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ANTEPRIMA/LIBRI – “QUARTETTI”, Anelli e Conti, poesia e pittura. Un gioco a due

Forse un regalo per le feste può essere “Quartetti” di Amedeo Anelli, una quarantina di paginette, pronto per il lancio (nella prima decade di dicembre) edito da Libreria Ticinum di Voghera, la stessa di “Kamen’.
E’ rivolto a chi ama la poesia o ne è attratto,  bambini e  adulti. Può anche dare  più luce al poeta sulla scena dagli anni Ottanta quando si presentò con  Quaderno per Marynka, e oggi si distingue (si sottrae) al clima e ai materiali dei tanti poeti che muovono il “sistema “.
All’esame dei fatti formali “Quartetti”  è un libro  un po’ diverso dai precedenti, la forma della filastrocca non è quella canonica tradizionale, richiede più confidenza con gli accordi a più voci, che Anelli aveva già reso espliciti in Polifonii, una selezione di testi tradotti con cui aveva dato riconoscimento a una  versificazione polifonica; in più ha un intento didattico vivo, rivolto anche al saper vedere.
Il poeta si conosce:  non prende in prestito espressioni di moda, anche quando ha un tono confidenziale; regala rare volte ironia e auto-ironia ( nella nota al libro esibita come sberleffo). In Quartetti manca ogni idealizzazione, tranne  quella simbolica dei gatti  e lo sferragliare del treno a due metri da casa. Si  ritorna al poemetto, ma senza parentele.
Se le composizioni non hanno misure “a norma”, il linguaggio (recente) si fa ulteriormente notare: è arricchito, variato, perfezionato, l’ eclettismo ha una sua  consapevolezza. La tecnica riceve forza dalla filosofia, entra dentro i contenuti e da spessore ai messaggi.
Il rapporto col reale si avverte, ma non è impostato preventivamente. Al contrario c’è compenetrazione tra suono, ritmo e significato, anche se l’invito del poeta all’interlocutore non è tanto di entrare nel ritmo della versificazione, ma in concordanze di poetica.
Diciamolo per prudenza: questi nostri “distillati” interpretativi non sono critica, ma note – la buccia. L’ analisi tocca agli esperti.
A volte, nel  libro, le parole sembrano germinate da un terreno vangato dalla”ricerca”  Borges lo spiegherebbe con la metafora ( di Keats), della pietra lanciata nell’acqua di un fiume per cui le immagini si creano senza la ricostituzione delle prime.
L’autore ce lo spiega con chiarezza :“Ho preso la forma della filastrocca e l’ho resa polifonica ad alto grado di complessità, ma leggibile anche ai bambini al primo strato della “cipolla” in questo modo i testi sono accessibili sia ai bambini sia ai grandi, cui può essere richiesta nell’apparente tono scherzoso un alto gradiente di conoscenze e di pensiero…e di avventura speculativa”.
Gli da una mano lo scrittore Guido Conti che si fa complice di un dialogo dove pennello, segno grafico e  disegno spostandosi fra l’iconico e l’ aniconiconico contribuiscono al gioco a due tra parole e disegni”.

Aldo Caserini

Il libro:  “ Quartetti”, poesie di Amedeo Anelli,  acquerelli di Guido Conti; editrice Libreria Ticinum, Voghera, pagg.38, ill. a colori, €18, dicembre 2020

FARE ARTE NON E’ UN GIOCO – Angelo Fusconi “Maestro del Lavoro” di Lodi avvia una “Bottega d’Arte” in Romagna

 

Potrà sorprendere che un dirigente industriale del settore farmaceutico lodigiano appassionato d’arte e collezionista abbia inaugurato a fine agosto a Cesena una propria galleria sotto la ragione sociale “L’Officina dell’Arte” là dove prima era un’ una attività di ferro battuto condotta dai suoi genitori.
Scelta singolare, non c’è dubbio, considerati i tempi (non solo quelli del Virus). Se vogliamo sorprendente, ma non più di tanto. Angelo Fusconi vive a Lodi in via  Grandi da una ventina d’anni ma le radici le ha in Romagna nella città malatestiana. Le origini spiegano, insieme al suo personale interesse per l’arte, la decisione di creare una galleria, che resta comunque, ai nostri occhi, qualcosa che merita  simpatia e interesse dato che alla base ha messo l’impegno a favore della cultura “del fare”, come conoscenza di ciò che è bene conoscere: l’arte non è soltanto quella prodotta dal “mercato” e dai professionisti, ma il coronamento di una passione e di una educazione talmente frammentata  da essere critico il coglierne la rilevanza sociale.

