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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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Libri: “Le strade dell’Apartheid” del fotografo Luca Greco

Le strade dell’Apartheid è un libro di fotografie del molisano Luca Greco, editato da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, presentato ai lodigiani nel cortile del Caffé Letterario a cura della Libreria Sommaruga. E’ un reportage di un centinaio di pagine che documenta la quotidianità di  tre popoli oppressi e schiacciati (i palestinesi, i nord irlandesi, i sahariani).
Classe 1979, nato a Termoli, sindacalista Cgil della Funzione pubblica, dottore di ricerca in filosofia teoretica, educatore, presente nell’ambito sociale,  no global, volontario e cooperante, nel suo libro da qualche mese nelle librerie, ha fermato l’obiettivo sui luoghi e i volti della gente nelle cui espressione è marcato il dramma vissuto e presente nei ghetti a causa delle guerre, del  razzismo,  della segregazione forzosa,dell’ allontanamento dalle proprie terre d’ origine; fa scoprire il filo che lega le loro storie.
Nei suoi scatti non c’è soltanto quello che si è visto proiettato, commentato e dibattuto durante la serata, ma la denuncia della condizione umana in cui sono lasciate vivere popolazioni  che  Greco ha avuto modo di conoscere in maniera molto approfondita, e di registrarne fotograficamente le condizioni di vita.
Il suo libro è una registrazione della continua e progressiva privazione della liberà di uomini e donne senza nome e senza diritti, da parte di altri uomini dispotici. A dire il giusto è un libro didattico, che offre uno scossone alla nostra  predisposizione a dimenticare.
Selezionando nel mare di immagini scattate in quei paesi Greco ha scelto le  più funzionali a un certo tipo di costruzione, in grado di offrire, attraverso frammenti di registrazioni fotografiche un quadro sociale, politico e umano che permette di  recuperare la realtà presente nel vertiginoso reticolato della memoria.

Oggi si sa che neanche con la fotografia queste registrazioni e questi recuperi sono neutri, anche se la fotografia e i pregiudizi pseudoscentifici ce lo possono far credere. Ma è sull’onda di una emozione e di una reazione mentale che il fotografo decide di fare una fotografia. Come fanno le emozioni vissute che “marcano” le esperienze  e ne dirigono il recupero. Nel  suo archivio di foto scattate e rimaste lì, Greco ha selezionato  quanto aveva visto e registrato durante i suoi viaggi in quei territori disperati, componendo degli  assemblaggi tematici, geografici, su quei  disperati che un’altra parte di mondo ”democratico” finge di ignorare.
Le strade dell’Apartheid  è un libro di immagini che “parlano” e convincono, non di quelle che si considerano “belle” tecnicamente e che fermano “attimi” di leggerezza anche quando riprendono un cadavere. terra. Sono il risultato di scatti che esprimono e sollevano  inquietudine, non incantano o dilettano per gusto estetico pur avendo in sé una certa pratica fotografica. Sono immagini che inducono alla riflessione, fanno pensare, non sono uno “specchio vuoto”, per dirla con Ferdinando Scianna. La raccolta non abbaglia ma scava, aiuta ad andare dentro ai percorsi della storia, ai diritti calpestati dei popoli, alle loro sofferenze. Scatto dopo scatto, le immagini  producono sensibilità nella coscienza , spingono a chiedersi “perchè?.
La fotografia di Greco non celebra l’eccesso di successo della fotografia del nostro tempo. La sua è una scelta di linguaggio , un album di immagini non ritoccate. Fatto di “scatti” che hanno preso il posto delle parole, nel momento in cui le parole tacciono (o sono messe a tacere)  certe realtà, scelgono altri argomenti , riferiscono altre rappresentazioni come luoghi della vita. Greco si rivela “fondamentalista” di un’altra poetica rispetto a quella che elimina sistematicamente ogni traccia di sofferenza, crudeltà, violenza; ha scelto l’immagine fotografica non per fare della semplice cultura figurativa, ma di parlare di forme di vita che vita non è, per traghettare l’attenzione su di un mondo terribile dimenticato dai media.

Le strade dell’Apartheid  è accompagnato da interventi che aiutano a decifrare la storia e la condizione di quei popoli. Strappa al buio del magazzino della memoria la vita di uomini, donne e bambini vinti ma non sconfitti malgrado la segregazione fisica, psicologica ed economica in cui trascorrono la loro quotidianità.Il libro è dedicato al fotoreporter siciliano Tano D’Amico ed è stato prefato da Giulio Di Meo.

