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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

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Libri: “Le strade dell’Apartheid” del fotografo Luca Greco

Le strade dell’Apartheid è un libro di fotografie del molisano Luca Greco, editato da Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, presentato ai lodigiani nel cortile del Caffé Letterario a cura della Libreria Sommaruga. E’ un reportage di un centinaio di pagine che documenta la quotidianità di  tre popoli oppressi e schiacciati (i palestinesi, i nord irlandesi, i sahariani).
Classe 1979, nato a Termoli, sindacalista Cgil della Funzione pubblica, dottore di ricerca in filosofia teoretica, educatore, presente nell’ambito sociale,  no global, volontario e cooperante, nel suo libro da qualche mese nelle librerie, ha fermato l’obiettivo sui luoghi e i volti della gente nelle cui espressione è marcato il dramma vissuto e presente nei ghetti a causa delle guerre, del  razzismo,  della segregazione forzosa,dell’ allontanamento dalle proprie terre d’ origine; fa scoprire il filo che lega le loro storie.
Nei suoi scatti non c’è soltanto quello che si è visto proiettato, commentato e dibattuto durante la serata, ma la denuncia della condizione umana in cui sono lasciate vivere popolazioni  che  Greco ha avuto modo di conoscere in maniera molto approfondita, e di registrarne fotograficamente le condizioni di vita.
Il suo libro è una registrazione della continua e progressiva privazione della liberà di uomini e donne senza nome e senza diritti, da parte di altri uomini dispotici. A dire il giusto è un libro didattico, che offre uno scossone alla nostra  predisposizione a dimenticare.
Selezionando nel mare di immagini scattate in quei paesi Greco ha scelto le  più funzionali a un certo tipo di costruzione, in grado di offrire, attraverso frammenti di registrazioni fotografiche un quadro sociale, politico e umano che permette di  recuperare la realtà presente nel vertiginoso reticolato della memoria.

Oggi si sa che neanche con la fotografia queste registrazioni e questi recuperi sono neutri, anche se la fotografia e i pregiudizi pseudoscentifici ce lo possono far credere. Ma è sull’onda di una emozione e di una reazione mentale che il fotografo decide di fare una fotografia. Come fanno le emozioni vissute che “marcano” le esperienze  e ne dirigono il recupero. Nel  suo archivio di foto scattate e rimaste lì, Greco ha selezionato  quanto aveva visto e registrato durante i suoi viaggi in quei territori disperati, componendo degli  assemblaggi tematici, geografici, su quei  disperati che un’altra parte di mondo ”democratico” finge di ignorare.
Le strade dell’Apartheid  è un libro di immagini che “parlano” e convincono, non di quelle che si considerano “belle” tecnicamente e che fermano “attimi” di leggerezza anche quando riprendono un cadavere. terra. Sono il risultato di scatti che esprimono e sollevano  inquietudine, non incantano o dilettano per gusto estetico pur avendo in sé una certa pratica fotografica. Sono immagini che inducono alla riflessione, fanno pensare, non sono uno “specchio vuoto”, per dirla con Ferdinando Scianna. La raccolta non abbaglia ma scava, aiuta ad andare dentro ai percorsi della storia, ai diritti calpestati dei popoli, alle loro sofferenze. Scatto dopo scatto, le immagini  producono sensibilità nella coscienza , spingono a chiedersi “perchè?.
La fotografia di Greco non celebra l’eccesso di successo della fotografia del nostro tempo. La sua è una scelta di linguaggio , un album di immagini non ritoccate. Fatto di “scatti” che hanno preso il posto delle parole, nel momento in cui le parole tacciono (o sono messe a tacere)  certe realtà, scelgono altri argomenti , riferiscono altre rappresentazioni come luoghi della vita. Greco si rivela “fondamentalista” di un’altra poetica rispetto a quella che elimina sistematicamente ogni traccia di sofferenza, crudeltà, violenza; ha scelto l’immagine fotografica non per fare della semplice cultura figurativa, ma di parlare di forme di vita che vita non è, per traghettare l’attenzione su di un mondo terribile dimenticato dai media.