Da qui l’idea messa a progetto da Fusconi di creare  uno “spazio privato”  e aprirlo ad artisti arrivati e noti  e a quelli meno conosciuti. per lanciare il programma di far diventare presto L’Officina dell’Arte  un polo di aggregazione e di incontro della comunità artistica e culturale dei cesenati.

Oggi nel migliore dei casi una galleria d’arte è un “contenitore”: la sua funzione ordinaria, anche se non dichiarata, è mercantile, ma L’Officina  di Fusconi pare abbia  programmi diversi e un pochetto più ambiziosi: attivare l’attenzione del pubblico su chi pratica l’arte, essere educativa, forse essere di raccolta; essere una  finestra di quanto circola a Cesena (e non solo a Cesena, tanto che presenta il lodigiano Adolfo Canevara); essere punto di incontro che stimola la ricerca, la promozione e la valorizzazione con obiettività neutrale; mettere a fuoco la situazione attuale dell’arte; far incontrare le opere recenti e il collezionismo; coprire quella fascia numerosa di attività che ha poca visibilità ma che in realtà è nel complesso una fascia ampia, capillare, radicata nel territorio.
Angelo Fusconi, Capo Delegazione dei Maestri del Lavoro di Lodi e Provincia nel nuovo ruolo di gallerista l’attendono perciò compiti non semplici e non facili. Basta ricordare le difficoltà a cui va incontro una galleria di area locale ma in una grande area urbana a causa di un “sistema” che sta velocemente cambiando i criteri dell’offerta “espositiva”.

Fusconi (ci riferiscono) ha collezionato nel tempo opere con ragioni molto soggettive, non da collezionista che acquisisce consenso sociale, bensì per passione disinteressata della cultura e un bisogno (probabile) di realizzarsi creativamente fuori dall’attività professionale. Dovrà perciò dedicare importanza al rapporto con il pubblico e con gli artisti. Gli verrà chiesto di non essere il titolare (il padrone) della galleria – che si presenta come uno spazio assai ricco e organizzato – ma di avere un rapporto di fiducia con il pubblico e gli artisti al pari, si potrebbe dire, tra medico e paziente.
Su questo versante lo attende perciò un impegno severo  per dare fascino culturale alle  esposizioni ed enfatizzare le scelte di qualità e quelle di rarità. Un processo che, immaginiamo, gli richiederà tempo, ma anche capacità e aggiornamento. Cose che a Fusconi non fanno difetto se si tiene conto dei compiti assolti nell’azienda lodigiana prima del pensionamento.
A lui in ogni caso gli auguri per il successo dell’iniziativa. Per saperne di più collegarsi a :http://www.officinadellartecesena.it
PS: Ceravamo scordati : ma perché a Cesena e non a Lodi?

Aldo Caserini

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“LE STANZE DELL’ARTE 2020” – Natura e poesia nelle stampe originali d’arte di Teodoro Cotugno alla Bpl

Negli ultimi tempi si è scritto e raccontato parecchio della incisione indiretta praticata da Teodoro Cotugno e della sua capacità di completare le incisioni all’acquaforte con l’essenzialità del disegno e del tratteggio.

In verità, gli elaborati di Cotugno adattano una complessità di operazioni e interventi e una prolungata consuetudine operativa e riflessiva  prima di consentire al foglio bianco risultati di media forza chiaroscurale.

