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Panorama artistico lodigiano. OLIVIERO FERRI, testimone oculare

Le mostre fotografiche del borghettino Oliviero Ferri non sono semplici esposizioni di immagini di uno dei tanti cultori del click che cerca nello scatto “il bello, il lesto, il brillante, l’ordinato”, per dirla con Philippe Daverio.
Per Ferri (Oliviero come tutti lo riconoscono) la tecnica è un dettaglio importante, ma riguarda il procedimento, conta l’uso che poi se ne fa. Oliviero non la trascura di certo, anzi, ma per far emergere il rapporto con l’immagine, l’informazione, il racconto.
Nelle migliaia di scatti messi insieme in tanti anni di mestiere e di creatività, lo hanno fatto conoscere a tutti qual è: uno che crede profondamente alla fotografia-documentario, che della realtà non si preoccupa di cogliere la finzione ma l’oggettività, la concretezza, sia pure facendola consegnare da una estetica “morbida”.
Anni fa, Ferri rincorreva gente di spettacolo e della moda – i personaggi – regalando di sé una immagine che si consolidò soprattutto tra i suoi colleghi fotografi, diffondendo il pregiudizio che fosse un collaboratore di periodici illustrati e rotocalchi di moda. Quanto non vera lo confermarono la serie di mostre tenute negli anni, che ne hanno rivelato l’altro aspetto della personalità, quella di un reporter che va in giro a cogliere nei villaggi e nelle città una umanità diversa, bambini uomini e donne che hanno nello sguardo e negli atteggiamenti la forza di sconfiggere la propria condizione, facendo esaltare la poesia della silenziosità, dell’insensibilità dietro il neutrale.
Nel repertorio professionale di Ferri c’è di tutto: animali, chiese e castelli, paesaggi, ritratti di artisti e colleghi (Cotugno, Manca, Razzini, Ruolini, Secchi, ecc.), sport… Ci sono i ricordi di cascina, della vita d’oratorio, delle prime mostre di paese, i flashblack e i segni del passato, il fascino dei vecchi mestieri, le donne di paese, gli uomini all’osteria. Dedica una particolare cura a fermare volti umani e caratteri, oltre a momenti persino bizzarri che mettono in luce costumi, culture, condizioni di vita, atteggiamenti ecc. Nelle sue scelta non c’è alcun intellettualismo o ideologismo engagè. Ferri raccolta la strada e la società che la anima in un puzzle quasi infinito, senza apparente soluzione. Tiene insieme paesi, popoli e città (San Domingi, Thailandia, Cuba, Sumatra, Grecia. Kentuchy, Portogallo, Isole Comores, Isole di Bali, Londra, Praga, Amsterdam, Madagascar, Venezia, Orvieto, Piacenza e… Borghetto Lodigiano), facendo emergere, tra le altre cose, un elemento, come la mendicità e la povertà hanno la stesso forza di espressività e di denuncia.
L’insieme che offre la sua fotografia è una visione panoramica di folgorante immediatezza. In alcuni casi persino elegante, da contraddistinguere la capacità operativa e selezionare dalla quotidianità l’ “essenza astratta” attraverso i volti egli habitat.
Oliviero racconta la vita andando in giro per il mondo. Non la guerra, perché la guerra lui non la andrebbe mai a incontrare; oltre tutto imporrebbe una diversa estetica, drammatica, non altamente emotiva e morbida come la sua; vorrebbe per lui dire rinunciare alla fotografia come confessione, alla figura come specchio, al contesto come racconto. Abbandonare quello che nella sua produzione può sembrare (fotograficamente) perfetto, anche se non lo è dal punto di vista della sensibilità, perché tutto in fotografia, come in letteratura, può essere a volte sfuggente, a volte, scivoloso. E in questo Oliviero è attento a non cadere.

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Panorama artistico lodigiano. GIANNI VIGORELLI: “Senza la scultura la mia storia non esisterebbe”

