Archivi categoria: Libri

ORWELL (ERIC BLAIR) di Pierre Christin e Sebastien Verdier, tradotto da Fabrizio Arcari

In copertina c’è un volto dai tratti decisi, è quello di Orwell (Eric Blair), narratore morto giovane, che ha avuto un’esistenza sfaccettata, assolutamente inimmaginabile per chi abbia letto magari soltanto il suo romanzo più popolare e famoso, La fattoria degli animali e 1984 e su di esso si sia fatta un’idea dello scrittore.
Composita ed eterogenea da sfuggire a ogni tentativo di associarle i attributi è anche la ricostruzione illustrata che ne fa Sébastien Verdier avvalendosi dei tocchi di colore di Philippe Ravon, e dell’alternanza di stili, e cromatismi di altri disegnatori, coinvolti con l’intento preciso di offrire una immagine poliedrica dello scrittore britannico. Da parte sua Pierre Christin evidenzia con caratteri dattiloscritti, stralci ricavati da interventi di carattere autobiografico di Orwell. L’ampio volume pubblicato da Ippocampo permette l’immedesimarsi e godere una piena fruizione dei disegni, che accompagnano il lettore alla conoscenza minuziosa della personalità e dei ruoli dello scrittore sudamericano, a partire da quelli dell’infanzia a quelli tormentati trascorsi in collegio in Inghilterra, dal periodo degli studi alla scelta spiazzante di entrare nella Polizia Birmana e tornare in Oriente, seguendo le orme paterne e ritornando sulle tracce delle proprie stesse origini.
Quello che emerge dal volume di Pierre Christin e Sébastien Verdier con la partecipazione di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, “decifrato” da un bravo e vero traduttore, Fabrizio Ascari, è pertanto uno scrittore-personaggio, un Orwell collegiale, poliziotto, proletario, dandy, miliziano, giornalista,ribelle, romanziere, eccentrico, socialista, patriota, giardiniere, eremita, visionario.
Ne vien fuori la figura di un uomo idealista ma anche tremendamente carnale, semplice, ambizioso, stravagante, utopista, fantasioso, ora vago, ora reale, ora amplificato, coerente, sbandato. Insomma sfaccettato, come in copertina del libro. Da leggere e vedere.
Il libro. “Orwell” di Pierre Christin e Sébastien Verdier;   L’ippocampo,  2020,pag. 160, € 19,90, trad. Fabrizio Arcari

Contrassegnato da tag , , , , ,

Panorama artistico lodigiano: TINO GIPPONI critico d’arte. Tutto cominciò con Achille Funi

Il critico d’arte Tino Gipponi

L’esercizio della critica d’arte è un’esperienza semplice, senza difficoltà? Tanti vi ambiscono, tanti si spacciano tali sui social, tanti praticano la disciplina senza neppure sapere che essa reclama, dedizione, studio, aggiornamenti, non solo quindi l’esercizio di scrivere ma il combinarsi problematico di occhio critico ed esperienza estetica, filosofica, storica.

C’è diversità tra la critica e la cronaca d’arte, come c’è distinzione tra l’esperto e il conoscitore. Molto dipende dai campi estetici in cui ci si colloca. Il critico d’arte e il critico letterario muovono su una linea di distinzioni: l’osservazione, la descrizione, la contestualizzazione, l’analisi, l’interpretazione, la caratterizzazione e infine il giudizio; il cronista spesso commenta e distingue sulla base del proprio gusto fornisce un apprezzamento veloce, di compiacenza a sollecitazioni esterne all’opera. Tre fronti si dividono: da una parte sta chi sostiene che: l’arte è conoscenza, sia pure conoscenza di un tipo particolare. Dall’altra chi sostiene che: l’arte è semplicemente fare. In mezzo sono le altre posizioni, compresi i mitografi, coloro che si raccontano per dare sfogo alla propria vanità e senso alle loro aspirazioni.

L’informazione culturale dice quel che c’è, e di quel che c’è chiede ragione; la critica aiuta a muoversi in questo bosco e anche quando si divide al suo interno istituisce un quadro dialogico che aiuta a guardare verso orizzonti più “comprensivi”.

