso gremite di lacerti e frammenti, adottati con stupore, pietà, nostalgia; trasformati con gioco arguto e struggente, carico di volta in volta di memoria, desiderio, sogno, beffa. Anche di progettualità razionale, regolata da buone abitudini e buona coscienza. Negli acquerelli di prossima presentazione al Cesaris pare invece avere ritrovato una carica emotiva, tradotta in poesia espressiva libera, veloce e ottica.montico 2
Sono lavori che si possono vedere in tanti modi. L’artista punta molto sull’emozione, che afferma con un alto potenziale di fantasia da stimolare l’approccio del pubblico verso forme espressive non nuove e comunque sempre suggestive.
Nelle invenzioni convergono modalità di una lunga esperienza artistica e una serie di dati originali con cui il pittore accende le rappresentazioni, raggiungendo una visionarietà deliziata dal segno, dal gesto, dai ritmi e dal folclore. Di sicuro mestiere, virtuoso e intrigante, Montico tira fuori soluzioni intelligenti in cui mette insieme un po’ di avanguardie francesi e tedesche ricollegando il tutto con soluzioni personali originali che non possono non catturare l’interesse dei visitatori.

 

Gigi Montico : Acquerelli brasiliani – I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, in via Cadorna – Orari apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17, 30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse. Inaugurazione venerdì 5 febbraio

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