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Anselmi, Bianchini, Borsotti, De Bernardi in Lunigiana

Dal 28 luglio al 15 agosto il suggestivo borgo di Bagnone in Val di Magra ospiterà Mostra Diffusa di Arte Contemporanea. L’esposizione è nata su un progetto culturale dell’amministrazione comunale, promosso in collaborazione con l’associazione Donne Di Luna e affidato alle cure del designer-pittore-vignettista e progettista in Architettura di interni Gianpiero Brunelli, titolare a Orio Litta dello Studio Art & Design.
Tradotta e perfezionata da Brunelli, l’idea dell’evento punta a dare visibilità a un gruppo selezionato di artisti in una cornice di bellezze architettoniche e naturali. Oltre a prendesi carico di far guardare dentro con profondità e rigore nella preziosa produzione di autori che fanno pittura e poesia insieme, l’iniziativa è rivolta a far conoscere e valorizzare le caratteristiche ambientali e naturali di Bagnone attraverso una proposta capace di rappresentare aspetti della vita stessa della natura e dell’uomo.
Distinta in sezioni, l’ esposizione offre al visitatore un percorso in grado di costituire uno snodo fondamentale: cogliere e commentare lo “stato dell’arte” contemporanea; e, spostandosi dall’arte al paesaggio, apprezzare le bellezze naturali e le peculiarità di questo borgo della Versilia.
L’evento si presenta strutturato in tre personali e una mostra collettiva sul tema: Trascendenze: Dialogo tra Arte e Spiritualià. Al Teatro Quartieri i visitatori potranno conoscere distintamente le opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini e del pittore analitico (recentemente scomparso) Enrico Garavaldi, sostenitore di Calderara. Nella chiesa del castello invece troverà proposti lavori di consolidata tematica sacra del santangiolino Luigi Bianchini e della sua compagna docente di disegno e storia dell’arte a Chignolo Po Monica Anselmi, del codognese Franco De Bernardi e del casalese Francesco Borsotti. Infine, nel foyer del Quartieri, infine, l’ allestimento è riservato all’opera a “quattro mani” di Bianchini e della Anselmi già presentata nel 2015 alla Biennale di Venezia.
”Arte in Borgo”,dice Brunelli, ideatore e curatore dell’evento, “propone linguaggi diversi, in un confronto che spazia tra pittura iconica, aniconica e “pittura pittura”, sostenuto da percorsi personali che i cinque hanno sedimentato in anni di intensa attività, volta non a raggiungere teorie effimere o pseudo concettuali, ma una propria nitida e inedita matrice espressiva.
L’esposizione conterrà complessivamente una settantina di opere e metterà a confronto una sorta di mappa di materiali e tecniche artistiche del “fare” offrendo elementi per riconoscere i singoli stili, le esperienze di riferimento, e far entrare dunque nei “mondi possibili” creati dai cinque autori. Tutti artisti conosciuti nei rispettivi territori, ma meritevoli di una attenzione ben più ampia. Nelle loro produzioni, la mimesis sembra non avere più autenticità: La loro arte presenta infatti una diversa consapevolezza: quella del “mistero” e della “materia”, dei segni dell’epoca e delle leggi del costruire e dell’esprimere, dove il gioco è affidato alla poetica del “fingere”, ovvero al “dar forma” attraverso invenzione, occasione, libertà, fantasia, manualità eccetera.

 

I LUOGHI DELLE MOSTRE: Teatro Quartieri : Spazio polifunzionale: Wind di Luigi Bianchini; Foyer: Landscapes di Monica Anslmi; Omaggio alla Biennale. Installazione dell’opera esposta alla Biennale di Venezia nel 2015 di Bianchini e Anselmi. Al piano primo: l’Arte è un Viaggio , esposizione permanente di Enrico Garavaldi. Chiesa del Castello:Trascendenze : dialogo tra Arte e spiritualità. Opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini, Francesco Borsotti e Franco De Bernardi . Le mostre saranno visitabili dal 28 Luglio al 15 Agosto nei giorni venerdì, sabato e domenica e il 14 e 15 agosto, con orario continuato dalle 18 alle 23.
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Francesco Borsotti, un bricolage autobiografico di organi interni