La dimensione critica di Tino Gipponi è quella di una puntuale adesione prima alla “concreta conoscenza” poi a penetrarne la “sintesi espressiva”. In sede critica, più di altre cose, per lui contano “la lettura del lavoro, la testualità delle opere, l’analisi del percorso creativo”. Un metodo che da rilievo “al linguaggio delle forme, alle scelte strutturali, al risultato e alla elaborazione dello stile” Le sue qualità di critico ed esperto sono note dalle tante mostre organizzate e presentate, ma anche da una quarantina almeno di biografie, studi e scritti di artisti locali (Gianni Vigorelli, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno, Felice Vanelli, Mauro Ceglie, Natale Vecchietti, Bassano Bassi). La stessa fedeltà alla propria prassi d’indagine critica la si ritrova nei testi su artisti nazionali (Achille Fiume, Franco Francese, Alfredo Chighine, Enrico Della Torre, Gianfranco Ferroni, Roberto Crippa, Ennio Morlotti, Gianfranco Cerri, Livio Ceschin, Attilio Rossi), nonché nelle pubblicazioni in cui sono presi in esame gruppi, correnti, poetiche, tecniche, linguaggi, fasi storiche ecc (Protagonisti di una amicizia ideale, Grafica, Abc del disegno, L’impressionismo, L’ìnquietudine del volto, La stampa d’arte antica,La collezione Rosa Mazzolin, Maestri del Novecento, Gilardo da Lodi, Pittura e scultura del XX secoo a Lodi e nel Lodigiano, Morire sconosciuto e misero- Carteggio Francese Chighine, L’arte è passione. Da Funi a Capogrossi), ma anche libri in cui affronta materie di soggetti diversi, che lo segnalano per la vitalità e lo spessore intellettuale di scrittore e saggista (Tempo e morte, La veridica storia di M.Cosway, Stato e Chiesa nella Civiltà Cattolica, All’ombra di Dio, Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla, La piombara della vita, Novità dall’archivio Cosway, La poesia di Ada Negri, La maestra Minestra a Crespiatica ). Non di secondaria importanza, dal momento che hanno contribuito a far crescere una certa coscienza critica sul territorio sono infine gli interventi critici redatti per i cataloghi curati per le mostre da lui stesso organizzate (Angelo Palazzini, Mario Ottobelli, Il Segno. Da Picasso a Morandi, Franco Ferlenga, L’ anima del Novecento Da De Chirico a Fontana, Giuseppe Sala, Morlotti Chighine Della Torre Maffi, Bassano Bassi, Ettore Pasetti, Ambrogio Tironi, Dimitri Plescan, Enzo Vicentini, Cristoforo De Amicis, Arturo Bonfanti, Il disegno – Il nuovo nella tradizione, Giuseppe Guerreschi, Francesco De Rocchi, Parole e immagini, Idea per una collezione d’arte moderna, Prova d’autore, Ettore Archinti, ecc.). Tanti interventi e “contributi”, che hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dalla saggistica di argomento biografico, letterario, etico, storico. Materie per le quali non esiste un vocabolario concettuale unico, che a volte costringono la critica ad affrontare l’analisi dei temi con metodo analogico o per differenza, ponendo attenzione ai rischi di deviazione, ai tanti scogli e ostacoli che Gipponi sa superare da studioso, attento nelle analisi alla terminologia di riferimento, con proprietà lessicale, da vero conoscitore e non da semplice amatore svagato, attraverso un metodo che gli permette di impadronirsi dell’argomento o del risultato attraverso lo strutturarsi e il configurarsi del percorso creativo.

Gipponi compirà in ad agosto gli ottantaquattro anni. E’ sul fronte della cultura da almeno una sessantina di primavere. Le sue pubblicazioni di cui abbiano fatto cenno (consapevoli di quante ne avremo “saltate”) costituiscono una ricchezza documentale che ha contribuito a sprovincializzare l’occhio della borghesia e del ceto medio locale. Abitualmente si parla e molto degli artisti,, dei narratori, dei poeti, dei loro lavorio e delle loro scelte. Noi abbiamo voluto l’accento su una vera e propria disciplina che non utilizza gli strumenti del dipingere o quelli del più ovvio punto di partenza letterario, ma quelli dell’analisi e della critica, di cui non si fa mai cenno, ma che richiedono preparazione, tenacia, conoscenza, documentazione e aggiornamento per avere, come Gipponi ha, sempre qualcosa di nuovo e importante da dire, dopo il tanto che ha già detto e scritto.

