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ANTONIO DE SIMONE, ARCHITETTO E FOTOGRAFO. IL PIACERE DEL PROGETTARE

ANTONIO DE SIMONE architetto e fotografo

ANTONIO DE SIMONE
architetto e fotografo

Cosa aspiri oggi l’architettura, con tutte le sue tipologie, le sue subordinate, le sue eterodossie teoriche e i distinguo, le sue prospettive etiche, estetiche (e politiche) è difficile per gente inesperta dell’argomento come noi, poterlo dire come l’argomento meriterebbe. La misura e la natura dei problemi che l’investono non consente neppure di iniziare. Ma una volta messe da parte (giocoforza!) “scuole”, “definizioni”, “prospettive”, “riferimenti stilistici” e rivendicazioni di “autonomia”, niente impedisce di azzardare, sia pure da non esperti, una qualche occhiata all’interno del vasto e complesso mondo dei progettisti, costruttori, urbanisti, aderenti ai nuovi principi di produzione o di tecnica che compongoA DESIMONE Paesaggio 4no vere e proprie articolate milizie, per dire almeno qualcosa su qualcuna delle individualità che le arricchiscono.
A proposito di individualità, due parole ci sembra poterle senz’altro dedicare ad Antonio De Simone, un giovane architetto trentenne di Agnone, che in un arco assai breve di attività professionale si è fatto conoscere e apprezzare per la singolarità dei progetti, l’approfondimento e l’innovatività delle soluzioni proposte. Di lui ci appare lecito segnalare la presenza di concetti di razionalità, oggettività, praticità, di una filosofia rivolta a relazionare l’interno e l’esterno dei A DESIMONE Paesaggio 2sui modelli, e in un certo senso idealizzare ilA DE SIMONE 5 rapporto col paesaggio e la natura. Tutte premesse di uno stile che opera fuori da tracciati standard, come rivela nei progetti per la sede della Croce Rossa di Scandiano, la casa rotonda di Francavilla Fontana, immaginata in pietra leccese per un artista, con grandi vetrate nel pieno della natura; la geometria d’ordine della schematica villetta che raccoglie luce da grandi vetrate, gli interni studiati per case di Pescara, Roma, Agnone, Firenze ecc. Nella progettazioni Antonio De Simone riflette la preoccupazione di fare d’ogni edificio un nucleo che funga da volano delle condizioni eco-ambientali e sociali, non fondato semplicemente su caratteristiche esteriori ma di essenza tecnica moderna aderenti alle problematiche della società moderna. Nei progetti e studi egli documenta il passaggio o la transazione di una architettura integrata nello spazio e nella natura attraverso soluzioni razionaliste e di tono luministico.A DESIMONE Paesaggio 3
Laureato a Pescara, il giovane architetto coltiva la passione per i viaggi, la fotografia, la storia e l’arte (Haring, il graffitista Terry Guetta, la ritrattista Natalia Tsankova, ecc.). Sul suo blog (https://antoniodesimonearchitetto.wordpress.com), insieme a una serie di immagini di cui offriamo una simpatica selezione, pubblica una serie di schede relative a un gruppo di “maestri”: Giò Ponti, Renzo Piano, Alvaro Siza, Jean Nouvel, L’Aquila ecc.

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GIUSEPPE SAMBUSIDA SULLA CATTEDRALE DI LODI

 

SAMBUSIDA Giuseppe Scan_Pic0153UN SUO LIBRO, EDITO DALL’OPERA SANT’ALBERTO DI LODI, RICOSTRUISCE CON NOVITA’ D’ANALISI GLI INTERVENTI ARCHITETTONICI SUL DUOMO

