Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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E’ morto Marcello Simonetta

Marcello Simonetta

E’ morto al Maggiore di Lodi, dov’era ricoverato, il pittore Marcello Simonetta. Da anni risiedeva e aveva studio a Spino d’Adda. Godeva reputazione e stima su tutto il territorio nazionale. Diverse le sue mostre tenute a Lodi e sul territorio (all’Archivio Storico, al San Cristoforo, alla galleria Oldrado, a Cascina Roma a San Donato Milanese, al Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, ecc.).
Collegato a forme di espressività non uniche, espressioniste-astratte e di action painting, delle quali tuttavia non presentava le ossessioni e le arbitrarietà, anzi, ne era completamente avulso, in particolare per quanto concerne le compattazioni, le sovrapposizioni e le intensità che inghiottono linee e spazi.
Agli automatismi gestuali e segnici, all’ ossessione espressiva dell’action painting storica, Simonetta contrapponeva, in una sorta di progress espressionista, la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il marginale ricorso ai neri in una struttura semantica non priva di idee e di “pretesti”. Un dato è consueto: il ritmo, lo svelarsi percettivo delle cose, la pulsazione unitaria nelle texture.
Il suo repertorio non ha mai sofferto la ripetitività, l’appiattimento. Ha sempre sorprende per la vivacità, la varietà, la scorrevolezza, l’imprevedibilità. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate” che scorrono all’interno del foglio e della tela. Dove non c’è nulla di quella retorica che ha accompagnato tanta pittura della seconda metà del secolo scorso.
Simonetta ha preservato la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non c’è la preoccupazione del fare, ma la incessante coerenza del fare. I suoi lavori intercettano lo sguardo e costringono a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione. Obbligano con il loro magnetismo a tenere la direzione, a cogliere in essi l’intuizione, l’invenzione, la vitalità, la filosofia.
Le citazioni lo hanno collocato in consonanza o collaterale alla poesia di Mallarmé, alle figurazioni prima di Afro poi alle gestualità di Vedova, persino dello spagnolo, premio Guggenheim”, Saura, finché critici accorti come Russoli, Valsecchi, Cavallo e l’amico pittore Emilio Tadini, conoscendo l’artista e l’uomo, ne corressero il tiro.
Simonetta è stato pittore di “pretesti”. Ultimamente era sembrato sposarsi con quello del narratore, facendo emergere anche la natura intima dell’uomo: spigoloso, sempre impegnato contro il sacro labile della moda. Superati gli ottant’anni ha mostrato con l’innocenza e la grazia del “qui e ora” di vivere con la fiducia e la freschezza creativa di un ventenne.
Caro Marcello, ci mancherai.

 

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Giancarlo Buzzi, “L’odisseico peregrinare”

Giancarlo Buzzi, morto un paio d’anni fa era un letterato anticonformista. Moderatamente eccentrico al punto di non apprezzare il titolo di letterato stava accortamente lontano dalle “consorterie” e dai “salotti”, benché gli amici – e ne aveva! -, li scegliesse tutti tra poeti, critici, filologi, scrittori, narratori, artisti, filosofi, persino teologi e traduttori.I lodigiani probabilmente non ricorderanno il suo nome, forse non lo hanno neppure mai sentito pronunciare in libreria, anche perché  tra il finire degli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando uscirono da Feltrinelli e da Mondadori i suoi primi titoli (Il senatore, L’amore mio italiano, La tigre domestica, L’impazienza di Rigo, ecc.) i negozi di libri erano quello che erano, non si chiamavano neppure librerie. Il suo nome ha pensato a farlo correre Amedeo Anelli sul Cittadino, recensendo ogni suo lavoro fresco di stampa, interpretando i contenuti e facendo emergere con le qualità dello scrittore quelle dell’intellettuale irrequieto, inventivo, spesso controcorrente, narratore dal linguaggio appassionato, composito e innovativo, traduttore operoso e versatile, dagli interessi e dai mestieri più diversi. La sua carriera si è dipanata lentamente, lavorando alla Olivetti, alla Bassetti, alla Pirelli, gestendo per tre anni il ristorante La Pastaccia, e nell’industria editoriale al Saggiatore, alla Mondadori e da Valsecchi.