Aldo Caserini

 

Contrassegnato da tag , ,

XXXIII SALONE DEL LIBRO DI TORINO AL VIA

 

Dopo trentadue anni, per la prima volta nella sua storia, il Salone Internazionale del Libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni editoriali del nostro continente, non sta avviandosi nella sua forma abituale, a causa dell’emergenza Covid-19 che rappresenta una drammatica minaccia per la salute di ciascuno, per la nostra idea di convivenza, per gli equilibri (pubblici e privati) su cui si fondano, o dovrebbero fondarsi, le comunità in cui viviamo.
Quando, mesi fa, era stato scelto il titolo della XXXIII edizione, “Altre forme di vita“, l’obiettivo era di evocare il futuro prossimo. Oggi questo titolo si dimostra una piccola profezia. Stiamo davvero vivendo “altre forme di vita”, “forme di vita” che fino a qualche mese fa non potevamo immaginare.
In attesa di tornare nella veste abituale, in autunno o non appena possibile, il Salone ha deciso di organizzare un’edizione straordinaria – dedicata alle vittime del virus e al personale sanitario impegnato in prima linea in questa emergenza – nata dalla consapevolezza che a questa crisi si deve reagire, e che lo si può fare subito, con gli strumenti da sempre offerti dalla conoscenza. Fino a domenica 17 maggio, sul sito del Salone sarà possibile seguire un ricco programma di eventi in live streaming e interagire con ospiti nazionali e internazionali.
I canali social del Salone da giovedì 14 racconteranno in diretta tutti gli appuntamenti. Nella giornata di venerdì 15 maggio diversi incontri saranno trasmessi in diretta su Rai Radio3 (“Tutta la città ne parla”, “Radio3Mondo”, “Radio3Scienza”, “Fahrenheit”, “Hollywood Party”, “Radio3Suite”). Oltre che con Radio3, Rai sarà presente a questa edizione straordinaria, come Main Media partner per dare il proprio contributo all’editoria italiana, raccontando il Salone del Libro di Torino. In particolare, oltre all’impegno di Radio3, anche le altre direzioni, le reti e le testate radiotelevisive – da Rai Ragazzi a Rai Libri, da Rai1 a Rai Cultura, da RaiNews24 alla Tgr – racconteranno al pubblico gli eventi della rassegna torinese.
Con questa edizione straordinaria è dato il via a un percorso di attività online che accompagnerà la  comunità del Salone, editori e lettori, all’edizione autunnale con presentazioni editoriali, rubriche di approfondimento, e nuovi format per il racconto digitale del mondo dei libri e della cultura.



 

.

 

Nuova serie per “Critica d’Arte”

Artribune (http//artribune.com), testata di arte e cultura contemporanea ha recentemente postato una nota di Marco Enrico Giacomelli dedicata alla nuova serie (la nona) della rivista Critica d’arte, che viene pubblicata in coedizione dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’arte e dall Editoriale Le Lettere, mantenendo il formato della precedente. Giacomelli insegna Critical Writing alla Naba di Milano ed è autore di Art Magazine oltre ad essere direttore editoriale di Artribune. Questo il suo l’intervento:

Figura fra le più rilevanti del nostro Novecento culturale – in qualità di storico e critico d’arte, ma anche di partigiano, antifascista e politico –, Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987) fu altresì il cofondatore di una delle riviste di studio più longeve nel campo delle arti. Risale infatti al 1935 l’atto di nascita di Critica d’Arte, siglato insieme a Ranuccio Bianchi Bandinelli e (pur se la codirezione ebbe breve vita) Roberto Longhi. Allora si trattò di una svolta importante, sia dal punto di vista metodologico che per gli argomenti trattati – Ragghianti, per fare un unico esempio, fra tra i primissimi nel nostro Paese a interessarsi in questo ambito delle opere cinematografiche. Questa lunga e inevitabilmente travagliata storia è giunta da pochi giorni alla sua nona tappa, o meglio “serie”, come si suol indicare per una rivista quando assume una nuova veste, sia essa grafica, editoriale, redazionale… In questo caso, la curatela generale resta salda nelle mani della lucchese Fondazione Ragghianti, e il formato anche, mentre la veste grafica è stata rimodernata e soprattutto il comitato scientifico vede un ampliamento in ottica internazionale. Con una doppia uscita ogni semestre, Critica d’Arte è diretta da Francesco Guerrieri e accoglie saggi di storia dell’arte dalla preistoria al contemporaneo, senza disdegnare contribuiti nei campi attigui dell’architettura, del design, del cinema. Due i formati degli interventi, dai più ampi Saggi alle più brevi Note (tutti sottoposti a double-bind peer review); ma non va sottovalutato l’Osservatorio, che si occupa in prevalenza di politica culturale, nello spirito d’impegno che ha informato l’attività e la vita dello stesso Ragghianti.