Per non rimanere a esiti di superficie, che si fermano al nitore e alle forme investite dalla luce, oltre a quanto premesso le sue acqueforti richiedono una osservazione meno di facciata: una analisi della poetica (solo naturalista, semplicemente intimista o sentimentale o romantica, come capita talvolta di leggere in certe note?); una disamina della soggettistica di contenuto della rappresentazione; la messa in bilancia, dell’ esperienza, non tanto dell’intuizione e di quanto egli fa liberamente scorrere sulla lastra, ma  della riflessione interpretativa che la suggerisce; e ancora, una attenta considerazione delle “ascendenze” e delle possibili “collimazioni” (coi paesaggisti veneti,  con le radici umbre attecchite ai Corsi dell’Incisione dell’Accademia di Urbino con Renato Bruscaglia, Carlo Ceci e Pietro Sanchini; le suggestioni toscane acquisite collaborando con Renzo Biasion); la personalizzazione delle tecniche  perfezionate e finalizza all’espressione.

Questa esigenza corrisponde al bisogno non di risemantizzare i momenti della sua ricerca, ma di superare il fascino immediato della leggerezza e del lirismo procurato dalla sua produzione, e di cogliere nel linguaggio  presenze più ardite di contenuto. Una spinta che potrà venire dalla  XX edizione di “Carte d’Arte”, organizzata  dal 5 dicembre, dalla Associazione Monsignor Quartieri  in cui sarà possibile anche un raffronto (non un confronto)  di Cotugno con  l’arte di Livio Ceschin.

Quello del calcografo lodigiano è prevalentemente un paesaggismo di impressioni, atmosfere, climi e simboli che in certi sviluppi arriva a suggerire una “filosofia” non di sole sensazioni terrene ma di idee superiori, metafisiche, dell’universale. Se nella sottigliezza grafico materica, priva (a volte) di texture strutturate, in cui da consistenza a setosi velluti, quelle di più fredda tecnica non danno spazio alle nebbie sperimentali del nostro secolo, ma neppure alla fredda tecnica del paesaggio virgiliano, che ispirò momenti simboleggianti una natura felice vissuta in termini di semplicità pastorale.

L’artista racconta luoghi, scorci, paesaggi, spazi, storie, corsi d’acqua, davanzali, fioriere, raramente l’uomo,  una natura che seppur viva non sta nell’attualità di una trama, ma elabora sensazioni, sentimenti, immagini, riverberi, barbagli, pensieri da risvegliare nel visitatore stati d’animo e  riflessioni.

Aldo Caserini

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Tarcisio Pasquetti, pittore e narratore contemporaneo del futuro

Tarcisio Pasquetti è un nome che non dirà molto ai lodigiani d’oggi, e forse neppure più a quelli di ieri, tanto meno delle generazioni celeberrime precedenti, ma che da qualche tavoletta raffigurante la piana campisana o abduana, del Lambro o della Muzza o toscaneggianti nature morte di familiare retorica poetica, alle pareti di  casa di qualche ex- collega dell’Eni, suo collega dei tempi celeberrimi degli idrocarburi gassosi , è in grado ancora di catturare l’occhio e la sorpresa.
Dopo l’ultima condanna a morte eseguita in Italia, nel 1947, con la ricostruzione del Teatro Gaffurio a Lodi ripresero al ridotto di via Rossetti le mostre d’arte e tra i lavori si fecero riconoscere i primi lavori di un giovane toscano, un disegnatore tecnico che coltivava il virus (anche allora si sviluppavano) della pittura e, l’amore della letteratura.
Chiusa la parentesi espositiva dei tesserati all’Opera Nazionale del Dopolavoro Fascista, coi nomi di Monico, Bonelli, Migliorini, Vaccarini, Malaspina, Vigorelli, si fece conoscere, per la prima volta, in città, un poco più che ventenne, “che sapeva parlare di pittura” e stare “in compagnia”. Si era trasferito con la famiglia da Campi Bisenzio, borgo allora agricolo, non ancora convertito in distretto tessile cinese della piana tra Firenze e Prato. Era nato nel 1924 e a Lodi era giunto con la famiglia a guerra non del tutto ancora finita, sollecitato il padre dalle prime “voci” sui giacimenti di Caviaga e dal progetto di Enrico Mattei di realizzare  Metanopoli. All’ENI il giovane Tarcisio aveva trovato presto il primo impiego come progettista dopo il diploma di disegnatore tecnico, mentre in città si era incontrato quasi subitaneamente coi pittori e artisti locali che allora si riunivano da Angelo Roncoroni, un artigiano del ferro dotato di sviluppato gusto artistico, autore di saggi di vera abilità, da collocarsi quale vero continuatore di Alessandro Mazzucotelli della straordinaria tradizione lodigiana dei “battiferro”, che nel ‘44 aveva aperto in corso Vittorio Emanuele una sua piccola galleria. I  lavori di Pasquetti oltre che alla galleria Roncoroni e al Ridotto del Nuovo Teatri Gaffurio trovarono luce alla Corniceria Moro in corso Roma e, una volta consolidato il linguaggio espressivo, trovarono degna accoglienza alla Sforzini Arte di Pavia senza tuttavia trascurare la galleria del dopolavoro Eni, allora con sede a Bolgiano.
Sono diversi i motivi per cui è opportuno ricordarsi del “passaggio” sul territorio di Tarcisio Pasquetti pittore e scrittore; non tanto per ricordare la sua carriera di progettista-disegnatore nelle fila dell’Eni, che pure ha avuto dal punto di vista professionale la sua importanza, ma per farlo conoscere, ritrovarne la figura di letterato e di artista radicato nell’etica del lavoro e della vita quotidiana.