Gianni Vigorelli in uno scatto di Franco Razzini

Sono passati più di venti anni (esattamente ventidue) dalla morte dello scultore lodigiano Gianni Vigorelli (1016-1998). Per una settantina d’anni la scultura è stata impiegata da questo lodigiano allievo di Francesco Messina e amico di Ettore Archinti, per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Nel fuoco dell’esercizio creativo, lo ha fatto con una coerenza, in un rapporto stretto e necessario, che sarebbe impossibile non tenere viva la sua opera nel contesto dell’arte territoriale. Vigorelli non è stato conosciuto e valorizzato in vita come avrebbe meritato. Un po’ per colpa sua, che non ha mai sofferto la fregola di esibirsi, tranne che in pochissime “uscite” di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli perfino rinunciare a una partecipazione alla Biennale di Venezia; infine perché, lo confessava lui stesso, i “meccanismi” che si erano affermati tradivano le sue convinzioni di artista. Era moderno, e lo dimostrerà introducendo strutture romboidali (a losanga), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc., ma nel mantenere anche il rapporto con la forma, cercava spiegazioni dell’evoluzione artistica, nella rottura dei valori ottocenteschi senza rituffarsi nelle vertigini romantiche. Il suo rifiuto del romanticismo è stato netto, in transigente, non quello della realtà. Riconosceva nel reale il contenuto dell’opera, quando ovviamente non ne tradiva i caratteri ma ne metteva in evidenza i valori.
In tutti questi anni, delle sue opere si è parlato poco, non come la sua arte avrebbe meritato. Anche se mostre, biografie, riscontri critici non gli sono mancati. Di Vigorelli hanno puntato a far apprezzare, attraverso la scultura, l’idea dell’arte, come arte delle idee, non secondaria alla crescita civile della società.
Negli anni ’90 , in occasione di una retrospettiva al San Cristoforo uscì da Pomerio un libro che ha mantenuto un’invidiabile freschezza nelle analisi delle sue opere. Tino Gipponi, l’autore, vi ha recuperato considerazioni già precedentemente espresse, ma d’attualità.
Vigorelli è stato un uomo di poche parole. Una delle poche parole che amava pronunciare era “umanesimo” insieme a “pietas”. Ricusava perciò l’ipotesi, allora di moda, della “morte dell’arte” poiché, spiegava, sarebbe stato sinonimo di “morte dell’uomo”.
Sul finire degli anni ’60, l’accanita polemica che accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di divulgazione in città di forme che raccoglievano le provocazioni (nei caratteri e nelle tendenze) dell’arte moderna. La sua fu una autentica “sfida” in una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica allineata ai tempi. E’ tra gli anni settanta e ottanta che la scultura si fa conoscere meglio ( e in modo forse eccessivamente generico), da darsi una diversa immagine attraverso Staccioli, Mauri, Corsini, Canuti, Suzy Green Viterbo e i giovani Costa, Tatavitto e Chiarenza, che impressero una svolta postmoderna, contrassegnata anche dalla presenza di sculture “accettate” di Franchi, Ceglie, Vanelli, e, più tardi, di Fabbri e Bernazzani).
In tale contesto Vigorelli rimase però un esempio non seguito, con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi, riconoscibile nelle sue madonne o maternità, dal “chiasmo” delle mani e della vicinanza, dai richiami a elementi di stile arcaici, dalle strutture a volte romboidali (a losanga), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste. Ritrovando però occasione per  passaggi e recuperi a un’arte svincolata dall’invenzione affidata alla linea e alla losanga, ma anche al “rapimento” della forma neoaccademica.
La mostra che Gipponi curò nella occasione del centenario della sua nascita risultò preziosa: per i dati oggettivi, di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” che seppe dare delle fasi più significative e personali della ricerca dell’artista, la tensione stilistica e l’approfondimento di soluzioni formali liberate in un limpido ductus di stile culturale.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. LUIGI MAIOCCHI, xilografia. Un mondo silente di cui nessuno parla

Luigi Maiocchi (n.1944) partecipa da decenni sulla scena dell’arte lodigiana, dando dimostrazioni esemplari (intendiamo prove di unità nelle sue tirature, solitamente numericamente contenute) – ultime quelle al Museo della Stampa -, dov’era stato coinvolto (con altri incisori locali) da Tino Gipponi che in materia di arte incisoria è forse l’unico critico esperto non solo del lodigiano, ma della Lombardia e forse di una geografia più ampia.
Maiocchi è pittore e incisore, soprattutto xilografo, che opera da anni un po’per diversivo, ma soprattutto per passione o per qualcosa di più. Dire oggi silografo o xilografo si fa presto, se non si spiega tutto il resto, che il linguaggio xilografico non è un semplice prontuario tecnico, manualistico e niente più. Al contrario, come altri linguaggi dell’arte, è una ricapitolazione creativamente di poetiche, di postulati e di concetti collegati.
Poiché in xilografia i tratti non possono essere molto fini né molto variati, all’artista è richiesto di eliminare i particolari più minuti, per rendere l’espressione più sintetica che descrittiva. Nelle mani di un artista come Maiocchi questa necessità di sintesi produce figure di grande evidenza, scene piene di vita o addirittura di aggressività. Dietro (dentro) alla leggibilità c’è però il resto:gli elementi formati a quelli formanti, la fedeltà e il virtuosismo, la tecnica e la qualità, la spontaneità e il rigore, i materiali e gli strumenti, il bianco e nero e il colore, il gusto il coraggio dei contenuti.
Alcune iniziative promosse negli ultimi anni a Lodi denunciavano un indubbio potenziale per ri-accendere l’attenzione del pubblico sulla stampa “a rilievo” (procedura diversa da quella detta “in cavo” – per intenderci: puntasecca, maniera nera, acquaforte, vernice molle, acquatinta -, altrettanto distinta da quella “in piano”, lito, fotolito, clicché-verre e dalla serigrafia. Se siano riuscite allo scopo è da verificare dopo la crisi che ha aggredito il settore grafico.
Sta di fatto che la silografia o intaglio “a risparmio” dei rilievi, rispetto alle altre procedure grafiche va conosciuta per presentare indizi tecnici caratteristici – la pressione, lo spessore dell’inchiostro, le microsbavature, le irregolarità naturali del legno, tarlo, fenditure, nodi, venatura – che a volte sono utilizzati dagli artisti come elementi espressivi. Tutte cose che non sempre si ritrovano in autori recenti, che all’uso del legno sostituiscono materiali alternativi, come il linoleum (più facile da lavorare), PVC, plexiglas, sughero, compensato, gesso, eccetera.
Luigi Maiocchi è un artista fedele allo spirito della “tradizione” , ma applicato alle soluzioni della contemporaneità, con cui ha già dato poche ma eloquenti dimostrazioni di quel che dimostra dagli anni sessanta, dai tempi de Il Segno (fondato insieme a Poletti, Cotugno, Vailati, Geri): abilità, intenzione, passione, soprattutto un pensiero saldo rivolto a rappresentare la sua città, Lodi: intento a architetture e luoghi, a cogliere il rapporto fra gli elementi che danno luce alla sua storia, e a realizzare attraverso l’organizzazione delle forme un rapporto di suggestione e lirismo.
Carattere chiuso, diremmo umorale, è spontaneo considerarlo un artista che opera in solitudine, senza le complicazioni intellettuali che hanno guastato parte dell’arte locale negli ultimi cinquant’anni; non ha mostre personali al proprio attivo, ma solo apparizioni in gruppo. In passato gli era utile una concentrata “visibilità” alla Bottega delle Cornici Arioli, “vetrina” dalla quale è sparito dopo essersi trasferito dalla città bassa, dove aveva lo studio-laboratorio in via Borgo Adda.
Cosa si può aggiungere a quel poco che è stato detto in passato di lui e della sua arte? Negli anni Maiocchi si era fatto apprezzare per l’ interesse dedicato ai luoghi della sua città, di cui sapeva cogliere razioni di poesia attraverso un segno ben proporzionato. Le sporadiche partecipazioni a collettive hanno comunque rivelato materia per qualche attenzione in più, più di quanta non ne avesse ottenuta in passato. Nelle sue xilo prevale una costante di energia concettuale, muscolare e nervosa, che da egli muta in gesti sicuri e converte in tagli, in incavi, in valori grafici,e quindi in immagine.
Figurativo, descrittivo, di profilate durezze, il silografo lodigiano ha finalizzato la propria ricerca al procedimento, a incentivare con l’acquisizione della tecnica l’incisiva immediatezza, con cui fa emergere dal fondo e dall’insieme le lumeggiature più chiare “a chiaroscuro” o “camaieu”.
Materiali e procedimenti sono autentici potenziali della sua creatività. In essi si ritrovano le potenzialità dell’espressione. L’ intravedere è un incentivo a considerazioni meno distratte di un fascino comunicativo restituito dalla materia grafica. Nella sua ricerca non manca la narrazione di stati d’animo. Maiocchi è un figurativo che, propone ciò che vede e sente. Nei fogli (almeno in quelli che si conoscono e non sono molti) emerge la volontà di raccogliere nell’immagine esigenze concettuali ed espressive (di realizzazione, d’effetto, di misura). Le sue xilo potranno apparire ad alcuni fruitori decorative. Quel che è chiaro è che c’è pure altro oltre alla rappresentazione. C’è quasi sempre una qualche succosità che sfugge all’osservazione superficiale. Da cui ricavare il senso di forza dell’illustratore che non si sente subalterno all’immagine descritta.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. LOREDANA DE LORENZI: La semantica delle cose recuperate in natura

