Ascoltare e leggere è un po’ vedere. Luca Maccagni e Ilaria Rossetti al Caffè Letterario di Lodi

Una mostra di immagini fotografiche, sia pure accompagnate da pensieri, metafore, allegorie, traslazioni poetiche, trasferimenti e altre (tante) cose ancora, e di quanto l’attimo della transizione offre (o coglie) nel bagaglio dei sentimenti, della cultura, dei pensieri, dei vizi e virtù, non sempre suggerisce all’occhio umano quel che c’è dietro, le luci posteriore dei fatti, delle presenze, dei contesti e degli eventi. L’incognita è sempre quella che uno scatto possa piacere per l’equilibrio del bianco e nero, per l’attimo catturato, perché risulta curioso, indiscreto, realista, particolare, attuale ecc. L’importanza del rapporto tra la fotografia e la lettura ricercata ha peso perché nell’esperienza visiva possono confluire non solo la tipicità del linguaggio fotografico, ma psicologia cognitiva, letteratura, filosofia, osservazione del reale, del quotidiano, del comportamento sociale e stimolare in direzione di un approfondimento anche il fruitore meno esperto.
“Nulla è più diffide dell’ascolto” è il titolo secondario con funzione esplicativa che Luca Maccagni (fotografo) e Ilaria Rossetti (scrittrice) hanno scelto per la propria mostra “Rumore bianco”. Un titolo suggerito (immaginiamo) dal libro dello scrittore statunitense Don De Lillo che è una vera esplorazione di temi dominanti nella seconda metà del ventesimo secolo: il consumismo rampante, la saturazione mediatica, l’intellettualismo spicciolo, la disintegrazione sociale, le ossessioni, il dilagare della prepotenza umana; e fa riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dai progressi delle tecnologie della comunicazione eccetera.
Frammenti cittadini si trovano alla Sala delle Colonne, nella trentina di “scatti” di Luca Maccagni e nella rappresentazione dell’esperienza letteraria di Ilaria Rossetti, scrittrice lodigiana con un buon rapporto con la fotografia, tra l’altro autrice del racconto La foto rubata (Fondazione Mondadori), basato su un foto-reportage Toni Nicolini, morto cinque anni fa, uno degli interpreti milanesi più sensibili della realtà italiana, con un forte interesse sociale.
In programma fino al 6 settembre, malgrado la stagione poco amichevole, la mostra ha raccolto autentico interesse e convalida, anche perché non è la solita esposizione-patacca. “Rumore bianco” è di diverso stile e contenuto, costruita con buona dose di coraggio e intelligenza, e un uso serio della amplificazione letteraria, del trasferimento di una percezione visiva a una funzione altra di lettura e altri domini – tra l’altro è completata da una installazione di fogli di riso di Claudio Vigentini con la collaborazione di Caterina Malusardi, e un contributo di Dario Del Vecchio che conferma come la musica sia un collante in molte declinazioni -; mutuata nel titolo da Don De Lillo e forse anche dal poeta, pittore e aforista Gibran (“Ascoltami quando ti mostro”).
Dietro a una immagine veloce fermata dai clic di Maccagni con la sua Nikon, c’è sempre una lettura da tirar “fuori”, o anche solo una battuta di raffinata invenzione linguistica.
Gli scatti di Maccagni e i testi della Rossetti sono un bell’esempio non di confusione, ma di procedimento. Dimostrano come la fotografia, anche la più realistica nasconde sempre qualche variazione sul tema, contiene una doppiezza ed è dunque interpretabile a seconda del modo di leggerla.