Le strade dell’Apartheid  è accompagnato da interventi che aiutano a decifrare la storia e la condizione di quei popoli. Strappa al buio del magazzino della memoria la vita di uomini, donne e bambini vinti ma non sconfitti malgrado la segregazione fisica, psicologica ed economica in cui trascorrono la loro quotidianità.Il libro è dedicato al fotoreporter siciliano Tano D’Amico ed è stato prefato da Giulio Di Meo.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano. ANNALI’ RIVA, artista casalese da spiegare

In attesa che qualche sala, pubblica o privata, bella o brutta, frequentata o abbandonata – speriamo no – si riapra per accogliere una  mostra di Annalì (Annalisa) Riva e qualcuno di quegli ordinatori abituali che una volta la contendevano (come pittrice o novità o anche perché allieva di Ugo Maffi) si rifaccia vivo, così da offrire, dopo l’indifferenza dell’ultimo quinquennio, la possibilità al pubblico di casa di conoscere dove lo svolgimento della sua ricerca l’ha portata, quale chiave di comprensione e di interpretazione rispetto alle sue prime immagini, calibrate attorno al colore, alla materia e alla simbologia, con cui catturava le proprie fantasie, ci proviamo noi a risvegliare, con qualche spunto di cronaca almeno l’attenzione dei “fedeli” di Formesettanta.

Annalì Riva, piacentina di nascita ma residente a Casalpusterlengo, si era fatta conoscere al pubblico della Bassa, – di Casale, Codogno, Lodi e di Piacenza – attraverso l’  ammiccamento giocoso di alcune esposizioni, come una pittrice di qualità non marginali e promettenti. Diplomata al Liceo Artistico Bruno Cassinari di Piacenza, laureata in Belle Arti a Brera (MI) nel 2007, allieva al Master di Landscape Design, assistente dell’Associazione culturale “Connecting Cultures” a Milano aveva  iniziato a dipingere (su carta da pacco)  nello studio di Ugo Maffi a Lodi.

Inizialmente, di lei non era sfuggita la carica manipolatrice e la tendenza a  “un’autoreferenzialità enigmatica”. La giovane mostrata si sfruttare un certp background di cose viste e anche di cose attribuite. La “pusterlina” sSapeva essere credibile come artista, scrollandosi di dosso le solite poetiche (sentimentali, intimiste, passionali, fantastiche) che scrittori improvvisati di arti visive gli appiccicavano te addosso.

Sul suo attuale fare pittura quello che si sussurra è troppo poco rispetto alla precedente esperienza ma anche per  anche per ricondurre (giornalisticamente) i riflettori sulla sua comunicazione attraverso la pittura.  Dopo Villa Biancardi a Zorlesco, dopo l’Itis a Casale, la mostra alla Fabbrica del Vapore a Milano, al Laboratorio delle Arti a Piacenza

e altre apparizioni estemporanee la commutazione del suo circuito espressivo era parsa decisiva con il superamento della fase degli  “intendimenti” e l’avvio alla

“appropriazione di senso” e alla “qualità” (la pittura è fondamentalmente una questione di esperienza non di principi e ciò che conta dal principio alla fine è la qualità) da farle  assumere un ruolo competitivo nel panorama territoriale. L’artista aveva iniziato a mettere sulla tela aspetti più aderenti della vita e della contemporaneità. A lavorare con la materia, a plasmarla secondo volontà, a renderla viva e vitale; ad elaborare, perfezionare e testare scelte di procedura e di contenuto autonomo e personale; a recuperare vecchie carte da parati, su cui creava il gioco dei colori, creava orizzonti, apriva “finestre”, immaginava stanze dove sognare.Senza compiacimenti affrontava il rischio di sorprendere con l’inatteso chi credeva ormai facile una sua catalogazione di comodo. Ci sono nuove pagine nel suo diario? Chissà.

Aldo Caserini

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LIBRI: “I BACI DI AZ” (ALAN ZENI), un saggio di sapienti sgangheratezze e disegni sul bacio “post”

Il bacio è da sempre nel mondo dell’espressione artistica quale artificio dell’immagine che lascia il passo alla voluttà, al pensiero; puntella e anima la scena reale e quella artistica. E’ fatto di immagini e di varianti aperte a un ricco potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza di ognuno. Punto di partenza è, sì, il dato fisico, quello che tutti riconosciamo nella sua reale plasticità, ma il messaggio del bacio va oltre al piacere, alla sensazione di ciò che esso libera e si manifesta nel germe dell’immaginazione. E’ quanto fa capire “I baci di AZ” , un simpatico libretto di un centinaio di pagine,  delle quali la metà occupate da graziosi disegni parentetici. Ne è autore uno scrittore apparentemente facile, se vi chiedete perché sia tanto adescante. Se ci mettete attenzione il bacio descritto ha lievi oscillazioni di tono, rapide sfumature, un equilibrio di scioccheria, ma la serie di indizi psicologici, di coagulazioni linguistiche danno al bacio connotati di nobiltà inconfondibili. Stampato bilingue dalla Etabeta-ps di Alessandro Squaglia,  il libro di Zeni è dedicato “all’amore, a chi osa, a chi sa aspettare, a chi sbaglia, a chi vive amando”,, secondo le indicazioni di Saul Jacobus (divenuto poi Steinberg), un romeno, nazionalizzato americano, reso famoso dalla sua grafica popolare sul New Yoker.
I baci di AZ  non azzarda analisi, non è un romanzo, non ha tracce di letteratura è piuttosto un testo di  rubricazione di modi, metodi, procedimenti, attribuzioni, linguaggi, ricordi, direzioni, scelte, decorsi del bacio:”Il suo. Il loro. Il tuo”. E’ una sorta di taccuino mentale dell’autore. La prosa è povera, ma non sciatta o sgualcita. Può avere una qualità stilistica pertinente: è l’antico tema del “caos chiaro”. Peraltro annunciato dall’autore in un messaggio al lettore. “Tutto è voluto. Un puntino che sembra messo un po’ troppo in là oppure un “a capo” troppo presto. <in questo libro niente è a caso”.

