LUCIANO G. VOLINO /All’ombra dei Grigioni


Volino foto

Luciano Volino alla ptresentazione di una mostra d’arte

 

All’ombra dei Grigioni è il primo volume di Luciano Giuseppe Volino, realizzato con i racconti pubblicati sul Corriere dell’Adda negli anni 1970 e 1971; una ventina in tutto, con insegne dominanti l’io e i ricordi d’infanzia, all’interno dei quali si interrogano le ragioni che generano la forma e il bisogno di scrivere. Complessivamente una ottantina di pagine che Edinchiesta di Salvo Bella ha editato nel lontano luglio ’71 e che Volino ha deciso di riproporre. La presentazione ufficiale è in agenda per il prossimo 20 febbraio all’ Unitre di Lodi.
Una scelta a dir poco coraggiosa, che assume quasi un carattere di “sfida” data la generale consapevolezza del cammino percorso dal linguaggio narrativo negli ultimi cinquant’anni. Fedele a una forte eredità di quintessenza panziniana – del Panzini, professore di liceo, autore romagnolo, richiamiamo Piccole storie del mondo grande, Rose d’ogni mese, Lepida et tristia, Il libro dei morti e dei vivi ecc. -, Volino si dichiara scrittore affezionato al linguaggio convenzionale, di senso obbligato e ai codici di significazione di quegli anni. Non è mai stato scrittore difficile – “di pensiero”, per intenderci –  attratto dal moderno, neppure là dove la parola è sembrata aprire spazi alla presenza del corpo e della voce. Da subito Volino ha adottato una scrittura semplice e amena, benché costruita su un filone di nostalgie e di mestizie, da risvegliare pensieri di comprensione e tolleranza che non sono mai fuori stagione. E tale è rimasta: semplice e naturale, fatta di emozioni dirette, da barrocchetti che adornano lo spazio di ogni racconto. Una scrittura che prima di colpire il lettore è “sentita” e “gustata” dall’Autore, del quale costituisce una sorta di camera oscura: conosce le ubiquità del suo io, l’ anamorfosi delle sue ingenuità, il teatro d’ombre.
Se manca  al lettore la disponibilità ad ascoltare, ad entrare in relazione, a non prevaricare con la propria individualità, è evidente che riesce un po’ difficile comprendere il tempo e lo spazio dell’Autore, le ragioni di questo suo raccontare sé stesso, le proprie intimità, esibendo familiarità, i ricordi lieti e dolorosi e nostalgie e le tematiche che accomunano la Peppa, il nonno, padre Gioele, Donato,  Giacomo, il giardino della Guastalla e via di seguito. L’ ego di Volino è sempre lì manifesto in ogni pagina, in ogni rigo. E’ il mandato, lo scatto, la spinta che lo induce a scrivere, il desiderio di dare un nome e una spiegazione alle cose che lo riguardano, a cercare attraverso il linguaggio la comprensione, la disponibilità, l’interpretazione, a recuperare la fiducia nella dignità umana.
L’opera di questo scrittore locale non nasce da una qualche imprecisata sperimentazione stilistica, tanto meno  dall’esigenza di essere moderno a tutti i costi , ma dalla volontà di corrispondere all’impulso di mettersi in contatto con l’umanità che lo legge.
Alla luce di All’ombra dei Grigioni, Gadda ha sicuramente esagerato quando ha definito l’io  “il più lurido di tutti i pronomi”. Se l’io ha sempre rappresentato un cruccio per la filosofia (e la letteratura) moderna, sembra non esserlo è mai stato per Volino, che da sempre lo ha tenuto caro, gli è stato amico, fornendo la traccia del suo raccontare, e oggi può ancora valorizzare l’ “enigmatica espressione” che  dal primo giorno gli ha fornito un fascio di percezioni e di spessori sui quali costruire la sua scrittura narrativa e poetica.
Il paradosso è che l’io – il “me stesso” interiore dello scrittore – che primeggia nei venti racconti sino a incontrarsi e confondersi con l’esperienza dello scrivere, è sempre qualcosa di “sfuggevole”. Lo teorizzavano già ai loro tempi Hume e Kant, che lo sospettavano d’essere “una grossa illusione”. Come allora poter chiedere a uno scrittore di settantasei anni di risolvere il problema del proprio io che emerge dal processo di scrittura personale, se ancora nessuno ha saputo spiegare definitivamente cos’è questo io-ego?

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