 

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Note per la manutenzione di Duchamp

Alessandro Beltrami, storico dell’arte, giornalista di Avvenire e collaboratore di Luoghi dello Spirito, ora di Agorà, con all’attivo una breve esperienza di gallerista (insieme a Carlo Daccò ha condotto a Lodi “08 Arte Contemporanea”), nel numero del 28 luglio del quotidiano milanese trae occasione dell’uscita dalle Edizioni Medusa del libro Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (2018, pag. 312, euro 21) di Maurizio Cecchetti, recensore di mostre allo stesso Avvenire, per introdurre il lettore alla personalità di Duchamp, l’artista francese che educò al nonsense nell’arte visiva, attraverso una tessitura di equivoci che ancora oggi motivano una serie di interrogativi.
Considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, benché egli non abbia mai accettato l’appartenenza a questo gruppo, la personalità di Duchamp è di difficile “centratura”: sia nel saggio di Cecchetti sia nella informazione di Beltrami, prevale, in entrambi i casi, un prototipo di artista intellettuale, che eleva l’anormalità come rifiuto di qualsiasi norma, a pratica di arte e di vita. Nelle convinzioni di Cecchetti e dello stesso Beltrami ogni opera del francese è al tempo stesso la rappresentazione della fine dell’arte come l’abbiamo conosciuta per secoli e uno “scherzo”. Saggio e contributo giornalistico confermano Duchamp come uno dei più grandi artisti del Novecento per il suo modo di essere.”Un clown e filosofo, campione del paradosso e della manipolazione”, “un vero eroe della postmodernità”. Nel suo libro Cecchetti, nota Beltrami, va oltre, “interessa investigare ciò che c’è prima, attorno e dentro Duchamp, le fonti e il contesto, i riferimenti mentali e storici, manipolati e trasmutati…”
Duchamp ci ha “educati” al nonsense nell’arte visiva.. I “pedinamenti” cecchettiani si soffermano su Fountain l’orinatoio trasformato in opera d’arte, e sul graffio sul volto della Gioconda dove la “didascalia” rimanda alla frenesia della donna più sfuggente che la pittura ci abbia dato. Duchamp è il segno di quello slittamento dell’arte dal confine prettamente estetico verso quello antropologico. Oggi è questo il maggiore problema dell’arte attuale, che ha perduto il suo pubblico tradizionale e le sue regole auree (diventando comunicazione).
Duchamp ha pesato molto in questa evoluzione. A renderlo ancora più presente oggi c’è la sua strategia fondata sulla reticenza e l’ambiguità. Che fa di tutto per deviare verso strade senza uscita l’intelligenza di chi vuole capire che cosa ha da dirci? Il saggio di Cecchetti che Beltrami propone accetta la sfida e adotta come metodo l’eccentricità del punto di vista che osserva il proprio oggetto di studio da punti periferici, ovvero da una certa distanza. Mettere “fuori servizio” Duchamp, oltre a essere tema della strategia di Duchamp stesso, isola provvisoriamente l’oggetto per poterlo valutare con maggiore chiarezza nel contesto storico-culturale.

 

Prossima personale di Paolo Carlo Lunni

Oggi siamo tutti, chi più chi meno, fotografi o aspiranti fotografi: Fotoamatori digitali, analogici o altro, col desiderio di poter presto essere gratificati dai apprezzamenti e arricchire così il ragguaglio della nostra carriera (fotografica). Nell’era dei social network e dei selfie, degli smartphone tutti ci scopriamo fotografi. Una volta scattare e stampare una richiedeva tempo, si usava la macchina a pellicola solo in speciali occasioni. Oggi non più. Con le tecnologie moderne si scattano foto in tempo reale, “senza errori”. Paradossalmente, siamo meno capaci di vedere. Il visibile ha preso a significare qualcosa di differente ad acquistare un significato diverso, distinto dal messaggio; sia esso di un paesaggio, della natura, di un ritratto, di un nudo, di una posa, di una fattezza femminile, di un carattere, di un monumento, di un mestiere, di un fatto reale o di una forma artistica eccetera. A livello professionale, ci sono comunque fotografi che scattano digitale per scopi commerciali e su pellicola per progetti più personali, che scoprono (o riscoprono) le belle sorprese che la fotografia su pellicola ha da offrire. Se ne incontrano anche da noi, in locali che sono soliti a ravvivare le proprie pareti con immagini. Il Bizzò di via Cavour è uno di questi, un locale “storico”, di outsider, di personalità per lo più ignote, lontane dal sistema ufficiale, autori di disegni, grafiche, oli di piccolo formato, fotografie, più o meno “irregolari” ignorati dalla critica, esponenti di quell’ “arte espansa” che nel privato coltivano piccole cosmologie creative dal valore estetico.