Aldo Caserini

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Libri: “Due case”. Il nuovo romanzo di Aldo Germani ambientato nel lodigiano

“Due Case” il nuovo romanzo di Aldo Germani, da poco in libreria editato da Morellini che la Libreria Sommaruga ha presentato al caffé letterario, è la sua seconda fatica letteraria. Lo scrittore monzese aveva esordito cinque anni fa con “Le quattro del mattino”(edito da ExCogita), risultando finalista al “Premio Letterario Brianza” dell’Associazione Mazziniana di Monza e Brianza e vincitore del Premio Letterario “Il Ponte” dell’Associazione “La Sicilia e i suoi amici in Lombardia”.
Nato a Desio, cinquantadue anni fa, sposato e  separato con tre figli, ingegnere edile in libera professione, Germani è stato un ex capo scout e un ex insegnante di matematica ed è oggi un “insoddisfatto seriale” come si autoconfessa, con interessi per la fotografia in b/n, è un fan del cantautore Niccolò Fabi e supporter juventino. Sua madre era della “nidiata” di Salvatore Marazzina, sindaco di Massalengo e dirigente delle Acli, impegnatissimo nel settore dell’edilizia popolare e sociale. Quest’ultima “curiosità” spiega la collocazione del romanzo nel lodigiano, dove la madre scendeva “dai suoi” col figlioletto per lunghi periodi estivi. In quel paesaggio che Germani recupera dalla memoria e che fa da sfondo a una casa divisa in due da un’alta muraglia di cemento a causa delle rivalità sentimentali di due fratelli, protagonisti di dissapori e scombinate vicende familiari; fa correre il filo del racconto e delle sorprese; e fra contrasti,  malintesi, rivalità è un modo perdi opporsi alle distinzioni lasciate dalla guerra. 
Se “Le quattro del mattino” non aveva raccolto (almeno così parrebbe) tanta attenzione( tranne sicuramente quella dei giurati letterari), la frequentazione di un corso di scrittura creativa narrativa e i paralleli suggerimenti fornit da Gabriella D’Ina, ex consulente della casa Feltrinelli e docente IULM di un Master hanno convinto l’autore a sottoporsi alla “terapia” della scrittura e a compiere gli sforzi necessari per migliorarsi come narratore. “Due case”, è un libro che convalida la sua prestazione di scrittore, la conquista di quel qualcosa in più che era mancato al suo primo romanzo, cioè la capacità di racchiudere il contenuto nella storia raccontata.  In questo  secondo lavoro  intreccia situazioni ed esperienze di ogni giorno, che trasportate da un buon registro narrativo ricuciono le apparenze diverse di un viaggio quasi rituale di ritorno al paesaggio lodigiano degli anni cinquanta, prima della televisione, dove  con limpidezza di linguaggio e abilità di costruzione l’autore segnalata la povertà delle relazioni umane che accompagnavano l’esistenza degli uomini quegli anni. Germani non descrive solo,  fa “vedere” quello che pensa. Il suo  romanzo ha più sfaccettature che inducono a interessarsi dei luoghi, dei personaggi e della scrittura. Nel corpo narrativo sono affrontati aspetti delle relazioni familiari ma anche della condizione sociale che modella le esigenze della vita associata. L’autore non mette le cose sul semplice e questo lo rende convincente. Ha minuzia descrittiva nell’affrontare i residui oscuri della vita istintiva e passionale. Ma sa mettere da parte il rituale di certe situazioni e realizzare percorsi di psicologica unità. Non ci sono scelte audaci. Il lettore viene agganciato certo dalla trama, ma anche dallo spessore di personaggi conclittuali quali Pietro e Abele e dal piccolo Gae, che disorientato da quella barriera di cemento cercherà di scavalcarla dopo un pensare-immaginare non paralizzato dal clima tipico che si respirava negli ambienti rurali del dopoguerra. .

