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Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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Teodoro Cotugno e Agostino Zaliani: 100 incisioni allo Studio Bolzani a Milano

zaliani-e-cotugnoLa scelta dello Studio Bolzani, storica galleria milanese (ora in Galleria Strasburgo 3, in piazza San Babila) di presentare insieme 100 incisioni di Teodoro Cotugno e di Agostino Zaliani , due acquafortisti di tecnica diamantina, non può che definirsi una scelta coraggiosa, sia dal punto propositivo che da quello artistico. I tempi, si sa, sono quello che sono. Si scrivono pagine e pagine artisticamente “antagoniste”, dove per virtù paradossale, “vale tutto” e a prevalere, da tempo, è il compiacimento (o autocompiacimento o narcisismo) d’infrangere le “regole” della koiné, del far bene, a regola d’arte. Un anticonformismo che nelle arti visive è dilagato a dismisura sotto l’etichetta della “ricerca”, ma che in effetti è solo una pratica di maniera, destinata a stomaci forti, in cui l’ostentazione ossessiva dell’ originalità raccoglie consensi spesso imbarazzanti.
Cotugno e Zaliani (spentosi a Milano nel dicembre 2014) sono acquafortisti di formazione diversa, dotati di grande consapevolezza dei mezzi tecnici, da esprimere con chiarezza sensazioni prevalentemente ricevute dal paesaggio, dalla natura e dai luoghi. In tanti anni di attività, nella loro produzione calcografica si coglie non solo la realtà insieme al vero, ma anche il sentimento, che altrimenti il risultato rischierebbe di essere scarsamente eloquente. Nelle immagini la loro poesia non è sbrigativa, ideologica o letteraria: più di slancio quella dell’ex-geometra dell’aem di Milano, assiduo frequentatore di modelli espressivi canonizzati, ma insieme artista e poeta autentico, ha immerso le proprie sapienze e osservazioni in figurazioni folgoranti, in forme ricche che sottendono allusioni e spessori, forze ed energie che trascendono. Zaliani attirò l’attenzione, tra i primi, del critico lodigiano Tino Gipponi e si fece conoscere dai lodigiani attraverso “Carte d’Arte”, rivelando in ogni immagine il coraggio del proprio linguaggio, delle proprie padronanze tecniche fatte di esattezze e sentimento e l’azzardo della poesia naturalista. Varia, limpida e solare la produzione di Cotugno, in cui non c’è la ripetizione di un rito segnico, ma attenzione a ciò che si vede e si coglie, ai segni dell’esperienza e dell’emozione interiore, ma anche a ciò che non si vede, ai moti appena percettibili, alle spinte inconsce in cui l’immagine di volta in volta acquisisce lontananze e profondità, connessioni e distinzioni. A spiare le sue predilezioni figurative si scoprono sempre risultati ulteriori: la varietà sapiente del segno, il miglioramento di quel che già esse possedevano, la capacità di renderle varie e sincere. Ogni suo lavoro è pensato, elaborato, composto, riempito di energia. Dietro al velo di poesia si intuisce com’egli ormai segua una filosofia propria, in grado di trasferire nelle composizioni tranquillità, serenità, una certa disciplina e una fattura intessuta di mistero, che le sottraggono alla chiacchiera e alla letteratura. Le sue stampe convincono non tanto per la scelta dei soggetti o per i motivi, quanto per la fattura, la capacità di suscitare sensazioni nella sensibilità del fruitore.
La mostra delle opere dei due maestri lombardi allo studio Bolzani è un’occasione per dimenticare, sia pure per un attivo solo, i bulimilici schemi offerti da tanta arte d’intrattenimento attualista e ritrovare un’arte che apre alla poesia e alla riflessione, risultato di una ricerca dura sul linguaggio attraverso la concentrazione e il dialogo e una elaborazione affermatasi nell’arco di quattro e più decenni.

