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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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LIBRI: Le nuove memorie (discrete) di GIANMARIA BELLOCCHIO

 

Non c’è il due senza il tre” recita un vecchio proverbio popolare, per dire che un risultato o un evento si ripete almeno due volte. E’ un detto di sapienza che si esprime in chiave ottimistica quando l’esito è riferito a qualcosa in cui speriamo.
Ispirato (si fa per dire)  da una musa onnivora  con cui ha infiorato di fatti, fatterelli, incontri, aneddoti e memorie 160 pagine di Succede vivendo 3-Memorie discrete (stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi, editore Bolis, Bergamo, in distribuzione dall’ ottobre 2020, € 12,00)  Gianmaria Bellocchio, l’autore, si domanda  “Adesso come faccio a fermarmi?”. Il proverbio ha un seguito (…e il quattro vien da sé).
A noi recensori non resta pertanto che attendere il  quarto volume che qualche amico (linguacciuto)  fa sapere  d’essere già in preparazione.
Da recensori minori che si affidano nel migliore dei casi al gusto individuale, e nel peggiore a teorie estetiche strampalate e che scriviamo di libri e autori per mera informativa ad uso del lettore volenteroso e perbene, non resta che  impegnarsi in qualche descrizione empirica. Principalmente dopo che nel risvolto di copertina lo storico Ercole Ongaro  gli ha dedicato, con  invidiabile sintesi,  tutto quello che un critico può riconoscere e dire di uno scrittore: “lo stile limpido e misurato, la varietà di toni, la profondità di sentimenti, una vena di umorismo non artificioso,il culto delle relazioni, l’empatia che le caratterizza, la custodia della memoria degli amici scomparsi. Una attribuzione a cui c’è poco da aggiungere, se non che nel libro l’autore manifesta particolare attenzione oltre che alla buona tavola e ai ristoranti anche per la poesia. I dodici capitoli del libro sono tutti introdotti da citazioni di Gibran, Herriot, Scotellaro, Pozzi, Saba, Pascoli, Dal Bianco, Merini, Carlesi, Lorca, Tugan, Ungaretti, Zafòn e della lodigiana Chiara Cremonesi.
Anche nel suo nuovo lavoro Bellocchio si destreggia a narrare sentimenti, ricordi, affetti, amicizie, simpatie, incontri, chiacchiere e a richiamare la forza e il piacere della poesia.
Può darsi che ad alcuni lettori non ponga nessun problema, neppure di curiosità, tanto esso può apparire ovvio. Ma in ogni caso, per essere espliciti, va riconosciuto, per riaffermare come il “raccontare” di Bellocchio sia la diretta conseguenza della sua storia personale e familiare, della vita quotidiana che intreccia l’esistenza a giudizi e responsabilità culturali  e alla rivisitazione del passato con l’attualità. Ma può anche darsi che ad altri colpisca il suo tenere insieme l’amore e l’arte, il colloquiare e la poesia, l’autenticità delle piccole cose e dei fatti e fatterelli e, i momenti di invenzione letteraria, un garbatissimo umorismo col rinverdire ricordi, emozioni, luoghi…
Per uno come noi, che scrive senza essere un recensore, cioè un critico letterario,  non è facile affrontare l’intera dinamica di questo libro. Individuare i passaggi importanti, metterli nella giusta prospettiva, portare a termine l’analisi.
Oggi molti scrivono, pochi comperano libri, pochissimi leggono. Eppure la scrittura appare un esercizio di facile accesso. Basta vedere il rivolo dei nuovi scrittori che si inseguono nel lodigiano.
Perché Bellocchio scrive?  E’ la domanda che diversi si pongono. Perché si è messo a scrivere lo confessa lui stesso nei suoi libri. A noi piace ricavarlo dalle dediche. L’ultimo libro è dedicato a sua moglie Antonia e a suo figlio Matteo, ma se leggiamo “Diventare uomo”, scopriamo anche l’esistere di un “ filo rosso che lega le generazioni”, l’arrivo di Giada, figlia di Eleonora e ll raccontare semplice di cose semplici imprime una permutazione allo stile, che diventa dolce, tenero, attenzionato