Aldo Caserini

Libri: “Alibi” di Emanuele Frijio esordiente codognese

“Alibi” è  un giallo di Fabio Giallombardo, uscito in contemporanea con “Alibi” dell’esordiente Emanuele Frijio,  ventunenne di Codogno, studente di scienze psicosociali e di comunicazione alla Bicocca di Milano.
Tra i due Alibi non c’è rischio di confusione. possibile.  L’opera di Frijio è un romanzo sulla mafia/e, in cui si mischiano immaginazione, cronaca, narrazione, analisi sociale: sono 126 pagine illustrate da Chiara Ghidelli, fresche di stampa editate da VJ Edizioni, una casa sorta sei anni fa “per dare spazio a nuovi talenti del panorama italiano”, promotrice del Premio Clepsamia.   L’esordiente è un giovane scrittore di Codogno che  punta al giornalismo, ma che mostra di avere anche un binario parallelo: la scrittura narrativa. In “Alibi” mette  a fuoco la propria adattabilità nel maneggiare la lingua come strumento di lavoro e di espressione, immergendosi e mescolando regole, descrivendo le organizzazioni di malaffare e criminali, la cui  storia è speculare a quella di chi vi si oppone (donne, uomini, singoli, associazioni, sindacalisti, imprenditori, politici ecc.).
La una narrazione a specchio scava nei fatti ma anche nella cultura e negli habitat mentali. A parte concretizzare le intenzioni dell’autore, a parte il corpo narrativo e gli espedienti creativi con cui Frijio da efficacia alla propria scrittura, il libro punta a suscitare reazioni emotive; da risposta non solo alle capacità dello scrittore ma a quel fondamentale della scrittura narrativa che vuole che non si debba “descrivere” bensì “far sentire”.
“Alibi” non aggiunge novità dal punto di vista conoscitivo. Né si vede avrebbe potuto visto  quel po’ po’ di contenuti messi insieme dai libri di Leonardo Sciascia, Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Salvo Vitale, Giovanni Falcone, Antonio Nicaso e dalle centinaia di libri d’inchiesta, reportage, investigazione – romanzi,  racconti, storie e soprattutto studi di antropologia, criminologia, ecc. – usciti in questi anni sul potere mafioso. Quel che l’autore porta in evidenza è semmai che l’interpretazione  data qualche decennio fa  delle organizzazioni malavitose non è più attendibile. Mafia, camorra, ‘ndrangheta,  sono sistemi che hanno perduto l’iniziale “colore” conferitogli dalla organizzazione, dalla omertà, dalle complicità, dai riti, dalla efferatezza dei suoi componenti ecc.; hanno cioè mutato pelle, strutturazione, “specializzazione”.  Negli ultimi  decenni le organizzazione malavitose palermitane, napoletane, calabresi, lombarde, hanno aggiornato il terreno dei propri interventi: oggi i loro interventi non sono più rivolti solo fondi agricoli, ma a Piazza Affari, ai mercati dei prodotti alimentari, “salvano” le industrie, esportano capitali, investono all’ estero, concordano strategie coi “ganga” e le “ghenga” ( stare insieme) bancarie e finanziarie, coi colletti bianchi della amministrazione pubblica, stringono patti coi politici disponibili. Le grandi città (Napoli, Palermo, Milano, Roma) sono uno spazio privilegiato della loro “creatività”, da dove si irradiano nei comuni minori.
Il libro di Frijio riporta l’attenzione sulle varie ottiche che danno  classificazioni al malaffare mafioso. I comportamenti che lo scrittore richiama attraverso una sorta di “inserti” mostrano come  l’alibi, sia uno strumento ben oliato  di difesa delle cosche, messo in campo per farla franca e ricostituirsi un’immagine morale.

Aldo Caserini

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LIBRI. ILARIA ROSSETTI: “Le cose da salvare”, Premio Neri Pozza

Con il racconto La leggerezza del rumore  di una decina di anni fa, la scrittrice lodigiana Ilaria Rossetti, insegnante d’inglese e conduttrice del Museo delle Arti Ettore Archinti di Lodi, vinse (un po’ a sorpresa) il Campiello Giovani inducendo certezza ai conterranei (cioè noi) solo dopo che nelle librerie arrivarono Tu che te ne andrai ovunque e Happy Italy. L’anno scorso la scrittrice vinse a Vicenza il “Neri Pozza”, anche se il tam-tam del marketing si è avviato dopo un anno di preparazione e la fase del coravirus. Tra tante cose che si possono dire di Le cose da salvare  è che si tratta di un romanzo che esplicita la gran voglia della Rossetti di esprimersi e di appuntare in modo efficace l’attenzione sugli aspetti umani nascosti sotto le macerie di una tragedia, chiudendo così una parentesi di dieci anni condotta su altri terreni (insegnamento, Teatro Urlo, Caffè delle Arti, compartecipazione a mostre, ecc). Ora sembra consapevole del suo ritorno alla scrittura, tanto che ha dichiarato di stare già lavorando a un nuovo libro.

