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Panorama dell’arte lodigiana. I motivi religiosi e liturgici nell’arte di FELICE VANELLI

fELICE vANELLI NEL SUO STUDIOCeramista, scultore, pittore, affreschista, disegnatore, decoratore, all’occasione anche grafico, Felice Vanelli ha unificato, in chiave operativa e fattuale, molte delle specializzazioni che trovano efficace sintesi didattica e attualità nei corsi della Scuola di Arti e Mestieri.
Come artiere-artista ha fatto parte della generazione del secondo dopoguerra quella di Bosoni, Vailetti (Benito), Volpi, Marzagalli, Mauri, Maiorca, Maffi, Vestibile, Perego, Podini Gabelli, Mocchi; prima cioè della stagione dei Cotugno, Poletti, Bertoletti, Vailati, Mangione ecc. Oggi suoi lavori arredano abitazioni, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Negli oli, nelle sculture, negli affreschi e nelle ceramiche  alle iniziali tracce di richiamo “michelangiolesco”,  Vanelli ha fatto seguire, uno sviluppo di indirizzi figurativi più aggiornati.

La mano, la mente e il sentimento hanno tratto esperienza dalla conoscenza tecnica e culturale. Vanelli è’ stato figurativo dal primo istante, da quando per la prima volta ha messo i pennelli nel colore sulle rive dell’Adda. La scultura, l’affresco, sono esperienze arrivate dopo, e dopo ancora è arrivato il suo interesse per la ceramica. Nel ricco repertorio l’ enfasi giovanile ha quindi lasciato posto all’efficacia e all’indispensabile.
L’artista ha modellato a lungo motivi rischiosi: il religioso e il liturgico, ricavandoli dai Sacri Testi che ha collegato ad aspetti del quotidiano. Una scelta che faceva parte della sua poetica: come vi hanno fatto parte la maniera (senza manierismo), la spiritualizzazione (senza lacerazioni), la rappresentazione( senza complessità).
Le Scritture hanno animato la pittura della sua maturità. In quella su muro dava sfogo alla passione disegnativa. In scultura conosceva i segreti del rilievo – dell’alto, del mezzorilievo, del basso rilievo -.Qualità che si possono ritrovare anche in ceramica, un’arte in cui Vanelli faceva entrare in gioco elementi diversi: la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura.

Tra le ultime opere vanelliane di soggetto sacro sono da ricordare il bassorilievo sulla XVI stazione (“Gesù è sepolto”), destinato al complesso artistico “La via Crucis e la via Lucis in ceramica artistica” di San Cataldo in provincia di Caltanisetta, realizzato in duo con Angelo Pisati della Manifattura ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C.  

In Ultima cena, collocata in una chiesa di Roma  le figure sono in abiti contemporanei. Un lavoro in cui si ritrovano visione soggettiva, luce di qualità attiva, cronaca e gusto del nostro tempo. Sono anche da ricordare i quattordici cotti policromi collocati alla Cattedrale di Lomé in Togo. Una composizione di immagini sulla Passione di Cristo, in cui l’artista ha ribaltato i valori della tradizione iconica. Cristo non è accompagnato dalle figure della iconografia classica, da cavalli, donne piangenti e uomini in arme, ecc. La rappresentazione è semplice, controllata, ha una bellezza quasi soffocata dalla valenza simbolica dell’umiliazione e del dolore.
Aldo Caserini

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1970: L’ATTO DI NASCITA DEL “GELSO” SIGLATO DA EUGENIO MONTALE

Cinquant’anni fa nasceva a Lodi Forme 70. Con una ambizione: far incontrare i lodigiani con un’arte che in città faticava a cambiar pelle e di lanciare l’interesse per l’arte visiva tra le nuove generazioni abituandole ad accettare nuovi discorsi teorici. Nasceva con  un problema evidente di comunicazione: l’esigenza di rivolgersi a un pubblico più vasto di quello che sulla stampa cittadina seguiva le “cronache” delle mostre, senza avvertire l’esigenza di verificare la distinzione tra l’informazione e la funzione critica. Le uscite di  Forme 70 a non furono sempre regolari, ma sia  pure con sospensioni più o meno lunghe, la testata ha continuato a vivere, tant’è che ancora oggi siamo ancora qui a rappresentarla.

Negli stessi mesi di cinquant’anni fa, siglava l’atto di nascita Il Gelso di Giovanni Bellinzoni, dopo le disavventure che avevano condotto allo scioglimento del “G.10” che in via XX Settembre aveva uno spazio espositivo di orientamento antiaccademico.

L’ incontro tra i propositi annunciati di Forme ’70  e gli orientamenti del Circolo il Gelso”, non ha bisogno di enfatizzazioni, avvenne per via naturale Le iniziative  presero il largo in un sano disordine su un comune terreno: occuparsi di arti visive e di cultura. Ognuno con le proprie idee, i propri simboli, le proprie appartenenze. Liberi, i lettori di Forme e i frequentatori de Il Gelso se volevano, di indignarsi di quel che leggevano e di quel che vedevano e di tirare le proprie conclusioni.

Quello di cui vogliamo parlare oggi però non è della la reciprocità tra le due iniziative, che pure è cosa importante e significativa, ma dell’atto di nascita de Il Gelso  avvenuta cinquant’anni fa: un atto di coraggio di Giovanni Bellinzoni. “Lo sento necessario per vincere l’isolamento in cui mi dibatto, dopo essere stato abbandonato dal gruppo di amici della G.10”, ci confidò. Con quella decisione di non lasciare il campo (delle idee) si liberò non solo dall’ isolamento, ma salì su un trampolino di lancio che lo fece conoscere e apprezzare come gallerista d’avanguardia. Donò alla città di Lodi una lunga stagione felice durata venti anni. Venti anni di mostre e di iniziative su cui non c’è oggi niente di nuovo da dire, se non che erano contradditorie, diffondevano dubbi, rovinavano le certezze di una città di provincia ed hanno rappresentato, per questo, un sano elemento di dibattito e di crescita, di sprovincializzazione, di libertà, che faceva attecchire il gusto della critica.