A settembre, alla riapertura dopo le ferie, Raffaele Bizzoni ha già annunciato una personale di Paolo Carlo Lunni, lodigiano, nato nell’83, laureato, da sempre con la passione per la fotografia e conosciuto specialmente per i suoi ritratti femminili, scatti che hanno taglio diverso a seconda dell’occasione o della scelta – fashion, glamour, boudoir eccetera – dotato di un porfolio ricchissimo e vario, caricato su diversi siti (Instagram, Pinterest, Imagelistener, FotograFare), da equipaggiare reportage di ritrattistica femminile, moda, ambienti

La fotografia, dice Lunni, “è la mia passione”, naturalmente condivisa con altri interessi professionali (contabilità, consulenza) e con la sua disabilità fisica, che non nasconde. “Mi può vincolare a certi punti di vista con la macchina fotografica”. Tutto qui. “Se sto catturando il movimento e la grazia della danza, per esempio, o la natura”, ma non arretra, si forza “di garantire che la bellezza cruda del momento”, lasci passare la luce, si riveli.

Specialista dell’immagine femminile, attento alla resa visuale tecnica, Lunni è presente attualmente con quattordici lavori al bistrot dell’Ospedale Maggiore, dove la sua immaginazione straordinariamente feconda e la sua capacità di esplorare sono sacrificate, ignorate se non da pochi devoti. Lunni è un amante della bellezza che coglie con sicurezza e leggerezza poetica. “Nei miei soggetti – confessa – bellezza e audacia si connettono attraverso la poesia”. Lo confermerà a settembre alla Caffetteria Bizzò attraverso con una serie di scatti fatti per dimostrare le scelte altamente consapevoli dell’artista.

 

Isaia Crosson: elegie e fotografie

Isaia Crosson, trent’anni, nato in Florida e per qualche anno cittadino di Lodi, dove, prima di laurearsi alla Cattolica, ha fatto il cameriere, poi trasferitosi a Manhattan, divisione di New York City, ora iscritto ai corsi di dottorato in Lettere Classiche della Columbia University, uno degli atenei privati americani più prestigiosi, propone a Palazzo Rho a Borghetto Lodigiano, da esordiente, un gruppo di stampe fotografiche ed è presente anche in una collettiva di fotografi a Lodi. “La mia passione, è sempre stata la fotografia”. Messa alla prova prima da autodidatta poi nello studio di Amir Badaran che nel mondo americano si è fatto conoscere con instagrammi e video, soprattutto per sostenere una fotografia realista “ aumentata o mediata attraverso l’elaborazione”.
Nei dodici scatti esposti fino al 24 agosto, Crosson non appiattisce su tale genere di posizioni, anzi. Le immagini sono ancora “su pellicola” e non “ritoccate”. Non per semplice ordinaria procedura, che non accende atteggiamenti particolari, di ammirazione o di indifferenza, ma di dimensione comunicativa. Solo che il ridotto numero di immagini non consente di andare a fondo nei segni che si intercettano nel linguaggio espressivo.
A parte i componimenti letterari – elegie improntate da motivi autobiografici – che lasciamo all’esame dei visitatori – l’autore mostra un interesse per contesti che incorniciano dettagli di “vita vissuta”. Per questa via indaga un mondo fuori dai canoni ufficiali popolati dalle etichette coniate dal sistema consolidato.
Crosson esplora un mondo che non è del tutto, oggi, sconosciuto, ma è estraneo al mondo ufficiale della fotografia: accorda rilievo a soggetti e a dimensioni espressive “popolari”, “ingenue”, fatte di “elementi marginali”, perciò stesso “minori”, ribaltando la prospettiva scenografica della grande New York (Manhattan), fatta di snobismo. L’invito è a posare l’occhio su ricavati ed estratti che “sono e dicono”, conforme del mondo e dell’esperienza.
“Il mondo – diceva Athanasius Kircher – gesuita filosofo e storico del XVII secolo – è tenuto insieme da nodi segreti”, da piccole cose quotidiane, in questo caso anche da giochi, serrature, inverni a primavera, macchine della polizia ecc. Andando più in là si può attribuire a Crosson di sottrarre la propria fotografia alle classificazioni convenzionali (attuale, reale, fantastica, storica e moderna, analogica per pochi e digitale per tutti) non limitandosi alla giustapposizione, ma creando un terreno in cui si riconoscono categorie che reggono ancora la nostra conoscenza. scorci, attimi di vita, memorie, suggestioni, particolari. Anche marginali, nascoste, coi loro simboli, cercando in esse punti di vista che possono stimolare il modo di vedere. Un modo saliente che da conto della percezione che in fotografia, “guidata dal frammento, cattura momenti temporali e punti di vista spaziali destinati a sparire (Linda Nochlin).