 Mezzo secolo fa si concludeva a Lodi l’imponente campagna di restauro della cattedrale, avviata sotto la direzione di Alessandro Degani. Non sono molti i lodigiani ad averlo presente e ancora meno sono quelli che ricordano l’artefice di quella scelta che oggi ambienti specialistici non esitano a definire coraggiosa. Quella di aver fatto piazza pulita di un barocco che faceva del Duomo una chiesona di campagna. Su questa linea sembra collocarsi, anche se non lo dichiara, Giuseppe Sambusida, giovane architetto lodigiano, nel suo libro “La Cattedrale di Lodi dall’organismo medievale ai successivi interventi: nuova analisi”, un’opera che riconsidera storicamente le vicende del Duomo alla luce delle sue vicende architettoniche: nato romanico, influito dal gotico, approdato al barocco, rimaneggiato e modificato ripetutamente nelle parti interne dopo il Settecento, infine riportato cinquant’anni fa, ad opera di Alessandro Degani, similmente a quando fu edificato. L’analisi di Sambusida, edita dall’Opera diocesana Sant’Alberto si inserisce in una serie di iniziative che prevedono in uscita a ottobre, a cura della BCC di Borghetto e sotto l’ egida della Società Storica Lodigiana, di un saggio di Ferruccio Pallavera (“I restauri della cattedrale cinquant’anni dopo”), e, a novembre, una monografia (“I tesori della Cattedrale”), ad opera di un gruppo coordinato da don Luca Anelli, per conto della Fondazione Banca Popolare. Nel suo studio, che riprende e sviluppa la propria tesi di laurea in Scienze dell’Architettura del 2012 (relatore Giò Gozzi), Sambusida offre delle vicende architettoniche della cattedrale di Lodi un avvincente lettura storica e tecnica, ma anche teoretica, analizzandone il percorso da prospettive diverse rispetto al passato, cogliendo piccoli particolari ricchi di contenuto, e ponendo a confronto anche posizioni concettuali e culturali sul restauro conservativo e di ripristino, che sgomberano il terreno da persistenti e poco documentate polemiche. Che sono poi le stesse seguite alla fase progettuale e di ricostruzione. Furono quelli, anni di controversie e accese polemiche (condotte in particolare anonimamente sul Bollettino della Pubblicità e più di enunciati e di pensiero dalle colonne de Il Cittadino),non tutte proprio disinteressate, che coinvolsero Degani soprattutto come responsabile nominato dalla Soprintendenza. Senza escludere le “scelte controverse”, Sambusida difende il ruolo di Degani e ne rivaluta con argomenti di grande equilibrio analitico le scelte. Fu lui a scegliere con audacia di vedere cosa si nascondeva sotto ai barocchismi posticci del Duomo, facendone pulizia, con la sola eccezione per le colonne in marmo nero che sorreggono la cripta. Di più: ricostruì da zero le parti mancanti, inserì un coro dietro l’altare maggiore, spostò il vascone del battistero da una cappella laterale in piazza Broletto, inserì nuovi arredi e strutture rintracciate in altre chiese cittadine, come la tomba Vistarini un tempo conservata in San Lorenzo, o la porta dei canonici, strappata da un palazzo di via Legnano, chiamò Aligi Sassu a decorare l’abside, inserì corpi moderni in bifore antiche, eccetera. “Un falso storico” gridarono i soliti lodigiani. Ignorando che il “falso” era cresciuto con la chiesa stessa.

Filologicamente parlando, l’opera di Degani non avrà rispettato molto i canoni in voga negli anni Sessanta, ma il risultato concreto è di avere restituito alla città una vera cattedrale, che oggi molti ci invidiano e visitano. “Non è corretto – annota l’autore – considerare in modo spregiudicato il Duomo di Lodi un falso storico, poiché falso sarebbe stato spacciare l’opera compiuta per origianale, cosa che non era nelle intenzioni di Degani”, ricordando che egli agiva sempre come rappresentante della Soprintendenza di quel tempi.In un edifico di “difficile interpretazione”, Degani cercò “di fare il bene del manufatto stesso” rimuovendo supefetazioni e inorganici aggiunte e interventi settecenteschi. Per dirla con il prof. Guglielmi della facoltà di Architettura di Milano: “Il restauro operato dal Degani sulla Cattedrale di Lodi – “è un esempio didattico per seguire lo sviluppo del pensiero tra teoria, scienza e prassi. La sua scelta si mosse tra uso di criteri estetici piuttosto che di criteri ispirati alla sola corretta conservazione dell’architettura storica, attraverso tutte le vicende che l’hanno caratterizzata nel tempo”. E’ la tesi che con convinzione sostiene e fa affermare Giuseppe Sambusida.

 

Il libro: La Cattedrale di Lodi dall’organismo medievale ai successivi interventri: nuova analisi” di Giuseppe Sambusiva – a c. dell’Opera diocesana Sant’Alberto – disegno di Teodoro Cotugno – maggio 2014, stampa Coop.Soc.Sollecitudo, s.i.p.

