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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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Libri/ Il gatto educatore di Silvia Ferrari

Notava Gianni Rodari, autore di culto e autentico maestro della fantasia del quale si sono compiuti a gennaio i cento anni della nascita, che fiabe, racconti, storie,filastrocche partecipano “a educare la mente” dei bambini.
L’attività di Silvia Ferrari, 46 anni, madre di due figli, scrittrice di Valera Fratta, da anni maestra e pedagoga di scuola primaria al comprensivo Collodi dove con originalità “traduce” e “verifica” un proprio metodo per avvicinare alla lettura i bambini con l’obiettivo di educarli  a diventare dei buoni adulti e dei bravi cittadini. Come nel racconto su Covid19, dove Crono, Virna, Nora, Sira – le iniziali di tutti i nomi sono nella parola “coronavirus”. La storia non la riveliamo, il lettore la potrà trovare sul sito http://www.silviastrocche.it, insieme ad altri racconti. Diciamo solo che il finale lo tirano fuori i piccoli lettori, che così rivelano le loro emozioni sull’emergenza.
Da alcuni anni l’originalità dei contributi forniti dalla Ferrari è legata alla didattica, in particolare a un modo di concretizzare un modello di scuola nuovo, una sorta di “officina” di scambievolezze sociali e culturali, dove le parole hanno un loro peso, nello scrivere e nel comunicare. Nei suoi libri, a partire dal primo “Le strambe storie”, a cui son seguiti “Le Silviastrocche”, “Il cavallo Gelsomino”, “Dolce Natale”, “Carolina e Giacomina” e varie antologizzazioni di racconti e poesie, si avverte lo spirito di Barbina. la Ferrari racconta storie che costituiscono un vero  “cantiere educativo”, dove  sono tenute insieme tante cose, soprattutto un rinnovato valore e impulso significativo delle parole e un’ampia panoramica del pensiero creativo e del suo patrimonio narrativo. Nell’ultimo libro “Il viaggio del gatto Palmiro” (In fila indiana Edizioni, Ill. V. Geroni, 2020, €14,99) il protagonista è un micio molto bello, ma anche molto arrogante, di quelli che tengono le distanze, che si ritengono unici e importanti. Un po’come tanti giovani d’oggi. Un bel giorno si entusiasma dei viaggi e pensa di andare a vivere altrove, in un paradiso per gatti soli. Tradotto ipso facto nonostante il viaggio duri un anno. Entusiasta di partire va incontro subito a una serie di vicende sfortunate e imprevisti che lo costringono a scopire sé stesso e a rinunciare alla propria boria per trovare aiuto negli altri. Il libro piace ai bambini ma anche ai genitori, non solo per la sua leggerezza ma per gli insegnamenti.
Aldo Caserini

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ANTEPRIMA/LIBRI – “QUARTETTI”, Anelli e Conti, poesia e pittura. Un gioco a due

Forse un regalo per le feste può essere “Quartetti” di Amedeo Anelli, una quarantina di paginette, pronto per il lancio (nella prima decade di dicembre) edito da Libreria Ticinum di Voghera, la stessa di “Kamen’.
E’ rivolto a chi ama la poesia o ne è attratto,  bambini e  adulti. Può anche dare  più luce al poeta sulla scena dagli anni Ottanta quando si presentò con  Quaderno per Marynka, e oggi si distingue (si sottrae) al clima e ai materiali dei tanti poeti che muovono il “sistema “.
All’esame dei fatti formali “Quartetti”  è un libro  un po’ diverso dai precedenti, la forma della filastrocca non è quella canonica tradizionale, richiede più confidenza con gli accordi a più voci, che Anelli aveva già reso espliciti in Polifonii, una selezione di testi tradotti con cui aveva dato riconoscimento a una  versificazione polifonica; in più ha un intento didattico vivo, rivolto anche al saper vedere.
Il poeta si conosce:  non prende in prestito espressioni di moda, anche quando ha un tono confidenziale; regala rare volte ironia e auto-ironia ( nella nota al libro esibita come sberleffo). In Quartetti manca ogni idealizzazione, tranne  quella simbolica dei gatti  e lo sferragliare del treno a due metri da casa. Si  ritorna al poemetto, ma senza parentele.
Se le composizioni non hanno misure “a norma”, il linguaggio (recente) si fa ulteriormente notare: è arricchito, variato, perfezionato, l’ eclettismo ha una sua  consapevolezza. La tecnica riceve forza dalla filosofia, entra dentro i contenuti e da spessore ai messaggi.
Il rapporto col reale si avverte, ma non è impostato preventivamente. Al contrario c’è compenetrazione tra suono, ritmo e significato, anche se l’invito del poeta all’interlocutore non è tanto di entrare nel ritmo della versificazione, ma in concordanze di poetica.
Diciamolo per prudenza: questi nostri “distillati” interpretativi non sono critica, ma note – la buccia. L’ analisi tocca agli esperti.
A volte, nel  libro, le parole sembrano germinate da un terreno vangato dalla”ricerca”  Borges lo spiegherebbe con la metafora ( di Keats), della pietra lanciata nell’acqua di un fiume per cui le immagini si creano senza la ricostituzione delle prime.
L’autore ce lo spiega con chiarezza :“Ho preso la forma della filastrocca e l’ho resa polifonica ad alto grado di complessità, ma leggibile anche ai bambini al primo strato della “cipolla” in questo modo i testi sono accessibili sia ai bambini sia ai grandi, cui può essere richiesta nell’apparente tono scherzoso un alto gradiente di conoscenze e di pensiero…e di avventura speculativa”.
Gli da una mano lo scrittore Guido Conti che si fa complice di un dialogo dove pennello, segno grafico e  disegno spostandosi fra l’iconico e l’ aniconiconico contribuiscono al gioco a due tra parole e disegni”.