 

Goffredo Costa, schizzi e disegni della città di Lodi

 

Goffredo Costa è un pittore hobbysta, presente con molta discrezione sulla scena lodigiana. Dipinge per divertimento, che non vuol dire solo per piacere personale o distensione, ma qualcosa di più. Nei risultati c’è intenzione, passione, c’è il pensiero fisso rivolto a rappresentare la sua città, Lodi, intento a individuare attraverso architetture e luoghi la “sintassi”, a cogliere il rapporto fra gli elementi che le danno luce alla sua storia: Il Duomo, Il Torrione, Piazza Broletto, il Mercato sotto la neve, Isola Carolina, Piazza Duomo, gli Angoli delle vie centrali, i Cortili, i Parcheggi di biciclette ,l’Adda e il suo ponte, l’ormeggio delle barche al fiume eccetera. Lo spunto è, a volte, tratto da vecchie foto tradotte in chine e disegni corretti dal chiaroscuro, che realizzano attraverso l’organizzazione delle forme un rapporto di suggestione e lirismo.
All’attivo Costa ha un numero discreto di mostre di gruppo e di personali: all’Oratorio dei santi Bassiano e Fereolo, alla chiesa di San Giorgio alla Maccastorna, al Museo dell’Incoronata, a Cascina Archinti, alla Borgognone, a San Colombano al Lambro, a Cavenago d’Adda, e con una certa insistenza alla Bottega delle Cornici Arioli, al Fuori Lodi, al Bar Bizzò dove incontra sempre curiosità e interesse.
Da tempo nello spazio di via Cadamosto 6/1, Costa si cimenta coi colori a china, segno che ormai può spostarsi su nuove direttrici.
Per un patito dalla fotografia, che ha scoperto il disegno e il colore e che concentra l’ interesse espressivo su luoghi della città cogliendone la quotidiana razione di poesia, affidata a un segno pulito, libero e ben proporzionato, c’è materia per qualche attenzione, più di quanta non ne abbia ottenuta finora.
Gli viene rimproverato un figurativo troppo “fotografico“. “Per il mio stile, definito troppo ‘fotografico’, sonospesso criticato. Ma continuo e continuerò a riservare meticolosità ai miei lavori. Chi li osserva deve poter cogliere l’interesse, il piacere e la passione con cui mi dedico ad essi”. Nella sua ricerca di ordine c’è anche la rappresentazione di uno stato d’animo. Costa è’ un paesaggista che, propone ciò che vede e sente davanti al soggetto. Nei lavori emerge la volontà di quiete, di gioia (di realizzazione, d’effetto. di misura). Possono risultare anche decorativi, ma c’è pure altro oltre alla rappresentazione, c’è scelta, succosità, leggerezza. Non poca cosa.

