Archivi categoria: Poesia e letteratura

CESARE ANGELINI. La poesia della Bassa e il fascino della semplicità

Saremo pure una terra senza memoria, ma non vi è dubbio che alcune pagine del Novecento – secolo eccezionale per tanti motivi -, per la confluenza e la proiezione di tante tensioni morali ed esperienze individuali e collettive, in cui la letteratura e l’arte entrarono a piene mani nella vita vera, facendosi modo, strumento e mezzo di comunicazione – certi scrittori mantengono una capacità di testimonianza e di attrazione che va oltre le loro biografie.

Esemplare, almeno per noi, il caso di Cesare Angelini, sacerdote e letterato pavese, elzevirista e collaboratore di quotidiani nazionali, rettore del cinquecentesco collegio Borromeo di Pavia, uomo di straordinaria esperienza di Cielo e di terra, autore di pagine bellissime come quelle che si incontrano in Carta, penna, calamaio, in cui raccolse le proprie confessioni di “pover’uomo” e rivelò le sue “dolci manie” di letterato.

Come lo ricordiamo ? Per la chioma fluente e argentea, i gemelli ai polsi, l’abito talare inappuntabile, la calligrafia curatissima, la sigaretta tra le labbra, i caffé un’ora dopo l’altra, il farsi fotografare, la conversazione deliziosa, le amicizie (noi lo incontrammo grazie al suo amico Gianfranco Grechi, direttore alla Sormani). Tratti, che non coincidevano con altri tratti, regole, abitudini e carattere. Come quello di essere sempre pronto a sedersi in osteria con sconosciuti davanti a un buon bicchiere di Bonarda.

Malato di “pavesità” ? Probabile, come lo era dei colli di San Colombano, sulle cui rampe s’affaticava in bicicletta e dove aveva messo le basi per realizzare una Casa per il Clero (poi mai aperta). Era nato ad Albuzzano, da famiglia contadina; come impedirgli l’humilitas di aglio e camomilla, al cristiano di radicarsi alle cose della terra, alla campagna, ai suoi cari?

Era un malato della “Bassa” lombarda visto che nei suoi scritti vi ha compreso le alture piacentine che si sposano con l’Oltrepo, il lodigiano, Caravaggio e San Colombano al Lambro a cui dedicò, esattamente cinquant’anni fa Questa Bassa (e altre terre) un volumetto di “frammenti” uscito da Vanni Scheiwiller. Da quella antologia era tratto “Conoscere la provincia”, ri-editato da una associazione piacentina (“Ore piccole”) a cura dello scrittore piacentino Gabriele Dadati. Non tralasceremo di ricordare che il testo era accompagnato da una decina di illustrazioni di Teodoro Cotugno, un artista che Angelini apprezzava per il nitore e la calligrafia segnica, le scelte e la frequentazione dei luoghi e lo spirito. “Di gusto “angeliniano”, disse con ironia la volta (l’unica) che Gianfranco Grecchi ci fece incontrare alla Sormani.

Conoscere la provincia è un piccolo libro per mole ma grande per sostanza poetica e umana. Con scrittura fresca Angelinic mostra un’invidiabile forza espressiva, di cui è prima prova l’uso sottilissimo della lingua, la trama musicale, quasi una ripetizione di una melodia interiore.

E’ un libro che aiuta a ritrovare lo spirito della provincia contadina. Lo mette in evidenza Dadati: “E’ una provincia trasferita nel mito, quella di Angelini, in cui si smussano le asperità, quando non si riducono a forme alternative di bellezza. Sembrerebbe una visione un po’ ingenua, se non fosse che la lettura del mondo, degli esseri umani e delle loro attività, e di tutta la “bella d’erbe famiglia d’animali, è condotta secondo un’ottica cristiana e giustifica tutto”.“Conoscere la provincia” è un libretto che tutti dovremmo riprendere in mano: E’ costruito su fede e campagna, proverbi e stalle mugghianti, grattando all’origine dei paesi minori, combinando l’economia rurale e la storia feriale, combinando unitariamente la vocazione religiosa e quella letteraria. Da maestro. E’ un libretto che anche se dimenticato e pieno di polvere in libreria, merita di essere ripreso. Non solo per essere letto, ma meditato. Fa ritrovare il piacere delle proprie radici.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , , , ,