Aldo Caserini

Il libro:  “ Quartetti”, poesie di Amedeo Anelli,  acquerelli di Guido Conti; editrice Libreria Ticinum, Voghera, pagg.38, ill. a colori, €18, dicembre 2020

LIBRI: Le nuove memorie (discrete) di GIANMARIA BELLOCCHIO

 

Non c’è il due senza il tre” recita un vecchio proverbio popolare, per dire che un risultato o un evento si ripete almeno due volte. E’ un detto di sapienza che si esprime in chiave ottimistica quando l’esito è riferito a qualcosa in cui speriamo.
Ispirato (si fa per dire)  da una musa onnivora  con cui ha infiorato di fatti, fatterelli, incontri, aneddoti e memorie 160 pagine di Succede vivendo 3-Memorie discrete (stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi, editore Bolis, Bergamo, in distribuzione dall’ ottobre 2020, € 12,00)  Gianmaria Bellocchio, l’autore, si domanda  “Adesso come faccio a fermarmi?”. Il proverbio ha un seguito (…e il quattro vien da sé).
A noi recensori non resta pertanto che attendere il  quarto volume che qualche amico (linguacciuto)  fa sapere  d’essere già in preparazione.
Da recensori minori che si affidano nel migliore dei casi al gusto individuale, e nel peggiore a teorie estetiche strampalate e che scriviamo di libri e autori per mera informativa ad uso del lettore volenteroso e perbene, non resta che  impegnarsi in qualche descrizione empirica. Principalmente dopo che nel risvolto di copertina lo storico Ercole Ongaro  gli ha dedicato, con  invidiabile sintesi,  tutto quello che un critico può riconoscere e dire di uno scrittore: “lo stile limpido e misurato, la varietà di toni, la profondità di sentimenti, una vena di umorismo non artificioso,il culto delle relazioni, l’empatia che le caratterizza, la custodia della memoria degli amici scomparsi. Una attribuzione a cui c’è poco da aggiungere, se non che nel libro l’autore manifesta particolare attenzione oltre che alla buona tavola e ai ristoranti anche per la poesia. I dodici capitoli del libro sono tutti introdotti da citazioni di Gibran, Herriot, Scotellaro, Pozzi, Saba, Pascoli, Dal Bianco, Merini, Carlesi, Lorca, Tugan, Ungaretti, Zafòn e della lodigiana Chiara Cremonesi.
Anche nel suo nuovo lavoro Bellocchio si destreggia a narrare sentimenti, ricordi, affetti, amicizie, simpatie, incontri, chiacchiere e a richiamare la forza e il piacere della poesia.
Può darsi che ad alcuni lettori non ponga nessun problema, neppure di curiosità, tanto esso può apparire ovvio. Ma in ogni caso, per essere espliciti, va riconosciuto, per riaffermare come il “raccontare” di Bellocchio sia la diretta conseguenza della sua storia personale e familiare, della vita quotidiana che intreccia l’esistenza a giudizi e responsabilità culturali  e alla rivisitazione del passato con l’attualità. Ma può anche darsi che ad altri colpisca il suo tenere insieme l’amore e l’arte, il colloquiare e la poesia, l’autenticità delle piccole cose e dei fatti e fatterelli e, i momenti di invenzione letteraria, un garbatissimo umorismo col rinverdire ricordi, emozioni, luoghi…
Per uno come noi, che scrive senza essere un recensore, cioè un critico letterario,  non è facile affrontare l’intera dinamica di questo libro. Individuare i passaggi importanti, metterli nella giusta prospettiva, portare a termine l’analisi.
Oggi molti scrivono, pochi comperano libri, pochissimi leggono. Eppure la scrittura appare un esercizio di facile accesso. Basta vedere il rivolo dei nuovi scrittori che si inseguono nel lodigiano.
Perché Bellocchio scrive?  E’ la domanda che diversi si pongono. Perché si è messo a scrivere lo confessa lui stesso nei suoi libri. A noi piace ricavarlo dalle dediche. L’ultimo libro è dedicato a sua moglie Antonia e a suo figlio Matteo, ma se leggiamo “Diventare uomo”, scopriamo anche l’esistere di un “ filo rosso che lega le generazioni”, l’arrivo di Giada, figlia di Eleonora e ll raccontare semplice di cose semplici imprime una permutazione allo stile, che diventa dolce, tenero, attenzionato