Se non fosse intervenuto (disgraziatamente!) il coronavirus, che ha tolto di mezzo, ahinoi!, tutte le iniziative locali d’arte, ci troveremmo anche noi a dover recensire minestroni di ortaggi indigesti – biografie, intrecci, considerazioni enfatizzanti ecc. – conditi con ridondanza di significati sommari, spacciati per verità, nel migliore dei casi ispirati dal gusto individuale degli orchestrali di turno, nel peggiore da pregiudizi, strampalate teorie estetiche; tutto filtrato dalla disposizione d’animo del recensore o del presentatore o curatore o altro, nei confronti del commentato, autore di una delle tante forme divenute correnti in provincia, sostenute da qualche direttore di banca, fondazione, ritrovo, circolo, associazione o pro loco.
Da quattro mesi sul fronte delle arti locali sono sparite esibizioni e artisti in cerca di recensori celebrativi e oracolari. La curiosità (quel poco che resta) risulta sollecitata da rari eruditi interventi – oddio! – il lettore ci perdonerà la parte in commedia anche da noi avuta – suggeriti dall’impossibilità di un qualche narrante il mondo dell’arte locale, di raccogliere qualche pomposa sciocchezza.
Messo tra parentesi l’ingemmato giardino descritto, per non essere accusati di atteggiamento ostentatamente rigoroso, consapevoli che chi scrive di questi tempi dispone di poche cartucce per interporsi in qualcosa che è stato appena adocchiato. Tuttavia volendo noi cedere all’insidia dello scrivere a tutti i costi, magari scegliendo sentieri non battuti, dobbiamo giocoforza mettere da parte ogni spregiudicatezza e costringersi a scegliere, scremare un nome, magari di chi s’è già scritto, ma lo deve tirar fuori perché in grado di assicurare spunti di interesse alla la rubrica “Panorama artistico lodigiano”. Ecco com’è caduta la scelta su Loredana De Lorenzi, pittrice, artista materica, ceramista, approdata a una raggiunta contemporaneità , autrice senza eccessivi compromessi, a figurazioni essenziali, archetipiche e, simbologiche, donde emergono, a consentire una piana legibbilità, profili di cose di natura, schemi associabili a nozioni chiare e distinte.
Della sua arte (pittura, ceramica, mixare) si è scritto in diverse occasioni, dai tempi in cui le varie espressioni avevano carattere preliminare e provvisorio, e con ovvia maggiore evidenza in occasione delle ultime uscite, in cui ha accettato definitivamente di non prescindere dalle suggestioni che colgono nella natura elementi di magnetismo e di schiettezza da interpretare. Tutto sommato, la sua arte potrebbe essere definita espressione di “matrice artigianale” in cui l’occhio, nondimeno resta e indaga il reale. La versione dell’artista è rivolta infatti a considerare le proprietà distinguibili della vita naturale, attraverso il “movimento”, l’intensità di luce, la qualità dell’atmosfera, le vibrazione del colore, con risultati compositivi che non seguono le convenzioni di scuola figurativa, ma comunque inviano al fruitore, insieme alla carica poetica, la percezione specifica del fare fuori dagli schemi tradizionali, divaricanti da tutto ciò che sa di stanchezza decadente.
In sostanza, la De Lorenzi spinge e, muove con aggiornamenti di libertà e di materia che non scardinano l’oggetto dall’immagine, ma attraverso soluzioni che consentono con un allestimento accorto e un esercizio formale, di volta in volta diverso, a seconda di quanto è recuperato e scelto di utilizzare, di ricomporre sequenze traboccanti di variabili in cui l’atto, il ricordo, il sogno, l’abbaglio, la poesia si inseguono senza soluzione di continuità, e il risultato peculiare fa vedere un universo naturalistico, il cui imput è il richiamo della natura, della vita e del congenito.
In alcuni cicli l’’artista celebra infinite trame di materia, disponendo alberi di precaria bellezza percorsi da luci e da ombre in un tremore che si fa canto, rimpianto e desiderio, mentre la suggestione ha più un gusto materico, vive con libertà l’inquietudine del mestiere in una ricerca di qualità senza tregua, per consegnare allo sguardo un’immagine con tante notazioni. E’un processo di costruzione e di decostruzione giocato con i ritrovamenti naturali disposti sulle superfici, estraendovi forme e valori immateriali, ma pur sempre fisici e consistenti, inseriti negli spazi dipinti, che intrecciano con essi dialogo. creano tessuto unitario, e con l’equilibrio dinamico procurato saggiano lo stile.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. PASQUALINO BORELLA, come pilotare l’incosciente tecnologico della propria macchina fotografica