Per ricordare quell’atto di nascita siglato con una anteprima di litografie di Eugenio Montale, a cui seguirà poi una mostra di opere di Lucio Fontana, pensiamo di riproporre quanto scrisse Forme 70:

Le litografie di E.Montale
hanno inaugurato “IL GELSO”

La galleria “Il Gelso”, ha inaugurato la propria attività con una mostra di 28 litografie di Eugenio Montale. Una scelta che non è precipuamente pittorica per cui il ricorrere all’abituale terminologia non avrebbe pressoché senso.
Eugenio Montale non è un incisore, tanto meno un pittore. L’assenza di perizia tecnica, di mestiere, come si dice, traspare da ognuna delle vent’otto tavole tirate da Sandro Maria Rosso, Ma forse è proprio per questo se la raffigurazione degli spazi come degli interni conserva il suo fascino, una sua dimensione poetica, lirica, quella appunto di una natura “ancora a misura dell’uomo”,
Poesia del minuto, piacere dello schizzo e, non esclusa, l’ironia sottile e pungente per tanti atteggiamenti dei mestieranti dell’incisione. Questo è facilmente rintracciabile. Solo la maestria e l’abilità di uno stampatore qual è Sandro Maria Rosso però ha potuto trasformare in grandi incisioni dei semplici schizzi ad inchiostro stilografico. Ma solo l’occhio di un poeta autentico qual è Montale poteva cogliere gli aspetti domestici e familiari della grande Versilia, trascurando volutamente gli splendori dei marmi, il lusso delle ville padronali e gli orrori delle grandi balere notturne, dove l’uomo cerca di dimenticare sé stesso nel vortice dell’avventura e del ritmo.
“La Versilia, ha scritto lo stesso Montale, io l”ho vissuta: da quando era ancora l’Eden quasi desertico scoperto anni prima da Adolfo Hildebrand e poi dall’ alcione D’Annunzio, fino alla sua totale inserzione nella civiltà del cemento e della industria del benessere coatto”.. E questo ha descritto nei suoi schizzi. Niente di più, niente di meno. Quanto basta tuttavia per una galleria d’arte che prende il via per caratterizzarsi su un terreno d’impegno culturale di buon gusto e di valori sicuri.
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Recensione tratta da FORME 70′ del 25-11-1970)
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Panorama letterario del lodigiano VITTORIO BEONIO BROCCHIERI, un giornalista di rango

Centodieci anni fa nasceva a Lodi Vittorio Beonio Brocchieri, accademico, grande firma del Corriere , viaggiatore. Sarà stato solo un accademico, solo un ciclista impenitente, solo un giornalista di primo rango, solo uno spericolato pioniere dell’aviazione, un instancabile viaggiatore, uno scrittore ricco di talento e conoscenza profonda delle vicende dell’uomo, un brillante conferenziere, uno studioso di antropologia, uno che ha sostituito il tristo esercizio della poesia futurista con quello dell’azione futurista (imprese piene di rischi, esplorazioni capricciose, scommesse disperate, conferenze al ritmo di duecentotrenta parola il minuto, tutte comprensibili e ragionevoli). Ma un po’ di lustro lo ha anche lasciato.

E’ vero che in occasione del centenario fu ricordato all’Università di Pavia e al Corriere della Sera, dove la sua immagine insieme altre di celebri giornalisti, s’incontravano nel corridoio del direttore, ed è immaginabile (oltre che auspicabile) che, sia pure con ritardo, Lodi tiri fuori una qualche idea dal cilindro per ricordarlo e rinverdine la memoria

Vittorio Beonio Brocchieri conseguì una prima laurea (in filosofia) a Torino con Gaetano Mosca e tesi sul pensiero di Hobbes, e una seconda in scienze politiche, a Pavia, dove poi divenne, nel 1972, professore di dottrine politiche.

Cosa insegnasse davvero ai suoi allievi, resta un mistero. Solo lui avrebbe potuto confessarlo. Per la verità, lo fece tanti anni fa, anzi, lo scrisse. Si legge in “Pigliatemi come sono”, memorie redatte e pubblicate non ancora quarantenne, aggiungendovi un beffardo sottotitolo: “Autodenigrazione di un filosofo volante”. Spiega che, in giro per il mondo, come conviene a un uccello – tale si riteneva oltre che professore, pedagogo, brava persona e rompicollo – a chi gli chiedeva quale materia insegnasse all’università aveva una risposta sola: “Una materia che si chiama col mio nome e il mio cognome. Non conosco che quella. Non posso insegnare che quella. O buona o grana che sia”.

L’antico e il nuovo, il nuovo contro il vecchio, il richiamo ai sentimenti eterni e l’esclusiva attenzione all’inedita vita dell’oggi, la classicità dello stile e il gusto per l’esperimento, l’avventura (anche galante), la passione per gli studi e per il ciclismo (citava il Panzini di Gita in bicicletta), poi per il volo e per l’affabulare – un raccontare veloce, brillante, favolistico con cui incantava le signore del “Circolo dei Nobili” in via XX Settembre a Lodi accorse ad ascoltarlo parlare di “Nuna”, l’ultimo suo libro in cui descrive avventure esotiche, di popoli e tribù, di usi e di culture beduine.