I VOLTI DELLA POESIA: “”Neige pensée” di Amedeo Anelli. Traduzione di Irène Dubœuf

Amedeo Anelli. Neige Pensée, trad. di Irène Dubœuf. In copertina “Alfabeto” di Gino Gini

Irène Dubœuf, poeta francese di Saint-Étienne ha tradotto Neve pensata di Amedeo Anelli che la Libreria Ticinum Editore ha appena pubblicato col titolo Neige pensée e una copertina di Gino Gini. Collaboratrice di Dialogue, rivista di ricerca del gruppo francese GIFEN per la nuova istruzione, la Dubœuf ha premesso al volume – una settantina di pagine, suddivise in tre sezioni – Hivernal,In memoriam (a Daniela Cremona), Texture des corps– , che tradurre Neve pensata “c’est comprendre, au-delà d’un expression poètique particuliére, la culture philosophique ed esthé de l’auteur”, evidenziare che l’autore “ a recours à la poésie pour pénetrer au coeur des choses, le vivant comme l’inanimé, et faire ressentir au lecteur leur interdépendence dans des textes-miroirs…”

Neve pensata era stato pubblicato da Mursia nella collana diretta da Guido Oldani ed è la quinta raccolta di Anelli. In essa i ritmi sono in parte diversi rispetto le composizioni precedenti. Ora è più un ondeggiare pacato tra neve, sogno e silenzio – “i nutrimenti della terra viva di stagioni e di corpi vivi” – in cui senza difetto né timidezza compaiono gatti (Tone, Mimì, Guido, il Gatto-pera, Catullo, attenti ma fermi nella luce imperscrutabile degli occhi ) e altre specie (passeri, pettirossi, corvi, farfalle, falchi…) mentre nel paesaggio complessivo le dedicazioni agli amici conferiscono una curvatura ai versi illimpidendoli di affetti e simpatie.

Il volume in francese mette in evidenza le qualità di traduttrice della Dubœuf, consapevole di dover essere “la plus proche possibile” all’autore, alle strutture della sua poesia e fedele al suo pensiero nel restituire “la tonalità et la dimension rythmique”. C’è riuscita, almeno così a noi sembra. Anche se per lei non deve essere stato sempre facile, dovendo affrontare nei tre capitoli monotematici e monocromatici composizioni ritmicamente contrappuntati che offrono “un autoritratto del naturale”. Non abbreviano nodi tormentosi ma hanno il centro-motore in quell’impegno nel quale il poeta trova motivazioni per cimentarsi nella risonanza delle parole: l’ambiente, le stagioni, la natura, la volontà, la capacità continua, dinamica del comporre poesia.

Preposizioni fondamentali come quelle della natura, delle stagioni, dei nutrimenti della terra, rappresentano il perenne confronto dell’uomo con le pagine della vita, con la storia e i suoi valori, con il presente e il passato, avvalendosi di una rete di intuizioni affidate alla parola per cui la poesia diviene il terreno di confluenza e di proiezione del dialogo, della ricerca e della vita oltre che di motivi e percezioni puramente soggettivamente autobiografici.

Le ricerche iniziali di Anelli attorno al linguaggio hanno ormai lasciato campo a nuove funzioni ritmiche, a nuove tessiture dove accostamenti, appropriazioni, contrappunti valorizzano con “ampliamenti metrici, verbali, frasici” le parole, e fanno scorrere col chiarore delle idee il tempo e gli istanti, le cose e i viventi, gli affetti e le attese. L’interagire dei frammenti mette in linea una poesia pensata ricca del deposito di materiali e di idee il cui senso non è sempre facilmente determinabile. “Tutto va all’indietro/ come il tremo il paesaggio,/ se cambi posto fugge tutto in avanti”. I grigiori del cielo, le nebbie, le foglie e le guazze rugiadose, le piogge intense e minute, la neve – la neve sognata e la neve pensata-, le brezze, il gelo – il nutrimento di una terra vicina al Po’, forte di stagioni -: e poi i silenzi, il paesaggio, il tempo, la memoria, sono alcuni flash con cui interagiscono le proposizioni nell’agile volumetto che da più angolazioni munisce genesi a una quarantina di sillogi tradotte abilmente da Irène Dubœuf.

