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Le memorie discrete di Gianmaria Bellocchio

L’idea che il mondo contemporaneo non abbia problema di conoscenza e di verità riguardo la famiglia, deposito di memorie e di filosofia di vita, pare dilagare in modo esponenziale, dove tutti cercano altrove relazioni sostitutive, senza attenzione agli inganni della “società liquida” (Z, Barman).

Come cellula essenziale, crogiuolo di idee, di sentimenti, ricordi, impulsi ed emozioni, il tema affiora e si propone sotto traccia nelle “memorie discrete” che Gianmaria Bellocchio ha raccolto in Succede vivendo 2, un libro editato in occasione del suo sessantaseiesimo compleanno, stampato dalla Tipografia Sollecitudo e dedicato ai suoi genitori:- la sarta Giuseppina Ciribini, donna “mite e paziente” e l’autista Atm, Gaetano (Nino), uomo “coraggioso e tenace” – “improntati” dall’autore con un suggestivo pensiero di Madre Teresa di Calcutta.

Si dice che un libro tira l’altro. Riguarda gli editori, gli attratti dalla scrittura e chi semplicemente è lettore. In questo senso da lettura nasce lettura. E’ questo il punto no?

Sarà nient’altro una combinazione o qualcos’altro che da una delle pigne di libri (comprati, letti, dimenticati o lasciati perché pallosi) dopo quelli dello scrittore londinese Nick Hornby – autore di Alta fedeltà, Come diventare buoni, Shakespeare scriveva per soldi per citare qualcuno dei suoi titoli di successo – a catturare il nostro occhio sia stato un libro di Gianmaria Bellocchio, in cui il dinamico presidente della “Don Quartieri” mette a prova le proprie capacità di scrittore con un tuffo nei ricordi scoperchiando sentimenti, liberando nostalgie, tratteggiando ritrattini di familiari e amici, introducendo fluidi e, gustosi assoli in vernacolo locale.

Succede vivendo 2 non distingue molto da quello pubblicato a metà dello scorso anno. E’ affidato a parole semplici, a segni distinguibili: sentimenti, affetti, idee, flashback. Le scelte rispetto il primo libro sono meno “claustrofiche” direbbe Hornby. Meno chiuse. Si avverte che Bellocchio combatte, senza esplicitarlo, l’allontanamento della società dai clichè un tempo riconosciuti della famiglia tradizionale moderna. Il nuovo libro rende noto lo spirito con cui è stato scritto: rinverdire “la memoria di persone conosciute”. Forse, ma questo l’immaginiamo noi, vuol dare soddisfazione al “viaggio” quotidiano di ognuno ricorrendo ai versi di Giorgio Caproni citati a pag. 13.

Bellocchio arriva alle “confessioni” non a caso. Attrae sfrugugliando nelle cose belle e in quelle meste, sepolte in fondo al proprio io del passato, che così riprendono efficacia e insegnano. Come nei libri di Hornby che guidano il lettore agli scaffali della sua personalissima biblioteca, il diario di Bellocchio dispensa discrezione, cordialità, simpatie, affetti senza troppo badare alla critica. E un libro che rende l’ autore un po’ controcorrente; che scrive di affetti e sentimenti “romantici” senza fiaccare, anche se marca sempre la tenerezza nei legami familiari e in quelli dell’amicizia. Per molti versi Succede vivendo 2 è un libro personale, aneddotico, racconta pagine di vita vissuta e mette in contatto con esperienze e caratteri “che affiorano dall’archivio della memoria e acquistano fisionomia da piccoli avvenimenti quotidiani”, come bene annota Annalisa Degradi.

Il volumetto è agile, di lettura scorrevole e anche divertente, parla di storie semplici, esperienze, fatti, emozioni. Tratteggia con garbo i ricordi di amici anche nostri: Rosario Mondani, Zaira Zuffetti, Cecu Ferrari, Gigi Petroli, Antonio Signoroni, e, naturalmente, d. Luciano Quartieri. In cento pagine i nomi dei citati fanno come l’Adda in piena. Corrono. Considerato lo spirito del libro, tanti nomi legano tanti pensieri, danno conto del significato profondo e anche no, di cose che capitano agli uomini. Tra l’altro ogni capitolo è introdotto da una citazione di “spessore” non semplicemente letterario: Maria Teresa di Calcutta, Mario Rigoni Stern, Vivian Lamarque, David Maria Turoldo, Franco Loi, Eugenio Montale, Guido Oldani, Andrea Maietti… danno colore all’impegno narrativo e al merito dell’espressione con la cultura autentica.

