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Panorama artistico lodigiano: MAURO CEGLIE: La scultura come disciplina classica e moderna

Lo scultore lodigiano Mauro Ceglie al lavoro sull’opera presentata in Biennale

Ceglie, sessantacinque anni è uno scultore succoso, ricco di contenuti, che nell’ attuale situazione italiana, ha saputo e sa, per sostanza e linea di sviluppo, spostarsi controcorrente, senza cadere nell’ eccentrico o nella stravaganza

Nella confusione dei linguaggi, segno distintivo della Babele che domina il mondo delle arti, è un artista che riesce sempre a sorprendere per la sua coerenza e a distinguersi nella selva degli attori sui generis. Nelle sue tappe fondamentali della sua carriera si “legge” la lezione dei “protagonisti storici” dell’integrazione di materia e forma. Dei Perotti, Messina, Crocetti, Martini, Fabbri, Fazzini, del primo Mastroianni e dell’ultimo Vangi, dei quali ovviamente Ceglie non è discendente, ma dai quali – in particolare dal primo, suo maestro al Gazzola di Piacenza, e dal secondo, con il quale ha collaborato per tre anni, dopo aver frequentato l’Accademia di Venezia ed ha perfezionato il suo apprendistato -, ha ricevuto stimoli e suggerimenti, che si possono cogliere in scarse eco di disciplina e proprietà classica di sapore moderno.

Le figure – icone sacre, nudi, cavalli, ritratti, ballerine, composizioni, – plasmate nel bronzo, in alcuni casi arrotondate nel marmo, da dare guizzo al corpo e fremito ed esaltare con la percezione tattile, in altre di solido richiamo realistico e d’ispirazione religiosa, mettono in evidenza un percorso a cui va riconosciuta una costante e ascendente conquista di vita insieme con una costante e ascendente conquista espressiva.

Nato nell’ubertosa piana di Santo Stefano Lodigiano e opera a Corno Giovine, si colloca per intima persuasione fuori d’ogni forma di sperimentalismo tout court, ignorando consapevolmente le formulazioni estetiche più recenti. Non per questo ha rinunciato a indagare e saggiare forme nuove, con risultati di viva attualità.

L’aver saputo, per scelta critica, mantenersi a distanza da coloro che il linguaggio della scultura lo fanno ormai con tutto gli dà facoltà di trovare in certi marmi e in certi bronzi e anche mixage, particolari poco convenzionali e di diversa corrispondenza linguistica, senza infrangere i valori formali nei quali Ceglie si riconosce, senza dare origine a situazioni eterogenee.

Nei nuovi sistemi di produrre, gli scultori contemporanei cambiano spesso squadra per ciascun obiettivo da raggiungere e del contratto più remunerativo. Lo scultore lodigiano, invece, non cambia abito. Mostra una coerenza che registra, senza dichiararlo, avversione per certa arte che racconta una storia fatta senza logica né principi.

L’attualità della sua opera si fonda, invece, sulla convinzione irriducibile dell’uomo e dei suoi valori, della sua indivisibile e visibile identità fisico-spirituale. E’ una convinzione morale, intuitiva, intellettuale e poetica, da cui nasce anche quel senso della continuità che in alcuni manufatti è segno vivo di tensione e di modernità.

Nella gestazione del proprio operato scultoreo egli conserva all’immagine una essenzialità compositiva che coincide col sentimento che l’artista ha della figura: di ispirazione spontanea, spogliata da superfluità, modellata con sensibilità, senza ispessimenti di procedimento o di mestiere, diretta nella comunicazione. Risultato dell’impulso emotivo che da spinta al processo creativo.