Aldo Caserini

Contrassegnato da tag , , ,

Gumilev, poeta della natura e della semplicità nella traduzione dal russo di Amedeo Anelli

Una recente riuscitissima traduzione di Amedeo Anelli, direttore di Kamen’, la rivista di poesia e filosofia giunta al XXVIX anno di vita, fa compiere un passo indietro nel tempo, agli anni del primo Novecento in Europa, che furono marcati dalla poesia russa e vissero al centro di irradiazioni e convergenze intellettuali e letterarie. Figura di spicco, per interesse e rilevanza Nicolaj Gumilev, del quale sono pubblicati in un interessante volumetto dell’editore Avagliano i versi dedicati alla natura, al mondo contemporaneo e alla morte. Nel giorno in cui il mondo fu creato, questo il titolo della raccolta (pagg.75, € 12,00), riprende poesie, preghiere e poemetti accompagnati da una nota finale bio-bibliografica con cui Anelli da risalto alla solidità e intensità del percorso letterario e umano del letterato e poeta russo.

Nato nel 1886 a Kronstad, Gumilev si inserì giovanissimo nel mondo letterario pietroburghese di cui divenne uno dei rappresentanti più importanti. All’inizio appassionato cultore del simbolismo, se ne allontanò fondando un movimento che gli diede fama di capostipite dell’ ‘acmeismo’ o ‘adamismo’. Obiettivo del movimento: tornare alla poesia e raccontare il ‘reale’ naturale più che sociale, usando parole semplici, chiare e levigate. A venticinque anni Gumilev si immaginava una poesia sottratta al falso sensibilismo del Simbolismo antirealista, capace di guardare all’Oltre, alle cose della vita reale, di interpretare i sentimenti semplici e il vivere del popolo. Una poetica che trovò adepti, dal prolifico Puskin al “colorista” Blok, che nei colori vedeva trasmessi i segni mistici delle cose, qualcosa in più dell’esperienza umana, fino alla Achmatova, moglie (per otto anni) di Gumilev.

Lo scorso anno, Kamen’ ( n.55, giugno 2019) assegnò l’ ìntera sezione di poesia (una quarantina di facciate da pag:49 a pag.89), ai testi originali in cirillico e alle traduzioni di Anelli che restituì, “nei suoi ritmi scanditi”. voce al poeta (Daniela Marcheschi).

Attrezzato al ritmo dai tanti lavori precedenti in slavo, Anelli mostra bene nel corpo dei testi la ricchezza degli attraversamenti e del cammino del poeta, il pensiero delle sue sorgenti, il senso della natura animata e animante, l’adesione all’eloquenza del modulato e la ricerca stilistica.

Nel giorno in cui il mondo fu creato, esce nel centenario della nascita di Gumilev ed ha dentro coi testi pubblicati da Kamen’una decina di inediti (poemetti compresi) e le revisioni apportate – spostamenti minimi, levigature, appianamenti – che esaltano l’andamento meditativo dei versi. Non sono tanto un intervento normalizzante quanto una esplicazione della struttura, la messa in evidenza del rifiuto dell’autore russo della retorica e delle ampollosità del simbolismo allora in voga, per una dilatazione musicale della partitura, attraverso la chiarezza della parola e il ritmo.

Aldo Caserini

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Tra l’Infinito e il Nulla. Un saggio di Tino Gipponi sull’Infinito di Leopardi

Non è facile, in genere, definire le fasi di una vicenda culturale e il ruolo delle figure di letterati. Possiamo ricordare però che sul finire degli anni ‘60 la poesia pareva sul punto di esaurirsi. Con difficoltà Leopardi era affrontato nelle scuole. A quei tempi e a malapena, si parlava più del senso della storia in Manzoni, del sepolcrale Foscolo, di Monti, Carducci, Pascoli, Fogazzaro e di qualche altro neoclassicista. Leopardi si doveva accontentare. Trovava conforto in un gruppo di liriche segnate dalla solitudine e dalla malattia che si imparavano a memoria velocemente: Infinito, A Silvia, Passero solitario, Il Sabato del villaggio. Su di lui non si insisteva, aleggiava il sospetto d’essere un “eccentrico”. Malgrado ne avessero scritto De Sanctis, Russo, Momigliano, Contini, Papini, Croce, la grandezza della sua poesia ha stentato ad affermarsi e trovò consacrazione piena solo nel Novecento avanzato. Ma allora non brillavano gli studiosi di linguistica, che studiavano morfologia, struttura, semantica, pragmatica, lessicologia… pronti a cogliere l’importanza della forma, l’interagire col significato e il rafforzamento della “scintilla terrestre”.