Teodoro Cotugno, Agostino Zaliani – Studio d’arte Bolzani – Cento incisioni in mostra Galleria Strasburgo, 3 Milano Inaugurazione giovedì 9 febbraio fino al 25 febbraio – orari: 9,30-12,30, 14,30-19, domenica e lunedì chiuso – info: studiobolzani@libero.it – tel 02.760.14221

 

 

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“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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“Le stanze della grafica d’arte” / Viaggio nella grafica italiana

LUIGI BARTOLINI

LUIGI BARTOLINI

Cambia denominazione Carte d’Arte: da quest’anno sarà Le Stanze della Grafica d’Arte. Insieme modifica la tradizionale struttura compendiando nella organizzazione tre sezioni espositive: una dedicata a incisori e litografi attivi nel mondo della stampa d’arte (Carte d’Arte); una seconda (Protagonisti e Maestri), intesa a ricordare artisti di particolare importanza e valore e risonanza; una terza (Attività), a far conoscere istituzioni, stampatori, editori, circoli collegati al mondo della stampa d’arte.
L’ampliamento introdotto dall’Associazione Mons. Quartieri presieduta da Gian Maria Bellocchio è rivolto a dare un quadro dei collegamenti che accompagnano le stampe d’arte dal momento dell’invenzione del soggetto alla fruizione finale. Proprio nella dimensione di un’attenzione più ampia al mondo della grafica originale d’arte è da leggere la scelta dell’associazione che da una ventina d’anni è impegnata sul piano di un consolidato programma espositivo di ricerca e valorizzazione delle testimonianze più eloquenti della cultura grafica nazionale.
L’ “offerta” di quest’anno, curata da Patrizia Foglia, nota studiosa esperta di storia, indirizzi e contributi di una certa originalità, e da Gianmaria Bellocchio, si incentrerà su un “omaggio” a Luigi Bartolini, senza dubbio uno dei più quotati maestri dell’incisione italiana, autore di esemplari unici o rari. L’nconetano, autore di 1400 opere incise, è considerato artista raro e sanguigno che “urtava”, come lui stesso riconobbe,contro tutti e contro tutto”, una delle “eccellenze” del ‘900 italiano vissuta costantemente con grande intensità poetica.
Una seconda sezione sarà riservata a far conoscere Ermes Bajoni di Bagnocavallo, autore di formazione autentica improntata a soggetti umani e a racconti che sfruttano il dato “quotidiano”. Vincitore del XIV Premio Sciascia organizzato dall’’associazione degli Amici di Sciascia con i Musei Civici di Milano, saranno con lui il vicentino Ivo Mosele, curatore dell’archivio del maestro della tradizione veneta Tono Zancanaro, e autore di personaggi immersi nel quotidiano che di volta in volta svelano tracce di svelamento e di nascondimento, il magentino Ernesto Saracchi, autore di racconti per immagini costruite sulla memoria, la piacentina di Carpaneto Roberta Boveri, allieva di Bruno Missieri autrice di trasparenze e luce avvalendosi di tecniche diverse e sperimentali.

Nota pubblicata dal quotidiano IL CITTADINO sabato 3 settembre 2016

TEODORO COTUGNO FLAVIA BELO' il critico PATRIZIA FOGLIA

TEODORO COTUGNO
FLAVIA BELO’
il critico PATRIZIA FOGLIA

Una terza sezione è invece dedicata ai 40 Anni del Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande, diretto da Gabriella Casarico. Quarant’anni possono essere o sembrare molti o pochi, a seconda di come li si viva. Quelli del centro ospite di palazzo Galloni a Milano hanno convertito la vita artistica sul Naviglio. Tra gli artisti di casa nostra che sono transitati si richiamano: Sara Montani, Teodoro Cotugno, Flavia Belò, Paola Maestroni, Luigi Poletti, Vittorio Vailati e Franchina Tresoldi.
Al fine di non perdersi tra le cinquanta e oltre stampe d’arte che saranno alle pareti di via Polenghi, segnaliamo da ora: l’acquaforte-bulino “Verwirrug” di Eva Aulmann, artista straordinaria per carattere e visionarietà; la sequenza in 4 lastre lavorate a puntasecca e a maniera nera “Crepuscolo” di Mario Cattaneo; l’omaggio al “Liocorno” in chiave di atmosfera surreale di Angela Colombo e quello di gusto lirico di Flavia Belò; l’ acqueforte di Teodoro Cotugno che restituisce corposità poetica a un “Sentiero d’inverno; l’“Albero delle stagioni” che conferma le convinzioni grafiche di Umberto Faini. Segnaliamo ancora: le “Scritture arcaiche” di Fernanda Fedi e quelle a “Prova di volo” di Gino Gini; la puntasecca e acquatinta di un Calisto Gritti; l’acquaforte, puntasecca, acquatinta al sale “Rain forest 1” di Silvana Martignoni; “Melograni”, acquaforte acquatinta su tre lastre di Roberto Rampinelli; “Albero prigioniero” di Girolamo Tregambe, esemplare maestro bresciano, scomparso da poco.