I suoi libri sono cronache di vita, reportage giornalistici illuminati da un ingegno sorprendente e dal rigore dello scienziato, ma anche labirintici documentari, orditi ideologici, antropologici e fantastici insieme, addentellati storici con spunti di dottrina, spesso una ibridazione di idee orientali e occidentali…

“Mi piace l’esistenza come insalata. Metteteci dentro un po’ di tutto e poi mescolate. Qualche cosa salta fuori…”, annotò nelle sue “autodenigrazioni” pubblicate nel 1940 e ripubblicate nel 1998 (Todaro editore, Lugano).

E’ un autore con il grande merito di avere fatto conoscere agli italiani angoli poco noti del mondo, della Terra del Fuoco, dell’Antardide, della Siberia e della Cina, della Mesopotamia e del Labrador… Sempre in giro per il mondo con la passione del volo. Buona parte dei reportages li realizzò pilotando personalmente il proprio aereo, un Caproni. Un monomotore senza radio che pensarlo oggi fa venire i brividi. Non a lui. A lui rompicollo con nel sangue il brivido dell’avventura e con il gusto per il pittoresco, bastava vedere quel Caproni 100 per accendersi di nuove tappe. Ma dentro c’era anche la tensione dell’intellettuale che puntava ad “aprire gli occhi nuovi sul mondo e prendere atto, anche in termini culturali, della necessità di superare ogni miope eurocentrismo”.

Iniziò la carriera giornalistica al Secolo di Milano nel1925 e la proseguì alla Gazzetta del Popolo di Torino da dove con un “imbroglio” (così era solito raccontarla), passò al Corriere delle Sera facendo credere al direttore di essere stato invitato dal Governo Norvegese a partecipare a una spedizione in Groenlandia e offrendogli l’esclusiva. Finì per rimanere in via Solferino dal 1930 alla morte, mezzo secolo riempito di racconti e reportage, raccolti anche in libri di successo: “Viaggio intorno al mondo”, “Cieli d’Etiopia”, “Dall’uno all’altro polo”, “Il Marco Polo”, “Vita selvaggia” ecc.

Col suo aereo e la sua penna “conquistò” i Paesi del mondo, perché questo era il programma che si era dato ancora giovane: “Il programma della mia vita: tempo e spazio. Nel tempo ripercorrere la storia dell’Umanità, nello spazio girare il mondo e vedere tutti i Paesi”. Da dove spedì cartoline agli amici lodigiani. Segno che il viaggiatore alla sua terra e alla sua città teneva.

Aldo Caserini

 

AMARCORD: “EL BARBÉ DE OM”