L’Infinito di Leopardi è sempre stato un testo che suggerisce l’ insorgere di “di immagini e parole”, oggi lo dicono parecchi studiosi, che rilevano come uno sfarzo di figure metriche e mette in questione il soggetto della scrittura e l’affermarsi di un significato definitivamente costituito.

Che nel bicentenario della sua composizione L’Infinito fornisca un arricchimento che va oltre al semplice omaggio, rappresenta senz’altro una importante gratificazione.

E’ di questi giorni la stampa per Prometheus del saggio Tra l’Infinito e il Nulla in cui Tino Gipponi affronta e chiarisce il tentativo leopardiano “di costruire una nuova lingua della poesia” ricorrendo al polisindeto (un costrutto sintattico, consistente nell’uso ripetuto di congiunzioni coordinative a fini espressivi, per unire un insieme di parole o frasi) nel libro enumerati dall’autore in otto dittici, sei aggettivi dimostrativi ecc, “ripetuti senza essere disturbanti e ingombranti”. Il libro è una ricca e sistematica escavazione di strutture, idee, atteggiamenti, condotta attraverso una analisi stilistico-metrica che aiuta a individuare gli orientamenti e la disciplina poetica della poetica leopardiana.

Gipponi arriva a riconoscere per tale via lo scardinamento della “forma chiusa” con cui il poeta recanatese ha introdotto il meccanismo dell’immaginazione. L’ analisi è minuziosa, condotta con acume critico e analitico, con grande rispetto nell’ uso della parola e del significato. Non senza qualche dettaglio polemico. Come contro il diffuso “stereotipo scolastico” del pessimismo garbatamente valutato ricorrendo a un calzante citazione ( Antonio Prete) che attribuisce al diffuso clichè di avere impedito di cogliere come la scrittura di Leopardi “ tenesse insieme la rappresentazione e la musica del verso lo sguardo sulla finitudine del verso e l’apertura costante del desiderio, oltre che la necessità dell’immaginazione”.

Tra l’Infinito e il Nulla è un saggio riuscito che annuncia due anni dopo la pubblicazione con Prometheus de La poesia in Ada Negri come la mente dello studioso si è arricchita in ampiezza di succhi spremuti dalla storia letteraria e dalla cultura critica.

«[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. […] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti». Con il il De Sanctis è quanto si riceve dal pregevole contributo di Gipponi.

Il volume è completato da Silvia e Nerina nella poesia di Leopardi e dall’allegata acquaforte titolata all’Infinito di Teodoro Cotugno di cui rimandiamo a un successivo commento.

Aldo Caserini

Il libro : Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla – Tino Gipponi, Prometheus, collana di saggi, ricerche e studi, con un’acquaforte (17, fix26), L’ermo colle di Teodoro Cotugno, copertina di Franco Cilia, dicembre 2019, € 10,00

Contrassegnato da tag , ,

Eliza Macadan, “maratoneta della poesia”

