Archivi categoria: Poesia e letteratura

A KAMEN’ LA MENZIONE DEI BENI CULTURALI COME RIVISTA DI ALTO VALORE CULTURALE

E’ prossimo alla chiusura in tipografia e alla distribuzione in libreria il numero doppio( 56/57) di Kamen’con cui la rivista entrerà nel trentesimo anno di vita  con la direzione del codognese Amedeo Anelli.  Intanto si apprende che la rivista ha ricevuto dal Ministero dei beni Culturali, la menzione (senza apporto economico) come rivista di “alto valore culturale”. Complimenti.

Anche il nuovo  numero – edito da Libreria Ticinum Editore di Voghera -, è organizzato in tre sezioni: una dedicata a Giuseppe Baretti, le altre alla poesia dello sloveno Miklavž Komelj e all’attività di giornalista e scrittore di Roberto Bartolini.

Centrale quella dedicata a Giuseppe Baretti (1719-1789) e curata da Amedeo Anelli, che segue quella sul n. 54 a cura di Elvio Guagnini interamente dedicata  alla “Frusta letteraria” e al tema del viaggio. Nel numero in uscita i lettori troveranno ordinati gli atti dell’incontro di studi tenutosi all’Università di Ultrecht e curati dalla studiosa Daniela Marcheschi e da Gabriele Cascio docente di letteratura e traduttologia, nonché direttore del progetto dell’Osservatorio di Studi danteschi presso l’ateneo olandese.

La particolare attenzione riservata da Kamen’ a Giuseppe Baretti consegue all’adesione della rivista al Comitato nazionale per le celebrazioni del tricentenario della nascita dell’intellettuale.

I nuovi contributi di studi collazionano oltre gli atti del convegno olandese una introduzione di Amedeo Anelli su Giuseppe Baretti intellettuale europeo, i saggi di Daniela Marcheschi, Giuseppe Baretti: un classico come prisma per rileggere la letteratura, e di Gandolfo Cascio, «More virility of Thought and Vigour of Stile than any other Poem antient or modern»: Baretti patrono di Dante.

La sezione di Poesia è intitolata al poeta Miklavž Komelj; è in tre lingue, sloveno, italiano e spagnolo e contiene una scelta in gran parte inedita di sue poesie.

Studioso di Storia dell’Arte all’Università di Lubiana Komelj si dedica da sempre alla poesia ed ha pubblicato una serie di raccolte poetiche:: La luce del delfino, L’ambra del tempo, La rugiada, L’ippodromo eccetera. E’ inoltre autore del saggio La necessità della poesia  e traduttore in sloveno didi Pessoa, Neruda, Pasolini.

La sezione di Umorismo dedicata a Roberto Barbolini contiene il suo saggio Il Tovagliolo di Formaggino. Quando ridere è volare da una torre e un nutrito numero di racconti brevi ed altri scritti  inediti. Nato a Formigine (Mo) nel 1951, laureato a Bologna in Estetica con Luciano Anceschi, ha attaccato come saggista con Il silenzio capovolto prefato da Anceschi. Ha collaborato a “il Verri”, «Paragone» , «D’Ars», «Il Terzo Occhio». Come giornalista ha lavorato al «Giornale» di  Montanelli, Attualmente collabora a «QN-Quotidiano Nazionale» e scrive saggi, con attenzione al romanzo gotico, al fantastico e al poliziesco).

Aldo Caserini

 

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ANTEPRIMA/LIBRI – “QUARTETTI”, Anelli e Conti, poesia e pittura. Un gioco a due

Forse un regalo per le feste può essere “Quartetti” di Amedeo Anelli, una quarantina di paginette, pronto per il lancio (nella prima decade di dicembre) edito da Libreria Ticinum di Voghera, la stessa di “Kamen’.
E’ rivolto a chi ama la poesia o ne è attratto,  bambini e  adulti. Può anche dare  più luce al poeta sulla scena dagli anni Ottanta quando si presentò con  Quaderno per Marynka, e oggi si distingue (si sottrae) al clima e ai materiali dei tanti poeti che muovono il “sistema “.
All’esame dei fatti formali “Quartetti”  è un libro  un po’ diverso dai precedenti, la forma della filastrocca non è quella canonica tradizionale, richiede più confidenza con gli accordi a più voci, che Anelli aveva già reso espliciti in Polifonii, una selezione di testi tradotti con cui aveva dato riconoscimento a una  versificazione polifonica; in più ha un intento didattico vivo, rivolto anche al saper vedere.
Il poeta si conosce:  non prende in prestito espressioni di moda, anche quando ha un tono confidenziale; regala rare volte ironia e auto-ironia ( nella nota al libro esibita come sberleffo). In Quartetti manca ogni idealizzazione, tranne  quella simbolica dei gatti  e lo sferragliare del treno a due metri da casa. Si  ritorna al poemetto, ma senza parentele.
Se le composizioni non hanno misure “a norma”, il linguaggio (recente) si fa ulteriormente notare: è arricchito, variato, perfezionato, l’ eclettismo ha una sua  consapevolezza. La tecnica riceve forza dalla filosofia, entra dentro i contenuti e da spessore ai messaggi.
Il rapporto col reale si avverte, ma non è impostato preventivamente. Al contrario c’è compenetrazione tra suono, ritmo e significato, anche se l’invito del poeta all’interlocutore non è tanto di entrare nel ritmo della versificazione, ma in concordanze di poetica.
Diciamolo per prudenza: questi nostri “distillati” interpretativi non sono critica, ma note – la buccia. L’ analisi tocca agli esperti.
A volte, nel  libro, le parole sembrano germinate da un terreno vangato dalla”ricerca”  Borges lo spiegherebbe con la metafora ( di Keats), della pietra lanciata nell’acqua di un fiume per cui le immagini si creano senza la ricostituzione delle prime.
L’autore ce lo spiega con chiarezza :“Ho preso la forma della filastrocca e l’ho resa polifonica ad alto grado di complessità, ma leggibile anche ai bambini al primo strato della “cipolla” in questo modo i testi sono accessibili sia ai bambini sia ai grandi, cui può essere richiesta nell’apparente tono scherzoso un alto gradiente di conoscenze e di pensiero…e di avventura speculativa”.
Gli da una mano lo scrittore Guido Conti che si fa complice di un dialogo dove pennello, segno grafico e  disegno spostandosi fra l’iconico e l’ aniconiconico contribuiscono al gioco a due tra parole e disegni”.