Considera (sogna) di “vivere come scrittrice”? gli è stato chiesto in una intervista. “Vorrei continuare a lavorare nel campo della cultura, dell’inclusione, che poi si sposa bene con l’attività letteraria”, la sua risposta, condita con la recriminazione che “in Italia non ci sono molte occasioni” rivolte alla “scoperta di autori”. L’ allusione alla politica delle istituzioni e a quella editoriale delle case editrici, si presta a una seconda lettura. Va riconosciuto che una certa intenzione polemica verso il sistema della “politica” non è mai stata estranea alla narrazione della Rossetti. Al proposito fa ricordare quanta se ne incontra in Happy  Italy: una signora entra in banca e pistola in pugno chiede al cassiere i soldi. La guardia giurata, non ci pensa due volte e egli spara alla testa. La pistola della donna però era finta e lei voleva semplicemente indietro i suoi risparmi di una vita, sottrattigli con gli oliati stratagemmi bancari da Gianpiero Fiorani, con quello che la stampa chiamava lo scandalo della Popolare di Lodi, riassunto nell’etichetta Bancopoli. Un gesto, quello della donna, dettato dalla disperazione e dal disprezzo dopo che la giustizia l’aveva beffata condannando Fiorani a pochi mesi di tranquillo soggiorno in galera. Anche questa una storia che parte dalla cronaca e intreccia una narrazione che è individuale e collettiva, giudiziaria e politica e che intreccia  una dettagli che investono la società e le esistenze umane come quelle toccate a un pover’uomo solo in una casa sotto un ponte che sta crollando. «Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giú tutto!» gli gridano i coinquilini in fuga. Ma l’uomo non riesce a muoversi, è preda di un dilemma che non lo fa respirare: quali sono le cose da salvare? Nel racconto, entra in gioco anche la politica, “con quel limite che c’è tra l’aiutare davvero una comunità e creare paure per generare potere.”

Cosa salverebbe lei dell’Italia oggi? viene chiesto alla narratrice. “La cultura nel senso più ampio del termine, come aggregazione capace di intercettare i bisogni della comunità, di comprendere le ragioni di certe posizioni, senza bollare come ‘ignorante’ o ‘pericoloso’ chi non la pensa allo stesso modo. E la capacità di noi giovani di adattarci, di muoverci attraverso aspettative che non trovano rispondenza nella realtà”.

I problemi, suggeriva ai giovani Paolo Cerchi, grande esperto di letterature e di teorie letterarie, in una sua appendice  a “La rosa dei venti”, non bisogna mai cercarli, ma solo trovarli. La Rossetti è una che li sa individuare sottraendo i fatti della cronaca alle esposizioni comuni, sviluppando selezionando quegli elementi su cui costruisce il racconto conferendo scioltezza e intensità al linguaggio, che sfiora, a tratti, il poetico. La sua scrittura è attenta a non confondere l’autrice coi personaggi, affida ai personaggi – in questo caso a Gabriele Maestrali e alla giornalista Caporali -, di mostrare o non mostrare, di dire o non dire, creando ciò che colpisce incisivamente il lettore, dipanando l’interrogativo “salvare che cosa? Se non ciò che sta nell’animo, nella mente, nell’esistenza dell’uomo, i momenti più intimi e veri dell’uomo che rimugina le pagine di vita trascorse coi genitori e la ex moglie, che la giornalista gli cava fuori con le sue domande e che si affacciano attraverso brandelli di lucidità e di silenzi tra crampi allo stomaco, nostalgie e rimorsi che simboleggiano il conflitto fisico e metafisico del protagonista. Dai diversi momenti la Rossetti ricava slancio per la trama narrativa, caratterizza i personaggi, da  tono giusto alle ambientazioni. Il risultato è tagliente, immediato, anche quando il tessuto sembra concedersi qualche scorciatoia, che alla fine, nei contenuti, risulta sempre caricato dall’emozione e dalla poesia.