Nella società dei“post”, nel grande puzzle dei nuovi linguaggi anche questo ci sta, compreso il bacio che accusa una deriva semantica, forzata dal mutamento quotidiano. Tipicamente rappresentato sempre dal contatto tra le labbra di una persona e quelle di un’altra, in generale il contatto può avvenire anche verso una qualsiasi altra parte del corpo. Il  termine, che aveva un significato, ne assume un’altro ‘vicino’ o anche lontano. In un gioco di proiezioni divertenti, ma a volte irriverenti I baci di ZA  sono un riepilogo di questi mutamenti. Paroliere, scrittore, grafico, pittore,  speaker radiofonico, giornalista e fotografo, fondatore di un giornale (durato poco), catturato dal teatro e dal cinema, insomma un performer,   Zeni ci ha messo la sua arte di virtuoso nel tingere i ricordi di affetto e  di ironia, affinché la scrittura prendesse valore dai disegni e realizzasse una vera e propria calligrafia personale.

Immaginiamo questo libro semplice una faticaccia, avrà richiesto tempo, fantasia e altro – adesso  ne sta chiedendo  a noi recensori, che abbiamo appena toccato la materia del libro che ci sta davanti, e che dovremmo prima dire di cose son fatte le pagine scritte e le illustrazioni che le accompagnano.Delizioso accoppiamento, quanto il bilinguismo italiano-inglese, affidato alla cura di… “una stella marina”. Se non ché una divagazione  su quel terreno affaticherebbe ulteriormente i destinatari. Insomma è un libro che tenendo insieme parole e graphica a volte alleggerisce e a volte mortifica, un libro  contraddittorio, un libro sghembo. Rimaniamo sul semplice. Nel libro non si trovano indicazioni ai baci di Illica in Tosca, a quelli di Catullo, di Rilke, di Block… Zeni va giù sodo. Non  “analizza”, non  descrive. lo targhetta. Gli mette un’ “etichetta”:  bacio “farmaceutico”, bacio “fiducioso”, bacio “che ti frega”, “del timidone”, “meteorite”, “d’attacco”,  “di pancia” e via di seguito per un’altra quarantina di talloncini e traduzioni. Tutti con riconoscimenti  appena accennati del loro valore intrinseco, misurati nello spazio della pagina e nel tempo, sulla base di relazioni funzionali, di senso, senza attribuzioni di bello o brutto da ignorare, Il bacio vien colto dallo scrittore nell’intenzione del momento; con pensiero frammentato, divisibile. Distinto,  il respiro prima che si faccia materia. Non c’è ricerca di significati profondi, definizioni di regole sociali che modellano. Nelle cento pagine il bacio è ridotto all’osso, affidato a una grafica essenziale, che a sua volta lo affida al sorriso e da un senso alla attribuzione dell’atto.

Alla “narrazione” (se si può dire), manca qualche estensione di significati: baciapiedi, baciaculo, baciabasso, baciapile, baciapolvere e altre 22 varianti. Ma è evidente che l’intenzione di Zeni non era quella di scrivere un saggio, di generare molteplici percorsi al bacio. Ma solo farlo rientrare nell’atto creativo, dove “non tutto è controllabile…proprio come in un bacio”  Il suo libro ci dice quanto le parole e il bacio siano importanti e che utilizzare le prime e apprezzare il secondo, alimenta la ricchezza del nostro immaginario. Perché le parole creano idee e i baci fan conoscere la vita in modo sempre nuovo e diverso.  (Aldo Caserini)