FRANCESCO BORSOTTI:
“Adamo ed Eva”, 2017

Quella che Francesco Borsotti ha messo in arte negli ultimi lavori destinati alla Wunderkammer di Winterthuruna (una sua mostra è prevista questo autunno con la ripresa della stagione espositiva) sono storie autobiografiche. Storie nate dalla associazione di immagini, da interventi che sono al contempo scelte di attenzione e di razionalità e frutto dell’inconscio. Nella pratica, risultati in cui l’artista di Casale fa convivere vigore concettuale, conoscenze di matrice diversa, pathos, un gusto esperto nella modellatura dei soggetti, vicende associate a un certo bricolage domestico e autobiografico.
Come tutte le storie autobiografiche anche le sue sono affidate a un percorso artistico interattivo, da cui la fantasia modifica la condizione vera da cui hanno preso il via. Passando dalla grafica al fumetto, dall’opera iconica all’immagine pubblicitaria o trasgressiva o polemica.
Non è il caso però di prendere seriamente tutto ciò che Borsotti prende e narra – un pezzo qua e un pezzo là, una citazione ebraica e una texture – facendosi aiutare da fotografi, ricamatrici, informatici eccetera a ricomporre brandelli che consentono di cogliere tracce e simboli del suo rapporto coi fatti, le partecipazioni, le situazioni eccetera.
L’ultimo di questi impegni è di segno sempre personale: parla di un suo immaginifico rapporto con i propri organi interni utilizzando gli esiti di radioscopie, risonanze magnetiche, encefalogrammi, elettrocardio, elettroforesi eccetera.
Esprimere se stessi anche nelle parti più nascoste non è stato solo un vezzo del romanticismo diffuso dall’illuminismo e dall’idea moderna. E’ una pratica largamente diffusa ancora oggi, considerato il secolo della scienza, nell’arte contemporanea. Con estremo rigore nell’espressione e nella esecuzione Borsotti intuisce e architetta, dà significato e lettura metaforica ai tanti segni che la ricerca medico-scientifica utilizza.
Non sempre nelle esperienze eterogenee si può abbinare il significato introspettivo o mentale. Anche perché immaginare e sviluppare ecc. è parte del lavoro creativo di un artista. L’elemento iconico, di cui Borsotti è ben provvisto, di là dal rappresentare un segno visivo del vero vissuto, quando rincorre altri significati simbolici conferisce personificazione alla fantasia e si avvicina alla letteratura.
Nelle radiografie (artisticamente sistemate) si incontrano memoria, rilettura, testimonianza, scelte grafiche ed espressive, simboli mediatici che fanno riandare a componenti

FRANCESCO BORSOTTI
“lLIQUIDI ORGANICI”, 2017

pensabili e verosimili.
Borsotti è uno dei maggiori artisti del lodigiano, fa dell’arte visiva una elaborazione concettuale, dove ogni particolare prende il proprio significato dalla relazione con un’altra presenza. L’unico ad avvalersi di un vastissimo repertorio di immagini e di codici rappresentativi che integra alla struttura con personale concezione tecnica e che spesso costituiscono una “sfida”.
Dopo la mostra dello scorso anno l’artista è stato nuovamente contattato per una esposizione d’autunno alla Wunderkammer, galleria di Winterthur, città svizzera del Cantone di Zurigo. Se ne riparlerà.

 

 

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KAMEN N.51 : Il giornalismo d’arte di Dino Terra

Personalmente ho conosciuto Armando Simonetti (alias Dino Terra) alla redazione milanese dell’Avanti, quando aveva ormai brillantemente valicato i settanta ed io ero poco più che un trentenne. Terra era salito da Lucca per incontrare Aldo Lualdi, antifascista, storico e scrittore come lui, che come lui coltivava interessi per l’arte ed era, dell’edizione milanese, redattore oltre  far parte del Consiglio dell’Ordine Giornalisti della Lombardia. Nel dopoguerra Terra aveva ri-fondato l’Avanti e con Lualdi aveva in agenda d’incontrare “da Renzo” Franco Passoni (critico del giornale). Renzo era il gallerista di piazza Cavour, figura carismatica nel mondo artistico milanese.
Ho goduto per conto mio che Kamen’ (n.51, giugno 2017) lo abbia “ripescato”  riaccendendo l’attenzione sui suoi meriti dopo oltre una ventina d’anni dalla morte del 1995; introdotto da una nota di Amedeo Anelli che ne rileva la chiarezza di scrittura in arte (e non solo ) è documentato grazie un gruppo di articoli ripresi dal quotidiani romano “Il Tevere” nato sulle ceneri del Corriere italiano, chiuso dopo il delitto Matteotti,  che danno luce al raggiunto “punto di equilibrio fra descrizione e argomentazione” e alla sua “ messa in comune di significati, di valori, di pensieri” eccetera.
Terra fu scrittore, drammaturgo, critico d’arte e pittore egli stesso. Intellettuale dinamico si votò presto all’idea di “una nuova cultura”; fu amico di Chiaromonte e Moravia e, prima ancora di Paladini, Levi, De Chirico e Gramsci. Equipaggiato di estro e cultura si impose ancor giovane all’attenzione mettendo al centro di molti suoi lavori letterari le inquietudini e le contraddizioni dell’uomo moderno davanti a sé stesso e alla storia. Come peraltro documentano i molti interventi di Daniela Marcheschi, pilastro della redazione di Kamen’, che in questi anni ha scritto parecchio su di lui, e in particolare: “Letteratura e giornalismo” (Marsilio, Venezia, 2017), prefando “Ioni” e ”La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario e artistico del ‘900”.
Il numero di Kamen’ fresco di stampa riprende di Terra Esposizione d’Arte italiana a Ginevra;Visita a De Pisis; Mostra di Arturo Martini a Milano; Un architetto romano. Piacentini sulla bilancia. Sono articoli che suggeriscono a Anelli spunti valutativi per rimarcare la preparazione culturale e intellettuale dell’autore, definito “uomo enciclopedico, con cognizioni di prima mano dei maggiori fermenti della cultura nazionale ed europea”, dotato di “robusta conoscenza della letteratura e delle arti oltre che delle scienze dell’uomo, dalla medicina all’antropologia ai sorgenti movimenti psicoanalitici”.
Nel fare prosa d’arte, Terra “informa e allo stesso momento “educa e discrimina valorialmente”, argomenta e impronta; mette al servizio un unicum” che oggi ha pochi conseguenti nel giornalismo, da cui “è quasi sparito un approfondito dibattito di idee, di concezioni e competenze”.

 

 

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KAMEN 51: QUELL’ ISTRIONE di PAOLO POLI

E’ un anno e più che Paolo Poli, il grande attore comico italiano, se n’è andato. Kamen’, la rivista di poesia e filosofia diretta da Amedeo Anelli, lo ricorda nel numero 51 appena uscito riservandogli una cinquantina di pagine della sezione “Materiali”, con un devoto saggio di Mariapia Frigerio e un gruppo di deliziosi “libretti di sala” (pubblicazioni informative con note critiche) opera della maniacale gusto per la letteratura dello stesso Poli: La Nemica; Carolina Invernizio!; La Vispa Teresa; L’Uomo nero; Giallo!!!; Femminilità!!!; Apocalisse!!! Inoltre, l’Introduzione a STO (Sergio Tofano), Una linea di sorriso), alcuni dei quali scritti in collaborazione con la scrittrice Ida Omboni.
Per sessant’anni Poli ha intrattenuto le platee con interpretazioni civili e intelligenti, contro la banalità e il conformismo ideologico, in cui era mescolata letteratura, critica, canzonatura e satira. Ha contribuito a dare slancio a quel particolare “momento” rappresentato dalla “idea comica”, che segnò in Italia la corrispondenza tra piacere estetico e risata.
Protagonista di un corpo coloratissimo di soggetti rappresentò un caso raffinato di buonumore e poesia mordace da costituire un riscatto qualitativo e offrire uno sguardo culturalmente rilevante sui risvolti della storia, del costume, delle usanze e credenze, contribuendo alla dissolvenza dei modelli che imperavano.
Nel saggio di Mariapia Frigerio, ricco di resoconti di incontri, amicizie, di ragguagli e scelte, Poli è colto nel suo incessante muoversi tra letteratura alta e generi meno importanti. Quello della scrittrice lucchese è un autentico “frugare” nella persona e nel linguaggio. Con una ricerca ad ampio spettro intreccia, distingue e ritaglia di Poli esperienze, sodalizi, ruoli e influenze. Dimostra un unicum nel mondo teatrale italiano.
Fra le maggiori prove da regista e principale attore di Poli sono da ricordare Rita da Cascia (1966), La Nemica di Dario Niccodemi (1968), Il Coturno e la ciabatta (1990), La Leggenda di San Gregorio (1992), L’Asino d’oro (1994), I Viaggi di Gulliver (1997), Caterina De’ Medici (1999), Aldino mi cali un filino (2001). Rita da Cascia, lettura irriverente della storia della santa, che sollevò polemiche, e l’allora deputato Oscar Luigi Scalfaro giunse a presentare un’interrogazione parlamentare. Sono anche da ricordare Sillabari, 2008 ( tratto dall’omonimo libro di Goffredo Parise; Il mare, 2010 (ispirato da Anna Maria Ortese) e Aquiloni, 2012 (rivisitazione antiscolastica di Pascoli) Dopo la monografia Paolo Poli di Rodolfo di Giammarco (Roma, Gremese, 1985), sono usciti volumi con sue notevoli interviste: Siamo tutte delle gran bugiarde (conversazione con Giovanni Pannacci, Roma, Perrone, 2009), Sempre fiori mai un fioraio ( ricordi a tavola con Pino Strabioli, Milano, Rizzoli, 2013( e Alfabeto Poli ( a cura di Luca Scarlini, Torino, Einaudi, 2013).

