Il corpo umano nella figurazione di Tindaro Calia

Di Tindaro Calia di Dio si è detto e scritto in gran quantità. L’artista milanese si è fatto conoscere anche dai lodigiani con un gruppo di mostre all’ex-chiesa dell’Angelo, alla Muzza di Cornegliano, a La Cornice, allo Spazio Arte Bipielle e la presenza in diverse collettive. Con l’ultima esibizione ha praticamente riaffermato la profondità della propria esperienza e della ricerca pittorica avviata negli anni Settanta. Ha posto sotto i riflettori l’esistenza tra la maniera di affrontare le figure, lo stesso “dialettismo” e lo stesso gusto di conferire un modo realisticamente “impressionante”.
Già docente al Liceo artistico Calisto Piazza, le sue esibizioni fanno sempre snocciolare aggettivi; non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi le stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo.
Calia è artista vigile nel cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana e a tradurla in immagini intensamente morali, di valore educativo. Come tali, strumento di una teoria che può far venire in mente “Corrente” ma prima ancora – azzardiamo un poco -, Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, e tradusse “i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca” in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”.
Nella testimonianza critica di Giorgio Severo, al centro della sensibilità del pittore viene individuato il corpo umano, “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Riafferma a sua volta Dominga Carruba: “La poetica della pittura di Calia rievoca l’allegoria che alberga tra l’apparenza narrata dal vedere quel che appare dintorno e la verità riconosciuta con l’intuizione, che non si ferma alle forme apprese dai sensi né al “sentito dire” di vana sostanza che la ragione elabora.
I consensi ch’egli quotidianamente riceve sono dunque il risultato di una pittura non ingannevole indirizzata a indagare la figura umana, con cui il pittore ha definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico.
Al di là delle nuove attribuzioni che gli si potrebbero attaccare, una cosa è certa: la sua è una pittura che pur avendo un profondo carattere iconografico è tutt’altro che un prodotto commerciale. E’ figurativa nel senso migliore del termine, di idee. Arricchita di composto intellettuale, spirituale e affettivo.
Tematizzando i fili della ricerca e pur rispettando modalità ricorsive, fornisce di indicazioni somatizzanti l’individuo, l’umanità e delle stagioni della vita. Unitamente ai dettagli pittorici, è il suo un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Rende il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio” . Ne fa ragione di poetica

 

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,

Felice Vanelli: Ricordo a un anno dal commiato

Un anno fa, proprio di questi giorni di fine luglio, prendeva commiato Felice Vanelli. Avrebbe meritato d’essere ricordato con una retrospettiva, ma la mostra che Tino Gipponi aveva in programma di organizzare è all’improvviso “saltata” o “slittata”. Non si conoscono i motivi, ma non si fatica a immaginarli.
Dall’ aldilà sicuramente Vanelli non se ne sarà amareggiato. Già in vita era uno che non amava troppo rumoreintorno a sé. Amava lavorare in solitudine, era un silenzioso.Fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, all’occasione anche grafico, unificava in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni.