Negli anni cinquanta e sessanta le barberie “storiche” ebbero anch’esse visibilità e ruolo in città. Meno numerose rispetto altre “botteghe” che si andavano diffondendo, ma non meno rinomate e frequentate, furono luoghi di conversevole ritrovo. Come le osterie e i trani. Solo avevano nomi più austeri: Zanoni, Lovagnini, Fugazza, Omini, Messaggi, Canevara, Pino coiffeur, e, unica anomalia, Giuanìn. A fine anno adempievano alla consegna di calendarietti profumati…Una tradizione francese, che la diceva lunga, esteticamente parlando, dei casti gusti e diletti dei tempi andati.
E’ dalle loro botteghe che scaturì, cogli anni Settanta, il fiume che inondò la città di negozi di parrucchiere e quando il francese divenne moda, verranno chiamati coiffeur, successivamente acconciatori. Fu così che la vecchia insegna Barbé de omm, scomparve del tutto dai loro esercizi.
Negli anni Cinquanta, da Zanoni, “all’Incoronata”, era facile incontrare i notabili della città: l’avv.Robbiati, gran collezionista ed esperto di ceramiche artistiche (poi lasciate al Museo), l’avv. Cesaris presidente della Società di Mutuo Soccorso, il baritono Carlo Tagliabue, il pittore Attilio Maiocchi, l’ing. Mattea, pure lui collezionista di pittori lodigiani, il comm. Draghi, presidente degli industriali, il rag. Gallani, direttore della Popolare, il cavalier Pierino Gorla, presidente degli artigiani, il rag. Enrico Achilli, Kilu el pesàt, direttore del quindicinale Rinascimento) l’avv. Umberto Nicolini, suo socio in politica, in affari e in giornalismo, l’ing. Augusto Schmid, fondatore degli Amici della Musica, il rag.Lino Scandroglio, l’ing. Armando Gay (ex sindaco), il dott.Monfrini, il cav. Luigi De Luigi, il prof. Vittorio Beonio Brocchieri, docente a Pavia e collaboratore al Corriere, il ragionier Defendente Vaccari, l’avv.Apollonio Oliva e il prof. Natale Riatti ( che saranno tutti e tre sindaci della città), l’avvocato Premoli, l’ex podestà Fiorini. Insomma, la “Lodi bene”. Le loro signore passavano, invece, le giornate più in là, da Mandelli, sempre nella via Incoronata. Erano tempi in cui la borghesia danarosa cercava le novità, il servizio accurato, il piacere di farsi fare la barba e un panno caldo, che dal barbiere andavano anche per parlare di imprese e di affari. E d’essere “serviti e riveriti” secondo una formula andata in disuso, trattati con grande rispetto, il garzoncino che apriva loro la porta della barberia e il lavorante o il titolare che li accompagnava per l’ultimo grazie. Le barberie avevano le loro regole i loro riti. Da Zanoni era d’obbligo la divisa, la giacchetta bianca e abbinamento uguale per tutti Conferivano un di più della sorprendente freschezza ed efficacia della crema Proraso ( o Prep) sul viso, il panno ristoratore e la spruzzata finale di Floid , che per qualcuno era di Vetiver. Insomma cambiava il modo di radersi in un mondo che, dopo gli affanni della guerra, assaporava la rinascita e il progresso. Bastava però un centinaio di metri dopo i vultòn e orientarsi verso la città Bassa e la musica cambiava. In corso Adda c’era la barbieria di Enrico Canevara, per tutti Rìcu o Rìchetu. Era frequentata dai poveracci, da coloro che allora si chiamavano i “proletari”, perché in corso Adda il taglio di forbice costava la metà rispetto quanto si pagava in centro. Ma, si diceva, era meglio di Pacchioni in Lodino. Quella di Richetu era una bottega a conduzione dove il servizio a credito veniva praticato come dalla posteria di S. Rocco, senza torcere il naso, e questo comportava non avere lavoranti da pagare a fine settimana, il sabato. Anzi, la domenica, perché allora le barberie facevamo servizio anche la domenica mattina.
Richetu Canevara non andava in negozio, alla sua sposa di origini venete diceva che andava a “officiare”. Taglio della barba e dei capelli erano da lui un “rito”. Un rito che iniziava di buon mattino col disporre con ordine sulla mensola davanti alla pultrùna: fòrbis, rasù, penél, savòn, pètin, machinéta, sprussadù, spasséta, alum de ròca, sugamàn e curamèla.
Richetu aveva il talento del tagliatore (di capelli) e del curatore (di barba e baffi) , ma anche del narratore. Sissignori, era di quei poeti orali che quando non c’erano i giornali, in un modo o nell’altro, le storie cittadine le facevano circolare. Chiariamo: tutt’altro che pettegolo. Ci teneva anche a dirlo che la sua bottega l’éra no el lavatoi del Bùrg né de la Madaléna.
Dalla sua bocca impossibile sentir uscire malignità, maldicenze, calunnie. Sussurrava storie vere di barchiroli, lavandaie, straccivendoli, cavagera, poveracci della bassa (lui era un maddalenino), di qualcuno incline o travolto da passione, ma anche di benestanti, frodatori, gabbamondo, avventurieri di buona famiglia. Di questi tipi, in giro a Lodi, allora ce n’erano parecchi. Soprattutto si vedevano frequentare il Casinò dei Nobili in via XX Settembre, e nei momenti di debolezza, il Bar Lodi (che aveva due uscite, in corso Roma e in Piazza Vittoria), il Malaraggia, Il Nazionale, il Gibertin o il Maridati. Le sue erano storie vere, veri i fatti, tutti autenticati. Mi divertivano e per questo ho cominciato a frequentare la sua bottega. Possedeva la stringatezza di un Hemingway, anche se non sapeva neppure chi fosse. Nei suoi racconti, l’uso discreto del materiale autobiografico si oggettivava in una verve linguistica dialettale. Allora i dialetti si parlavano diversamente: c’era quello del Borgo, della Maddalena, del Colle Eghezzone, e quello dei Siuri, del centro. Lo so che è banale dirlo, ma a me pareva uno scrittore prestato alla barbieria (o barberìa, come i vecchi dicevano per nostalgia o perché dava ritmo al dialetto). Per Richetu l’“arte” era la barba.. Aveva il culto della rasatura perfetta. L’affrontava come un celebrante. Diceva che i suoi tempi di lavoro erano lenti non per la vecchiaia, per gli acciacchi. Ma non era vero. Era che si adattava allo scorrere dell’Adda, dolce e modulato, tranne in occasione delle piene. I suoi riposi li passava a guardare il fiume. Diceva che lo aiutava a disbrogliare il filo. Di cosa non s’è mai saputo, con rarità distratta faceva cadere il discorso. ALDO CASERINI

 

 

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AMARCORD. TRANI E OSTERIE A LODI PIU’ DI MEZZO SECOLO FA

Se il cortile era stato per me (e molti altri) la miglior scuola, come ricordava mio padre, allora i trani, come allora si chiamavamo le osterie, a cui si accomunavano gli empori, le buvette e le mescite, sono state, nei secoli, centri sociali. A Lodi sicuramente perché alcune di esse, quando la raccolta dell’uva era ultimata e nei grandi camion con le vasche di legno arrivava dalla Puglia, dove i ragazzi erano chiamati a pigiarla coi piedi, era un’attività per mantenersi, insieme a quella dell’imbottigliamento, e a modo loro veri e propri riti d’epica greca e pagana. Al vino erano riconosciute dal popolo, senza andare dal medico condotto, virtù antiossidanti contro l’invecchiamento cutaneo, rimedio naturale contro emorroidi e la fragilità capillare, proprietà astringenti.

