Archivi categoria: Libri

“Fernanda Fedi e Gino Gini”, presentato al Castello Sforzesco di MIlano

Fernanda Fedi e Gino Gini in una fotografia di Chiara Luxardo

Nuova presentazione per il libro d’arte”Fernanda Fedi – Gino Gini” edito a Livorno da Roberto Piccolo. La pubblicazione, tirata in 200 esemplari, di cui 170 con numerazione araba e 30 con numerazione romana, firmati dai due artisti e contenenti un’opera originale su papiro (Fedi) e una su cartoncino (Gini) era stata illustrata la prima volta nel settembre scorso da Amedeo Anelli direttore di Kamen’ all’Archivio Storico di Lodi in occasione della mostra “Mappe di viaggio”. Viene ora riproposta il 17 novembre prossimo al Castello Sforzesco di Milano durante Bookcity Milano 2017 in un incontro tra  Sergio Graffi direttore della Biblioteca d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, Amedeo Anelli, critico d’arte e poeta, Roberto Peccolo, gallerista editore di Livorno e Fernanda Fedi e Gino Gini, artisti, l’una affascinata dal Rongorongo, una forma di scrittura arcaica usata nell’isola di Pasqua, non ancora decodificata, l’altro, autore di una ventina di ‘Proposizioni sulla Scrittura’.
Alla base dei propri interventi artistici la Fedi esprime la convinzione “ che la scrittura dei primordi, non ancora decodificata, nel suo mistero, possa non solo testimoniare bensì trasmettere idee/concetti attraverso segni/forme e che “la non traducibilità’ sia la vera ‘fenomenologia’ della comunicazione”. Venti, le “proposizioni” (enunciazioni, concetti), individuati da Gino Gini per la scrittura, in cui manifesta valori interconnessi e presenta una spiccata inclinazione diaristica-archivistica “dalla parte della scrittura”: “Memoria della scrittura. Nuova Scrittura. Scrittura creativa. Ultima Scrittura. Scrittura arcaica. Scrittura originale. Scrittura attiva. Scrittura alternativa, ecc…”. La raccolta che svela come le proposizioni “proposte” riflettono contenuti relativi, concessivi, subordinati, coordinati, oggettivi, importanti, marginali ecc.
Se i libri d’artista della Fedi, prendono spesso spunto o sono dedicati a scrittori, poeti, pensatori (Borges, Pessoa, Pavese…), quelli di Gini si affidano a proposizioni diverse di scrittura, seguono – per usare una espressione di Elisabetta Longari – “il dettato di urgenze di carattere personale e di ordine riflessivo e concettuale”.Ne parlerà, lo stesso Gini domenica 19 a Milano, alle 11 alla Galleria Libreria Derbylius, in occasione della mostra “Poesia visiva Libri d’artista dagli anni Settanta al contemporaneo affrontando il tema della “Evoluzione della Poesia Visiva nel Libro d’Artista”, una iniziativa dedicata alla libraia Carla Roncato di Gorgonzola, titolare (mancata a settembre) della Derbylius specializzata nel rapporto tra scrittura e arte.

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“NEVE PENSATA” di AMEDEO ANELLI. Autoritratto del naturale