Nella “maratona della poesia”, gara in cui “corre da sola”, come lei stessa dice, la cinquantenne moldava Eliza Macadan ha tagliato un nuovo traguardo di tappa con Pianti piano, editato da Passigli Poesia nella collana che fu fondata da Mario Luzi.
La raccolta si avvale di una introduzione di Amedeo Anelli che conferma come la Macadan affida ad una tessitura “fra io e tu, fra io e l’altro”, il dialoga sui “grandi temi del consistere”.
Nell’organizzazione ordito e trame muovono sul rilancio di opposti, in una realtà prismatica, fatta di rifrazioni e riflessi, di schegge e pezzi di accadimenti e di esperienze, di cose e di fatti che danno l’ immagine di “una esigenza insoddisfatta di risposte” e rende problematica una comunicazione di senso unitario.
La Macadan non è una novità per i lodigiani. A farla conoscere hanno dato il loro contributo la rivista semestrale Kamen’, gli Amici del Brembiolo di Tavazzano, Amedeo Anelli, e, forse, ma non ne siamo sicuri, la conoscenza delle sue ultime raccolte: “Passi passati”(Jocker, 2016), “Anestesia delle nevi” (La Vita felice, 2015), “Il cane borghese” (La Vita felice, 2013), Pioggia Lontano Archinto, 2012).
Al mondo di questa letterata non si accede se non percorrendo lo spazio che le parole dispiegano attorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose, Il valore simbolico in cui è racchiudo il senso è rintracciato nella localizzazione puntuale della soggettività dell’ordine sensoriale e di quello razionale, sorgente dei “versi secchi e taglienti” e della modalità particolare di comunicare un “senso corroso” trattenuto “alla superficie delle cose e degli atti”.
Il titolo Pioggia lontano è una sorta di leitmotiv, tanto è ripreso nelle ottanta pagine di versi. Non è una astruseria dell’immaginario, ma corrispondere a una esigenza interiore, metafisica, di tenere insieme cielo e terra. Quella della Macadan è una “poesia di richiami”; raccolti in un proliferare di immagini che esprimono ansia di pienezza e di vita. Evidenzia la capacità di creare metafore e modi di dire “ nuovi” in uno stile proprio, “non apparentabili”; di architettare perfettamente immagine e percezione lasciando libere le parole.
Nella nota a Pianti piano il critico Anelli indica nella tessitura una quotidianità mai “banale”, frutto di una individuazione e di una ricerca “sempre insoddisfatta di perfettibilità”.
Nella poesia c’è lo specchiarsi della vita, della natura: l’ampiezza e la semplicità, rese con grande attenzione alla parola e sostituire quella della falsificante psicologia.

Aldo Caserini

Testo pubblicato sul quotidiano Il Cittadino.

 

Anelli tradotto in romeno . “Polifonii” la raccolta di poesie

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad

Amedeo Anelli, fondatore e direttore di Kamen’

alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.
Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.
Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.
Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.
L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kamen’ : per capire il Settecento serve leggere Giuseppe Baretti

Di Giuseppe Marco Antonio Baretti, torinese di nascita, poeta e scrittore di forza espositiva ironica e vivace che ha contribuito al nostro Settecento letterario con molti altri autori minori – coloro che il De Sanctis nel capitolo della Storia della letteratura italiana sulla “Nuova letteratura” chiamò uomini nuovi- , non ci appartengono più. Sopravvivono a malapena in qualche antologia di studiosi, non in quelle scolastiche e solo in studi specifici. Di loro non rimane neppure il cattivo ricordo di scuola per averci costretto a imparare qualche poesia o testo. Perché?, Semplicemente, perché gli storici della nostra letteratura “pura”, cioè “astratta”, hanno pensato di averne abbastanza delle loro “libertà” o autonomia. Anche se, nel caso di Baretti, si possono citare, senza troppo andare indietro, studiosi che hanno rivisitano le sue pagine e se ne sono innamorati, che ne hanno riletto in chiave originale gli scritti offrendo interpretazioni particolari e argute o anche soli richiami e citazioni. Tra questi Enzo Mandruzzato ne I piaceri della letteratura italiana, Ruggero Jacobbi (L’avventura del Novecento), più volte Luigi Piccioni, e, più vicini a noi, Bruno Maier, profondo conoscitore della letteratura rinascimentale; Elvio Guagnini, critico letterario, ordinario di lettere e filosofia all’università di Trieste, esperto di letteratura di viaggio nel Settecento e studioso del rapporto tra letteratura e scienza e poesia, che ora ripropone l’esperienza di Baretti su Kamen’, attraverso un aggiornamento interpretativo delle sue forme e i modi di scrittura.
I testi di Kamen’ sono tratti dai reportage apparsi su “Frusta letteraria” e nelle Lettere ai familiari e presentano caratteri di sicura originalità dello scrittore, e lo fanno ritenere autore lucido, lunatico e duro nei giudizi, di singolare personalità, essenziale nelle “impressioni”, impegnato non tanto a creare teorie, ma a vincere, con una certa pedanteria e ironia, imperfezioni formali e francesismi, ai suoi tempi largamente diffusi.
Spiega lo stesso professor Guagnini: “L’antologia qui proposta di Baretti scrittore del (e sul) viaggio vuol testimoniare il rilievo le esperienze di scrittura hanno nella biografia di Baretti, oltre che nella storia letteraria italiana ed europea del Settecento… Sicuramente interessanti – tutte – sul piano del documento e della testimonianza, oltre che del gusto e della cultura dell’autore. Alcune, come le pagine delle Lettere familiari, di grande rilievo, anche sotto il profilo della qualità e dell’originalità letteraria, sia a confronto con altre opere di Baretti sia a confronto con altri testi della cultura contemporanea italiana”
Perché Kamen’ (n.55) propone Baretti ai sui lettori? Perché sin dai primi numeri la rivista diretta da Amedeo Anelli recupera testimonianze di significativi autori diversi (economisti, storici, scientifici, esperti del diritto, ecc.) che aiutano a comprendere l’evoluzione della società, del pensiero, della lingua, della scrittura (anche della comicità e dell’ironia), individuando fili conduttori, rapporti, analogie con il presente.
Nel Baretti che ci consegna Guagnini si coglie l’intensità del lavoro e, soprattutto, la novità della critica, in cui c’è poco mestiere e molta cultura, una cultura diversa. Nei numerosi “viaggi” descritti non c’è il turismo, ma la costruzione di un linguaggio critico consegnato attraverso la novità delle parole, speziate al punto giusto, che marcano le differenze con quelle cruschiane allora primeggianti. Una sfida interessante che costella gli scritti di curiosità e ne contrassegna i passaggi con una quantità di stimoli polemici, spesso pungenti o taglienti. Baretti dimostra di aver meglio capito di altri del suo tempo (e di tanti che oggi vanno per la maggiore), un rigore critico e uno stile oggi fuori moda, che invece non sarebbe un male recuperare.