Bellocchio scrive “per parlare con la gente”, e, forse, questo lo diciamo noi, con sé stesso. Per chiarire le  idee, fermare la memoria, capire di sé e del mondo. Che son poi corollari per un autore in cui non c’è pretesa letteraria, non ha rapporti conflittuali di stile o di linguaggio, scrive di cose spesso intime, che rivelano sentimenti nascosti, con uno stile che accorda tratti musicali. Si potrebbe dire quale scrittore lo influenzi, ma commetteremmo una enorme idiozia…

Sappiamo tutti che la scrittura non nasce dal nulla, ma da una cultura fatta di tradizioni, di idee, di libri, di linguaggio, di gusti. Scrivere pagine semplici vuol dire scrivere buone pagine. E’ diverso dallo scrivere  piatto o banale, che non comunica umanità, emozioni, sentimenti.  Nei rendiconti di Bellocchio circolano anche, senza pomposità, parole di estetica, di etica, insieme a una naturale capacità affabulatoria.
“Succede vivendo 3” è un distillato di fatti, tracce, esperienze, reminiscenze, persone; in esso c’è la consapevolezza che ogni persona o fatterello può insegnarci qualcosa; è un capitale sociale e di relazione; un ponte che mette in collegamento generazioni, amici, uomini e donne chiamate a rispecchiarsi negli universali di una comune e immutabile humanitas. Non è poco.
Aldo Caserini

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PRETESTI per ricordare Marcello Simonetta pittore

Copertina del saggio di Aldo Caserini sul tema dei”Pretesti” di Marcello Simonetta Ediz. Schiapparelli Arte

Ci piace ricordare l’amico pittore Marcello Simonetta di Spino d’Adda, ma assiduo frequentatore dell’ambiente artistico lodigiano e sudmilanese. del quale ricorrerebbe, se fosse  in vita, il novantesimo compleanno. Fu un autentico produttore di “pretesti”. I “Pretesti” di Marcello si sono susseguiti da anni con singolare coerenza, attraverso una pittura che “riconfigurava” la rappresentazione mediante scenari artificiali, segnici, gestuali, lirici, potenti e minacciosi al tempo stesso, dove l’uomo si sposta in continuazione, dal cielo al mondo animale, e da questo a quello vegetale e via retrocedendo, introducendo coscienza e casualità – il primato del gesto e della riflessione, un sentimento, il bisogno di essre, la visione e l’intermittenza, l’oracolo caldaico -, la libertà nella fluttuazione di ogni equilibrio (non solo formale.” (da Aldo Caserini: Marcello Simonetta  “Pretesti”, Schiapparelli Arte).

Sue opere si trovano oltre che alla Provincia di Lodi a San Donato Milanese, alla raccolta francescana di Assisi, al Museo Puskin di Mosca, Osaka, Bagnocavallo, Bellinzona, Sada Coruna, Ferrara, Pieve di Cento, Bagnocavallo, Matera, Legnano, Pisa, Bologna. ecc..

“Raccontini di Cento Parole” di Alberto Raimondi. Contro il superfluo e il ridondante