I grigiori del cielo, le nebbie, le foglie e le guazze rugiadose, le piogge intense e minute, la neve – la neve che si scioglie, la neve sognata e la neve pensata-, le brezze, il gelo – il nutrimento di una terra coltivata, forte di stagioni -: e poi i silenzi, il paesaggio, il tempo, la memoria, sono solo alcuni flash con cui interagiscono le proposizioni di “Neve pensata, agile volumetto di Amedeo Anelli (Mursia, Milano, ottobre 2017, pagg. 68)  che da molteplici angolazioni munisce genesi a una quarantina di sillogi alcune antologizzate da Daniela Marcheschi (Antologia di poeti contemporanei, Mursia, Milano, 2016).Neve pensata è la quinta delle raccolte di poesie di Amedeo Anelli, avviate il 1987 con Quaderno per Marynka, proseguite con Acolouthia I, Acolouthia II e Contrapunctus e ora entrata a far parte di “Argani”, la collana diretta da Guido Oldani per Mursia, dove figurano le firme di Finiguerra, Koskel, Loi, Marcheschi, Joseph Conrad, Oldani, Rossi e dei poeti del Realismo terminale. Neve pensata è un ondeggiare calmo tra fiocchi di stupore, sogno e silenzio – “i nutrimenti della terra viva di stagioni e di corpi vivi” – in cui senza difetto né timidezza compaiono gatti (Tone, Mimì, Guido, il Gatto-pera, il tigrato grigio Catullo, attenti ma fermi nella luce imperscrutabile degli occhi ) e lasciano graffiti destinati a perdersi passeri, pettirossi, corvi, falchi, api, lucciole, farfalle… mentre nel paesaggio complessivo le dedicazioni (a Daniela Cremona, Daniela Marcheschi, Gino Gini, Gianluigi Lisetti, Sandro Boccardi, Edgardo Abbozzo, Assunta Finiguerra, Fernanda Fedi, Vannetta Cavallotti) trasmettono particolare curvatura ai versi illimpidendoli di affetto e simpatia.
In tre capitoli monotematici e monocromatici, ritmicamente contrappuntati (Invernale, In memoriam, Tessuto i corpi) le composizioni offrono “un autoritratto del naturale”. Non riassumono nodi ossessivi ma hanno il proprio centro motore in quell’impegno nel quale il poeta trova da tempo le motivazioni per cimentarsi nella risonanza delle parole: l’ambiente, le stagioni, la natura, la volontà, la capacità continua, dinamica del comporre poesia.
Le preposizioni fondamentali come quelle della natura, delle stagioni, dei nutrimenti della terra, creano il perenne confronto dell’uomo con le pagine della vita, con la storia e i suoi valori, con il presente e il passato avvalendosi di una rete di intuizioni affidate alla parola per cui la poesia diviene il terreno di confluenza e di proiezione del dialogo, della ricerca e della vita oltre che di motivi e percezioni puramente soggettivamente autobiografici. Le ricerche iniziali attorno al linguaggio hanno lasciato campo a nuove funzioni ritmiche, a nuove tessiture dove accostamenti, appropriazioni, contrappunti valorizzano con “ampliamenti metrici, verbali, frasici” le composizioni, fanno scorrere col chiarore delle idee il tempo e gli istanti, le cose e i viventi, gli affetti e le attese. Attraverso l’interagire di frammenti – residui del fatto quotidiano o dell’accumulo dei sentimenti -, Anelli mette in linea una poesia pensata ricca del deposito di materiali e di idee il cui senso non è sempre determinabile. “Tutto va all’indietro/ come il treno il paesaggio,/ se cambi posto fugge tutto in avanti”.

Il libro: Amedeo Anelli: Neve pensata – Ed. Mursia, Milano, pagg.82, novembre 2017, € 15

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Giancarlo Buzzi, “L’odisseico peregrinare”

Giancarlo Buzzi, morto un paio d’anni fa era un letterato anticonformista. Moderatamente eccentrico al punto di non apprezzare il titolo di letterato stava accortamente lontano dalle “consorterie” e dai “salotti”, benché gli amici – e ne aveva! -, li scegliesse tutti tra poeti, critici, filologi, scrittori, narratori, artisti, filosofi, persino teologi e traduttori.I lodigiani probabilmente non ricorderanno il suo nome, forse non lo hanno neppure mai sentito pronunciare in libreria, anche perché  tra il finire degli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando uscirono da Feltrinelli e da Mondadori i suoi primi titoli (Il senatore, L’amore mio italiano, La tigre domestica, L’impazienza di Rigo, ecc.) i negozi di libri erano quello che erano, non si chiamavano neppure librerie. Il suo nome ha pensato a farlo correre Amedeo Anelli sul Cittadino, recensendo ogni suo lavoro fresco di stampa, interpretando i contenuti e facendo emergere con le qualità dello scrittore quelle dell’intellettuale irrequieto, inventivo, spesso controcorrente, narratore dal linguaggio appassionato, composito e innovativo, traduttore operoso e versatile, dagli interessi e dai mestieri più diversi. La sua carriera si è dipanata lentamente, lavorando alla Olivetti, alla Bassetti, alla Pirelli, gestendo per tre anni il ristorante La Pastaccia, e nell’industria editoriale al Saggiatore, alla Mondadori e da Valsecchi.