Articolo postato da Marco Enrico Giacomelli su Artribune

Contrassegnato da tag , , , ,

I VOLTI DELLA POESIA: “”Neige pensée” di Amedeo Anelli. Traduzione di Irène Dubœuf

Amedeo Anelli. Neige Pensée, trad. di Irène Dubœuf. In copertina “Alfabeto” di Gino Gini

Irène Dubœuf, poeta francese di Saint-Étienne ha tradotto Neve pensata di Amedeo Anelli che la Libreria Ticinum Editore ha appena pubblicato col titolo Neige pensée e una copertina di Gino Gini. Collaboratrice di Dialogue, rivista di ricerca del gruppo francese GIFEN per la nuova istruzione, la Dubœuf ha premesso al volume – una settantina di pagine, suddivise in tre sezioni – Hivernal,In memoriam (a Daniela Cremona), Texture des corps– , che tradurre Neve pensata “c’est comprendre, au-delà d’un expression poètique particuliére, la culture philosophique ed esthé de l’auteur”, evidenziare che l’autore “ a recours à la poésie pour pénetrer au coeur des choses, le vivant comme l’inanimé, et faire ressentir au lecteur leur interdépendence dans des textes-miroirs…”

Neve pensata era stato pubblicato da Mursia nella collana diretta da Guido Oldani ed è la quinta raccolta di Anelli. In essa i ritmi sono in parte diversi rispetto le composizioni precedenti. Ora è più un ondeggiare pacato tra neve, sogno e silenzio – “i nutrimenti della terra viva di stagioni e di corpi vivi” – in cui senza difetto né timidezza compaiono gatti (Tone, Mimì, Guido, il Gatto-pera, Catullo, attenti ma fermi nella luce imperscrutabile degli occhi ) e altre specie (passeri, pettirossi, corvi, farfalle, falchi…) mentre nel paesaggio complessivo le dedicazioni agli amici conferiscono una curvatura ai versi illimpidendoli di affetti e simpatie.

Il volume in francese mette in evidenza le qualità di traduttrice della Dubœuf, consapevole di dover essere “la plus proche possibile” all’autore, alle strutture della sua poesia e fedele al suo pensiero nel restituire “la tonalità et la dimension rythmique”. C’è riuscita, almeno così a noi sembra. Anche se per lei non deve essere stato sempre facile, dovendo affrontare nei tre capitoli monotematici e monocromatici composizioni ritmicamente contrappuntati che offrono “un autoritratto del naturale”. Non abbreviano nodi tormentosi ma hanno il centro-motore in quell’impegno nel quale il poeta trova motivazioni per cimentarsi nella risonanza delle parole: l’ambiente, le stagioni, la natura, la volontà, la capacità continua, dinamica del comporre poesia.

Preposizioni fondamentali come quelle della natura, delle stagioni, dei nutrimenti della terra, rappresentano il perenne confronto dell’uomo con le pagine della vita, con la storia e i suoi valori, con il presente e il passato, avvalendosi di una rete di intuizioni affidate alla parola per cui la poesia diviene il terreno di confluenza e di proiezione del dialogo, della ricerca e della vita oltre che di motivi e percezioni puramente soggettivamente autobiografici.

Le ricerche iniziali di Anelli attorno al linguaggio hanno ormai lasciato campo a nuove funzioni ritmiche, a nuove tessiture dove accostamenti, appropriazioni, contrappunti valorizzano con “ampliamenti metrici, verbali, frasici” le parole, e fanno scorrere col chiarore delle idee il tempo e gli istanti, le cose e i viventi, gli affetti e le attese. L’interagire dei frammenti mette in linea una poesia pensata ricca del deposito di materiali e di idee il cui senso non è sempre facilmente determinabile. “Tutto va all’indietro/ come il tremo il paesaggio,/ se cambi posto fugge tutto in avanti”. I grigiori del cielo, le nebbie, le foglie e le guazze rugiadose, le piogge intense e minute, la neve – la neve sognata e la neve pensata-, le brezze, il gelo – il nutrimento di una terra vicina al Po’, forte di stagioni -: e poi i silenzi, il paesaggio, il tempo, la memoria, sono alcuni flash con cui interagiscono le proposizioni nell’agile volumetto che da più angolazioni munisce genesi a una quarantina di sillogi tradotte abilmente da Irène Dubœuf.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , ,

Contro la “mostrificazione” dell’arte

di Aldo Caserini

Dalle stanze di casa, dove i libri fanno da carta parati (o da fortezza), in questi giorni di isolamento obbligatorio, stanchi dello schermo tv, del pc, del telefonino e anche del giornale (quando lo consegnano) capita di farsi attrarre dal dorso dei tanti libri, letti o ancora da aprire, la cui suggestione va oltre il coronavirus (Covid 19), capaci di sottrarre ai talk, alle serie ripetute mille volte e a Facebook che incatenano al divano. Nei libri “recuperati” capita che l’occhio si fermi su “particolari”, su qualche osservazione appassionata e polemica da chiedere un aggiornamento o un monitoraggio delle proprie precedenti esplorazioni.