Succede vivendo 2 è scritto in prima persona, ma offre uno sguardo al plurale.

 

Aldo Caserini

 

Il libro: Gianmaria Bellocchio: Succede vivendo – Memorie discrete 2 – Stampato dalla Tipografia Sollecitudo, ,pagg.100, 2016 s.i.p.

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50 ANNI DI GIORNALISMO Una medagli alla cariera

Anelli tradotto in romeno . “Polifonii” la raccolta di poesie

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad

Amedeo Anelli, fondatore e direttore di Kamen’

alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.
Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.
Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.
Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.
L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cinquant’anni di Formesettanta: dalla carta stampata a internet

Nell’agosto del 1969, usciva a Lodi Forme’70, testata tutta artigianale, fatta da pochi che annunciava di dedicarsi alla promozione delle arti figurali e alla cultura del territorio, come recitato dal sottotitolo. L’iniziativa caricata da un pugno di artisti e da entusiasti estimatori delle attività espressive, nascondeva ( per la verità non troppo) il proposito di favorire l’avvicinamento dell’arte locale alle esperienze visive dilaganti quegli anni attraverso una azione di informativa specifica (mostre, progetti, critiche, notizie e segnalazioni) da compensare l’insufficiente ragguaglio fornito dai fogli cittadini. Ma perseguiva pure una ragionevole prossimità con il dinamismo presente nell’arte milanese attraverso la conoscenze la diffusione di presenze significative di orientamenti o schieramenti innovativi. Tentativi, chiaramente non schiusisi o rimasti incompleti per una molteplicità di ragioni: in primo luogo la scarsità diagnostica e comunicativa, secondariamente, tra le novità della stagione, la diffusa perdita del ruolo determinante, della recensione e l’affermarsi di altre fonti di informazione strumentali, dirette e indirette, che hanno portato la produzione informativa culturale da una dimensione artigianale a una dimensione industriale, cui farà seguito, in una fase successiva, la perdita di forza delle tipologie espressive e il crearsi di formazioni e di esperienze subalterne “in linea” con le forme di potere (politico, economico e di mercato). Forme 70 ha tentato, a modo suo, di registrarle. Dopo i primi numeri redatti e stampati “alla buona” in attesa dei “lasciapassare di legge”, iniziò la sua storia ufficiale con l’autorizzazione. del Tribunale di Lodi (n.82 del 23 marzo 1970): tiratura (un migliaio di copie) affidata al Laboratorio Grafico del Bollettino della Pubblicità (in via De Lemene,2) di Bruno Zanella, distribuzione gratuita a mezzo posta, una variante nella grafica del titolo (studiata da Luigi Poletti) e l’ingresso nella testata del colore rosso. “Esce quando può”, avvisava i lettori, ma con la collaborazione con Il Gelso di Giovanni Bellinzoni i tempi tra un’uscita e l’altra si adattano all’esigenza di dare riscontro alle mostre della galleria di via Marsala.
Dopo una parentesi di inattività e l’esperienza come “Agenzia” d’informazione culturale ( sempre di Forme 70) , nel marzo 2012 “scopre” internet e wordpress su cui posterà ogni anno all’incirca 160 interventi e informative di mostre, libri, poesia, figure di artisti, e fotografi, accompagnati di tanto in tanto da opinioni e polemiche. Anche l’esperienza del blog risente e riverbera caratteri, idiosincrasie, curiosità e instabilità della provincia. Inevitabili i risvolti pratici (redazionali, di stesura, composizione e correzione,selezione delle notizie ecc.), non sempre facili da gestire. La centralità (in calo) della carta stampata, e le opportunità del mondo digitale suggeriranno di mantenere, sia pure sottotraccia, la volontà di sottrarre aspetti della cultura locale da un andazzo in cui la paccottiglia è sovrabbondante. In un sistema in cui sembrano prevalere conventicole clientelari, non è sempre facile discernere folklore, vanità., dilettantismi, i regni protagonisti in cerca di “indulgenza” dalla invenzione poetica vera, per cui a volte si rischia di comunicare senza effettivamente condividere quel che si comunica.

I cinquant’anni di Forme 70 saranno anche pochi o poco rimarchevoli, ma se si considera il contesto in cui la testata è nata e vive (ancora) e il panorama attuale in continua evoluzione ci pareva lacunoso non ricordarli.