Amava i posti silenziosi di campagna. Con il lodigiano ha nutrito una intesa solidissima. Ogni anno scendeva almeno una volta nella Bassa per incontrare (in trattoria) Gino Commissari, Amedeo Anelli, Guido Oldani.

Un recente volume di Interlinea restituisce un ritratto dell’uomo e dell’intellettuale. “L’odisseico pererignare. L’opera letteraria di Giancarlo Buzzi” raccoglie a cura di Silvia Cavalli, esperta in letteratura italiana del Novecento del Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” dell’Università Cattolica di Milano gli atti di una giornata di studio dedicata a Buzzi poco prima che morisse.

Scrive la Cavalli: “ Buzzi ha saputo incamerare tanto la tensione sperimentale figlia degli anni sessanta e settanta, quanto le suggestioni architettoniche, le innovazioni linguistiche, gli echi letterari derivanti dalla sua formazione intellettuale e professionale”.

Il volume permette di conoscere numerosi aspetti della personalità dello scrittore e della sua ricerca innovativa. Oltre le relazioni e le testimonianze della giornata a lui dedicata, il volume, raccoglie in 200 pagg. gli studi di Mario Lunetta sulla scrittura come pensiero-forma, di Giuseppe Bonelli sul linguaggio amoroso, di Clelia Montagnani sui carteggi buzziani, e restituisce inoltre i contributi di Daniela Marcheschi (Buzzi e il romanzo filosofico, pag. 107), Amedeo Anelli (Il realismoprospettico” di G.B., pag.115 ), di Guido Oldani (B. scrittore impaziente, pag.177) oltre a segnalare nei i contributi gli interventi di Anelli e di Oldani su il Cittadino e di Gino Commissari su Kamen’

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Tino Gipponi:”La poesia in Ada Negri”

Riaccendere l’ interesse sulla poesia di Ada Negri è impegno non da poco. Richiede scelte e responsabilità. Si mette alla prova Tino Gipponi che già ci aveva tentato con una iniziativa al Museo della Stampa di Lodi. L’amplia e l’approfondisce ora con un saggio penetrante, che dei versi della poetessa mette in luce particolari della versificazione: la tecnica addotta, la metrica, la ritmica, le figure retoriche, e indaga il linguaggio “nell’unità di contenuto e di forma” e in rapporto anche ai percorsi della vita della poetessa. Sostanzialmente sopperisce a quanto è sfuggito (colpevolmente) a tanti critici che nei loro contributi su Ada Negri non sono mai entrati nell’ analisi delle novità formali e della disciplina metrica seguita.
Che poi vi siano “caducità” in una parte della sua opera, sarebbe ingenuo negarlo. Sia pure con morbidezza critica, ne fa cenno lo stesso Gipponi nel libro La poesia in Ada Negri ( Prometheus Editrice, Milano, 2917, €15,00), mettendone in luce la creatività e il linguaggio ma anche i “passi falsi”. D’altra parte la stessa Ada Negri confessò di portare “come una ferita” quella che considerava una “dissonanza” fra la popolarità della sua poesia e il suo “reale valore artistico” .
Passata da una fama internazionale (ricordiamo solo il Mommensen che confidò a Ojetti di conoscere nella letteratura italiana il Carducci e Ada Negri) a una sorta di “clandestinità” perdurante essa ammette motivi altri dalla fragilità di una parte della sua opera. Alcuni credono di doverli indicare nei condizionamenti politici suggeriti dal suo iter ideologico, da “pasionaria” socialista ad Accademica d’Italia; altri, invece, nel fatto che la poesia di Ada Negri appartiene sì “alla propria epoca”., ma non sarebbe “d’ispirazione letteraria”. Tra questi il Rondoni per il quale l’oblio sarebbe in un certo senso “meritato” poiché nel suo itinerario “non è approdata al nichilismo gnoseologico, volontaristicamente umanitario in voga (e, per il fatto d’essere in voga mutatosi in nichilismo dolce) – anzi, semmai da esso è partita per giungere alla coscienza di un ‘eterno’ che batte ed entra in ogni attimo del tempo”.
Tralasciando gli interventi preziosi in Archivio Storico Lodigiano ( A. Ruschioni, Momenti e costanti nella poetica di A. N., XVIII (1970), e quelli di Cesare Angelini, di Nino Podenzani, di Elena Cazzulani e Gilberto Colletto, Ada Negri pareva ritrovare interesse dopo l’uscita da Fabbri di una antologia che raccoglieva testi accompagnati da una analisi storica di Davide Rondoni con i contributi di Maria Luisa Spaziani (in “Donne in poesia”) e di Elisabetta Rasy (in “Ritratti di signora”. Ma poi la poesia della “maestria” è ridiscesa nel dimenticatoio, fino al recente contributo di Elisa Gambero (“Il protagonismo femminile nell’opera di Ada Negri”, LED Edizioni Universitarie).
Tino Gipponi vi si aggiunge ora proponendo un interessante “spicilegio” – come lui stesso lo chiama -. Fornisce un ritratto convincente, in cui vengono fatte incontrare indicazioni d’arte e stilistica e riscontri di perizia nell’esercizio della versificazione, che nella sintesi rinfrancano l’esigenza un “assestamento del valore”. In un certo senso Gipponi “rompe” con la sbrigatività di tanta critica che ha sempre trascurato di valutare l’opera attraverso gli aspetti di “fattura”.
Il volume, di piacevole lettura, introdotto da Francesco Solitario dell’Università di Siena, è arricchito da due documentazioni: un epistolario inedito e un apparato iconografico che corrispondono bene all’esigenza del metodo seguito dall’autore, che è quello “critico-euristico” in grado di generare spunti nuovi di conoscenza. Infine, l’edizione è impreziosita dall’acquaforte Piazza S. Francesco in Lodi, incisa e tirata al proprio torchio da Teodoro Cotugno. Una piccola raffinatezza per gli intenditori del segno originale d’arte.