Tutti sanno che Borella è fotografo di mestiere Pochi sanno che è anche uno che verifica con occhio critico quel che fotografa e quello che crea. Uno che usa gli occhi della fotografia come punto di incontro fra sé e il mondo, ma non un semplice operatore, che riduce il suo intervento a inquadratura, messa a fuoco, scelta del tempo in rapporto al diaframma e a cliccare.

Consapevole di quante ambiguità nasconde la più perfetta delle immagine – le “immagini che creano se stesse” – gli capita anche di avere una visione propria della realtà e dell’atto inventivo. Questo, quando esce dal territorio del “servizio” e della “commissione”, dalla documentazione della vita quotidiana, da quello che si delinea da sé, “senza l’aiuto della mano dell’artista”.

Questo è un aspetto della sua produzione artistica che sì è visto in recenti mostre dove sono state esposte delle serie di immagini “create” su input diversi: introdotte nel montaggio digitale con altre immagini, da dare origine un mix combinato di idee, fantasie, ispirazione.

Fotografo, scrittore, collezionista, cultore di storia del territorio Pasqualino, come lo chiamano un po’ tutti, accompagna l’attività del proprio studio con quella di cultore dell’immagine, di esperto che affonda l’occhio critico e ha cura dello stile. Nel suo archivio tra immagini di qualità fotografica c’è anche l’insolito, il sorprendente, la ricerca, linguaggi che inducono alla riflessione, rappresentazioni o narrazioni che colgono emozioni, suggestioni, fantasie, poesia.

Borella non pratica solo reportage, servizi, “cronache” affidate all’obiettivo, quello che nell’uso corrente si dice informazione visiva, ma traspone in chiave creativa ciò che con la macchina coglie di piccolo o di grande del reale.

Consapevole che non basta l’immagine di sé per certificare una vera identità creativa, Borella va oltre lo steccato della macchina e del suo lavoro, del suo modo di conoscere e di fare. Si dedica a tradure mixages, “postrisultati” che trasferiscono l’immagine reale nell’astrazione e nelle emozioni.

La tecnica è spiegata dallo stesso autore: scattate con un: tempo di posa lento, le foto vengono fatte roteare in senso verticale e orizzontale fino ad ottenerne l’effetto desiderato. Borella si pone così sul terreno dell’elaborazione di un linguaggio autonomo che realizza un rapporto emozionale e trasforma l’immagine sulla base della storia e dell’idea che l‘artista fotografo ha di se stesso . Questo significa anche che la fotografia non è ciò che è stato, mette in crisi l’idea stessa che la fotografia ferma il tempo. Per le scelte etiche ed estetiche del fotografo, può offrire, come un pittore, una interpretazione ed elaborare un linguaggio libero, staccato, autosufficiente .

Aldo

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Panorama artistico lodigiano. GIOVANNI AMORIELLO sulle orme di Jean Dubuffet

Scrivere (o dire) di un artista ancora poco noto sul territorio, perché saltuarie sono state sino ad oggi le sue presenze in pubblico, partendo col riferire della sua poetica, c’è l’ incognita che l’ esperienza espressiva dell’artista, da categoria critica, diventi la qualificazione di una tendenza culturale, di un periodo peraltro ormai storicizzato che comprende insieme autori dell’ art action dell’art brut, dell’art autre, da attribuire al suo esercizio creativo una definizione più vasta – di opera aperta –, sia come proposta di un campo di possibilità interpretative, come configurazione di stimoli segnici, dotati di una sostanziale indeterminatezza (benchè al loro interno vi siano sempre tracce di un disegno o di una immagine -volti, occhi, maschere, sberleffi, patterns,sfondi, motivi decorativi) così che il lettore sia indotto a “letture” variabili, sia, invece, come “costellazione” di elementi che si prestano a diverse relazioni reciproche. In tal senso, azzardando di ignorare la presenza dell’ immagine, il risultato espressivo può esser fatto rientrare in una espressione “informale”, dove segno e gesto e colore si collegano a una qualche struttura musicale aperta dalla musica post-weberniana. L’informale grafico/pittorico di Amoriello potrebbe pertanto essere visto come anello di una catena volta a introdurre un certo “movimento” all’interno del disegno. Tuttavia l’artista sembra, per sua stessa dichiarazione, cercare un’altra forma di movimento, al fine di raggiungere at traverso tanti segni grafici giustapposti la rappresentazione della figura, senza che il movimento coinvolga la struttura dell’opera né la natura stessa del segno. Ma queste sono considerazioni nostre e solo    nostre. Che richiamano la ricerca condotta negli anni del dopoguerra da Jean Dubuffet. Fondatore dell’ art brut,autore di un linguaggio molto prossimo a quello dell’artista lodigiano. Amoriello definisce la propria arte con tre attribuzioni: istintiva, antiaccademica, descrittiva. Indicazioni che tolgono dal campo interpretativo alcune delle ipotesi da noi formulate: l’arte di Amoriello non insegue l’informale tout court, ma è “descrittiva”, sia pure di soggetti monotematici; è antiaccademica ma solo perché il segno, con la sua frantumazione e ripetizione introduce elementi di “ambiguità” formale da dare una impressione di animazione interna; è istintiva, perché a parte la citazione “allo stile naif, all’art brut, al gruppo Cobra” – non nelle riproposizioni e nelle intenzioni – da richiamare proprio l’arte di Dubuffet in Prospectus aux amateurs de tout genere (Gallimar, Paris, 1946) là dove afferma: “ Un quadro non si costruisce come una casa, muovendo dai calcoli dell’architetto(…) l’arte deve nascere dalla materia e dal mezzo e deve conservare traccia e della lotta di questi con la materia”. “Il punto di partenza è la superficie da rendere viva”,
Al nostro pittore, che alterna la pittura/grafica al teatro, al giornalismo free-lance, all’insegnamento del disegno ai minori, alla musica e che imprime sulla tela o sul foglio un disegno libero, “lasciato andare al flusso emotivo del momento, calcando o meno la mano sul colore, il segno o la linea, a mano a mano che il rapporto tra supporto, tecnica e mente prende forma”, va riconosciuta una certa abilità, la capacità di rendere attraverso piccoli frammenti segnici atmosfere e suggestioni estetiche, di realizzare decomposizioni di forme e tebere insieme le schegge, di sottrarsi all’indocilità del gesto e portare con se due distinti impulsi, uno verso l’arte l’altro verso l’espressione dell’individuo. Nei risultati non c’è mollezza, ma neppure c’è foga, né brutalità, né insidie. C’è, invece, comunicativa, che talvolta sembra lo avvicini (per montaggio, inquadratura, grafemi) al fumetto. Amoriello cerca nella propria pittura/grafica l’ex novo, le connessioni con la cultura grafica che l’hanno preceduta. Quel che non c’è in essa e chì egli non cerca, sono le tensioni con i problemi dell’oggi, sociali ed esistenziali, mentre c’è la vitalità della materia – segno e colore – libera dai freni della razionalità. E’ un artista da tenere sotto osservazione, che non desidera più tanto seguire, ma essere espresso da un linguaggio che non rende smarriti ma incuriositi.