Aldo Caserini

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panorama artistico lodigiano: PIER ANTONIO MANCA, PRIMA DEL GIORNO DOPO. Otto anni fa, di questi primi giorni d’aprile, l’addio

Otto anni fa si spegneva all’ospedale di Lodi Pier Antonio Manca. Era sulla scena artistica, prima sarda, in seguito lodigiana, poi anche monzese e milanese, da oltre una quarantina d’anni.
Senza di lui, il panorama dell’arte locale è parso subito differente. Pier è stata una personalità speciale per modi di essere, indole, individualità. Possedeva un carattere creativo contrassegnato da una forma di pensiero divergente, sorretto da originalità di idee, fluidità concettuale, sensibilità per i problemi; dotato di capacità di organizzare i materiali, animatore e riorganizzatore di attività spesso proiettandole oltre i campanili.
E’ stato figurale, spaziale, gestuale, materico, talvolta tentato dal naturalismo lirico, forse anche da nostalgie sociali e religiose. Ci piace ricordare qui un suo lontano affresco realizzato per il cimitero di Merlino. Titolò “La resurrezione delle anime”.. Cosa intendi con quel titolo, fu la mia prima curiosità. “L’anima è sorgente. Si lega al simbolo che non è un enigma da decifrare, ma è la forza del significare e la potenza dell’evocare”. Dopo la cerimonia mi confidò che aveva appena letto Plotino. Mi convinsi che la sua “leggerezza” e “vaporosità” erano solo di facciata, di superficie. Scoprii che Manca si muoveva sempre su un piano di esperienze acquisite col lavoro, con l’esplorazione, nel continuo confrontarsi con la materia, la struttura, il linguaggio e l’incertezza. Per certi aspetti un bravo artigiano, un artefice, uno che sapeva fare, che sapeva fare con arte. Il confine tra l’arte e l’artigiano è un confine molto labile, era solito dire quando presentava le mostre di esordienti all’Aquilone. L’iconografia della mano e del piede nell’arte contemporanea è stata l’ultima sua esposizione fuori casa. A Reggio Emilia, alla Amarillo Art Gallery. Fu rifatta a Lodi, ma in altre forme.
Una mostra che non colse di sorpresa. Manca era solito far seguire alle novità i ritorni a una attività creativa “riconoscibile”, a forme figurative secondo regole sottratte alla dominante ”arbitrarietà”.
Pittore, scultore, grafico, ceramista, affreschista era un artista che non sapeva stare nell’ombra: cambiava ripetutamente temi e moduli, passava da una pittura d’ambiente e popolare per inserirsi nel grande filone della ricerca e delle tendenze in voga.
Durante una trasferta in Svizzera dove al salone della Locanda degli Ambasciatori alla Casa Landfogt di Rivera Ticino (XVII sec.) ci attendeva l’inaugurazione di una sua personale che avrei dovuto presentare, mentre era al volante mi raggiunse con una sua frase che li per li si mostrava improvvisata, fuori dal contesto, ma che poi mi aiutò nel mio intervento: “ La vera alchimia – cito a memoria – oggi richiede tante cose: “saper fare”, essere à la page col gusto, inventarsi storie e altri ingredienti, quindi saper guardare e “introitare”; esige presenza, singolarità, carattere”: Cose che di certo non gli difettavano. Le possedeva in quantità insieme altre: la capacità di trasmutazione, la vena affabulatoria, l’abilità nell’artificio polimaterico (che non ha mai escluso “prodotti”, ceramiche, oggetti, dalla naturale estrosità creativa, fatta di sensibilità decorativa e di finezza). Basterà a conferma ricordare le sue icone fatte di materiali di recupero, le ceramiche ingobbiate con le applicazioni in rilievo, le terrecotte in argilla rossa piene di dinamismo ed espressione, eccetera.
Manca scopriva, inventava, si liberava. Era un artista che sapeva adattarsi a un’arte di “riconfigurazione” della rappresentazione. Per i suoi scenari faceva ricorso ai materiali poveri e di recupero a cui però non faceva mancare il filo conduttore dell’estrosità e della riflessione.
Il 3 aprile del 2012 in un letto del reparto oncologico dell’ospedale di Lodi. Pier Antonio Manca, decise di non mettere in gioco il suo narcisismo (o amore di sé), scelse l’esclusività del silenzio per staccarsi dal male che da tempo lo teneva lontano dall’arte e si liberò del mondo.