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Alessandro Degani, artefice del Duomo di Lodi

images Duomo di Lodi 1

Mezzo secolo fa si concludeva a Lodi l’imponente campagna di restauro della cattedrale, avviata nel nel 1959 sotto la direzione di Alessandro Degani. Non sono molti i lodigiani a ricordarlo. E sono sicuramente ancora meno coloro che  ricordano Degani come l’artefice di una scelta che oggi si può benissimo definire coraggiosa, allora sostenuta dal Vescovo della città mons. Tarcisio Vincenzo Benedetti. Quella di fare piazza pulita di quel pesante barocco che faceva del Duomo una chiesona di campagna.
I primi anni Sessanta furono anni di accese polemiche, non sempre disinteressate, che investirono personalmente Degani, nominato dalla Soprintendenza curatore dell’imponente restauro.
Fu lui a scegliere con audacia di vedere cosa si nascondesse sotto ai barocchismi posticci del Duomo, facendone pulizia, con la sola eccezione per le colonne in marmo nero che sorreggono la cripta. Ma fece ancor di più: ricostruì da zero le parti mancanti, inserì un coro dietro l’altare maggiore, spostò il mascone del battistero da una cappella laterale in piazza Broletto, inserì nuovi arredi e strutture rintracciate in altre chiese cittadine, come la tomba Vistarini un tempo conservata in San Lorenzo, o la porta dei canonici, strappata da un palazzo di via Legnano, chiamò il grande Aligi Sassu a decorare l’abside, inserì corpi moderni in bifore antiche, eccetera. “Un falso storico” gridarono i soliti lodigiani “larg de buca” come li chiamava Age Bassi. Si dimenticavano che il “falso” era cresciuto nella chiesa stessa, frutto in particolare delle trasformazioni dei tratti stilistici originali che reggevano dal 1764 le navate laterali (di cattivo gusto). Filologicamente parlando l’opera di Degani non avrà rispettato molto i canoni in voga negli anni Sessanta, ma il risultato concreto è di avere restituito alla città una vera cattedrale, che oggi molti ci invidiano e visitano al di là delle censure critiche. Cosa che fece sotto la stretta vigilanza della Sovrintendenza dei Beni Architettonici. La storia del Duomo di Lodi è una storia fatta a “tappe” o a “porzioni”. La conquista di Milano ad opera del Barbarossa ne favorì la costruzione. Una prima fase edilizia riguardante l’abside e il corpo centrale dell’edificio si trovava a buon punto nel 1163 quando furono trasportate dal S. Bassiano di Lodi Vecchio le spoglie del santo titolare. La facciata – che nel 1183 aveva solo le fondamenta – venne ultimata assieme alla parte alta della muratura delle navate e alle volte a crociera, nella seconda metà del XIII secolo. A partire dal XIV secolo si intervenne sulla struttura originaria con l’apertura di alcune cappelle gentilizie lungo il fianco meridionale, a cui nel XV secolo si aggiunsero il cortile dei canonici e la sacrestia. Un secolo dopo all’abside di sinistra fu addossata una cappella ottagonale in stile bramantesco, mentre in facciata si aprì un’ampia trifora nella navata di sinistra. L’intervento più radicale si ebbe a partire dal 1760, quando si attuò il progetto dell’architetto milanese Francesco Croce che diede all’edificio il vestito barocco. Furono infatti rifatte le volte della navata centrale ricoprendole con decorazioni a stucco, così come i pilastri in laterizio. Nel catino absidale vennero cancellati gli affreschi eseguiti due secoli prima da Antonio Campi. Nel 1764 anche le navate laterali subirono le medesime trasformazioni, rendendo ormai irriconoscibili i tratti stilistici originari. Il risultato – barocco, ma non rigoroso -, venne mantenuto fino al 1958, all’avvio del recupero progettato da Degani.