 

Franco De Bernardi, antologica a Bagnone (MC)

Franco De Bernardi:
“Curve nel tempo”,
50×58, 2007, su vetro

I racconti di un linguaggio e quelli di un’esistenza e di una carriera artistica si fondono e mescolano nella antologica che da venerdì 13 luglio fino al successivo 5 agosto trova allestimento nelle storiche sale di Bagnone, uno dei più bei borghi della Toscana in provincia di Massa Carrara, dove il codognese Franco De Bernardi riassume, in una mostra resa possibile dall’interessamento dell’architetto lodigiano Gianpiero Brunelli (anche lui pittore, designer,vignettista e scrittore) i percorsi di una cinquantennale produzione, ponendo particolare attenzione a forme, tecniche e procedure, in cui materialità e immaterialità, luci e ombre, bianco e nero lavorate su vetro realizzano effetti plastici e di massa di decisa suggestione e coinvolgimento attraverso forme e contrasti nel rapporto iconico-aniconico.
Con tecniche originali e impervie De Bernardi ha raggiunto livelli di alta identità artistica e professionale che nella mostra in apertura possono suggerire proiezioni “teologiche” e fantasmatiche, avendo l’artista conservato il significato del lavoro da assumere nelle sue opere assume una vitalità energetica mentale.
Disponendo materia sulla materia, seguendo una tecnica informale e con interventi su entrambe le parti della lastra, l’artista procura “effetti di prospettivismo e di assorbenza e luminosità” che in definitiva aggiungono forte rilievo plastico”. Le applicazioni del bianco introducono simboli forti ed essenziali: la luce divina, la luce primordiale, la luce dei tempi, la vita e la morte; ma non mancano le opacità, i bianchi e i bruni che spingono verso simbolismi diversi, di richiamano al paesaggio, alla natura, alle stagioni, al tempo e che portano in superficie un mondo sotterraneo, sepolto e sottinteso, a momenti anche favoloso.
Le tempere in esposizione snodano un percorso che nelle sue sezioni punta a conferire una percezione di forma-luce (già colta da critici attenti quali Amedeo Anelli e Anna Coiro) oltre ad altri risvolti enigmatici introdotti dall’incessante ricerca che lega l’artista all’osservazione attraverso la costruzione materiale e delle idee.
Colori ad acqua, sale e colla “tirati”, tamponati, addizionati e tolti su basi vetrose creano una mimesi non solo fisica, giocano con paesaggi ipotetici, tempi geologici e percorsi simbolici. De Bernardi incastra nella sua ricerca – una ricerca che è il prodotto di circostanziati procedimenti (e decostruzioni) – che va dalla rappresentazione di immagini cosmiche ai piani virtuosi dei grigi e dei neri, all’introduzione della luce attraverso il colore bianco – crea una pittura irripetibile, giocata sui contrasti, composta plasticamente, in controtendenza con le post-avanguardie del contemporaneo, e nello stesso tempo gustabile oltre che per l’informalità per un certo ritorno all’ordine che si definisce nei profili e nei contorni e più in la nelle titolazioni dei lavori: Era, Sinopia, Artico, Iceber, Collegamento, Galaverna, Trasfigurazione, Fonte, Disgregazione, Curve nel tempo, Dinamismo eccetera.
Quello tracciato è un modo “turneriano” che supera però i confini della mera tradizione figurale e che a Bagnone addensa le sale dell’esposizione di una perfezione silenziosa, in cui rivela una esperienza totale che ha al centro il colore e la materia, l’esplorazione tecnica e la definizione (l’idea).

Giuseppe Novello, l’ “aucatt” pittore del Convivio Bagutta di Milano

Giuseppe NOVELLO 1Potrà suonare strano, ma può succedere, succede, magari in coincidenza di una ricorrenza o di un anniversario che anche noi lodigiani, sempre un po’ distratti dall’invadente spettacolarizzazione della cultura e dell’arte, si torni a parlare (scrivere) di qualche compaesano un tempo popolare e stimato, poi messo prontamente nell’ombra (non dal proprio campanile, ma dal territorio sì) quale appunto Giuseppe Novello, pittore di buona famiglia come si diceva una volta, o anche borghese quando giunsero tempi ideologizzanti, in realtà per dire la stessa cosa, del quale ricorrono i trent’anni della scomparsa. L’occasione è rinfrancata sta’ volta almeno dalla generosità dei donatori di sangue di Codogno che hanno arricchito la Raccolta Lamberti di due oli del pittore, Nei pressi di Codogno e L’articolo, due impressioni che non sarebbero dispiaciute a Zavattini per la loro possibilità o intenzione di verità, di doverli penetrare per conoscerli meglio.