Le Stanze della Grafica d’Arte – Spazio Arte Bipielle, via Polenghi Lombardo a cura Associazione Monsignor Quartieri, Mostra collettiva di grafica originale d’arte – Inaugurazione 1 ottobre p.v.

 

 

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Un feulleton dell’800 lodigiano illustrato da Teodoro Cotugno. E’ quasi graphic nouvel

beltrami Scan_Pic0004Quando eravamo giovani era facile dividersi in partiti: quelli che portavano Marco Polo e quelli De Amicis, quelli che preferivano Salgari e quelli che parteggiavano per Verne, quelli che stimavano Kipling e quelli per lo scrittore cavalleresco Miguel de Cervantes. Più grandicelli, cambiavamo con le letture anche i partiti: c’era chi dopo essersi schierato per il Manzoni maestro di letteratura morale e civile, preferiva mettere in formazione Moravia, Verga, Svevo, Bontempelli, Palazzeschi, Tozzi.
E i Maestri Dante, Macchiavelli, Boccaccio, Petrarca. Tasso, Parini, Alfieri? In panchina. Per non misurare distanze l’ accortezza era non farli scendere in competizione. Non si leggevano, se non in classe, fuori si rispettavano per l’estensione nazionale del loro linguaggio. Meglio il partito dei bugiardi, detto anche della “transazione” (Pirandello, Dannunzio, Panzini, Landolfi Alvaro) o, – una questione di date ? -, di Levi, Brancati, Gadda, Delfini, Savinio, Berto. Più tardi l’interesse si misurerà per orizzonti verticali: gli “americani” (Hemingway, Fizgerarld, Faulkner, Pessoa), gli “europei” (Goethe, Kafka, Proust, Brecht, Mann), i “russi” (Dostoevskij, Pasternak, Adamovic) gli italiani (Vittorini, Calvino, Pavese, Bassani, D’Arrigo, Malerba). E poi i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, i latino-americani, i nordici. Una volta la scrittura rispettava la sua storia, le cotugno Scan_Pic0005alternanze culturali di cui essa era espressione e accanto al nucleo tradizionale accoglieva spostamenti anche importanti che stimavano tracce della vita passata. Oggi, in cui solo una minoranza indugia al piacere di entrare in libreria, chiedersi se la scoperta di un romanzo popolare di intrattenimento leggero, sia bene o non riveda la luce può nascondere un vuoto, un abisso. L’inconsapevolezza che a furia di girare vorticosamente attorno all’attualità e all’effimero brucia la storia. La scrittura di ogni tempo non può rinunciare alle contiguità con il passato storico e alla sua interpretazione per capirne il senso. Anche la narrativa migliore ha in germe l’esperienza del passato.
Allora lo diciamo, così ci leviamo di torno il problema: quanto vale “Stella Vistarini” di Giuseppe Vitali, racconto storico scoperto da Attilio Beltrami sulle pagine della Gazzetta della Provincia i Lodi e Crema? L’italiano narrativo, dopo quasi due secoli, non può che essere “vetusto”, come dice lo stesso curatore. Ma la vetustà, che è una “nobile vecchiezza”, in questo caso fa parte della cultura popolare del secolo succeduto a un’epoca fertile e a un’Italia che appena unificata si diversificò rivendicando tra le varie identità anche quella dello scrivere. Il risultato è una immersione in un mondo ancora elementare, in cui scrivere, dopo tanti impedimenti, è un modo di seminare aggettivi, ma soprattutto di gettare semi di verità. “Vitali non era un Manzoni” è certo, “ma sicuramente un persona colta” assicura Beltrami. Ciò gli ha permesso di seminare frammenti di storia che l’indagine del curatore di “locus Salarani”, da storico, sottolinea, individuando gli aspetti decorativi attorno a un nucleo tradizionale stabile.COTUGNO-2
Le novità che accompagnano “Stella Vistarini” sono i disegni realizzati dal saleranino Teodoro Cotugno che illustrano passaggi importanti del “racconto”. Per la prima volta si vede un Cotugno approcciarsi alla figura umana, dando al disegno un segno curioso e professionale, che mette insieme libertà, intreccio e la natura dello spirito dell’incidere. Il suo si potrebbe definire un racconto per immagini nel racconto scritto. Il segno, in procedura mista, richiama nell’esibizione la punta del bulino in incisione; si impone sul piano visivo, ma non svapora nella poesia, integra l’io narrante e, a volte, ne sviluppa la forza verbale. Nelle 225 pagine del libro sono una ottantina i disegni, un modo di fare (di tradurre) in immagini difficilmente etichettabili, che a volte possono sembrare tirate su dai viscere. Libro in mano, tutti si chiederanno che cos’è questo contributo artistico? Un apporto complementare? Sussidiario? Poesia visiva? Un lungo fumetto di 80 e passa tavole? Pur mantenendo carattere artistico al proprio segno, Cotugno sembra orientarsi a una mutazione del linguaggio verso l’ illustrativo, a disporsi verso un alfabeto diverso dall’abituale, a un “mescolo” di figurazioni e sentimenti che conferiscono qualità al linguaggio. Il libro risulta arricchito nella forza espressiva e nella narrazione. L’artista dimostra di saper interpretare il tempo semplice ed elementare della narrazione, ma per altri aspetti anche complesso, dinamico e inquieto, per cui la contaminazione del generi significa anche capacità poetica di ascoltare e raccontare. Stella Vistarini è quel che dice Beltrami, “un feuilleton ottocentesco, con tutte le caratteristiche del romanzo d’appendice”, un genere peraltro che a metà dell’Ottocento andava molto di moda, ma le immagini di Cotugno gli conferiscono frammenti da reportage, da rappresentare un punto di identità e affermazione che unisce due modi di raccontare.