Aldo Caserini

Il libro:  “ Quartetti”, poesie di Amedeo Anelli,  acquerelli di Guido Conti; editrice Libreria Ticinum, Voghera, pagg.38, ill. a colori, €18, dicembre 2020

Libri. “Liquid wordl”: Poesie e pitture di Pietro Terzini. “Guardare in viso ai bambini per ritrovare noi stessi”

Pietro Terzini è pittore, poeta, e, a suo tempo – detto per non perderne memoria – fondatore, col suo amico musicista Renato Cipolla, di un gruppo hobbystico teatrale (sia pure di un certo teatro, musicale), che ha allietato il lodigiano con una serie di spettacoli. Soprattutto è noto per svolgere una attività ultratrentennale di medico psicologo e psicoterapista cognitivo e comportamentale dell’infanzia e dell’adolescenza, professione che è condotta assieme alla moglie Angela Papetti.
Avviato verso i “settanta  (è nato, nel 1949 a Mairago, dove tuttora risiede), Terzini pubblica periodicamente da una decina d’anni libri di poesie. L’esordio risale però a Chiaroscuri diffusi uscito almeno una trentina di anni fa, attività di scrittura poi ripresa dopo una lunga sospensione nel 2012 con Diario di uno psicologico di campagna” e condensata in una raccolta di componimenti realizzati tra il 1991 e il 2014).

Di recente – messi insieme una cinquantina di testi e una trentina di produzioni figurali in parte dedicate a volti di bambini e donne – ha realizzato per i tipi di Youcanprint “Liquid World”. Titolo azzeccato con cui l’anno passato aveva titolato la sua ennesima personale e che ora è stato ripreso per dare corpo e carattere a una colorita combinazione di quadri e poesie. Come l’esposizione all’ex-chiesa dell’Angelo, il lavoro, fresco di stampa, prende spunti da un gruppo di libri (Liquid Life, Liquid Times, Liquid Lov…) del filosofo polacco Zygmunt Bauman sulla postmodernità.
Se la pittura del mairaghino è di derivazione post-pop e si risolve in espressioni descrittive, l’accompagnamento a composizioni tendenti al diario, in cui si allineano, con un eloquio semplice, prossimo al registro del parlato, pensieri, memorie, sentimenti, meditazioni, polemiche rigorosamente preparate e definite negli ingredienti, mantenendo alla lingua il trattamento in cui il mondo e la realtà in cui nasce ( cosa che ai frequentatori quali noi, di parole archetipe e manipolate ricavate da paludi mentali, può  sorprendere). offre  spunti di riflessione che impongono una lettura lontana da ogni tentazioni verniciaste da giudizio strettamente letterario. Le immagini e le parole di Terzini restituiscono infatti una catena di atmosfere sull’attuale situazione mondiale di precarietà; sfruttamento, crisi ambientale, diritti umani violati, libertà, srotolate dall’artista insieme una serie di comportamenti umani che ci qualificano :”spettatori in platea” (In Questa società, pag.4 ); “corridori bolsi”  di una “ civiltà moribonda” ( in Today, pag.7 ); dominati dal “gusto di avere” destinato a durare  “sempre meno” mentre ”la dipendenza aumenta”( in Vorrei possedere, pag.8).