Aldo Caserini

 

Contrassegnato da tag ,

ELIZA MACADAN, “Frammenti” con introduzione di Amedeo Anelli

Di Eliza Macadan, giornalista e poetessa di origini moldava residente a Bucarest, nata nel 1967, che scrive e pubblica in italiano, romeno e francese dal 1994, i lodigiani conoscono i risvolti umani, politici, letterari e di prerogativa ( della poesia). L’anno passato, a Tavazzano, per iniziativa del Piccolo Presidio Poetico “On fa l’os” Amedeo Anelli dialogò con lei alla Biblioteca; aveva appena pubblicato da Archinto Pioggia lontano e la sua ars poetica (senza scomodare Aristotele, Orazio e Nottolino di Pario) trovava risalto sulle riviste di poesia (Kamen’) e considerazione sulla stampa d’informazione.
Con il passare del tempo la sua produzione lirica non ha svigorito su di se l’attenzione pubblica. Frammenti di spazio austero (Ticinum Editore, 2018 euro 10), appena uscito, è un volumetto di una cinquantina di pagine che riprende l’edizione ragusana del 2001. In copertina riproduce una bella formella di Fernanda Fedi e s’apre con un intervento di Amedeo Anelli che gratifica l’autrice con una nuova puntigliosa analisi delle stratificazioni culturali, degli “attraversamenti” e delle “assimilazioni” intervenute sulla “unità poematica”, Così il direttore di Kamen’, consapevole ovviamente di occuparsi sotto il profilo teorico del punto di vista descrittivo-sistematico non al fine di suggerire norme preferenziali, ma per esigenza “naturale e necessaria”, di risvegliare “temi esistenziali di interesse universale”.
Anelli ne richiama lo spazio poetico: forme intonative, precisione del dettato, analisi del quotidiano e del contingente, il dire e il non dire (gli spazi bianchi) eccetera.
In “Frammenti” le parole della Macadan non catturano come altre volte. Per intenderci, non sorprendono come in Anestesia delle nevi, dove i versi s’avviano con “Cronofaga”, che obbligano tutti a ritornare al dizionario. In ogni caso non si può dimenticare che i frammenti hanno una quindicina d’anni e la poesia della romena è stata sottoposta al “labor limae” (letteralmente a un lavoro di cesello, ovvero a un perfezionamento del prodotto). Anelli si limita a riconoscere che vi sono “in nuce molte procedure, procedimenti e temi delle raccolte successive”.
C’è però qualcosa almeno di “inusuale” nelle 40 liriche in lingua originale, non tradotte, tutte brevi, ciascuna composta da un minimo di sei versi a un massimo di ventuno, scritte con linguaggio asciutto, essenziale, senza nessuna punteggiatura, senza lettere maiuscole, senza nessun titolo; un “modello” che si ricorda in altre raccolte, come in Anestesia delle nevi, anch’esso prefato da Amedeo Anelli, che in “Frammenti” nota vi trovano posto già “il lato sentimentale e il duro attraversamento quotidiano e del romanzo personale, la incerta navigazione dell’ora e del minuto”.
La Macadan è un poeta che giocherella sugli opposti, i contrari, sul diversivo del rilanciare, dell’aumentare e infine “sul tono iperbolico, ironico, enigmatico e sapienziale” dei giudizi e delle sentenze. Ha una sua significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”,