Trani, osterie, empori, buvette, cantine e fiaschetterie erano luoghi d’incontro, di scambio di riservatezze e convenevoli, oggi spariti nell’indistinta famiglia dei caffè-bar-buffet-ristorazione, genericamente chiamati esercizi pubblici di somministrazione alimenti e bevande alla persona (come cita la legge).
I sociologi, allora, non erano ancora di moda, ma qualcuno (penso al crepuscolare poeta locale R.A. Melotti – chissà se qualcuno se lo ricorda ancora?) in parte anticipandoli aveva scoperto che quei posti erano “specchi degli uomini”.
Trani e osterie oggi sono scomparsi. Qualcuno mette il nome di osteria all’insegna del proprio esercizio, ma per raffinatezza. Alcune son state sostituite dai bar-pasticceria, i più raffinati da enoteche, la maggioranza o chiusi definitivamente o sostituiti da anonimi esercizi pubblici che praticano talvolta la tavola calda o fredda dove il mangiare è compianto. In omaggio alle mode che corrono veloci come le lingue parlate, da qualche anno i pochissimi osti rimasti in periferia o nei paesi hanno infranto uno dei pochi tabù che ancora distinguevano i loro locali dai bar, dalle caffetterie, dagli empori e dalle degustazioni, dalle pasticcerie-gelaterie con annesso bar. Le osterie si distinguevano da tutto il firmamento subentrato con il progresso perché, fatte rarissime eccezioni, non entravano femmine, ma solo uomini, l’unisex non era ancora ammesso. Oggi, invece, son cresciuti i locali pubblici frequentati prevalentemente da donne.
Solo cinquant’anni fa i trani (il nome era stato preso dalla città di Trani, dove si producevano tonnellate d’uve e pigiature che davano un rosso pesante che serviva ai piemontesi e ai veneti, che ancora non avevano scoperto le etichette d’origine controllata, per allungare le loro produzioni, finché non scoppiò lo scandalo del vino al metanolo) saranno stati a Lodi almeno una cinquantina. Ne ricordiamo alcuni, perché bastano i nomi ad aggiungere una nota di colore al colore: l’Osteria dell’Esercito, quella del Fante, l’Italia Vùncia, i Tri Scalìn, la Pergula, la Ranetta, la Caccia, Alle Cucine, le Du Ciav, le 7 Curtélàde, alla Bandiera, da Fancìs, da Maggi, La Mezzaluna, il Venezia, il Cacciatori, Joli, Santa Agnese, San Giacùm, l’Emporio Dell’Oglio, Sangalli, Belgrado, Pezzini, El Bidòn, La Grotta, L’Ustòn de La Gata, Il Gancino, San Giòrg, la Bella Italia, il Ring, la Camulìna, la Bassiana, El Ciùsìn, la Solcia, Rovida, Gasparìn, I Portici, El Papagal, al Sandòn, Sùbacchi, Rota, l’Emporio De Toma, Fiocchi, da Rissulòn, i Du Agnei, l’Emporio de Maridàt, el Cavùr, Al Gattino, Campo Verde, al Gas, el Rundò, el Papagal, la Cuncuresa, Streta Nova, da Pasquìn, Ai Rati, Le tri Cà, da Pezzini, El Vultòn, la Pissa, Valente, el Genuves, la Busa, La Solcia, Revelìn, da Portoso, Sant’Antoni, Le Ferrovie, da Cavagnin al Pratél, Quattrocalici a Tureta, ai Mùti, da Carlo al Revélin, ecc.ecc. Alcune di queste osterie hanno chiuso definitivamente poco dopo finita la guerra, altre hanno lasciato il posto ad attività più lucrative, altre si sono trasformate con l’andar degli anni, finanche in pizzerie. Alcune di esse erano collegate alle vigne che i titolari conducevano in Puglia, a Trani appunto, a Minervino Murge, a Barletta, a Ruvo di Puglia. Sono informato perché mio zio Nicola era di quelle parti e ogni anno scendeva a controllare il raccolto ela pigia.. Ricordare le osterie di Lodi è un po’ come ricordare il dialetto, le caratteristiche distintive della vecchia società anteguerra e quelle della differenza dopo gli anni cinquanta, che hanno demolito il monolitico e l’omogeneo della povertà nel nome della molteplicità e dell’eterogenità, a favore delle mezze-classi e delle mezze maniche impiegatizie, degli affari e della concorrenza, mettendo in evidenza quanto è contingente l’oggi, provvisorio, variabile, incerto, instabile e mutevole, dopo avere cancellato le differenze culturali e con esse la poesia del lavoro e della terra.

Aldo Caserini

 

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Panorama artistico lodigiano: GIANNI BIGNAMI, mezzo secolo nei colori

Gianni Bignami, lodigiano di nascita, di famiglia e formazione,aveva settantacinque anni quando è morto nel 2005. Era nato a Santo Stefano Lodigiano da dove era partito per Gorgonzola, a sua volta lasciata per Pessano con Bornago, ma aveva mantenuto sempre un rapporto affettuoso e cordiale con la propria terra. Negli anni Ottanta e Novanta aveva tenuto diverse mostre all’ex-Soave di Codogno, a Lodi, a Corno Giovine ecc.
Aveva iniziato il suo percorso con una pittura agreste, fatta di paesaggi e fiori. Successivamente aveva trovato sviluppo in una pittura compendiaria di figure femminili che rendeva con pennellate saettanti, essenziali e insieme esuberanti. Vivaci come il suo carattere, che nella pratica pittorica trovava forza di natura e di vita, al di là di ogni elemento formale e di ogni riferimento stilistico. Bignami è vissuto nella pittura, tra tele pennelli e colori, mezzo secolo, coltivando scambi amichevoli e profondi con i personaggi dello spettacolo, tenendo insieme l’effimero e la cultura: un complesso mondo a cui egli ha intimamente aderito e da cui ha preso nutrimento. Gli è servito soprattutto per essere sé stesso: per evadere gli aspetti opachi del vivere quotidiano, per rifuggire dai colori opachi ch’egli considerava un improprio nella tavolozza di un pittore.
Per questa via ha saputo tenere insieme per decenni il colore sulla tela e il colore fisico della vita, costruendo (a modo suo s’intende), trame che accordavano una sua personale visione pittorica con le desinenze sotterranee del suo vivere quotidiano.
Bignami apriva la forma all’ebbrezza con una figurazione coniugata al femminile, ricca per ciò di profumi, di tepori, di pulsazioni intime, di luminosità che accendono la materia.
Per un altro verso, è stato un pittore attento e occupato all’avvincente avventura dell’arte popolare e a ciò che poteva servire il suo imporsi. Non ha mai trascurato di sostenere la propria immagine, di essere agente di sé stesso. Particolari che possono dare una visione abbreviata e storta se si perde di vista ciò che è stato il prodotto della sua creatività e a quale pubblico era rivolta.
Nella sua pittura non sono assenti esempi di ricerca espressiva e di intenso rapporto con l’immagine. Paesaggi, fiori, delicate fanciulle sono i soggetti di un mondo visitato con occhi e sentimento romantico, ch’egli ha preferito ed ha proposto al suo pubblico con figuralità stabile e trasporto liricamente proiettato.
Bignami ha praticato una pittura che sapeva corrispondere a esigenze decorative, ma che, nell’insieme, egli ha arricchito di venature fantastiche, di emanazioni irreali alla realtà, inserendovi di volta in volta nuovi estri, e cadenze improvvise, e trasporti , raffinatezze mondane, un colore che rapprende luci e insinua ritmi ed scheggiamenti.
E’ stato un pittore di gusto popolare, di misura sentimentale, che al vaglio del pubblico ha trovato attenzione grazie a soggetti piani, a una pittura ovviamente lontana dall’impegno della “rottura” teorizzato e praticato dalle avanguardie, sia da quello formale delle tradizioni di scuola e d’accademia. Una pittura che per ciò (non lo nascondiamo), poteva piacere o non piacere, ma che nel Basso lodigiano ha raccolto consenso. Semplicemente, una pittura libera, praticata in modo libero da un uomo libero.
Anche se lontano da tempo dalla propria terra, il lodigiano lo ricorda a tre lustri della morte come pittore popolare che ha coltivato nel proprio animo la meravigliosa monotonia dell’amore per l’arte del colore, da lui portato a un grado di accensione e di necessita di espressione, insieme alla nostalgia per la sua terra, “madre” di tanti paesaggi immaginati.