Liquid World è una raccolta che aiuta ad affrontare il sentimento di avversità e rabbia sobillato e rinfrancato dalla meticolosa espressione di marca sociopolitica; offre una lettura che aiuta a “curare” l’errata convinzione di chi siamo con le nostre generalizzazioni negative sul nostro prossimo, basate su criteri di valutazione discutibili quando siamo chiamati ad affrontare difficoltà, dolore e confusione, cercando ragioni dove non possono essercene, neppure ricorrendo allo psicologo: “Ragazza/ piangi d’amore/e parrai meno barocca/con più  silenzio/ gracile/   divinamente donna” consiglia il poeta in Gaia (pag. 10). Confesserà poi lo psicologo “Mi sento un po’complice /nel curare talvolta/ ferite che sono / segni di malessere/derivanti dall’adesione esagerata/a questa società…(in Il mio mestiere, pag. 11).
Il confronto coi temi urgenti dell’attualità e della quotidianità  è presente in quasi tutte le composizioni di Terzini: Pane quotidiano, Sul Corso, Selfie, Sono disconnesso, L’Altro, Il Caffè, Un vecchio e un bambino, Dall’oblò della nave. Al di là del muro, Gallina nera, Sogno, Donna, Volti…  I volti, ecco su cui egli rinsalda il rapporto poesia-pittura. Ai volti –  volti di bambini, di donne, di madri – sono dedicate in gran numero le riflessioni e i richiami di Terzini. Si tratta di volti che messi in pittura sfidano, mettono in discussione certezze, evidenziano la nostra incapacità di condivisione, di fratellanza. “Il volto non si può uccidere”, “parla”, rompe il “cerchio”, ci dice: “eccomi!”. Raggiunge con la potenza critica che instilla dubbi.

Nelle poesie di Terzini, come peraltro nelle sue pitture ( “Laudato si”, “Capelli sciolti”, “Bambine nell’erba”, “Gemelli separati”, “Dio mio perché mi hai abbandonato”, “Bambina soldato”, “Pietro e Amir”, “Cielo e mare”, “To eat or not to eat”, citiamo solo alcuni dei titoli dei suoi quadri) le parole non inseguono la suggestione lirica, non ricercano una lingua diversa (enigmatica, simbolista, post-simbolista, ecc.), non fanno esercizio di sperimentazione sul linguaggio, non si abbandonano al flusso labirintico della vita psichica e dell’immaginario). Le sue parole non hanno un rapporto critico-dialettico – di avanguardia, sperimentale, sublime, orfico, aristocratico –; sono autentiche di uso corrente quindi immediate, piegano il linguaggio poetico a un livello di tirocinio autonomo dai registri espressivi, approdano alla semplificazione dell’io narrante; liberano dall’estetismo letterario; lo fermano sui fatti quotidiani: internet (Hikikomori”, pag. 13), le tonalità uniformi delle passeggiate sulla via centrale (Il Corso, pag.17), le regole e comportamenti aberranti nella società. Pur con qualche aritmia nel motore e ingenuità per via di definizioni “stecchite”,  Terzini sembra far affiorare la convinzione che è stata di Brecht, e cioè che la poesia (e congiuntamente la pittura) non deve cercare la bellezza ma la verità.
La sua pittura-poesia è infatti un’arte da “capire”, nel senso che va prima “sentita”, in essa non ci sono evocazioni magiche, estasi del verbali e del visibile, vapori musicali; immerge in un flusso di pensieri e immagini che mescolano fatti, sentimenti, avvenimenti, mode, interessi, convinzioni. In modo che le linee narrative  intrecciandosi lasciano la convinzione che gli uomini stanno irrimediabilmente rovinando il mondo in cui vivono, decisi a farla finita con l’umanità intera. Non c’è  materiale cromatico. Nei quadri c’è il colore, che a volte è intenso, brusco, privo d’ ombre (salvo eccezioni), ma non da stringere nel senso del tonalismo.

Terzini è autore castigato, che ha rapporti di senso etico e morale, di intensi legami familiari come si capisce nei versi dedicati alla madre e al padre  (pag.65); è un artista convinto che l’uomo debba preoccuparsi del proprio lavoro, del proprio tornaconto, ma anche del destino di chi gli sta vicino. Il che in tempi di trumpismo, razzismo, sovranismi e “fabbricanti di paure” che “soffocano la solidarietà”, non è poco.

Aldo Caserini

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Traduzioni: “L’ Alphabet du monde” di Amedeo Anelli

La situazione della poesia nel nuovo millennio è particolare, procurata dalla assenza di poetiche “impegnate” o militanti, e non perché manchino problemi e occasioni da capire o tradurre in una cornice poeticamente adatta a recepire quanto avviene nel mondo, nella società, nella cornice ambientale, singolare e collettiva,  da rifletterne il mutamento e dare spazio in versi ai dubbi, alle idee, alla costruzione di apporti e a nuove visioni. L’impressione, parliamo in generale, è difficile da rubricare anche perché è difficile, col disimpegno della critica,  considerare qualità e importanza letteraria circolante. Ognuno cerca di fare storia a sé. Ed è forse qui che andrebbe cercata la frattura epocale della poesia, ridotta a “casi singoli”, da farle perdere la sua forza di persuasione.