di Aldo Caserini

Scrivere  “raccontini” di cento parole  – non una di più non una di meno – o cento drabble come è usato in fanfiction –  non è cosa senza difficoltà come potrebbe apparire. Più della costruzione subisce (e fa soffrire) la costrizione, le parole contate sopra alla narrazione. E’ un’esperienza che anni fa era stata tentata da una piattaforma letteraria, poi antologizzata, in due edizioni di AA.VV.100 Racconti di 100 parole da cui il lodigiano Alberto Raimondi ha ricavato il titolo del suo ultimo libro: una quarantina di racconti brevi (narrazioni, memorie, riflessioni, pillole, suggestioni ecc.) partendo da un  doppio convincimento: il primo, una piccola sfida “ai fiumi di parole e al mare di chiacchiere, di tanti talk-show televisivi e di tanti “social” e alla “alla sciatteria espressiva di tanti SMS”; il secondo, la certezza che la narrazione breve “anziché restringere il campo espressivo, ne incrementa le potenzialità”: libera il racconto “dal superfluo e dal ridondante”.
Di Alberto Raimondi e della sua passione per lo scrivere abbiamo detto in diverse occasioni. Il suo nuovo libro “Raccontini di 100 parole” (Youcanprint, pp.40, €7,00, ill. Pietro Terzini)), alla analisi critica già sviscerata non fornisce spunti ulteriori, se non suggerire la partecipazione di una “consapevolezza” che rende più rapida e vivida la memoria, da far rivivere le immagini e le esperienze accantonate come attualità. Gli oltre quaranta “raccontini” messi in stampa  rafforzano la tesi di molti scrittori che la vita non possa ritenersi completamente vissuta se non viene anche scritta.
Settanta passati, sposato con quattro figli e una nidiata di nipotini, Raimondi è stato medico pediatra all’O.M. di Lodi e da quindici è direttore sanitario alla residenza per disabili della Fondazione Danelli, coordinatore del Salotto letterario di Lodi, autore di libri di prose, poesia, saggistica, oltre che collaboratore di riviste letterarie, Raimondi esprime sentimenti, emozioni, suggestioni, riflessioni e tante cose. Nei suoi “raccontini” ci mette la vellutata apparenza di un “viaggio”, descritto con semplicità e grazia naturalissima. In alcuni vi si coglie il passato, che non vuole dire semplicemente nostalgia o un tornare indietro, ma una vertebra e un viscere che sta qui, resiste nel presente; di cui esistono e si possono cogliere segni importanti in affetti, simpatie, legami, destini, umanità. Senza celebrare il rito contemporaneo dell’indifferenziazione dei valori. Un rito che nella scrittura Raimondi riacquista solo nei modi formali, senza i connotati sfiguratissimi di tanta narrazione veloce dei  giorni nostri. Nella sua non c’è la finzione della parola che nasconde. Senza certificare la sua preferenza alla tradizione, la rispetta  convince, tenta, stuzzica con  l’etica e la morale, il messaggio del “dopo”, sostiene l’idea affettuosa e mai tragica della visione cristiana della vita. Si può dire che nel raccontare sembra volersi contemplare. Annota infatti come in un diario aspetti della sua vita attraverso immagini che sono sporgenti del tempo: le zie, i nonni, il fratello, gli amici. la moglie, i figli, i nipoti, sono tutti citati col nome a dare senso alle parole; lo stesso i paesaggi, il dialetto, gli studi al Ghisleri sono tutti appuntati, e con essi la figura del medico-scrittore si completa. Offrono una colata magica ai ricordi e alle rappresentazioni, attraverso una forma cordiale e familiare, mai concettosa e cifrata.
Nel raccontare di Raimondi cìè una amabile mescolanza di autobiografia, cronaca, meditazione, momenti sentimentali e lampi lirici che hanno il carattere di una trasposizione continua sul piano vitale della sensibilità. Anche se predominanti sono le immagini familiari e casalinghe, non solo le sole ad attrarre curiosità e simpatia. Nella loro cadenza s’inseriscono dichiarazioni interiori, spirituali, che l’esposizione non racconta come storie. Altre narrazioni escludono di colpo il carme dei sentimenti, riprendono uno spazio ragionativo, sempre autobiografico e meno innocente. Come nella segnalazione veloce degli scrittori preferiti e letti. Che hanno diritto a una citazione: J.K. Jerome,Tommasi di Lampedusa, Bassani, Meneghello, Bufalino, gli stranieri Sterne, Goethe, Cervantes, Proust, e Tostoi, “i poco amati americani” tranne Hemingway, “l’asciutto ed essenziale” A.B.Yehoshua, tutti che possono spiegare molte cose della attuale scrittura di Raimondi.
Nello stile di Raimondi non albergano tristezze, sbilanciamenti formali o corporei, personaggi fantastici. La scrittura è diretta, a tratti brillante, dirama un prisma di interessi umanistici. Il tono è sempre sereno, impiantato nella routine quotidiana realistica, distante però dal realismo della contemporaneità. L’autore segna una opposizione narrativa e di linguaggio alle tante parole che corrono attualmente. Dentro il lettore scopre tutta una mappa in scala del vivere, messa giù con sincerità, che corrisponde alla verità, un avanti e indietro lungo i fatti della vita.
Raccontini di cento parole costituisce una raccolta curiosa di piccole cose – momenti, nostalgie, affetti, ordinarietà, frammenti lirici – piccole cose fatte ricordare dalla mente e dal cuore e affidate a una scrittura a cui non manca il senso poetico.