L’aucatt, come preferiva chiamarlo chi, negli ambienti milanesi e in quelli di casa non era ben disposto a riconoscergli qualità proprie di pittore pur sapendo che Novello era stato allievo dell’Alciati a Brera e aveva arricchito il linguaggio di base col piemontese De Amicis, il milanese Moro e il varesotto De Rocchi; e che l’aveva poi accresciuto in amicizia con Bucci, Vellani Marchi e Steffenini fondatori con lui, Bacchelli e Vergani dello storico “Bagutta”, nei novanta anni di vita ha dipinto molto, dedicandone almeno una settantina a consolidare la consapevolezza della propria vocazione pittorica, tradotta in chiave di naturalismo essenzialmente illustrativo in cui si rinvengono meditati valori compositivi e di tono.
Ha dipinto e disegnato molto il “nipotino” di Antonio Belloni (un altro bravo pittore lodigiano dimenticato), discostandosi solo di rado da una tessitura tonale compatta, di impatto serrato e sintetico, lasciando al destino della storia le forzature polemiche che, a partire dagli anni Cinquanta, presero a inferocire l’ambiente artistico milanese, dove aveva in Foro Buonaparte il proprio studio.
A trent’anni esatti dalla morte, c’è poco da aggiungere alla iconografia di Novello, se non nei significati narrativi della sua pittura. Anche se pare ovvio dover richiamare istituzioni, enti locali, banche e fondazioni solerti nel sostenere e a impachettare mostre di facciata, che un “omaggio” al pittore della Bassa potrebbero almeno immaginarselo.
Novello mise in pittura il mondo della borghesia, quella “perbene”, con le sue tradizioni, ambizioni, tic, costumi, e quella agraria e “fittavola”, con le sue “fedeltà” al sintetismo e al simbolismo della campagna, di cui fu un arguto custode.
Ritratti, interni casalinghi, campi, orti, cascine, rogge, strade, ambienti, personaggi raffigurati in oli, disegni, vignette con le ovvie distinzioni che un pittore di garbo sa evidenziare, catturarono consensi tra i maggiori scrittori e critici del suo tempo: Piovene, Vergani, Valsecchi, Borghese, Montanelli, Bevilacqua, Ojetti, Cavallari, De Grada, Guareschi, Soldati, Biasion, Baldacci, Buzzati, Staiano…che hanno offerto un elenco interminabile di crediti e colte considerazioni (letterarie ed estetiche), a cui hanno fatto sponda firme lodigiane: da Giuseppe De Carli a Emilio Gnocchi, da Pino Pagani a Luigi Albertini, eccetera.
Le mostre di Novello sul territorio si contano su una mano: principali quelle di Codogno (1971) in occasione della benemerenza attribuitagli da quel Comune e l’antologica (1986) al Museo Civico di Lodi presentata da Gian Alberto Dell’Acqua. Morì due anni dopo. La Provincia di Milano gli dedicò una antologica a Palazzo Isimbardi curata da Giuseppe De Carli. L’anno successivo la Pro Loco di Codogno diede alle stampe La nostra Bassa in cui. Mario Monteverdi, critico, storico dell’arte e scrittore traccia una immagine convincente dell’artista, poeta di un mondo “destinato a scomparire tra i fumi, i vapori, i veleni”, di ciò che “abbiamo battezzato progresso”. “La favolosa campagna della Bassa ci svela tutti i suoi segreti attraverso codesto suo interprete che non si limita a raccontarcela, ma ci porta, coi suoi quadri, a possederla in un casto amplesso”.

 

KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ

Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

“Persistenze”: I cinque di Milano per i 20 anni di Naturarte

“I cinque di Milano”: (Renato Galbusera, Maria Jainnelli, Antonio Miano, Pino Di Gennaro, Claudio Zanini) in una foto storica.