E’ capitato al sottoscritto, che s’è trovato tra le mani l’ultimo libro della sociologa e saggista italo-americana Camille Paglia, docente alla University of the Art di Philadephia, un saggio donatomi a Natale dai colleghi Federica Melis e Salvo Mancuso sette anni fa e che approfitto per rinnovar loro i miei ringraziamenti. Seducenti immagini,Un viaggio nell’arte dall’Egitto a Star Wars – questo il titolo dato dalla Paglia – tradotto da Biagio Forino e pubblicato dalla Editrice Il Mulino di Bologna, è un testo scritto con vivacità e cognizione, che concentra l’ impegno ad affrontare il cedimento culturale ( di qualità, poesia, profondità) delle arti visive, e la responsabilità di rimediare attraverso forme di autoeducazione, L’arte, “non è un lusso , ma una necessità”. È conveniente perciò contrastare il guazzabuglio visivo generato dal mercato e dalla fiumana di artisti (o così detti ) che nel mercato inseguono non l’approfondimento, non la qualità e il significato, ma il consenso a una produzione generalista. L’invocata autoeducazione è l’unica strada (o anticorpo) che abbiamo per che può fermarne il declino, sostiene Paglia.

Una serie di immagini note o meno, dalla regina Nefertari a Pollock, Warhol, Cox, Lucas, snoda un racconto che invita il pubblico a ritornare a a “guardare”. In sostanza, quello che in Italia il Marangoni di Come si guarda un quadro negli anni venti chiedeva agli italiani: sottrarre lo status dell’arte alla cultura commerciale, alla pubblicità e alle tecniche di marketing d’importazione americana. Oggi, la lezione della Paglia chiede un’attenzione in più: non fidarsi dei mass media. Sono “terra selvaggia”, scrive, “in cui è facile perdersi”. In passato, sostiene, ci si difendeva, perchè prevaleva un’istruzione orientata sui fondamentali di storia e di materie umanistiche. Oggi, invece… I giovani o non si interessano di arte o quando si muovono, vanno incontro a una densa confusione “di relativismo e sincronie”. Lo svuotamento culturale delle arti visive che gli intellettuali non asserviti al mercato e alla politica (cfr Tomaso Montanari, Vincenzo Trione:”Contro le mostre”, Einaudi, e-book € 7,99) denunciano invocando “mostre serie” sottratte alle gabbie dei curatori seriali, alle scelte irrilevanti e pericolose, allo “sforna a getto” (pensavano, forse, al Lodigiano?) dello “sforna a getto” è materia che la stessa scuola non può ignorare. Deve ritrovare la sua funzione di anticorpo. C’è bisogno di un’arte diffusa. Che riallacci il passato al presente attraverso la conoscenza; che non veda solo la società, ma ritrovi la metafisica, indaghi il rapporto dell’uomo con l’ universo, il cosmo, il creato. Nel cuore delle nostre città. Non solo Milano, Roma, Torino, Venezia. Anche Lodi, Codogno, San Donato M., Casalpusterlengo… Troppo?

 

Contrassegnato da tag , , ,

Gumilev, poeta della natura e della semplicità nella traduzione dal russo di Amedeo Anelli

Una recente riuscitissima traduzione di Amedeo Anelli, direttore di Kamen’, la rivista di poesia e filosofia giunta al XXVIX anno di vita, fa compiere un passo indietro nel tempo, agli anni del primo Novecento in Europa, che furono marcati dalla poesia russa e vissero al centro di irradiazioni e convergenze intellettuali e letterarie. Figura di spicco, per interesse e rilevanza Nicolaj Gumilev, del quale sono pubblicati in un interessante volumetto dell’editore Avagliano i versi dedicati alla natura, al mondo contemporaneo e alla morte. Nel giorno in cui il mondo fu creato, questo il titolo della raccolta (pagg.75, € 12,00), riprende poesie, preghiere e poemetti accompagnati da una nota finale bio-bibliografica con cui Anelli da risalto alla solidità e intensità del percorso letterario e umano del letterato e poeta russo.