Aldo Caserini

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AMARCORD: “EL BARBÉ DE OM”

Negli anni cinquanta e sessanta le barberie “storiche” ebbero anch’esse visibilità e ruolo in città. Meno numerose rispetto altre “botteghe” che si andavano diffondendo, ma non meno rinomate e frequentate, furono luoghi di conversevole ritrovo. Come le osterie e i trani. Solo avevano nomi più austeri: Zanoni, Lovagnini, Fugazza, Omini, Messaggi, Canevara, Pino coiffeur, e, unica anomalia, Giuanìn. A fine anno adempievano alla consegna di calendarietti profumati…Una tradizione francese, che la diceva lunga, esteticamente parlando, dei casti gusti e diletti dei tempi andati.
E’ dalle loro botteghe che scaturì, cogli anni Settanta, il fiume che inondò la città di negozi di parrucchiere e quando il francese divenne moda, verranno chiamati coiffeur, successivamente acconciatori. Fu così che la vecchia insegna Barbé de omm, scomparve del tutto dai loro esercizi.
Negli anni Cinquanta, da Zanoni, “all’Incoronata”, era facile incontrare i notabili della città: l’avv.Robbiati, gran collezionista ed esperto di ceramiche artistiche (poi lasciate al Museo), l’avv. Cesaris presidente della Società di Mutuo Soccorso, il baritono Carlo Tagliabue, il pittore Attilio Maiocchi, l’ing. Mattea, pure lui collezionista di pittori lodigiani, il comm. Draghi, presidente degli industriali, il rag. Gallani, direttore della Popolare, il cavalier Pierino Gorla, presidente degli artigiani, il rag. Enrico Achilli, Kilu el pesàt, direttore del quindicinale Rinascimento) l’avv. Umberto Nicolini, suo socio in politica, in affari e in giornalismo, l’ing. Augusto Schmid, fondatore degli Amici della Musica, il rag.Lino Scandroglio, l’ing. Armando Gay (ex sindaco), il dott.Monfrini, il cav. Luigi De Luigi, il prof. Vittorio Beonio Brocchieri, docente a Pavia e collaboratore al Corriere, il ragionier Defendente Vaccari, l’avv.Apollonio Oliva e il prof. Natale Riatti ( che saranno tutti e tre sindaci della città), l’avvocato Premoli, l’ex podestà Fiorini. Insomma, la “Lodi bene”. Le loro signore passavano, invece, le giornate più in là, da Mandelli, sempre nella via Incoronata. Erano tempi in cui la borghesia danarosa cercava le novità, il servizio accurato, il piacere di farsi fare la barba e un panno caldo, che dal barbiere andavano anche per parlare di imprese e di affari. E d’essere “serviti e riveriti” secondo una formula andata in disuso, trattati con grande rispetto, il garzoncino che apriva loro la porta della barberia e il lavorante o il titolare che li accompagnava per l’ultimo grazie. Le barberie avevano le loro regole i loro riti. Da Zanoni era d’obbligo la divisa, la giacchetta bianca e abbinamento uguale per tutti Conferivano un di più della sorprendente freschezza ed efficacia della crema Proraso ( o Prep) sul viso, il panno ristoratore e la spruzzata finale di Floid , che per qualcuno era di Vetiver. Insomma cambiava il modo di radersi in un mondo che, dopo gli affanni della guerra, assaporava la rinascita e il progresso. Bastava però un centinaio di metri dopo i vultòn e orientarsi verso la città Bassa e la musica cambiava. In corso Adda c’era la barbieria di Enrico Canevara, per tutti Rìcu o Rìchetu. Era frequentata dai poveracci, da coloro che allora si chiamavano i “proletari”, perché in corso Adda il taglio di forbice costava la metà rispetto quanto si pagava in centro. Ma, si diceva, era meglio di Pacchioni in Lodino. Quella di Richetu era una bottega a conduzione dove il servizio a credito veniva praticato come dalla posteria di S. Rocco, senza torcere il naso, e questo comportava non avere lavoranti da pagare a fine settimana, il sabato. Anzi, la domenica, perché allora le barberie facevamo servizio anche la domenica mattina.
Richetu Canevara non andava in negozio, alla sua sposa di origini venete diceva che andava a “officiare”. Taglio della barba e dei capelli erano da lui un “rito”. Un rito che iniziava di buon mattino col disporre con ordine sulla mensola davanti alla pultrùna: fòrbis, rasù, penél, savòn, pètin, machinéta, sprussadù, spasséta, alum de ròca, sugamàn e curamèla.
Richetu aveva il talento del tagliatore (di capelli) e del curatore (di barba e baffi) , ma anche del narratore. Sissignori, era di quei poeti orali che quando non c’erano i giornali, in un modo o nell’altro, le storie cittadine le facevano circolare. Chiariamo: tutt’altro che pettegolo. Ci teneva anche a dirlo che la sua bottega l’éra no el lavatoi del Bùrg né de la Madaléna.
Dalla sua bocca impossibile sentir uscire malignità, maldicenze, calunnie. Sussurrava storie vere di barchiroli, lavandaie, straccivendoli, cavagera, poveracci della bassa (lui era un maddalenino), di qualcuno incline o travolto da passione, ma anche di benestanti, frodatori, gabbamondo, avventurieri di buona famiglia. Di questi tipi, in giro a Lodi, allora ce n’erano parecchi. Soprattutto si vedevano frequentare il Casinò dei Nobili in via XX Settembre, e nei momenti di debolezza, il Bar Lodi (che aveva due uscite, in corso Roma e in Piazza Vittoria), il Malaraggia, Il Nazionale, il Gibertin o il Maridati. Le sue erano storie vere, veri i fatti, tutti autenticati. Mi divertivano e per questo ho cominciato a frequentare la sua bottega. Possedeva la stringatezza di un Hemingway, anche se non sapeva neppure chi fosse. Nei suoi racconti, l’uso discreto del materiale autobiografico si oggettivava in una verve linguistica dialettale. Allora i dialetti si parlavano diversamente: c’era quello del Borgo, della Maddalena, del Colle Eghezzone, e quello dei Siuri, del centro. Lo so che è banale dirlo, ma a me pareva uno scrittore prestato alla barbieria (o barberìa, come i vecchi dicevano per nostalgia o perché dava ritmo al dialetto). Per Richetu l’“arte” era la barba.. Aveva il culto della rasatura perfetta. L’affrontava come un celebrante. Diceva che i suoi tempi di lavoro erano lenti non per la vecchiaia, per gli acciacchi. Ma non era vero. Era che si adattava allo scorrere dell’Adda, dolce e modulato, tranne in occasione delle piene. I suoi riposi li passava a guardare il fiume. Diceva che lo aiutava a disbrogliare il filo. Di cosa non s’è mai saputo, con rarità distratta faceva cadere il discorso. ALDO CASERINI