 

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40 anni del Centro dell’Incisione Naviglio Grande a San Donato Milanese

Una sala interna del Centro dell'Incisione di MIlano

Una sala interna del Centro dell’Incisione di MIlano

Prosegue alla Galleria Guidi, alla Cascina Roma di San Donato Milanese la mostra celebrativa dei 40 Anni del Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande, diretto da Gabriella Casarico. Quarant’anni possono essere o sembrare molti o pochi, a seconda di come li si viva o di come li si nasconda, magari dietro a due grandi viti canadesi che tengono verdi gli entusiasmi e la voglia di resistere. Quelli trascorsi dal Centro nel settecentesco palazzo Galloni salvato dal degrado da operazioni di vero e proprio maquillage e riassetto da a un gruppo di artisti, pittori e musicisti che vivevano sui Navigli e che, poco alla volta, di iniziativa in iniziativa, hanno non solo permesso all’immobile la sopravvivenza, ma hanno convertito la stessa vita sul Naviglio cambiandola in una sorta di Montmartre meneghina, dove si tengono concerti, mostre, dibattiti, mercatini e, soprattutto, ci si conosce e si stringono amicizie. Dal Centro sono passati artisti sudmilanesi e lodigiani, molti dei quali si sono appassionati all’arte segnica: Gino Gini e Fernanda Fedi, Sara Montani, Teodoro Cotugno, Flavia Belò, Paola Maestroni, Luigi Poletti, Vittorio Vailati, Franchina Tresoldi. Un paio, Cotugno e Belò, fanno parte dei quaranta calcografi che a Cascina Roma vivacizzano la rassegna di grafica originale d’arte; una iniziativa espositiva sostenuta dal Comune di San Donato Milanese e dall’assessore alla Cultura Chiara Papetti, che è qualcosa di più di una semplice testimonianza resa a un ritrovo storico dell’arte, ma è una esemplare dimostrazione di un’arte ricca di alfabeti linguaggi e tecniche che arricchiscono di cultura il panorama delle arti visive.
L’esposizione sandonatese non è dunque solo una sorta di fedeltà e di attestazione del ruolo svolto dal Centrocentro-dellincisione-naviglio-650x487 dell’Incisione, ma una esibizione che solleva attenzione verso “l’autentico”, in tempi che, per essere di imperante finzione, vedono anche la stampa d’arte preda di non poche generazioni; in grado di stimolare una considerazione meno superficiale del fascino che la materia grafica, praticata da artisti “specifici” esercita. Per non perderci tra gli oltre quaranta espositori, ci limitiamo a suggerire l’acquaforte bulino “Verwirrug” di Eva Aulmann, artista di straordinario carattere e visionarietà; la sequenza in 4 lastre lavorate a puntasecca e a maniera nera “Crepuscolo” di Mario Cattaneo; l’omaggio al “Liocorno” in chiave di atmosfera surreale e lirismo di Angela Colombo; la coinvolgente acqueforte di Teodoro Cotugno che restituisce corposità poetica a un “Sentiero d’inverno; l’“Albero delle stagioni” che conferma le convinzioni grafiche di Umberto Faini. E ancora segnaliamo: le “Scritture arcaiche” di Fernanda Fedi e quelle a “Prova di volo” di Gino Gini; la puntasecca e acquatinta di un Calisto Gritti; l’acquaforte, puntasecca, acquatinta al sale “Rain forest 1” di Silvana Martignoni; “Melograni”, acquaforte acquatinta su tre lastre di Roberto Rampinelli; “Albero prigioniero” di un esemplare maestro, Girolamo Tregambe, recentemente scomparso.