L’Alphabet du monde oltre essere il nuovo titolo del libro di poesie di Amedeo Anelli pubblicato dalle Edition du Cigne  (Parigi, giugno, 2020, € 10), inseriscono l’autore lodigiano in una “collection” di scrittori spagnoli, colombiani, irakeni,  brasiliani, islandesi, canadesi, messicani, statunitensi ecc. Non un generico mondo di poetanti, ma una selezione di autori attenti alle insidie che vengono da certe banalità sentimentali o dall’inventare un linguaggio che già c’è (da tempo).

Quella portata a compimento da Irène Irène Dubœuf è la seconda traduzione in francese della poesia di Anelli. Fa seguito a Neige pensée,pubblicato dalle edizioni Ticinum qualche mese fa con in copertina un’opera di Gino Gini, autore ben noto ai lodigiani, mentre la nuova “couverture” – Virus musical n.35 – è stata creata da sua moglie Fernanda Fedi, due apporti che si coniugano perfettamente con la costruzione poetica del direttore di Kamen’.

Poeta e critica letteraria la  Dubœuf oltre al avere tradotto Amedeo Anelli, ha fatto conoscere ai francesi altri poeti italiani, noti ai lodigiani: l’estroverso Luigi Carotenuto (uno che legge e scrive per “sopportare la vita”), la dolente, nel linguaggio, Margherita Rimi ( presentata da Oldani nella collana di poesia di Mursia, poeta originale che rielabora il linguaggio dei minori espressione di esperienze traumatiche), Massimo Silvotti ( poeta piacentino, creatore del Piccolo Museo della Poesia) ha premesso alle cinquanta paginette di versi raccolti ne L’Alphabet du monde, suddivisi in due sezioni – Contrapunctus, diciotto testi in omaggio all’arte della fuga di Jean Sébastien Bach, già usciti per LietoColle una decina di anni fa e  L’Alphabet, una quindicina di dedicazioni a conoscenti (Rimi, Cesari, Mazzon, Fedi, Gini, Conti, Angiuli, gli Amici lodigiani) e al fratello Guido defunto, che conferiscono una curvatura di affetti e simpatie ai versi del codognese.

Il  fresco volume mette di nuovo in luce le qualità della Dubœuf traduttrice, attenta  nell’ essere “la plus proche possibile” all’autore, alle strutture della sua scrittura e fedele nel restituire “la tonalità et la dimension rythmique”.

Preposizioni quali la natura, le stagioni, la terra, il futuro creano un confronto con l’uomo, la vita, il presente e il passato, garantendo rapide illuminazioni che proiettano il dialogo oltre le percezioni autobiografiche. La Dubœuf interpreta tutto in modo convincente, acuto e sottile, ne interpreta con freschezza e convinzione la tradizione e la filosofia. Il suo è sostanzialmente un invito alla buona lettura e a collezionare l’opera.

Aldo Caserini

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CESARE ANGELINI. La poesia della Bassa e il fascino della semplicità

Saremo pure una terra senza memoria, ma non vi è dubbio che alcune pagine del Novecento – secolo eccezionale per tanti motivi -, per la confluenza e la proiezione di tante tensioni morali ed esperienze individuali e collettive, in cui la letteratura e l’arte entrarono a piene mani nella vita vera, facendosi modo, strumento e mezzo di comunicazione – certi scrittori mantengono una capacità di testimonianza e di attrazione che va oltre le loro biografie.

Esemplare, almeno per noi, il caso di Cesare Angelini, sacerdote e letterato pavese, elzevirista e collaboratore di quotidiani nazionali, rettore del cinquecentesco collegio Borromeo di Pavia, uomo di straordinaria esperienza di Cielo e di terra, autore di pagine bellissime come quelle che si incontrano in Carta, penna, calamaio, in cui raccolse le proprie confessioni di “pover’uomo” e rivelò le sue “dolci manie” di letterato.

Come lo ricordiamo ? Per la chioma fluente e argentea, i gemelli ai polsi, l’abito talare inappuntabile, la calligrafia curatissima, la sigaretta tra le labbra, i caffé un’ora dopo l’altra, il farsi fotografare, la conversazione deliziosa, le amicizie (noi lo incontrammo grazie al suo amico Gianfranco Grechi, direttore alla Sormani). Tratti, che non coincidevano con altri tratti, regole, abitudini e carattere. Come quello di essere sempre pronto a sedersi in osteria con sconosciuti davanti a un buon bicchiere di Bonarda.

Malato di “pavesità” ? Probabile, come lo era dei colli di San Colombano, sulle cui rampe s’affaticava in bicicletta e dove aveva messo le basi per realizzare una Casa per il Clero (poi mai aperta). Era nato ad Albuzzano, da famiglia contadina; come impedirgli l’humilitas di aglio e camomilla, al cristiano di radicarsi alle cose della terra, alla campagna, ai suoi cari?