Negli anni in cui noi si dirigeva un periodico sandonatese, l’ex sindaco Luigi Mannucci, ce lo accennò come pittore “socialista”, “venato di amarezza”. Leggendolo come narratore, non c’era parso tale.  La porta socchiusa è un suo libro di quasi venti anni fa che racconta cronache familiari e in cui vengono messe a confronto due realtà, la Toscana e la Lombardia, San Donato, Ponte Lambro, il Lodigiano e la piana fiorentina. In esso egli rivela agilità di scrittura, non improvvisata,  ma ricca di varietà di registri, fondata sulla riflessione, sul rigore e la concentrazione poetica. L’artista scrittore mostra cuore pulsante, vitale e passionale, oltre ad una capacità di guardare alla realtà, ai ricordi e ai sentimenti, senza perdersi, e, soprattutto, senza sporcarsi.  Il sole era uscito dalla sua forma di sfera, raccoglie invece un gruppo di racconti alla scoperta di un mondo senza tempo in cui Pasquetti rientra in  un genere classico. Un mondo dove tutto il passato e il futuro è presente, e le nuvole sono accessibili a tutti come mezzi di trasporto. Sono racconti senza tempo in cui non mancano soffi di poesia: un mago mite che li orchestra e li anima e che attraverso incontri e amicizie, fa entrare in uno spazio che non conosce confini, popolato di personaggi e improbabili avventure nate da una dirompente fantasia creativa.
Pasquetti ha scritto inoltre, pubblicati da una casa fiorentina (L’Autore Libri Firenze) Delle insolite coincidenze (1999)  e La tartaruga di Elea (2009), un libro dalle implicazioni filosofiche, che prende spunto dal paradosso di Zenone di Elea, discepolo di Parmenide e che rivela l’ampiezza degli interessi e degli approfondimenti dell’autore. Pasquetti, comunque, non è stato un maestro;  ma semplicemente un pittore che ha saputo catturare col sentimento l’ attenzione dei sudmilanesi e dei lodigiani e un buon scrittore, di procedimenti accuratamente esibiti, in cui l’abilità del narratore sta nel renderli necessari. Ora i suoi quadri sono ricercati dalle Case dìasta, i suoi libri esauriti da tempo e introvabili. Significa che non hanno avuto respiro corto, nei contenuti né nella forma.

Aldo Caserini

“FORMESETTANTA” 1000 ARTICOLI POSTATI, UN PICCOLO RECORD

Un contributo all’organizzazione sociale di attività
e presenze artistiche e culturali  nel lodigiano e nei territori confinanti