Nato nel 1886 a Kronstad, Gumilev si inserì giovanissimo nel mondo letterario pietroburghese di cui divenne uno dei rappresentanti più importanti. All’inizio appassionato cultore del simbolismo, se ne allontanò fondando un movimento che gli diede fama di capostipite dell’ ‘acmeismo’ o ‘adamismo’. Obiettivo del movimento: tornare alla poesia e raccontare il ‘reale’ naturale più che sociale, usando parole semplici, chiare e levigate. A venticinque anni Gumilev si immaginava una poesia sottratta al falso sensibilismo del Simbolismo antirealista, capace di guardare all’Oltre, alle cose della vita reale, di interpretare i sentimenti semplici e il vivere del popolo. Una poetica che trovò adepti, dal prolifico Puskin al “colorista” Blok, che nei colori vedeva trasmessi i segni mistici delle cose, qualcosa in più dell’esperienza umana, fino alla Achmatova, moglie (per otto anni) di Gumilev.

Lo scorso anno, Kamen’ ( n.55, giugno 2019) assegnò l’ ìntera sezione di poesia (una quarantina di facciate da pag:49 a pag.89), ai testi originali in cirillico e alle traduzioni di Anelli che restituì, “nei suoi ritmi scanditi”. voce al poeta (Daniela Marcheschi).

Attrezzato al ritmo dai tanti lavori precedenti in slavo, Anelli mostra bene nel corpo dei testi la ricchezza degli attraversamenti e del cammino del poeta, il pensiero delle sue sorgenti, il senso della natura animata e animante, l’adesione all’eloquenza del modulato e la ricerca stilistica.

Nel giorno in cui il mondo fu creato, esce nel centenario della nascita di Gumilev ed ha dentro coi testi pubblicati da Kamen’una decina di inediti (poemetti compresi) e le revisioni apportate – spostamenti minimi, levigature, appianamenti – che esaltano l’andamento meditativo dei versi. Non sono tanto un intervento normalizzante quanto una esplicazione della struttura, la messa in evidenza del rifiuto dell’autore russo della retorica e delle ampollosità del simbolismo allora in voga, per una dilatazione musicale della partitura, attraverso la chiarezza della parola e il ritmo.

Aldo Caserini

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

LA VISIONE NATURALE IN UN BOOK DI TEODORO COTUGNO

Nella vasta nebulosa delle tipologie narrative, di genere e non, la letteratura sembra mettere alla prova anche i lodigiani, attraverso una produzione che specchia l’integrazione e l’intercambiabilità diffuse nell’immaginario e nei contenuti. E’ una koiné che di fatto sostituisce la matrice liceale e universitaria che nel Novecento era stata terreno d’incontro tra lettore e scrittore e all’arricchimento dei discorsi paralleli di letteratura e pittura e viceversa. Affinità ora indebolite, per non dire sparite, con l’affermarsi di una nuova koiné ad opera di scrittori d’esordio, che chiedono visibilità ai media per fronteggiare la loro carente tenuta e limitata profondità.

In questo panorama si inserisce, senza vantare particolari doti affabulatorie, Teodoro Cotugno, artista noto come grafico d’arte e ora autore di Tra alberi e sentieri d’acqua, un piccolo book costruito senza filtro sui sentimenti, come nucleo difensivo contro la confusione procurata dallo sviluppo, con una ispirazione naturalistica, che ad alcuni potrà sembrare antistorica, i cui contenuti e la semplicità sono il frutto di un’acuta consapevolezza del mutamento epocale in atto contro il pianeta da richiedere una responsabilità individuale.

Tra alberi e sentieri d’acqua è il prodotto dell’osservazione di ambienti e vedute agresti, semplici, costruite senza abbellimenti, sottratte alle dinamiche miopi dei luoghi comuni.

Silenzioso e schivo per natura l’artista si era già fatto notare per il raccontato tascabile, “L’uomo che salvava gli alberi”, al quale ora ha unito questo racconto di sostanza poetica e umana in cui si mostra narratore di forte sentimento, senza ridondanze, di rigore etico, che privilegiata l’umiltà di fronte alla vita e alla natura. Dopo la presentazione dell’ottobre scorso alla biblioteca comunale di Saleranno sul Lambro, il volume viene ora presentato venerdì 10 gennaio, alle 21 al Comune di Cerro al Lambro con un intervento di Mario Chiesa, direttore generale del Consorzio Bonifica Muzza Bassa. Questo risveglio di interesse e d’attenzione dipende in senso lato dal contenuto. Non scopre una rockstar. La narrazione di Cotugno muove dalla camminata solitaria lungo il canale Muzza di un uomo dedito a proteggere alberi che tra il fogliame rimosso scopre un nido con tre piccole uova e s’impegna a trovargli nuova sistemazione permettendo alla madre merla accorsa disperata di ritrovarlo e completare il percorso alla vita.