Bellocchio scrive “per parlare con la gente”, e, forse, questo lo diciamo noi, con sé stesso. Per chiarire le  idee, fermare la memoria, capire di sé e del mondo. Che son poi corollari per un autore in cui non c’è pretesa letteraria, non ha rapporti conflittuali di stile o di linguaggio, scrive di cose spesso intime, che rivelano sentimenti nascosti, con uno stile che accorda tratti musicali. Si potrebbe dire quale scrittore lo influenzi, ma commetteremmo una enorme idiozia…

Sappiamo tutti che la scrittura non nasce dal nulla, ma da una cultura fatta di tradizioni, di idee, di libri, di linguaggio, di gusti. Scrivere pagine semplici vuol dire scrivere buone pagine. E’ diverso dallo scrivere  piatto o banale, che non comunica umanità, emozioni, sentimenti.  Nei rendiconti di Bellocchio circolano anche, senza pomposità, parole di estetica, di etica, insieme a una naturale capacità affabulatoria.
“Succede vivendo 3” è un distillato di fatti, tracce, esperienze, reminiscenze, persone; in esso c’è la consapevolezza che ogni persona o fatterello può insegnarci qualcosa; è un capitale sociale e di relazione; un ponte che mette in collegamento generazioni, amici, uomini e donne chiamate a rispecchiarsi negli universali di una comune e immutabile humanitas. Non è poco.
Aldo Caserini

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LIBRI: La scrittura narrativa nel lodigiano si rafforza. I nuovi scrittori commentati da Forme 70

Sono parecchi i lodigiani, soprattutto giovani, che in questi due ultimi mesi hanno scelto l’avventura dello scrivere e dei quali  Formesettanta ha “recensito” (Giorgio Magrelli non  ci avrebbe perdonato il termine).
“Scrivi che è la cosa più bella”, mi dissero quand’ero un ragazzino tredicenne, ed io mi misi in testa idee meravigliose. La cosa più bella oggi è che vedo sorgere Il sole. Per il resto sarà anche un piacevole “intrattenimento” o semplicemente, “un non pensare alle morte” come mi disse una volta  Indro Montanelli alla trattoria Camperio”. In ogni caso una fregatura, una trappola,  a volte persino “una galera”. Magari ti rovi anche bene a scrivere  di mostre, di libri, di avvenimenti culturali, come faccio da settant’anni, ma ci sono momenti che maledisci il giorno in cui hai deciso di fare questo mestiere. “Sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini. Naturalmente, altri tempi.  Oggi, se anche dedichi una giornata e più a scrivere di un chicchessia e del suo “prodotto” raccomandato (mostra, libro, evento, artista, poeta, conferenza) manco ricevi un “grazie”. Meglio così, in tal modo, puoi continuare ad essere più libero, d’essere più generoso con chi vuoi tu e fare torto ad altri che non ti convincono.
Metto per iscritto le note redatte negli ultimi trenta giorni così i fedelissimi lettori potranno verificare come abbiamo surfato sull’ onda della leggerezza:

Andrea Faliva:        “Il bel giorno che conobbi Nelson”
Massimo Valente: “Alla fine della strada”
Giampiero Curti: “Pioggia”
Anna Rigamonti: “Apprezziamo
Dario Mondini: “Diario di un perdente di successo”
Aldo Germani: “Due case”
Andrea Maietti: “Giuanbrerafucarlo. Secondo me”
Alan Zeni: “ Baci di AZ”
Emanuele Frjio: “Alibi”
Ilaria Rossetti:Le cose da salvare”
– Luca Greco: “Le strade dell’Apartheid”
Michele Crea: “La mia esperienza col cigno nero”
Fabrizio Arcari: “Orwell”