Sabato 21 ottobre 2017 alle ore 16.00 il Museo della Stampa ospiterà un incontro sul al libro di Tino Gipponi. Relatore è Francesco Solitario, professore di Estetica dell’Università di Siena. Argomento: stabilire quale parte della vasta produzione della scrittrice lodigiana abbia effettivamente valore poetico
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“PIOGGIA LONTANO”/Il libro della moldava Eliza Macadan a “Contrappunti Autunno”

Scrivere  di poesia, è noto, mette sempre un po’ a disagio: i poeti sono un esercito, la loro produzione troppo complicata o troppo elementare, le pubblicazioni selezionate quasi sempre limitate a un ristretto numero di personalità dominanti, le interpretazioni anche, benché negli ultimi tempi qualcosa sembra cambiare.

Pioggia lontano ( Quaderni di poesia “La città ideale”, editrice Archinto, 2017, € 12) della scrittrice-traduttrice moldava Eliza Macadan può far credere già nel titolo a una svista o inesattezza. E’ una “disunione”  precisa in premessa Amedeo Anelli. Inevitabile dal momento che la raccolta esce da una realtà  prismatica di rifrazioni e riflessi,  fatta di schegge e pezzi di accadimenti e di esperienze, di cose e di fatti che fanno immaginare “una esigenza insoddisfatta di risposte” che sbarrano una comunicazione unitaria di senso.

Conosciuta per composizioni in italiano, rumeno e francese la Macadan ha raccolto un discreto interesse dalla critica con “Passi passati”(Jocker, 2016), “Anestesia delle nevi” (La Vita felice, 2015), “Il cane borghese” (La Vita felice, 2013) e trovato risalto sulla rivista Kamen’ di Amedeo Anelli e sul blog di Rai New.

Al suo mondo non si accede se non percorrendo lo spazio che le parole dispiegano attorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose, nella Bucarest del post comunismo emblema di indigenza e di decadimento.  Anelli indaga questo dis-locare, raggiungendo un orientamento e una direzione. Il valore simbolico in cui è racchiudo il senso è rintracciato nella localizzazione puntuale della soggettività dell’ordine sensoriale e di quello razionale, sorgente dei “versi secchi e taglienti” e della modalità particolare di comunicare un  “senso corroso”  trattenuto “alla superficie delle cose e degli atti”.

Quella della Marcadan non è una “poesia di lamento”, di “disillusione” o “smarrimento”, bensì di richiami; raccoglie una proliferazione di immagini che esprimono ansia di pienezza e di vita. Nella nota critica a Pioggia lontano il modenese Alberto Bertoni, docente di Letteratura italiana contemporanea all’università di Bologna – anche lui come Anelli poeta -, coglie dell’opera la significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire “del tutto nuovi” in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”, liberando il canto dall’imperialismo del significante lasciando libere le parole.