Gli interventi di Degani si trovano annunciati in Archivio Storico di Lodi e in Architettura Lombarda. Dopo il libro-strenna firmato da Caretta, Degani e Novasconi, non ci son stati, fino  al libro La Cattedrale di Lodi – L’immagine della fede tra storia e simbolo  di  Eugenio Guglielmi (ed. Il Poerio)  approfondimenti.
Il libro del professor Guglielmi ha il merito di avere reitrodotto attenzione ai temi del dibattito specialistico, ma anche alle polemiche che si svilupparono in quegli anni Sessanta attorno ai criteri e agli orientamenti che guidarono l’opera di recupero dell’organismo romanico, in particolare soffermandosi sul profilo della ridisegnatura di alcune parti, la manomissione di altre, la ricollocazione o risistemazione di certe opere e l’inserimento di altre di provenienza diversa. Oltre, naturalmente, ai costi di tutta l’operazione e che allora (allora!) sembrarono elevatissimi.
Quelle polemiche investirono direttamente l’architetto Degani. Forse a causa del fatto che quando mise mano al progetto, era un semplice ispettore della Sovrintendenza e non raggiungeva neppure i quarant’anni. Di nome e di fatto era più conosciuto come un ottimo pittore figurativo (qualche sua opera si trova sparsa nelle case lodigiane). Aveva sicuramente scarsa dimestichezza con l’antichità e la storia dell’arte avendo egli fatto lo scientifico, quindi, come dice il professor Alessandro Caretta nel libro del professor Guglielmi, “gli mancava quel retroterra culturale di conoscenza”.
Nella intervista rilasciata allo stesso Guglielmi, Caretta lascia garbatamente intendere, che certe scelte adottate non avevano convinto neppure lui. Considerava certi interventi “pesanti” e “arbitrari”. Comunque, da storico, correttamente egli ha riportato l’attenzione su alcune “imprenscindibilità”.
Nella sua struttura del Settecento la cattedrale si trovava in pessime condizioni e abbisognava di “risposte concrete e immediate”. L’architetto Degani non arrivò a Lodi casualmente o di sua iniziativa. Fu appositamente incaricato dalla Sovrintendenza. Quel che fece fu sempre preventivamente e attentamente esaminato e approvato.
Se responsabilità vi furono, dunque, si devono mettere carico della Sovraintendenza ai Beni Architettonici di Milano. Fu, infatti, la Sovrintendenza a cercare, per anni, l’accordo con la Diocesi di Lodi affinché venisse privilegiato nel recupero l’organismo romanico. Quel che successe dopo la distruzione dell’”involucro” (di incerto gusto, comprese le volte settecentesche), fa parte solo di una polemica sterile.
Degani, riconobbe Caretta, restaurò tutto quel che aveva trovato di romanico. Dove avrebbe dovuto fermarsi? Cioè, fino dove doveva andare avanti nel ricostruire le parti mancanti?
All’origine di queste distinzioni, c’è sempre la dibattuta dicotomia che persiste nel mondo del restauro tra “immaginazione artistica” e “immaginazione scientifica” e la non ancora raggiunta univocità di definizione di “stato di conservazione”. 
“Il restauro operato dal Degani sulla Cattedrale di Lodi – riconobbe il professor Guglielmi della facoltà di architettura di Milano – è un esempio didattico per seguire lo sviluppo del pensiero tra teoria, scienza e prassi. La sua scelta si mosse infatti tra uso di criteri estetici piuttosto che di criteri ispirati alla sola corretta conservazione dell’architettura storica, attraverso tutte le vicende che l’hanno caratterizzata nel tempo”.
Secondo Caretta, invece, Degani non poteva in ogni caso fermarsi, perché la Cattedrale doveva tornare ad essere nuovamente funzionante.
Oggi, per le sue prerogative, il Duomo di Lodi non sarà magari inserito all’interno del circuito del Romanico lombardo, perché considerato artefatto. Ma su certi “falsi” che circolano in Lombardia ci sarebbe molto da dire.