Sono titoli in maggioranza di scrittori debuttanti, anche se alcuni di loro  hanno già familiarità con lo scrivere. Segnalano che nel campo  delle pratiche culturali gli interessi si stanno spostando. Se aumenta l’offerta di nuovi titoli e tentano di farsi strada nuovi scrittori, vuol dire che cambia anche il consumo (la lettura) di libri. Ma questa è solo una regola di mercato che non serve a raccontare il virus dell’industria editoriale.
Alcuni dei nuovi narratori del territorio affrontati si distinguono per la scrittura, altri per la costanza, altri per saper mettere in produzione narrativa cronache e fatti, altri ancora per la passione con cui si sono schierati, altri, infine, per unire alcune di queste qualità. Se è vero che i talenti del Creatore vanno poi messi a frutto, alcuni degli esordienti ce la stanno mettendo tutta per farli fruttare, affidandosi alla comunicazione, alla pubblicità, all’ informazione, alla promotion.
Sbaglia chi pensa che la prosa sia solo l’originalità di quei pochi che sanno scrivere. E’, invece, soprattutto, del lavoro certosino, maniacale: stendere, cancellare, correggere, limare, stravolgere, arricchire … sostenere (investire) per diffondere il risultato (il libro, oggi detto anche prodotto).
Un libro può essere partorito per molte ragioni: per un bisogno o un travaglio interiore proprio; per la voglia di scrivere, di mettersi alla prova, di cercare evidenza, di comunicare, di sentirsi dire “bravo” o “brava”, di mettere sulla carta quel che si è sentito dire con le proprie orecchie o vedere con i propri occhi; per raccontare, per dar sfogo al fabulare; per bagnare il naso a questo o  quel concorrente, suscitare insicurezze e gelosie e (perché no?) risentimento, invidia; per mettere alla prova la propria capacità: lasciarsi ispirare dalla prosa di qualche scrittore, farsi amare o invidiare (il successo disturba soprattutto chi non  ce l’ha), oppure, dato i tempi che corrono, mettersi in gioco con un mestiere nuovo (il compenso che alletta? Ma va …). In questo caso catturare l’attenzione di qualche politico è d’obbligo, o di qualche direttore di banca o di un esperto del giornale locale (dietro cui c’è sempre un po’ il sospetto della combutta o della camarilla). Poco importa se poi ci dedica vagonate di banalità o smentisce quello che prima aveva detto un  altro suo collega. E’ il saldo che gli oracoli del nuovo danno prova regina in tanti loro interventi. Capita anche a noi che scriviamo per combattere le emergenze del lockdown del Covis 19 di caderci dentro, illudendoci di tenere il passo a quel che accade nel mondo della letteratura di casa e dell’arte semplicemente offrendo un affresco che spesso fresco non è. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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LIBRI: “I BACI DI AZ” (ALAN ZENI), un saggio di sapienti sgangheratezze e disegni sul bacio “post”

Il bacio è da sempre nel mondo dell’espressione artistica quale artificio dell’immagine che lascia il passo alla voluttà, al pensiero; puntella e anima la scena reale e quella artistica. E’ fatto di immagini e di varianti aperte a un ricco potenziale iconografico che si realizza nel vissuto e nell’esperienza di ognuno. Punto di partenza è, sì, il dato fisico, quello che tutti riconosciamo nella sua reale plasticità, ma il messaggio del bacio va oltre al piacere, alla sensazione di ciò che esso libera e si manifesta nel germe dell’immaginazione. E’ quanto fa capire “I baci di AZ” , un simpatico libretto di un centinaio di pagine,  delle quali la metà occupate da graziosi disegni parentetici. Ne è autore uno scrittore apparentemente facile, se vi chiedete perché sia tanto adescante. Se ci mettete attenzione il bacio descritto ha lievi oscillazioni di tono, rapide sfumature, un equilibrio di scioccheria, ma la serie di indizi psicologici, di coagulazioni linguistiche danno al bacio connotati di nobiltà inconfondibili. Stampato bilingue dalla Etabeta-ps di Alessandro Squaglia,  il libro di Zeni è dedicato “all’amore, a chi osa, a chi sa aspettare, a chi sbaglia, a chi vive amando”,, secondo le indicazioni di Saul Jacobus (divenuto poi Steinberg), un romeno, nazionalizzato americano, reso famoso dalla sua grafica popolare sul New Yoker.
I baci di AZ  non azzarda analisi, non è un romanzo, non ha tracce di letteratura è piuttosto un testo di  rubricazione di modi, metodi, procedimenti, attribuzioni, linguaggi, ricordi, direzioni, scelte, decorsi del bacio:”Il suo. Il loro. Il tuo”. E’ una sorta di taccuino mentale dell’autore. La prosa è povera, ma non sciatta o sgualcita. Può avere una qualità stilistica pertinente: è l’antico tema del “caos chiaro”. Peraltro annunciato dall’autore in un messaggio al lettore. “Tutto è voluto. Un puntino che sembra messo un po’ troppo in là oppure un “a capo” troppo presto. <in questo libro niente è a caso”.