E’ un racconto che viene dal fondo della campagna: scorrevole, leggero, senza contorsioni formali, di pensiero né astrazioni. Che si colloca ben lontano dalla quotidianità spesso mondana che affronta i problemi in modo soffocante e omogeneizzato. Punta all’essenzialità, alla verità attraverso una forma svelta e qualitativamente accettabile da porsi in sintonia coi temi delle proprie immagini, fatte di segni, di punti, di barbe, di luci e ombre.

“Tra alberi e sentieri d’acqua” è un book di piccoli momenti e ricche sensazioni. In poche paginette il lettore si trova calato in una nuova consapevolezza da cui estrapolare quel rispetto alla natura che in questi tempi moderni ed “evoluti” non si è sviluppato nell’umanità,

La pubblicazione del volumetto è stata resa possibile dal Comune di Saleranno al Lambro per le feste patronati d’ottobre Stampato dalla Sollecitudo di Lodi in caratteri Garamond su carta Old Mill Fedrigoni, arricchisce con un’ acqueforte originale, numerata e firmata dall’autore.

Aldo Caserini.

 

Contrassegnato da tag ,

Tra l’Infinito e il Nulla. Un saggio di Tino Gipponi sull’Infinito di Leopardi

Non è facile, in genere, definire le fasi di una vicenda culturale e il ruolo delle figure di letterati. Possiamo ricordare però che sul finire degli anni ‘60 la poesia pareva sul punto di esaurirsi. Con difficoltà Leopardi era affrontato nelle scuole. A quei tempi e a malapena, si parlava più del senso della storia in Manzoni, del sepolcrale Foscolo, di Monti, Carducci, Pascoli, Fogazzaro e di qualche altro neoclassicista. Leopardi si doveva accontentare. Trovava conforto in un gruppo di liriche segnate dalla solitudine e dalla malattia che si imparavano a memoria velocemente: Infinito, A Silvia, Passero solitario, Il Sabato del villaggio. Su di lui non si insisteva, aleggiava il sospetto d’essere un “eccentrico”. Malgrado ne avessero scritto De Sanctis, Russo, Momigliano, Contini, Papini, Croce, la grandezza della sua poesia ha stentato ad affermarsi e trovò consacrazione piena solo nel Novecento avanzato. Ma allora non brillavano gli studiosi di linguistica, che studiavano morfologia, struttura, semantica, pragmatica, lessicologia… pronti a cogliere l’importanza della forma, l’interagire col significato e il rafforzamento della “scintilla terrestre”.

L’Infinito di Leopardi è sempre stato un testo che suggerisce l’ insorgere di “di immagini e parole”, oggi lo dicono parecchi studiosi, che rilevano come uno sfarzo di figure metriche e mette in questione il soggetto della scrittura e l’affermarsi di un significato definitivamente costituito.

Che nel bicentenario della sua composizione L’Infinito fornisca un arricchimento che va oltre al semplice omaggio, rappresenta senz’altro una importante gratificazione.

E’ di questi giorni la stampa per Prometheus del saggio Tra l’Infinito e il Nulla in cui Tino Gipponi affronta e chiarisce il tentativo leopardiano “di costruire una nuova lingua della poesia” ricorrendo al polisindeto (un costrutto sintattico, consistente nell’uso ripetuto di congiunzioni coordinative a fini espressivi, per unire un insieme di parole o frasi) nel libro enumerati dall’autore in otto dittici, sei aggettivi dimostrativi ecc, “ripetuti senza essere disturbanti e ingombranti”. Il libro è una ricca e sistematica escavazione di strutture, idee, atteggiamenti, condotta attraverso una analisi stilistico-metrica che aiuta a individuare gli orientamenti e la disciplina poetica della poetica leopardiana.

Gipponi arriva a riconoscere per tale via lo scardinamento della “forma chiusa” con cui il poeta recanatese ha introdotto il meccanismo dell’immaginazione. L’ analisi è minuziosa, condotta con acume critico e analitico, con grande rispetto nell’ uso della parola e del significato. Non senza qualche dettaglio polemico. Come contro il diffuso “stereotipo scolastico” del pessimismo garbatamente valutato ricorrendo a un calzante citazione ( Antonio Prete) che attribuisce al diffuso clichè di avere impedito di cogliere come la scrittura di Leopardi “ tenesse insieme la rappresentazione e la musica del verso lo sguardo sulla finitudine del verso e l’apertura costante del desiderio, oltre che la necessità dell’immaginazione”.