Inaugurato nel 2012 Forme ‘70 ( www,Formesettanta.com) ha raggiunto questo mese 1000 articoli “postati” online. Non si tratta di frammenti o brandelli di informazioni, ma di veri e propri articoli, in cui chi segue il sito ha trovato interventi monotematici relativi a mostre d’arte, alla presentazione e divulgazione di pittori, scultori, illustratori, grafici, novel graphic, ceramisti, poeti, narratori; di artisti e scrittori in larga misura del territorio lodigiano o cugini (sudmilanesi, cremaschi, pavesi, piacentini, cremonesi) ma con una piccola attenzione per gli  autori  dell’area metropolitana; nonché alla  recensioni di libri e riviste e di eventi editoriali, infine commenti suggeriti da materie letterarie, culturali, problematiche eccetera.*  Come direbbe un pubblicitario un “bel” traguardo quello dei 1000 post costruiti su una altrettanto bella ( si fa per dire) faticata, da fornire un esteso quadro delle tante realtà impegnate nelle arti visive tradizionali e attualiste, della poesia, della fotografia, dell’editoria, da declinare un insieme di chiave localista a cui è stato dato un tracciato di contestualità operanti nella metropoli,  da sconfinare anche oltre, è  permettere ai “campanili” (Lodi, Codogno, Casake, Sant’Angelo, Melegnano) il  raffronto con realtà operative meno compresse e più definite nei contorni e nei contenuti.
Del traguardo raggiunto siamo naturalmente grati ai nostri lettori, o come si dice oggi  ai nostri followers (pochini selezionati e fedeli) che ci aiutano a migliorare i risultati, e grazie anche  a WordPress.com che ci ha favorito con la sua offerta di creare gratuitamente il sito o il blog come lo si vuol chiamare, servendoci di una piattaforma che ha permesso ai  nati prima della guerra quali noi, di avviarci a un linguaggio  ostico, in cui spesso vocabolario e linguaggio tradizionali non si intendono con il nuovo introdotto dall’immenso territorio dell’informatica.
I 1000 articoli scritti e postati dimostrano che la nostra pedantesca osservanza delle procedure, da travetteria, avrebbe detto un mio amico libraio milanese, ha avuto ragione, malgrado il permanere di indecisioni  e  errori con cui ci siamo misurati quotidianamente al pc. Oggi, chi ha avuto pazienza e assiduità nel seguirci può  forse dire di aver incassato qualche idea e qualche informazione in più in fatto di arte e cultura di quello disponibile sul territorio e il suo mercato.
Per ambizione avremmo voluto regalare a chi ci segue un “prodotto” migliore, più aggiornato e gustoso, da aprire e leggere quotidianamente come un giornale stampato, soprattutto di trovare risposte semplici alle richieste della contemporaneità . Un “impaginato” che sarebbe anche possibile se fossimo stati nella condizione di fare nostre le proposte professionali e di aggiornamento WordPress.
Consapevoli del nostro dilettantismo nell’avvalerci dello strumento ci siamo  adoperati su un altro fronte, costituito dal vasto e importante tessuto di significati e  pratiche rappresentato da cinema, teatro, musica, architettura e  certo artigianato artistico), entro cui l’esistenza individuale di molti si iscrive nel rapporto con la società.
Attraverso la categoria delle Opinioni abbiamo quindi cercato, senza cedere a passività intellettuale, di dare risposte parziali a iniziative di attenzione specialistica e di studio, per noi difficili da seguire con la dovuta attenzione.
Al di là dell’ulteriore allargamento dell’orizzonte conoscitivo relativo a persone, fatti, avvenimenti e situazioni, espresso con astratta “soggettività”,  cercheremo in futuro di esplorare meglio, nei nostri limiti personali, il campo minato delle interpretazioni e delle rappresentazioni,  in cui i nessi tra informazione, sapere e potere, rimangono importanti e spesso determinanti.
1000 articoli sono il risultato di un lavoro autoriale cospicuo per un sito che non si muove secondo statistiche- anche se quando le vediamo migliorare ci sentiamo gratificati –, né delle “visite” e dei “mi piace” -,  non negozia significati e giudizi con chi è abituato a “smanettare” facendone una attività “rituale”, preferendo l’incontro con chi si muove in controtendenza rispetto ai sistemi affermati.

 

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Panorama artistico lodigiano: TINO GIPPONI critico d’arte. Tutto cominciò con Achille Funi

Il critico d’arte Tino Gipponi

L’esercizio della critica d’arte è un’esperienza semplice, senza difficoltà? Tanti vi ambiscono, tanti si spacciano tali sui social, tanti praticano la disciplina senza neppure sapere che essa reclama, dedizione, studio, aggiornamenti, non solo quindi l’esercizio di scrivere ma il combinarsi problematico di occhio critico ed esperienza estetica, filosofica, storica.