Pioggia lontano, sarà il prossimo novembre presentata, con l’intervento dell’autrice, a Contrappunti d’Autunno a Tavazzano con Villavesco, grazie agli Amici del Nebiolo. Amedeo Anelli, coordinatore del programma di ON FA L’OS” – piccolo presidio poetico, intratterrà l’uditorio sulla “ricchezza di richiami”, gli anfratti e i nascondimenti della Macadan, una poetessa che non teme di mettere nell’ incipit di uno dei suoi versi: “Corro da sola / la maratona della poesia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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“FUORI ASSE” / Amedeo Anelli sul silenzio di Roberto Rebora

 

Fuori Asse  è un periodico bimestrale diretto da Caterina Arcangelo, nato a Torino attorno a Cooperativa Letteraria di cui è fondatrice e presidente la stessa Arcangelo. Il nome della quale suonerà forse nuovo ai nostri lettori  ma non agli addetti ai lavori e non ai lettori di Kamen’ che nel numero 51 possono apprezzare un suo commento alla costellazione dei riferimenti che Paolo Febbraro poeta, critico e prosatore rimanda ne “I grandi fatti”.
Il progetto della rivista è portato avanti da Mario Greco, che da quattro anni ne è il direttore artistico e si occupa sia del progetto grafico che della particolare sezione dedicata al fumetto d’autore. Concretamente Fuori Asse esprime l’ambizione di poter essere “un punto di riferimento” per gli appassionati di libri e di arte; è senz’altro una rivista che merita d’essere letta e conosciuta per l’ ammirevole lavoro che gli dedicano i curatori delle singole sezioni: Nando Vitale (Riflessi Metropolitani), Sara Calderoni (Il rovescio e il diritto), Silvio Valpreda (La fotografia non è un telefono), Claudio Morandini (cura la sezione dedicata alle novità editoriali promosse da Cooperativa Letteraria), Marco Annicchiarico (Il garage del sergente Pepe), Vito Santoro ( Alphaville Cinevisioni), Pier Paolo Di Mino (Biblioteca essenziale di Terranullius), Alessandro Baito (Palcoscenico e Parola), Cristina De Lauretis (Istantanee).
Nel numero fresco di stampa la sezione Il rovescio e il diritto ospita un intervento di Amedeo Anelli dedicato al tema del silenzio in Roberto Rebora a venticinque anni dalla scomparsa e ripropone da Kamen’ un estratto del saggio di Mariapia Frigerio su Paolo Poli oltre a un testo dell’attore-scrittore.
Nipote del famoso Clemente e conosciuto come poeta grazie a Schewiller, Anelli si occupò di Rebora cinque anni fa con “Qui sto e tu? Interrogazioni sulla poesia di Roberto Rebora” (Lucca, Zona Franca) in cui tra l’altro lo ordinava “fra i maggiori e misconosciuti poeti italiani del Novecento”.
Approfondendo le ragioni del silenzio nella sua scrittura Anelli ne coglie la “tecnica interna”: “la tramatura dei non detti e dei sottintesi” e l’affidarsi alla essenzialità della scrittura, che crea sintesi di immagini e giri di frasi “anch’esse plasmate dal silenzio”.
“Il silenzio costituisce il sistema di respirazione della sintassi poetica di Rebora”. A conferma, Anelli cita una immagine da “Il momento” (Milano, Scheiwiller, 1983, p.27): “Non c’è bisogno di nulla/ da sempre/ lo sai/ ed il fruscio del tempo/ che va via/ non può che essere così/ qualcosa di simile al silenzio/un vuoto colmo di segni…” Nei versi del poeta il direttore di Kamen’ vi legge un “linguaggio veritativo”, fatto di “verità interiore ricercata”, che riconduce idealisticamente l’essere al pensiero: un “appressarsi alle cose, che è anche approfondimento”, l’avvicinarsi “ad una dimensione vitale, non racchiudibile in formule o ossificazioni”.