 

 

 

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Luigi Timoncini: “La lunga ombra delle beatitudini”

Luigi Timoncini, classe 1928, radici faentine, da almeno una settantina d’anni personaggio di spicco del mondo artistico milanese, apprezzato per il suo percorso partito sul finire degli anni Cinquanta con il “Realismo esistenziale” (insieme a Banchieri, Ceretti, Ferroni, Guerreschi, Romagnoli, ecc. ma in posizione sempre defilata) e, ultimamente, condiviso nella interpretazione di testi biblici con Gianfranco Ravasi.
Timoncini e noto anche ai lodigiani: per aver partecipato nel 2006 a “Carte d’Arte” all’ex-chiesa dell’Angelo; per avere proposto, nel 2014, al Tempio dell’Incoronata, il ciclo di incisioni “Uomo sulla strada del Golgota”; per avere contribuito, allo spazio Bipielle, al successo di “Lo spirito, il corpo, il sacro nell’arte contemporanea”con Vago, Baratella, Raciti ecc.; e, infine, per cartella realizzata anni fa per degli Amici della Grafica di Casale.
Nel composito mondo dell’arte attuale si differenzia per le sue “provocazioni”: l’Apocalisse, l’Ultima cena, La Risurrezione, via Crucis, la Crocefissione. Ultima, l’avere affidato al disegno il mistero delle Beatitudini. Parlare oggi di beatitudini può suonare una “noiosa provocazione”. L’attenzione e le speranze dell’uomo guarda ben altri modelli. Dalla cognizione di ciò è maturata in lui la scelta di dare ad esse “espressione”, di interpretare (“visivamente”) la Parola. Beati i miti…, Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia…, Beati i misericordiosi…,Beati i puri di cuore…, Beati gli operatori di pace…,Beati i perseguitati… Sono le indicazioni emblematiche affidate all’approfondimento segnico.
La sua è un’arte che nasce non come sperimentazione bensì dalla meditazione a cui Timoncini non sottrae una buona dose di emozione. Dopo avere acceso l’attenzione con “L’uomo sulla via che porta al colle del Cranio”, collegandosi al ciclo dedicato a Emmaus e al mito della Torre di Babele, la nuova serie di elaborati “artiglia” l’ interesse con le Beatitudini per dare una risposta alla condizione umana.
Nel segno grafico e nella composizione i lavori hanno una intensità che è anche polemica: contro gli imperanti modelli mediatici. Oggi – dichiara – si discute molto di politica, finanza, economia, lavoro. Ma “la condizione umana rimane inquieta, incerta, contraddittoria”. Attraverso il segno grafico egli realizza una immagine non isolata dalla storia, che assume un valore rappresentativo e al tempo stesso enigmatico, a volte ambiguo a volte sfuggente, in cui, appoggiandosi anche a citazioni letterarie (Siniavsky, Quasimodo, Valèry, Van Der Meer, Kierkergard, Mazzolari ecc…) riprende e interpreta il discorso della Montagna.
Il messaggio è a riappropriarsi della capacità di riflessione, a cogliere elementi di speranza. E, naturalmente, a non trascurare la qualità dell’arte. Che anche in questa occasione egli rivela severa e particolare, intessuta di ricchezze tecniche e di segno, ricca di simboli e allegorie, di toni drammatici mai quietanti.