A.C. Continua a leggere

Stefano Franchi : Cacciatore di parole

Galeotta poesia! O quel che oggi chiamiamo poesia. Per dirla con Bartezzaghi o Eco o Rodari il prodotto di una “scintilla” dell’intelligenza lessicale, un “gioco” estetico-teorico, anche occasionale, che come tale (come gioco) viene ricusato dagli addetti ai lavori: poeti sdegnosi, “verseggiatori” e “fai-da-te”. Ma non smette di incuriosire e catturare adepti.
Lo scorrere della vita ordinaria fa e disfa storie, visioni, sentimenti, filosofie. I “giochi verbali” spesso ne raccolgono i frammenti, danno presenza all’incomprensibile, ci fanno gioire, ridere, sogghignare o anche piangere, magari ritrovare qualche consapevolezza. Ma quale poesia è se oggi con la lingua si fa di tutto, anche acrobazie, le più inverosimili?Lasciatemi divertire” di Palazzeschi è un manifesto: “Tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi! Il poeta si diverte […]Labala/ falala/ falala/…”. Ma poi avverte: poetare così “è un azzardo un po’ forte […],/che ci son professori oggidì/a tutte le porte”. Serve, a noi, come contributo per condurre dentro al discorso un libro (non recente) di poesie senza pensieri o di pensieri senza poesia e qualche intrusione autobiografica. L’autore è un lodigiano. Non suggerisce una nuova poetica, in cui si dice poco e niente in molte strofe e, scherzando raccontando sproloquiando, si dice moltissimo in due versi, in una forma “elastica” di scrittura “. Lo firma Arcuzzo Ubaldo Polli a cui piacciono la percussione o la ripetizione, le idee e le parole sparate in libertà e un certo infantilismo che governa le tecniche del “gioco” e del “messaggio”. Emendato nel nome e nel cognome all’anagrafe del Broletto in Stefano Franchi, classe 1960, geometra, tecnico alla centrale elettrica di Tavazzano, con un percorso d’allenatore di volley e molti altri hobby, compresa la politica.ha raccolto cogli amici del “Via Vai” di Ripalta Cremasca appunti buttati giù con distrazione o inventati durante o “ dopo una bevuta in compagnia” che aiutano a liberar la poesia dai commenti e dalle note, limitando alle atmosfere e al ritmo.“Carpe diem”, afferra l’oggi, il giorno, il presente, il tempo senza pretendere di definire la modernità in poesia o addirittura in cultura.
E se un giorno c’ebbi ragione” è un libretto che raccoglie associazioni sonore, slittamenti verso l’altrove, allumette, esuberanze e caos in un alternarsi jazzistico, infilando lemmi come didascalie. Parole che, come vuole tradizione, si attraggono reciprocamente con la stessa sillaba, la stessa vocale o la ripetizione, secondo il capriccio dell’autore.
Dall’uscita della raccolta è passato tempo, ma rileggere oggi l’assortimento dei testi fa sentire a casa. Intrattiene, sorprende, rallegra, rivela una voce diversa, meno comune. “E se un giorno c’ebbi ragione” scherza anche quando fa sul serio.
La raccolta di Franchi non parla di psicanalisi, E se nel titolo troviamo quel “c’ebbi ragione” che richiama il “cebbi ragione” di freudiana memoria, qui è usato per rifare il verso al toscano d’arti e mestieri. Il libro non ha conosciuto uffici vendite, ma anche senza ha funzionato benissimo: 500 copie andate subito a ruba. E non si pensi sia stato rifilato a lettori ignari. Ora si è in attesa di ristampa (e ritocchi).

 