Amava i posti silenziosi di campagna. Con il lodigiano ha nutrito una intesa solidissima. Ogni anno scendeva almeno una volta nella Bassa per incontrare (in trattoria) Gino Commissari, Amedeo Anelli, Guido Oldani.

Un recente volume di Interlinea restituisce un ritratto dell’uomo e dell’intellettuale. “L’odisseico pererignare. L’opera letteraria di Giancarlo Buzzi” raccoglie a cura di Silvia Cavalli, esperta in letteratura italiana del Novecento del Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” dell’Università Cattolica di Milano gli atti di una giornata di studio dedicata a Buzzi poco prima che morisse.

Scrive la Cavalli: “ Buzzi ha saputo incamerare tanto la tensione sperimentale figlia degli anni sessanta e settanta, quanto le suggestioni architettoniche, le innovazioni linguistiche, gli echi letterari derivanti dalla sua formazione intellettuale e professionale”.

Il volume permette di conoscere numerosi aspetti della personalità dello scrittore e della sua ricerca innovativa. Oltre le relazioni e le testimonianze della giornata a lui dedicata, il volume, raccoglie in 200 pagg. gli studi di Mario Lunetta sulla scrittura come pensiero-forma, di Giuseppe Bonelli sul linguaggio amoroso, di Clelia Montagnani sui carteggi buzziani, e restituisce inoltre i contributi di Daniela Marcheschi (Buzzi e il romanzo filosofico, pag. 107), Amedeo Anelli (Il realismoprospettico” di G.B., pag.115 ), di Guido Oldani (B. scrittore impaziente, pag.177) oltre a segnalare nei i contributi gli interventi di Anelli e di Oldani su il Cittadino e di Gino Commissari su Kamen’

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Tino Gipponi:”La poesia in Ada Negri”