Felice Vanelli nel suo studio-laboratorio

Apparteneva alla generazione del secondo dopoguerra: quella dei Bosoni, Vailetti (Benito), Volpi, Marzagalli, Maiorca, Maffi, Vertibile; anteriore della stagione dei Cotugno, Poletti, Maiocchi, Mai, Bracchi, Bertoletti, Vailati, Mocchi, Podini, Weremeenco, Quadraroli, Tresoldi, Belò, Vailati, Stromillo, Manca, Frosio, Bruttomesso ecc.; frontale a quella dei Franchi, Staccioli, Mauri, Chiarenza, Santus, Corsini, Ottobelli. Le sue scelte sono stilisticamente ed esteticamente spostate e dagli uni e dagli altri. Anche dai predecessori Monico, Vigorelli, Bonelli, Vecchietti, Bassi, Roncoroni, Malaspina, Vailetti (Santino), Maiocchi, Migliorini, Vigorelli, Antonioli che pure ha sempre frequentato.
I suoi lavori arredano abitazioni, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Non tutti sono di uguale livello, ma questo nella produzione di un artista prolifico è scontato. Tutti o quasi tutti però sono sostenuti da significati di sostanza morale.
A un iniziale culto “michelangiolesco” ha fatto seguire, in un coerente sviluppo di linguaggio, indirizzi figurativi più aggiornati. La mano, la mente e il sentimento dell’artigiano-artista hanno tratto esperienza dalla conoscenza tecnica e culturale. Vanelli è stato figurativo dal primo istante.
La scultura, l’affresco, sono arti arrivate dopo la pittura, e dopo ancora è arrivata la ceramica, quando l’ enfasi giovanile aveva ormai lasciato posto all’efficacia, e la mano – maestra – aveva imparato a restringere sull’indispensabile.
E’ stato una artista di gran mestiere e tecnica. Amava l’arte come attività manuale e come valore. Diceva: “L’arte, come l’amore, è una malattia dello spirito”. Dell’amicizia, dopo certi fatti che lo avevano professionalmente danneggiato, s’era fatto un’idea sua propria: “Fuggire gli amici, gli adulatori, appena volti le spalle ti fregano mercanteggiando vilmente…”
Da tempo memorabile maneggiava motivi rischiosi, il religioso e il liturgico. Le Sacre scritture hanno animato i lavori della sua maturità. Nella pittura su muro ha dato sfogo alla sua gran passione disegnativa. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto, del mezzorilievo, del basso praticati con attenzione al grado di spessore di una figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che poi ritroveremo nella pratica ceramistica, dove, in collaborazione con Angelo Pisati fece entrare in gioco elementi diversi come la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura, una qualità più specifica che riporta il lavoro manuale alla grande dignità artigiana descritta da Diderot nella sua Enciclopedia.

 

“Occhio incantato”: Pittori e poeti a “PontediLegnoPoesia”

L’Occhio al Cesaris

Se la poesia è arte e l’arte è poesia, la mostra “Occhio incantato-tra immagine e parola”, ospitata da MirellaCultura nell’ambito delle manifestazioni collaterali all’ottava edizione di PontedilegnoPoesia, ne è la felice sintesi.
Opere di sette pittori e scultori (tutte rigorosamente di dimensioni contenute) e poesie di 24 autori sono collocate accanto una all’altra, in un incontro apparentemente senza una connessione diretta ma con il solo scopo di stimolare il visitatore attraverso la potenza dell’immagine e della parola, come recita il sottotitolo.
La mostra è ospitata nel foyer del Centro Congressi Mirella. Resterà aperta (ingresso libero) fino al 20 agosto, giornata conclusiva di PontedilegnoPoesia 2017.

I pittori:

G.Bornancini-M.Carantani-G.De Palos-G.Maesano-E.Palumbo-S.Presta-V.Tartarini.
I poeti: A.Anelli-L.Angiuli-M.C.Baroni-M.Brecciaroli-M.Capalbi-L.Cannillo-D.Cara-G.Colletti-F.Cruciani-A.Di Mineo-G.Langella-A.Magherini-G.Mastropasqua-D.Muti-E.Niada-A.Paganardi-A.Passarello-P.Pezzaglia-F.Piscitello-M.Rondi-P.Rossi-L.Sella-A.Simeone-A.Vaccaro.