Caserini, Pier Antonio Manca e Ugo Maffi a Pienza

Tra noi c’era affiatamento, rispetto, collaborazione, non dico sintonia o l’accordo sempre. Anzi… A otto anni dalla morte posso  solo dire che Pier ha saputo abitare il mondo, da uomo e da artista, lo ha di-segnato per dargli senso e valore, recuperando antichi linguaggi simbolici e tra essi i codici della sua infanzia (in Sardegna) e quelli religiosi e devozionali ( noto quello per padre Pio del quale riempiva oltre che il suo studio  le case con l’ effigie ; meno noto, e barcollante, – deve averci pensato il frate di Pietrelcina a togliere  seduzione . quello di contattare le anime ( le voci) dell’aldilà attraverso una pittrice-sensitiva, sua amica). Anche questo, forse, fu un suo modo d’artista per distendere lo sguardo oltre il semplice razionale, di rubare al silenzio assoluto che l’uomo ha da sempre conosciuto, il sollievo di una voce, di un suono o una nota che conceda all’uomo di accogliere l’eterno .

Aldo Caserini

 

 

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Gianni Vigorelli scultore. A venti anni dalla morte

Gianni Vigorelli: Monumento alla Resistenza

L’ anno passato è stato il centenario della nascita dello scultore Gianni Vigorelli (1916-1998), l’anno a venire, a maggio, sarà quello dei venti anni della sua morte.Per settant’anni la scultura è stata praticata da Vigorelli con sobrietà e robusta visione per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Lo ha fatto con una coerenza profonda, in un rapporto stretto e necessario con la poesia, che rende impossibile considerare la sua opera secondaria nel contesto dell’arte alaudense e lombarda.Allievo di Messina a Brera, amico stretto e confidente di Archinti, sodale di Fausto Locatelli di cinque anni più anziano di lui, che morirà sotto i bombardamenti nel 1945 – Vigorelli si cimentò anche con la poesia, coltivata con commossa e austera idealità e in cui ricondusse l’espressione delle variazioni e reazioni del sentimento individuale. Solo la frenetica attività “culturale” (si fa per dire!) di frettolosi promotori da tavolino poteva far dimenticare un anniversario tanto importante. Una imperdonabile negligenza che rende consapevoli dei perché l’eredità di Vigorelli non è ancora apprezzata in città come meriterebbe. Certo, un po’ anche per colpa sua, che in vita non ha sofferto il non esibirsi, riducendo la sua presenza a pochissime uscite di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che già nella seconda metà del secolo scorso – lui appena trentenne -, gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli rinunciare a una Biennale di Venezia; eppoi per i “meccanismi” presenzialistici che si erano affermati in città e che tradivano le sue convinzioni di artista. Sta di fatto che delle sue opere si è visto e parlato poco, non quanto richiedevano e meritavano. Anche se, per la verità, qualche occasione è da stimare. E’ servita almeno a fissare alcuni passaggi della ricerca linguistica: dall’iniziale asciuttezza accademica a una impronta naturalistica, dalle forme classicheggianti ovoidali a quelle di rinnovamento plastico, dal geometricamente strutturato e di interpretazione dell’immagine a una ideazione ritmica della sofferenza psicologica e fisica…).Era uomo di poche parole. Quella che amava spiccare era “umanesimo” a cui aggiungeva “pietas” e “poesia”. Potrebbero bastare a cogliere il filo conduttore dei messaggi nelle sue opere. Vigorelli puntava a far apprezzare la scultura come arte delle idee, non secondaria nella crescita civile della società. L’accanita polemica che sul finire degli anni ’60, accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di propagazione di una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica moderna. Solo a scavalco tra gli anni settanta-ottanta la scultura conobbe, in modo forse eccessivamente generica, l’esigenza di ricondursi a categorie in grado di darle una diversa immagine. Vigorelli non fu “faro” ma un “caso” con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi riconoscibile nelle madonne e maternità, nei bronzi dedicati a vestali, santi, a temi religiosi e civili e a richiami di stile arcaico, a strutture romboidali e a losanga ( apprezzate dall’architetto Degani, artefice del Duomo), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste.La mostra in preparazione alla Banca Centropadana di Lodi affidata a Tino Gipponi, si annuncia perciò preziosa per i dati oggettivi di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” estetica che potrà offrirà delle fasi più significative e personali della ricerca di Vigorelli