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Libri. “Liquid wordl”: Poesie e pitture di Pietro Terzini. “Guardare in viso ai bambini per ritrovare noi stessi”

Pietro Terzini è pittore, poeta, e, a suo tempo – detto per non perderne memoria – fondatore, col suo amico musicista Renato Cipolla, di un gruppo hobbystico teatrale (sia pure di un certo teatro, musicale), che ha allietato il lodigiano con una serie di spettacoli. Soprattutto è noto per svolgere una attività ultratrentennale di medico psicologo e psicoterapista cognitivo e comportamentale dell’infanzia e dell’adolescenza, professione che è condotta assieme alla moglie Angela Papetti.
Avviato verso i “settanta  (è nato, nel 1949 a Mairago, dove tuttora risiede), Terzini pubblica periodicamente da una decina d’anni libri di poesie. L’esordio risale però a Chiaroscuri diffusi uscito almeno una trentina di anni fa, attività di scrittura poi ripresa dopo una lunga sospensione nel 2012 con Diario di uno psicologico di campagna” e condensata in una raccolta di componimenti realizzati tra il 1991 e il 2014).

Di recente – messi insieme una cinquantina di testi e una trentina di produzioni figurali in parte dedicate a volti di bambini e donne – ha realizzato per i tipi di Youcanprint “Liquid World”. Titolo azzeccato con cui l’anno passato aveva titolato la sua ennesima personale e che ora è stato ripreso per dare corpo e carattere a una colorita combinazione di quadri e poesie. Come l’esposizione all’ex-chiesa dell’Angelo, il lavoro, fresco di stampa, prende spunti da un gruppo di libri (Liquid Life, Liquid Times, Liquid Lov…) del filosofo polacco Zygmunt Bauman sulla postmodernità.
Se la pittura del mairaghino è di derivazione post-pop e si risolve in espressioni descrittive, l’accompagnamento a composizioni tendenti al diario, in cui si allineano, con un eloquio semplice, prossimo al registro del parlato, pensieri, memorie, sentimenti, meditazioni, polemiche rigorosamente preparate e definite negli ingredienti, mantenendo alla lingua il trattamento in cui il mondo e la realtà in cui nasce ( cosa che ai frequentatori quali noi, di parole archetipe e manipolate ricavate da paludi mentali, può  sorprendere). offre  spunti di riflessione che impongono una lettura lontana da ogni tentazioni verniciaste da giudizio strettamente letterario. Le immagini e le parole di Terzini restituiscono infatti una catena di atmosfere sull’attuale situazione mondiale di precarietà; sfruttamento, crisi ambientale, diritti umani violati, libertà, srotolate dall’artista insieme una serie di comportamenti umani che ci qualificano :”spettatori in platea” (In Questa società, pag.4 ); “corridori bolsi”  di una “ civiltà moribonda” ( in Today, pag.7 ); dominati dal “gusto di avere” destinato a durare  “sempre meno” mentre ”la dipendenza aumenta”( in Vorrei possedere, pag.8).

Liquid World è una raccolta che aiuta ad affrontare il sentimento di avversità e rabbia sobillato e rinfrancato dalla meticolosa espressione di marca sociopolitica; offre una lettura che aiuta a “curare” l’errata convinzione di chi siamo con le nostre generalizzazioni negative sul nostro prossimo, basate su criteri di valutazione discutibili quando siamo chiamati ad affrontare difficoltà, dolore e confusione, cercando ragioni dove non possono essercene, neppure ricorrendo allo psicologo: “Ragazza/ piangi d’amore/e parrai meno barocca/con più  silenzio/ gracile/   divinamente donna” consiglia il poeta in Gaia (pag. 10). Confesserà poi lo psicologo “Mi sento un po’complice /nel curare talvolta/ ferite che sono / segni di malessere/derivanti dall’adesione esagerata/a questa società…(in Il mio mestiere, pag. 11).
Il confronto coi temi urgenti dell’attualità e della quotidianità  è presente in quasi tutte le composizioni di Terzini: Pane quotidiano, Sul Corso, Selfie, Sono disconnesso, L’Altro, Il Caffè, Un vecchio e un bambino, Dall’oblò della nave. Al di là del muro, Gallina nera, Sogno, Donna, Volti…  I volti, ecco su cui egli rinsalda il rapporto poesia-pittura. Ai volti –  volti di bambini, di donne, di madri – sono dedicate in gran numero le riflessioni e i richiami di Terzini. Si tratta di volti che messi in pittura sfidano, mettono in discussione certezze, evidenziano la nostra incapacità di condivisione, di fratellanza. “Il volto non si può uccidere”, “parla”, rompe il “cerchio”, ci dice: “eccomi!”. Raggiunge con la potenza critica che instilla dubbi.