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Stefania Comaschi: “Passione per il colore”

Stefania Comaschi, commercialista di Lodi esperta in contabilità, da almeno una quindicina d’anni ha scoperto la pittura e si dedica al linguaggio del colore, che in pittura non è solo un mezzo di comunicazione, ma una scorciatoia per raggiungere i sensi e suscitare emozioni.
Il gruppo di lavori presentati al Caffè Letterario della Biblioteca Civica di Lodi, non hanno sottintesi interiori, mistici o simbolici. Per dirla con un esperto il colore è semplicemente la sostanza con cui Momy (questo il nome d’arte che la pittrice s’è data) compone i suoi quadri. Ma a certe teorie più o meno scientifiche nessuno sembra oggi dedicare più grande attenzione. Opinione diffusa e scontata è che le combinazioni di colori (primari, secondari e terziari), procurano sempre o quasi un qualche impatto emotivo. La lodigiana, che fa grande uso dell’acrilico, intende il colore come “liberazione dalle emozioni”. Lo combina al gesto, al segno, all’esperienza pragmatica, sciolto da schemi razionali e stilistici.

STEFANIA COMASCHI (Momy)

A chi ha vissuto gli anni Cinquanta le sue superfici pittoriche fanno riandare  alla pittura allora dominante in America e in Europa, incentrata sull’espressività individuale. Era quella una pittura straripante di energia da avere segnato il percorso dell’arte in maniera alternativa. Oggi convergere su quel terreno non può avere l’obiettivo di rompere un qualche schema formale o geometrico, accademico o tradizionale. Nel nuovo clima artistico contemporaneo, in cui i linguaggi informali hanno posizione marginale, non sono sostenuti da problematiche fenomenologiche o esistenziali, una pittura che è manifestazione gestuale, segnica, materica, coloristica come quella della Momy è obbligata giocoforza alla “citazione”.
Praticata con largo appoggio all’effetto colore, il risultato è una figurazione di tensione vagamente espressionista, sostanzialmente informale, da cui emergono forme larvali, fantasmatiche, allusive ed è prevalente l’assenza di un’espressività soggettiva, anche se in certi “paesaggi” si possono colgliere caratteristiche liriche e toni delicati. Prevalente è in essa, oltre al colore, la stesura gestuale e segnica, aperta a a tensioni compositive e non manca neppure qualche tentativo evocativo

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“L’attenzione” all’identità femminile di Ada Nori