 

 

 

Panorama artistico lodigiano: Giuseppe Elena (1801-1867), un codognese pittore, grafico, disegnatore, collaboratore di Hayez, lasciato nel dimenticatoio dalla sua città d’origine

Con la trascuratezza è inesorabile che memoria si abbassi e subentri quella che chiamiamo rimozione. Nella città di Codogno e nel Lodigiano chi ricorda oggi la figura e il ruolo delll’artista codognese Giuseppe Elena (1801-1867) del quale ricorreranno a breve i centoventi anni della nascita, s’è perduta sul territorio ogni traccia. Sebbene non possa che essere credibile che il ricordo non può essere una esternazione infinita, avere memoria dell’opera prodotta da un artista è stato un antesignano della scapigliatura milanese, autori di minuti passaggi densi d’emozioni è importante perché è nel ricordare la trama che conduce, senza scomodare il monaco cistercense Alberico delle Tre Fontane all’identità del territorio.
I nostri Comuni e più estesamente il Territorio (l’ex-Provincia) hanno avuto (hanno) assessorati alla cultura che hanno inseguito operazioni in funzione all’immagine e al “richiamo” turistico-consumistico. Nessuno mai (o quasi mai) che abbia pensato a “costruire”: il passaggio dello studio, della ricerca, dell’approfondimento. In pittura il passaggio della cosiddetta “ricerca” non cercatela da noi, non ne trovereste molta, solo qualche eccezione, che hanno permesso agli sponsor (banche, fondazioni, associazioni, istituti) di mettere la firma sui cataloghi a introduzioni (quasi sempre retoriche). E’ vero, di Giuseppe Elena non se ne è mai parlato né interessati perché l’immagine se l’era presa Milano, dov’era giunto sedicenne per lavorare in una delle tante botteghe artigiane di produzione silografica e iscriversi ai corsi di Brera dove si era diffuso l’interesse per l’incisione, e visse nel capoluogo quasi cinquant’anni, essersi sposato, avuto un figlio (Paolo) we finire a morire a Cantù; dopo avere attivato una stamperia artigiana e avere “tirato” lito di Hayez, e tentato la via della critica.. Ma le sue radici erano pur sempre nella Bassa lodigiana, figlio di Antonio, che lo aveva indotto a condurre i primi studi in seminario, lasciato poi ventenni per frequentare Brera e dedicarsi alla pittura, dove si distinse come “miniaturista”.
Nella sua stamperia, fra il 1827 e il 1833 pubblicò opere da lui stesso eseguite o litografie di Hayez, Migliora, Cornienti, Gozzi, Bisi, Focosi. Gli ultimi anni li impiegò come caricaturista con lo pseudonimo di Meschino al periodico milanese “L’uomo di pietra”
Della sua produzione di pittore si conosce poco. Studiosi quali l’Arrigoni e il Rovani ecc.) segnalarono la sua preferenza (già presente nella grafica) per i soggetti cittadini e le vedute in genere e, come punto debole, il disegno di figura.Come litografo, invece, gli riconobbero cura e franchezza di mano, di avere realizzato lavori distanti da quelli commerciali in voga nel Lombardo-Veneto.
Elia non generòo stile e cultura, non ha produsse opere di fortissima tensione lessicale da indurre all’attenzione studiosi e semiologi. La critica e la semiotica interpretativa non hanno trovato terreno per contributi di natura saggistica. L’Elena è stato un artista semplicemente di tecnica dignitosa, di disciplina (non cieca), che praticò una pittura che andava incontro al gusto allora corrente, I prodotti giunti a noi richiederebbero forse un approfondimento con le dovute distinzioni e correlazione, da mettere in luce gli elementi qualitativi della sua esperienza, i caratteri da poterli distinguere dagli aspetti precodificati e ripetitivi. Centrale in Elena fu l’attività di litografo, intensa fra il 1835 e il 1845, svolta al servizio anche di altri editori (soprattutto di Pietro Bertotti). Mentre, fino al 1830, il codognese si occupoò soprattutto di stampe di riproduzione. In seguito prevalse l’impegno per le fotografie e l’attività di disegnatore per tavole o vignette richieste da terzi.
La produzione pittorica è documentabile in prevalenza dalle partecipazioni alle esposizioni di Brera tra il 1833 e il 1860. Quella grafica è diffusa ancora oggi grazie a soggetti di vita cittadina e le vedute di genere e gusto pittoresco. Punto debole il disegno di figura, attribuito all’incompletezza del tirocinio accademico. Complessivamente una produzione che si stacca, per cura e franchezza di mano, da quella commerciale primeggiante nel Lombardo-Veneto.
Dal 1841 Elena iniziò a pubblicare da Santo Bravetta volumetti: sulle Esposizioni di belle arti palazzo di Brera, in tutto nove numeri ricchi di indicazioni critiche. Nel ruolo di scrittore e poeta fu occasionale, pubblicò il romanzo La serva della serva (1841), Il pittore, L’Italia descritta e dipinta nei costumii(1841), Vita e testament de l’omm de preja,, le poesie in milanese Desmenteghet minga de mi.. Se le ultime gli hanno assicurato. un posto fra i poeti dialettali minori dell’Ottocento, più impacciata è la produzione in lingua, oscillante tra schemi romantici convenzionali e ambizioni di piccolo cronista sociale. In esse si trovano le idee dell’artista per mantenere un proprio margine di individualità e distinguersi in una nascente industria editoriale che andava moltiplicando irrequietudine e varietà di obiettivi. E rese Elena. “un caso” all’interno del piccolo artigianato artistico sorto all’epoca ai margini delle botteghe di riproduzione.
Nelle cronache di vita milanese l’Elena è infine ricordato per il temperamento arguto e irregolare, un po’ ai limiti della macchietta, e per tratti di carattere: una sorta di antesignano della scapigliatura milanese.
Aldo Caserini