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Ottorino Buttarelli casalese, scultore di lievitanti spessori di materia

Il nome di Ottorino Buttarelli di Casalpusterlengo è’ più popolare come presidente della “Compagnia Casale Nostra”, il benemerito gruppo che divulga la storia cittadina, che come artista. Almeno se ci si allontana troppo dal corso del Brembiolo. Forse è l’effetto della sua ritrosia, del suo carattere lirico, gentile, un raro esempio di uomo di cultura di una razza genuina e di un ambiente ormai quasi scomparso.
Nel suo studio-laboratorio c’è aria di sacro, non perché il soggetto religioso è di casa e testimoniato, ma perché è un posto unico. Nessuno ha mai pensato a renderlo virtuale. Il nome di Buttarelli in rete ha solo pochissimi post in Google. Pochissimi i  richiami, pochissimi i selfi.  A una mia richiesta di avere qualche dettaglio in più sulla sua attività, un collega giornalista mi rispose semplicemente: “ E’ un artista che odora un po’ di muffa”. Con quel “po’”pensava di segnalarsi non troppo ruvido. Tanto quello che intendeva si capiva perfettamente. Oggi interessa poco cosa un artista produca, quali opere, ma a quante persone i suoi lavori piacciono. E’, importante l’immediatezza, come si inseriscono nel presente. E’ il consumo che rende l’arte appetibile. A Casale, ma non solo a Casale, lo pensano in molti. L’arte di Buttarelli, invece, si concentra nelle forme neoclassiche, irradia meditazione e  silenzio, quando tutti noi non facciamo che parlare o urlare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Il populismo d’élite che impera esige che l’arte per essere riconosciuta vincente trovi degli imbonitori. Là dove c’è  silenzio attorno, domina il pregiudizio del manufatto superato. L’arte  ha perso la sua “aurea”, un parolone che oggi si potrebbe tradurre in “sex appeal”. Il passato, la tradizione, la memoria, per molti artisti delle nuove generazioni hanno un significato pedante, complicato, il “nuovo” di oggi, dicono i contemporanei di casa, è libero, vivace, legato al momento, del resto se ne fa un baffo. Il contrario di  Buttarelli che si è sempre battuto per la conservazione del patrimonio culturale locale. Durante la sua carriera prima di insegnante poi di preside ha coltivato con discrezione la sua passione per la terra preparata e modellata e la pittura. Una volta in pensione  si è buttato a capofitto a modellare la materia (la terracotta) e a liberare il sentimento ispiratore nei colori,  prediligendo però la nobiltà del marmo. Così come le sue forme sono sempre state figurali, legate alla lentezza, alla nostalgia, alla storia e anche al rimpianto. Tradotte in “lavori” da guardare ed essi, a loro modo, che guardano te. Molti hanno il timbro della memoria, della storia, sono realizzati con mestiere acquisito (l’arte è soprattutto mestiere, ci ha insegnato Bruno Munari).A Buttarelli non sarebbe difficile fare anche dell’altro, di più audace o divertente o attualista, con alle spalle il gusto che cambia, perché è cambiata la società e con essa è cambiato il rapporto con l’arte. E’ un bene o un male? Non c’è bisogno di risposta. Lui non cambierebbe il proprio linguaggio espressivo, basta osservare i suoi lavori, disseminati un po’ ovunque: a Brembio, a Corte Sant’ Andrea, le stazioni della Via Crucis allestite nel Borgo, l’omaggio a Francesco Agello a Casale, dov’ è anche una copia della Madonna dei Cappuccini, l’altorilievo sulla Natività, il mosaico che riprende il Ponte del Brembiolo, il marmo “Tenerezza”, l’altorilievo della chiesa di Somalia, il “cotto” in quella di S.Maria a Senna, eccetera. Le citazioni potrebbero continuare. Quello di Buttarelli è un “ieri” che coglie lo spirito sotterraneo di un “oggi” ancora bisognoso di idee, di identità, di cultura, di sentirsi un po’ più sicuro quando deve affrontare la funzione dell’arte.
Laureato in pedagogia  a Parma Buttarelli vanta una ricca frequentazioni di artisti che non l’hanno costretto in pantofole: il milanese Trillicoso. il laboratorio di nudo di Lidia Silvestri all’ Accademia di Brera, lo studio di arteterapia di De Gregorio a Milano, la scuola d’arte Gazzola a Piacenza con i pittori Donà e Scrocchi e lo scultore di Vigolzone Paolo Perotti. La pittura e la scultura non sono per lui  solo un mezzo di comunicare idee, ma di trasmettere emozioni, poesia, il solo modo di essere e di vivere. Nella pratica e nella qualità egli esprime l’accordo tra la verità fenomenica di impressione ed emozione e la verità ideale ch’ egli realizza nei lievitanti spessori della materia. Il vitalismo, l’enigmatica metafisica, la nostalgia umanistica, il naturalismo, sono  fasi del suo percorso artistico e culturale, in profondo collegate e rese coerenti dalla tensione al traguardo poetico ed esistenziale dell’arte.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: MAURA BACCIOCCHI, designer-decorator di Cavacurta