C’è diversità tra la critica e la cronaca d’arte, come c’è distinzione tra l’esperto e il conoscitore. Molto dipende dai campi estetici in cui ci si colloca. Il critico d’arte e il critico letterario muovono su una linea di distinzioni: l’osservazione, la descrizione, la contestualizzazione, l’analisi, l’interpretazione, la caratterizzazione e infine il giudizio; il cronista spesso commenta e distingue sulla base del proprio gusto fornisce un apprezzamento veloce, di compiacenza a sollecitazioni esterne all’opera. Tre fronti si dividono: da una parte sta chi sostiene che: l’arte è conoscenza, sia pure conoscenza di un tipo particolare. Dall’altra chi sostiene che: l’arte è semplicemente fare. In mezzo sono le altre posizioni, compresi i mitografi, coloro che si raccontano per dare sfogo alla propria vanità e senso alle loro aspirazioni.

L’informazione culturale dice quel che c’è, e di quel che c’è chiede ragione; la critica aiuta a muoversi in questo bosco e anche quando si divide al suo interno istituisce un quadro dialogico che aiuta a guardare verso orizzonti più “comprensivi”.

La dimensione critica di Tino Gipponi è quella di una puntuale adesione prima alla “concreta conoscenza” poi a penetrarne la “sintesi espressiva”. In sede critica, più di altre cose, per lui contano “la lettura del lavoro, la testualità delle opere, l’analisi del percorso creativo”. Un metodo che da rilievo “al linguaggio delle forme, alle scelte strutturali, al risultato e alla elaborazione dello stile” Le sue qualità di critico ed esperto sono note dalle tante mostre organizzate e presentate, ma anche da una quarantina almeno di biografie, studi e scritti di artisti locali (Gianni Vigorelli, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno, Felice Vanelli, Mauro Ceglie, Natale Vecchietti, Bassano Bassi). La stessa fedeltà alla propria prassi d’indagine critica la si ritrova nei testi su artisti nazionali (Achille Fiume, Franco Francese, Alfredo Chighine, Enrico Della Torre, Gianfranco Ferroni, Roberto Crippa, Ennio Morlotti, Gianfranco Cerri, Livio Ceschin, Attilio Rossi), nonché nelle pubblicazioni in cui sono presi in esame gruppi, correnti, poetiche, tecniche, linguaggi, fasi storiche ecc (Protagonisti di una amicizia ideale, Grafica, Abc del disegno, L’impressionismo, L’ìnquietudine del volto, La stampa d’arte antica,La collezione Rosa Mazzolin, Maestri del Novecento, Gilardo da Lodi, Pittura e scultura del XX secoo a Lodi e nel Lodigiano, Morire sconosciuto e misero- Carteggio Francese Chighine, L’arte è passione. Da Funi a Capogrossi), ma anche libri in cui affronta materie di soggetti diversi, che lo segnalano per la vitalità e lo spessore intellettuale di scrittore e saggista (Tempo e morte, La veridica storia di M.Cosway, Stato e Chiesa nella Civiltà Cattolica, All’ombra di Dio, Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla, La piombara della vita, Novità dall’archivio Cosway, La poesia di Ada Negri, La maestra Minestra a Crespiatica ). Non di secondaria importanza, dal momento che hanno contribuito a far crescere una certa coscienza critica sul territorio sono infine gli interventi critici redatti per i cataloghi curati per le mostre da lui stesso organizzate (Angelo Palazzini, Mario Ottobelli, Il Segno. Da Picasso a Morandi, Franco Ferlenga, L’ anima del Novecento Da De Chirico a Fontana, Giuseppe Sala, Morlotti Chighine Della Torre Maffi, Bassano Bassi, Ettore Pasetti, Ambrogio Tironi, Dimitri Plescan, Enzo Vicentini, Cristoforo De Amicis, Arturo Bonfanti, Il disegno – Il nuovo nella tradizione, Giuseppe Guerreschi, Francesco De Rocchi, Parole e immagini, Idea per una collezione d’arte moderna, Prova d’autore, Ettore Archinti, ecc.). Tanti interventi e “contributi”, che hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dalla saggistica di argomento biografico, letterario, etico, storico. Materie per le quali non esiste un vocabolario concettuale unico, che a volte costringono la critica ad affrontare l’analisi dei temi con metodo analogico o per differenza, ponendo attenzione ai rischi di deviazione, ai tanti scogli e ostacoli che Gipponi sa superare da studioso, attento nelle analisi alla terminologia di riferimento, con proprietà lessicale, da vero conoscitore e non da semplice amatore svagato, attraverso un metodo che gli permette di impadronirsi dell’argomento o del risultato attraverso lo strutturarsi e il configurarsi del percorso creativo.