 

 

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Libri d’Artista, una antologica di Fernanda Fedi e Gino Gini all’Archivio Storico di Lodi

L’iniziativa promossa da Kamen’, Associazione Archivi-Amo, Amici del Nebiolo
L’inaugurazione a settembre (sabato 16 ore 17) con le presentazioni
di Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli

I libri, o più esattamente l’editoria libraria, appartengono ai secoli della modernità. Ma per dirla semplificando Cesare De Michelis, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e collaboratore dell’inserto “Domenica” del “Sole24ore”, quella modernità si è ormai trasformata.
Per molti esperti non solo ha perso peso ma anche autorevolezza. C’è però un “filone” creativo che senza progetti prescrittivi ambisce a un primato di natura precipuamente estetica: il libro d’artista. Considerato da molti un estro fantasioso impostosi in tempi di subbugli e instabilità in cui traballano molti (troppi) libri non necessari così come anche molti prodotti dell’espressività attualistica, i libri d’artista si oppongono con le armi dell’ arte, l’ impronta diversa, la folta confluenza di circostanze alla frattura tra arte e vita
Sulla strada di Angiolieri e del Burchiello è possibile incontrare Gino Gini e Fernanda Fedi, due meneghini uniti nella vita e nell’arte, che non perdono occasione di creare libri d’artista dominati di volta in volta dall’elegia o dal pensiero filosofico o dal frammento iconico-ideogrammatico-scritturale-pittorico, che prendono per la gola raffinati collezionisti.
I loro nomi sono affermati a livello europeo, posizionati in modo autonomo, senza eccedere a snobismi né a consumismi. Noti lo sono anche ai sudmilanesi e ai lodigiani per avere animato con esposizioni a Cascina Roma a San Donato, “Semina Verbi” a Casalpusterlengo, “Il Viaggiatore” a Sant’Angelo Lodigiano, La Biennale d’arte a Lodi. Nella loro molteplice e varia produzione artistica l’esperienza del “Libro d’Artista” si colloca in posizione non secondaria: Gini è promotore, teorico, storico e archivista, e, insieme a Fernanda Fedi, ha realizzato a Milano l’unico Archivio Nazionale dei libri d’Artista. (Archivio 66. Libri d’Artista). In oltre una cinquantina d’anni ù stato raccolto e catalogato più di un migliaio di libri di tipologie tecniche diverse: libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box libri preziosi, minilibri.
Negli ultimi “Libri d’Artista” prodotti direttamente, la Fedi sviluppa frammenti dai significati antropologici. Orienta forme visive impaginate di grafemi, in cui l’occhio coglie richiami sacrali, magici e rituali in un fitto combinarsi di concettualismo e di incantamenti grafici. Non diversamente la riflessione suggerita da Gini, che sviluppa una diversificazione del linguaggio attraverso lo svolgimento del possibile. In “contrappunto” una pluralità di immagini e scritti di accompagnamento, di piani e tipologie tecniche che conferiscono peculiarità in chiave di poesia visiva.
Fedi e Gini saranno coi loro libri d’artista all’Archivio Storico di Lodi in via Fissiraga dal 16 al 30 settembre con una “Antologica” destinata a documentare la produzione tra il 1974 e il 2017. L’evento è procurato dalla collaborazione congiunta della Associazione Archivi-Amo, della rivista semestrale Kamen’ e della Associazione culturale Amici del Nebiolo di Tavazzano. All’inaugurazione, già in calendario per le 17 di sabato 16 settembre, porteranno il loro contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. In tale occasione verrà presentato il nuovo libro d’artista realizzato dalla Fedi e da Gini, pubblicato dalle Edizioni Piccolo di Livorno nella collana “Memorie d’artista”.

 

 

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Kamen n.51 : Paolo Febbraro, dignità intellettuale e disciplina critica