ELIZA MACADAN, “Frammenti” con introduzione di Amedeo Anelli

Di Eliza Macadan, giornalista e poetessa di origini moldava residente a Bucarest, nata nel 1967, che scrive e pubblica in italiano, romeno e francese dal 1994, i lodigiani conoscono i risvolti umani, politici, letterari e di prerogativa ( della poesia). L’anno passato, a Tavazzano, per iniziativa del Piccolo Presidio Poetico “On fa l’os” Amedeo Anelli dialogò con lei alla Biblioteca; aveva appena pubblicato da Archinto Pioggia lontano e la sua ars poetica (senza scomodare Aristotele, Orazio e Nottolino di Pario) trovava risalto sulle riviste di poesia (Kamen’) e considerazione sulla stampa d’informazione.
Con il passare del tempo la sua produzione lirica non ha svigorito su di se l’attenzione pubblica. Frammenti di spazio austero (Ticinum Editore, 2018 euro 10), appena uscito, è un volumetto di una cinquantina di pagine che riprende l’edizione ragusana del 2001. In copertina riproduce una bella formella di Fernanda Fedi e s’apre con un intervento di Amedeo Anelli che gratifica l’autrice con una nuova puntigliosa analisi delle stratificazioni culturali, degli “attraversamenti” e delle “assimilazioni” intervenute sulla “unità poematica”, Così il direttore di Kamen’, consapevole ovviamente di occuparsi sotto il profilo teorico del punto di vista descrittivo-sistematico non al fine di suggerire norme preferenziali, ma per esigenza “naturale e necessaria”, di risvegliare “temi esistenziali di interesse universale”.
Anelli ne richiama lo spazio poetico: forme intonative, precisione del dettato, analisi del quotidiano e del contingente, il dire e il non dire (gli spazi bianchi) eccetera.
In “Frammenti” le parole della Macadan non catturano come altre volte. Per intenderci, non sorprendono come in Anestesia delle nevi, dove i versi s’avviano con “Cronofaga”, che obbligano tutti a ritornare al dizionario. In ogni caso non si può dimenticare che i frammenti hanno una quindicina d’anni e la poesia della romena è stata sottoposta al “labor limae” (letteralmente a un lavoro di cesello, ovvero a un perfezionamento del prodotto). Anelli si limita a riconoscere che vi sono “in nuce molte procedure, procedimenti e temi delle raccolte successive”.
C’è però qualcosa almeno di “inusuale” nelle 40 liriche in lingua originale, non tradotte, tutte brevi, ciascuna composta da un minimo di sei versi a un massimo di ventuno, scritte con linguaggio asciutto, essenziale, senza nessuna punteggiatura, senza lettere maiuscole, senza nessun titolo; un “modello” che si ricorda in altre raccolte, come in Anestesia delle nevi, anch’esso prefato da Amedeo Anelli, che in “Frammenti” nota vi trovano posto già “il lato sentimentale e il duro attraversamento quotidiano e del romanzo personale, la incerta navigazione dell’ora e del minuto”.
La Macadan è un poeta che giocherella sugli opposti, i contrari, sul diversivo del rilanciare, dell’aumentare e infine “sul tono iperbolico, ironico, enigmatico e sapienziale” dei giudizi e delle sentenze. Ha una sua significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”,

 

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Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ

Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

Gianmaria Bellocchio: “Succede. Vivendo”

 

Gianmaria Bellocchio intervista Patrizia Foglia

Scrittori si nasce?”, si chiede Andrea Maietti prefando nel risvolto di copertina Succede Vivendo, “memorie discrete” di Gianmaria Bellocchio. E trova risposta in Daniel Defoe: “Certamente lo si può diventare. Daniel Defoe scrisse il suo primo romanzo a sessantun anni. Prima aveva vissuto nella distrazione di varie attività…Bellocchio ha più o meno l’età di Defoe al suo primo libro. Non è mai troppo tardi”.

Ma “perché?” si scrive e si stampa. E’ una domanda che si fanno parecchi in un Paese dove, è risaputo, si legge poco, anzi pochissimo, e le librerie fanno vita grama. Se lo chiede lo stesso Bellocchio nelle prime righe del suo libro d’esordio: per lasciare un segno di se, per mostrare “la propria passione per le lettere”, per far emergere pensieri, ricordi, affetti, nostalgie.

Le risposte del perché si scrive possono essere molte, da farci capire quanto sia importante scrivere, alimentare la ricchezza del nostro immaginario profondo: si scrive perché si ha molto/poco da raccontare; per passatempo, convenzione, abitudine; per capacità affabulatoria, perché è facile o tale lo si ritiene; perché si ama farsi leggere/conoscere, per gusto, per ottenere recensioni, per il piacere della mente; per comunicare, testimoniare, rivelare cose nascoste che senza il palombaro della scrittura rimarrebbero nel mare dell’inconscio; perché un libro è sempre/quasi una “terapia”; per l’impulso significativo delle parole e altre cose ancora.

Perché Bellocchio si sia lanciato nell’avventura di “Succede-Vivendo” , una sorta di “frullato” diaristico, il lettore lo scopre passo a passo dalla lettura delle settantina di pagine date dall’autore alle stampe nel proprio sessantacinquesimo compleanno e dedicate al figlio Matteo da un anno sposo di Eleonora. Un omaggio da padre a figlio che rende conto del significato profondo e anche no, delle cose che capitano agli uomini e che aiutano a comprendere, con un pizzico di umorismo e di “leggerezza”, qualità che a dare retta a Galileo, al di la della fisicità, a seconda della propria gradazione tonale e intensità di trasparenza, contiene nella sua incorporea sostanza tutte le cose, le idee e i sentimenti. Sottintende perciò in chi scrive semplicità, chiarezza di pensiero, moderazione, sobrietà, capacità di valutare le cose della vita.