La visual designer-decorator Maura Bacciocchi, insegnante alla Gerundia di Lodi, è personalità creativa dalle molte parentele, che arriva a mettere in arte dalle forme di scarpe ai paesaggi e tante altre cose, avvalendosi di varie tecniche e materiali, dai colori acrilici alle photo, dalle tavolette al riutilizzo del legno, trovando forme sempre divergenti, ovvero forme che a differenza di quelle convergenti che tendono all’unicità di espressione a cui le immagini vengono condotte, presentano originalità di idee e fluidità concettuale.

Capacità che sin qui sembrano non avere ancora tratto beneficio di quella attenzione che la sua ricerca meriterebbe.

Milanese all’ anagrafe, residente a Cavacurta, come prima formazione artistica la   indica il “Callisto Piazza”, ma è a Brera che ha probabilmente iniziato a confrontarsi con esperienze più estese e contemporanee dispiegando poi capacità di lavoro, autodisciplina, versatilità e gamma di interessi, che coloro che la conoscono gli attribuiscono: un territorio di interessi che abbracciano anche la trasformazione, l’arrangiamento, il restauro, l’habitat umano e l’architettura d’ìnterni. Scelte che spiegano l’ assortimento di impegni, interventi e collaborazioni portati avanti dopo l’Accademia e il diploma, impegnandola su fronti e discipline differenti: dalla pittura al disegno, dalla decorazioni al piccolo restauro, dalla creazione di oggetti-immagine alle forme spontanee, dall’ architettura di .paesaggio alla progettazione urbana e ambientale, all’ arredamento d’interni. Tutti interessi che l’avvento del coronavirus e la crisi del settore estetico partita molto tempo prima della pandemia, ha costretto alla quarantena e, quello che è più grave, ha spinto il pubblico a disinteressarsene, optando per altri interessi e gusti di sapore effimero.

Ciò non impedisce però a noi notisti culturali di riaccendere una qualche attenzione sulla attività di una artista, attività che per come l’abbiamo sin qui riassunta, potrebbe immaginarsi  sbrigativa e generica, mentre è risaputo la Bacciocchi è una artista dotata di sensibilità, che prende ogni cosa molto sul serio e primeggia nel proprio lavoro..

Gli anni passati l’avevano, tra l’altro, fatta conoscere anche come  visual design nel campo della progettazione di prodotti grafici e multimediali e della comunicazione. La presenza a delle mostre che l’ avevano poi messa in luce grazie alle re-introduzioni e re-interpretazioni di tecniche e di materiali alcune documentate anche su Internet (facebook, instagram), senza nessun particolare “azzardo” rispetto alle esperienze di consumo “immediato” del contemporaneo), l’avevano segnalata piuttosto per una sua capacità di condividere il “Post” presente nell’ arte ; per  sperimentare e realizzare in modo mai

BACCIOCCHI: “Per-Corsi”, Photo, 2014

ambizioso, mai pedante ma convincente legato a segni, simboli e informazione visiva, oltre che alla “sorpresa” e alla nostalgia (la campagna, il cagnolino, i particolari), giocando sulla ambiguità del termine post-moderno (termine legato uno al passato e uno all’ immediato)  con un po’ di malinconia e un po’ di vivacità legata all’attimo dell’invenzione, dello stupore.

Parlando di visual design, design e ricostruzioni teoriche di oggetti immaginati, Bruno Munari diceva che l’arte oggi deve essere consumata, non come cibo, ma comunque masticata, digerita, eccetera per poi poter ripartire da capo. Visti i tempi, in cui anche la post art  della Bacciocchi è destinata a mutare, non sarebbe male se qualche patrocinante tirasse le fila per dare visibilità agli “aggiornamenti” del suo linguaggio visivo.