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E’ morto Marcello Simonetta

Marcello Simonetta

E’ morto al Maggiore di Lodi, dov’era ricoverato, il pittore Marcello Simonetta. Da anni risiedeva e aveva studio a Spino d’Adda. Godeva reputazione e stima su tutto il territorio nazionale. Diverse le sue mostre tenute a Lodi e sul territorio (all’Archivio Storico, al San Cristoforo, alla galleria Oldrado, a Cascina Roma a San Donato Milanese, al Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, ecc.).
Collegato a forme di espressività non uniche, espressioniste-astratte e di action painting, delle quali tuttavia non presentava le ossessioni e le arbitrarietà, anzi, ne era completamente avulso, in particolare per quanto concerne le compattazioni, le sovrapposizioni e le intensità che inghiottono linee e spazi.
Agli automatismi gestuali e segnici, all’ ossessione espressiva dell’action painting storica, Simonetta contrapponeva, in una sorta di progress espressionista, la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il marginale ricorso ai neri in una struttura semantica non priva di idee e di “pretesti”. Un dato è consueto: il ritmo, lo svelarsi percettivo delle cose, la pulsazione unitaria nelle texture.
Il suo repertorio non ha mai sofferto la ripetitività, l’appiattimento. Ha sempre sorprende per la vivacità, la varietà, la scorrevolezza, l’imprevedibilità. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate” che scorrono all’interno del foglio e della tela. Dove non c’è nulla di quella retorica che ha accompagnato tanta pittura della seconda metà del secolo scorso.
Simonetta ha preservato la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non c’è la preoccupazione del fare, ma la incessante coerenza del fare. I suoi lavori intercettano lo sguardo e costringono a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione. Obbligano con il loro magnetismo a tenere la direzione, a cogliere in essi l’intuizione, l’invenzione, la vitalità, la filosofia.
Le citazioni lo hanno collocato in consonanza o collaterale alla poesia di Mallarmé, alle figurazioni prima di Afro poi alle gestualità di Vedova, persino dello spagnolo, premio Guggenheim”, Saura, finché critici accorti come Russoli, Valsecchi, Cavallo e l’amico pittore Emilio Tadini, conoscendo l’artista e l’uomo, ne corressero il tiro.
Simonetta è stato pittore di “pretesti”. Ultimamente era sembrato sposarsi con quello del narratore, facendo emergere anche la natura intima dell’uomo: spigoloso, sempre impegnato contro il sacro labile della moda. Superati gli ottant’anni ha mostrato con l’innocenza e la grazia del “qui e ora” di vivere con la fiducia e la freschezza creativa di un ventenne.
Caro Marcello, ci mancherai.

 