ADA NORI: “Geometrie imperfette”, acrilico su tela, 70×100, 2017

Nell’offerta di iniziative che sempre prima delle ferie estive fioriscono attorno alle arti visuali sul territorio, le opere della milanese Ada Nori al Calicantus bistrot dell’O.M. di Lodi si distinguono senz’altro per la raffinata elaborazione e l’invenzione iconografica, da meritare una lieta attenzione. Diplomata da solo un triennio alla Scuola superiore d’arte dello Sforzesco di Milano, l’artista con studio in corso di Porta Romana a Milano, si è già fatta notare per rispecchiare nella ricerca determinazioni espressive di Sergio Vatta, pittore, grafico e decoratore triestino, conosciuto per la sua adesione alla Wiener Sucession.
Da meno di un decennio la Nori ha impostato la propria pittura su un ceppo culturale unitario d’ambito figurativo, rivelandosi più che una scommessa per il percorso intrapreso, sospeso tra fantasia e razionalità, intuizione e introspezione; per porre al centro la figura femminile, colta nelle forme e nei modi più vari della quotidianità e dell’intimità, dello spazio e delle relazioni con se e con “l’altro di sé”, per dirla con la Wolf, una delle principali figure europee del XX secolo.
Esplicita una pittura che guarda dentro all’animo femminile, l’osserva e l’approfondisce, richiamando posizioni teorico-letterarie – come quelle appunto della citata scrittrice londinese – che ripensano all’immagine della donna nei suoi diversi rapporti esistenziali e di vita. Suggestiona con una pittura “intuitiva”. Scelta “a pelle”. Cognitivamente, non la si può definire in modo diverso, univoco e definitivo.
Di essa colpisce l’applicazione sperimentale, anche se la tentazione potrebbe avvicinarla, per alcuni particolari espressivi, a quella tratta dalle tensioni del quotidiano, da certo realismo esistenziale (es. Giuseppe Banchieri).
Scriveva, Bachelard, una delle maggiori figure della cultura francese nei suoi studi sull’immaginario: “una intuizione non si può dimostrare, si sperimenta”. Niente di più rasente alle attuali immagini della Nori, in cui l’intuizione e lo sdoppiamento geometrico ha molto a che fare con la memoria visiva e la percezione. L’esposizione conferma quanto già premi e presenze (Wab Women Art di Bra, Donne in Rinascita, Premio internazionale Iside, Premio Celeste, Mostra del Tigullio, Radar ecc., e nel lodigiano alla galleria Oldrado da Ponte e a San Fiorano), avevano messo in evidenza: una pratica che scopre la particolare sensibilità a riflettere sull’identità femminile, aiutando l’osservatore ad avvicinare lo sguardo e farsi coinvolgere dal chiaro legame con il processo creativo.
I risultati presentano possibilità interpretative e assonanze nel passaggio tra una rappresentazione e l’altra, dove la tecnica della pittura – a volte immobile o legata – si lascia andare al momento dell’ispirazione e dell’idea. O dell’intuizione.

 

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“Le città impossibili” di Paola Mori

Paola Mori si è già fatta notare dal pubblico lodigiano e sudmilanese: prima come interprete delle favole di Calvino, poi come curatrice (con altri) di una documentazione di architetture, infine come pittrice, ottenendo a Paullo e a Lodi incoraggianti riscontri.L’attuale mostra al Caffé dell’ Albarola, dove già si era esibita con successo qualche anno fa, non necessità di speciali richiami. Richiama. nel titolo, le città di Calvino.
Architetto progettista da una quindicina d’anni, come artista coltiva preferibilmente una pittura di fantasia, che facilita la comunicazione. Superati i “gradini” della fase così detta sperimentale, attualmente pratica un linguaggio espressivo in cui mescola con mestiere disegno e acquerello. Il risultato è una pittura che esclude i colori violenti, congegnata in modo attento e curioso, senza troppi ammiccamenti all’illustrazione e a certa pittura corrente. Insomma, figurativa ma senza esercizio di luci e ombre. I lavori proposti risultano di illuminazione diffusa, affidati al disegno e ai colori ad acqua utilizzati con tecnica e accenti di musicalità.
Non sono le atmosfere, gli effetti o i rilievi chiaroscurali, le intensità cromatiche o gli attenuamenti a catturare l’attenzione. Bensì il garbato bilanciamento tra forme grafiche e colori, in cui l’artista esalta la propria sensibilità per la natura e le architetture, confermando l’inclinazione a unirle insieme al disegno progettuale.
Il riassunto è una composizione vivace e descrittiva cui non mancano elementi decorativi, introdotti con sicuro equilibrio visivo.
Alle pareti del Caffé dell’Albarola sono soggetti di appeal leggero. Tutti o quasi recenti, creati con proporzione ed eleganza, legati al mestiere di architetto, ma anche al sogno e al bisogno di raccontare. Non spostano i termini dei precedenti racconti: l’ attenzione resta orientata sulla natura, raggiunta dal fantastico e dalle architetture.
In ultima analisi quella di Mori è una pittura figurativa piacevole e riposante. Ogni suo disegno si profila come racconto immaginario, frutto di una interpretazione accumulata in una prospettiva fatta d’invenzioni e di attimi di poesia.