Nelle poesie di Terzini, come peraltro nelle sue pitture ( “Laudato si”, “Capelli sciolti”, “Bambine nell’erba”, “Gemelli separati”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Bambina soldato”, “Pietro e Amir”, “Cielo e mare”, “To eat or not to eat”, citiamo solo alcuni dei titoli dei suoi quadri) le parole non inseguono la suggestione lirica, non ricercano una lingua diversa (enigmatica, simbolista, post-simbolista, ecc.), non fanno esercizio di sperimentazione sul linguaggio, non si abbandonano al flusso labirintico della vita psichica e dell’immaginario). Le sue parole non hanno un rapporto critico-dialettico – di avanguardia, sperimentale, sublime, orfico, aristocratico –; sono autentiche di uso corrente quindi immediate, piegano il linguaggio poetico a un livello di tirocinio autonomo dai registri espressivi, approdano alla semplificazione dell’io narrante; liberano dall’estetismo letterario; lo fermano sui fatti quotidiani: internet (Hikikomori”, pag. 13), le tonalità uniformi delle passeggiate sulla via centrale (Il Corso, pag.17), le regole e comportamenti aberranti nella società. Pur con qualche aritmia nel motore e ingenuità per via di definizioni “stecchite”,  Terzini sembra far affiorare la convinzione che è stata di Brecht, e cioè che la poesia (e congiuntamente la pittura) non deve cercare la bellezza ma la verità.
La sua pittura-poesia è infatti un’arte da “capire”, nel senso che va prima “sentita”, in essa non ci sono evocazioni magiche, estasi del verbali e del visibile, vapori musicali; immerge in un flusso di pensieri e immagini che mescolano fatti, sentimenti, avvenimenti, mode, interessi, convinzioni. In modo che le linee narrative  intrecciandosi lasciano la convinzione che gli uomini stanno irrimediabilmente rovinando il mondo in cui vivono, decisi a farla finita con l’umanità intera. Non c’è  materiale cromatico. Nei quadri c’è il colore, che a volte è intenso, brusco, privo d’ ombre (salvo eccezioni), ma non da stringere nel senso del tonalismo.

Terzini è autore castigato, che ha rapporti di senso etico e morale, di intensi legami familiari come si capisce nei versi dedicati alla madre e al padre  (pag.65); è un artista convinto che l’uomo debba preoccuparsi del proprio lavoro, del proprio tornaconto, ma anche del destino di chi gli sta vicino. Il che in tempi di trumpismo, razzismo, sovranismi e “fabbricanti di paure” che “soffocano la solidarietà”, non è poco.

Aldo Caserini

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LIBRI: La scrittura narrativa nel lodigiano si rafforza. I nuovi scrittori commentati da Forme 70

Sono parecchi i lodigiani, soprattutto giovani, che in questi due ultimi mesi hanno scelto l’avventura dello scrivere e dei quali  Formesettanta ha “recensito” (Giorgio Magrelli non  ci avrebbe perdonato il termine).
“Scrivi che è la cosa più bella”, mi dissero quand’ero un ragazzino tredicenne, ed io mi misi in testa idee meravigliose. La cosa più bella oggi è che vedo sorgere Il sole. Per il resto sarà anche un piacevole “intrattenimento” o semplicemente, “un non pensare alle morte” come mi disse una volta  Indro Montanelli alla trattoria Camperio”. In ogni caso una fregatura, una trappola,  a volte persino “una galera”. Magari ti rovi anche bene a scrivere  di mostre, di libri, di avvenimenti culturali, come faccio da settant’anni, ma ci sono momenti che maledisci il giorno in cui hai deciso di fare questo mestiere. “Sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini. Naturalmente, altri tempi.  Oggi, se anche dedichi una giornata e più a scrivere di un chicchessia e del suo “prodotto” raccomandato (mostra, libro, evento, artista, poeta, conferenza) manco ricevi un “grazie”. Meglio così, in tal modo, puoi continuare ad essere più libero, d’essere più generoso con chi vuoi tu e fare torto ad altri che non ti convincono.
Metto per iscritto le note redatte negli ultimi trenta giorni così i fedelissimi lettori potranno verificare come abbiamo surfato sull’ onda della leggerezza:

Andrea Faliva:        “Il bel giorno che conobbi Nelson”
Massimo Valente: “Alla fine della strada”
Giampiero Curti: “Pioggia”
Anna Rigamonti: “Apprezziamo
Dario Mondini: “Diario di un perdente di successo”
Aldo Germani: “Due case”
Andrea Maietti: “Giuanbrerafucarlo. Secondo me”
Alan Zeni: “ Baci di AZ”
Emanuele Frjio: “Alibi”
Ilaria Rossetti:Le cose da salvare”
– Luca Greco: “Le strade dell’Apartheid”
Michele Crea: “La mia esperienza col cigno nero”
Fabrizio Arcari: “Orwell”

Sono titoli in maggioranza di scrittori debuttanti, anche se alcuni di loro  hanno già familiarità con lo scrivere. Segnalano che nel campo  delle pratiche culturali gli interessi si stanno spostando. Se aumenta l’offerta di nuovi titoli e tentano di farsi strada nuovi scrittori, vuol dire che cambia anche il consumo (la lettura) di libri. Ma questa è solo una regola di mercato che non serve a raccontare il virus dell’industria editoriale.
Alcuni dei nuovi narratori del territorio affrontati si distinguono per la scrittura, altri per la costanza, altri per saper mettere in produzione narrativa cronache e fatti, altri ancora per la passione con cui si sono schierati, altri, infine, per unire alcune di queste qualità. Se è vero che i talenti del Creatore vanno poi messi a frutto, alcuni degli esordienti ce la stanno mettendo tutta per farli fruttare, affidandosi alla comunicazione, alla pubblicità, all’ informazione, alla promotion.
Sbaglia chi pensa che la prosa sia solo l’originalità di quei pochi che sanno scrivere. E’, invece, soprattutto, del lavoro certosino, maniacale: stendere, cancellare, correggere, limare, stravolgere, arricchire … sostenere (investire) per diffondere il risultato (il libro, oggi detto anche prodotto).
Un libro può essere partorito per molte ragioni: per un bisogno o un travaglio interiore proprio; per la voglia di scrivere, di mettersi alla prova, di cercare evidenza, di comunicare, di sentirsi dire “bravo” o “brava”, di mettere sulla carta quel che si è sentito dire con le proprie orecchie o vedere con i propri occhi; per raccontare, per dar sfogo al fabulare; per bagnare il naso a questo o  quel concorrente, suscitare insicurezze e gelosie e (perché no?) risentimento, invidia; per mettere alla prova la propria capacità: lasciarsi ispirare dalla prosa di qualche scrittore, farsi amare o invidiare (il successo disturba soprattutto chi non  ce l’ha), oppure, dato i tempi che corrono, mettersi in gioco con un mestiere nuovo (il compenso che alletta? Ma va …). In questo caso catturare l’attenzione di qualche politico è d’obbligo, o di qualche direttore di banca o di un esperto del giornale locale (dietro cui c’è sempre un po’ il sospetto della combutta o della camarilla). Poco importa se poi ci dedica vagonate di banalità o smentisce quello che prima aveva detto un  altro suo collega. E’ il saldo che gli oracoli del nuovo danno prova regina in tanti loro interventi. Capita anche a noi che scriviamo per combattere le emergenze del lockdown del Covis 19 di caderci dentro, illudendoci di tenere il passo a quel che accade nel mondo della letteratura di casa e dell’arte semplicemente offrendo un affresco che spesso fresco non è. (Aldo Caserini)

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Libri. Il debutto in scrittura del casalino Andrea Faliva. Un libro contro bullismo e razzismo nelle scuole e nello sport

Come scrive lo spezzino Alessandro Zaccuri,  saggista, scrittore, poeta, inviato culturale, giornalista di Agorà, la pagina culturale di Avvenire, autore di Citazioni pericolose, Milano la città di nessuno, Dopo il miracolo,  un romanzo è più della storia che racconta. “Non che la trama non serva, pur non mancando gli scrittori che della trama fanno a meno senza che il lettore neppure se ne accorga: Ma anche quando una storia c’è (ed è magari la storia di una vita) molto dipende dal modo in cu si sceglie di raccontarla” (Agorà, 11 agosto).
C’è dunque chi scrive trascendendo i propri pensieri e si affida al linguaggio e chi  intende offrire qualcosa di più di un semplice enunciato.