 

 

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AMARCORD. TRANI E OSTERIE A LODI PIU’ DI MEZZO SECOLO FA

Se il cortile era stato per me (e molti altri) la miglior scuola, come ricordava mio padre, allora i trani, come allora si chiamavamo le osterie, a cui si accomunavano gli empori, le buvette e le mescite, sono state, nei secoli, centri sociali. A Lodi sicuramente perché alcune di esse, quando la raccolta dell’uva era ultimata e nei grandi camion con le vasche di legno arrivava dalla Puglia, dove i ragazzi erano chiamati a pigiarla coi piedi, era un’attività per mantenersi, insieme a quella dell’imbottigliamento, e a modo loro veri e propri riti d’epica greca e pagana. Al vino erano riconosciute dal popolo, senza andare dal medico condotto, virtù antiossidanti contro l’invecchiamento cutaneo, rimedio naturale contro emorroidi e la fragilità capillare, proprietà astringenti.

Trani, osterie, empori, buvette, cantine e fiaschetterie erano luoghi d’incontro, di scambio di riservatezze e convenevoli, oggi spariti nell’indistinta famiglia dei caffè-bar-buffet-ristorazione, genericamente chiamati esercizi pubblici di somministrazione alimenti e bevande alla persona (come cita la legge).
I sociologi, allora, non erano ancora di moda, ma qualcuno (penso al crepuscolare poeta locale R.A. Melotti – chissà se qualcuno se lo ricorda ancora?) in parte anticipandoli aveva scoperto che quei posti erano “specchi degli uomini”.
Trani e osterie oggi sono scomparsi. Qualcuno mette il nome di osteria all’insegna del proprio esercizio, ma per raffinatezza. Alcune son state sostituite dai bar-pasticceria, i più raffinati da enoteche, la maggioranza o chiusi definitivamente o sostituiti da anonimi esercizi pubblici che praticano talvolta la tavola calda o fredda dove il mangiare è compianto. In omaggio alle mode che corrono veloci come le lingue parlate, da qualche anno i pochissimi osti rimasti in periferia o nei paesi hanno infranto uno dei pochi tabù che ancora distinguevano i loro locali dai bar, dalle caffetterie, dagli empori e dalle degustazioni, dalle pasticcerie-gelaterie con annesso bar. Le osterie si distinguevano da tutto il firmamento subentrato con il progresso perché, fatte rarissime eccezioni, non entravano femmine, ma solo uomini, l’unisex non era ancora ammesso. Oggi, invece, son cresciuti i locali pubblici frequentati prevalentemente da donne.
Solo cinquant’anni fa i trani (il nome era stato preso dalla città di Trani, dove si producevano tonnellate d’uve e pigiature che davano un rosso pesante che serviva ai piemontesi e ai veneti, che ancora non avevano scoperto le etichette d’origine controllata, per allungare le loro produzioni, finché non scoppiò lo scandalo del vino al metanolo) saranno stati a Lodi almeno una cinquantina. Ne ricordiamo alcuni, perché bastano i nomi ad aggiungere una nota di colore al colore: l’Osteria dell’Esercito, quella del Fante, l’Italia Vùncia, i Tri Scalìn, la Pergula, la Ranetta, la Caccia, Alle Cucine, le Du Ciav, le 7 Curtélàde, alla Bandiera, da Fancìs, da Maggi, La Mezzaluna, il Venezia, il Cacciatori, Joli, Santa Agnese, San Giacùm, l’Emporio Dell’Oglio, Sangalli, Belgrado, Pezzini, El Bidòn, La Grotta, L’Ustòn de La Gata, Il Gancino, San Giòrg, la Bella Italia, il Ring, la Camulìna, la Bassiana, El Ciùsìn, la Solcia, Rovida, Gasparìn, I Portici, El Papagal, al Sandòn, Sùbacchi, Rota, l’Emporio De Toma, Fiocchi, da Rissulòn, i Du Agnei, l’Emporio de Maridàt, el Cavùr, Al Gattino, Campo Verde, al Gas, el Rundò, el Papagal, la Cuncuresa, Streta Nova, da Pasquìn, Ai Rati, Le tri Cà, da Pezzini, El Vultòn, la Pissa, Valente, el Genuves, la Busa, La Solcia, Revelìn, da Portoso, Sant’Antoni, Le Ferrovie, da Cavagnin al Pratél, Quattrocalici a Tureta, ai Mùti, da Carlo al Revélin, ecc.ecc. Alcune di queste osterie hanno chiuso definitivamente poco dopo finita la guerra, altre hanno lasciato il posto ad attività più lucrative, altre si sono trasformate con l’andar degli anni, finanche in pizzerie. Alcune di esse erano collegate alle vigne che i titolari conducevano in Puglia, a Trani appunto, a Minervino Murge, a Barletta, a Ruvo di Puglia. Sono informato perché mio zio Nicola era di quelle parti e ogni anno scendeva a controllare il raccolto ela pigia.. Ricordare le osterie di Lodi è un po’ come ricordare il dialetto, le caratteristiche distintive della vecchia società anteguerra e quelle della differenza dopo gli anni cinquanta, che hanno demolito il monolitico e l’omogeneo della povertà nel nome della molteplicità e dell’eterogenità, a favore delle mezze-classi e delle mezze maniche impiegatizie, degli affari e della concorrenza, mettendo in evidenza quanto è contingente l’oggi, provvisorio, variabile, incerto, instabile e mutevole, dopo avere cancellato le differenze culturali e con esse la poesia del lavoro e della terra.