 

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Claudio Arioli: Ricordo di un alieno al Centro cornici

Da più parti degli ambienti della pittura locale siamo sollecitati a ricordare Claudio Arioli. Ignorano che il suo ricordo è sempre vivo. Per gli amici e i molti frequentatori del suo laboratorio di via General Massena a Lodi, continua ad essere semplicemente Claudio.
E’ stato un uomo che l’arte la osservava da una posizione in apparenza “marginale”, quella del suo lavoro, che gli richiedeva l’“a prescindere”, appunto quello del corniciaio. Ma che per lui così proprio non era. Diceva Claudio:”La cornice decide, sovrana, il percorso di un dipinto”, lasciando intendere che la cornice è “il prodotto di una logica estetica”, riflette distinzioni di gusto, ma anche preferenze classiste. Anche facendo cornici si possono ricavare insegnamenti di più vasta scala.
Lui la considerava una espressione umana destinata all’uomo, quindi una conquista poetica. E insieme, a questa concezione coltivava anche la consapevolezza di quanto contribuisse e fosse poco accessorio alla visibilità dell’opera, il suo contributo di “artiere”. In sostanza di quanto il lavoro di un pittore attingesse, ai fini del successo, anche dal suo esercizio manuale e tecnico di artigiano. Magari senza dichiararne sempre il debito… Arioli avviò l’attività in proprio negli anni Settanta quando ancora il corniciaio era una necessità, ineludibile per gli artisti, affannati a dare registro alle proprie tele dipinte e l’industria non aveva fatto irruzione, costringendo l’artigiano in trincea.
Non molti sanno o ricordano ch’egli fu anche gallerista in via Volturno, dove fece conoscere alcuni artisti cittadini e del territorio, rompendo un circolo vizioso che per l’assenza di spazi alternativi costringeva molti all’autoesclusione. “Un quadro – mi disse un’altra volta  – deve avere un significato. Senza significato può solo essere una bella decorazione”. La cornice, sosteneva poi, “Dà godimento al dipinto”. Mi paiono già queste due semplici considerazioni importanti per sottolineare come Claudio si debba ricordare non solo come il corniciaio che ha dato vivacità a molte case e intonate tante pitture, ma come uomo di cultura estetica. Difatti nel suo laboratorio erano molti i quadri che gli artisti lasciavano in esposizione. Certo, con la dichiara speranza di vederli “piazzati”, ma anche di dare ad essi “vetrina” o di farsi conoscere. Una bella buona idea che il cambio societario e la malattia costrinsero a ridurre e poi a lasciare. Ma negli scampoli di tempo a Claudio rimaneva il piacere dello scambio delle idee, il piacere di parlare solo di questo o quell’artista, ma di quanto questo o quell’artista creavano, della qualità della loro pittura, della risposta che il loro “linguaggio” espressivo riceveva da una clientela quale era la sua, attratta dal piacere di arredare la casa con opere di sicura tenuta visiva e culturale.
Una cornice – sosteneva sempre Arioli – è l’elemento fondamentale per reggere un disegno o un dipinto. Detta così può però suonare banale. La cornice va osservata da un altro punto di vista più significativo, è uno strumento chiave per decorare perfettamente una parete e mettere in evidenza le caratteristiche estetiche e qualitative del dipinto che ospita.
Arioli preparava le sue cornici tutte su misura, artigianalmente, istruendole con fatica, intelligenza e gusto; appena poteva, aiutava a superare, la cultura commerciale di massa e a far trovare al suo posto una qualità rafforzata, adatta per interpretazioni postmoderne, di distinzione moderna, oppure antica. In questo campo era un cultore informatissimo e aggiornato.
Claudio se n’è andato ormai da tempo, Il suo ricordo è ancora vivo, ma è il vuoto lasciato che si avverte; anche se l’attività è stata brillantemente continuata dalla moglie Asti Nadia ed oggi è passata alla figlia, con una attenzione tenace verso tutto ciò che è necessario per soddisfare la domanda. Ma a noi amici manca Claudio il corniciaio dallo sguardo estetico, disinteressato, autonomo e presente a discutere d’arte, delle idee correlate a istituire il gusto. Ci piace tenere viva questa immagine che ci ha lasciato: un intenditore di legni, di stili, di qualità materiali e procedure, dell’intera configurazione materiale della attività di corniciaio, in grado di influenzare in modo radicale la pittura lo stesso concetto di cultura.