Nel suo percorso ultraventennale, Naturarte ha conosciuto saliscendi qualitativi che rendono difficile far quadrare i conti. Una cosa sola è certa: nella sua camminata ritmata dal paesaggio, non sono mancate prove di artisti con la cultura del tempo, che hanno aiutato la lettura della cronistoria del contemporaneo. Tra queste sono senz’altro quelle di Renato Galbusera e di Maria Jannelli, due veterani di Naturarte, presenti in quasi tutte le edizioni con mostre tematiche personali, sia di gruppo (con Pino Di Gennaro, Antonio Miano e Claudio Zanini ), sia all’interno di formazioni collettive, che con la consapevolezza delle loro scelte hanno stimolato la riflessione contro certa panoplia extra-artistica diffusa.
Galbusera e Jannelli si presentano ora con i tre colleghi di “Atelier” (operativo dal 1982 con la mostra “5 di cinque” a Cascina Roma a San Donato Milanese e successivamente a Milano, ma protagonista anche di una esposizione di successo all’ex-Soave di Codogno e alll’ex-chiesa di San Cristoforo a Lodi) allo Spazio Bpm Tiziano Zalli in via Polenghi Lombardo, in una esposizione curata da Mario Quadraroli: tre sale “introduttive”, che raccontano lavori di un ventennio; una sezione di grafica e una istallazione sul tema della natura dedicata ai 20 anni di Naturarte; cinque box esclusivi riservati ai singoli autori (“il segno e la materia nelle opere di Pino Di Gennaro, il racconto e la memoria nelle carte di Renato Galbusera, il reale e l’immaginario nelle opere di Maria Jannelli, il volto della Storia nei ritratti di Antonio Miano, la forma poetica del colore nelle opere di Claudio Zanini”) e una sezione collettiva dedicata agli animali. Dopo trentacinque anni di attività “Atelier” è un gruppo che ha ancora molto da dire, formato da artisti consapevoli della tradizione cui appartengono, ma anche fieri di far udire la propria voce esclusiva e attuale; che dispongono tutti di capacità di approfondimento, di sguardo critico e di un linguaggio riformato; intellettuali che come tali aspirano a un ruolo “politico” e, col loro mettersi insieme, propongono una forma di “resistenza” rispetto al flusso delle mode e del mercato.
Attento ai percorsi della storia, Galbusera elabora una pittura di spessore, colta, di memorie intessute da vicende. Conferma quel che si conosce già di lui: una conoscenza pittorica importante, tradotta con tecnica mista su carta intelata, tela e mixaggi di pittura e fotografia…Vi si ritrovano con il disegno regola base della tecnica espressiva, esperienza, conoscenza, scelta e mestiere. La mostra conferma un autore coerente, realista, controcorrente, consegnato a un chiaroscuro moderno in cui si coglie la novità compositiva e insieme l’eco della tradizione.
Su una linea poetica muove la moglie, la Jannelli, con forme figurative diverse per sensibilità tematica. I suoi dipinti muovono da ragioni formali confidenziali e private. Ne risulta una immagine calda, femminile nelle attenzioni, meticolosa, ma di intensità fantastica. Le rifiniture a matita, il dettaglio, aiutano la Jannelli a non cedere alla tentazione della pittura-oggetto. Nel ritratto diretto o frontale, come nelle decontestualizzazioni, opacità e realismo essenziale proiettano in dimensione simbolico-allegorica, in cui libertà e forma contribuiscono a evocare l’uomo, la vita e la natura.
Il quadro espositivo è partecipato in modo non da “fingitore” (per usare un termine di Pessoa riservato ai poeti), dallo scultore Pino Di Gennaro. Presenta una serie storica di lavori di grande manipolazione e raffinatezza, in cui sono mescolate materie diverse. I pensieri sottili suggeriti riportano a problemi di impegno deciso, attraverso avvicendamenti che traducono relazione e interpretazione
L’esposizione trova compimento infine con una serie di ritratti dipinti da Antonio Miano, autore di segno scattante che coglie con sguardo controllato e sensibilità espressionista. Miano ha sempre coniugato ricerca artistica e impegno sociale, occupandosi anche di illustrazione. Il che da spiegazione a certe soluzioni, anche se nella sua opera di ritrattista la critica più attenta ha saputo vedervi segni di “mitologia contemporanea”. A sua volta, il triestino Claudio Zanini è autore di suggestive trasparenze, fatte di chiarezza e luminosità, che sembrano volerci far entrare in “mondi possibili”, dove geometrismo e costruttivismo costituiscono una sorta di “resistenza” rispetto al flusso dell’arte attualista.

