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Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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L’arte ludica di Ettore Zocchi al “Bizzò” di Lodi

L’artista Ettore Zocchi

Ettore Zocchi si ripropone in questi giorni alla Caffetteria Bizzò in via Cavour a Lodi. Forse spinto dal desiderio di riprendere il successo sentimentale ottenuto dai suoi disegni lo scorso anno.
Di lui è già stato detto: milanese del 1939, lodigiano dal 1966, ex agente rappresentante, ex tipografo, dedito al tennis e alle attività sociali, Zocchi è autodidatta, di esperienza e mestiere oggi riconosciuti; noto soprattutto per praticare l’iconografia sacra, che alterna a pittura, disegno, acquerello: “una passione che mi diverte e mi permette di riempire ore del giorno e della notte”, dichiara il pittore..
Dunque un’arte ludica (disimpegnata o disobbligata) la sua. Non riconducibile a un qualche indirizzo confezionato ed etichettato. Nella nuova uscita Zocchi propone paesaggi e illustrazioni di taglio assolutamente popolare, realizzati con una varietà di tecniche di ben identificato involucro, che non spostano il campo del soggetto su nuove attenzioni e rispecchiamenti.
A partire dagli anni 2000 la sua attività figurale si è fatta vedere alla Libreria Rizzoli di Milano, alla chiesa dell’Incoronata, al Museo di Arte Sacra a Lodi, alla Chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, a San Colombano, all’Oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla Caffetteria delle Arti all’Albarola, al Bar Bizzoni di Lodi e in diverse collettive (all’Aquilone, a Santa Chiara, a Cascina Archinti) e concorsi.
Nell’arte paesaggistica e in quella genericamente figurale Zocchi dimostra di inseguire un bilanciamento tra materia e forma e segno, indispensabile a dare “fioritura poetica” alle rappresentazioni.
I soggetti presentati al “Bizzò” offrono tuttavia descrizioni a cui non sono estranei particolari e richiami post-impressionisti. Ma a convincere sono i lavori che trasmettono un messaggio asciutto e che fanno cogliere quanto di semplice, vitale e umano può esserci nell’ambiente naturale.
Zocchi insiste su motivi precisi. Guarda a quelli nostrani dei luoghi, che coglie nei particolari evidenti e nascosti. Non sempre incontrando l’adesione dell’amoroso visitatore. Che a volte è interessato alle modalità di esposizione o si accontenta di un lirico canto coloristico anziché dalla esplorazione, che col tempo muta l’angolo di osservazione e può muovere parametri diversi.
E’ una pittura senza lasciti culturali, se non il ricordo sentimentale dei possibili luoghi che evocano sensazioni ora gioiose ora malinconiche, mai tristi. L’esperienza della natura è l’unica che si sente immediata in Zocchi, pittore di misura descrittiva, che non rinuncia alla tradizione. Negarla per lui equivarrebbe annullare se stesso, le proprie persuasioni, i propri valori.

 

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“Fernanda Fedi e Gino Gini”, presentato al Castello Sforzesco di MIlano

Fernanda Fedi e Gino Gini in una fotografia di Chiara Luxardo

Nuova presentazione per il libro d’arte”Fernanda Fedi – Gino Gini” edito a Livorno da Roberto Piccolo. La pubblicazione, tirata in 200 esemplari, di cui 170 con numerazione araba e 30 con numerazione romana, firmati dai due artisti e contenenti un’opera originale su papiro (Fedi) e una su cartoncino (Gini) era stata illustrata la prima volta nel settembre scorso da Amedeo Anelli direttore di Kamen’ all’Archivio Storico di Lodi in occasione della mostra “Mappe di viaggio”. Viene ora riproposta il 17 novembre prossimo al Castello Sforzesco di Milano durante Bookcity Milano 2017 in un incontro tra  Sergio Graffi direttore della Biblioteca d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, Amedeo Anelli, critico d’arte e poeta, Roberto Peccolo, gallerista editore di Livorno e Fernanda Fedi e Gino Gini, artisti, l’una affascinata dal Rongorongo, una forma di scrittura arcaica usata nell’isola di Pasqua, non ancora decodificata, l’altro, autore di una ventina di ‘Proposizioni sulla Scrittura’.
Alla base dei propri interventi artistici la Fedi esprime la convinzione “ che la scrittura dei primordi, non ancora decodificata, nel suo mistero, possa non solo testimoniare bensì trasmettere idee/concetti attraverso segni/forme e che “la non traducibilità’ sia la vera ‘fenomenologia’ della comunicazione”. Venti, le “proposizioni” (enunciazioni, concetti), individuati da Gino Gini per la scrittura, in cui manifesta valori interconnessi e presenta una spiccata inclinazione diaristica-archivistica “dalla parte della scrittura”: “Memoria della scrittura. Nuova Scrittura. Scrittura creativa. Ultima Scrittura. Scrittura arcaica. Scrittura originale. Scrittura attiva. Scrittura alternativa, ecc…”. La raccolta che svela come le proposizioni “proposte” riflettono contenuti relativi, concessivi, subordinati, coordinati, oggettivi, importanti, marginali ecc.
Se i libri d’artista della Fedi, prendono spesso spunto o sono dedicati a scrittori, poeti, pensatori (Borges, Pessoa, Pavese…), quelli di Gini si affidano a proposizioni diverse di scrittura, seguono – per usare una espressione di Elisabetta Longari – “il dettato di urgenze di carattere personale e di ordine riflessivo e concettuale”.Ne parlerà, lo stesso Gini domenica 19 a Milano, alle 11 alla Galleria Libreria Derbylius, in occasione della mostra “Poesia visiva Libri d’artista dagli anni Settanta al contemporaneo affrontando il tema della “Evoluzione della Poesia Visiva nel Libro d’Artista”, una iniziativa dedicata alla libraia Carla Roncato di Gorgonzola, titolare (mancata a settembre) della Derbylius specializzata nel rapporto tra scrittura e arte.

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Teodoro Cotugno, poesia di una città di provincia

TEODOTO COTUGNO: Copertina del catalogo curato da Tino Gipponi per la mostra alla Banca Centropadana di Lodi

Si è inaugurata alla Bcc Centropadana in corso Roma a Lodi, presenti i vertici dell’Istituto, come pure esponenti dell’arte, della cultura, dell’amministrazione civica e un pubblico numerosissimo delle migliori occasioni, una “vetrina” di opere grafiche di Teodoro Cotugno.
La mostra compendia in 35 calcografie un racconto di luoghi, percorsi, monumenti cittadini, dall’artista affidati a una narrazione di mestiere e sapere, in cui la natura viene messa a fuoco nel dettaglio e connota privilegiandole esplorazioni di luce e incantamenti.
L’omaggio a Lodi e al territorio è stato reso possibile dal riordino intelligente di un consistente numero di lastre incise in anni diversi, che una volta riunite documentano filologicamente le acquisizioni del segno artistico, il passaggio da un registro descrittivo-figurativo a una dimensione interiore, a un cammino orientato sul significato profondo del guardare in cui al “simple divertissement de hasard” è opposto un paesaggio figurale di meditazione e poesia consegnato da stampe originali d’arte.
Una esposizione dunque invitante oltre che persuasiva in cui Cotugno si conferma uomo di silenzi, di tempi sospesi, di sguardi dilatati e segreti, oltre che calcografo dal segno autorevole e definito. La qualità delle acqueforti riunisce in sintesi stile, temperamento, sensazioni e sentimenti. La piazza del Duomo, La Basilica di San Bassiano, Il Torrione di Lodi, Il resto del raccolto, I tre campanili, Lodi dai tetti, Il Torrione, la neve e il silenzio, L’Isola Carolina, Le Baste 1, Le Baste 2, San Rocco, Il vigneto, Cattedrale d’inverno, Vecchia fornace, Autunno, L’Incoronata e la luna, Vigneto di Giò, La cascina scomparsa, Autunno, Tra gli alberi, L’Adda eccetera, studiosamente disposte, hanno “armato” il curatore Tino Gipponi che ha condotto una puntuale, esperta analisi dei procedimenti e dei segni grafici, e una interpretazione delle condizioni di sentimento e poesia che rendono i fogli unici.
Cotugno è artista che non si compiace del mestiere di “riproduzione”, aspira a toccare vertici di espressione. Nei suoi lavori si ritrovano schiettezza di scrittura, spessore di significati, pretesti di poesia; filtrano fremiti di luce presi dalla realtà della natura e con decisione proposti con coinvolgimento. Campagne, passaggi, stagioni, scorci boschivi, archeologie agresti, corsi d’acqua, aspetti rurali, ma soprattutto monumenti civici, ponti, tetti e piazzali, chiese, scorci cittadini ecc. inducono a leggerne, segno dopo segno, i dettagli, fin oltre dentro l’ avvolgente poesia.
Profili urbani, aspetti gentili, visioni campestri e bucoliche sono dall’artista colti con occhi di poeta, attraverso un intimo rapporto con la natura guardata e riguardata, che suggerisce – con le ovvie e dovute distinzioni -, cenni di richiami a Barbisan, Tramontin, Castellani, Cadorin, Trentin, Ceschin, Tregambe…
Come loro, il calcografo lodigiano trasmette sensazioni di luce. La sua arte non annuncia problemi, se non le incognite a cui va incontro l’amata natura. Le sue immagini lasciano l’effetto realistico per incontrare qualcosa che è misterioso (non semplicemente poetico).
Il percorso segnico-formale s’è molto rafforzato, ha acquisito sicurezza ed espressività; i suoi fogli si riconoscono per lo svolgimento dei temi e lo sciogliersi delle forme nell’atmosfera. L’abilità di mano e di occhio giunge a inserire il bianco del foglio nella raffigurazione, fino a raggiungere effetti luminosi in differenti elementi paesaggistici.

In tempi di imperante finzione la mostra rivela un Cotugno dall’ approccio umile e consapevole verso un mestiere e le sue radici che alimentano un’arte che “minore” non è. Tutt’altro!

 

 

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“NEVE PENSATA” di AMEDEO ANELLI. Autoritratto del naturale

I grigiori del cielo, le nebbie, le foglie e le guazze rugiadose, le piogge intense e minute, la neve – la neve che si scioglie, la neve sognata e la neve pensata-, le brezze, il gelo – il nutrimento di una terra coltivata, forte di stagioni -: e poi i silenzi, il paesaggio, il tempo, la memoria, sono solo alcuni flash con cui interagiscono le proposizioni di “Neve pensata, agile volumetto di Amedeo Anelli (Mursia, Milano, ottobre 2017, pagg. 68)  che da molteplici angolazioni munisce genesi a una quarantina di sillogi alcune antologizzate da Daniela Marcheschi (Antologia di poeti contemporanei, Mursia, Milano, 2016).Neve pensata è la quinta delle raccolte di poesie di Amedeo Anelli, avviate il 1987 con Quaderno per Marynka, proseguite con Acolouthia I, Acolouthia II e Contrapunctus e ora entrata a far parte di “Argani”, la collana diretta da Guido Oldani per Mursia, dove figurano le firme di Finiguerra, Koskel, Loi, Marcheschi, Joseph Conrad, Oldani, Rossi e dei poeti del Realismo terminale. Neve pensata è un ondeggiare calmo tra fiocchi di stupore, sogno e silenzio – “i nutrimenti della terra viva di stagioni e di corpi vivi” – in cui senza difetto né timidezza compaiono gatti (Tone, Mimì, Guido, il Gatto-pera, il tigrato grigio Catullo, attenti ma fermi nella luce imperscrutabile degli occhi ) e lasciano graffiti destinati a perdersi passeri, pettirossi, corvi, falchi, api, lucciole, farfalle… mentre nel paesaggio complessivo le dedicazioni (a Daniela Cremona, Daniela Marcheschi, Gino Gini, Gianluigi Lisetti, Sandro Boccardi, Edgardo Abbozzo, Assunta Finiguerra, Fernanda Fedi, Vannetta Cavallotti) trasmettono particolare curvatura ai versi illimpidendoli di affetto e simpatia.
In tre capitoli monotematici e monocromatici, ritmicamente contrappuntati (Invernale, In memoriam, Tessuto i corpi) le composizioni offrono “un autoritratto del naturale”. Non riassumono nodi ossessivi ma hanno il proprio centro motore in quell’impegno nel quale il poeta trova da tempo le motivazioni per cimentarsi nella risonanza delle parole: l’ambiente, le stagioni, la natura, la volontà, la capacità continua, dinamica del comporre poesia.
Le preposizioni fondamentali come quelle della natura, delle stagioni, dei nutrimenti della terra, creano il perenne confronto dell’uomo con le pagine della vita, con la storia e i suoi valori, con il presente e il passato avvalendosi di una rete di intuizioni affidate alla parola per cui la poesia diviene il terreno di confluenza e di proiezione del dialogo, della ricerca e della vita oltre che di motivi e percezioni puramente soggettivamente autobiografici. Le ricerche iniziali attorno al linguaggio hanno lasciato campo a nuove funzioni ritmiche, a nuove tessiture dove accostamenti, appropriazioni, contrappunti valorizzano con “ampliamenti metrici, verbali, frasici” le composizioni, fanno scorrere col chiarore delle idee il tempo e gli istanti, le cose e i viventi, gli affetti e le attese. Attraverso l’interagire di frammenti – residui del fatto quotidiano o dell’accumulo dei sentimenti -, Anelli mette in linea una poesia pensata ricca del deposito di materiali e di idee il cui senso non è sempre determinabile. “Tutto va all’indietro/ come il treno il paesaggio,/ se cambi posto fugge tutto in avanti”.

Il libro: Amedeo Anelli: Neve pensata – Ed. Mursia, Milano, pagg.82, novembre 2017, € 15

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Gianni Vigorelli scultore. A venti anni dalla morte

Gianni Vigorelli: Monumento alla Resistenza

L’ anno passato è stato il centenario della nascita dello scultore Gianni Vigorelli (1916-1998), l’anno a venire, a maggio, sarà quello dei venti anni della sua morte.Per settant’anni la scultura è stata praticata da Vigorelli con sobrietà e robusta visione per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Lo ha fatto con una coerenza profonda, in un rapporto stretto e necessario con la poesia, che rende impossibile considerare la sua opera secondaria nel contesto dell’arte alaudense e lombarda.Allievo di Messina a Brera, amico stretto e confidente di Archinti, sodale di Fausto Locatelli di cinque anni più anziano di lui, che morirà sotto i bombardamenti nel 1945 – Vigorelli si cimentò anche con la poesia, coltivata con commossa e austera idealità e in cui ricondusse l’espressione delle variazioni e reazioni del sentimento individuale. Solo la frenetica attività “culturale” (si fa per dire!) di frettolosi promotori da tavolino poteva far dimenticare un anniversario tanto importante. Una imperdonabile negligenza che rende consapevoli dei perché l’eredità di Vigorelli non è ancora apprezzata in città come meriterebbe. Certo, un po’ anche per colpa sua, che in vita non ha sofferto il non esibirsi, riducendo la sua presenza a pochissime uscite di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che già nella seconda metà del secolo scorso – lui appena trentenne -, gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli rinunciare a una Biennale di Venezia; eppoi per i “meccanismi” presenzialistici che si erano affermati in città e che tradivano le sue convinzioni di artista. Sta di fatto che delle sue opere si è visto e parlato poco, non quanto richiedevano e meritavano. Anche se, per la verità, qualche occasione è da stimare. E’ servita almeno a fissare alcuni passaggi della ricerca linguistica: dall’iniziale asciuttezza accademica a una impronta naturalistica, dalle forme classicheggianti ovoidali a quelle di rinnovamento plastico, dal geometricamente strutturato e di interpretazione dell’immagine a una ideazione ritmica della sofferenza psicologica e fisica…).Era uomo di poche parole. Quella che amava spiccare era “umanesimo” a cui aggiungeva “pietas” e “poesia”. Potrebbero bastare a cogliere il filo conduttore dei messaggi nelle sue opere. Vigorelli puntava a far apprezzare la scultura come arte delle idee, non secondaria nella crescita civile della società. L’accanita polemica che sul finire degli anni ’60, accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di propagazione di una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica moderna. Solo a scavalco tra gli anni settanta-ottanta la scultura conobbe, in modo forse eccessivamente generica, l’esigenza di ricondursi a categorie in grado di darle una diversa immagine. Vigorelli non fu “faro” ma un “caso” con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi riconoscibile nelle madonne e maternità, nei bronzi dedicati a vestali, santi, a temi religiosi e civili e a richiami di stile arcaico, a strutture romboidali e a losanga ( apprezzate dall’architetto Degani, artefice del Duomo), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste.La mostra in preparazione alla Banca Centropadana di Lodi affidata a Tino Gipponi, si annuncia perciò preziosa per i dati oggettivi di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” estetica che potrà offrirà delle fasi più significative e personali della ricerca di Vigorelli

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Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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Giancarlo Buzzi, “L’odisseico peregrinare”

Giancarlo Buzzi, morto un paio d’anni fa era un letterato anticonformista. Moderatamente eccentrico al punto di non apprezzare il titolo di letterato stava accortamente lontano dalle “consorterie” e dai “salotti”, benché gli amici – e ne aveva! -, li scegliesse tutti tra poeti, critici, filologi, scrittori, narratori, artisti, filosofi, persino teologi e traduttori.I lodigiani probabilmente non ricorderanno il suo nome, forse non lo hanno neppure mai sentito pronunciare in libreria, anche perché  tra il finire degli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando uscirono da Feltrinelli e da Mondadori i suoi primi titoli (Il senatore, L’amore mio italiano, La tigre domestica, L’impazienza di Rigo, ecc.) i negozi di libri erano quello che erano, non si chiamavano neppure librerie. Il suo nome ha pensato a farlo correre Amedeo Anelli sul Cittadino, recensendo ogni suo lavoro fresco di stampa, interpretando i contenuti e facendo emergere con le qualità dello scrittore quelle dell’intellettuale irrequieto, inventivo, spesso controcorrente, narratore dal linguaggio appassionato, composito e innovativo, traduttore operoso e versatile, dagli interessi e dai mestieri più diversi. La sua carriera si è dipanata lentamente, lavorando alla Olivetti, alla Bassetti, alla Pirelli, gestendo per tre anni il ristorante La Pastaccia, e nell’industria editoriale al Saggiatore, alla Mondadori e da Valsecchi.

Amava i posti silenziosi di campagna. Con il lodigiano ha nutrito una intesa solidissima. Ogni anno scendeva almeno una volta nella Bassa per incontrare (in trattoria) Gino Commissari, Amedeo Anelli, Guido Oldani.

Un recente volume di Interlinea restituisce un ritratto dell’uomo e dell’intellettuale. “L’odisseico pererignare. L’opera letteraria di Giancarlo Buzzi” raccoglie a cura di Silvia Cavalli, esperta in letteratura italiana del Novecento del Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” dell’Università Cattolica di Milano gli atti di una giornata di studio dedicata a Buzzi poco prima che morisse.

Scrive la Cavalli: “ Buzzi ha saputo incamerare tanto la tensione sperimentale figlia degli anni sessanta e settanta, quanto le suggestioni architettoniche, le innovazioni linguistiche, gli echi letterari derivanti dalla sua formazione intellettuale e professionale”.

Il volume permette di conoscere numerosi aspetti della personalità dello scrittore e della sua ricerca innovativa. Oltre le relazioni e le testimonianze della giornata a lui dedicata, il volume, raccoglie in 200 pagg. gli studi di Mario Lunetta sulla scrittura come pensiero-forma, di Giuseppe Bonelli sul linguaggio amoroso, di Clelia Montagnani sui carteggi buzziani, e restituisce inoltre i contributi di Daniela Marcheschi (Buzzi e il romanzo filosofico, pag. 107), Amedeo Anelli (Il realismoprospettico” di G.B., pag.115 ), di Guido Oldani (B. scrittore impaziente, pag.177) oltre a segnalare nei i contributi gli interventi di Anelli e di Oldani su il Cittadino e di Gino Commissari su Kamen’

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Tino Gipponi:”La poesia in Ada Negri”

Riaccendere l’ interesse sulla poesia di Ada Negri è impegno non da poco. Richiede scelte e responsabilità. Si mette alla prova Tino Gipponi che già ci aveva tentato con una iniziativa al Museo della Stampa di Lodi. L’amplia e l’approfondisce ora con un saggio penetrante, che dei versi della poetessa mette in luce particolari della versificazione: la tecnica addotta, la metrica, la ritmica, le figure retoriche, e indaga il linguaggio “nell’unità di contenuto e di forma” e in rapporto anche ai percorsi della vita della poetessa. Sostanzialmente sopperisce a quanto è sfuggito (colpevolmente) a tanti critici che nei loro contributi su Ada Negri non sono mai entrati nell’ analisi delle novità formali e della disciplina metrica seguita.
Che poi vi siano “caducità” in una parte della sua opera, sarebbe ingenuo negarlo. Sia pure con morbidezza critica, ne fa cenno lo stesso Gipponi nel libro La poesia in Ada Negri ( Prometheus Editrice, Milano, 2917, €15,00), mettendone in luce la creatività e il linguaggio ma anche i “passi falsi”. D’altra parte la stessa Ada Negri confessò di portare “come una ferita” quella che considerava una “dissonanza” fra la popolarità della sua poesia e il suo “reale valore artistico” .
Passata da una fama internazionale (ricordiamo solo il Mommensen che confidò a Ojetti di conoscere nella letteratura italiana il Carducci e Ada Negri) a una sorta di “clandestinità” perdurante essa ammette motivi altri dalla fragilità di una parte della sua opera. Alcuni credono di doverli indicare nei condizionamenti politici suggeriti dal suo iter ideologico, da “pasionaria” socialista ad Accademica d’Italia; altri, invece, nel fatto che la poesia di Ada Negri appartiene sì “alla propria epoca”., ma non sarebbe “d’ispirazione letteraria”. Tra questi il Rondoni per il quale l’oblio sarebbe in un certo senso “meritato” poiché nel suo itinerario “non è approdata al nichilismo gnoseologico, volontaristicamente umanitario in voga (e, per il fatto d’essere in voga mutatosi in nichilismo dolce) – anzi, semmai da esso è partita per giungere alla coscienza di un ‘eterno’ che batte ed entra in ogni attimo del tempo”.
Tralasciando gli interventi preziosi in Archivio Storico Lodigiano ( A. Ruschioni, Momenti e costanti nella poetica di A. N., XVIII (1970), e quelli di Cesare Angelini, di Nino Podenzani, di Elena Cazzulani e Gilberto Colletto, Ada Negri pareva ritrovare interesse dopo l’uscita da Fabbri di una antologia che raccoglieva testi accompagnati da una analisi storica di Davide Rondoni con i contributi di Maria Luisa Spaziani (in “Donne in poesia”) e di Elisabetta Rasy (in “Ritratti di signora”. Ma poi la poesia della “maestria” è ridiscesa nel dimenticatoio, fino al recente contributo di Elisa Gambero (“Il protagonismo femminile nell’opera di Ada Negri”, LED Edizioni Universitarie).
Tino Gipponi vi si aggiunge ora proponendo un interessante “spicilegio” – come lui stesso lo chiama -. Fornisce un ritratto convincente, in cui vengono fatte incontrare indicazioni d’arte e stilistica e riscontri di perizia nell’esercizio della versificazione, che nella sintesi rinfrancano l’esigenza un “assestamento del valore”. In un certo senso Gipponi “rompe” con la sbrigatività di tanta critica che ha sempre trascurato di valutare l’opera attraverso gli aspetti di “fattura”.
Il volume, di piacevole lettura, introdotto da Francesco Solitario dell’Università di Siena, è arricchito da due documentazioni: un epistolario inedito e un apparato iconografico che corrispondono bene all’esigenza del metodo seguito dall’autore, che è quello “critico-euristico” in grado di generare spunti nuovi di conoscenza. Infine, l’edizione è impreziosita dall’acquaforte Piazza S. Francesco in Lodi, incisa e tirata al proprio torchio da Teodoro Cotugno. Una piccola raffinatezza per gli intenditori del segno originale d’arte.

Sabato 21 ottobre 2017 alle ore 16.00 il Museo della Stampa ospiterà un incontro sul al libro di Tino Gipponi. Relatore è Francesco Solitario, professore di Estetica dell’Università di Siena. Argomento: stabilire quale parte della vasta produzione della scrittrice lodigiana abbia effettivamente valore poetico
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La poesia europea al “Presidio poetico” di Tavazzano con Villavesco

Dopo TEMPI D’EUROPA e AAA EUROPA CERCASI , il progetto curato da Lino Angiuli per “La Vita Felice” si è esaurito con LUOGHI D’EUROPA affidato a una prefazione di Daniele Maria Pegorari, docente di letteratura a Bari e direttore di numerose riviste letterarie e di filologia.
Le antologie della casa milanese di via Lazzaro Palazzi, hanno consegnato al direttore di Kamen’ lo spunto per dare disegno a Contrappunti d’Autunno 2017, traducendo la presentazione in un incontro alla Biblioteca di Tavazzano rivolto a perlustrando i percorsi della poesia europea con l’obiettivo di individuare in essa una voce unica e attuale. Dopo un incontro preliminare sui grandi poeti russi del Novecento (Blok, Majakovskij, Gumilëv, Achmatova, Cvetaeva, Pasternak, Mandel’štam, Chlebnikov, Esenin, ecc.) l’architettura del progetto prende slancio martedì prossimo con gli autori di Tempi d’Europa, di quelli in parallelo partecipi di AAA Europa Cercasi e di quelli segnalati da Daniela Marcheschi e inseriti in Luoghi d’Europa.
L’ allestimento critico e informativo di Anelli, è risaputo, promuove da anni una poesia non performativa ma integrante della contemporaneità; rimbalzata da un carattere di “coralità” che coinvolge idiomi ufficiali, minoritari e dialetti, che tengono   insieme tradizioni e stili e reggono d’accordo sensibilità, storie individuali e collettive, attraverso sintassi, metafore, simbologie ecc. Una posizione quella del critico lodigiano che oltre a individuare connessioni equipaggia la conoscenza con la “dimensione plurale, dialogica e plurilinguistica”. Richiamando, nello stesso tempo. l’ assioma esplicitato di uno dei massimi critici e filologi mondiali, Erich Auerbach

Amedeo Anelli

, iniziatore della cosiddetta critica stilistica:”il pensiero” non può avere “nazionalità”.
Nel trittico de La Vita Felice si possono scoprire insieme poesie in lingua vora, cimbra, francone, croata-molisana e ladina ecc., opere di poeti maltesi, italiani, cechi, inglesi, finlandesi e ungheresi, e poi ancora slovacchi, napoletani, neogreci, rumeni, spagnoli, inglesi, tedeschi, portoghesi, eccetera, un vero e proprio caleidoscopio di suoni, etimi, accenti che ibrida lingue madri con lingue parziali o altre lingue nazionali. Il “desiderio ispiratore” è lo sconfinamento, la spinta a mettersi nei panni culturali altrui, a cominciare da quelli simbolici e linguistici.
Martedì 17 ottobre, alle 21 alla Biblioteca di Tavazzano, Amedeo Anelli tirerà il filo di tanta produzione, accompagnando la varietà delle poetiche, degli stili e dei linguaggi con un apparato critico-informativo rivolto a fare breccia nella dura cortina dell’attuale “produzione poetica”. A novembre seguiranno poi la presentazione dell’ antologia “Maremare”, pubblicato da Adda Editore, con la partecipazione di Daniela Marcheschi, autrice della prefazione e l’incontro con Eliza Macadan e la presentazione di “Pioggia lontano” edito da Archinto con la prefazione di Amedeo Anelli

 

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