Aldo Caserini

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PANORAMA ARTISTICO LODIGIANO: Omaggio a Mario Ferrario, “il partigiano”

25 Aprile 2020. La piazza Maggiore è vuota, da lontano risveglia i ricordi “O bella ciao…”. La memoria va veloce a quando eravamo bambini e dalla porta di casa salutavamo il corteo dei partigiani; poi ha una svolta improvvisa e, prende il campo il ricordo del pittore Mario Ferrario, morto dodici anni fa all’ospedale di Reggio Emilia. Era nato a Borghetto Lodigiano nel 1948, dove aveva vissuto con la famiglia per poi trasferirsi a Corano, nel piacentino.
Sentiamo di doverlo ricordare, perché il vuoto lasciato nella cultura lodigiana, in quella artistica e in quella politica e progressista, della quale egli ha sempre comunque rappresentato una frangia minoritaria, si avverte. Manca il suo esempio fatto di impegno, di generosità, di mordente e dedizione; manca all’ambiente artistico la sua franchezza, il suo sapersi esporre senza calcolo né misura, le sue “provocazioni”, le sue passioni.
Qualche giorno prima della crisi che lo avrebbe portato all’ospedale e quindi alla morte mi disse che stava pensando di mettere in un quadro un brano da un blues di Allen Ginsberg. Non disse quale e io non glielo chiesi. “Ho bisogno di poesia, anche se la poesia genera equivoci”.
Dissidente, insofferente del perbenismo ( la mostra che aveva in corso ai Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia ne era una conferma), è stato in pittura e in politica un eretico, fautore di scelte alternative al mercato, alle guerre, alle barbarie, un fustigatore dei benpensanti, del Palazzo, un paladino della povera gente. Temi tutti rintracciabili e da sempre nelle sue tele. Sin da quelle degli anni Settanta, quando ancora praticava una pittura di derivazione pubblicitaria e un paesaggio d’estrazione “mottiana”, ma già sottratta all’effimero, all’ evasività espressivo-contemplative.
Le mappe di quegli anni erano costituite soprattutto dal procedere violento della Storia: la guerra in Vietnam, i conflitti in Medio Oriente, le guerre del petrolio, le stragi di stato in America Latina, il neoimperialismo; poi dai nuovi modi di vita, dalle nuove percezioni, dalla controcultura, dal radicalismo giovanile, dal rock duro… Di tutto metteva ampia traccia nella sua pittura. “La mia vuole essere un’arte dal vivo”, che trasmette in diretta nella testa del pubblico, amava dire, citando Robert Barry.
Nella pratica si è sempre portato dietro lo spirito più costruttivo di quegli anni, quando il suo impegno maggiore era nel sindacato poligrafici e poi in quello degli artisti. Ferrario non ha mai amato la metafora. Non ha mai amato avvitarsi su sé stesso per dire ciò che aveva già detto la storia. Con la sua arte ha sempre puntato al colloquio e alla memoria. E per raggiungerlo ha scelto una pittura che non poteva che essere ciò che è stata: una pittura-cronaca, senza complessità,. espressa con sicurezza di tono e limpidità d’immagine, carica di colore da provocare emozione e mettere in sintonia con le tematiche di pensiero e di opposizione politica.
Figura singolare, ha saputo sorprendere col linguaggio di una pittura contemporanea insolita per tanti lodigiani, ma anche col linguaggio di una pittura che sapeva farsi “anche” politica. Ciò nonostante ha sempre confessato di sentirsi a suo agio nel paesaggio, di coltivare la seduzione dei colori, cose che oggi possiamo leggere come simboli delle affezioni della sua anima, oltre che come strumento per dare “involucro” e forma espressiva all’eccitazione della polemica.
In tempi di caduta dei valori, di crisi della politica e di relativismo etico, non è facile parlare di lui, un’ artista che la sua gente l’ha dimenticato, o forse no. Ferrario, sapeva muoversi controcorrente scandagliare disagi, istanze, passioni del tempo e della storia; leggere in comportamenti, costumi, deliri; indagare tra le pieghe del potere, dell’economia, degli affari, della geopolitica. Sempre facendo pittura, con incursioni tecniche post-impressioniste, pop, attualiste.
Non era stato importante per lui rincorrere il “nuovo” nell’arte, quanto la rappresentazione di quello che accadeva nel villaggio globale; quindi trovare, capire, decifrare i segni, costringendo l’attenzione creativa a non librarsi nel vuoto. Ci manca Ferrario, proprio per questo. Sui suoi quadri si potrà sempre dire o disdire, entusiasmarsi o accanirsi. Ma non che mancassero di specificità culturale. Questo è il momento del ricordo, non della riflessione estetica. Una cosa però la possiamo e la dobbiamo dire: Ferrario è stato di una generazione ricca di voltagabbana. Al verbo che “L’arte non può più fare politica” egli si è sempre opposto testardamente. Ha mostrato il contrario, praticando una pittura che non ha mai preteso l’applauso, ma di far discutere, di vincere i troppi silenzi.
“<Olocausto Auschwitz”, “L’atomica”, “Primavera del ‘45”, “Il Partigiano”, “Il Sessantotto”, “Profughi”, “Malebolge”, “Liberté. Omaggio a Picasso” sono alcuni dei suoi titoli, ma non sono solo titoli. Illustrano elementi essenziali, di denuncia e di ammonizione dove i valori simbolici. Ci piace ricordarlo in occasione di questo 25 Aprile anche per essere stato una sorta di agente visivo dei nostri passaggi epocali.

Aldo Caserini