Era un malato della “Bassa” lombarda visto che nei suoi scritti vi ha compreso le alture piacentine che si sposano con l’Oltrepo, il lodigiano, Caravaggio e San Colombano al Lambro a cui dedicò, esattamente cinquant’anni fa Questa Bassa (e altre terre) un volumetto di “frammenti” uscito da Vanni Scheiwiller. Da quella antologia era tratto “Conoscere la provincia”, ri-editato da una associazione piacentina (“Ore piccole”) a cura dello scrittore piacentino Gabriele Dadati. Non tralasceremo di ricordare che il testo era accompagnato da una decina di illustrazioni di Teodoro Cotugno, un artista che Angelini apprezzava per il nitore e la calligrafia segnica, le scelte e la frequentazione dei luoghi e lo spirito. “Di gusto “angeliniano”, disse con ironia la volta (l’unica) che Gianfranco Grecchi ci fece incontrare alla Sormani.

Conoscere la provincia è un piccolo libro per mole ma grande per sostanza poetica e umana. Con scrittura fresca Angelinic mostra un’invidiabile forza espressiva, di cui è prima prova l’uso sottilissimo della lingua, la trama musicale, quasi una ripetizione di una melodia interiore.

E’ un libro che aiuta a ritrovare lo spirito della provincia contadina. Lo mette in evidenza Dadati: “E’ una provincia trasferita nel mito, quella di Angelini, in cui si smussano le asperità, quando non si riducono a forme alternative di bellezza. Sembrerebbe una visione un po’ ingenua, se non fosse che la lettura del mondo, degli esseri umani e delle loro attività, e di tutta la “bella d’erbe famiglia d’animali, è condotta secondo un’ottica cristiana e giustifica tutto”.“Conoscere la provincia” è un libretto che tutti dovremmo riprendere in mano: E’ costruito su fede e campagna, proverbi e stalle mugghianti, grattando all’origine dei paesi minori, combinando l’economia rurale e la storia feriale, combinando unitariamente la vocazione religiosa e quella letteraria. Da maestro. E’ un libretto che anche se dimenticato e pieno di polvere in libreria, merita di essere ripreso. Non solo per essere letto, ma meditato. Fa ritrovare il piacere delle proprie radici.

Aldo Caserini

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I VOLTI DELLA POESIA: “”Neige pensée” di Amedeo Anelli. Traduzione di Irène Dubœuf

Amedeo Anelli. Neige Pensée, trad. di Irène Dubœuf. In copertina “Alfabeto” di Gino Gini

Irène Dubœuf, poeta francese di Saint-Étienne ha tradotto Neve pensata di Amedeo Anelli che la Libreria Ticinum Editore ha appena pubblicato col titolo Neige pensée e una copertina di Gino Gini. Collaboratrice di Dialogue, rivista di ricerca del gruppo francese GIFEN per la nuova istruzione, la Dubœuf ha premesso al volume – una settantina di pagine, suddivise in tre sezioni – Hivernal,In memoriam (a Daniela Cremona), Texture des corps– , che tradurre Neve pensata “c’est comprendre, au-delà d’un expression poètique particuliére, la culture philosophique ed esthé de l’auteur”, evidenziare che l’autore “ a recours à la poésie pour pénetrer au coeur des choses, le vivant comme l’inanimé, et faire ressentir au lecteur leur interdépendence dans des textes-miroirs…”

Neve pensata era stato pubblicato da Mursia nella collana diretta da Guido Oldani ed è la quinta raccolta di Anelli. In essa i ritmi sono in parte diversi rispetto le composizioni precedenti. Ora è più un ondeggiare pacato tra neve, sogno e silenzio – “i nutrimenti della terra viva di stagioni e di corpi vivi” – in cui senza difetto né timidezza compaiono gatti (Tone, Mimì, Guido, il Gatto-pera, Catullo, attenti ma fermi nella luce imperscrutabile degli occhi ) e altre specie (passeri, pettirossi, corvi, farfalle, falchi…) mentre nel paesaggio complessivo le dedicazioni agli amici conferiscono una curvatura ai versi illimpidendoli di affetti e simpatie.

Il volume in francese mette in evidenza le qualità di traduttrice della Dubœuf, consapevole di dover essere “la plus proche possibile” all’autore, alle strutture della sua poesia e fedele al suo pensiero nel restituire “la tonalità et la dimension rythmique”. C’è riuscita, almeno così a noi sembra. Anche se per lei non deve essere stato sempre facile, dovendo affrontare nei tre capitoli monotematici e monocromatici composizioni ritmicamente contrappuntati che offrono “un autoritratto del naturale”. Non abbreviano nodi tormentosi ma hanno il centro-motore in quell’impegno nel quale il poeta trova motivazioni per cimentarsi nella risonanza delle parole: l’ambiente, le stagioni, la natura, la volontà, la capacità continua, dinamica del comporre poesia.

Preposizioni fondamentali come quelle della natura, delle stagioni, dei nutrimenti della terra, rappresentano il perenne confronto dell’uomo con le pagine della vita, con la storia e i suoi valori, con il presente e il passato, avvalendosi di una rete di intuizioni affidate alla parola per cui la poesia diviene il terreno di confluenza e di proiezione del dialogo, della ricerca e della vita oltre che di motivi e percezioni puramente soggettivamente autobiografici.