Aldo Caserini

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LIBRI: “La mia esperienza col cigno nero”, un libro sulla “zona rossa” del castiglionese Michael Crea

La maggior parte delle persone ha un’idea propria di che aspetto dovrebbe possedere un libro self publisher ( avventura, argomento pratico, applicato, di sperimentazione; sentimentale, autobiografico, sportivo, umorismo , di orrore dramma e ironia, giallo miele e ricette …). Oggi gran parte dei libri editati o pubblicati in proprio, sono riconoscibili in tale modo. Il numero degli autori che si autopubblicano è in continua crescita in Italia. Ne abbiano riscontro anche sul territorio.
Le figure dell’ artista a la pages e dello scrittore, hanno preso il posto a quelle del poeta e del vecchio pittore. Sono infatti sempre più numerosi coloro che scelgono di pubblicare autonomamente un proprio libro o scritto o catalogo perché l’editore al quale si erano rivolti li aveva scoraggiati o snobbati o perché – almeno così essi dichiarano – vagheggiano libertà creativa e autonomia nel gestire le fasi costose della promozione e diffusione di un proprio libro da poter raggiungere in modo diretto i potenziali lettori.. Tutto questo indipendentemente dal fatto che i loro libri risultino o meno ben scritti,, rispettino le minimali regole di scrittura narrativa, posseggano chiarezza di stesura e di pensiero, mostrino una qualche modernità audace di stili, affrontino temi d’attualità e delineino trame avvincenti e situazioni interessanti d’attualità, usino bene parola scritta. Alla fine sono sempre una sorta di “edifici” votati a rimanere in piedi. Se non reggono può dipendere da tante ragioni: il filo conduttore dell’argomento, il modello conduttore, le cause ambientali, economiche, culturali, temporali, l’emotività dei lettore ecc.ecc. L’unico patrono del libro non è il nome della casa editrice, la recensione, l’anticipazione su questo o quel giornale, il patrocinio e il sostegno di qualche ente ente pubblico locale o fondazione, ma è il pubblico e questo è garantito se il pubblico non è distratto, disinteressato all’ argomento, è poco portato alla lettura e manifesta scarsa generosità verso chi ha affrontato l’esperienza dello scrivere. E’ vero che oggi molti debuttanti si appoggiano ai nuovi sistemi mediatici (Facebook, Twitter, Youtube, Instagram ecc.), come il castiglionese Michael Crea, ma anche qui gli imprevisti non sono mai del tutto assenti e poiché sono sempre tanti, quanto lo sono i punti e le virgolette, gli aggettivi e le metafore in un libro, chiudiamo il nostro “pistolotto” per non farlo troppo lungo e noioso.
Quel che ci auguriamo e auguriamo al libro di Michael Crea, il giovane castiglionese uscito indenne dalla quarantena del corona-virus, autore di questa sorta di diario e di testimonianza messe sotto il titolo La mia esperienza col cigno nero, redatto in quarantena, senza “velleità” di impronta letteraria o narrativa e dedicato alla propria madre Tiziana, non incontri un qualche “imprevisto” da doverlo resocontare con un’altra metafora del cigno nero..
Laurea in management, 31 anni, consulente in una azienda energetica di Piacenza, Michel Crea ha liberato nel suo libro la propria personalità per dare voce non a segreti incontrati , ma a sentimenti e a emozioni profonde che l’hanno raggiunto. E’ perciò un libro che esprime le commozioni e le trepidazioni vissute da lui e dai suoi familiari e da altri, mostrando “senza dire”, facendo “vedere” quanto provato: il dolore, le speranze, lo spavento e…la fiducia nella vita. Il suo raccontare mostra anche un certo stile, esprimendo con le parole della gente il contenuto del sentimento rappresentato.
La mia esperienza col cigno nero è il riassunto dell’esperienza di lunghi momenti dolorosi più che mostrarli, come hanno giù fatto numerosi scrittori esperti di scrittura. Lui invece riferisce, non mostra. E’ riesce a far vivere quei momenti ai lettori. Nel volume si ritrovano raccolte le emozioni dolorose vissute ed espresse anche di altri. La narrazione non è generica, né imprecisa, né superficiale o artificiale. Crea non esita ad appoggiarsi a facoltà immaginative e linguistiche per riflettere i contenuti. In sostanza si espone. Tiene cioè conto  dei destinatari del suo sforzo.
Aldo Caserini


