Franco De Bernardi, antologica a Bagnone (MC)

Franco De Bernardi:
“Curve nel tempo”,
50×58, 2007, su vetro

I racconti di un linguaggio e quelli di un’esistenza e di una carriera artistica si fondono e mescolano nella antologica che da venerdì 13 luglio fino al successivo 5 agosto trova allestimento nelle storiche sale di Bagnone, uno dei più bei borghi della Toscana in provincia di Massa Carrara, dove il codognese Franco De Bernardi riassume, in una mostra resa possibile dall’interessamento dell’architetto lodigiano Gianpiero Brunelli (anche lui pittore, designer,vignettista e scrittore) i percorsi di una cinquantennale produzione, ponendo particolare attenzione a forme, tecniche e procedure, in cui materialità e immaterialità, luci e ombre, bianco e nero lavorate su vetro realizzano effetti plastici e di massa di decisa suggestione e coinvolgimento attraverso forme e contrasti nel rapporto iconico-aniconico.
Con tecniche originali e impervie De Bernardi ha raggiunto livelli di alta identità artistica e professionale che nella mostra in apertura possono suggerire proiezioni “teologiche” e fantasmatiche, avendo l’artista conservato il significato del lavoro da assumere nelle sue opere assume una vitalità energetica mentale.
Disponendo materia sulla materia, seguendo una tecnica informale e con interventi su entrambe le parti della lastra, l’artista procura “effetti di prospettivismo e di assorbenza e luminosità” che in definitiva aggiungono forte rilievo plastico”. Le applicazioni del bianco introducono simboli forti ed essenziali: la luce divina, la luce primordiale, la luce dei tempi, la vita e la morte; ma non mancano le opacità, i bianchi e i bruni che spingono verso simbolismi diversi, di richiamano al paesaggio, alla natura, alle stagioni, al tempo e che portano in superficie un mondo sotterraneo, sepolto e sottinteso, a momenti anche favoloso.
Le tempere in esposizione snodano un percorso che nelle sue sezioni punta a conferire una percezione di forma-luce (già colta da critici attenti quali Amedeo Anelli e Anna Coiro) oltre ad altri risvolti enigmatici introdotti dall’incessante ricerca che lega l’artista all’osservazione attraverso la costruzione materiale e delle idee.
Colori ad acqua, sale e colla “tirati”, tamponati, addizionati e tolti su basi vetrose creano una mimesi non solo fisica, giocano con paesaggi ipotetici, tempi geologici e percorsi simbolici. De Bernardi incastra nella sua ricerca – una ricerca che è il prodotto di circostanziati procedimenti (e decostruzioni) – che va dalla rappresentazione di immagini cosmiche ai piani virtuosi dei grigi e dei neri, all’introduzione della luce attraverso il colore bianco – crea una pittura irripetibile, giocata sui contrasti, composta plasticamente, in controtendenza con le post-avanguardie del contemporaneo, e nello stesso tempo gustabile oltre che per l’informalità per un certo ritorno all’ordine che si definisce nei profili e nei contorni e più in la nelle titolazioni dei lavori: Era, Sinopia, Artico, Iceber, Collegamento, Galaverna, Trasfigurazione, Fonte, Disgregazione, Curve nel tempo, Dinamismo eccetera.
Quello tracciato è un modo “turneriano” che supera però i confini della mera tradizione figurale e che a Bagnone addensa le sale dell’esposizione di una perfezione silenziosa, in cui rivela una esperienza totale che ha al centro il colore e la materia, l’esplorazione tecnica e la definizione (l’idea).

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Giuseppe Novello, l’ “aucatt” pittore del Convivio Bagutta di Milano

Giuseppe NOVELLO 1Potrà suonare strano, ma può succedere, succede, magari in coincidenza di una ricorrenza o di un anniversario che anche noi lodigiani, sempre un po’ distratti dall’invadente spettacolarizzazione della cultura e dell’arte, si torni a parlare (scrivere) di qualche compaesano un tempo popolare e stimato, poi messo prontamente nell’ombra (non dal proprio campanile, ma dal territorio sì) quale appunto Giuseppe Novello, pittore di buona famiglia come si diceva una volta, o anche borghese quando giunsero tempi ideologizzanti, in realtà per dire la stessa cosa, del quale ricorrono i trent’anni della scomparsa. L’occasione è rinfrancata sta’ volta almeno dalla generosità dei donatori di sangue di Codogno che hanno arricchito la Raccolta Lamberti di due oli del pittore, Nei pressi di Codogno e L’articolo, due impressioni che non sarebbero dispiaciute a Zavattini per la loro possibilità o intenzione di verità, di doverli penetrare per conoscerli meglio.

L’aucatt, come preferiva chiamarlo chi, negli ambienti milanesi e in quelli di casa non era ben disposto a riconoscergli qualità proprie di pittore pur sapendo che Novello era stato allievo dell’Alciati a Brera e aveva arricchito il linguaggio di base col piemontese De Amicis, il milanese Moro e il varesotto De Rocchi; e che l’aveva poi accresciuto in amicizia con Bucci, Vellani Marchi e Steffenini fondatori con lui, Bacchelli e Vergani dello storico “Bagutta”, nei novanta anni di vita ha dipinto molto, dedicandone almeno una settantina a consolidare la consapevolezza della propria vocazione pittorica, tradotta in chiave di naturalismo essenzialmente illustrativo in cui si rinvengono meditati valori compositivi e di tono.
Ha dipinto e disegnato molto il “nipotino” di Antonio Belloni (un altro bravo pittore lodigiano dimenticato), discostandosi solo di rado da una tessitura tonale compatta, di impatto serrato e sintetico, lasciando al destino della storia le forzature polemiche che, a partire dagli anni Cinquanta, presero a inferocire l’ambiente artistico milanese, dove aveva in Foro Buonaparte il proprio studio.
A trent’anni esatti dalla morte, c’è poco da aggiungere alla iconografia di Novello, se non nei significati narrativi della sua pittura. Anche se pare ovvio dover richiamare istituzioni, enti locali, banche e fondazioni solerti nel sostenere e a impachettare mostre di facciata, che un “omaggio” al pittore della Bassa potrebbero almeno immaginarselo.
Novello mise in pittura il mondo della borghesia, quella “perbene”, con le sue tradizioni, ambizioni, tic, costumi, e quella agraria e “fittavola”, con le sue “fedeltà” al sintetismo e al simbolismo della campagna, di cui fu un arguto custode.
Ritratti, interni casalinghi, campi, orti, cascine, rogge, strade, ambienti, personaggi raffigurati in oli, disegni, vignette con le ovvie distinzioni che un pittore di garbo sa evidenziare, catturarono consensi tra i maggiori scrittori e critici del suo tempo: Piovene, Vergani, Valsecchi, Borghese, Montanelli, Bevilacqua, Ojetti, Cavallari, De Grada, Guareschi, Soldati, Biasion, Baldacci, Buzzati, Staiano…che hanno offerto un elenco interminabile di crediti e colte considerazioni (letterarie ed estetiche), a cui hanno fatto sponda firme lodigiane: da Giuseppe De Carli a Emilio Gnocchi, da Pino Pagani a Luigi Albertini, eccetera.
Le mostre di Novello sul territorio si contano su una mano: principali quelle di Codogno (1971) in occasione della benemerenza attribuitagli da quel Comune e l’antologica (1986) al Museo Civico di Lodi presentata da Gian Alberto Dell’Acqua. Morì due anni dopo. La Provincia di Milano gli dedicò una antologica a Palazzo Isimbardi curata da Giuseppe De Carli. L’anno successivo la Pro Loco di Codogno diede alle stampe La nostra Bassa in cui. Mario Monteverdi, critico, storico dell’arte e scrittore traccia una immagine convincente dell’artista, poeta di un mondo “destinato a scomparire tra i fumi, i vapori, i veleni”, di ciò che “abbiamo battezzato progresso”. “La favolosa campagna della Bassa ci svela tutti i suoi segreti attraverso codesto suo interprete che non si limita a raccontarcela, ma ci porta, coi suoi quadri, a possederla in un casto amplesso”.

 

KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ

Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

“Persistenze”: I cinque di Milano per i 20 anni di Naturarte

“I cinque di Milano”: (Renato Galbusera, Maria Jainnelli, Antonio Miano, Pino Di Gennaro, Claudio Zanini) in una foto storica.

Nel suo percorso ultraventennale, Naturarte ha conosciuto saliscendi qualitativi che rendono difficile far quadrare i conti. Una cosa sola è certa: nella sua camminata ritmata dal paesaggio, non sono mancate prove di artisti con la cultura del tempo, che hanno aiutato la lettura della cronistoria del contemporaneo. Tra queste sono senz’altro quelle di Renato Galbusera e di Maria Jannelli, due veterani di Naturarte, presenti in quasi tutte le edizioni con mostre tematiche personali, sia di gruppo (con Pino Di Gennaro, Antonio Miano e Claudio Zanini ), sia all’interno di formazioni collettive, che con la consapevolezza delle loro scelte hanno stimolato la riflessione contro certa panoplia extra-artistica diffusa.
Galbusera e Jannelli si presentano ora con i tre colleghi di “Atelier” (operativo dal 1982 con la mostra “5 di cinque” a Cascina Roma a San Donato Milanese e successivamente a Milano, ma protagonista anche di una esposizione di successo all’ex-Soave di Codogno e alll’ex-chiesa di San Cristoforo a Lodi) allo Spazio Bpm Tiziano Zalli in via Polenghi Lombardo, in una esposizione curata da Mario Quadraroli: tre sale “introduttive”, che raccontano lavori di un ventennio; una sezione di grafica e una istallazione sul tema della natura dedicata ai 20 anni di Naturarte; cinque box esclusivi riservati ai singoli autori (“il segno e la materia nelle opere di Pino Di Gennaro, il racconto e la memoria nelle carte di Renato Galbusera, il reale e l’immaginario nelle opere di Maria Jannelli, il volto della Storia nei ritratti di Antonio Miano, la forma poetica del colore nelle opere di Claudio Zanini”) e una sezione collettiva dedicata agli animali. Dopo trentacinque anni di attività “Atelier” è un gruppo che ha ancora molto da dire, formato da artisti consapevoli della tradizione cui appartengono, ma anche fieri di far udire la propria voce esclusiva e attuale; che dispongono tutti di capacità di approfondimento, di sguardo critico e di un linguaggio riformato; intellettuali che come tali aspirano a un ruolo “politico” e, col loro mettersi insieme, propongono una forma di “resistenza” rispetto al flusso delle mode e del mercato.
Attento ai percorsi della storia, Galbusera elabora una pittura di spessore, colta, di memorie intessute da vicende. Conferma quel che si conosce già di lui: una conoscenza pittorica importante, tradotta con tecnica mista su carta intelata, tela e mixaggi di pittura e fotografia…Vi si ritrovano con il disegno regola base della tecnica espressiva, esperienza, conoscenza, scelta e mestiere. La mostra conferma un autore coerente, realista, controcorrente, consegnato a un chiaroscuro moderno in cui si coglie la novità compositiva e insieme l’eco della tradizione.
Su una linea poetica muove la moglie, la Jannelli, con forme figurative diverse per sensibilità tematica. I suoi dipinti muovono da ragioni formali confidenziali e private. Ne risulta una immagine calda, femminile nelle attenzioni, meticolosa, ma di intensità fantastica. Le rifiniture a matita, il dettaglio, aiutano la Jannelli a non cedere alla tentazione della pittura-oggetto. Nel ritratto diretto o frontale, come nelle decontestualizzazioni, opacità e realismo essenziale proiettano in dimensione simbolico-allegorica, in cui libertà e forma contribuiscono a evocare l’uomo, la vita e la natura.
Il quadro espositivo è partecipato in modo non da “fingitore” (per usare un termine di Pessoa riservato ai poeti), dallo scultore Pino Di Gennaro. Presenta una serie storica di lavori di grande manipolazione e raffinatezza, in cui sono mescolate materie diverse. I pensieri sottili suggeriti riportano a problemi di impegno deciso, attraverso avvicendamenti che traducono relazione e interpretazione
L’esposizione trova compimento infine con una serie di ritratti dipinti da Antonio Miano, autore di segno scattante che coglie con sguardo controllato e sensibilità espressionista. Miano ha sempre coniugato ricerca artistica e impegno sociale, occupandosi anche di illustrazione. Il che da spiegazione a certe soluzioni, anche se nella sua opera di ritrattista la critica più attenta ha saputo vedervi segni di “mitologia contemporanea”. A sua volta, il triestino Claudio Zanini è autore di suggestive trasparenze, fatte di chiarezza e luminosità, che sembrano volerci far entrare in “mondi possibili”, dove geometrismo e costruttivismo costituiscono una sorta di “resistenza” rispetto al flusso dell’arte attualista.

 

PERSISTENZE, 21 giugno/15 luglio 2018 Bipielle Arte Via Polenghi Lombardo-Spazio Tiziano Zalli – Lodi

da martedi a venerdi dalle ore 16,00 alle 19,00; sabato, domenica e festivi dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle ore 16,00 alle 19,00; Info: http://www.bipiellearte.itbipiellearte@fondazionebipielle.it – tel. 0371 580351

ALBERTO POLLINI, MEZZO SECOLO DI PITTURA

Settantacinquenne, di Graffignana, Alberto Pollini è un pittore di cui si è forse parlato in modo abbozzato e incompleto. Preferendogli tanti che non andavano in là più di lui.

Senza essere né vivace né arrogante, è riuscito in ogni caso a richiamare l’attenzione del territorio sulla sua operosità di artista: con l’attività didattica alla Scuola Borgognone; con la pratica di diverse tecniche espressive, la pittura e il restauro, l’affresco e l’arte iconica; coi procedimenti e gli sviluppi adottati, a volte convenzionali, intesi a compendiare aspetti caratterizzati da stili; talvolta gradevolmente decorativi; in qualche caso complicati da richiedere appropriatezza tecnica e relazionale per precisare particolari, incastri, prospettive, assonometrie, componenti costruttive, astrazioni …
Sulla scena da decenni, la pittura di Pollini ha raccolto gradimento coi restauri al Castello Bolognini di Sant’Angelo e gli affreschi alla Chiesa degli Artisti a Lodi, facendosi notare alle iniziative del Museo di Arte Sacra della Cattedrale di Lodi, in almeno tre edizioni della Oldrado da Ponte e in diverse personali, le maggiori a Palazzo Rho di Borghetto Lodigiano e al Parco Tecnologico Padano.
Alla consuetudine di una pittura descrittiva, Pollini ha aggiunto da qualche tempo una pittura d’effetto cromatico. “Euritmica” come la definisce, costruita sul movimento, praticata coi colori acrilici non su tela ma su un tessuto industriale di rivestimento, l’ alcantara, conosciuto lavorando in un’azienda che lo produceva. Gli esiti lo hanno incoraggiato a mettere da parte (non del tutto) la pittura ad olio e ad approfondire l’uso dell’acrilico, sostituendole nature morte e i cavalli coi giochi di colori e i segni.
«Parto sempre da una terna di colori primari, poi, man mano che procedo verso la periferia del dipinto, li mescolo seguendo il mio istinto. Per stendere utilizzo anche i piedi: è un modo per dare ai miei lavori un’impronta personale, nel senso letterale del termine».
Fugace nella composizione, egli passa dall’astrarre al comporre. Svelando un’ animo scintillante, flessibile, capace di mille accensioni e nei momenti più felici di trasmettere insieme a forme e invenzioni, umori e segni con una loro carica. La definizione di pittura “euritmica” non è impropria, sempre che non la si intenda riferita a principi esoterici e steineriani.
Pollini compendia forme, linee, segni assolutamente“liberi”, altre volte esatti, geometrici, da far pensare a qualche metodo progettuale, a motivi di design o di styling.
C’è chi vi ha visto “simboli propiziatori intonati ai ritmi della vita”. A noi sembra poter cogliere una disposizione e proporzione di forme non leggi archetipe; una interpretazione sciolta, con cui sono tradotti impulsi di tipo immaginario, emozionale e inventivo.

 

 

ARTE e VINO A MALEO

In questa stagione sono diverse le mostre di Arte e Vino inaugurate in diverse parti d’Italia che riesce difficile reggerne il conto. Anche da noi, a Maleo, ne viene proposta una chiamata “Cibo in vista”. Da dettaglio “accessorio” l’incontro con l’arte si è fatto quest’anno elemento prevalente, anche se si può replicare che pure il cibo “è un’arte”. Un’arte del manipolare i prodotti della natura.I futuristi in Italia e i dadaisti in Svizzera, Francia e Germania diedero per primi luogo a situazioni “nuove” in cui coinvolsero il pubblico. Allora erano gli artisti a guidare il gioco, a confondere i confini tra produzione estetica e intrattenimento (cagnaresco), oggi è la competizione presente nel mercato. Fine del pistolotto.

Coloro che negli ultimi decenni hanno avuto modo di frequentare a Milano la galleria Ponte Rosso di Orlando Consonni e attualmente condotta dal figlio Alessandro, non troveranno certo a Villa Trecchi di Maleo, dov’è in corso una ricca “proposta” di opere rigorosamente figurali di artisti che appartengono correntemente al repertorio della galleria, un qualche elemento o indicazione che non sia già loro nota: la minuziosa tecnica di rappresentazione e l’indiscussa maestria del dipingere che è stata di Gino Moro, Luigi Brambati, Attilio Rossi, Giuseppe Novello, Giuseppe Motti, Piero Giunni, Trento Longaretti, Carlo Della Zorza, Mario Vellani Marchi, Silvio Consadori, Vito Melotti, e oggi lo è di Adelio Galimberrti, Vittorio Emanuele, Giancarlo Perelli Cippo, Carlo Sciancalepore (quest’ultimo presente con una piccola personale). Un nucleo di pittori noti ai lodigiani e ai sudmilanesi, proposti in diverse occasioni a Lodi, Codogno, Melegnano, San Donato Milanese.

La riproposta – stavolta all’interno della rassegna vinicola di Maleo -, può offrire di conseguenza semplicemente una “sintesi” della consonanza della loro arte con i contenuti di sensibilità, di tecnica e di gusto espressi dall’avventura del Novecento, dal momento storico e dalle sue discipline, dalle sue passioni, dalla individuazione di piccole cose e nei salotti di una intimità lirica, di una composta e raffinata esternazione del simbolo.
La mostra è un racconto fatto di variabilità e dialettica, di incontri fra i soggetti, l’io, le stagioni, le varianti formali che possono essere anche culturali, il modo che colui che dice io collega al passato: al materiale, ordinarlo, collegarlo, adattarlo alla propria scuola o all’accademia, accendendo consolidate dialettiche oggi dimenticate (naturalismo e realismo, immaginazione e razionalità, superamento e ritorno all’ordine).
Senza imprevisti né variazioni laterali (presenti in alcuni “maestri”) la collettiva esperisce una raccolta pervasa dal sentimento, in cui è evidente la predilezione dei pittori per modelli espressivi che nella società contemporanea possono accusare una certa stanchezza.
A Villa Trecchi si possono incontrare veri esempi di pittura costruita e di poesia, ma soprattutto si coglie una sensazione di nostalgia. Da richiamare l’ultima tarsia che il medico-scrittore novarese Eugenio Borgna ha dedicato (alla nostalgia): ci sono nostalgie che fanno vivere, nostalgie che nutrono di gioia e altre di mestizia. Soprattutto ci sono “nostalgie che non si cancellano nel corso del tempo e nostalgie labili ed effimere”. Ovviamente non è per tutti gli artisti in mostra.

 

Amedeo Anelli nel Delta del Po / Memoria per Giorgio Mazzon

Giorgio Mazzon (1848-2017) è un artista-poeta veneto rimasto pressoché inesplorato lontano dal Delta del Po, poco conosciuto dal grande pubblico fuori dal territorio, ma noto per le sue sculture in legno levigato dal Po e reti punto di riferimento di tanti artisti tra Chioggia, Ravenna e Rovigo.

Pittore, scultore, incisore, decoratore, fotografo, scenografo, organizzatore teatrale è stato un personaggio “raro”, che ha avuto il coraggio di trasformare il proprio studio di artista e parte della propria abitazione in una sorta di atelier aperto a tutte le esperienze dell’arte, della letteratura e della musica, inanellando parole, immagini, versi, note, caratteri, mescolandoli coi colori del Po.

Il Ponte del Sale, una associazione rodigina per la poesia e lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale, ha raccolto in un elegante volume, a cura della famiglia di Mazzon, una serie di fotografie di Giorgio Mazzon che lo scrittore Danilo Santoni si è peritato di far commentare a poeti e testimoniare da interventi di amici e letterati, realizzando un interessante e prezioso “omaggio” all’artista scomparso testimoniando l’azione e l’attività del “maestro” attraverso suoi scatti, riportando però anche l’attenzione del lettore sull’amatissimo Polesine, una terra fra le acque la cui storia si perde nella narrazione e nella mitologia.

“In calmissima luce”,è un volume di una novantina di pagine, di cui la metà almeno è consegnato alle immagini “fermate” da Mazzon; in caratteri Garamond, su carta Fedigroni Century Cotton Wove Premium White dalla Grafica Atrestina. raccoglie straordinarie suggestioni documentarie in b/n di una terra intensa per contenuti e ispirazioni.

Le immagini di Rosolina e del Parco del Delta del Po e dei circostanti luoghi intrecciati da canali e canneti che animano per una decina di chilometri le seducenti acque delle valli e del mare Adriatico sono introdotte da una poesia di Amedeo Anelli: “In Memoriam”, in cui il poeta lodigiano risolve un canto sobrio, liscio, in cui si coglie una semplificazione (per evitare sia l’ affabulazione sia gli addobbi) e il ricordo del maestro è trasferito in un approccio alla terra polesina, colta non come un acquarello (magari turistico) ma un qualcosa che restaura rapporti attraverso il continuo di cielo, acqua, nebbie e zolle.

La composizione del cogonese richiama infatti il legame terrigno tra gli abitanti del Basso Alaudense e i “fratelli di quelli della foce”, pur senza avere di questi lo sbocco. Coglie di entrambi la presenza di magnetismi e suggestioni, quel “qualcosa” di comune che li nutre:…fra le reti qualcosa passa, qualcosa resta/ qualcosa nutre nell’umida terra: la vena d’argilla…”.Il Po che attraversa il basso lodigiano e quello del Delta offre al poeta come già all’artista un elementi di comunanza, dati dalla ”continua immersione”. Che peraltro si può afferrare anche nelle liriche di Luigi Bressan, Loredana Bogliun, Luciano Caniato, Nando Celin, Maurizio Casagrande, Andrea Longeva, Gabriela Fantato, Marco Munari, Ivo Prandin, Gianni Sparapan eccetera.

IL LIBRO: In calmissima luce- Con Giorgio Mazzon nel Delta del Po – Fotografie di Giorgio Mazzon – Elaborazione delle immagini di Danilo Sartoni – Ed. Il Ponte del Sale Assoc. Per la Poesia, Rovigo. – pagg. 94 – maggio, 2018 – €.24

 

 

Gianmaria Bellocchio: “Succede. Vivendo”

 

Gianmaria Bellocchio intervista Patrizia Foglia

Scrittori si nasce?”, si chiede Andrea Maietti prefando nel risvolto di copertina Succede Vivendo, “memorie discrete” di Gianmaria Bellocchio. E trova risposta in Daniel Defoe: “Certamente lo si può diventare. Daniel Defoe scrisse il suo primo romanzo a sessantun anni. Prima aveva vissuto nella distrazione di varie attività…Bellocchio ha più o meno l’età di Defoe al suo primo libro. Non è mai troppo tardi”.

Ma “perché?” si scrive e si stampa. E’ una domanda che si fanno parecchi in un Paese dove, è risaputo, si legge poco, anzi pochissimo, e le librerie fanno vita grama. Se lo chiede lo stesso Bellocchio nelle prime righe del suo libro d’esordio: per lasciare un segno di se, per mostrare “la propria passione per le lettere”, per far emergere pensieri, ricordi, affetti, nostalgie.

Le risposte del perché si scrive possono essere molte, da farci capire quanto sia importante scrivere, alimentare la ricchezza del nostro immaginario profondo: si scrive perché si ha molto/poco da raccontare; per passatempo, convenzione, abitudine; per capacità affabulatoria, perché è facile o tale lo si ritiene; perché si ama farsi leggere/conoscere, per gusto, per ottenere recensioni, per il piacere della mente; per comunicare, testimoniare, rivelare cose nascoste che senza il palombaro della scrittura rimarrebbero nel mare dell’inconscio; perché un libro è sempre/quasi una “terapia”; per l’impulso significativo delle parole e altre cose ancora.

Perché Bellocchio si sia lanciato nell’avventura di “Succede-Vivendo” , una sorta di “frullato” diaristico, il lettore lo scopre passo a passo dalla lettura delle settantina di pagine date dall’autore alle stampe nel proprio sessantacinquesimo compleanno e dedicate al figlio Matteo da un anno sposo di Eleonora. Un omaggio da padre a figlio che rende conto del significato profondo e anche no, delle cose che capitano agli uomini e che aiutano a comprendere, con un pizzico di umorismo e di “leggerezza”, qualità che a dare retta a Galileo, al di la della fisicità, a seconda della propria gradazione tonale e intensità di trasparenza, contiene nella sua incorporea sostanza tutte le cose, le idee e i sentimenti. Sottintende perciò in chi scrive semplicità, chiarezza di pensiero, moderazione, sobrietà, capacità di valutare le cose della vita.

Succede.Vivendo è un testo sorretto dal soffio vitale dei ricordi che ha il sostegno di una virtù: la leggerezza capace di ingentilire, rasserenare e magari rallegrare con l’ironia delle insorgenze quotidiane. Per vivere con leggerezza, sembra volerci dire Bellocchio, ci vuole ironia. “Talvolta – coglie Maietti – si ha l’impressione che non è lui a cercare l’umorismo, ma piuttosto l’umorismo a trovare in lui un immediato vivace interprete”.

Le parole di cui Bellocchio si avvale non sono quelle della narrativa corrente, sono parole semplici, segni distinguibili di sentimenti e anche di idee. Del diario personale traducono flashback, pensieri, esperienze, giudizi che l’autore “stende” di fronte al lettore. Ma nella loro semplicità comunicativa rimandano a qualcosa che a volte è più profondo di ciò che possono indicare.

Aldo Caserini

IL LIBRO : Succede. Vivendo. Memorie discrete di Gianmaria Bellocchio. Stampato in 200 copie dalla Coop. Sollecitudo di Lodi. s.i.p.

De Lorenzi e Amoriello, madre e figlia, l’arte di due

ELENA AMORIELLO
L’ultima cometa

Se memoria non tradisce, una quindicina d’anni fa, commentando una mostra di coppie d’artisti Elena Pontiggia, Lea Mattarella (critica de La Repubblica, nipote del Presidente Mattarella, morta lo scorso gennaio) e Tulliola Sparagli giurarono all’ unisono che la conoscenza in pittura è soprattutto comparazione e che l’arte ha spesso bisogno del confronto per un maggior arricchimento. La mostra di Loredana De Lorenzi e di Elena Amoriello allo spazio Bipielle Arte, che proseguirà fino al 15 aprile, può esserne una prova. Approfondimenti in tal senso sono stati affidati all’intervento di Matilde Romito, dirigente dei beni culturali di Salerno che ebbe già occasione di presentare l’opera della De Lorenzi e che sarà, accompagnata dalle voci recitanti di Vanda Bruttomesso e Giovanni Amoriello.
L’esposizione lodigiana conferma che ci troviamo di fronte a due mondi differenti, che costruiscono il proprio Io su archetipi diversi, su culture linguaggi e tempi storici diversi, anche se nella personale dinamica intellettuale ed emotiva sentimenti e riflessioni si tengono compagnia e si scambiano peccatucci operativi.Le convergenze annunciate sono più nel titolo; trattandosi di allestimenti “antologici” qualche seduzione si può incontrare nei compiacimenti retorici o nei birignao estetizzanti. Non può dimenticarsi però che la personalità delle due ha una “edificazione” temporale di matrice disuguale: di reputazione didattica la De Lorenzi, laureata con una tesi su Lucio Fontana e corsi a Urbino l’Amoriello.
Se si vogliono cogliere “convergenze” perciò, ci si deve rimettere più alla sicurezza che entrambe portano nelle rispettive capacità tecnico-espressive che viene dal dedicarsi a materiali, procedimenti e sperimentazioni, dal riservare al rapporto arte-tecnica una attenzione che spesso trasforma i risultati da oggetti di contemplazione a oggetti di partecipazione.
Quanto esperta sia la De Lorenzi nel fare ricorso ai materiali per procurare fatture eleganti ed emotive e quanto sicura Elena Amoriello nel dare vita a cosmogonie mescolando paste e metalli lo dice assai bene la mostra. Nella De Lorenzi prevale il senso della meraviglia per la natura. I “decori” suggeriscono emozioni, sono eleganti, evocano un giusto grado di poesia. In essi si scorge una abilità d’ artiere, una capacità di produrre arte rimanendo al confine fra figurativo e non, fra tema e spazio spirituale. L’artista “legge” figure e forme della natura e del corpo, richiamando a volte le suggestioni del mito che vi intrecciano. Lo fa attraverso materiali, il metodo preparatorio, la tecnica di manipolazione, servendo il risultato di atmosfere ossidanti.
I lavori dell’Amoriello sono sorretti da un equilibrio di sensibilità cromatica e di temperatura poetica; solidi tra ambiguità figurale e astrazione, orchestrati su varianti, evocativi nelle forme e nel segno. Riferiscono metodo, procedimento, sapere tecnico, applicazione aperta alla sperimentazione, alle trasformazioni di un linguaggio legato al rigore operativo, dove il sapere manuale è al tempo stesso verifica linguistica e poesia.