Riaccendere l’ interesse sulla poesia di Ada Negri è impegno non da poco. Richiede scelte e responsabilità. Si mette alla prova Tino Gipponi che già ci aveva tentato con una iniziativa al Museo della Stampa di Lodi. L’amplia e l’approfondisce ora con un saggio penetrante, che dei versi della poetessa mette in luce particolari della versificazione: la tecnica addotta, la metrica, la ritmica, le figure retoriche, e indaga il linguaggio “nell’unità di contenuto e di forma” e in rapporto anche ai percorsi della vita della poetessa. Sostanzialmente sopperisce a quanto è sfuggito (colpevolmente) a tanti critici che nei loro contributi su Ada Negri non sono mai entrati nell’ analisi delle novità formali e della disciplina metrica seguita.
Che poi vi siano “caducità” in una parte della sua opera, sarebbe ingenuo negarlo. Sia pure con morbidezza critica, ne fa cenno lo stesso Gipponi nel libro La poesia in Ada Negri ( Prometheus Editrice, Milano, 2917, €15,00), mettendone in luce la creatività e il linguaggio ma anche i “passi falsi”. D’altra parte la stessa Ada Negri confessò di portare “come una ferita” quella che considerava una “dissonanza” fra la popolarità della sua poesia e il suo “reale valore artistico” .
Passata da una fama internazionale (ricordiamo solo il Mommensen che confidò a Ojetti di conoscere nella letteratura italiana il Carducci e Ada Negri) a una sorta di “clandestinità” perdurante essa ammette motivi altri dalla fragilità di una parte della sua opera. Alcuni credono di doverli indicare nei condizionamenti politici suggeriti dal suo iter ideologico, da “pasionaria” socialista ad Accademica d’Italia; altri, invece, nel fatto che la poesia di Ada Negri appartiene sì “alla propria epoca”., ma non sarebbe “d’ispirazione letteraria”. Tra questi il Rondoni per il quale l’oblio sarebbe in un certo senso “meritato” poiché nel suo itinerario “non è approdata al nichilismo gnoseologico, volontaristicamente umanitario in voga (e, per il fatto d’essere in voga mutatosi in nichilismo dolce) – anzi, semmai da esso è partita per giungere alla coscienza di un ‘eterno’ che batte ed entra in ogni attimo del tempo”.
Tralasciando gli interventi preziosi in Archivio Storico Lodigiano ( A. Ruschioni, Momenti e costanti nella poetica di A. N., XVIII (1970), e quelli di Cesare Angelini, di Nino Podenzani, di Elena Cazzulani e Gilberto Colletto, Ada Negri pareva ritrovare interesse dopo l’uscita da Fabbri di una antologia che raccoglieva testi accompagnati da una analisi storica di Davide Rondoni con i contributi di Maria Luisa Spaziani (in “Donne in poesia”) e di Elisabetta Rasy (in “Ritratti di signora”. Ma poi la poesia della “maestria” è ridiscesa nel dimenticatoio, fino al recente contributo di Elisa Gambero (“Il protagonismo femminile nell’opera di Ada Negri”, LED Edizioni Universitarie).
Tino Gipponi vi si aggiunge ora proponendo un interessante “spicilegio” – come lui stesso lo chiama -. Fornisce un ritratto convincente, in cui vengono fatte incontrare indicazioni d’arte e stilistica e riscontri di perizia nell’esercizio della versificazione, che nella sintesi rinfrancano l’esigenza un “assestamento del valore”. In un certo senso Gipponi “rompe” con la sbrigatività di tanta critica che ha sempre trascurato di valutare l’opera attraverso gli aspetti di “fattura”.
Il volume, di piacevole lettura, introdotto da Francesco Solitario dell’Università di Siena, è arricchito da due documentazioni: un epistolario inedito e un apparato iconografico che corrispondono bene all’esigenza del metodo seguito dall’autore, che è quello “critico-euristico” in grado di generare spunti nuovi di conoscenza. Infine, l’edizione è impreziosita dall’acquaforte Piazza S. Francesco in Lodi, incisa e tirata al proprio torchio da Teodoro Cotugno. Una piccola raffinatezza per gli intenditori del segno originale d’arte.

Sabato 21 ottobre 2017 alle ore 16.00 il Museo della Stampa ospiterà un incontro sul al libro di Tino Gipponi. Relatore è Francesco Solitario, professore di Estetica dell’Università di Siena. Argomento: stabilire quale parte della vasta produzione della scrittrice lodigiana abbia effettivamente valore poetico
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Ricordo di Bassano (Nino) Bassi cartellonista, grafico pubblicitario, pittore.