 

 

Contrassegnato da tag , , ,

Guercilena e Marini, considerazioni all’estremo margine

claudia-marini-grovigli-2014-dittico-140×50-cm-collage-su-carta-copy.jpg

Molti artisti hanno occhio incline ad afferrare “particolari”, a riprendere effetti visivi, motivi; a personalizzarli con abilità artigiana e conferirgli diversa leggibilità o evidenza. Fa parte della libera dimensione delle procedure che svolgono un ruolo protagonista, divenendo forma, segno, messaggio. La tecnica espressiva è attualmente bendisposta a includere qualsiasi elemento, qualsiasi linguaggio.
In due mostre lodigiane – quella dei piccoli formati informali di Mariolina Guercilena e quella di Claudia Marini di ideazione applicativa (al tessile) come definirebbe Luciano Caramel, critico attento alle “esperienze edite-inedite”, proposte da Ambrogio Ferrari al Circolo Letterario di via Fanfulla a Lodi – il fruitore può individuare la presenza di “particolari” operativi che mettono da parte circostanziati procedimenti tecnici tradizionali.
L’iniziativa suggerisce una riflessione più ampia di quella riferita alle pareti: sulla presenza nell’arte del nostro tempo di tracce combinate da “espropriazioni” “appropriazioni” in questioni di invenzione e artificiosità.
Nell’eclettismo delle proposte frutto di impossessamento (assemblage, collage, rayogrammi, ecc.) può non prevalere la sola malizia. L’arte e la sua storia, sono fatte di “alchimie”. Il che,in qualche caso, può anche voler dire “furto” o “ruberia”, ma in altri casi, suggestione di un’ idea o di un dettaglio formale, ripresi e riproposti in varianti da costituire nuove immagini. A far arricciare il naso e ad attizzare perplessità sono le troppe visioni che oggi risultano procurate con tale tecnica manipolatoria di frammenti, residui, icone e che mutano il limite dell’informazione.
Ma se si teorizza che “l’arte si fa con tutto” (Lea Vergine), non si può chiudere fuori che anche procedimenti e procedure seguano la stessa stagione. Il prodotto è la prova della elasticità della mente umana, della sua capacità di dilatare le categorie o di creare nuove classi di esperienza. Il risultato dipende dalla cultura e dalla personalità dell’artista. Anche se la “contaminazione” rischia di adombrarsi per reazione elusiva e soggettiva (Gombrich, Sulla psicologia dell’arte decorativa, pp. 455).
Se col dettaglio di una “cosa” o di un dipinto altrui se ne costruisce uno proprio, di questo passo si va all’infinito.
Faceva notare Sebastiano Grasso come a un soggetto oggi si amalgamano agevolmente elementi della quotidianità, o della natura, o recuperati da altri soggetti. Esempio: “da un fumetto, un manifesto, un’insegna al neon, una visita ai grandi magazzini”. Risultato:”Da un lato si viene attratti da una immagine classica; dall’altro da un’icona popolare da supermercato”. Si può andare più oltre nel nome della attualità?