Aldo Caserini

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Libri: “Alibi” di Emanuele Frijio esordiente codognese

“Alibi” è  un giallo di Fabio Giallombardo, uscito in contemporanea con “Alibi” dell’esordiente Emanuele Frijio,  ventunenne di Codogno, studente di scienze psicosociali e di comunicazione alla Bicocca di Milano.
Tra i due Alibi non c’è rischio di confusione. possibile.  L’opera di Frijio è un romanzo sulla mafia/e, in cui si mischiano immaginazione, cronaca, narrazione, analisi sociale: sono 126 pagine illustrate da Chiara Ghidelli, fresche di stampa editate da VJ Edizioni, una casa sorta sei anni fa “per dare spazio a nuovi talenti del panorama italiano”, promotrice del Premio Clepsamia.   L’esordiente è un giovane scrittore di Codogno che  punta al giornalismo, ma che mostra di avere anche un binario parallelo: la scrittura narrativa. In “Alibi” mette  a fuoco la propria adattabilità nel maneggiare la lingua come strumento di lavoro e di espressione, immergendosi e mescolando regole, descrivendo le organizzazioni di malaffare e criminali, la cui  storia è speculare a quella di chi vi si oppone (donne, uomini, singoli, associazioni, sindacalisti, imprenditori, politici ecc.).
La una narrazione a specchio scava nei fatti ma anche nella cultura e negli habitat mentali. A parte concretizzare le intenzioni dell’autore, a parte il corpo narrativo e gli espedienti creativi con cui Frijio da efficacia alla propria scrittura, il libro punta a suscitare reazioni emotive; da risposta non solo alle capacità dello scrittore ma a quel fondamentale della scrittura narrativa che vuole che non si debba “descrivere” bensì “far sentire”.
“Alibi” non aggiunge novità dal punto di vista conoscitivo. Né si vede avrebbe potuto visto  quel po’ po’ di contenuti messi insieme dai libri di Leonardo Sciascia, Roberto Saviano, Nicola Gratteri, Salvo Vitale, Giovanni Falcone, Antonio Nicaso e dalle centinaia di libri d’inchiesta, reportage, investigazione – romanzi,  racconti, storie e soprattutto studi di antropologia, criminologia, ecc. – usciti in questi anni sul potere mafioso. Quel che l’autore porta in evidenza è semmai che l’interpretazione  data qualche decennio fa  delle organizzazioni malavitose non è più attendibile. Mafia, camorra, ‘ndrangheta,  sono sistemi che hanno perduto l’iniziale “colore” conferitogli dalla organizzazione, dalla omertà, dalle complicità, dai riti, dalla efferatezza dei suoi componenti ecc.; hanno cioè mutato pelle, strutturazione, “specializzazione”.  Negli ultimi  decenni le organizzazione malavitose palermitane, napoletane, calabresi, lombarde, hanno aggiornato il terreno dei propri interventi: oggi i loro interventi non sono più rivolti solo fondi agricoli, ma a Piazza Affari, ai mercati dei prodotti alimentari, “salvano” le industrie, esportano capitali, investono all’ estero, concordano strategie coi “ganga” e le “ghenga” ( stare insieme) bancarie e finanziarie, coi colletti bianchi della amministrazione pubblica, stringono patti coi politici disponibili. Le grandi città (Napoli, Palermo, Milano, Roma) sono uno spazio privilegiato della loro “creatività”, da dove si irradiano nei comuni minori.
Il libro di Frijio riporta l’attenzione sulle varie ottiche che danno  classificazioni al malaffare mafioso. I comportamenti che lo scrittore richiama attraverso una sorta di “inserti” mostrano come  l’alibi, sia uno strumento ben oliato  di difesa delle cosche, messo in campo per farla franca e ricostituirsi un’immagine morale.

Aldo Caserini

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1970: L’ATTO DI NASCITA DEL “GELSO” SIGLATO DA EUGENIO MONTALE

Cinquant’anni fa nasceva a Lodi Forme 70. Con una ambizione: far incontrare i lodigiani con un’arte che in città faticava a cambiar pelle e di lanciare l’interesse per l’arte visiva tra le nuove generazioni abituandole ad accettare nuovi discorsi teorici. Nasceva con  un problema evidente di comunicazione: l’esigenza di rivolgersi a un pubblico più vasto di quello che sulla stampa cittadina seguiva le “cronache” delle mostre, senza avvertire l’esigenza di verificare la distinzione tra l’informazione e la funzione critica. Le uscite di  Forme 70 a non furono sempre regolari, ma sia  pure con sospensioni più o meno lunghe, la testata ha continuato a vivere, tant’è che ancora oggi siamo ancora qui a rappresentarla.

Negli stessi mesi di cinquant’anni fa, siglava l’atto di nascita Il Gelso di Giovanni Bellinzoni, dopo le disavventure che avevano condotto allo scioglimento del “G.10” che in via XX Settembre aveva uno spazio espositivo di orientamento antiaccademico.