Aldo Caserini

 

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Panorama dell’arte lodigiana. AGOSTINO ARRIVABENE e la tradizione dei grandi maestri

Diplomatosi  più dii trent’anni fa a Brera, Agostino Arrivabene, artista di Rivolta d’Adda con studio a Gradella di Pandino, si è presentato in diverse occasioni a Lodi, Casalpusterlengo e San Donato, e da allora è dedito allo studio dei maestri del passato (Leonardo, Durer, Van Eyck)  nonostante possegga da tempo un suo stile che viene etichettato dai critici esperti tra il surreale e il visionario. Nel curricula delle sue mostre figurano tra le altre: “Surrealismo padano: da De Chirico a Foppiani e Visionari, primitivi, eccentrici: da Alberto Martini a Licini, Ligabue, Ontani. Oltre al riconoscimento ottenuto a Francavilla al mare coll Premio Michetti, Arrivabene ha partecipato (su invito) alla Biennale di Venezia, dove è stato presentato dal regista veneziano Pierluigi Pizzi.
La sua arte è da sempre concepita in chiave “anti-moderna”. Sotto scelte di pittura fantastica, immaginaria, eccentrica, visionaria, attraverso citazioni di maestri del passato,  egli veicola una certa retorica contro l’arte del banale, o meglio, contro la banalizzazione dell’arte. Implicitamente contro le operazioni intellettualistiche e critiche che nel nome di una vocazione egualitaria bay passano ogni artefatto al quale una certa concezione filosofico-estetica tende a dare rango di prodotto artistico.
ll suo richiamarsi a certi maestri  e ai i primitivi fiamminghi. esplicita una sua non appartenenza alla cultura del contemporaneo e un dissenso verso quei filoni della critica che riconoscono a una qualsiasi superficie dipinta il significato di opera d’arte. Mentre, si tratta, semplicemente, di “una cosa” con sopra del colore, niente più che un enunciato al quale è dato un titolo non per offrire una qualche indicazione di lettura o di interpretazione ma per  assicurarle una mimesi e sottrarla al giudizio di vacuità.
Al contrario, l’impulso dell’artista cremasco è quello di far rimarcare la presenza nelle proprie pitture la preziosità dei materiali e delle tecniche in disuso, quali la preparazione artigianale dei colori e dei medium antichi. Non a caso, Sgarbi lo definì “in grado di dipingere come un antico maestro fiammingo“. Arrivabene, di sicuro coltiva  grande simpatia per i modelli del passato: recupera simboli. e allegorie da trattati e dizionari dei secoli trascorsi; dà forza al racconto per cicli che recuperano la cultura classica. Sia negli oli che nelle acqueforti esplicita un’arte influenzata oltre che dai miti dell’antichità, anche dalla filosofia e dalle tradizioni ermetiche ed esoteriche.
Di lui si è già detto più volte che è artista visionario e fantastico. Mette e tiene insieme figure e significati tratti dall’immaginario e dall’inconscio. Nei suoi soggetti si ritrovano spesso animali, dotati di artifici fantastici e comunicazionali. In queste che potremmo definire delle trasposizioni, non sono ovviamente infrequenti  accenti di personalizzazione. Nei leit-motiv c’è il bisogno dell’artista di sedurre o di apparire, tramutando ogni rappresentazione in immagini spettacolari , in un nutrimento scenografico fantastico. Tele e  fogli incisi sono ricchi di presenze, di segni e di ombre che rafforzano la grammatica del decoro.
Le mostre che lo fecero conoscere ai lodigiani anni fa rispetto a quelle più recenti non presentano, se non nello spessore qualitativo che si è aggiunto, variazioni di sintassi espressiva. In un presente sempre più dominato dalle amplificazioni dei  palcoscenici e dall’iperbole pubblicitaria, l’artista – che pure rifiuta le contaminazioni di sinonimia (di fantasia, di esercizio e di esecuzione) con il mondo contemporaneo -, spazia talvolta anche lui,  nel mirabolante, nell’eccesso, consegnandosi al mito come summa di tutto quel che c’è nel mondo e che il mondo ha bisogno di sapere. Inseguire lo stupefacente e lo strabiliante, affidandosi ai simboli più veritieri del proprio travaglio.