Gipponi compirà in ad agosto gli ottantaquattro anni. E’ sul fronte della cultura da almeno una sessantina di primavere. Le sue pubblicazioni di cui abbiano fatto cenno (consapevoli di quante ne avremo “saltate”) costituiscono una ricchezza documentale che ha contribuito a sprovincializzare l’occhio della borghesia e del ceto medio locale. Abitualmente si parla e molto degli artisti,, dei narratori, dei poeti, dei loro lavorio e delle loro scelte. Noi abbiamo voluto l’accento su una vera e propria disciplina che non utilizza gli strumenti del dipingere o quelli del più ovvio punto di partenza letterario, ma quelli dell’analisi e della critica, di cui non si fa mai cenno, ma che richiedono preparazione, tenacia, conoscenza, documentazione e aggiornamento per avere, come Gipponi ha, sempre qualcosa di nuovo e importante da dire, dopo il tanto che ha già detto e scritto.

Aldo Caserini

 

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“FORMESETTANTA” Dentro alle differenze: la storia, la continuità, il presente, la ricerca, le esperienze…

FORME’70 è un portale nato nel  marzo del 2012 che ha ripreso e  porta avanti l’esperienza di un giornale uscito a Lodi negli anni Settanta, distribuito gratuitamente alle persone interessate all’arte, alla letteratura e alla cultura in generale.
E’ nato dall’ esperienza  di un giornalista locale, che ha deciso di mettere sul web quanto maturato dal precedente impegno con l’intento di promuovere e interessare all’arte del territorio.
 Obiettivo del portale è  di offrire informazione e conoscenza attorno a mostre e artisti (pittori, scultori, calcografi, fotografi, ceramisti, video, illustratori, creativi ecc.) nonché   iniziative letterarie e di natura culturale che coinvolgono il territorio (scrittori, poeti, narratori, saggisti, i loro libri, le riviste specialistiche, i cataloghi ecc.), attivi nei comuni della provincia,  e, più estesamente, accompagnare cronache e recensioni con opinioni, commenti, riflessioni più estese da fornire una sorta di diagnostica critica dei livelli locali così da contestualizzare scritti,  note, recensioni, critiche ecc. e sottrarli al campanilismo provinciale, alla “genialità” diffusa e alle spocchie dei protagonisti e dai loro “agenti”, che trasformano i fatti dell’arte e della cultura in una sorta di overdose calcistica.
Sul portale  (www.formesettanta.wordpresso.com)  sono, di tanto in tanto,  offerti spiragli d’informazione di attività e autori non strettamente legati al sistema locale, di presenze che rientrano nel mondo  più ampio della cultura e della letteratura. Con una attenzione – dichiarata – a non trasformare il nostro interesse per le arti visive, la narrativa e la poesia in  qualcosa di diverso; in un’altra passione, a tratti patologica, in una stravaganza che può diventare segno distintivo opposto e che funziona pressappoco così: tu mi “folloui” (segui il sito di Forme 70)) io “follouo” e dico approvo e bello il tuo, io ti “taggo” e tu mi “tagghi“, che sarà anche un’idea geniale, frutto di quello spirito nuovo saldamente affermatosi (non solo tra i giovani), ma che a noi nati prima della seconda guerra mondiale e abbiamo difficoltà a operare coi nuovi social, sembrano una banalità. Lo diciamo solo perché la nostra lingua batte dove la nostra mente duole: non conosciamo il nuovo dizionario, non ci serviamo di parole inglesi storpiate dall’informatico, che non conosciamo. Siamo “arretrati”, lo confessiamo, non siamo smanettoni dei nuovi strumenti mediatici che molti  colleghi invece utilizzano per raccontare,  progettare, dipingere, creare con risultati invidiabili.. Naturalmente tutto questo diciamo a nostra parziale autodifesa. Sappiamo i limiti e i difetti di un blog autorealizzato. Sarà pazzesco, ma ce lo dobbiamo tenere com’è, fa parte  di un’epoca analogica che vuol essere liberatoria ma può essere totalitaria.