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Segni & sogni /architetture 1997-2012

L’arch. Paola Mori una dei curatori della mostra

Una mostra che fornisce strumenti per una lettura critica degli interventi contemporanei 

Segni & Sogni” alla Biblioteca Laudense. Evviva!, una mostra di architettura a Lodi. Anziché contagiarsi nei circoli chiusi la categoria degli Arch. e PPC ha deciso di “misurarsi” in pubblico. Una volta tanto senza troppi ohibò!
“Segni & Sogni” – i segni sono quelli lasciati sul territorio, i sogni (immaginiamo) quelli dell’utopia, delle politiche, della attese, delle nuove matrici di una architettura in grado di produrre nuovi “racconti” condivisibili – non è quindi solo una mostra celebrativa del 15° anniversario della fondazione dell’Ordine degli Architetti e PPC di Lodi. E’ qualcosa di più ambizioso: un accertamento di alcune trasformazioni edilizie intervenute negli ultimi 15 anni sul territorio e insieme una verifica della “produzione” professionale, quindi uno strumento di riflessione critica circa la qualità dei progetti, dei buoni “segni” lasciati nella realtà dagli architetti lodigiani. Certamente, per il grande pubblico, un’occasione di conoscenza, e, per quello più specialistico, di valutazione e riflessione su quanto è stato realizzato. Ma anche un’ opportunità da non perdere per discutere i tanti problemi che l’incremento “quantitativo” delle città e del territorio nell’insieme suggeriscono. Anzi, impongono.
La mostra allestita alla Biblioteca Laudense sotto la cura di Paola Mori, Simonetta Fanfani e Paolo Camera è supportata da un prezioso catalogo, reso possibile dal contributo di un gruppo di imprese locali ( Meazza e Lacchini, Copia Sprint, Centro Legno, Finestre Luppi, Infloplanet e LodiProget), in cui trovano sintesi e documentazione opere realizzate e progettate dai Comuni e dalla Provincia, da architetti dell’Ordine di Lodi e di altri Ordini: una campionatura di dimensione professionale e civile importante. L’architettura – forse è pleonastico dirlo – è un fenomeno complesso che si riverbera sulla vita delle città e degli individui. Non è solo una scelta di soluzioni formali e tecnologiche coerenti con la ricerca e l’elaborazione teoretica. Cosa sia inoltre, la fruizione della mostra è in grado di offrire aspetti significativi e di arricchimento.
Peraltro l’iniziativa degli architetti lodigiani cade in un momento abbastanza problematico, in cui non è difficile, almeno per noi esterni, individuare un carattere nell’inseguimento di mode e di dettami del marketing suggeriti da star internazionali, più che l’attenzione al miglioramento della vita delle persone. In passato, sul nostro territorio si è spesso accusato un approccio progettuale schiacciato sulle soluzioni facili e scontate del vecchio abitare. Non sempre è stato  così, ma questa è la percezione diffusamente lasciata. Anche perché i professionisti di casa non si sono dati troppo impegno nell’ animare il dibattito pubblico. Naturalmente le ragion noni ci sfuggano, così come non ci sfuggono gli appesantimenti procurati dalla politica urbana.
Parecchi dei progetti segnalati di questa esposizione possono essere considerati “buoni segni” lasciati nell’ Alaudense. E’ ovviamente un giudizio molto approssimativo non avendo noi competenza per entrare in certi dettagli. Ma qualche distinzione di evoluzione qualitativa, sia tecnica che di “rappresentazione” non ci sfugge e ci permette di dire che non mancano elementi percettivi rivolti alla sostituzione della pratica tradizionale.
Il professor Luca Molinari, che insegna storia dell’Architettura a Napoli e che è noto per la sua attività di critico, non ha dubbi sul futuro dell’Architettura: ”Se l’architettura non cambierà seriamente rotta, apparirà come una pratica anacronistica, troppo lenta per dare risposte fluide, troppo rigida per dialogare in una società in costante evoluzione”. In tal senso la mostra è un importante pungolo ed ha soprattutto il merito di stimolare punti di domanda. Il nostro è questo: territorialmente parlando c’è in campo una architettura in grado di aprire prospettive davvedro nuove?
Complessivamente 25 i progetti segnalati dal Comitato scientifico composto dagli architetti Simone Cola, Paolo Belloni, Maurizio Corones, Franco Maffeis, Riccardo Genta: Architettura pubblica:Eleonora Ariano; Samuele Arrighi, Stefano D’Aniello; Studio Associato Dell’Era-Giani; Samuele Frosio e Sergio Persico; Miscrostudio; Sergio Uggetti. Architettura Privata:Roberto Munari; Mario Cucinella; Arkò; Studio BIzzo e Cornacchini; Studio Ass. De Vizzi; Samuele Frosio; Studio Associato Tadi; Studio Ventura, De Benedetti, Ferrari, Jacopini, Mulinelli, Pagani. Architettura d’Interni: Lunati-Persico. Pianificazione Urbanistica:Studio Ass. Tadi; Vanetti; Sergio Uggetti. Architettura del verde e Arredo urbano: Cordoni,Codenotti, Bertolini, Cogi, Armanelli, Zeppelli; Spagnolo, Arioli, Brembilla, Scaglione; Trabattoni, Serpe, Torrioni, Zigetti.

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