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VARIAZIONI SUL “LIBRO D’ARTISTA” ALL’ARCHIVIO STORICO DI LODI

Cos’è un libro d’artista a cui l’Archivio Storico di Lodi dedica una selezione di Gino Gini e Fernanda Fedi? Chiederlo è più che naturale, i media – attenti a tante estravaganze – non hanno certo faticato a farlo conoscere, neppure come esperienza artistica. Anche se poi, i libri d’artista da noi non sono mancati e con buoni risultati. Basta ricordare gli esempi dotati dai duo Abbozzo-Anelli, Grechi-Arrivabene, Valsecchi-Cotugno, Poletti-Maietti, Biasion-Cotugno, Gini-Oldani, Fedi-Oldani, Beltrami-Cotugno, Casiraghi-Cotugno, Simonetta-Caserini, De Bernardi-Anelli, Morena-Caserini, Maffi-Lajolo e, individualmente, Franco De Bernardi, Gian Franco Grechi, Marcello Chiarenza, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno,  Luigi Maiocchi, Andrea Cesari, Fausto Pelli, Giuseppe Orsini, Piero Manzoni, Gaetano Bonelli, Luigi Novello, Aldo Milanesi, Domenica Regazzoni, Guido Oldani, William Xerra, Mario Ferrario, Angelo Savaré, Amedeo Anelli, Flavia Belò, Museo Stampa Schiavi, Giangi Pezzetti, Assoc. Mons. Quartieri, Franco Prevosti, Gigi Montico,  ecc. C’è chi ha realizzato libri d’artista per la flessibilità, chi per l’ economicità, chi mettendo d’accordo il dato manuale e la stampa industriale, chi combinando sul retro di copertina un acquarello, un’incisione o un collage, un aforismo o una poesia; chi lo ha fatto per realizzare un prodotto accessibile e chi semplicemente per sottrarsi ai meccanismi commerciali; chi lo ha adottato per una visione elitaria e chi per sperimentare forme espressive; chi mantenendo una struttura artigianale, chi avvicinandolo al prodotto industriale; chi per veicolare idee personali. Sono alcune delle caratteristiche che, di volta in volta, il libro d’artista può assumere.
Se però si vuole una definizione in senso stretto è d’obbligo prenderla da Anne Moeglin-Delcroix, autrice della Esthétiques du livre d’artiste e di “Sur le livre d’artisdte:Articles ed écrit de circostanze 1981-2005”in cui definisce i libri d’artista: “Quei libri che sono in sé opra d’arte e non strumenti di diffusione di un’opera. Questo implica che il libro non sia soltanto un semplice contenitore indifferente al contenuto: la forma-libro è parte integrante dell’espressione e della significazione dell’opera realizzata attraverso il libro stesso”.
I libri d’artista non si trovano in libreria. Realizzati di preferenza manualmente, con tecniche e materiali poveri, hanno tiratura limitata, in qualche caso unica, abbinano disegni, acquerelli, interventi di grafica a testi e poesie. I percorsi che portano alla loro realizzazione possono essere i più disparati, moderni e tradizionali, pratici e intellettuali. Lo si vedrà alla esposizione che Gino Gini e Fernanda Fedi, titolari dell’Archivio Libri d’Artista di Milano presenteranno all’Archivio Storico di Lodi, fornendo esempi anche di come il libro d’artista può essere realizzato con tipologie diverse (libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box, libri preziosi, minilibri, libri maxi), da sfiorare la sfera della percezione visiva quanto di quella tattile.
Negli ultimi lavori la Fedi impagina grafemi antropologici, combina concettualismi e incantamenti grafici, mentre Gini persegue la sua diversificazione del linguaggio attraverso immagini e scritti, piani e tipologie tecniche in chiave di poesia visiva.
I due artisti saranno all’Archivio Storico dal 16 al 30 settembre. L’evento è procurato da Archivi-Amo, Kamen’ e Amici del Nebiolo. All’inaugurazione (sabato 16 settembre, ore 17) assicureranno il proprio contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. Sarà inoltre presentato il nuovo libro di Fedi e Gini delle Edizioni Piccolo di Livorno.

 

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Il corpo umano nella figurazione di Tindaro Calia