LA TERRA INQUIETA: Fare arte parlando di problemi

 La-Terra-Inquieta_-Exhibition-view-at-La-Triennale-di-Milano-2017-_xl-9-696x522

Abitiamo l’età della tecnica e ci proponiamo di salvare la natura, ma intanto dimentichiamo le sorti dell’uomo, non raccogliamo il grido lacerante di chi è intento a fuggire dalle tragedie della guerra e della fame.
Dobbiamo riconoscere che tutto ciò che nasce all’interno di scenari divaricanti, c’è una parte destinata, alla crudeltà degli egoismi individuali, sociali, nazionali ? Dobbiamo rassegnarci all’accusa di Silenio: stirpe miserabile ed effimera… perché costringi a dirti solo ciò che per te è vantaggioso?
Gli spazi della Triennale di Milano ospitano fino al 20 agosto prossimo una mostra di artisti egiziani, turchi, albanesi, iracheni, siriani, marocchini, eccetera, tutti con radici in territori inquieti e sofferenti, dove le parole guerra, odio, accanimento, paura, vergogna, colpa uniformano questo tipo di pensiero al linguaggio.
In tutto sono sessantacinque artisti e artiste messi insieme da Massimiliano Gioni che firmano installazioni, video, fotografie, materiali, mixage, texture, pitture con cui esplorano geografie reali e immaginarie. L’aspetto più importante e forse anche provocatorio della esposizione è di ricordare (ai fruitori e agli artisti) “che si può e deve fare arte anche per parlare e affrontare questioni di estrema urgenza e non solo per decorare salotti o spazi museali con oggetti costosi e inutili, come invece va davvero tanto di moda”.
La Terra Inquieta è una mostra che parla delle trasformazioni epocali che stanno segnando lo scenario globale, focalizzata in particolare sulla rappresentazione della migrazione e della crisi dei rifugiati. Ma fissa l’attenzione anche sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici.
Mentre i media e la cronaca ufficiale raccontano di guerre e rivoluzioni viste a distanza, vi sono autori che descrivono in prima persona il mondo da cui provengono. I loro lavori rivelano fiducia nell’arte di raccontare e trasformare il mondo. Dai risultati esposti alla Triennale emerge una concezione dell’arte visiva come reportage lirico, documentario sentimentale e come testimonianza viva e necessaria.
Naturalmente il “mosaico” ricostruisce anche le personalità artistiche degli autori. Impossibile citarli tutti, ci limitiamo a ricordarne alcuni: Liu Xlavdong, El Anatsni, Steve McQueen, Ivanov Pravdollub, Yto Barrada, Adel Abdesseme, Bouchra Khalili le cui opere sono tra quelle di più alto impatto visivo ed emozionale. Il loro è un racconto disuguale, vario, che aiuta a scandagliare realtà non piacevoli, in cui si ritrovano concentrate vicissitudini tragiche e umilianti. Narrano quello che spesso l’informazione nasconde, con note che spesso spiccano più di altre

La Terra Inquieta, a c. di Massimiliano Gioni, Milano, Triennale – Promossa da Fondazione Trussardi e Fondazione Triennale – Fino al 20 agosto. Info: http://www.Tfriennale.org
Contrassegnato da tag , , , , ,

Kamen n.51 : Paolo Febbraro, dignità intellettuale e disciplina critica

L’ultimo numero di Kamen’ – il 51° della serie iniziata più di un quarto di secolo fa – intitola la sezione poesia a Paolo Febbraro, cinquantenne poeta romano tra i più seguiti e allo stesso tempo apprezzato critico letterario, autore di accurate monografie e compilatore di affidabili antologie che aggiornano sui caratteri della poesia, sulle sue debolezze e sui suoi punti forza.
Gli interventi di Simone Zafferani e Caterina Arcangelo che la rivista di Amedeo Anelli destina a “partiture” e al “cantabile inquieto” di Febbraro, e ancor prima i “crediti” attribuiti da Daniela Marcheschi nel profilo su L’Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazioni in Italia”(Mursia, 2016, pp.309-316), oltre orientare nelle architetture dei versi, spingono a incuriosirsi della sua figura di critico dotato di una narrazione in cui creatività poetica e invenzione critica si combinano.
Se i componimenti (editi e inediti) su Kamen’ danno rilievo alla personalità del poeta, giudizi e valutazioni degli apparati chiamano in causa la dimensione intellettuale e di critico. I suoi libri e gli articoli su “Domenica” del “Sole24Ore” e “Il Manifesto”, offrono “un quadro sinottico ancorché parziale di quando si viene scrivendo in versi nell’Italia di oggi”. Individuano percorsi di “navigazione”, delineano caratteristiche e strategie del linguaggio, concentrano l’attenzione sul genere poetico, sottolineano l’importanza del contesto e delle figure retoriche che insieme all’argomentazione razionale e all’ inventiva contribuiscono a rafforzare l’intento espressivo, a far uscire ogni autore dalla fitta solitudine.
La critica quasi mai è grammaticale (o troppo attenta alla proprietà delle parole o alle regole della prosodia e simili), né strettamente storica ( da verificare insistentemente fonti e allusioni), ma diligente nel cogliere “curvature” e “dinamiche” con sguardo al futuro. Spinge ed estende i confini in tensione cognitiva, a l’interrogarsi sulla “responsabilità del fare poesia”. Con larghe campate anche di “internazionalità” scopre relazioni e parentele svelandone la forza e la varietà: i “legami” della lingua alla composizione, dell’esistenza all’esperienza, del convenzionale all’innovativo, del pensiero al sentimento, della contemplazione alla verifica, a tutto ciò che nella poesia prende corpo incatenato dalle parole.
Le parole sono colte senza concetti accessori, con impegno a dare evidenza ai segni significativi di distinzione. Esempio: in Oldani ai versi “esatti come sentenze” e al “compassionevole umorismo”; in Anelli al “nulla affoga nell’Io”; nella Marcheschi al “materialismo femminile”, all’ ”accordare la lingua all’oggetto e il corpo ai corpi”.