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Teodoro Cotugno e Agostino Zaliani: 100 incisioni allo Studio Bolzani a Milano

zaliani-e-cotugnoLa scelta dello Studio Bolzani, storica galleria milanese (ora in Galleria Strasburgo 3, in piazza San Babila) di presentare insieme 100 incisioni di Teodoro Cotugno e di Agostino Zaliani , due acquafortisti di tecnica diamantina, non può che definirsi una scelta coraggiosa, sia dal punto propositivo che da quello artistico. I tempi, si sa, sono quello che sono. Si scrivono pagine e pagine artisticamente “antagoniste”, dove per virtù paradossale, “vale tutto” e a prevalere, da tempo, è il compiacimento (o autocompiacimento o narcisismo) d’infrangere le “regole” della koiné, del far bene, a regola d’arte. Un anticonformismo che nelle arti visive è dilagato a dismisura sotto l’etichetta della “ricerca”, ma che in effetti è solo una pratica di maniera, destinata a stomaci forti, in cui l’ostentazione ossessiva dell’ originalità raccoglie consensi spesso imbarazzanti.
Cotugno e Zaliani (spentosi a Milano nel dicembre 2014) sono acquafortisti di formazione diversa, dotati di grande consapevolezza dei mezzi tecnici, da esprimere con chiarezza sensazioni prevalentemente ricevute dal paesaggio, dalla natura e dai luoghi. In tanti anni di attività, nella loro produzione calcografica si coglie non solo la realtà insieme al vero, ma anche il sentimento, che altrimenti il risultato rischierebbe di essere scarsamente eloquente. Nelle immagini la loro poesia non è sbrigativa, ideologica o letteraria: più di slancio quella dell’ex-geometra dell’aem di Milano, assiduo frequentatore di modelli espressivi canonizzati, ma insieme artista e poeta autentico, ha immerso le proprie sapienze e osservazioni in figurazioni folgoranti, in forme ricche che sottendono allusioni e spessori, forze ed energie che trascendono. Zaliani attirò l’attenzione, tra i primi, del critico lodigiano Tino Gipponi e si fece conoscere dai lodigiani attraverso “Carte d’Arte”, rivelando in ogni immagine il coraggio del proprio linguaggio, delle proprie padronanze tecniche fatte di esattezze e sentimento e l’azzardo della poesia naturalista. Varia, limpida e solare la produzione di Cotugno, in cui non c’è la ripetizione di un rito segnico, ma attenzione a ciò che si vede e si coglie, ai segni dell’esperienza e dell’emozione interiore, ma anche a ciò che non si vede, ai moti appena percettibili, alle spinte inconsce in cui l’immagine di volta in volta acquisisce lontananze e profondità, connessioni e distinzioni. A spiare le sue predilezioni figurative si scoprono sempre risultati ulteriori: la varietà sapiente del segno, il miglioramento di quel che già esse possedevano, la capacità di renderle varie e sincere. Ogni suo lavoro è pensato, elaborato, composto, riempito di energia. Dietro al velo di poesia si intuisce com’egli ormai segua una filosofia propria, in grado di trasferire nelle composizioni tranquillità, serenità, una certa disciplina e una fattura intessuta di mistero, che le sottraggono alla chiacchiera e alla letteratura. Le sue stampe convincono non tanto per la scelta dei soggetti o per i motivi, quanto per la fattura, la capacità di suscitare sensazioni nella sensibilità del fruitore.
La mostra delle opere dei due maestri lombardi allo studio Bolzani è un’occasione per dimenticare, sia pure per un attivo solo, i bulimilici schemi offerti da tanta arte d’intrattenimento attualista e ritrovare un’arte che apre alla poesia e alla riflessione, risultato di una ricerca dura sul linguaggio attraverso la concentrazione e il dialogo e una elaborazione affermatasi nell’arco di quattro e più decenni.

Teodoro Cotugno, Agostino Zaliani – Studio d’arte Bolzani – Cento incisioni in mostra Galleria Strasburgo, 3 Milano Inaugurazione giovedì 9 febbraio fino al 25 febbraio – orari: 9,30-12,30, 14,30-19, domenica e lunedì chiuso – info: studiobolzani@libero.it – tel 02.760.14221

 

 

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