Di Tindaro Calia di Dio si è detto e scritto in gran quantità. L’artista milanese si è fatto conoscere anche dai lodigiani con un gruppo di mostre all’ex-chiesa dell’Angelo, alla Muzza di Cornegliano, a La Cornice, allo Spazio Arte Bipielle e la presenza in diverse collettive. Con l’ultima esibizione ha praticamente riaffermato la profondità della propria esperienza e della ricerca pittorica avviata negli anni Settanta. Ha posto sotto i riflettori l’esistenza tra la maniera di affrontare le figure, lo stesso “dialettismo” e lo stesso gusto di conferire un modo realisticamente “impressionante”.
Già docente al Liceo artistico Calisto Piazza, le sue esibizioni fanno sempre snocciolare aggettivi; non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi le stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo.
Calia è artista vigile nel cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana e a tradurla in immagini intensamente morali, di valore educativo. Come tali, strumento di una teoria che può far venire in mente “Corrente” ma prima ancora – azzardiamo un poco -, Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, e tradusse “i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca” in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”.
Nella testimonianza critica di Giorgio Severo, al centro della sensibilità del pittore viene individuato il corpo umano, “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Riafferma a sua volta Dominga Carruba: “La poetica della pittura di Calia rievoca l’allegoria che alberga tra l’apparenza narrata dal vedere quel che appare dintorno e la verità riconosciuta con l’intuizione, che non si ferma alle forme apprese dai sensi né al “sentito dire” di vana sostanza che la ragione elabora.
I consensi ch’egli quotidianamente riceve sono dunque il risultato di una pittura non ingannevole indirizzata a indagare la figura umana, con cui il pittore ha definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico.
Al di là delle nuove attribuzioni che gli si potrebbero attaccare, una cosa è certa: la sua è una pittura che pur avendo un profondo carattere iconografico è tutt’altro che un prodotto commerciale. E’ figurativa nel senso migliore del termine, di idee. Arricchita di composto intellettuale, spirituale e affettivo.
Tematizzando i fili della ricerca e pur rispettando modalità ricorsive, fornisce di indicazioni somatizzanti l’individuo, l’umanità e delle stagioni della vita. Unitamente ai dettagli pittorici, è il suo un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Rende il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio” . Ne fa ragione di poetica

 

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Francesco Borsotti, un bricolage autobiografico di organi interni

FRANCESCO BORSOTTI:
“Adamo ed Eva”, 2017

Quella che Francesco Borsotti ha messo in arte negli ultimi lavori destinati alla Wunderkammer di Winterthuruna (una sua mostra è prevista questo autunno con la ripresa della stagione espositiva) sono storie autobiografiche. Storie nate dalla associazione di immagini, da interventi che sono al contempo scelte di attenzione e di razionalità e frutto dell’inconscio. Nella pratica, risultati in cui l’artista di Casale fa convivere vigore concettuale, conoscenze di matrice diversa, pathos, un gusto esperto nella modellatura dei soggetti, vicende associate a un certo bricolage domestico e autobiografico.
Come tutte le storie autobiografiche anche le sue sono affidate a un percorso artistico interattivo, da cui la fantasia modifica la condizione vera da cui hanno preso il via. Passando dalla grafica al fumetto, dall’opera iconica all’immagine pubblicitaria o trasgressiva o polemica.
Non è il caso però di prendere seriamente tutto ciò che Borsotti prende e narra – un pezzo qua e un pezzo là, una citazione ebraica e una texture – facendosi aiutare da fotografi, ricamatrici, informatici eccetera a ricomporre brandelli che consentono di cogliere tracce e simboli del suo rapporto coi fatti, le partecipazioni, le situazioni eccetera.
L’ultimo di questi impegni è di segno sempre personale: parla di un suo immaginifico rapporto con i propri organi interni utilizzando gli esiti di radioscopie, risonanze magnetiche, encefalogrammi, elettrocardio, elettroforesi eccetera.
Esprimere se stessi anche nelle parti più nascoste non è stato solo un vezzo del romanticismo diffuso dall’illuminismo e dall’idea moderna. E’ una pratica largamente diffusa ancora oggi, considerato il secolo della scienza, nell’arte contemporanea. Con estremo rigore nell’espressione e nella esecuzione Borsotti intuisce e architetta, dà significato e lettura metaforica ai tanti segni che la ricerca medico-scientifica utilizza.
Non sempre nelle esperienze eterogenee si può abbinare il significato introspettivo o mentale. Anche perché immaginare e sviluppare ecc. è parte del lavoro creativo di un artista. L’elemento iconico, di cui Borsotti è ben provvisto, di là dal rappresentare un segno visivo del vero vissuto, quando rincorre altri significati simbolici conferisce personificazione alla fantasia e si avvicina alla letteratura.
Nelle radiografie (artisticamente sistemate) si incontrano memoria, rilettura, testimonianza, scelte grafiche ed espressive, simboli mediatici che fanno riandare a componenti