Anselmi, Bianchini, Borsotti, De Bernardi in Lunigiana

Dal 28 luglio al 15 agosto il suggestivo borgo di Bagnone in Val di Magra ospiterà Mostra Diffusa di Arte Contemporanea. L’esposizione è nata su un progetto culturale dell’amministrazione comunale, promosso in collaborazione con l’associazione Donne Di Luna e affidato alle cure del designer-pittore-vignettista e progettista in Architettura di interni Gianpiero Brunelli, titolare a Orio Litta dello Studio Art & Design.
Tradotta e perfezionata da Brunelli, l’idea dell’evento punta a dare visibilità a un gruppo selezionato di artisti in una cornice di bellezze architettoniche e naturali. Oltre a prendesi carico di far guardare dentro con profondità e rigore nella preziosa produzione di autori che fanno pittura e poesia insieme, l’iniziativa è rivolta a far conoscere e valorizzare le caratteristiche ambientali e naturali di Bagnone attraverso una proposta capace di rappresentare aspetti della vita stessa della natura e dell’uomo.
Distinta in sezioni, l’ esposizione offre al visitatore un percorso in grado di costituire uno snodo fondamentale: cogliere e commentare lo “stato dell’arte” contemporanea; e, spostandosi dall’arte al paesaggio, apprezzare le bellezze naturali e le peculiarità di questo borgo della Versilia.
L’evento si presenta strutturato in tre personali e una mostra collettiva sul tema: Trascendenze: Dialogo tra Arte e Spiritualià. Al Teatro Quartieri i visitatori potranno conoscere distintamente le opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini e del pittore analitico (recentemente scomparso) Enrico Garavaldi, sostenitore di Calderara. Nella chiesa del castello invece troverà proposti lavori di consolidata tematica sacra del santangiolino Luigi Bianchini e della sua compagna docente di disegno e storia dell’arte a Chignolo Po Monica Anselmi, del codognese Franco De Bernardi e del casalese Francesco Borsotti. Infine, nel foyer del Quartieri, infine, l’ allestimento è riservato all’opera a “quattro mani” di Bianchini e della Anselmi già presentata nel 2015 alla Biennale di Venezia.
”Arte in Borgo”,dice Brunelli, ideatore e curatore dell’evento, “propone linguaggi diversi, in un confronto che spazia tra pittura iconica, aniconica e “pittura pittura”, sostenuto da percorsi personali che i cinque hanno sedimentato in anni di intensa attività, volta non a raggiungere teorie effimere o pseudo concettuali, ma una propria nitida e inedita matrice espressiva.
L’esposizione conterrà complessivamente una settantina di opere e metterà a confronto una sorta di mappa di materiali e tecniche artistiche del “fare” offrendo elementi per riconoscere i singoli stili, le esperienze di riferimento, e far entrare dunque nei “mondi possibili” creati dai cinque autori. Tutti artisti conosciuti nei rispettivi territori, ma meritevoli di una attenzione ben più ampia. Nelle loro produzioni, la mimesis sembra non avere più autenticità: La loro arte presenta infatti una diversa consapevolezza: quella del “mistero” e della “materia”, dei segni dell’epoca e delle leggi del costruire e dell’esprimere, dove il gioco è affidato alla poetica del “fingere”, ovvero al “dar forma” attraverso invenzione, occasione, libertà, fantasia, manualità eccetera.