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Panorama artistico lodigiano: MAURO CEGLIE: La scultura come disciplina classica e moderna

Lo scultore lodigiano Mauro Ceglie al lavoro sull’opera presentata in Biennale

Ceglie, sessantacinque anni è uno scultore succoso, ricco di contenuti, che nell’ attuale situazione italiana, ha saputo e sa, per sostanza e linea di sviluppo, spostarsi controcorrente, senza cadere nell’ eccentrico o nella stravaganza

Nella confusione dei linguaggi, segno distintivo della Babele che domina il mondo delle arti, è un artista che riesce sempre a sorprendere per la sua coerenza e a distinguersi nella selva degli attori sui generis. Nelle sue tappe fondamentali della sua carriera si “legge” la lezione dei “protagonisti storici” dell’integrazione di materia e forma. Dei Perotti, Messina, Crocetti, Martini, Fabbri, Fazzini, del primo Mastroianni e dell’ultimo Vangi, dei quali ovviamente Ceglie non è discendente, ma dai quali – in particolare dal primo, suo maestro al Gazzola di Piacenza, e dal secondo, con il quale ha collaborato per tre anni, dopo aver frequentato l’Accademia di Venezia ed ha perfezionato il suo apprendistato -, ha ricevuto stimoli e suggerimenti, che si possono cogliere in scarse eco di disciplina e proprietà classica di sapore moderno.

Le figure – icone sacre, nudi, cavalli, ritratti, ballerine, composizioni, – plasmate nel bronzo, in alcuni casi arrotondate nel marmo, da dare guizzo al corpo e fremito ed esaltare con la percezione tattile, in altre di solido richiamo realistico e d’ispirazione religiosa, mettono in evidenza un percorso a cui va riconosciuta una costante e ascendente conquista di vita insieme con una costante e ascendente conquista espressiva.

Nato nell’ubertosa piana di Santo Stefano Lodigiano e opera a Corno Giovine, si colloca per intima persuasione fuori d’ogni forma di sperimentalismo tout court, ignorando consapevolmente le formulazioni estetiche più recenti. Non per questo ha rinunciato a indagare e saggiare forme nuove, con risultati di viva attualità.

L’aver saputo, per scelta critica, mantenersi a distanza da coloro che il linguaggio della scultura lo fanno ormai con tutto gli dà facoltà di trovare in certi marmi e in certi bronzi e anche mixage, particolari poco convenzionali e di diversa corrispondenza linguistica, senza infrangere i valori formali nei quali Ceglie si riconosce, senza dare origine a situazioni eterogenee.

Nei nuovi sistemi di produrre, gli scultori contemporanei cambiano spesso squadra per ciascun obiettivo da raggiungere e del contratto più remunerativo. Lo scultore lodigiano, invece, non cambia abito. Mostra una coerenza che registra, senza dichiararlo, avversione per certa arte che racconta una storia fatta senza logica né principi.

L’attualità della sua opera si fonda, invece, sulla convinzione irriducibile dell’uomo e dei suoi valori, della sua indivisibile e visibile identità fisico-spirituale. E’ una convinzione morale, intuitiva, intellettuale e poetica, da cui nasce anche quel senso della continuità che in alcuni manufatti è segno vivo di tensione e di modernità.

Nella gestazione del proprio operato scultoreo egli conserva all’immagine una essenzialità compositiva che coincide col sentimento che l’artista ha della figura: di ispirazione spontanea, spogliata da superfluità, modellata con sensibilità, senza ispessimenti di procedimento o di mestiere, diretta nella comunicazione. Risultato dell’impulso emotivo che da spinta al processo creativo.

Aldo Caserini

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