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Teodoro Cotugno, poesia di una città di provincia

TEODOTO COTUGNO: Copertina del catalogo curato da Tino Gipponi per la mostra alla Banca Centropadana di Lodi

Si è inaugurata alla Bcc Centropadana in corso Roma a Lodi, presenti i vertici dell’Istituto, come pure esponenti dell’arte, della cultura, dell’amministrazione civica e un pubblico numerosissimo delle migliori occasioni, una “vetrina” di opere grafiche di Teodoro Cotugno.
La mostra compendia in 35 calcografie un racconto di luoghi, percorsi, monumenti cittadini, dall’artista affidati a una narrazione di mestiere e sapere, in cui la natura viene messa a fuoco nel dettaglio e connota privilegiandole esplorazioni di luce e incantamenti.
L’omaggio a Lodi e al territorio è stato reso possibile dal riordino intelligente di un consistente numero di lastre incise in anni diversi, che una volta riunite documentano filologicamente le acquisizioni del segno artistico, il passaggio da un registro descrittivo-figurativo a una dimensione interiore, a un cammino orientato sul significato profondo del guardare in cui al “simple divertissement de hasard” è opposto un paesaggio figurale di meditazione e poesia consegnato da stampe originali d’arte.
Una esposizione dunque invitante oltre che persuasiva in cui Cotugno si conferma uomo di silenzi, di tempi sospesi, di sguardi dilatati e segreti, oltre che calcografo dal segno autorevole e definito. La qualità delle acqueforti riunisce in sintesi stile, temperamento, sensazioni e sentimenti. La piazza del Duomo, La Basilica di San Bassiano, Il Torrione di Lodi, Il resto del raccolto, I tre campanili, Lodi dai tetti, Il Torrione, la neve e il silenzio, L’Isola Carolina, Le Baste 1, Le Baste 2, San Rocco, Il vigneto, Cattedrale d’inverno, Vecchia fornace, Autunno, L’Incoronata e la luna, Vigneto di Giò, La cascina scomparsa, Autunno, Tra gli alberi, L’Adda eccetera, studiosamente disposte, hanno “armato” il curatore Tino Gipponi che ha condotto una puntuale, esperta analisi dei procedimenti e dei segni grafici, e una interpretazione delle condizioni di sentimento e poesia che rendono i fogli unici.
Cotugno è artista che non si compiace del mestiere di “riproduzione”, aspira a toccare vertici di espressione. Nei suoi lavori si ritrovano schiettezza di scrittura, spessore di significati, pretesti di poesia; filtrano fremiti di luce presi dalla realtà della natura e con decisione proposti con coinvolgimento. Campagne, passaggi, stagioni, scorci boschivi, archeologie agresti, corsi d’acqua, aspetti rurali, ma soprattutto monumenti civici, ponti, tetti e piazzali, chiese, scorci cittadini ecc. inducono a leggerne, segno dopo segno, i dettagli, fin oltre dentro l’ avvolgente poesia.
Profili urbani, aspetti gentili, visioni campestri e bucoliche sono dall’artista colti con occhi di poeta, attraverso un intimo rapporto con la natura guardata e riguardata, che suggerisce – con le ovvie e dovute distinzioni -, cenni di richiami a Barbisan, Tramontin, Castellani, Cadorin, Trentin, Ceschin, Tregambe…
Come loro, il calcografo lodigiano trasmette sensazioni di luce. La sua arte non annuncia problemi, se non le incognite a cui va incontro l’amata natura. Le sue immagini lasciano l’effetto realistico per incontrare qualcosa che è misterioso (non semplicemente poetico).
Il percorso segnico-formale s’è molto rafforzato, ha acquisito sicurezza ed espressività; i suoi fogli si riconoscono per lo svolgimento dei temi e lo sciogliersi delle forme nell’atmosfera. L’abilità di mano e di occhio giunge a inserire il bianco del foglio nella raffigurazione, fino a raggiungere effetti luminosi in differenti elementi paesaggistici.

In tempi di imperante finzione la mostra rivela un Cotugno dall’ approccio umile e consapevole verso un mestiere e le sue radici che alimentano un’arte che “minore” non è. Tutt’altro!

 

 

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Tino Gipponi:”La poesia in Ada Negri”

Riaccendere l’ interesse sulla poesia di Ada Negri è impegno non da poco. Richiede scelte e responsabilità. Si mette alla prova Tino Gipponi che già ci aveva tentato con una iniziativa al Museo della Stampa di Lodi. L’amplia e l’approfondisce ora con un saggio penetrante, che dei versi della poetessa mette in luce particolari della versificazione: la tecnica addotta, la metrica, la ritmica, le figure retoriche, e indaga il linguaggio “nell’unità di contenuto e di forma” e in rapporto anche ai percorsi della vita della poetessa. Sostanzialmente sopperisce a quanto è sfuggito (colpevolmente) a tanti critici che nei loro contributi su Ada Negri non sono mai entrati nell’ analisi delle novità formali e della disciplina metrica seguita.
Che poi vi siano “caducità” in una parte della sua opera, sarebbe ingenuo negarlo. Sia pure con morbidezza critica, ne fa cenno lo stesso Gipponi nel libro La poesia in Ada Negri ( Prometheus Editrice, Milano, 2917, €15,00), mettendone in luce la creatività e il linguaggio ma anche i “passi falsi”. D’altra parte la stessa Ada Negri confessò di portare “come una ferita” quella che considerava una “dissonanza” fra la popolarità della sua poesia e il suo “reale valore artistico” .
Passata da una fama internazionale (ricordiamo solo il Mommensen che confidò a Ojetti di conoscere nella letteratura italiana il Carducci e Ada Negri) a una sorta di “clandestinità” perdurante essa ammette motivi altri dalla fragilità di una parte della sua opera. Alcuni credono di doverli indicare nei condizionamenti politici suggeriti dal suo iter ideologico, da “pasionaria” socialista ad Accademica d’Italia; altri, invece, nel fatto che la poesia di Ada Negri appartiene sì “alla propria epoca”., ma non sarebbe “d’ispirazione letteraria”. Tra questi il Rondoni per il quale l’oblio sarebbe in un certo senso “meritato” poiché nel suo itinerario “non è approdata al nichilismo gnoseologico, volontaristicamente umanitario in voga (e, per il fatto d’essere in voga mutatosi in nichilismo dolce) – anzi, semmai da esso è partita per giungere alla coscienza di un ‘eterno’ che batte ed entra in ogni attimo del tempo”.
Tralasciando gli interventi preziosi in Archivio Storico Lodigiano ( A. Ruschioni, Momenti e costanti nella poetica di A. N., XVIII (1970), e quelli di Cesare Angelini, di Nino Podenzani, di Elena Cazzulani e Gilberto Colletto, Ada Negri pareva ritrovare interesse dopo l’uscita da Fabbri di una antologia che raccoglieva testi accompagnati da una analisi storica di Davide Rondoni con i contributi di Maria Luisa Spaziani (in “Donne in poesia”) e di Elisabetta Rasy (in “Ritratti di signora”. Ma poi la poesia della “maestria” è ridiscesa nel dimenticatoio, fino al recente contributo di Elisa Gambero (“Il protagonismo femminile nell’opera di Ada Negri”, LED Edizioni Universitarie).
Tino Gipponi vi si aggiunge ora proponendo un interessante “spicilegio” – come lui stesso lo chiama -. Fornisce un ritratto convincente, in cui vengono fatte incontrare indicazioni d’arte e stilistica e riscontri di perizia nell’esercizio della versificazione, che nella sintesi rinfrancano l’esigenza un “assestamento del valore”. In un certo senso Gipponi “rompe” con la sbrigatività di tanta critica che ha sempre trascurato di valutare l’opera attraverso gli aspetti di “fattura”.
Il volume, di piacevole lettura, introdotto da Francesco Solitario dell’Università di Siena, è arricchito da due documentazioni: un epistolario inedito e un apparato iconografico che corrispondono bene all’esigenza del metodo seguito dall’autore, che è quello “critico-euristico” in grado di generare spunti nuovi di conoscenza. Infine, l’edizione è impreziosita dall’acquaforte Piazza S. Francesco in Lodi, incisa e tirata al proprio torchio da Teodoro Cotugno. Una piccola raffinatezza per gli intenditori del segno originale d’arte.

Sabato 21 ottobre 2017 alle ore 16.00 il Museo della Stampa ospiterà un incontro sul al libro di Tino Gipponi. Relatore è Francesco Solitario, professore di Estetica dell’Università di Siena. Argomento: stabilire quale parte della vasta produzione della scrittrice lodigiana abbia effettivamente valore poetico
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Opere di Ugo Maffi dal 1959 al 2012 allo Spazio Bipielle di Lodi

Il pittore UGO MAFFI

Il pittore UGO MAFFI

Difficile dire qualcosa di effettivamente nuovo di Gian Ugo Maffina (Ugo Maffi), dopo che di lui è stato detto e scritto tanto in vita, a proposito e forse anche fuor di proposito, per ragioni umorali e a volte di altra sostanza. L’attuale mostra allo Spazio Bipielle ha il merito di sottrarlo comunque all’effimera e incasinata voce dei cataloghi e delle riviste, a cui Maffi peraltro soleva ricorrere per sostenere la propria proteiforme produzione, oltre che rappresentare l’esigenza di tenerne viva la sua memoria di artista insieme al diritto-dovere della critica di indagarne l’espressione e i significati espressivi. E’ un’occasione per un esame orientato all’esigenza di ricostruzione e di verifica della sua ampia attività d’artista (pittore, grafico, ceramista, artista orafo, decoratore, autore di cartelle di poesia e poeta lui stesso) da aiutare il grande pubblico a ritrovare le esperienze del pittore e il suo sviluppo artistico.
Maffi è senza dubbi l’unico pittore “contemporaneo”, insieme al casalese Gino Carrera, ad avere impresso all’arte del territorio un cambio posizionale, una “lettura” pittoricamente diversa, aderente alla fascinazione messa in campo (o in gioco) dalla ricerca artistica nel dopoguerra.
Le sue opere – aveva ricordato in altra occasione Tino Gipponi il curatore dell’attuale esposizione – oggi non sono più viste con sorpresa, ma a cominciare dalle prime “varietà” e dalle “incertezze giovanili” almeno fino alle antologiche al Museo Civico di Lodi del 1976 e 1980 furono accolte con esitazione e perplessità, come un tentativo incerto d’avanguardia da una provincia “muffosa e acquietata nell’inerte convenzionalismo”
In arte nessuno è mai senza genitori. Nella pittura di Maffi si possono rintracciare diversi richiami, sia pure tradotti in un linguaggio personale fuso tra riflessi, tematizzazioni, stati d’animo, poetiche.. Alla Bipielle non si scoprono “momenti” o “esperienze” da sommare a quelle conosciute, ma acquarelli, pastelli, inchiostri, oli che sono i solchi che hanno accelerato le scelte dell’artista verso una sorta di espressionismo lirico.
La retrospettiva coagula le linee della sua ricerca su alcuni nuclei tematici e poetici. Recuperate dalla ex-moglie Assunta Saccomanno, mostra come simboli, metafore e poesia fossero presenti da sempre in Maffi, sin dalle prime esperienze; e come questi tropi abbiano recuperato il modo di ripetersi nella fase di maturazione. Rende soprattutto chiare quelle componenti del linguaggio che, a scavalco degli anni Cinquanta-Sessanta e poi negli anni Settanta e Ottanta, diedero evidenza e sostanza alla “rottura” di Maffi rispetto a tutto il contesto localistico.
Alcuni lavori fanno conoscere com’egli abbia sempre affidato la sua pittura al colore. Anche se ai toni accesi e alle varianti caratteristiche che spostarono la quotidianità del reale a una sorta di crogiuolo di idee naturalistiche e metafisiche egli arrivò per fasi successive. Guidano in un territorio dove la varietà dei timbri cromatici e dei registri iconici ruotano attorno a luoghi e paesaggi, a uomini e civiltà d’altri tempi, al mondo contadino, al fiume, alla natura, ai caratteri dolenti del sacrificio e della morte, a sostanze spettrali.
Il visitatore trova declinati un po’ tutti i temi preferiti da Maffi: le sue vegetazioni, i suoi sfumati contrapposti, terra e acqua, atmosfere, insieme alle metafore legate all’uomo, al lavoro, alla storia; congiunte alla coniugazione esplorativa, al segno e al gesto, ai piani orizzontali; a una poesia nata dal silenzio che conduce alla riflessione, alla percettibilità visiva di sottili relazioni tra il dato umano umorale e quello naturalistico.
Questa vibrazione di elementi è stata da sempre al centro della intensa, acuta e profonda osservazione di Maffi. L’artista l’ha coltivata sin dal successo al Premio per la Giovane Pittura Italiana e al Premio Ramazzotti, con un ritmo e una scambievolezza di tempi sonori, un movimento e silenzi fitti di intrighi, ricco di barche, nuvole, riflessi lunari, di barbagli e iterazioni con la materia. Nell’opera di Maffi viene fuori una coerenza di trame, di parti – più “pensanti”, visibili e di parti più leggere – che portano in primo piano l’essenza delle cose. Senza averlo conosciuto nei panni di accanito “lettore” di Pavese (“Paesi tuoi”, “Lavorare stanca”, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”) , di Caldwell, Pound, Hemingway, Kafka ecc. certi “assestamenti” della sua pittura possono sfuggire. La sua arte è fortemente collegata alla poesia e alla letteratura. Perciò stessa inquieta. Come rivelano le liriche della raccolta “Dormitemi accanto. Fogli e colori” (Il bracconiere, Lodi, 1998) che accompagnano la mostra e che Wanda Bruttomesso ha letto al pubblico all’inaugurazione e che costituiscono un’ulteriore scossa interiore.
Anche questa mostra di Maffi porta in primo piano l’anima, la poesia, l’essenza delle cose insieme alla sua estrema attenzione alla materia, come natura corporea, più sfumata di quella dell’energia che l’animava.

 

Ugo Maffi – Opere dal 1959 al 2012 – Bipielle Arte, via Polenghi Lombardo, Lodi – dal 5 al 25 aprile 2016 – Orari dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19 – sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19

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Carrera e Austoni, il maestro e l’allievo al Soave di Codogno

 

Un momento della presentazione di Amedeo Anelli

Un momento della presentazione di Amedeo Anelli

Da sabato, per iniziativa degli eredi di Gino Carrera, Codogno rende “omaggio” a uno dei più validi esponenti della pittura e della grafica italiana, la cui arte è stata dalla maggiore critica associata a Bacon e a Sutherland.
Presentata da Amedeo Anelli l’esposizione al Soave raccoglie opere grafiche e oli di Carrera e un nucleo di esemplari firmati dall’artista casalese Angelo Austoni. L’iniziativa ha il merito di sottrarre i due dal dimenticatoio a cui parevano destinati dalla sciatteria “territoriale” (mettiamola così), anche se, nel Caso di Carrera, sarebbe lacunoso non fare mente alla mostra dedicatagli alla Pusterla dalla Pro Loco e dagli Amici della Grafica di Casalpusterlengo in occasione del suo settantesimo compleanno.
Nato a Casalpusterlengo nel ’23 e morto a Caprino Veronese nel 2001 Carrera è un artista che ha rappresentato il lodigiano in giro per il mondo. Ma che è anche rimasto legato alle proprie radici contadine. Finché in vita, giorno dopo giorno, la sua arte ha fatto i conti con queste radici: nodose allo spasimo nel recupero delle visioni e dei ricordi, spesso incattivite nelle deformazioni, eppure umanissime, quasi dolci nei timbri di ordine poetico.
Sono queste radici, cui ha fato cenno Anelli alla presentazione, a dare il senso ai suoi quadri, alle sue acqueforti e acquetinte, ai suoi disegni. La capacità artistica di Carrera si è realizzata per vie dicotomiche: da un lato la grafica con sapori felliniani gli ha procurato grandi consensi critici (e lo si coglie anche in questa mostra), dall’altra la pittura, di qualità drammatica e di altissimo livello, ma tuttora poco indagata.
Carrera sapeva guardare alle cose e cercare sempre lo spirito che le muoveva. Tino Gipponi individuò in “Eros e thanatos due motivi fondamentali della sua ricerca pittorica”.
Interprete di realismo espressionista, i temi del peccato e della trivialità ( frequenti nelle incisioni) lasciano, negli oli, il campo a problematiche più ampie. Non spariscono del tutto, ma si metamorfizzano. Nei colori dominano più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. A prevalere sono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza e della morte.
Su questa linea ha tracciato quella che potrebbe essere scambiata per una storia psicoanalitica. Quel che conta di un pittore e grafico è però la qualità, il rapporto definito tra forma e contenuti, non l’inconscio. Le opere esposte al Soave sono un tripudio di straziamenti e pulsioni, un susseguirsi di complesse tessiture di riferimento affidate a un linguaggio di chiara derivazione europea: “reminiscenze baconiane”.
Carrera torturava la forma con l’intenzione di scontrarsi con la cultura “comunicazionale” del suo tempo, una cultura che esorcizza la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano. Ciò spiega perché risulti un’arte drammatica, specifica e personale. Il senso ambiguo e doloroso e quello di confessione non possono comunque essere scambiati per una forma di retorica della sofferenza, anziché per testimonianza della una condizione umana. Da artista Carrera lo ha fatto nell’unico modo in cui poteva farlo un pittore autentico: costringendoci a guardare e riguardare i suoi lavori, a riscoprire in essi, prima di tutto, la profondità umana, solo dopo a misurarne le architetture, i disegni, il segno, le ombre, le pennellate.
L’”allievo” Angelo Austoni ( n. Casalpusterlengo 1932 – m. Lodi 1990) è senz’altro da segnalare per l’impegno lasciato in campo grafico, mostra non solo atmosfere e contenuti al fondo delle sue convinzioni umane e artistiche, ma la qualità di un esercizio tecnico ricco di risorse e di attrazione, frutto di una conoscenza e di una applicazione a cui non mancano precisi e attendibili riferimenti a Carrera. Nella loro intrinseca qualità fisica, nei fogli in mostra risultano facilmente identificabili procedimenti, espressione e quelle variabilità soggettive che garantiscono una interessante resa grafica.

 

GINO CARRERA e ANGELO AUSTONI – Opere grafiche e oli – Ex Soave – Codogno Dal lunedì al venerdì: dalle 17 alle 19,30, festivi dalle 10 alle 12, dalle 16 alle 19,30 – Fino al 10 aprile

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Le acqueforti di Teodoro Cotugno all’Abbazia di Chiaravalle

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Natura e arte nella Valle dei Monaci

In tempi di mostre ipertrofiche e di esposizioni improvvisate (di cui si hanno ripetuti e incerti esempi anche nel sudmilanese e nel lodigiano) la veloce e leggera presentazione dell’arte calcografica di Teodoro Cotugno ordinata nei giorni 26,27 e 28 marzo prossimi all’Oratorio San Bernardo presso l’abbazia di Chiaravalle a cura dell’Abbazia stessa e dell’Associazione Art9, è senz’altro da mettere tra le eccezioni. Da un lato esibirà un gruppo di una ventina di stampe selezionate, tirate personalmente dall’artista e raffiguranti l’abbazia di San Lorenzo in Milano, l’abbazia di Viboldone, San Bassiano in Lodi Vecchio, l’abbazia di Chiaravalle (2 versioni) eccetera e una serie di cartelle, dall’altra, è un invito anche a visitare la storica abbazia cistercense di Santa Maria di Roveniano tra il Parco Sud e Rogoredo per cogliere nella suggestiva cornice di spazi e di storia l’indovinato collegamento con l’armoniosa opera dell’artista lodigiano.
In questi anni, dell’arte di Cotugno, si sono interessati in parecchi, che potrebbe suonare quasi ozioso citare i maggiori: da Philippe Daverio a Walter Piacesi, da Paolo Bellini a Trento Longaretti, da Renzo Biasion a Gianfranco Grechi, da Cesare Angelini ad Antonio Fugazza, da Tino Gipponi a Giuseppe Spiazzi, da Giuseppe De Carli a Patrizia Foglia a Marco Fragonara… In tanti anni di esercizio di lui sia stato detto e scritto tutto quanto di meglio critici ed esperti italiani potevano dire.
COTUGNO Teodoro Scan_Pic0185Sulla sua tipologia non rimane molto da aggiungere: misurata, affettuosa, è un’arte che parla da sola. Le tirature non sono mai equivoche. Evidenziano qualità tecnica e abilità strumentale da conferire forza comunicativa attraverso una penetrante ricchezza di segni e contenuti. Nei suoi fogli c’è una costante energia: concettuale, muscolare e nervosa, che muta e modula gesti convertendo tagli e incavi in valori grafici, ovvero in immagini. Ma c’è anche una scelta di “fedeltà”, costituita dalla “ostinazione” dell’artista di non rompere con la tradizione figurativa dell’ acquaforte e nell’ orientare il gusto attorno al paesaggio naturalistico.
In questo quadro operativo la mostra all’Oratorio San Bernardo dell’abbazia di Chiaravalle si annuncia come una conferma di professionalità alta, fatta di rispetto delle regole, di rigore segnico e di sottostante sintesi disegnativa, condotta dall’artista su una linea di narrazione articolata da visioni “en plain aire”, sentimenti ed emozioni.

Acquafortista di grande mestiere, di taglio “dolce” e segno raccolto, affidatati al nitore, alla pulitezza e alla totale assenza di irregolarità, Cotugno conferisce una impronta creativa coerente, non di facciata, che nello spessore del linguaggio e nelle stesse formule figurative ha la spiegazione di tante performance altamente rappresentative.

 

Natura e arte nella Valle dei Monaci . Acqueforti di Teodoro Cotugno – Oratorio San Bernardo – Abbazia di Chiaravalle, via S. Arialdo 102 Milano – 26, 27, 28 marzo dalle 10 alle 18

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PROSSIMA RETROSPETTIVA DI UGO MAFFI A BIPIELLE CITY

Maffi UgoA quattro anni dalla morte di Ugo Maffi, la sua pittura continua ad accendere interesse e curiosità, a far parlare di sé per la forza immaginativa, irrequieta e la carica romantica. Tra i motivi d’interesse che la retrospettiva allo Spazio Arte Bipielle ormai annunciata come prossima (la data esatta però non è stata ancora fissata), sono senz’altro quei particolari o aspetti in grado di integrare e perfezionare precedenti analisi e punti di vista.
Curata dalla vedova Assunta Saccomanno e dal critico d’arte e amico del pittore Tino Gipponi, da sempre impegnati a evitare che finiscano dispersi i piccoli e i grandi sussulti d’arte appartenuti all’artista, la mostra in programma aggiungerà al coinvolgimento emotivo qualcosa in fatto di interpretazione anche in relazione alla “fisicità” del processo creativo.
Tecnicamente identificabili attraverso oli, xilografie, acquerelli, inchiostri e legni, le opere espliciteranno non solo la poetica, ma quanto metodi e materiali significativamente adottati possono aver conferito qualità e diversità oltre il percorso del puro mestiere e della narrazione.
Anticonformista, Maffi è stato un pittore di temperamento e macina mentale, non di troppi artifici, ma da apparire, a volte, e solo quando lasciava in sospeso penetrazioni, atmosfere e visioni per dare campo alle acquisizioni della pratica e del mestiere, pure spavaldo.
I materiali in mostra aiuteranno senz’altro a risaltare l’interesse del pittore per quella pluralità di elementi fisici, che tradotti con qualità attendibile davano mano a nascondere, affrettamenti e condiscendenze.
Negli ultimi anni, Maffi si compiaceva nel largheggiare in allegorie visionarie così come negli anni Sessanta e Settanta narrava il mondo concreto e vero, fatto di memorie, umanità, legami alla terra e tradizioni. Paesaggi, animali, contadini, partigiani, girasoli, pescatori, vedove, guerrieri, madri, barche, acque, ritratti, mummie, gruppi sociali distribuiti per “cicli” lo sono stati anche per “fattura materica”, confezionata con l’esigenza di rifiutare la forma accademica 8il figurativismo stretto) e di consegnarsi all’ espressione immediata. In Maffi la mano può risultare veloce o lenta indifferentemente, mossa dal pensiero o da una visione o sotto impulso di fantasie poetiche. Ciò ha distinto spesso il giudizio sulla “qualità” trascurando la questione del materiale e delle particolarità naturalistiche della materia, e del passaggio da questa a quella della tecnica e del linguaggio.
A un certo punto Maffi introdusse in pittura lamelle d’oro, poi gesso, poi sabbia, poi si mise a distendere mastice e colla, sabbia di grane e dopo il colore. C’è stato un periodo che usava la sabbia dell’Adda come pigmento. Incorporava la tinta e dava risalto a zone del quadro o a segni istintivi. La stessa procedura faceva con le bende del ciclo “mummie” e “guerrieri” , sulle quali agiva successivamente col pennello per armonizzarle alla narrazione. Pensava, immaginava e operava nei limiti di questa materia.
Pittore di cavalletto? Non sempre. Ultimamente si lasciava tentare dal plein aire da cui era partito giovanissimo. Oppure, si dedicava a tele di grandi dimensioni, che lavorava per terra. Le sperimentazioni non gli hanno mai consigliato di lasciare del tutto la figura. Lavorava la tela come un disegno o come un legno, cioè spontaneamente, senza la propedeutica di schizzi o bozzetti. Non che gli fossero estranei, ma più come identificazione ossessiva con la dimensione esistenziale anche se effimera.
“La superficie da animare e la prima impronta di colore è l’avventura che ne risulta”, insegnava ai ragazzi della Comunità degli italiani di Torre Abrega nell’ Istria croata.

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Museo della Stampa Schiavi: due nuovi quaderni con due “chicche” di Teodoro Cotugno

 MONICO Quaderno Museo StampaRaramente, ma succede, che nel dare notizia delle numerose iniziative che arricchiscono la cultura locale si finisca per dimenticare realizzazioni di qualità, di quelle che tengono insieme con accuratezza gusto e contenuto. Finiscono così per essere dimenticate pubblicazioni di vero artigianato librario, in cui si rispecchiano tesi critiche, elementi biografici e testi di poeti e scrittori che hanno ognuno una propria riconoscibile voce e una propria riconoscibile intonazione di stile e qualità. Sono spesso anche realizzazioni dai contenuti che aiutano a conferire autorità a un discorso, a riprendere e a offrire una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza idee e giudizi, che corrispondono allo scrupolo di verificare precedenti posizioni e di riportare l’attenzione con intelligente, generoso e amabile sforzo su autorevoli personaggi del sistema locale che il tempo tende a far dimenticare o a marginalizzare. E’ il caso di un pittore dalla COTUGNO Omaggio a MOnicoScan_Pic0025personalità piegata alla solitudine esistenziale, Angelo Monico, a cui è riservato il X numero delle collana del Museo della Stampa e stampa d’arte a Lodi. Curato da Tino Gipponi, offre una ricostruzione di carattere personale dell’artista ma anche critica e ambientale del maestro, insegnante per una  quarantina d’anni di discipline e artista maldisposto a esporre e a vendere le sue opere. O, in altri casi, come Ada Negri, un altro quaderno – il IX della collana promossa dal Museo della Stampa –  dedicato alla poetessa lodigiana ma che s’impone innanzitutto per le peculiarità tipografiche: la qualità della stampa, i caratteri mobili utilizzati, la composizione a mano, le spaziosità e altri requisiti che appagano l’occhio di un piacere che investe contenuto e contenitore. Oltre che per le liriche selezionate (Ponte di Lodi, Piazza di San Francesco, Campane, La Campanella, La Voce…) la  realizzazione si fa NEGRI A Museo Stampaapprezzare per la composizione manuale, l’uso di caratteri Bodoni (neretto, tondo e corsivo) e Life e la stampa su carta Antalis bianca vergata con filigrana. Insomma per l’ars typographica, per quel quid che fa dell’opera stampata qualcosa di più di un semplice “prodotto” ben fatto, frutto di un artigianato che regge sulla profonda conoscenza dei mezzi tecnici, delle carte, dei caratteri oltre che su una cultura umanistica. La raffinatezza di queste pubblicazioni del Museo è garantita da una “architettura” in cui c’è tutto uno studio di equilibri fra le dimensioni del foglio, il “corpo” del segno, , la “grazia” del segno stesso, cioè il rapporto fra il “magro” e “grasso” della linea che deve comporlo fino a farne un “optimum”. In definitiva tutto ciò che costituisce un lavoro laborioso, qualitativamente alla ricerca della perfezione tipografica, che permette agli emisferi che compongono l’opera di riflettere e rivelare complementarietà e COTUGNO Omaggio a A Negrirelazioni speculari e renderla attraente e desiderabile in quanto genere di classe in grado di impreziosire la propria  biblioteca o raccolta.
IX e X Quaderno sono arricchiti da due acqueforti di Teodoro Cotugno: 40 copie raffiguranti il Ponte di Lodi e 50 esemplari in omaggio a Monico che rappresentano un Interno tratto da un’opera dell’artista. Due stampe originali d’arte che sono vere e proprie chicche, autentici contributi di poesia e calcografia da conferire pregio e raffinatezza ai due quaderni, a loro volta esempi di costruzione tipografica e di cultura. Nell’apparente semplicità le due piccole calcografie di Cotugno rivelano una sapiente sintesi di segno e di immediatezza raffigurativa. Può sembrare una modalità espressiva facile e accattivante, ma anche questi piccoli lavori rispondono all’impulso della volontà creativa del maestro calcografo lodigiano, sono frutto di una costante energia concettuale prima che manuale, ch’egli fedele alla propria consuetudine riflessiva e operativa converte in segni, gesti, incavi, in valori grafici e quindi in immagine.

(Nota pubblicata su “il Cittadino” quotiidiano del Lodigiano e del Sudmilano il 29 dicembre 2015)

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Il Museo della Stampa di Lodi: conferenza di Tino Gipponi su Ada Negri e Angelo Monico

ANGELO MONICO "Le cugine modelle"

ANGELO MONICO
“Le cugine modelle”

Verranno presentati
i numeri IX e X
dei Quaderni Museali
con le acqueforti
di Teodoro Cotugno

Mettere insieme la poetessa Ada Negri e il pittore Angelo Monico potrà sembrare imprudente, azzardato cercarvi delle chiavi comuni, anche se, come hanno cercato di far avanzare sul piano teoretico Adelchi Baratono (Arte e Poesia”) e Angelo Momigliano (Studi di poesia) sono diversi i motivi in grado di intercedere a favore  di poesia e arte sul terreno di una normale espressività che concede di contemplare nelle due tecniche elementi di appartenenza: significati, segni sostitutivi, o simboli, o istanti, che fanno pensare a rapporti qualitativi e di accordo.

Ada Negri e Angelo Monico si ritroveranno insieme nella conferenza che Tino Gipponi terrà al Museo della Stampa e della Stampa d’Arte Andrea Schiavi, domenica 20 dicembre prossimo fondamentalmente per due ragioni: perché entrambi “sacrificati” e dimenticati dal sistema: Ada Negri, “riconosciuta e consacrata ben fuori dalle nostre mura, anche se dal dopoguerra inspiegabilmente trascurata”; Monico invece, “non conosciuto o poco conosciuto a dispetto dell’assoluto suo valore di pittore”. Alla necessità di contrastarne i rischi di oblio l’iniziativa del Museo della Stampa aggiunge la rinfrancata convinzione che Ada Negri e Angelo Monico sono “due grandi artisti”. A sostegno, Gipponi invoca un “ concetto distintivo” e un “giudizio critico di valore”: “l’arte, intesa nella sua estesa circolarità, tende alla ricerca dell’assoluto attraverso la poesia, per chi sa raggiungerla”.

Ritrovare oggi una poetessa come Ada Negri è comunque quasi un avvenimento. Da troppi anni è tenuta dimenticata (intendiamo dire, non letta). Forse, gran colpa è della “critica ufficiale”, che la censurò subito dopo la morte. Impossibile, leggerla in una delle tante antologie della letteratura del Novecento, neppure come poeta minore. Solo Elisabetta Rasy ha rotto negli ultimi vent’anni il pesante silenzio dedicandogli un “ritratto” insieme a Grazia Deledda e a Matilde Serao (Rizzoli, 1997) e Pietro Zovatto, che ne ha tracciato “Il percorso spirituale” ( Trieste,2009).

Il fatto che i lodigiani si riempiano la bocca del suo nome, significa dunque poco. Colpa del “giudizio severo del Croce, di Momigliano, di Pirandello”? Chilossà! Che vi siano “caducità” in una parte della sua opera, sarebbe impossibile negarlo. Di certe “cadute” ne parlava mons. Mauro Pea, quand’era ancora direttore de “il Cittadino”, poi rettore all’Incoronata, mentre stava stendendo per Mondadori quella biografia che rimane, a tutt’oggi, l’opera di più convincente documentazione.

Di diversa origine e natura la sorte toccata a Monico, che in vita rifiutò ogni mostra, accontentandosi dei consensi privati alla sua pittura: pittura di qualità, senza azzardo, giostrata attorno a  pochissimi soggetti: i tetti, i ritratti (in prevalenza della madre), qualche natura morta, rarissimi paesaggi. Monico è stato un artista di sobrietà narrativa e di stile. Nelle pieghe i suoi quadri raccontano tutti la stessa cosa: la storia di un’anima solitaria e introversa, capace di un linguaggio moderno, mai aggressivo, al contrario introspettivo e poetico, espresso con straordinario equilibrio. La sua pittura parla da sola. Non sale in altezza, scava in profondità. Costituisce un’ indagine solitaria, individuale, interiore.

All’incontro al Museo della Stampa prenderà parte una fine dicitrice da li rami di Ada, la pronipote Antonella Casella figlia di Donata Scalfi. Nell’occasione verranno presentati il IX e X quaderno, della serie museale “Tipografia e Poesia”, dedicati ai due protagonisti. Le prime copie contengono un’acquaforte, in 40 esemplari Il ponte per la Negri e in 50 Interno per Monico, opere dell’instancabile Teodoro Cotugno.

 

Museo della Stampa e della Stampa d’Arte, Ada Negri e Angelo Monico, conferenza di Tino Gipponi, domenica 20 dicembre, ore 16 in occasione della presentazione del IX e X quaderno museale “Tipografia e Poesia” con acqueforti di Teodoro Cotugno.

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COLLEZIONISTI PRIVATI INTERPRETI DEL GUSTO

Non capita di frequente, anzi, non accade quasi mai, che un critico curatore di una mostra di successo, come quella che ha portato al Museo della Stampa di Lodi 60 stampe originali d’arte antica da Dürer, a Rembrandt a Goya, conceda merito pubblicamente in un catalogo, all’importanza non marginale di un collezionista, tirandolo fuori dal solito elenco dei “prestatori” corpo 6, che nessuno legge e dalle abituali “caricature”:”Un collezionista? Un maniaco inoffensivo”  Gipponi 60 maestriOppure, al contrario, “un astuto speculatore”.O, ancora, “Un signore della buona società che ha ereditato”. O a ltrimenti, “uno che fa investimenti alternativi”. Solo se la collezione è quella di una banca o di una istituzione pubblica viene presa sul serio, suscita considerazione e raccoglie meraviglia, se ne parla e scrive con grande rispetto ed enfasi. Se no, viene considerata un divertimento narcisistico e un po’ frivolo. L’idea che circola delle collezioni private e dei collezionisti è non più che marginale. Solo da quando il collezionismo privato ha iniziato a colmare le lacune del pubblico, magari perché rafforzato da disposizioni fiscali, si è cominciato a coglierne il preciso significato e l’influenza, invisibile ma importante dell’amatore di stampe. Nell’intervento che accompagna in catalogo l’esposizione, da poco terminata, dei maestri della stampa d’arte antica, che ha raccolto un significativo e selezionato successo frutto di valutazione ed elaborazione critico-culturale, e di accertata qualità, Tino Gipponi, un po’ a sorpresa, individua nella collaborazione  con il collezionista pavese Giuseppe Simoni, il merito di avere aiutato il volo dell’iniziativa. A Simoni, amatore curioso e appassionato conoscitore della storia dell’incisione e dei suoi percorsi artistici,  sono riconosciute quelle qualità che permettono di “distinguere e comparare”, non solo, ma di farlo senza rinunciare alla “saggezza del dubbio”, cosa che permette di separare i capolavori autentici dalle tirature prive di certezza, “semifalse” o tardive, differenziandosi “dal collezionismo dei non intenditori o non competenti”. “Collezionisti – ricorda Gipponi. Forse facendo mente anche a sé stesso –  non si nasce, si diventa a poco a poco con l’orizzonte della attesa per diventare vero connoisseur, con studio e comportamenti coerenti per raggiungere infine il grado di competenza cui contribuisce la sensibilità”. L’attenzione assegnata allo studioso pavese non è solo un atto dovuto a una esperto di linguaggi e di percorsi , ma ha la prerogativa di ri-orientare l’ interesse sul collezionismo privato, sul suo ruolo e preparazione, in grado di intervenire (cosa che pochi gli riconoscono) sulle trasformazioni dell’occhio a vantaggio di quei valori nuovi; intervenendo quindi con il proprio ruolo in quelle trasformazioni che coinvolgono storici dell’arte e studiosi eruditi, ma anche la moltitudine  che guarda le opere. Il collezionista privato – ricorda il polacco  Pomian, autore della voce Collezione, in Enciclopedia Einaudi, III, Torino 1978,  è un “tipo culturale”. Le idee che veicola, entrano nei cataloghi e nei libri, ispirano esposizioni temporanee, portano a far uscire dai depositi tante opere. Indirettamente, ne modificano la stessa apparenza. Non è solo lo sguardo dello spettatore che cambia, è l’arte stessa, il giudizio che di essa si dà. Fatto di cui ogni Storia deve tenere conto, nei limiti consentiti dai documenti. Anche l’arte della stampa originale non è mai fissata una volta per tutte, né nel suo aspetto di godimento, né nella sua dimensione semiotica. E questo lo ha espresso anche la grande mostra tenuta al Museo della Stampa e della Stampa d’Arte.
Bene ha fatto Gipponi a  mettere attenzione sul collezionismo. Oggi, il collezionismo rappresenta la sintesi tra diversi fattori: valore, cultura ed estetica. A questa sintesi, purtroppo, non si offre mai credito. Il collezionismo è un fatto dinamico: seleziona, scopre, favorisce nuovi modelli ed occasioni espositive, contribuisce ai processi di formazione del valore artistico, a volte anche sottraendosi ai meccanismi del mercato. Non è davvero poca cosa.

Il libro: Tino Gipponi, La stampa d’arte antica. 60 capolavori da Durer, Rembrandt a Goya – Ed. Museo della Stampa e della Stampa d’Arte – Fotografie di Giuseppe Simoni –  Tip. Sollecitudo Arti Grafiche, Lodi, pag. 115, 2015, s.i.p.

( Nota pubblicata sul quotidiano del lodigiano e del sudmilano “il Cittadino” il 1 dicembre 2015)

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PROTAGONISTI/ FRANCO RAZZINI : La memoria salvata di artisti lodigiani

FRANCO RAZZINI fotografo

FRANCO RAZZINI fotografo

Coi suoi click  Franco Razzini ha praticamente scritto la storia della città di Lodi e dei suoi abitanti dai primi anni Sessanta ad oggi. Il suo obiettivo dispone su più piani una materia ampia, in parte sociologica, per il gusto dell’osservazione sapida e precisa su personaggi e ambiente, in parte tradizionale, legata a tematiche sentimentali, di colore e di umanità locali.
Radicato nel tessuto umano e sociale di Lodi, riesce difficile pensarlo come fotografo in attività altrove. Anche se ovviamente non mancano in tal senso risultati sorprendenti: Londra, Dublino, Mosca… Il bisogno di autenticità lo riporta immediatamente a casa. Ne sono dimostrazione le numerose mostre, sempre di straordinario richiamo, circondante da grande attenzione e curiosità, che costituiscono un sicuro indizio delle sue qualità.
A queste ascendenze è rimasto fedele nel tempo. Girando quotidianamente (oggi un po’ meno) come una sorta di rabdomante alla ricerca di volti e di soggetti. E quel che ne viene fuori è un discorso di umanesimo: Il suo obiettivo non critica, non denuncia, non giudica, non condanna. Anche nelle rimarcature mordaci, il tono è quello del rispetto. L’ ironia (là dove c’è) è discreta e sobria. Quel che basta per conferire al risultato un tocco di lirismo.  Le immagini colgono con misura, in modo ritmico e visivo, l’essenzialità. senza retoriche, il gioco dei contorni o dei contrasti senza eccessi di preziosismi formali. Inutile dire che vanta un portfolio fotografico traboccante di immagini di personaggi. Tra tante attenzioni particolare è senz’altro quella da lui riservata agli artisti di casa: una serie di scatti in cui esplicita l’idea di scrittura fotografica. Perchè di scrittura vera e propria si tratta, cioè di una sorta di lavoro artigianale che privilegia il messaggio la capacità di conferire a immagini ottenute  in tempi diversi e spesso lontani, una sequenza narrativa, un racconto breve e completo. Di molt di questuii artisti Razzini, coi suoi scatti, ha salvato memoria.
L’ambiente dell’arte locale risulta essere stato minuziosamente setacciato. Sul trapezio sono saliti pittori, scultori, incisori, musicisti, cantanti, registi, fotografi, poeti e giornalisti. Alcuni tornano in mente: Angelo Bosoni, Pedi da Lodi, Ugo Maffi, Felice Vanelli, Alberto Bergo, Paolo Marzagalli, Luigi Poletti, Luigi Volpi, Dionisio Urbans, Pier Antonio Manca, Luigi Bonelli, Tino Gipponi, Nino Bassi, Luigi (Gino) Franchi, Benito Vailetti, Mario Ottobelli, Teodoro Cotugno, Flavia Belò, lo scultore Angelo Vigorelli, il fotografo Antonio Pallavera, il cantante Leo Nucci, l’attore e regista Giancarlo Rivolta. E ancora: Angelo Balconi, Pasqualino Borella, Bruna Weremeenco, Loredana De Lorenzi e Elena Amoriello, Marcello Chiarenza, Franco Marchesi, Franco Gianotti, Oliviero Ferri, Angelo Palazzini, Fausto Pelli, Paola Maestroni, Franchina Tresoldi. E scusate se qualcuno l’abbiamo dimenticato.
Di tanti Razzini ha fermato momenti giornalieri, di routine. Verrebbe di dire ha”dipinto”. Senza preferenze: gli sono bastate la conoscenza e la coscienza del proprio mestiere. D’artista ovviamente.

 

 

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