 

I LUOGHI DELLE MOSTRE: Teatro Quartieri : Spazio polifunzionale: Wind di Luigi Bianchini; Foyer: Landscapes di Monica Anslmi; Omaggio alla Biennale. Installazione dell’opera esposta alla Biennale di Venezia nel 2015 di Bianchini e Anselmi. Al piano primo: l’Arte è un Viaggio , esposizione permanente di Enrico Garavaldi. Chiesa del Castello:Trascendenze : dialogo tra Arte e spiritualità. Opere di Monica Anselmi, Luigi Bianchini, Francesco Borsotti e Franco De Bernardi . Le mostre saranno visitabili dal 28 Luglio al 15 Agosto nei giorni venerdì, sabato e domenica e il 14 e 15 agosto, con orario continuato dalle 18 alle 23.
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Ricordo di Bruna Weremeenco: nel vortice delle forme geometriche

 

Nell’opera di Bruna Weremeenco – già dalle prime esperienze fresche d’accademia e del debutto alla Laus, fino alle ultime frutto di esperta abilità – la pittrice scomparsa giorni fa all’età di 88 anni, rivela l’orientamento a stare lontana dai vizi intrinseci delle “sperimentazioni” e degli “aggiornamenti” lessicali.
Nella vasta composizione e scomposizione del suo universo ha scelto di legare ogni cosa a un’altra cosa in un continuo cercarsi di forme nello spazio, senza precipitare nelle correnti d’attrazione, che nella sua vasta produzione comunque esistono, se non altro come punto di riferimento e richiamo: Brera, il Liceo e l’Accademia, con gli elementi costruttivi che stabiliscono rapporti per associazione di cadenze; la discorsività e il dispositivo plastico di De Amicis; il colore poggiato alla forma in funzione della forma di Borra; la rilettura in chiave neocubista di Cantatore che rende evocativo il silenzio.
Oltre il naturale smarrimento procurato dalla sua uscita dalla scena artistica cittadina e territoriale, si avverte come doverosa una riflessione dei risultati artistici da lei lasciati. La Weremeenco non ha avuto una posizione aggregante o di trascinamento nell’arte locale; è stata però una protagonista attiva e discreta, soddisfatta più del proprio ruolo di insegnante e del consenso procurato dai suoi appuntamenti espositivi (ultimo quello curato da Arensi e Cremaschi per conto della Associazione Monsignor Quartieri). Su un piano più esteso, per oltre mezzo secolo ha però anche saputo mantenere l’ espressività lontana dalle disarmonie del quotidiano e dalle apprensioni del vivere contemporaneo. Non ha perciò tallonato le correnti artistiche che dalla metà del secolo scorso avevano preso a perseguire la “rottura” con l’arte del passato. La sua pittura si è sempre salvata dalle scosse profonde che agivano (anche localmente) all’interno della vita sociale e politica. Ha preferito praticare un percorso creativo meno cupo e accidentato, in comunicazione con la natura, sviluppando una pittura meno mendicante e senza sregolatezze, in grado di tenere insieme l’intenzione positiva dell’immagine e le evidenti suggestioni costruttiviste.
I critici hanno definita “post-cubista”. Quanto corrisponda a chiarire il suo linguaggio non sappiamo. La sua pittura è il risultato di una sintesi dinamica regolata da linee- forza personali, che permette un gioco ritmico minuto e intenso. La figurazione e il racconto sono conformati a costanti evocative e simboliste di contenuto assolutamente personale.
Riassunta nella sua fisionomia essenziale, senza nessuna soggezione alle regole della imitazione, la Weremeenco affida alla pittura uno stile costruito sulla insistenza della memoria e dell’ immaginazione, sulla ispirazione attorno a ricordi e suggestioni personali. La sua pittura “libera” nudi giovanili, volti anziani, icone chiese e sogni, paesaggi, cavalli, eccetera; soggetti emblematici che “girano” in una sorta di circolarità con le forme geometrizzate, lanciate da prospettive curvilinee che variano il motivo senza esaurirlo.
In molte delle opere è evidente la concordantia del comporre e dell’ordine, l’affidamento alle seduzioni del disegno. Compare finanche una maestria di formazione accademica. Passa soprattutto dalla figura femminile, che è forza predominante su altri soggetti. Il nudo è il denominatore della solidità plastica, la fonte di materia cromatica all’interno delle dinamiche. In forme imprigionate e castigate da variazioni e movimenti geometrici la Weremeenco manifesta una propria profondità meditativa, il desiderio di poesia, l’aspirazione a saldare i ricordi e la frattura fra arte e vita.