 

Querques e Marchesi, sintesi di una mostra

Ai primi di aprile, all’ex chiesetta dell’Angelo a Lodi, sono stati presentati gruppi di lavori recenti e non di due autori: Franco Marchesi di Cornegliano Laudense e Dionisio Querques, di radici per via del nonno ludevegine, ma aretino, due pittori dei quali hanno dato più occasioni di esporre insieme e insieme dare testimonianza di entusiasmo per la pittura figurativa, coltivata da entrambi con mestiere e dignità, con risultati di decisa rispettabilità visiva. Naturalmente con diversità di mano e sensibilità, differenti anche nella elaborazione: esibendo schematismi e innocenze (Marchesi); sgorgando realismo e fantasia, penetrando con variabilità e destrezza nel sentimento della natura e delle cose (Querques).
Stilisticamente lontani, insieme si sono sempre proiettati a recuperare il pubblico delle loro mostre a una idea di pittura che i percorsi della storia hanno in gran parte fatto dimenticare, avendo nell’ultima metà di secolo disconosciuto la dignità nel linguaggio pittorico: proporzione, integrità, luminosità, poesia, visibilità, eccetera, indispensabili per dare spessore di rispettabilità ai risultati espressivi.
La decisione di Marchesi e Querques di ripresentarsi ai lodigiani è senz’altro lodevole, sia pure le relative figurazioni non potranno aggiungere “qualcos’altro” da rendere più scorrevoli i linguaggi e sommarlo alle rispettive esperienze artistiche.
Nella pittura di Querques la materia colore, con variabili e adeguamenti, resta elemento che muove sull’ispida strada della contemporaneità di genere, confermando caratteristiche che gli assegnano vanto e simpatia: enfatizzazione di sensazione e visione, colorismo guizzoso, equilibrio formale, composti di luci, colori e volumi . “monetiani”. sedimentazione delle emozioni, organizzazione colore e disegno. Quanto fa insomma da sempre riconoscere temperamento alla sua vocazione pittorica.
Testimone di una pittura d’ambiente locale, semplice e diretta, che si legge facilmente per il lirismo silenzioso, fresco e romantico è invece Franco Marchesi. Non è mai stato un pittore naturalista problematico. Con la sua narrazione di casa non si è mai preoccupato di dare sfondo culturale a una pittura praticata con un unico criterio di lettura – la sensibilità – sottraendola al rischio dei travisamenti: i suoi soggetti sono di rapida popolarità, data anche la facile individuazione di luoghi, località e ambienti. Il pittore li salva dagli eccessi della uniformità e li difende a volte con un celebrativo legato alla memoria e al decorativo.
Gli “ismi” non lo sfiorano. Il mondo rappresentato è semplice, lineare, lirico, dispiegato su geometrie che fermano l’attenzione su atmosfere e cose essenziali, senza significati e disinvolte evocazioni. Quello di Marchesi si può dire un mondo inventato e reale insieme, con qualche varianza di toni e tentazioni al racconto suggerito dalla prossimità con la pittura di Quesques e alla poesia in prosa

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