Succede.Vivendo è un testo sorretto dal soffio vitale dei ricordi che ha il sostegno di una virtù: la leggerezza capace di ingentilire, rasserenare e magari rallegrare con l’ironia delle insorgenze quotidiane. Per vivere con leggerezza, sembra volerci dire Bellocchio, ci vuole ironia. “Talvolta – coglie Maietti – si ha l’impressione che non è lui a cercare l’umorismo, ma piuttosto l’umorismo a trovare in lui un immediato vivace interprete”.

Le parole di cui Bellocchio si avvale non sono quelle della narrativa corrente, sono parole semplici, segni distinguibili di sentimenti e anche di idee. Del diario personale traducono flashback, pensieri, esperienze, giudizi che l’autore “stende” di fronte al lettore. Ma nella loro semplicità comunicativa rimandano a qualcosa che a volte è più profondo di ciò che possono indicare.

Aldo Caserini

IL LIBRO : Succede. Vivendo. Memorie discrete di Gianmaria Bellocchio. Stampato in 200 copie dalla Coop. Sollecitudo di Lodi. s.i.p.

“Tra due stazioni” di Luca Raul Martini

Il poeta Luca Raul Martini

Luca Raul Martini è un giornalista milanese nato sotto il segno del capricorno nel ’58, poco noto fuori dalla corporazione giornalistica, anche se ultimamente sono diversi i siti di poesia che hanno preso a divulgarlo. Da anni lavora a Glamour ( punto di riferimento delle donne che amano la moda e lo shopping), dove è capo redattore. Ma questo conta poco o niente con la sua produzione poetica. Aiuta forse più una dichiarazione dello stesso Martini: “Scrivo poco e leggo tanto. Mi piace tutto quel che fa spettacolo e la musica rock”. Una volta messa in disparte la storia contemporanea studiata in Statale, ci si può azzardare sul resto: è autore non rampante né prolifico, assolutamente non divagante in trame glamour come quelli del loggione malignano, coltiva un linguaggio poco abbagliante ma attento alle tarme; erudito nel lessico, possiede un dizionario ben architettato che affida volentieri a ventate di parlato.“Sto aspettando / la tua morte / come se fossi / nella sala d’attesa / di un dentista / scadente / […] / sono semplicemente / il bambino / seduto allo stadio / che dondola le gambe / nel vuoto / dopo che è finita / la partita. Mi capita poi / di accendere / la radio con prudenza / e quasi paura / per sentire / se c’è una frequenza / se sugli altri campi / si gioca ancora” (The Waiting). Scrittore rifinito, Martini non da spazio a intrusioni. Resta sconosciuto sulle sponde del Naviglio, dove i poeti milanesi vanno a farsi leggere nei locali “in” e i critici almanaccano indulgentemente nel disordine dei loro versi.
Martini è esperto di comunicazione. “Acquartierato”, manifesta interesse per un diverso linguaggio, non esibitivo o da scorribanda rigattiera. Sa come ravvivare le parole per farle funzionare meglio. La poetessa Daniela Pericone se n’é accorta dedicando subito attenzione a “Tra due stazioni”.
Dove abbia preso il vizio antico del poetare non si sa. Ma questo vale per tanti. Avremmo torto se non riconoscessimo legami, anche se non stretti e profondi, del suo mondo con “altri” mondi. Ha stile, benché lo stile abbia ormai perduto di significato. Per Arbasino tutta colpa della moda. Chilossa?!
Il volumetto, una settantina di pagine, si avvale in appendice di una nota di Amedeo Anelli (Sequenza dopo il diluvio). Sotto una tessitura “intensiva e serrata” il direttore di Kamen’ ha individuato una sorta di viaggio biblico dove si danno da fare “elementi in tensione”: di natura, cultura, conversazione, con radici nell’ habitat della periferia dove si perdono i contorni dell’esistere. La poesia di Martini riflette/risente questo indistinto flusso della condizione metropolitana. Persino il “tu”, annota il critico lodigiano, ha brancolamenti e procura rifiuti.

 

Il libro: Luca Raul Martini: Tra due stazioni. Poesie, con una nota di Amedeo Anelli – Terra d’ulivi edizioni, 2017 , €10,00.

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