L’ incontro tra i propositi annunciati di Forme ’70  e gli orientamenti del Circolo il Gelso”, non ha bisogno di enfatizzazioni, avvenne per via naturale Le iniziative  presero il largo in un sano disordine su un comune terreno: occuparsi di arti visive e di cultura. Ognuno con le proprie idee, i propri simboli, le proprie appartenenze. Liberi, i lettori di Forme e i frequentatori de Il Gelso se volevano, di indignarsi di quel che leggevano e di quel che vedevano e di tirare le proprie conclusioni.

Quello di cui vogliamo parlare oggi però non è della la reciprocità tra le due iniziative, che pure è cosa importante e significativa, ma dell’atto di nascita de Il Gelso  avvenuta cinquant’anni fa: un atto di coraggio di Giovanni Bellinzoni. “Lo sento necessario per vincere l’isolamento in cui mi dibatto, dopo essere stato abbandonato dal gruppo di amici della G.10”, ci confidò. Con quella decisione di non lasciare il campo (delle idee) si liberò non solo dall’ isolamento, ma salì su un trampolino di lancio che lo fece conoscere e apprezzare come gallerista d’avanguardia. Donò alla città di Lodi una lunga stagione felice durata venti anni. Venti anni di mostre e di iniziative su cui non c’è oggi niente di nuovo da dire, se non che erano contradditorie, diffondevano dubbi, rovinavano le certezze di una città di provincia ed hanno rappresentato, per questo, un sano elemento di dibattito e di crescita, di sprovincializzazione, di libertà, che faceva attecchire il gusto della critica.

Per ricordare quell’atto di nascita siglato con una anteprima di litografie di Eugenio Montale, a cui seguirà poi una mostra di opere di Lucio Fontana, pensiamo di riproporre quanto scrisse Forme 70:

Le litografie di E.Montale
hanno inaugurato “IL GELSO”

La galleria “Il Gelso”, ha inaugurato la propria attività con una mostra di 28 litografie di Eugenio Montale. Una scelta che non è precipuamente pittorica per cui il ricorrere all’abituale terminologia non avrebbe pressoché senso.
Eugenio Montale non è un incisore, tanto meno un pittore. L’assenza di perizia tecnica, di mestiere, come si dice, traspare da ognuna delle vent’otto tavole tirate da Sandro Maria Rosso, Ma forse è proprio per questo se la raffigurazione degli spazi come degli interni conserva il suo fascino, una sua dimensione poetica, lirica, quella appunto di una natura “ancora a misura dell’uomo”,
Poesia del minuto, piacere dello schizzo e, non esclusa, l’ironia sottile e pungente per tanti atteggiamenti dei mestieranti dell’incisione. Questo è facilmente rintracciabile. Solo la maestria e l’abilità di uno stampatore qual è Sandro Maria Rosso però ha potuto trasformare in grandi incisioni dei semplici schizzi ad inchiostro stilografico. Ma solo l’occhio di un poeta autentico qual è Montale poteva cogliere gli aspetti domestici e familiari della grande Versilia, trascurando volutamente gli splendori dei marmi, il lusso delle ville padronali e gli orrori delle grandi balere notturne, dove l’uomo cerca di dimenticare sé stesso nel vortice dell’avventura e del ritmo.
“La Versilia, ha scritto lo stesso Montale, io l”ho vissuta: da quando era ancora l’Eden quasi desertico scoperto anni prima da Adolfo Hildebrand e poi dall’ alcione D’Annunzio, fino alla sua totale inserzione nella civiltà del cemento e della industria del benessere coatto”.. E questo ha descritto nei suoi schizzi. Niente di più, niente di meno. Quanto basta tuttavia per una galleria d’arte che prende il via per caratterizzarsi su un terreno d’impegno culturale di buon gusto e di valori sicuri.
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Recensione tratta da FORME 70′ del 25-11-1970)
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LIBRI. ILARIA ROSSETTI: “Le cose da salvare”, Premio Neri Pozza

Con il racconto La leggerezza del rumore  di una decina di anni fa, la scrittrice lodigiana Ilaria Rossetti, insegnante d’inglese e conduttrice del Museo delle Arti Ettore Archinti di Lodi, vinse (un po’ a sorpresa) il Campiello Giovani inducendo certezza ai conterranei (cioè noi) solo dopo che nelle librerie arrivarono Tu che te ne andrai ovunque e Happy Italy. L’anno scorso la scrittrice vinse a Vicenza il “Neri Pozza”, anche se il tam-tam del marketing si è avviato dopo un anno di preparazione e la fase del coravirus. Tra tante cose che si possono dire di Le cose da salvare  è che si tratta di un romanzo che esplicita la gran voglia della Rossetti di esprimersi e di appuntare in modo efficace l’attenzione sugli aspetti umani nascosti sotto le macerie di una tragedia, chiudendo così una parentesi di dieci anni condotta su altri terreni (insegnamento, Teatro Urlo, Caffè delle Arti, compartecipazione a mostre, ecc). Ora sembra consapevole del suo ritorno alla scrittura, tanto che ha dichiarato di stare già lavorando a un nuovo libro.