FRANCESCO BORSOTTI
“lLIQUIDI ORGANICI”, 2017

pensabili e verosimili.
Borsotti è uno dei maggiori artisti del lodigiano, fa dell’arte visiva una elaborazione concettuale, dove ogni particolare prende il proprio significato dalla relazione con un’altra presenza. L’unico ad avvalersi di un vastissimo repertorio di immagini e di codici rappresentativi che integra alla struttura con personale concezione tecnica e che spesso costituiscono una “sfida”.
Dopo la mostra dello scorso anno l’artista è stato nuovamente contattato per una esposizione d’autunno alla Wunderkammer, galleria di Winterthur, città svizzera del Cantone di Zurigo. Se ne riparlerà.

 

 

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“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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Enrico Suzzani, pittura e amplificazioni romantiche

suzzani-enrico-rose-scan_pic0030Enrico Suzzani, per pochi giorni ancora in esposizione alla Centropadana in corso Roma a Lodi, è artista di sentimento. Con generosità lo trasferisce in paesaggi di fulgore dettagliati e rifiniti (Venezia, le Dolomiti, San Marco, inverni in montagna, Parigi, Montmartre…), e con cura e perfezione – secondo canoni stilistici della accademia e dell’esperienza personale-, in nature morte (Mele cotogne) e composizioni floreali(Rose, Boccioli di rose, Fiori di campo. In tutto venticinque oli affidati a una pennellata succosa e pastosa, dove è la materia a rivelare segreti. Per dirla con Odilon Redon, la materia (il colore) possiede un proprio genio, è l’agente che collabora e accompagna il pittore, che tiene la sua mente lucida e ben desta. E che in Suzzani dispone all’impressione e all’espressione come a due forze compenetranti, alla luce e alle amplificazioni romantiche.
Le suggestioni e un’accorta intonazione di stile lo convalidano artista di profonde energie dell’anima e dell’istinto, un pittore che incurante delle classificazioni di moda sfiora il racconto puntando sulla fragranza cromatica, sul gioco delle luci e delle ombre, sul taglio prospettico e altri effetti. Su tutto quello che, fino al prevalere delle avanguardie, faceva un pittore di sapienza pittorica. E che ora lui, pittore di pratica lucida e coerente, dispiega nei soggetti con un gusto per la materia da sembrare più un’attitudine intrinseca.
Naturalmente a dare considerazione al codognese non sono solamente l’abilità manuale, la tecnica, il rigore – qualità che gli si riconoscono da sempre. L’ esperienza, la preparazione tecnica sono cose del suo bagaglio. Unite alle capacità esecutive egli dispiega un linguaggio pieno di risvolti di naturalismo romantico e di visione intimista.
Sessant’anni, rafforzato dal mestiere, vigoroso nel padroneggio del colore, abile nelle variazioni di struttura e scansioni, con un vivo senso di tenerezza e letizia – qualcosa che infonde respiro lirico -, Suzzani padroneggia una figurazione fatta di modulazioni sapienti, abilità compositiva, senso coloristico, tonalità tranquille. Cose importanti all’equilibrio del suo genere espressivo.
Suzzani non cerca la novità, la bizzarria anche profonda. Nutre la pratica pittorica di attenzioni meditate, che ricordano la tradizione di buona stoffa e modelli maestri. Fedele al mondo della rappresentazione, manda a effetto una pittura appropriata per adornare, che obbedisce con fierezza figurativa ed delicatezza agli impulsi della sua sensibilità.
Estraneo alle tensioni del contemporaneo, alla Centropadana offre prove di piacevolezza, fresche e penetranti di verità e poesia.