Le ricerche iniziali di Anelli attorno al linguaggio hanno ormai lasciato campo a nuove funzioni ritmiche, a nuove tessiture dove accostamenti, appropriazioni, contrappunti valorizzano con “ampliamenti metrici, verbali, frasici” le parole, e fanno scorrere col chiarore delle idee il tempo e gli istanti, le cose e i viventi, gli affetti e le attese. L’interagire dei frammenti mette in linea una poesia pensata ricca del deposito di materiali e di idee il cui senso non è sempre facilmente determinabile. “Tutto va all’indietro/ come il tremo il paesaggio,/ se cambi posto fugge tutto in avanti”. I grigiori del cielo, le nebbie, le foglie e le guazze rugiadose, le piogge intense e minute, la neve – la neve sognata e la neve pensata-, le brezze, il gelo – il nutrimento di una terra vicina al Po’, forte di stagioni -: e poi i silenzi, il paesaggio, il tempo, la memoria, sono alcuni flash con cui interagiscono le proposizioni nell’agile volumetto che da più angolazioni munisce genesi a una quarantina di sillogi tradotte abilmente da Irène Dubœuf.

Aldo Caserini

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Gumilev, poeta della natura e della semplicità nella traduzione dal russo di Amedeo Anelli

Una recente riuscitissima traduzione di Amedeo Anelli, direttore di Kamen’, la rivista di poesia e filosofia giunta al XXVIX anno di vita, fa compiere un passo indietro nel tempo, agli anni del primo Novecento in Europa, che furono marcati dalla poesia russa e vissero al centro di irradiazioni e convergenze intellettuali e letterarie. Figura di spicco, per interesse e rilevanza Nicolaj Gumilev, del quale sono pubblicati in un interessante volumetto dell’editore Avagliano i versi dedicati alla natura, al mondo contemporaneo e alla morte. Nel giorno in cui il mondo fu creato, questo il titolo della raccolta (pagg.75, € 12,00), riprende poesie, preghiere e poemetti accompagnati da una nota finale bio-bibliografica con cui Anelli da risalto alla solidità e intensità del percorso letterario e umano del letterato e poeta russo.

Nato nel 1886 a Kronstad, Gumilev si inserì giovanissimo nel mondo letterario pietroburghese di cui divenne uno dei rappresentanti più importanti. All’inizio appassionato cultore del simbolismo, se ne allontanò fondando un movimento che gli diede fama di capostipite dell’ ‘acmeismo’ o ‘adamismo’. Obiettivo del movimento: tornare alla poesia e raccontare il ‘reale’ naturale più che sociale, usando parole semplici, chiare e levigate. A venticinque anni Gumilev si immaginava una poesia sottratta al falso sensibilismo del Simbolismo antirealista, capace di guardare all’Oltre, alle cose della vita reale, di interpretare i sentimenti semplici e il vivere del popolo. Una poetica che trovò adepti, dal prolifico Puskin al “colorista” Blok, che nei colori vedeva trasmessi i segni mistici delle cose, qualcosa in più dell’esperienza umana, fino alla Achmatova, moglie (per otto anni) di Gumilev.

Lo scorso anno, Kamen’ ( n.55, giugno 2019) assegnò l’ ìntera sezione di poesia (una quarantina di facciate da pag:49 a pag.89), ai testi originali in cirillico e alle traduzioni di Anelli che restituì, “nei suoi ritmi scanditi”. voce al poeta (Daniela Marcheschi).

Attrezzato al ritmo dai tanti lavori precedenti in slavo, Anelli mostra bene nel corpo dei testi la ricchezza degli attraversamenti e del cammino del poeta, il pensiero delle sue sorgenti, il senso della natura animata e animante, l’adesione all’eloquenza del modulato e la ricerca stilistica.

Nel giorno in cui il mondo fu creato, esce nel centenario della nascita di Gumilev ed ha dentro coi testi pubblicati da Kamen’una decina di inediti (poemetti compresi) e le revisioni apportate – spostamenti minimi, levigature, appianamenti – che esaltano l’andamento meditativo dei versi. Non sono tanto un intervento normalizzante quanto una esplicazione della struttura, la messa in evidenza del rifiuto dell’autore russo della retorica e delle ampollosità del simbolismo allora in voga, per una dilatazione musicale della partitura, attraverso la chiarezza della parola e il ritmo.

Aldo Caserini

 

 

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Tra l’Infinito e il Nulla. Un saggio di Tino Gipponi sull’Infinito di Leopardi

Non è facile, in genere, definire le fasi di una vicenda culturale e il ruolo delle figure di letterati. Possiamo ricordare però che sul finire degli anni ‘60 la poesia pareva sul punto di esaurirsi. Con difficoltà Leopardi era affrontato nelle scuole. A quei tempi e a malapena, si parlava più del senso della storia in Manzoni, del sepolcrale Foscolo, di Monti, Carducci, Pascoli, Fogazzaro e di qualche altro neoclassicista. Leopardi si doveva accontentare. Trovava conforto in un gruppo di liriche segnate dalla solitudine e dalla malattia che si imparavano a memoria velocemente: Infinito, A Silvia, Passero solitario, Il Sabato del villaggio. Su di lui non si insisteva, aleggiava il sospetto d’essere un “eccentrico”. Malgrado ne avessero scritto De Sanctis, Russo, Momigliano, Contini, Papini, Croce, la grandezza della sua poesia ha stentato ad affermarsi e trovò consacrazione piena solo nel Novecento avanzato. Ma allora non brillavano gli studiosi di linguistica, che studiavano morfologia, struttura, semantica, pragmatica, lessicologia… pronti a cogliere l’importanza della forma, l’interagire col significato e il rafforzamento della “scintilla terrestre”.

L’Infinito di Leopardi è sempre stato un testo che suggerisce l’ insorgere di “di immagini e parole”, oggi lo dicono parecchi studiosi, che rilevano come uno sfarzo di figure metriche e mette in questione il soggetto della scrittura e l’affermarsi di un significato definitivamente costituito.

Che nel bicentenario della sua composizione L’Infinito fornisca un arricchimento che va oltre al semplice omaggio, rappresenta senz’altro una importante gratificazione.

E’ di questi giorni la stampa per Prometheus del saggio Tra l’Infinito e il Nulla in cui Tino Gipponi affronta e chiarisce il tentativo leopardiano “di costruire una nuova lingua della poesia” ricorrendo al polisindeto (un costrutto sintattico, consistente nell’uso ripetuto di congiunzioni coordinative a fini espressivi, per unire un insieme di parole o frasi) nel libro enumerati dall’autore in otto dittici, sei aggettivi dimostrativi ecc, “ripetuti senza essere disturbanti e ingombranti”. Il libro è una ricca e sistematica escavazione di strutture, idee, atteggiamenti, condotta attraverso una analisi stilistico-metrica che aiuta a individuare gli orientamenti e la disciplina poetica della poetica leopardiana.

Gipponi arriva a riconoscere per tale via lo scardinamento della “forma chiusa” con cui il poeta recanatese ha introdotto il meccanismo dell’immaginazione. L’ analisi è minuziosa, condotta con acume critico e analitico, con grande rispetto nell’ uso della parola e del significato. Non senza qualche dettaglio polemico. Come contro il diffuso “stereotipo scolastico” del pessimismo garbatamente valutato ricorrendo a un calzante citazione ( Antonio Prete) che attribuisce al diffuso clichè di avere impedito di cogliere come la scrittura di Leopardi “ tenesse insieme la rappresentazione e la musica del verso lo sguardo sulla finitudine del verso e l’apertura costante del desiderio, oltre che la necessità dell’immaginazione”.

Tra l’Infinito e il Nulla è un saggio riuscito che annuncia due anni dopo la pubblicazione con Prometheus de La poesia in Ada Negri come la mente dello studioso si è arricchita in ampiezza di succhi spremuti dalla storia letteraria e dalla cultura critica.

«[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. […] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti». Con il il De Sanctis è quanto si riceve dal pregevole contributo di Gipponi.

Il volume è completato da Silvia e Nerina nella poesia di Leopardi e dall’allegata acquaforte titolata all’Infinito di Teodoro Cotugno di cui rimandiamo a un successivo commento.

Aldo Caserini

Il libro : Giacomo Leopardi. Tra l’Infinito e il Nulla – Tino Gipponi, Prometheus, collana di saggi, ricerche e studi, con un’acquaforte (17, fix26), L’ermo colle di Teodoro Cotugno, copertina di Franco Cilia, dicembre 2019, € 10,00

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Eliza Macadan, “maratoneta della poesia”

Nella “maratona della poesia”, gara in cui “corre da sola”, come lei stessa dice, la cinquantenne moldava Eliza Macadan ha tagliato un nuovo traguardo di tappa con Pianti piano, editato da Passigli Poesia nella collana che fu fondata da Mario Luzi.
La raccolta si avvale di una introduzione di Amedeo Anelli che conferma come la Macadan affida ad una tessitura “fra io e tu, fra io e l’altro”, il dialoga sui “grandi temi del consistere”.
Nell’organizzazione ordito e trame muovono sul rilancio di opposti, in una realtà prismatica, fatta di rifrazioni e riflessi, di schegge e pezzi di accadimenti e di esperienze, di cose e di fatti che danno l’ immagine di “una esigenza insoddisfatta di risposte” e rende problematica una comunicazione di senso unitario.
La Macadan non è una novità per i lodigiani. A farla conoscere hanno dato il loro contributo la rivista semestrale Kamen’, gli Amici del Brembiolo di Tavazzano, Amedeo Anelli, e, forse, ma non ne siamo sicuri, la conoscenza delle sue ultime raccolte: “Passi passati”(Jocker, 2016), “Anestesia delle nevi” (La Vita felice, 2015), “Il cane borghese” (La Vita felice, 2013), Pioggia Lontano Archinto, 2012).
Al mondo di questa letterata non si accede se non percorrendo lo spazio che le parole dispiegano attorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose, Il valore simbolico in cui è racchiudo il senso è rintracciato nella localizzazione puntuale della soggettività dell’ordine sensoriale e di quello razionale, sorgente dei “versi secchi e taglienti” e della modalità particolare di comunicare un “senso corroso” trattenuto “alla superficie delle cose e degli atti”.
Il titolo Pioggia lontano è una sorta di leitmotiv, tanto è ripreso nelle ottanta pagine di versi. Non è una astruseria dell’immaginario, ma corrispondere a una esigenza interiore, metafisica, di tenere insieme cielo e terra. Quella della Macadan è una “poesia di richiami”; raccolti in un proliferare di immagini che esprimono ansia di pienezza e di vita. Evidenzia la capacità di creare metafore e modi di dire “ nuovi” in uno stile proprio, “non apparentabili”; di architettare perfettamente immagine e percezione lasciando libere le parole.
Nella nota a Pianti piano il critico Anelli indica nella tessitura una quotidianità mai “banale”, frutto di una individuazione e di una ricerca “sempre insoddisfatta di perfettibilità”.
Nella poesia c’è lo specchiarsi della vita, della natura: l’ampiezza e la semplicità, rese con grande attenzione alla parola e sostituire quella della falsificante psicologia.

Aldo Caserini

Testo pubblicato sul quotidiano Il Cittadino.

 

Anelli tradotto in romeno . “Polifonii” la raccolta di poesie

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad

Amedeo Anelli, fondatore e direttore di Kamen’

alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.
Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.
Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.
Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.
L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pubblicazione nella capitale romena Bucarest di Polifonii di Amedeo Anelli, dove la sua poesia era nota grazie ad alcune eccellenti traduzioni, suggerisce una prima constatazione: la conferma dell’uscita dello scrittore lodigiano dalla sordina e il rafforzamento della sua ricerca nell’ambito europeo fuori dalle misteriose (ma non troppo!) gabbie segnate da nubi di parole, di mode, snobismi e feticci, esibite a un generico pubblico editorialmente stretto in categorie d’interessi universitari, accademici e popolari e il riconoscimento della struttura espressiva d’unità pluritematiche e versificazione polifonica.

Su un altro versante le traduzioni di Anelli in un’altra lingua hanno il merito di riaccendere l’attenzione sulla complessità di tradurre poesia in poesia, del trasportare la parola poesia da una lingua all’altra, ossia darle differente forma fisica, senza tradirne il valore originario. Problema, come si capisce, difficilissimo. Tanto che già Dante se l’era posto, fino a Benedetto Croce, e più in qua, tra molte contraddizioni, i modernisti, i postmodernisti, i contemporaneisti, gli attualisti. Un nodo non ancora sciolto dunque, che non può che non può riemergere di fronte all’opera di Anelli, uomo sistematico e coerente sul terreno teoretico e autore che integra poesia e quesiti filosofici, portando a sviluppo una poesia di pensiero, che nel lavoro formale, delinea varietà di ricerche metriche e innovative.

Polifonii è una selezione di testi tradotti che le edizioni Eikon hanno dato alle stampe avvalendosi della traduzione di Elia Macazan e della prefazione di Daniela Marcheschi. Il volume si compone di una sessantina di liriche tratte da cinque raccolte e fornisce un percorso della rigorosa e multidisciplinare esperienza poetica dell’autore. La raccolta prendendo il via dalla “forma dura” dell’esordio (Quaderni per Marynka, 1987), attraversa suggestive variazioni di pensiero in Acolouthia(1), approda alle combinazioni e gli accompagnamenti di Contrapunctus(2012), per concludere con le simmetrie di Neve pensata (2017) e con un corpo di Inediti(2016, 2017, 2018): cinque sezioni che definiscono la peculiarità del viaggio di integrazione “fra poesia e poetica” come dice Daniela Marcheschi e introducono nella sperimentazione “spazi di funzione ritmico-compositiva”. Poesia, dunque, non sempre semplice da tradurre, dato appunto le difficoltà del canone “a più voci”, ricco di diffrazioni e rifrazioni, concettuali e sonore, di contrappunti, slittamenti e arricchimenti, di ampliamenti metrici e verbali e investimenti di senso.

Stampato da Valentin Ajder, Polifonii si fa apprezzare anche per un gruppo di inediti dedicati al fratello Guido, allo scrittore Guido Conti, alla poetessa Margherita Rimi, al musicista Arvo Part, , in memoriam dell’artista polesano Giorgio Mazzon e di Edgardo Abbozzo, agli artisti amici milanesi Guido Guidi e Fernanda Fedi, in cui entrano in risonanza valori e significati che danno spessore alle strutture poetiche.

L’opera è una appassionata ricognizione nell’organizzazione della forma poetica delle composizioni e delle strutture. Si possono perciò immaginare le difficoltà della Macazan nel portare a compimento le traduzioni. Se per noi lodigiani può essere motivo di compiacimento la traduzione in un’altra lingua di un poeta di casa nostra, su un piano non di marketing territoriale ci si può figurare quale sorta di palestra ha dovuto affrontare la traduttrice e poetessa Macazan per localizzare in lingua romena il grado di profondità delle intelaiature e dei significati espressivi contenuti.

Aldo Caserini.