Tra l’Infinito e il Nulla è un saggio riuscito che annuncia due anni dopo la pubblicazione con Prometheus de La poesia in Ada Negri come la mente dello studioso si è arricchita in ampiezza di succhi spremuti dalla storia letteraria e dalla cultura critica.

«[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. […] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti». Con il il De Sanctis è quanto si riceve dal pregevole contributo di Gipponi.

Il volume è completato da Silvia e Nerina nella poesia di Leopardi e dall’allegata acquaforte titolata all’Infinito di Teodoro Cotugno di cui rimandiamo a un successivo commento.

Aldo Caserini

Il libro : Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla – Tino Gipponi, Prometheus, collana di saggi, ricerche e studi, con un’acquaforte (17, fix26), L’ermo colle di Teodoro Cotugno, copertina di Franco Cilia, dicembre 2019, € 10,00

Contrassegnato da tag , ,

“SPIGOLANDO”: Grafica (Cotugno) e narrativa (Maietti)

Una volta scritto e pronto per andare in stampa un libro non è completo. Richiede prima una book-cover – una copertina – con l’immagine giusta, in grado di “colpire” chi lo adocchierà di costa o di piatto in libreria. Un tempo andava di moda anche dire che un libro non si giudica dalla copertina, ma erano altri tempi. Non si guardava all’immagine di copertina, alla sua originalità grafica, alle associazioni con il contenuto o a quelle insolite col colore, eccetera. Un amico della Mursia e della Varesina Grafica che si occupava delle copertine dei miei lavori, mi diceva però – una quarantina d’anni fa – che serviva più una illustrazione accattivante in copertina a far prendere in mano un libro e a far decidere per la scelta, che il contenuto. Per questo, forse, oggi, nell’organizzazione editoriale hanno una posizione evidente i professionisti della grafica e i disegnatori: sanno come rendere il libro un “prodotto” attraente, costringono a prenderlo in mano, a sfogliarlo, a preferirlo. Come dire: l’occhio vuole sempre la sua parte. Per fortuna, in giro si trovano però ancora libri (autori) che non hanno necessità di una cover attraente per essere scelti. L’ultimo pubblicato da Andrea Maietti è una raccolta che mira a fondere in una sola armonia brevi pagine estrose, di contemplazioni, testimonianze e memorie, ricche in ogni voce di sentimento lirico e umanità. Emulate dalla manualità paziente ed espressiva di Teodoro Cotugno, autore di una acquaforte originale su zinco ripresa in copertina e di una originale, tirata a torchio a mano, che arricchisce Spigolando. I due lavori uniscono alla concretezza dei personaggi e della atmosfera narrativa il moto interamente soggettivo e manuale del segno grafico, forniscono vita piena a una immagine del duomo di Lodi, della piazza e dei suoi portici sotto la neve e a uno scorcio di campagna lodigiana, aderendo alla lirica permanenza della memoria di terra natale presente nelle “voci” raccolte da Maietti e che costituiscono terreno narrativo – con tutti i nessi di autobiografia e saggistica – avvalendosi di guizzi dialettali che rendono le parole aderenti ai fatti, senza artifici ragionativi. La morbidezza del segno, governata e razionale dei due esemplari si incontra per giustezza tecnica coi momenti di slancio narrativo di Maietti. Risultato: Spigolando è, infatti, un libretto dai contenuti deliziosi, fatto di “momenti” ai quali anche il segno artistico prende parte ed estasia. In un certo senso, le due felici prove calcografiche dell’artista lodigiano partecipano alla colata di una ottanta di ritratti memoriali e muovono a scoprire i meccanismi verbali e lirici della prosa. Editato su progetto grafico di FMP Edizioni e stampato da Sollecitudo Arti Grafiche in 500 copie, le prime 100 copie del libro contengono un’acquaforte incisa e stampata da Cotugno sul proprio torchio calcografico. Le copie dal n. 201 al n. 350 sono destinate a sostegno dell’organo Federico Valoncini (1863), restaurato e ricollocato nella chiesa della Purificazione della beata Vergine Maria di Saleranno sul Lambro; le rimanenti, dal 351 a 500, dell’organo “Serassi” della chiesa dell’Assunzione di Castiglioni Adda. Dedicato da Maietti alla madre, Giannina di Terraverde, il volume è prefato da don Antonio Valsecchi che coglie nel moto colloquiale e delicato dei racconti passi di memoria e commozione.

Aldo Caserini