L’ultimo numero di Kamen’ – il 51° della serie iniziata più di un quarto di secolo fa – intitola la sezione poesia a Paolo Febbraro, cinquantenne poeta romano tra i più seguiti e allo stesso tempo apprezzato critico letterario, autore di accurate monografie e compilatore di affidabili antologie che aggiornano sui caratteri della poesia, sulle sue debolezze e sui suoi punti forza.
Gli interventi di Simone Zafferani e Caterina Arcangelo che la rivista di Amedeo Anelli destina a “partiture” e al “cantabile inquieto” di Febbraro, e ancor prima i “crediti” attribuiti da Daniela Marcheschi nel profilo su L’Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazioni in Italia”(Mursia, 2016, pp.309-316), oltre orientare nelle architetture dei versi, spingono a incuriosirsi della sua figura di critico dotato di una narrazione in cui creatività poetica e invenzione critica si combinano.
Se i componimenti (editi e inediti) su Kamen’ danno rilievo alla personalità del poeta, giudizi e valutazioni degli apparati chiamano in causa la dimensione intellettuale e di critico. I suoi libri e gli articoli su “Domenica” del “Sole24Ore” e “Il Manifesto”, offrono “un quadro sinottico ancorché parziale di quando si viene scrivendo in versi nell’Italia di oggi”. Individuano percorsi di “navigazione”, delineano caratteristiche e strategie del linguaggio, concentrano l’attenzione sul genere poetico, sottolineano l’importanza del contesto e delle figure retoriche che insieme all’argomentazione razionale e all’ inventiva contribuiscono a rafforzare l’intento espressivo, a far uscire ogni autore dalla fitta solitudine.
La critica quasi mai è grammaticale (o troppo attenta alla proprietà delle parole o alle regole della prosodia e simili), né strettamente storica ( da verificare insistentemente fonti e allusioni), ma diligente nel cogliere “curvature” e “dinamiche” con sguardo al futuro. Spinge ed estende i confini in tensione cognitiva, a l’interrogarsi sulla “responsabilità del fare poesia”. Con larghe campate anche di “internazionalità” scopre relazioni e parentele svelandone la forza e la varietà: i “legami” della lingua alla composizione, dell’esistenza all’esperienza, del convenzionale all’innovativo, del pensiero al sentimento, della contemplazione alla verifica, a tutto ciò che nella poesia prende corpo incatenato dalle parole.
Le parole sono colte senza concetti accessori, con impegno a dare evidenza ai segni significativi di distinzione. Esempio: in Oldani ai versi “esatti come sentenze” e al “compassionevole umorismo”; in Anelli al “nulla affoga nell’Io”; nella Marcheschi al “materialismo femminile”, all’ ”accordare la lingua all’oggetto e il corpo ai corpi”.

KAMEN N.51 : Il giornalismo d’arte di Dino Terra

Personalmente ho conosciuto Armando Simonetti (alias Dino Terra) alla redazione milanese dell’Avanti, quando aveva ormai brillantemente valicato i settanta ed io ero poco più che un trentenne. Terra era salito da Lucca per incontrare Aldo Lualdi, antifascista, storico e scrittore come lui, che come lui coltivava interessi per l’arte ed era, dell’edizione milanese, redattore oltre  far parte del Consiglio dell’Ordine Giornalisti della Lombardia. Nel dopoguerra Terra aveva ri-fondato l’Avanti e con Lualdi aveva in agenda d’incontrare “da Renzo” Franco Passoni (critico del giornale). Renzo era il gallerista di piazza Cavour, figura carismatica nel mondo artistico milanese.
Ho goduto per conto mio che Kamen’ (n.51, giugno 2017) lo abbia “ripescato”  riaccendendo l’attenzione sui suoi meriti dopo oltre una ventina d’anni dalla morte del 1995; introdotto da una nota di Amedeo Anelli che ne rileva la chiarezza di scrittura in arte (e non solo ) è documentato grazie un gruppo di articoli ripresi dal quotidiani romano “Il Tevere” nato sulle ceneri del Corriere italiano, chiuso dopo il delitto Matteotti,  che danno luce al raggiunto “punto di equilibrio fra descrizione e argomentazione” e alla sua “ messa in comune di significati, di valori, di pensieri” eccetera.
Terra fu scrittore, drammaturgo, critico d’arte e pittore egli stesso. Intellettuale dinamico si votò presto all’idea di “una nuova cultura”; fu amico di Chiaromonte e Moravia e, prima ancora di Paladini, Levi, De Chirico e Gramsci. Equipaggiato di estro e cultura si impose ancor giovane all’attenzione mettendo al centro di molti suoi lavori letterari le inquietudini e le contraddizioni dell’uomo moderno davanti a sé stesso e alla storia. Come peraltro documentano i molti interventi di Daniela Marcheschi, pilastro della redazione di Kamen’, che in questi anni ha scritto parecchio su di lui, e in particolare: “Letteratura e giornalismo” (Marsilio, Venezia, 2017), prefando “Ioni” e ”La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario e artistico del ‘900”.
Il numero di Kamen’ fresco di stampa riprende di Terra Esposizione d’Arte italiana a Ginevra;Visita a De Pisis; Mostra di Arturo Martini a Milano; Un architetto romano. Piacentini sulla bilancia. Sono articoli che suggeriscono a Anelli spunti valutativi per rimarcare la preparazione culturale e intellettuale dell’autore, definito “uomo enciclopedico, con cognizioni di prima mano dei maggiori fermenti della cultura nazionale ed europea”, dotato di “robusta conoscenza della letteratura e delle arti oltre che delle scienze dell’uomo, dalla medicina all’antropologia ai sorgenti movimenti psicoanalitici”.
Nel fare prosa d’arte, Terra “informa e allo stesso momento “educa e discrimina valorialmente”, argomenta e impronta; mette al servizio un unicum” che oggi ha pochi conseguenti nel giornalismo, da cui “è quasi sparito un approfondito dibattito di idee, di concezioni e competenze”.