Nino Bassi in uno scatto di Franco Razzini

E’ morto all’età di 93 anni Bassano (Nino) Bassi. Un artista che dirà poco ai lodigiani di oggi, ma che è stato dentro la storia dell’arte cittadina.
Nacque quando erano ancora vivi Archinti, Locatelli, Chizzoli, Antonioli, il 1924, l’ anno dell’assassinio di Giacomo Matteotti, delle opposizioni sull’’Aventino’, della morte di Lenin; di Heinsember-Borg, che inventò la meccanica quantistica, di Tomas Mann, che scrisse la Montagna incantata, di Eluard autore di Mourir de ne pas mourir e del primo Manifesto surrealista.
Bassi amava dire che “qualcosa di quell’anno doveva essergli rimasto dentro, nella sensibilità”.
E’ stato un fruitore di tecniche diverse, più spesso divisioniste, autore di tavolette di figure, preferibilmente femminili, che caricava di particolari liberty, surreali e simbolici, creando correnti d’attrazione che le umanizzavano. Il pointillisme praticato era una maniera. Dietro niente di esoterico. C’era solo l’artista che cercava attraverso l’accostamento di piccoli punti di colore di dare luminosità alla mescolanza ottica. Un “metodo” di porre il colore che Bassi praticò senza troppe rigidità e senza lasciarsi prendere da tentazioni intellettualistiche, spesso giocandolo con sviluppi modulari di linee a vortice o a spirale.
Aveva studio al 34 di via Vistarini 34. Tra libri, quadri, dischi e una vecchia Geloso, tra cartelle di disegni e ritratti di Ungaretti, Montale, Manzù, ha coltivato una pittura affidata a tanti puntini colorati che danno esistenza alle cose. Ultimo di una generazione di artisti-amici: Bassano Bassi, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Natale Vecchietti, Giovanni Vigorelli, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni, Benito Vailetti, Felice Vanelli, Tino Gipponi.
Dipingere era per lui un piacere personale. Dalla XVIII Oldrado del 1996 ha scodellato presenze, presentando opere in cui è sempre pesato un registro sensibile e personale. Preciso, schietto. umano, ha praticato la pittura da isolato. Un po’ autoappartandosi, un po’ perché minimizzato. Non ha mai dichiarato radici teoretiche, una magna charta, una definizione. La “Cornice” di Luigi Medaglia in corso Adda talvolta azzardava metterlo “in vetrina”. Una decina di anni fa, Tino Gipponi gli organizzò una personale, l’unica di una vita. E’ in quella occasione che Bassi scoperse il pubblico e il consenso.
La sua arte parte da lontano, dalla guerra. I primi germogli li mise nella cartellonistica, poi nella grafica pubblicitaria in un clima che uscito dall’autarchia inaugurava una cultura grafica modernamente professionale, tra scuole alternative.
Con l’espansione del mercato scoprì l’illustrazione. La Domenica del Corriere, Walter Molino sono stati i suoi amori.
Illustrare e dipingere sono aspetti di una forma elastica, coltivata per piacere. Si indirizza prima di tutto al singolo, raramente al collettivo della società. Traduce un impulso filologico e un affetto logico al dialogo, all’incontro. La tecnica è un supporto.
Bassi se n’era innamorato e gli è rimasto fedele, si è nutrito di essa come se fosse filosofia, poesia e musica. Ha dimostrato che senza essere originali a tutti i costi si può fare pittura dignitosa, distinta, fuori dai rituali.
Non è da poco, è stata una scelta.

 

 

La poesia europea al “Presidio poetico” di Tavazzano con Villavesco

Dopo TEMPI D’EUROPA e AAA EUROPA CERCASI , il progetto curato da Lino Angiuli per “La Vita Felice” si è esaurito con LUOGHI D’EUROPA affidato a una prefazione di Daniele Maria Pegorari, docente di letteratura a Bari e direttore di numerose riviste letterarie e di filologia.
Le antologie della casa milanese di via Lazzaro Palazzi, hanno consegnato al direttore di Kamen’ lo spunto per dare disegno a Contrappunti d’Autunno 2017, traducendo la presentazione in un incontro alla Biblioteca di Tavazzano rivolto a perlustrando i percorsi della poesia europea con l’obiettivo di individuare in essa una voce unica e attuale. Dopo un incontro preliminare sui grandi poeti russi del Novecento (Blok, Majakovskij, Gumilëv, Achmatova, Cvetaeva, Pasternak, Mandel’štam, Chlebnikov, Esenin, ecc.) l’architettura del progetto prende slancio martedì prossimo con gli autori di Tempi d’Europa, di quelli in parallelo partecipi di AAA Europa Cercasi e di quelli segnalati da Daniela Marcheschi e inseriti in Luoghi d’Europa.
L’ allestimento critico e informativo di Anelli, è risaputo, promuove da anni una poesia non performativa ma integrante della contemporaneità; rimbalzata da un carattere di “coralità” che coinvolge idiomi ufficiali, minoritari e dialetti, che tengono   insieme tradizioni e stili e reggono d’accordo sensibilità, storie individuali e collettive, attraverso sintassi, metafore, simbologie ecc. Una posizione quella del critico lodigiano che oltre a individuare connessioni equipaggia la conoscenza con la “dimensione plurale, dialogica e plurilinguistica”. Richiamando, nello stesso tempo. l’ assioma esplicitato di uno dei massimi critici e filologi mondiali, Erich Auerbach