Nella società dei“post”, nel grande puzzle dei nuovi linguaggi anche questo ci sta, compreso il bacio che accusa una deriva semantica, forzata dal mutamento quotidiano. Tipicamente rappresentato sempre dal contatto tra le labbra di una persona e quelle di un’altra, in generale il contatto può avvenire anche verso una qualsiasi altra parte del corpo. Il  termine, che aveva un significato, ne assume un’altro ‘vicino’ o anche lontano. In un gioco di proiezioni divertenti, ma a volte irriverenti I baci di ZA  sono un riepilogo di questi mutamenti. Paroliere, scrittore, grafico, pittore,  speaker radiofonico, giornalista e fotografo, fondatore di un giornale (durato poco), catturato dal teatro e dal cinema, insomma un performer,   Zeni ci ha messo la sua arte di virtuoso nel tingere i ricordi di affetto e  di ironia, affinché la scrittura prendesse valore dai disegni e realizzasse una vera e propria calligrafia personale.

Immaginiamo questo libro semplice una faticaccia, avrà richiesto tempo, fantasia e altro – adesso  ne sta chiedendo  a noi recensori, che abbiamo appena toccato la materia del libro che ci sta davanti, e che dovremmo prima dire di cose son fatte le pagine scritte e le illustrazioni che le accompagnano.Delizioso accoppiamento, quanto il bilinguismo italiano-inglese, affidato alla cura di… “una stella marina”. Se non ché una divagazione  su quel terreno affaticherebbe ulteriormente i destinatari. Insomma è un libro che tenendo insieme parole e graphica a volte alleggerisce e a volte mortifica, un libro  contraddittorio, un libro sghembo. Rimaniamo sul semplice. Nel libro non si trovano indicazioni ai baci di Illica in Tosca, a quelli di Catullo, di Rilke, di Block… Zeni va giù sodo. Non  “analizza”, non  descrive. lo targhetta. Gli mette un’ “etichetta”:  bacio “farmaceutico”, bacio “fiducioso”, bacio “che ti frega”, “del timidone”, “meteorite”, “d’attacco”,  “di pancia” e via di seguito per un’altra quarantina di talloncini e traduzioni. Tutti con riconoscimenti  appena accennati del loro valore intrinseco, misurati nello spazio della pagina e nel tempo, sulla base di relazioni funzionali, di senso, senza attribuzioni di bello o brutto da ignorare, Il bacio vien colto dallo scrittore nell’intenzione del momento; con pensiero frammentato, divisibile. Distinto,  il respiro prima che si faccia materia. Non c’è ricerca di significati profondi, definizioni di regole sociali che modellano. Nelle cento pagine il bacio è ridotto all’osso, affidato a una grafica essenziale, che a sua volta lo affida al sorriso e da un senso alla attribuzione dell’atto.

Alla “narrazione” (se si può dire), manca qualche estensione di significati: baciapiedi, baciaculo, baciabasso, baciapile, baciapolvere e altre 22 varianti. Ma è evidente che l’intenzione di Zeni non era quella di scrivere un saggio, di generare molteplici percorsi al bacio. Ma solo farlo rientrare nell’atto creativo, dove “non tutto è controllabile…proprio come in un bacio”  Il suo libro ci dice quanto le parole e il bacio siano importanti e che utilizzare le prime e apprezzare il secondo, alimenta la ricchezza del nostro immaginario. Perché le parole creano idee e i baci fan conoscere la vita in modo sempre nuovo e diverso.  (Aldo Caserini)

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ORWELL (ERIC BLAIR) di Pierre Christin e Sebastien Verdier, tradotto da Fabrizio Arcari