		
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ORWELL (ERIC BLAIR) di Pierre Christin e Sebastien Verdier, tradotto da Fabrizio Arcari

In copertina c’è un volto dai tratti decisi, è quello di Orwell (Eric Blair), narratore morto giovane, che ha avuto un’esistenza sfaccettata, assolutamente inimmaginabile per chi abbia letto magari soltanto il suo romanzo più popolare e famoso, La fattoria degli animali e 1984 e su di esso si sia fatta un’idea dello scrittore.
Composita ed eterogenea da sfuggire a ogni tentativo di associarle i attributi è anche la ricostruzione illustrata che ne fa Sébastien Verdier avvalendosi dei tocchi di colore di Philippe Ravon, e dell’alternanza di stili, e cromatismi di altri disegnatori, coinvolti con l’intento preciso di offrire una immagine poliedrica dello scrittore britannico. Da parte sua Pierre Christin evidenzia con caratteri dattiloscritti, stralci ricavati da interventi di carattere autobiografico di Orwell. L’ampio volume pubblicato da Ippocampo permette l’immedesimarsi e godere una piena fruizione dei disegni, che accompagnano il lettore alla conoscenza minuziosa della personalità e dei ruoli dello scrittore sudamericano, a partire da quelli dell’infanzia a quelli tormentati trascorsi in collegio in Inghilterra, dal periodo degli studi alla scelta spiazzante di entrare nella Polizia Birmana e tornare in Oriente, seguendo le orme paterne e ritornando sulle tracce delle proprie stesse origini.
Quello che emerge dal volume di Pierre Christin e Sébastien Verdier con la partecipazione di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, “decifrato” da un bravo e vero traduttore, Fabrizio Ascari, è pertanto uno scrittore-personaggio, un Orwell collegiale, poliziotto, proletario, dandy, miliziano, giornalista,ribelle, romanziere, eccentrico, socialista, patriota, giardiniere, eremita, visionario.
Ne vien fuori la figura di un uomo idealista ma anche tremendamente carnale, semplice, ambizioso, stravagante, utopista, fantasioso, ora vago, ora reale, ora amplificato, coerente, sbandato. Insomma sfaccettato, come in copertina del libro. Da leggere e vedere.
Il libro. “Orwell” di Pierre Christin e Sébastien Verdier;   L’ippocampo,  2020,pag. 160, € 19,90, trad. Fabrizio Arcari

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Panorama artistico lodigiano: TINO GIPPONI critico d’arte. Tutto cominciò con Achille Funi

Il critico d’arte Tino Gipponi

L’esercizio della critica d’arte è un’esperienza semplice, senza difficoltà? Tanti vi ambiscono, tanti si spacciano tali sui social, tanti praticano la disciplina senza neppure sapere che essa reclama, dedizione, studio, aggiornamenti, non solo quindi l’esercizio di scrivere ma il combinarsi problematico di occhio critico ed esperienza estetica, filosofica, storica.

C’è diversità tra la critica e la cronaca d’arte, come c’è distinzione tra l’esperto e il conoscitore. Molto dipende dai campi estetici in cui ci si colloca. Il critico d’arte e il critico letterario muovono su una linea di distinzioni: l’osservazione, la descrizione, la contestualizzazione, l’analisi, l’interpretazione, la caratterizzazione e infine il giudizio; il cronista spesso commenta e distingue sulla base del proprio gusto fornisce un apprezzamento veloce, di compiacenza a sollecitazioni esterne all’opera. Tre fronti si dividono: da una parte sta chi sostiene che: l’arte è conoscenza, sia pure conoscenza di un tipo particolare. Dall’altra chi sostiene che: l’arte è semplicemente fare. In mezzo sono le altre posizioni, compresi i mitografi, coloro che si raccontano per dare sfogo alla propria vanità e senso alle loro aspirazioni.

L’informazione culturale dice quel che c’è, e di quel che c’è chiede ragione; la critica aiuta a muoversi in questo bosco e anche quando si divide al suo interno istituisce un quadro dialogico che aiuta a guardare verso orizzonti più “comprensivi”.