Amedeo Anelli

, iniziatore della cosiddetta critica stilistica:”il pensiero” non può avere “nazionalità”.
Nel trittico de La Vita Felice si possono scoprire insieme poesie in lingua vora, cimbra, francone, croata-molisana e ladina ecc., opere di poeti maltesi, italiani, cechi, inglesi, finlandesi e ungheresi, e poi ancora slovacchi, napoletani, neogreci, rumeni, spagnoli, inglesi, tedeschi, portoghesi, eccetera, un vero e proprio caleidoscopio di suoni, etimi, accenti che ibrida lingue madri con lingue parziali o altre lingue nazionali. Il “desiderio ispiratore” è lo sconfinamento, la spinta a mettersi nei panni culturali altrui, a cominciare da quelli simbolici e linguistici.
Martedì 17 ottobre, alle 21 alla Biblioteca di Tavazzano, Amedeo Anelli tirerà il filo di tanta produzione, accompagnando la varietà delle poetiche, degli stili e dei linguaggi con un apparato critico-informativo rivolto a fare breccia nella dura cortina dell’attuale “produzione poetica”. A novembre seguiranno poi la presentazione dell’ antologia “Maremare”, pubblicato da Adda Editore, con la partecipazione di Daniela Marcheschi, autrice della prefazione e l’incontro con Eliza Macadan e la presentazione di “Pioggia lontano” edito da Archinto con la prefazione di Amedeo Anelli

 

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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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“SEQUENZE”, De Bernardi alla Biblioteca di Casalpusterlengo

Dal 7 al 14 ottobre 2017

FRANCO DE BERNARDI

Dal 7 al 14 ottobre p.v., l’artista codognese Franco De Bernardi torna ad inserire le poche esposizioni casalesi nella menzionalità di quelle che valgono o hanno un qualche interesse territorialmente.Lo farà attraverso un gruppo lavori di medie e grandi dimensioni e di libri d’artista realizzati su vetro, da procurare una robusta griglia tecnica fattuale e dare unità ai caratteri della ricerca della propria pittura post-concettuale.
In un quadro territoriale fatto da situazioni stilistiche boccheggianti ossequi al retrò figurativo, o nel migliore dei casi, ad avanguardie d’altri tempi da costituire il vettore di una ritualistica di clonazione, De Bernardi è dei pochi a non stare dietro alla logica dei “tempi brevi” e delle “etichette”, esplicitando con coerente azione interesse alle soluzioni pratico-operative e alle forme di frontalità autoriflessiva.
Per l’esibizione, l’artista ha prediletto un gruppo di lavori di decisiva suggestione visiva, da procurano un “insieme” delle esperienze che l’hanno visto protagonista all’insegna di una ricerca marcata di forte peculiarità.
Le esibizioni, onestamente, si dovrebbero giudicare solo dopo averle determinate nel loro completezza; quella dell’artista codognese, considerando anche il suo percorso di pittore, si prestano a una facile appropriazione di dati d’interesse.
Le opere alla Biblioteca oltre far ritrovare la personalità dell’artista, si annunciano interessanti dal punto di vista della individuazione tecnica e delle procedure e dei materiali (tempere, colle, carte) adottati. In sintesi degli elementi che danno alla sua ricerca un carattere connotato di densità simbolica ed efficacia. In un certo senso anche liberatoria, sottratta a sovrastrutture, parvenze (cosmologiche) e a diavolerie decorative varie.
Nei manufatti si ritrovano riflesse facoltà immaginative consegnate da una maestria operativa manuale guidata dalla mente, in cui è possibile prendere una certa ambiguità ora figurale ora astratta, lasciando al fruitore di infittire sensazioni o manipolazioni e letture, compresi incerti richiami “turneriani”. Ciò, sebbene il pittore non attinga a fonti letterarie, e preferisca fare i conti con la pittura, con gli agenti dinamici dell’atto e del gesto e la concretezza dei materiali, conferendo concretezza all’azione.
I cartacei ch’egli esporrà a Casale sotto il titolo di “Sequenze” – catene, avvicendamenti, progressioni ? – , ovviamente da verificare -, accomunano nel sostrato manuale e tecnico tempera, carta lucida bianca e di colle -, richiami onirici e memoriali insieme a consapevolezza e sensibilità esistenziale.