 

PERSISTENZE, 21 giugno/15 luglio 2018 Bipielle Arte Via Polenghi Lombardo-Spazio Tiziano Zalli – Lodi

da martedi a venerdi dalle ore 16,00 alle 19,00; sabato, domenica e festivi dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle ore 16,00 alle 19,00; Info: http://www.bipiellearte.itbipiellearte@fondazionebipielle.it – tel. 0371 580351

ALBERTO POLLINI, MEZZO SECOLO DI PITTURA

Settantacinquenne, di Graffignana, Alberto Pollini è un pittore di cui si è forse parlato in modo abbozzato e incompleto. Preferendogli tanti che non andavano in là più di lui.

Senza essere né vivace né arrogante, è riuscito in ogni caso a richiamare l’attenzione del territorio sulla sua operosità di artista: con l’attività didattica alla Scuola Borgognone; con la pratica di diverse tecniche espressive, la pittura e il restauro, l’affresco e l’arte iconica; coi procedimenti e gli sviluppi adottati, a volte convenzionali, intesi a compendiare aspetti caratterizzati da stili; talvolta gradevolmente decorativi; in qualche caso complicati da richiedere appropriatezza tecnica e relazionale per precisare particolari, incastri, prospettive, assonometrie, componenti costruttive, astrazioni …
Sulla scena da decenni, la pittura di Pollini ha raccolto gradimento coi restauri al Castello Bolognini di Sant’Angelo e gli affreschi alla Chiesa degli Artisti a Lodi, facendosi notare alle iniziative del Museo di Arte Sacra della Cattedrale di Lodi, in almeno tre edizioni della Oldrado da Ponte e in diverse personali, le maggiori a Palazzo Rho di Borghetto Lodigiano e al Parco Tecnologico Padano.
Alla consuetudine di una pittura descrittiva, Pollini ha aggiunto da qualche tempo una pittura d’effetto cromatico. “Euritmica” come la definisce, costruita sul movimento, praticata coi colori acrilici non su tela ma su un tessuto industriale di rivestimento, l’ alcantara, conosciuto lavorando in un’azienda che lo produceva. Gli esiti lo hanno incoraggiato a mettere da parte (non del tutto) la pittura ad olio e ad approfondire l’uso dell’acrilico, sostituendole nature morte e i cavalli coi giochi di colori e i segni.
«Parto sempre da una terna di colori primari, poi, man mano che procedo verso la periferia del dipinto, li mescolo seguendo il mio istinto. Per stendere utilizzo anche i piedi: è un modo per dare ai miei lavori un’impronta personale, nel senso letterale del termine».
Fugace nella composizione, egli passa dall’astrarre al comporre. Svelando un’ animo scintillante, flessibile, capace di mille accensioni e nei momenti più felici di trasmettere insieme a forme e invenzioni, umori e segni con una loro carica. La definizione di pittura “euritmica” non è impropria, sempre che non la si intenda riferita a principi esoterici e steineriani.
Pollini compendia forme, linee, segni assolutamente“liberi”, altre volte esatti, geometrici, da far pensare a qualche metodo progettuale, a motivi di design o di styling.
C’è chi vi ha visto “simboli propiziatori intonati ai ritmi della vita”. A noi sembra poter cogliere una disposizione e proporzione di forme non leggi archetipe; una interpretazione sciolta, con cui sono tradotti impulsi di tipo immaginario, emozionale e inventivo.

 

 

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