Due sono le domande che l’esordio in scrittura del casalino Andrea Faliva – 23enne, universitario alla Bicocca, allenatore della Juventina 2007, giornalista sportivo, relatore della Associazione Donatori Midollo Osseo di Lodi – pone come fondamentali: ”Che cosa?” e “Come?”.
Cosa cerca di dire “Il bel giorno che conobbi Nelson.? ( Dialoghi editore, Viterbo, luglio 2020). A colpire maggiormente è il messaggio. La trama, dapprima sviluppata in modo apparentemente lineare fa poi affiorare riflessioni fondamentali, d’attualità. Lasciati gli accorgimenti retorici dello scrivere l’autore  fa circolare con le esplorazioni le riflessioni, fa emergere la dimensione intellettuale del discorso: un ragionare che scava aspetti che sono a volte indisponenti e rischiosi, spesso aggressivi e violenti, presenti nello sport dei giovanissimi, ma anche nei comportamenti della scuola e della famiglia, considerati spazi protetti, di formazione e crescita, di relazioni sociali e apprendimento,
Il protagonista de “Il bel giorno che conobbi Nelson”  ha nome  “Momo” Un nome che fa subito andare al Momo del libro fantastico per l’infanzia del tedesco Michael Ende che è tanto piaciuto agli adulti. Ma non c’è rapporto. Il personaggio di Faliva è un ragazzo dalla figura verosimilmente reale mentre quello di Ende è una bambina di fantasia, che vive in una città dove ci sono templi dorati, alti palazzi di re e imperatori e grandi mercati,  Momo è un ragazzino di prima media, arrivato dal Senegal in provincia di Bergamo, che dopo avere attraversato col padre il mare e i suoi pericoli in cerca di un “futuro”, una volta iscritto a scuola deve fare i conti con pregiudizi, preclusioni, tabù di coetanei che sembra odino il colore.
Il bullismo  è un fenomeno diffuso nelle scuole, ed è una delle chavi che crea tensioni tra il ragazzino e i compagni; non è la semplice manifestazione di immaturità di una certa età, ma l’affiorare di una forma di dominio, di controllo. Le sue manifestazioni, prima ancora di atteggiamenti di rivalità e competizione, contiene tassonomie razziste di distinzione. Un fenomeno non solo della scuola frequentata da Momo, ma che avviene anche nella pratica sportiva, dove si afferma come demarcazione di confine razziale, fisico ed anche estetico, da  evidenziare la natura costruita e ideologica, tra l’altro manifestata dalla preoccupazione ossessiva alla individuazione dei “clandestini” degli “invasori” degli altri, i “non bianchi”.
La segregazione residenziale e l’ostilità dichiarata a una educazione non differenziata, agiscono a loro volta come fonte di identificazione e mobilitazione politica a favore di chi punta su un riequilibrio delle disuguaglianze e delle pratiche inique.
Sono questi i temi hanno dato spinta ad Andrea Faliva, di mettersi a raccontare “la piaga sociale del razzismo” a scuola, nello sport, in famiglia, in politica, nella società.
Lo scrittore fa intendere come scuola e sport, che i media enfatizziamo come  momenti di unificazione e integrazione, sono in realtà anche momenti di maltrattamento e forme di intimidazione.
I piccoli sono spesso quel che sentono dire in casa dagli adulti, mentre in classe il bullismo all’interno delle classi è fenomeno “silenzioso” praticato subdolamente da accorgersene  a fatti accaduti.
Nel racconto di Faliva è una partitella di calcetto a scoperchiare la natura delle rivalità esistenti tra Momo e Marco leader della scuole. Dall’analisi dei comportamenti lo scrittore fa maturare riflessioni di carattere generale e coinvolgenti: perché anziché invocare lo psicologo non si raccontare ai bambini e ai ragazzi la storia di Nelson Mandela?
Momo e suo padre – dice lo scrittore – non sono “migranti”, ma “uomini e basta”. In un contesto sportivo che lo comprenderà e lo stimolerà, Momo riuscirà alla fine a liberarsi della nostalgia della sua Africa, a farsi trascinare dalla scuola che prima voleva abbandonare e ad arrivare alla laurea. Diventerà avvocato e fonderà una associazione per assistere immigrati ed emarginati. Gli immigrati cesseranno di esistere  come “persone di colore”.
E’ un buon esordio quello di Faliva. Una sorpresa. Per contenuto  e stile di scrittura che rivela capacità di suggerire qualcosa “tra le righe”, di trasmettere un messaggio a livello profondo, visivo e allegorico.
La rappresentazione è in parte polifonica (l’ambiente sportivo, l’ambiente educativo, l’ambiente formativo, l’ambiente sociale), non sensazionale in termini di trovate narrative, ma di solida verosimiglianza psicologica.
Il suo è un libro che si legge con interesse: mette in evidenza le ritualità attraverso le quali il razzismo si avvale delle forme di bullismo per diffondersi. Ad esse contrappone un percorso di formazione all’accoglienza e alla accettazione, ad educare i bambini attraverso fiabe e racconti a comprendere l’importanza dei  valori contenuti nel messaggio di Mandela. Per il quale l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo[…], e una buona testa e un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione. (Aldo Caserini)

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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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