Aldo Caserini

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“FORMESETTANTA” 1000 ARTICOLI POSTATI, UN PICCOLO RECORD

Un contributo all’organizzazione sociale di attività
e presenze artistiche e culturali  nel lodigiano e nei territori confinanti

Inaugurato nel 2012 Forme ‘70 ( www,Formesettanta.com) ha raggiunto questo mese 1000 articoli “postati” online. Non si tratta di frammenti o brandelli di informazioni, ma di veri e propri articoli, in cui chi segue il sito ha trovato interventi monotematici relativi a mostre d’arte, alla presentazione e divulgazione di pittori, scultori, illustratori, grafici, novel graphic, ceramisti, poeti, narratori; di artisti e scrittori in larga misura del territorio lodigiano o cugini (sudmilanesi, cremaschi, pavesi, piacentini, cremonesi) ma con una piccola attenzione per gli  autori  dell’area metropolitana; nonché alla  recensioni di libri e riviste e di eventi editoriali, infine commenti suggeriti da materie letterarie, culturali, problematiche eccetera.*  Come direbbe un pubblicitario un “bel” traguardo quello dei 1000 post costruiti su una altrettanto bella ( si fa per dire) faticata, da fornire un esteso quadro delle tante realtà impegnate nelle arti visive tradizionali e attualiste, della poesia, della fotografia, dell’editoria, da declinare un insieme di chiave localista a cui è stato dato un tracciato di contestualità operanti nella metropoli,  da sconfinare anche oltre, è  permettere ai “campanili” (Lodi, Codogno, Casake, Sant’Angelo, Melegnano) il  raffronto con realtà operative meno compresse e più definite nei contorni e nei contenuti.
Del traguardo raggiunto siamo naturalmente grati ai nostri lettori, o come si dice oggi  ai nostri followers (pochini selezionati e fedeli) che ci aiutano a migliorare i risultati, e grazie anche  a WordPress.com che ci ha favorito con la sua offerta di creare gratuitamente il sito o il blog come lo si vuol chiamare, servendoci di una piattaforma che ha permesso ai  nati prima della guerra quali noi, di avviarci a un linguaggio  ostico, in cui spesso vocabolario e linguaggio tradizionali non si intendono con il nuovo introdotto dall’immenso territorio dell’informatica.
I 1000 articoli scritti e postati dimostrano che la nostra pedantesca osservanza delle procedure, da travetteria, avrebbe detto un mio amico libraio milanese, ha avuto ragione, malgrado il permanere di indecisioni  e  errori con cui ci siamo misurati quotidianamente al pc. Oggi, chi ha avuto pazienza e assiduità nel seguirci può  forse dire di aver incassato qualche idea e qualche informazione in più in fatto di arte e cultura di quello disponibile sul territorio e il suo mercato.
Per ambizione avremmo voluto regalare a chi ci segue un “prodotto” migliore, più aggiornato e gustoso, da aprire e leggere quotidianamente come un giornale stampato, soprattutto di trovare risposte semplici alle richieste della contemporaneità . Un “impaginato” che sarebbe anche possibile se fossimo stati nella condizione di fare nostre le proposte professionali e di aggiornamento WordPress.
Consapevoli del nostro dilettantismo nell’avvalerci dello strumento ci siamo  adoperati su un altro fronte, costituito dal vasto e importante tessuto di significati e  pratiche rappresentato da cinema, teatro, musica, architettura e  certo artigianato artistico), entro cui l’esistenza individuale di molti si iscrive nel rapporto con la società.
Attraverso la categoria delle Opinioni abbiamo quindi cercato, senza cedere a passività intellettuale, di dare risposte parziali a iniziative di attenzione specialistica e di studio, per noi difficili da seguire con la dovuta attenzione.
Al di là dell’ulteriore allargamento dell’orizzonte conoscitivo relativo a persone, fatti, avvenimenti e situazioni, espresso con astratta “soggettività”,  cercheremo in futuro di esplorare meglio, nei nostri limiti personali, il campo minato delle interpretazioni e delle rappresentazioni,  in cui i nessi tra informazione, sapere e potere, rimangono importanti e spesso determinanti.
1000 articoli sono il risultato di un lavoro autoriale cospicuo per un sito che non si muove secondo statistiche- anche se quando le vediamo migliorare ci sentiamo gratificati –, né delle “visite” e dei “mi piace” -,  non negozia significati e giudizi con chi è abituato a “smanettare” facendone una attività “rituale”, preferendo l’incontro con chi si muove in controtendenza rispetto ai sistemi affermati.

 

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