In copertina c’è un volto dai tratti decisi, è quello di Orwell (Eric Blair), narratore morto giovane, che ha avuto un’esistenza sfaccettata, assolutamente inimmaginabile per chi abbia letto magari soltanto il suo romanzo più popolare e famoso, La fattoria degli animali e 1984 e su di esso si sia fatta un’idea dello scrittore.
Composita ed eterogenea da sfuggire a ogni tentativo di associarle i attributi è anche la ricostruzione illustrata che ne fa Sébastien Verdier avvalendosi dei tocchi di colore di Philippe Ravon, e dell’alternanza di stili, e cromatismi di altri disegnatori, coinvolti con l’intento preciso di offrire una immagine poliedrica dello scrittore britannico. Da parte sua Pierre Christin evidenzia con caratteri dattiloscritti, stralci ricavati da interventi di carattere autobiografico di Orwell. L’ampio volume pubblicato da Ippocampo permette l’immedesimarsi e godere una piena fruizione dei disegni, che accompagnano il lettore alla conoscenza minuziosa della personalità e dei ruoli dello scrittore sudamericano, a partire da quelli dell’infanzia a quelli tormentati trascorsi in collegio in Inghilterra, dal periodo degli studi alla scelta spiazzante di entrare nella Polizia Birmana e tornare in Oriente, seguendo le orme paterne e ritornando sulle tracce delle proprie stesse origini.
Quello che emerge dal volume di Pierre Christin e Sébastien Verdier con la partecipazione di André Juillard, Olivier Balez, Manu Larcenet, Blutch, Juanjo Guarnido e Enki Bilal, “decifrato” da un bravo e vero traduttore, Fabrizio Ascari, è pertanto uno scrittore-personaggio, un Orwell collegiale, poliziotto, proletario, dandy, miliziano, giornalista,ribelle, romanziere, eccentrico, socialista, patriota, giardiniere, eremita, visionario.
Ne vien fuori la figura di un uomo idealista ma anche tremendamente carnale, semplice, ambizioso, stravagante, utopista, fantasioso, ora vago, ora reale, ora amplificato, coerente, sbandato. Insomma sfaccettato, come in copertina del libro. Da leggere e vedere.
Il libro. “Orwell” di Pierre Christin e Sébastien Verdier;   L’ippocampo,  2020,pag. 160, € 19,90, trad. Fabrizio Arcari

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ELIZA MACADAN, “Frammenti” con introduzione di Amedeo Anelli

Di Eliza Macadan, giornalista e poetessa di origini moldava residente a Bucarest, nata nel 1967, che scrive e pubblica in italiano, romeno e francese dal 1994, i lodigiani conoscono i risvolti umani, politici, letterari e di prerogativa ( della poesia). L’anno passato, a Tavazzano, per iniziativa del Piccolo Presidio Poetico “On fa l’os” Amedeo Anelli dialogò con lei alla Biblioteca; aveva appena pubblicato da Archinto Pioggia lontano e la sua ars poetica (senza scomodare Aristotele, Orazio e Nottolino di Pario) trovava risalto sulle riviste di poesia (Kamen’) e considerazione sulla stampa d’informazione.
Con il passare del tempo la sua produzione lirica non ha svigorito su di se l’attenzione pubblica. Frammenti di spazio austero (Ticinum Editore, 2018 euro 10), appena uscito, è un volumetto di una cinquantina di pagine che riprende l’edizione ragusana del 2001. In copertina riproduce una bella formella di Fernanda Fedi e s’apre con un intervento di Amedeo Anelli che gratifica l’autrice con una nuova puntigliosa analisi delle stratificazioni culturali, degli “attraversamenti” e delle “assimilazioni” intervenute sulla “unità poematica”, Così il direttore di Kamen’, consapevole ovviamente di occuparsi sotto il profilo teorico del punto di vista descrittivo-sistematico non al fine di suggerire norme preferenziali, ma per esigenza “naturale e necessaria”, di risvegliare “temi esistenziali di interesse universale”.
Anelli ne richiama lo spazio poetico: forme intonative, precisione del dettato, analisi del quotidiano e del contingente, il dire e il non dire (gli spazi bianchi) eccetera.
In “Frammenti” le parole della Macadan non catturano come altre volte. Per intenderci, non sorprendono come in Anestesia delle nevi, dove i versi s’avviano con “Cronofaga”, che obbligano tutti a ritornare al dizionario. In ogni caso non si può dimenticare che i frammenti hanno una quindicina d’anni e la poesia della romena è stata sottoposta al “labor limae” (letteralmente a un lavoro di cesello, ovvero a un perfezionamento del prodotto). Anelli si limita a riconoscere che vi sono “in nuce molte procedure, procedimenti e temi delle raccolte successive”.
C’è però qualcosa almeno di “inusuale” nelle 40 liriche in lingua originale, non tradotte, tutte brevi, ciascuna composta da un minimo di sei versi a un massimo di ventuno, scritte con linguaggio asciutto, essenziale, senza nessuna punteggiatura, senza lettere maiuscole, senza nessun titolo; un “modello” che si ricorda in altre raccolte, come in Anestesia delle nevi, anch’esso prefato da Amedeo Anelli, che in “Frammenti” nota vi trovano posto già “il lato sentimentale e il duro attraversamento quotidiano e del romanzo personale, la incerta navigazione dell’ora e del minuto”.
La Macadan è un poeta che giocherella sugli opposti, i contrari, sul diversivo del rilanciare, dell’aumentare e infine “sul tono iperbolico, ironico, enigmatico e sapienziale” dei giudizi e delle sentenze. Ha una sua significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”,