 

 

Sequenze – Personale di Franco De Bernardi – Biblioteca comunale di Casalpusterlengo. Inaugurazione 7 ottobre ore 17 – Dal 7 ottobre al 14 – Orari di apertura della Biblioteca civica.

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65 ANNI DI INFORMAZIONE GIORNALISTICA. Riconoscimento alla carriera della Amministrazione civica

Ex Chiesa dell’Angelo: Aldo Caserini riceve la targa dal vice sindaco di Lodi

 

Testo dell’intervento  di ringraziamento di Aldo Caserini in occasione  della consegna da parte della Amministrazione comunale di Lodi della targa alla carriera giornalistica per   65 anni di attività:

Sono grato d’essere stato ricordato prima che in qualche altra circostanza inquietante. Obbligato per l’attenzione che amici, colleghi giornalisti, l’ Amministrazione comunale hanno inteso consegnarmi per i miei sessantacinque anni nel mondo dell’informazione.  Sono grato oltre che per me stesso perché considero il riconoscimento una testimonianza al lavoro. Il giornalismo non è niente di singolare, se non per il rispetto che richiede di certe regole etiche e morali. E’ un mestiere che deve molto dalla bottega; una attività non una professione (anche se obbliga all’iscrizione a un Ordine professionale); soprattutto è un carico (di lavoro) che deve tenere conto del sistema di produzione e dei suoi apparati.
Accetto il riconoscimento come una attestazione rivolta a tutti coloro che si dedicano a quell’ impresa che è il giornale; come atto di rispetto verso chi vi lavora e vi si dedica. Lo dedico a ricordo di coloro alla cui bottega mi sono avviato e che voglio citare: Bruno Zanella (Bolettino della Pubblicità e degli Affari), d. Piero Esposti, d. Mauro Pea, d. Luciano Quartieri ( Il Cittadino di Lodi), Giovanni Riu, Luigi Oliva, Age Bassi (Il Broletto) , l’avv.Antonio Ghisi (Lo Sportivo lodigiano) e il musicista Giovanni Spezzaferri ( Arti) che negli anni Cinquanta-Sessanta hanno rappresentato in città un giornalismo di voci individuali, di non comune linguaggio e di molteplici verità. E – cartolina personale – non voglio dimenticare la paziente indulgenza e rassegnazione sopportate da mia moglie Fausta.
In tanti decenni sono transitato attraverso modi e stili diversi di affrontare la notizia: dalla cronaca sportiva al resocontismo delle sedute consiliari locale, dalla nota politica all’economia statistica, per approdare infine al giornalismo culturale, un terreno in cui si coltivano prodotti disuguali: la poesia, la letteratura, l’arte, la musica, il cinema. Tutti con un loro linguaggio e un loro vocabolario.
In questo universo ho scelto la parte del notista d’arte, per distinguere il mestiere dall’attività specialistica vera e propria, rappresentata dagli storici dell’arte, dai critici, dai semiologi e dagli studiosi di estetica.
Rendicontare l’arte e la cultura oggi implica rischi: che quanto si scrive finisca nella noia o nell’inconcludenza, peggio, nell’ incomprensione o nel disaccordo. Incognite, confesso , alle quali non sempre riesco sottrarmi.
A parziale giustificazione il fatto che nell’ultimo mezzo secolo il linguaggio espositivo di riferimento si è composto pieno di significati, di identificazioni e di clichè, di definizioni arbitrarie, di ri-classificazioni eccetera fino al paradosso ultimo: che in generale i discorsi sull’arte, anziché essere costellati da interrogativi finiscono riempiti di luoghi comuni e giudizi usurpanti, il cui retroterra è di sostanza promozionale e pubblicitaria,  non solo condizionato dalla natura amicale dei  rapporti personali e che, raramente, combinano con l’attenzione e la riflessione critica.
Ringrazio perciò Beppe Cremaschi, collega che mi ham dedicato tante parole, ma soprattutto perché ha distinto nel mio lavoro la presenza di ostinatezze e di provocazioni con ho cercato e tento di sottrarmi a posizioni di appiattimento e di consenso non motivato.
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“PIOGGIA LONTANO”/Il libro della moldava Eliza Macadan a “Contrappunti Autunno”