Considera (sogna) di “vivere come scrittrice”? gli è stato chiesto in una intervista. “Vorrei continuare a lavorare nel campo della cultura, dell’inclusione, che poi si sposa bene con l’attività letteraria”, la sua risposta, condita con la recriminazione che “in Italia non ci sono molte occasioni” rivolte alla “scoperta di autori”. L’ allusione alla politica delle istituzioni e a quella editoriale delle case editrici, si presta a una seconda lettura. Va riconosciuto che una certa intenzione polemica verso il sistema della “politica” non è mai stata estranea alla narrazione della Rossetti. Al proposito fa ricordare quanta se ne incontra in Happy  Italy: una signora entra in banca e pistola in pugno chiede al cassiere i soldi. La guardia giurata, non ci pensa due volte e egli spara alla testa. La pistola della donna però era finta e lei voleva semplicemente indietro i suoi risparmi di una vita, sottrattigli con gli oliati stratagemmi bancari da Gianpiero Fiorani, con quello che la stampa chiamava lo scandalo della Popolare di Lodi, riassunto nell’etichetta Bancopoli. Un gesto, quello della donna, dettato dalla disperazione e dal disprezzo dopo che la giustizia l’aveva beffata condannando Fiorani a pochi mesi di tranquillo soggiorno in galera. Anche questa una storia che parte dalla cronaca e intreccia una narrazione che è individuale e collettiva, giudiziaria e politica e che intreccia  una dettagli che investono la società e le esistenze umane come quelle toccate a un pover’uomo solo in una casa sotto un ponte che sta crollando. «Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giú tutto!» gli gridano i coinquilini in fuga. Ma l’uomo non riesce a muoversi, è preda di un dilemma che non lo fa respirare: quali sono le cose da salvare? Nel racconto, entra in gioco anche la politica, “con quel limite che c’è tra l’aiutare davvero una comunità e creare paure per generare potere.”

Cosa salverebbe lei dell’Italia oggi? viene chiesto alla narratrice. “La cultura nel senso più ampio del termine, come aggregazione capace di intercettare i bisogni della comunità, di comprendere le ragioni di certe posizioni, senza bollare come ‘ignorante’ o ‘pericoloso’ chi non la pensa allo stesso modo. E la capacità di noi giovani di adattarci, di muoverci attraverso aspettative che non trovano rispondenza nella realtà”.

I problemi, suggeriva ai giovani Paolo Cerchi, grande esperto di letterature e di teorie letterarie, in una sua appendice  a “La rosa dei venti”, non bisogna mai cercarli, ma solo trovarli. La Rossetti è una che li sa individuare sottraendo i fatti della cronaca alle esposizioni comuni, sviluppando selezionando quegli elementi su cui costruisce il racconto conferendo scioltezza e intensità al linguaggio, che sfiora, a tratti, il poetico. La sua scrittura è attenta a non confondere l’autrice coi personaggi, affida ai personaggi – in questo caso a Gabriele Maestrali e alla giornalista Caporali -, di mostrare o non mostrare, di dire o non dire, creando ciò che colpisce incisivamente il lettore, dipanando l’interrogativo “salvare che cosa? Se non ciò che sta nell’animo, nella mente, nell’esistenza dell’uomo, i momenti più intimi e veri dell’uomo che rimugina le pagine di vita trascorse coi genitori e la ex moglie, che la giornalista gli cava fuori con le sue domande e che si affacciano attraverso brandelli di lucidità e di silenzi tra crampi allo stomaco, nostalgie e rimorsi che simboleggiano il conflitto fisico e metafisico del protagonista. Dai diversi momenti la Rossetti ricava slancio per la trama narrativa, caratterizza i personaggi, da  tono giusto alle ambientazioni. Il risultato è tagliente, immediato, anche quando il tessuto sembra concedersi qualche scorciatoia, che alla fine, nei contenuti, risulta sempre caricato dall’emozione e dalla poesia.

Aldo Caserini

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