 

Francesco Borsotti, un bricolage autobiografico di organi interni

FRANCESCO BORSOTTI:
“Adamo ed Eva”, 2017

Quella che Francesco Borsotti ha messo in arte negli ultimi lavori destinati alla Wunderkammer di Winterthuruna (una sua mostra è prevista questo autunno con la ripresa della stagione espositiva) sono storie autobiografiche. Storie nate dalla associazione di immagini, da interventi che sono al contempo scelte di attenzione e di razionalità e frutto dell’inconscio. Nella pratica, risultati in cui l’artista di Casale fa convivere vigore concettuale, conoscenze di matrice diversa, pathos, un gusto esperto nella modellatura dei soggetti, vicende associate a un certo bricolage domestico e autobiografico.
Come tutte le storie autobiografiche anche le sue sono affidate a un percorso artistico interattivo, da cui la fantasia modifica la condizione vera da cui hanno preso il via. Passando dalla grafica al fumetto, dall’opera iconica all’immagine pubblicitaria o trasgressiva o polemica.
Non è il caso però di prendere seriamente tutto ciò che Borsotti prende e narra – un pezzo qua e un pezzo là, una citazione ebraica e una texture – facendosi aiutare da fotografi, ricamatrici, informatici eccetera a ricomporre brandelli che consentono di cogliere tracce e simboli del suo rapporto coi fatti, le partecipazioni, le situazioni eccetera.
L’ultimo di questi impegni è di segno sempre personale: parla di un suo immaginifico rapporto con i propri organi interni utilizzando gli esiti di radioscopie, risonanze magnetiche, encefalogrammi, elettrocardio, elettroforesi eccetera.
Esprimere se stessi anche nelle parti più nascoste non è stato solo un vezzo del romanticismo diffuso dall’illuminismo e dall’idea moderna. E’ una pratica largamente diffusa ancora oggi, considerato il secolo della scienza, nell’arte contemporanea. Con estremo rigore nell’espressione e nella esecuzione Borsotti intuisce e architetta, dà significato e lettura metaforica ai tanti segni che la ricerca medico-scientifica utilizza.
Non sempre nelle esperienze eterogenee si può abbinare il significato introspettivo o mentale. Anche perché immaginare e sviluppare ecc. è parte del lavoro creativo di un artista. L’elemento iconico, di cui Borsotti è ben provvisto, di là dal rappresentare un segno visivo del vero vissuto, quando rincorre altri significati simbolici conferisce personificazione alla fantasia e si avvicina alla letteratura.
Nelle radiografie (artisticamente sistemate) si incontrano memoria, rilettura, testimonianza, scelte grafiche ed espressive, simboli mediatici che fanno riandare a componenti