Scrivere  di poesia, è noto, mette sempre un po’ a disagio: i poeti sono un esercito, la loro produzione troppo complicata o troppo elementare, le pubblicazioni selezionate quasi sempre limitate a un ristretto numero di personalità dominanti, le interpretazioni anche, benché negli ultimi tempi qualcosa sembra cambiare.

Pioggia lontano ( Quaderni di poesia “La città ideale”, editrice Archinto, 2017, € 12) della scrittrice-traduttrice moldava Eliza Macadan può far credere già nel titolo a una svista o inesattezza. E’ una “disunione”  precisa in premessa Amedeo Anelli. Inevitabile dal momento che la raccolta esce da una realtà  prismatica di rifrazioni e riflessi,  fatta di schegge e pezzi di accadimenti e di esperienze, di cose e di fatti che fanno immaginare “una esigenza insoddisfatta di risposte” che sbarrano una comunicazione unitaria di senso.

Conosciuta per composizioni in italiano, rumeno e francese la Macadan ha raccolto un discreto interesse dalla critica con “Passi passati”(Jocker, 2016), “Anestesia delle nevi” (La Vita felice, 2015), “Il cane borghese” (La Vita felice, 2013) e trovato risalto sulla rivista Kamen’ di Amedeo Anelli e sul blog di Rai New.

Al suo mondo non si accede se non percorrendo lo spazio che le parole dispiegano attorno a sé nella forma della prossimità o della distanza delle cose, nella Bucarest del post comunismo emblema di indigenza e di decadimento.  Anelli indaga questo dis-locare, raggiungendo un orientamento e una direzione. Il valore simbolico in cui è racchiudo il senso è rintracciato nella localizzazione puntuale della soggettività dell’ordine sensoriale e di quello razionale, sorgente dei “versi secchi e taglienti” e della modalità particolare di comunicare un  “senso corroso”  trattenuto “alla superficie delle cose e degli atti”.

Quella della Marcadan non è una “poesia di lamento”, di “disillusione” o “smarrimento”, bensì di richiami; raccoglie una proliferazione di immagini che esprimono ansia di pienezza e di vita. Nella nota critica a Pioggia lontano il modenese Alberto Bertoni, docente di Letteratura italiana contemporanea all’università di Bologna – anche lui come Anelli poeta -, coglie dell’opera la significativa “autonomia”: una capacità di creare metafore e modi di dire “del tutto nuovi” in uno stile tutto proprio, “non apparentabile”, con cui “architetta perfettamente immagine e percezione”, liberando il canto dall’imperialismo del significante lasciando libere le parole.

Pioggia lontano, sarà il prossimo novembre presentata, con l’intervento dell’autrice, a Contrappunti d’Autunno a Tavazzano con Villavesco, grazie agli Amici del Nebiolo. Amedeo Anelli, coordinatore del programma di ON FA L’OS” – piccolo presidio poetico, intratterrà l’uditorio sulla “ricchezza di richiami”, gli anfratti e i nascondimenti della Macadan, una poetessa che non teme di mettere nell’ incipit di uno dei suoi versi: “Corro da sola / la maratona della poesia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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