 

 

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Tra il “nuovo-nuovo” della materia e il “post-post” del pop(olare)

Sara Forte e Alì Hassoun a San Donato

SARA FORTE : opera in silicio

SARA FORTE :
opera in silicio

Prosegue fino a fine mese alla Galleria Guidi a Cascina Roma, in piazza delle Arti a San Donato Milanese, l’esibizione di due artisti  convinti autori di una pittura condotta in modo bipolare – chiuso-aperto, diretto-indiretta esteriore-interiore, generico-meditato e così via -; tutt’e due che scoperchiano il rebrousser chemin, il procedere a ritroso, l’una sembra aver ritrovato il gusto per la fenomenologia della materia, ma anche nel lavoro e nella tecnica, l’altro ripercorre modalità del pop(olare) di effetto attrattivo. L’esposizione sandonatese li connota favorevolmente: Sara Forte, autodidatta verbanese (etichetta sopravanzata dal ricco e rispettoso cammino) come talentosa, l’architetto libico-italiano Alì Hassoun per gli accumuli di memoria culturale. La prima ha appena concluso una personale alle Stelline di Milano dove ha incamerato successo con lavori di valenza tridimensionale (riproposti a Cascina Roma) , l’altro ha ritrovato fragranza grazie alla galleria “Guastalla” di via Senato ed è noto da un lustro per il “cencio” prodotto per il Palio di Siena. Sono due artisti destinati a ripercorrere orme di predecessori: la Forte con una attività che ultimamente s’è concentrata sulla

ALI' HASSOUN: "L'arca della salvezza", olio su tela, 2012

ALI’ HASSOUN:
“L’arca della salvezza”,
olio su tela, 2012

produzione di dischi di silicio in funzione simbolico-astratta – scelta che potrebbe anche indicarsi di ordine concettuale (il silicio è un conduttore della comunicazione moderna) se non nascondesse un certo consenso alla decorazione, peraltro consustanziale al procedere delle “avanguardie” attualiste -. Realizza invece forme essenziali, morbide e lineari nelle sculture concretizzate a Murano, che suggeriscono suggestioni “interiori”.
Soggetti e narrazioni figurative in chiave non realistica ma pop, sono proposti dall’artista di Sidone, s’avvicina a pratiche diffuse in altri continenti, naturalmente con passi diversi per procedimenti e condivisioni.
Forte e Hassoun a volte escono fuori dagli standard e dall’emulazione, recuperando mezzi di espressione linguistica, di creatività individuale. La Forte con una applicazione a piacimento dei canoni di libertà strumentale, Hassoun ibridando fette di realtà figurale folcloristica, tradizionale con altri apporti letterari convincenti (es.: gli omaggi a Guttuso, Picasso, Depero, Warhol, Lorenzetti, R. Sanzio, Delacroix, Caporossi, al futurismo, al pop, ai graffiti, alla Campelll’s Soup ecc. e le composizioni/narrazioni in cui si incontrano e contaminano Africa, Medioriente ed Europa).
Oscillano, pure. Verso forme di orgoglioso iconismo popolare Hassoun, resuscitando imperiosi scampoli di aniconismo Forte; il primo proietta immagini risorgenti dal quotidiano, dai riti e dalle culture, la seconda gioca sul minimo scarto esistente tra la cosa in sé e la sua esecuzione. Nei due si  distingue una ri-sensibilizzazione della ricerca, nella Forte soprattutto nelle sculture realizzate nelle fornaci, muranesi, in Hassoun nella intensificazione di presenza dei simboli.
Nei lavori della piemontese c’è infine una esibizione di colori e materiale con cui snocciola la propria storia fatta di spirito inventivo e di originalità di effetti; in quelli dell’architetto “milanesizzato” la monotonia di esercizio è rimediata con variazioni di montaggio e motivi presi in prestito, a scopo ludico o didattico. 

Sara Forte e Alì Hassoun :   Antologie personali –Galleria Guidi, Cascina Roma, piazza delle Arti, 2 , San Donato Milanese. Orari: dal lunedì al sabato dalle9,30 alle 12,30, dalle 14,30 alle 18,30; domenica dalle 10 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 19. Fino al 29 gennaio p.v.

 

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