 

Contrassegnato da tag , , ,

KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ

Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

Amedeo Anelli nel Delta del Po / Memoria per Giorgio Mazzon

Giorgio Mazzon (1848-2017) è un artista-poeta veneto rimasto pressoché inesplorato lontano dal Delta del Po, poco conosciuto dal grande pubblico fuori dal territorio, ma noto per le sue sculture in legno levigato dal Po e reti punto di riferimento di tanti artisti tra Chioggia, Ravenna e Rovigo.

Pittore, scultore, incisore, decoratore, fotografo, scenografo, organizzatore teatrale è stato un personaggio “raro”, che ha avuto il coraggio di trasformare il proprio studio di artista e parte della propria abitazione in una sorta di atelier aperto a tutte le esperienze dell’arte, della letteratura e della musica, inanellando parole, immagini, versi, note, caratteri, mescolandoli coi colori del Po.

Il Ponte del Sale, una associazione rodigina per la poesia e lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale, ha raccolto in un elegante volume, a cura della famiglia di Mazzon, una serie di fotografie di Giorgio Mazzon che lo scrittore Danilo Santoni si è peritato di far commentare a poeti e testimoniare da interventi di amici e letterati, realizzando un interessante e prezioso “omaggio” all’artista scomparso testimoniando l’azione e l’attività del “maestro” attraverso suoi scatti, riportando però anche l’attenzione del lettore sull’amatissimo Polesine, una terra fra le acque la cui storia si perde nella narrazione e nella mitologia.

“In calmissima luce”,è un volume di una novantina di pagine, di cui la metà almeno è consegnato alle immagini “fermate” da Mazzon; in caratteri Garamond, su carta Fedigroni Century Cotton Wove Premium White dalla Grafica Atrestina. raccoglie straordinarie suggestioni documentarie in b/n di una terra intensa per contenuti e ispirazioni.

Le immagini di Rosolina e del Parco del Delta del Po e dei circostanti luoghi intrecciati da canali e canneti che animano per una decina di chilometri le seducenti acque delle valli e del mare Adriatico sono introdotte da una poesia di Amedeo Anelli: “In Memoriam”, in cui il poeta lodigiano risolve un canto sobrio, liscio, in cui si coglie una semplificazione (per evitare sia l’ affabulazione sia gli addobbi) e il ricordo del maestro è trasferito in un approccio alla terra polesina, colta non come un acquarello (magari turistico) ma un qualcosa che restaura rapporti attraverso il continuo di cielo, acqua, nebbie e zolle.

La composizione del cogonese richiama infatti il legame terrigno tra gli abitanti del Basso Alaudense e i “fratelli di quelli della foce”, pur senza avere di questi lo sbocco. Coglie di entrambi la presenza di magnetismi e suggestioni, quel “qualcosa” di comune che li nutre:…fra le reti qualcosa passa, qualcosa resta/ qualcosa nutre nell’umida terra: la vena d’argilla…”.Il Po che attraversa il basso lodigiano e quello del Delta offre al poeta come già all’artista un elementi di comunanza, dati dalla ”continua immersione”. Che peraltro si può afferrare anche nelle liriche di Luigi Bressan, Loredana Bogliun, Luciano Caniato, Nando Celin, Maurizio Casagrande, Andrea Longeva, Gabriela Fantato, Marco Munari, Ivo Prandin, Gianni Sparapan eccetera.

IL LIBRO: In calmissima luce- Con Giorgio Mazzon nel Delta del Po – Fotografie di Giorgio Mazzon – Elaborazione delle immagini di Danilo Sartoni – Ed. Il Ponte del Sale Assoc. Per la Poesia, Rovigo. – pagg. 94 – maggio, 2018 – €.24