FRANCESCO BORSOTTI
“lLIQUIDI ORGANICI”, 2017

pensabili e verosimili.
Borsotti è uno dei maggiori artisti del lodigiano, fa dell’arte visiva una elaborazione concettuale, dove ogni particolare prende il proprio significato dalla relazione con un’altra presenza. L’unico ad avvalersi di un vastissimo repertorio di immagini e di codici rappresentativi che integra alla struttura con personale concezione tecnica e che spesso costituiscono una “sfida”.
Dopo la mostra dello scorso anno l’artista è stato nuovamente contattato per una esposizione d’autunno alla Wunderkammer, galleria di Winterthur, città svizzera del Cantone di Zurigo. Se ne riparlerà.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,

KAMEN N.51 : Il giornalismo d’arte di Dino Terra

Personalmente ho conosciuto Armando Simonetti (alias Dino Terra) alla redazione milanese dell’Avanti, quando aveva ormai brillantemente valicato i settanta ed io ero poco più che un trentenne. Terra era salito da Lucca per incontrare Aldo Lualdi, antifascista, storico e scrittore come lui, che come lui coltivava interessi per l’arte ed era, dell’edizione milanese, redattore oltre  far parte del Consiglio dell’Ordine Giornalisti della Lombardia. Nel dopoguerra Terra aveva ri-fondato l’Avanti e con Lualdi aveva in agenda d’incontrare “da Renzo” Franco Passoni (critico del giornale). Renzo era il gallerista di piazza Cavour, figura carismatica nel mondo artistico milanese.
Ho goduto per conto mio che Kamen’ (n.51, giugno 2017) lo abbia “ripescato”  riaccendendo l’attenzione sui suoi meriti dopo oltre una ventina d’anni dalla morte del 1995; introdotto da una nota di Amedeo Anelli che ne rileva la chiarezza di scrittura in arte (e non solo ) è documentato grazie un gruppo di articoli ripresi dal quotidiani romano “Il Tevere” nato sulle ceneri del Corriere italiano, chiuso dopo il delitto Matteotti,  che danno luce al raggiunto “punto di equilibrio fra descrizione e argomentazione” e alla sua “ messa in comune di significati, di valori, di pensieri” eccetera.
Terra fu scrittore, drammaturgo, critico d’arte e pittore egli stesso. Intellettuale dinamico si votò presto all’idea di “una nuova cultura”; fu amico di Chiaromonte e Moravia e, prima ancora di Paladini, Levi, De Chirico e Gramsci. Equipaggiato di estro e cultura si impose ancor giovane all’attenzione mettendo al centro di molti suoi lavori letterari le inquietudini e le contraddizioni dell’uomo moderno davanti a sé stesso e alla storia. Come peraltro documentano i molti interventi di Daniela Marcheschi, pilastro della redazione di Kamen’, che in questi anni ha scritto parecchio su di lui, e in particolare: “Letteratura e giornalismo” (Marsilio, Venezia, 2017), prefando “Ioni” e ”La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario e artistico del ‘900”.
Il numero di Kamen’ fresco di stampa riprende di Terra Esposizione d’Arte italiana a Ginevra;Visita a De Pisis; Mostra di Arturo Martini a Milano; Un architetto romano. Piacentini sulla bilancia. Sono articoli che suggeriscono a Anelli spunti valutativi per rimarcare la preparazione culturale e intellettuale dell’autore, definito “uomo enciclopedico, con cognizioni di prima mano dei maggiori fermenti della cultura nazionale ed europea”, dotato di “robusta conoscenza della letteratura e delle arti oltre che delle scienze dell’uomo, dalla medicina all’antropologia ai sorgenti movimenti psicoanalitici”.
Nel fare prosa d’arte, Terra “informa e allo stesso momento “educa e discrimina valorialmente”, argomenta e impronta; mette al servizio un unicum” che oggi ha pochi conseguenti nel giornalismo, da cui “è quasi sparito un approfondito dibattito di idee, di concezioni e competenze”.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , ,