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I sogni antichi di un pittore moderno. Luigi Volpi alla maniera di Evaristo Baschenis

Fino a una buona metà del secolo scorso il disegno fu materia d’insegnamento. Poi “il finito” perse di di arte applicata (decorazione, oggettistica, fantasy, cartoon, fumetto, illustrazione, ritratto, ecc.). Una “lettura” che non convinceva Luigi (detto Gigi) Volpi, che negli anni Settanta addestrava all’uso del lapis alla Scuola d’arte Cova di Milano Conosceva bene i retroscena della pittura e sosteneva che il disegno era un “congegno di precisione”, una macchina “insostituibile”.

Se siamo qui a parlarne a dodici anni dalla sua morte (marzo 2019), è  per richiamare  un “passaggio” della sua pittura, quello che seguì al lungo racconto della condizione negli istituti psichiatrici.

Finita in dismissione l’utopia sessantottina e dopo ed essersi isolato dai fermenti della realtà milanese per inseguire le “armonie” zen, negli anni Ottanta Volpi spostò decisamente la sua pittura sul “privato” con una lunga serie di autoritratti, figure femminili e dei familiari, dedicandosi tolstojanamente alla bellezza della forma attraverso le nature morte

Naturalmente prima slacciò i residuali richiami al fragile realismo correntizio, poi prese a strizzare l’occhio alla “Metacosa”, che non fu una setta, ma un galleggiare di immagini e simboli poetici; al Fante di Spade strinse amicizia con Bernardino Luino di qualche anno più avanti di lui e faceva parte di una cerchia di artisti di Brera, quindi assicurò la sua ricerca alla storia dell’arte, di cui non si sapeva molto (e se ne sa ancora poco adesso). Un capitolo scritto da pittori d’accademia e non: il “pittore del silenzio” Chardin, la barocca Fede Galizia, l’ecclesiastico Baschenis, il monaco Juan Cotàn, il copista Carlo Magini -, tutti autori di “nature morte”, che Volpi definiva “vive”, prendendo a prestito Marcel Proust che le considerava un “genere vivo” dovendo sostenere che in arte “non c’è idea che non porti in sé la propria confutazione possibile, come una parola la parola contraria”

In Volpi si possono riconoscere repertori che rimandano a quei pittori i nomi dei quali metteva nei titoli anteponendo  “Alla maniera di…”. Non immaginava certo che nel gruppetto di amici pittori che incontrava quando scendeva a Lodi  ci sarebbe stato chi, spazientito per i richiami a Baschenis si rivolse a lui chiamandolo “Prevaristo”. Non era un soprannome ma una deformazione di “prete Evaristo”, con  cui il prediletto della serie “alla maniera” era stato conosciuto in valle Averara.

Volpi è’ stato uno dei nostri più dotati disegnatori. Niente voli lirici, solo rigore plastico e pratico, e tanto autocontrollo. Che non vuol dire assenza di situazioni e simboli. Nelle sue “stanze” coesistono i silenzi, la solitudine e i dettagli delle poche cose. Non c’è metafisica. Nelle nature morte filtrano invece, a volte, convinzioni e messaggi. Come in Baschenis l’allegoria del tappeto rosso.

Attento, scrupoloso non dipinse solo cucine, ma ambienti, figure e  altro. Soprattutto si autorappresentò. Per un attimo si lasciò “suggerire” da Baschenis di lasciare la vita vegetale, di mollare “silenzi”, “solitudini” e “sospensioni” per raffigurare strumenti musicali. Lo fece, confermandosi un perfettista. Ma non dedicò ai soggetti musicali particolare attaccamento. Fu un gettarsi la solita nocciolina in bocca.

Aldo Caserini

 

 

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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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ELDA AIDA SABBADIN. LA RISCOPERTA DELL’ARTE NELLA ICONOGRAFIA SACRA

  Dopo avere dedicato attenzione agli artisti sudmilanesi e lodigiani che partecipano sempre più a favore della contemporaneità e alla pelustrazione dei  buoni propositi di quelli che frequentano lo stanzone del citazionismo, o retrò, o come altro li si voglia etichettare , si può non dare almeno un’occhata a Elda Aida Sabbadin?  Ovviamente no.

Studiosa delle tecniche e del linguaggio iconografico e di soggetti religiosi, la Sabbadin è una artista lodigiana acquisita, trasferitasi negli anni Settanta da Varese, dalla personalità distinta, che nelle sue tavole interpreta iconograficamente  significati  simbolici, emblematici, allegorici ecc. con fertilità e profitto, da garantire interesse e riuscita alle mostre di arte sacra (per la verità infrequenti), alle quali partecipa.

Di lei e della sua arte ci piace ricordare  l’esposizione tenuta all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi,  quella all’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano con Villavesco, ora Spazio espositivo Acerbi, due  mostre che hanno contribuito a diffondere la fruizione di questa

pratica espressiva, con la bellezza dei dipinti a soggetto religioso.

Al suo attivo ha la frequentazione della Scuola di Iconografia Orientale S.Luca, fondata a San Gualtiero da mons.Fogliazza e di dedicarsi da allora ai temi poco esplorati dell’icona come simbolo incarnato della divinità. Il rovesciamento di attenzione è intervenuta dopo gli approcci in pittura avviati con Anna Rita de Tuglie, Angelo Pollini e Monica Anselmi e la seduzione per l’icona sacra esercitata su di lei dai avori di una monaca di clausura trentina.

Il linguaggio dell’icona presenta aspetti di importanza generale e particolare. L’artista deve saper rinunciare quasi del tutto alla sua fantasia figurativa e seguire sempre modelli che corrispondono a regole teologiche e plastiche, non limitarsi ai semplici valori essenziali di stilizzazione, ma orientarsi a cogliere il collegamento tra le tipologie figurative e la realtà che le ha originate o con le quali si sono poste in operante rapporto.

A partire dal Monastero dei Servi di Maria di Arco di Trento, la Sabbadin ha quindi, anno dopo anno, approfondito il proprio perfezionamento e la conoscenza storica di questa antica forma d’arte, concorrendo a far conoscere e a stimolare la sua conoscenza sul territorio. Fino a qualche tempo prima guardata un po’ da tutti con sufficienza e relegata prevalentemente negli spazi espositivi degli oratori parrocchiani.

Oggi, le sue icone, nelle loro forme e nei loro colori, scoprono una personalità artistica in grado di lasciar affiorare nei propri lavori, quel sacro che, di fatto, sfugge a molte rappresentazioni messe in atto da artisti figurali contemporanei.
Il linguaggio idella Sabbadin rivela, al contrario, un rigore e una padronanza   iconica, che è il risultato di studi e ricerche rivolte a dare intensità nell’espressione del sacro in efficace sintonia con il tratto spirituale dei soggetti rappresentati. Attenta a sottrarre all’immagine una bellezza che soppianti il senso del mistero e che la ridurrebbe a una declinazione puramente illustrativa.

L’arte sacra della Sabbadin è coerente con le regole del linguaggio evocativo; attenta, preciso e accurata l’artista offre spunti di confronto e approfondimento alla definizione identitaria delle credenze oltre che valutazioni di pregio artistico ed estetico.

Aldo Caserini

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Domenica Regazzoni, pitture e sculture. Arte sottratta all’emergenza.

Ha senso parlare di pittura e scultura in tempi maledetti quali gli attuali? Non rischia la parola arte di avere un significato negativo o minore, distraente, dopo essere stata utilizzata da predicatori fuori d’ogni regola, oggi spariti, e usata in messinscene che più nessuno ricorda?

In provincia il gioco è più sottile perché a queste domande preoccupate può rispondere in modo rassicurante la serietà di qualche artista di soggettività autosufficiente, distaccato dal “sistema”, che magari riesce ad affrontare i danni dell’emergenza: le gallerie chiusi, gli spazi pubblici serrati, il disinteresse dei media, l’ indifferenza della gente, la diserzione dei poteri locali e le tante altre cose che fanno sfondo monumentale a un abbandono dell’arte che è diffuso e culturale.

Dato il paesaggio, come attivare qualche lumicino di curiosità e d’ interesse, mantenendosi, senza il momento della visibilità, su un registro di semplice cronaca, o di letteratura? Negli anni Settanta la Regazzoni frequentava Brera (o l’aveva appena lasciata) e praticava una pittura figurale lontana da quella presente, fatta da una impostazione informale in pittura e di impianto iconico-musicale in scultura. A una sua mostra alle scuole di San Donato Milanese ci fu presentato suo padre Dante, celebre liutaio, di fama nazionale, un artista del legno – ripetiamo un “artista”  –  animato da un’etica di solida sapienza e conoscenza che è oggi perduta. Di quell’incontro abbiamo in memoria una frase: “L’arte esprime la nostra  anima. A volte glorifica le forme, a volte le sfida”. Parrebbe una filosofia o una metafora, invece è un  assunto che si può ritrovare nelle tappe della Regazzoni, a partire dalle illustrazioni per Il Pesce d’oro di Vanni Scheiwiller delle poesie di Antonia Pozzi. Fu quella, per lei, una laboriosa  esperienza, che fece da spartiacque verso nuovi equilibri, Da allora l’artista è sempre (o quasi) riuscita a sottrarre i suoi lavori alle opinioni diffuse; a tenerli lontani dai pasticci concettuali e dai pensieri di gruppo; a strutturarli coi richiami alle esperienze della bottega del padre e, in un certo senso, a tradurre la sua poetica.

Se spogliati del loro “senso interno”, i suoi lavori  rischierebbero oggi di passare per esperienze di una “attualità” puramente giornalistica. Invece, per la  discendenza dei contenuti dal padre liutaio, c’è in essi una consapevolezza di tante cose che i critici, da Gillo Dorfles a Silvia Evangelisti, hanno giudicato di qualità distintiva e particolare.

Sono risultati di “convergenze” e variazioni, di forme e simboli musicali e della loro narrazione; di impulsi estemporanei e di richiami archetipali; della forza emotiva e del sentimento lirico; della concretezza nella elaborazione che valorizza intelligenza e lavoro senza ricorrere a particolari artifici.

Nell’era del virtuale, le costanti estetiche, la disciplina artigiana, la tradizione e la qualità maestra del padre liutaio sono un splendido esempio che si reperisce nell’espressività “contemporanea” della figlia artista, venuta mezzo secolo fa dalla Valsassina a vivere e a lavorare alle porte di Milano, e presso il castello di Peschiera Borromeo, lavora sempre con tenacia e intelligenza per dare corporeità a materie e a spessori, andando dietro alla linea del cuore., a dispetto della pandemia.

Aldo Caserini

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A KAMEN’ LA MENZIONE DEI BENI CULTURALI COME RIVISTA DI ALTO VALORE CULTURALE

E’ prossimo alla chiusura in tipografia e alla distribuzione in libreria il numero doppio( 56/57) di Kamen’con cui la rivista entrerà nel trentesimo anno di vita  con la direzione del codognese Amedeo Anelli.  Intanto si apprende che la rivista ha ricevuto dal Ministero dei beni Culturali, la menzione (senza apporto economico) come rivista di “alto valore culturale”. Complimenti.

Anche il nuovo  numero – edito da Libreria Ticinum Editore di Voghera -, è organizzato in tre sezioni: una dedicata a Giuseppe Baretti, le altre alla poesia dello sloveno Miklavž Komelj e all’attività di giornalista e scrittore di Roberto Bartolini.

Centrale quella dedicata a Giuseppe Baretti (1719-1789) e curata da Amedeo Anelli, che segue quella sul n. 54 a cura di Elvio Guagnini interamente dedicata  alla “Frusta letteraria” e al tema del viaggio. Nel numero in uscita i lettori troveranno ordinati gli atti dell’incontro di studi tenutosi all’Università di Ultrecht e curati dalla studiosa Daniela Marcheschi e da Gabriele Cascio docente di letteratura e traduttologia, nonché direttore del progetto dell’Osservatorio di Studi danteschi presso l’ateneo olandese.

La particolare attenzione riservata da Kamen’ a Giuseppe Baretti consegue all’adesione della rivista al Comitato nazionale per le celebrazioni del tricentenario della nascita dell’intellettuale.

I nuovi contributi di studi collazionano oltre gli atti del convegno olandese una introduzione di Amedeo Anelli su Giuseppe Baretti intellettuale europeo, i saggi di Daniela Marcheschi, Giuseppe Baretti: un classico come prisma per rileggere la letteratura, e di Gandolfo Cascio, «More virility of Thought and Vigour of Stile than any other Poem antient or modern»: Baretti patrono di Dante.

La sezione di Poesia è intitolata al poeta Miklavž Komelj; è in tre lingue, sloveno, italiano e spagnolo e contiene una scelta in gran parte inedita di sue poesie.

Studioso di Storia dell’Arte all’Università di Lubiana Komelj si dedica da sempre alla poesia ed ha pubblicato una serie di raccolte poetiche:: La luce del delfino, L’ambra del tempo, La rugiada, L’ippodromo eccetera. E’ inoltre autore del saggio La necessità della poesia  e traduttore in sloveno didi Pessoa, Neruda, Pasolini.

La sezione di Umorismo dedicata a Roberto Barbolini contiene il suo saggio Il Tovagliolo di Formaggino. Quando ridere è volare da una torre e un nutrito numero di racconti brevi ed altri scritti  inediti. Nato a Formigine (Mo) nel 1951, laureato a Bologna in Estetica con Luciano Anceschi, ha attaccato come saggista con Il silenzio capovolto prefato da Anceschi. Ha collaborato a “il Verri”, «Paragone» , «D’Ars», «Il Terzo Occhio». Come giornalista ha lavorato al «Giornale» di  Montanelli, Attualmente collabora a «QN-Quotidiano Nazionale» e scrive saggi, con attenzione al romanzo gotico, al fantastico e al poliziesco).

Aldo Caserini

 

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Libri/ Il gatto educatore di Silvia Ferrari

Notava Gianni Rodari, autore di culto e autentico maestro della fantasia del quale si sono compiuti a gennaio i cento anni della nascita, che fiabe, racconti, storie,filastrocche partecipano “a educare la mente” dei bambini.
L’attività di Silvia Ferrari, 46 anni, madre di due figli, scrittrice di Valera Fratta, da anni maestra e pedagoga di scuola primaria al comprensivo Collodi dove con originalità “traduce” e “verifica” un proprio metodo per avvicinare alla lettura i bambini con l’obiettivo di educarli  a diventare dei buoni adulti e dei bravi cittadini. Come nel racconto su Covid19, dove Crono, Virna, Nora, Sira – le iniziali di tutti i nomi sono nella parola “coronavirus”. La storia non la riveliamo, il lettore la potrà trovare sul sito http://www.silviastrocche.it, insieme ad altri racconti. Diciamo solo che il finale lo tirano fuori i piccoli lettori, che così rivelano le loro emozioni sull’emergenza.
Da alcuni anni l’originalità dei contributi forniti dalla Ferrari è legata alla didattica, in particolare a un modo di concretizzare un modello di scuola nuovo, una sorta di “officina” di scambievolezze sociali e culturali, dove le parole hanno un loro peso, nello scrivere e nel comunicare. Nei suoi libri, a partire dal primo “Le strambe storie”, a cui son seguiti “Le Silviastrocche”, “Il cavallo Gelsomino”, “Dolce Natale”, “Carolina e Giacomina” e varie antologizzazioni di racconti e poesie, si avverte lo spirito di Barbina. la Ferrari racconta storie che costituiscono un vero  “cantiere educativo”, dove  sono tenute insieme tante cose, soprattutto un rinnovato valore e impulso significativo delle parole e un’ampia panoramica del pensiero creativo e del suo patrimonio narrativo. Nell’ultimo libro “Il viaggio del gatto Palmiro” (In fila indiana Edizioni, Ill. V. Geroni, 2020, €14,99) il protagonista è un micio molto bello, ma anche molto arrogante, di quelli che tengono le distanze, che si ritengono unici e importanti. Un po’come tanti giovani d’oggi. Un bel giorno si entusiasma dei viaggi e pensa di andare a vivere altrove, in un paradiso per gatti soli. Tradotto ipso facto nonostante il viaggio duri un anno. Entusiasta di partire va incontro subito a una serie di vicende sfortunate e imprevisti che lo costringono a scopire sé stesso e a rinunciare alla propria boria per trovare aiuto negli altri. Il libro piace ai bambini ma anche ai genitori, non solo per la sua leggerezza ma per gli insegnamenti.
Aldo Caserini

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La piazza e il duomo di Lodi in una serie di acqueforti di Teodoro Cotugno

Figurarsi piazza maggiore di Lodi senza il “suo” duomo che si erge imponente dopo i restauri di Alessandro Degani. Impossibile! Il centro geometrico e la sede primaziale vescovile sono due soggetti vincolati. Qualificano la rappresentazione visiva, sprigionano suggestione, il sentimento simbolico. Danno sintesi visiva a componenti figurative, che non si compiacciono solo di armonia, proporzione, equilibrio,. La spazialità della piazza, la sua dimensione e direzione, dilatano criteri di lettura dalle costanti culturali architettoniche e urbane alle dimensioni “umane”. Come un grande quadro storico che risucchia l’ habituè frequentatore o il visitatore.
Fa dispetto prendere atto che non basta più a farne tema d’intervento per gli artisti locali che pare averlo dimenticato. Solo perché appartengono a una “bellezza precedente”. Oggi la pittura è fatta di artificio, il soggetto non conta o conta appena appena. Lo diceva già cento ’anni fa Apollinaire. Piazza e cattedrale non attirano l’esercizio pittorico. C’è un solo bastian contrari, Uno che con punte, raschietti, lastre di zinco e rame, vernici e colle, tirando sul suo tornio a mano, con immediatezza crittografica ne salva i valori iconografici e ambientali con fresche magnetiche acqueforti.
Non serve farne il nome. Con l’autorevolezza che gli riconosce tutta Italia, Teodoro Cotugno ha esteso il soggetto a tema, un cammino a rebours che rischiara la memoria e convince artisticamente per la scrittura incisiva, a tratti veloce, a tratti complessa, mai brusca, sempre cordiale, con cui riempie fogli dell’immagine della piazza: sotto la neve, aimata dal mercato del giovedì, osservata da una coppia, impreziosita dal protiro della cattedrale, cogli effetti discreti e suggestivi dai campanili, dalla realtà quotidiana che si svolge sotto; accentuando  il chiaroscurale con l’ordito da una fitta rete di segni. I fogli rivelano la poetica dell’artista, impegnato a tradurre in incisione calcografica i luoghi e i monumenti di maggior prestigio della città (il duomo, l’Incoronata, San Francesco, il Broletto, il Torrione, il Castello, le Baste, angoli e rovine storiche,  particolari della natura ecc.). Primeggia con una grafia (quella della punta e dell’acquaforte), quanto mai varia e ricca, che estende all’espressione e alla comunicazione con distesa mobilità e andamenti paralleli. L’acquaforte è per lui un linguaggio eloquente, incisivo, che usa con insistita eleganza, e a volte con disinvolta spigliatezza di segno, e una  bianca o appena sfiorata  tonalità,
Rappresenta  un mondo in parte “inventivo”, alimentato da una cultura progressiva di innovazione del segno inciso, così come di quello stampato, che l’artista lucidamente sperimenta e fa coincidere con le esigenze delle sue idee. E’ un mondo descritto  con commosso rigore compositivo e filtri luminosi e cromatici da cui esala la poesia del silenzio.
Nelle acqueforti sulla piazza e il duomo insieme ai particolari descrittivi non si fatica a godere la poesia complessa e ispirata di una intera città.

Aldo Caserini

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FARE ARTE NON E’ UN GIOCO – Angelo Fusconi “Maestro del Lavoro” di Lodi avvia una “Bottega d’Arte” in Romagna

 

Potrà sorprendere che un dirigente industriale del settore farmaceutico lodigiano appassionato d’arte e collezionista abbia inaugurato a fine agosto a Cesena una propria galleria sotto la ragione sociale “L’Officina dell’Arte” là dove prima era un’ una attività di ferro battuto condotta dai suoi genitori.
Scelta singolare, non c’è dubbio, considerati i tempi (non solo quelli del Virus). Se vogliamo sorprendente, ma non più di tanto. Angelo Fusconi vive a Lodi in via  Grandi da una ventina d’anni ma le radici le ha in Romagna nella città malatestiana. Le origini spiegano, insieme al suo personale interesse per l’arte, la decisione di creare una galleria, che resta comunque, ai nostri occhi, qualcosa che merita  simpatia e interesse dato che alla base ha messo l’impegno a favore della cultura “del fare”, come conoscenza di ciò che è bene conoscere: l’arte non è soltanto quella prodotta dal “mercato” e dai professionisti, ma il coronamento di una passione e di una educazione talmente frammentata  da essere critico il coglierne la rilevanza sociale.

Da qui l’idea messa a progetto da Fusconi di creare  uno “spazio privato”  e aprirlo ad artisti arrivati e noti  e a quelli meno conosciuti. per lanciare il programma di far diventare presto L’Officina dell’Arte  un polo di aggregazione e di incontro della comunità artistica e culturale dei cesenati.

Oggi nel migliore dei casi una galleria d’arte è un “contenitore”: la sua funzione ordinaria, anche se non dichiarata, è mercantile, ma L’Officina  di Fusconi pare abbia  programmi diversi e un pochetto più ambiziosi: attivare l’attenzione del pubblico su chi pratica l’arte, essere educativa, forse essere di raccolta; essere una  finestra di quanto circola a Cesena (e non solo a Cesena, tanto che presenta il lodigiano Adolfo Canevara); essere punto di incontro che stimola la ricerca, la promozione e la valorizzazione con obiettività neutrale; mettere a fuoco la situazione attuale dell’arte; far incontrare le opere recenti e il collezionismo; coprire quella fascia numerosa di attività che ha poca visibilità ma che in realtà è nel complesso una fascia ampia, capillare, radicata nel territorio.
Angelo Fusconi, Capo Delegazione dei Maestri del Lavoro di Lodi e Provincia nel nuovo ruolo di gallerista l’attendono perciò compiti non semplici e non facili. Basta ricordare le difficoltà a cui va incontro una galleria di area locale ma in una grande area urbana a causa di un “sistema” che sta velocemente cambiando i criteri dell’offerta “espositiva”.

Fusconi (ci riferiscono) ha collezionato nel tempo opere con ragioni molto soggettive, non da collezionista che acquisisce consenso sociale, bensì per passione disinteressata della cultura e un bisogno (probabile) di realizzarsi creativamente fuori dall’attività professionale. Dovrà perciò dedicare importanza al rapporto con il pubblico e con gli artisti. Gli verrà chiesto di non essere il titolare (il padrone) della galleria – che si presenta come uno spazio assai ricco e organizzato – ma di avere un rapporto di fiducia con il pubblico e gli artisti al pari, si potrebbe dire, tra medico e paziente.
Su questo versante lo attende perciò un impegno severo  per dare fascino culturale alle  esposizioni ed enfatizzare le scelte di qualità e quelle di rarità. Un processo che, immaginiamo, gli richiederà tempo, ma anche capacità e aggiornamento. Cose che a Fusconi non fanno difetto se si tiene conto dei compiti assolti nell’azienda lodigiana prima del pensionamento.
A lui in ogni caso gli auguri per il successo dell’iniziativa. Per saperne di più collegarsi a :http://www.officinadellartecesena.it
PS: Ceravamo scordati : ma perché a Cesena e non a Lodi?

Aldo Caserini

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“Da le part de me mama” Ricordo di Paolo Lezziero, poeta e narratore

Scrivere di uno scrittore amico al quale avevi promesso la recensione di un suo libro e scoprire che quel libro  l’hai dimenticato sotto  una pila di altri libri non letti  ti trovi disarmato . Se poi vieni a sapere che l’amico nel frattempo se ne è andato all’infinito, lascio immaginare il turbamento, anche perché l’amico, era persona estremamente  discreta,  non ti aveva mai “rotto” , ma me lo aveva fatto avere con una dedica: “Caro Aldo, sono Ottanta” E sotto: E’ ora di tornare indietro/  di girare la bicicletta della vita / verso il punto di partenza / verso l’origine del viaggio/ la casa base di tutto”. Firmato: Ernesto Paolo Lizziero.
Paolo lo avevo conosciuto parecchi anni prima al rondò di Sesto San Giovanni, alla Libreria Tarantola, dove ero solito passare i miei intervalli di lavoro. Lui si faceva una passeggiata da Cinisello, a verificare come andava “Confini”, la rivista di cultura che aveva fondato e dirigeva. Da Tarantola avevamo fatto  poi comunella con Gianfranco Grechi, un raffinato scrittore cremasco, che alla  Biblioteca Sormani di Milano era un pezzo grosso e come Lizziero pubblicava da “La vita felice” ed era in procinto di trasferirsi con l’abitazione dal Capoluogo a …appena gli avessero consegnato la villetta in costruzione. Negli anni successivi Lizziero  raggiungeva Grechi in treno a Melegnano e poi, in corriera tutti e due arrivavano a Lodi realizzando quella che chiamavano la “dopolavoristica di turismo culturale”. Con loro si parlava solo d’arte, narrativa, poesia, a volte di giornalismo, di cui veniva scandagliato com’erano affrontate l’avanguardia, patrocinandola, sponsorizzandola, enfatizzandola: “Una nullità”, che non suonava però rifiuto e antagonismo, ma piuttosto una “circonvenzione del gusto”.
Lezziero se ne è andato un anno fa. Trovare oggi le parole giuste che sappiano riassumere il suo passaggio nelle vicende narrative e poetiche – col suo linguaggio chiaro, anche quando era quello usato nelle osterie o quello in dialetto polesiniano usato da sua madre o quello di fabbrica di suo padre – reso semplice, umano, privo di trabocchetti pretenziosi, senza servire teorie astratte – costringe noi a  vedercela con confusione  tra la scrittura e i ricordi di quegli incontri in cui i valori della letteratura e dell’arte sostenuti da Lizziero si perdono in un gioco di valori e discorsi sociali e mediatici.
Da la part de me mama, è un suo libro di poesie , in dialetto ferrarese, con la presentazione di Giampiero Neri  dal Bagatt di Bergamo e successivamente ripreso da La Vita felice, come Un verso Un urlo Una Parola. Sono due raccolte in cui si rtrovano il ritmo quotidiano del lavoro e le voci di strada. Come nei racconto oubblicati da La vita felice: Julie e Amelie, Voci di strada, Nuovi racconti della Bettola, libri di amori femminili, di liti, di sentimenti e storie umane, ricche di nomi femminili.”Pretesti”.
Lezziero scriveva di piccole cose, di tante storie appena accennate ma piene di vita. Parlava di incontri, del clima sociale, del Polesine, della madre, del padre, del figlio Mario, delle rivencazioni del lavoro.
Come narratore e poeta è rimasto ai margini , ma non ha mai smesso di poetare, raccontare, scrivere, di parlare di gente nelle case o in metropolitana, al Rondò di Sesto, nei circoli bocciofili  o in quelle di partito che alimentavano la sua immaginazione.

Aldo Caserini

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“LE STANZE DELL’ARTE 2020” – Natura e poesia nelle stampe originali d’arte di Teodoro Cotugno alla Bpl

Negli ultimi tempi si è scritto e raccontato parecchio della incisione indiretta praticata da Teodoro Cotugno e della sua capacità di completare le incisioni all’acquaforte con l’essenzialità del disegno e del tratteggio.

In verità, gli elaborati di Cotugno adattano una complessità di operazioni e interventi e una prolungata consuetudine operativa e riflessiva  prima di consentire al foglio bianco risultati di media forza chiaroscurale.

Per non rimanere a esiti di superficie, che si fermano al nitore e alle forme investite dalla luce, oltre a quanto premesso le sue acqueforti richiedono una osservazione meno di facciata: una analisi della poetica (solo naturalista, semplicemente intimista o sentimentale o romantica, come capita talvolta di leggere in certe note?); una disamina della soggettistica di contenuto della rappresentazione; la messa in bilancia, dell’ esperienza, non tanto dell’intuizione e di quanto egli fa liberamente scorrere sulla lastra, ma  della riflessione interpretativa che la suggerisce; e ancora, una attenta considerazione delle “ascendenze” e delle possibili “collimazioni” (coi paesaggisti veneti,  con le radici umbre attecchite ai Corsi dell’Incisione dell’Accademia di Urbino con Renato Bruscaglia, Carlo Ceci e Pietro Sanchini; le suggestioni toscane acquisite collaborando con Renzo Biasion); la personalizzazione delle tecniche  perfezionate e finalizza all’espressione.

Questa esigenza corrisponde al bisogno non di risemantizzare i momenti della sua ricerca, ma di superare il fascino immediato della leggerezza e del lirismo procurato dalla sua produzione, e di cogliere nel linguaggio  presenze più ardite di contenuto. Una spinta che potrà venire dalla  XX edizione di “Carte d’Arte”, organizzata  dal 5 dicembre, dalla Associazione Monsignor Quartieri  in cui sarà possibile anche un raffronto (non un confronto)  di Cotugno con  l’arte di Livio Ceschin.

Quello del calcografo lodigiano è prevalentemente un paesaggismo di impressioni, atmosfere, climi e simboli che in certi sviluppi arriva a suggerire una “filosofia” non di sole sensazioni terrene ma di idee superiori, metafisiche, dell’universale. Se nella sottigliezza grafico materica, priva (a volte) di texture strutturate, in cui da consistenza a setosi velluti, quelle di più fredda tecnica non danno spazio alle nebbie sperimentali del nostro secolo, ma neppure alla fredda tecnica del paesaggio virgiliano, che ispirò momenti simboleggianti una natura felice vissuta in termini di semplicità pastorale.

L’artista racconta luoghi, scorci, paesaggi, spazi, storie, corsi d’acqua, davanzali, fioriere, raramente l’uomo,  una natura che seppur viva non sta nell’attualità di una trama, ma elabora sensazioni, sentimenti, immagini, riverberi, barbagli, pensieri da risvegliare nel visitatore stati d’animo e  riflessioni.

Aldo Caserini

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