 

 

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KAMEN 51: QUELL’ ISTRIONE di PAOLO POLI

E’ un anno e più che Paolo Poli, il grande attore comico italiano, se n’è andato. Kamen’, la rivista di poesia e filosofia diretta da Amedeo Anelli, lo ricorda nel numero 51 appena uscito riservandogli una cinquantina di pagine della sezione “Materiali”, con un devoto saggio di Mariapia Frigerio e un gruppo di deliziosi “libretti di sala” (pubblicazioni informative con note critiche) opera della maniacale gusto per la letteratura dello stesso Poli: La Nemica; Carolina Invernizio!; La Vispa Teresa; L’Uomo nero; Giallo!!!; Femminilità!!!; Apocalisse!!! Inoltre, l’Introduzione a STO (Sergio Tofano), Una linea di sorriso), alcuni dei quali scritti in collaborazione con la scrittrice Ida Omboni.
Per sessant’anni Poli ha intrattenuto le platee con interpretazioni civili e intelligenti, contro la banalità e il conformismo ideologico, in cui era mescolata letteratura, critica, canzonatura e satira. Ha contribuito a dare slancio a quel particolare “momento” rappresentato dalla “idea comica”, che segnò in Italia la corrispondenza tra piacere estetico e risata.
Protagonista di un corpo coloratissimo di soggetti rappresentò un caso raffinato di buonumore e poesia mordace da costituire un riscatto qualitativo e offrire uno sguardo culturalmente rilevante sui risvolti della storia, del costume, delle usanze e credenze, contribuendo alla dissolvenza dei modelli che imperavano.
Nel saggio di Mariapia Frigerio, ricco di resoconti di incontri, amicizie, di ragguagli e scelte, Poli è colto nel suo incessante muoversi tra letteratura alta e generi meno importanti. Quello della scrittrice lucchese è un autentico “frugare” nella persona e nel linguaggio. Con una ricerca ad ampio spettro intreccia, distingue e ritaglia di Poli esperienze, sodalizi, ruoli e influenze. Dimostra un unicum nel mondo teatrale italiano.
Fra le maggiori prove da regista e principale attore di Poli sono da ricordare Rita da Cascia (1966), La Nemica di Dario Niccodemi (1968), Il Coturno e la ciabatta (1990), La Leggenda di San Gregorio (1992), L’Asino d’oro (1994), I Viaggi di Gulliver (1997), Caterina De’ Medici (1999), Aldino mi cali un filino (2001). Rita da Cascia, lettura irriverente della storia della santa, che sollevò polemiche, e l’allora deputato Oscar Luigi Scalfaro giunse a presentare un’interrogazione parlamentare. Sono anche da ricordare Sillabari, 2008 ( tratto dall’omonimo libro di Goffredo Parise; Il mare, 2010 (ispirato da Anna Maria Ortese) e Aquiloni, 2012 (rivisitazione antiscolastica di Pascoli) Dopo la monografia Paolo Poli di Rodolfo di Giammarco (Roma, Gremese, 1985), sono usciti volumi con sue notevoli interviste: Siamo tutte delle gran bugiarde (conversazione con Giovanni Pannacci, Roma, Perrone, 2009), Sempre fiori mai un fioraio ( ricordi a tavola con Pino Strabioli, Milano, Rizzoli, 2013( e Alfabeto Poli ( a cura di Luca Scarlini, Torino, Einaudi, 2013).

 

 

 

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