 

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“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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Marchitelli, Polonioli / “Piccole storie di biodiversità”

0002_lycaena_dispar_20140201_1983652139Piccole storie di biodiversità di Antonio Marchitelli e Marco Polonioli, che Fabrizio Comizzoli ha “rivestito” per le Edizioni Gruppo Gerundo di un editing contenutistico e grafico di prim’ordine che vede ora la luce per i tipi della Arti Grafiche Sollecitudo è un libro di fotografie accurate, che accompagnano con scrupolo un saggio frutto di preparazione e di creatività, da corrispondere a sfere d’interessi vari e diversi.
La pubblicazione esibisce una capacità di visualizzare e interpretare luoghi, ambienti, scorci, piante, fiori e uccelli del territorio che va al di la delle pure ipotesi informative per fornire fermenti culturali e al tempo stesso intensificare l’idea di fotografia come linguaggio, da dare una mano a sentirsi parte di un mondo naturale non preso a prestito o imitato, tantomeno imposto.
Sia nella parte “letteraria” che in quella fotografica il libro offre una rappresentazione molto vasta. Come un grande edificio musicale è costruito con intelligenza e disciplina, convincente nella narrazione dell’ambiente, essenziale nel cogliere un patrimonio immenso in cui la varietà di significati ad esso attribuiti da ecologi, entomologi, filosofi, politici, naturalisti, gente comune, rischia persino di far dimenticare i confini tracciati dall’ambiente. Marchitelli, autore della parte descrittiva, riporta, attraverso una stesura precisa, di definizioni rigide, dentro a quei “confini”, rendendo un tessuto espositivo fatto di sensazioni profonde, dove l’emozione scientifica, quella naturale e quella artistica si fondono nell’attenzione alle piccole cose, cogliendo interrelazioni, modellazioni fisiologiche, evolutive, comportamentali. Un contributo prezioso, didattico, perciò di valore, che fa sperare che l’intelligenza umana possa mutare e spostarsi su un nuovo corso.
Il progetto grafico del banino Comizzoli, pure lui fotografo naturalista, lo convalida “impaginatore” estroso e inventivo, dotato di tecnica e chiarezza grafica, capace di procurare impressioni non monotone e di durata.
Il risultato è un libro ricco di immagini fotografiche scattate con arte da Marchitelli e Polonioli, due pilastri del Gruppo photonaturalista Il Gerundo. L’attenzione e l’interesse che l’immenso edificio cattura è una attenzione “distesa”, che aiuta a cogliere nel calmo movimento l’ammirazione di tutto quanto esiste in natura.
In Piccole storie di biodiversità si può distinguere tra il duo Marchitelli- Polonioli, fotografi che praticano un linguaggio non sperimentale e che fa uso di una fotografia diretta e il duo Marchitelli-Polonioli ‘poeti’, termine improprio ma il solo che possa dare l’idea di un suo sentimento della natura, di un suo pathos della conoscenza e del mistero della vita; si può riconoscere tra il Marchitelli e il Polonioli compilatori di una sorta di “schedario” ispirato alla fertilità degli equilibri tra società umana, paesaggio e quadro generale della biodiversità in natura col suo substrato vegetale e animale, dal quale traggono alimento gli uomini ma anche altre creature, gli uccelli, gli insetti, l’ eterna e sacra e armoniosa aviflora, e il Marchitelli e il Polonioli che nei relativi linguaggi fotografici mettono atmosfere di tanti particolari che danno ricchezza di contenuto alle rispettive immagini.
Corredando la rispettiva pratica con sistematicità, l’uno e l’altro conferiscono alle immagini una forma di “filosofia”, anche se, pare ovvio, le rispettive personali ricerche nascono entrambe dall’ individuare all’interno di una impresa cumulativa di soggetti straordinari che ampliano la conoscenza e stimolano idee. Osservatori diligenti, l’uno e l’altro colgono con bravura ed esperienza aspetti di un mondo “non turistico”, serbatoio di altre immagini, di paesaggi minacciati nella loro integrità e tuttavia pieni di poesia, dove l’uomo cerca nella natura una atmosfera di equilibrio e di rispetto senza prevaricazione.

 

Lodi, dicembre 2016

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