La dimensione critica di Tino Gipponi è quella di una puntuale adesione prima alla “concreta conoscenza” poi a penetrarne la “sintesi espressiva”. In sede critica, più di altre cose, per lui contano “la lettura del lavoro, la testualità delle opere, l’analisi del percorso creativo”. Un metodo che da rilievo “al linguaggio delle forme, alle scelte strutturali, al risultato e alla elaborazione dello stile” Le sue qualità di critico ed esperto sono note dalle tante mostre organizzate e presentate, ma anche da una quarantina almeno di biografie, studi e scritti di artisti locali (Gianni Vigorelli, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno, Felice Vanelli, Mauro Ceglie, Natale Vecchietti, Bassano Bassi). La stessa fedeltà alla propria prassi d’indagine critica la si ritrova nei testi su artisti nazionali (Achille Fiume, Franco Francese, Alfredo Chighine, Enrico Della Torre, Gianfranco Ferroni, Roberto Crippa, Ennio Morlotti, Gianfranco Cerri, Livio Ceschin, Attilio Rossi), nonché nelle pubblicazioni in cui sono presi in esame gruppi, correnti, poetiche, tecniche, linguaggi, fasi storiche ecc (Protagonisti di una amicizia ideale, Grafica, Abc del disegno, L’impressionismo, L’ìnquietudine del volto, La stampa d’arte antica,La collezione Rosa Mazzolin, Maestri del Novecento, Gilardo da Lodi, Pittura e scultura del XX secoo a Lodi e nel Lodigiano, Morire sconosciuto e misero- Carteggio Francese Chighine, L’arte è passione. Da Funi a Capogrossi), ma anche libri in cui affronta materie di soggetti diversi, che lo segnalano per la vitalità e lo spessore intellettuale di scrittore e saggista (Tempo e morte, La veridica storia di M.Cosway, Stato e Chiesa nella Civiltà Cattolica, All’ombra di Dio, Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla, La piombara della vita, Novità dall’archivio Cosway, La poesia di Ada Negri, La maestra Minestra a Crespiatica ). Non di secondaria importanza, dal momento che hanno contribuito a far crescere una certa coscienza critica sul territorio sono infine gli interventi critici redatti per i cataloghi curati per le mostre da lui stesso organizzate (Angelo Palazzini, Mario Ottobelli, Il Segno. Da Picasso a Morandi, Franco Ferlenga, L’ anima del Novecento Da De Chirico a Fontana, Giuseppe Sala, Morlotti Chighine Della Torre Maffi, Bassano Bassi, Ettore Pasetti, Ambrogio Tironi, Dimitri Plescan, Enzo Vicentini, Cristoforo De Amicis, Arturo Bonfanti, Il disegno – Il nuovo nella tradizione, Giuseppe Guerreschi, Francesco De Rocchi, Parole e immagini, Idea per una collezione d’arte moderna, Prova d’autore, Ettore Archinti, ecc.). Tanti interventi e “contributi”, che hanno spaziato dalla pittura alla scultura, dalla saggistica di argomento biografico, letterario, etico, storico. Materie per le quali non esiste un vocabolario concettuale unico, che a volte costringono la critica ad affrontare l’analisi dei temi con metodo analogico o per differenza, ponendo attenzione ai rischi di deviazione, ai tanti scogli e ostacoli che Gipponi sa superare da studioso, attento nelle analisi alla terminologia di riferimento, con proprietà lessicale, da vero conoscitore e non da semplice amatore svagato, attraverso un metodo che gli permette di impadronirsi dell’argomento o del risultato attraverso lo strutturarsi e il configurarsi del percorso creativo.

Gipponi compirà in ad agosto gli ottantaquattro anni. E’ sul fronte della cultura da almeno una sessantina di primavere. Le sue pubblicazioni di cui abbiano fatto cenno (consapevoli di quante ne avremo “saltate”) costituiscono una ricchezza documentale che ha contribuito a sprovincializzare l’occhio della borghesia e del ceto medio locale. Abitualmente si parla e molto degli artisti,, dei narratori, dei poeti, dei loro lavorio e delle loro scelte. Noi abbiamo voluto l’accento su una vera e propria disciplina che non utilizza gli strumenti del dipingere o quelli del più ovvio punto di partenza letterario, ma quelli dell’analisi e della critica, di cui non si fa mai cenno, ma che richiedono preparazione, tenacia, conoscenza, documentazione e aggiornamento per avere, come Gipponi ha, sempre qualcosa di nuovo e importante da dire, dopo il tanto che ha già detto e scritto.

Aldo Caserini

 

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