 

40 Anni del Centro dell’Incisione – Galleria Guidi, Cascina Roma, SAN DONATO MILANESE, Mostra collettiva di grafica originale d’arte –Orari: da lunedì a sabato: 9,30-12,30; 14,30-18,30. Domenica 10-12,30; 16,30-19 – Info: 02.52772409 – Fino al 28 febbraio.

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Museo della Stampa Schiavi: due nuovi quaderni con due “chicche” di Teodoro Cotugno

 MONICO Quaderno Museo StampaRaramente, ma succede, che nel dare notizia delle numerose iniziative che arricchiscono la cultura locale si finisca per dimenticare realizzazioni di qualità, di quelle che tengono insieme con accuratezza gusto e contenuto. Finiscono così per essere dimenticate pubblicazioni di vero artigianato librario, in cui si rispecchiano tesi critiche, elementi biografici e testi di poeti e scrittori che hanno ognuno una propria riconoscibile voce e una propria riconoscibile intonazione di stile e qualità. Sono spesso anche realizzazioni dai contenuti che aiutano a conferire autorità a un discorso, a riprendere e a offrire una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza idee e giudizi, che corrispondono allo scrupolo di verificare precedenti posizioni e di riportare l’attenzione con intelligente, generoso e amabile sforzo su autorevoli personaggi del sistema locale che il tempo tende a far dimenticare o a marginalizzare. E’ il caso di un pittore dalla COTUGNO Omaggio a MOnicoScan_Pic0025personalità piegata alla solitudine esistenziale, Angelo Monico, a cui è riservato il X numero delle collana del Museo della Stampa e stampa d’arte a Lodi. Curato da Tino Gipponi, offre una ricostruzione di carattere personale dell’artista ma anche critica e ambientale del maestro, insegnante per una  quarantina d’anni di discipline e artista maldisposto a esporre e a vendere le sue opere. O, in altri casi, come Ada Negri, un altro quaderno – il IX della collana promossa dal Museo della Stampa –  dedicato alla poetessa lodigiana ma che s’impone innanzitutto per le peculiarità tipografiche: la qualità della stampa, i caratteri mobili utilizzati, la composizione a mano, le spaziosità e altri requisiti che appagano l’occhio di un piacere che investe contenuto e contenitore. Oltre che per le liriche selezionate (Ponte di Lodi, Piazza di San Francesco, Campane, La Campanella, La Voce…) la  realizzazione si fa NEGRI A Museo Stampaapprezzare per la composizione manuale, l’uso di caratteri Bodoni (neretto, tondo e corsivo) e Life e la stampa su carta Antalis bianca vergata con filigrana. Insomma per l’ars typographica, per quel quid che fa dell’opera stampata qualcosa di più di un semplice “prodotto” ben fatto, frutto di un artigianato che regge sulla profonda conoscenza dei mezzi tecnici, delle carte, dei caratteri oltre che su una cultura umanistica. La raffinatezza di queste pubblicazioni del Museo è garantita da una “architettura” in cui c’è tutto uno studio di equilibri fra le dimensioni del foglio, il “corpo” del segno, , la “grazia” del segno stesso, cioè il rapporto fra il “magro” e “grasso” della linea che deve comporlo fino a farne un “optimum”. In definitiva tutto ciò che costituisce un lavoro laborioso, qualitativamente alla ricerca della perfezione tipografica, che permette agli emisferi che compongono l’opera di riflettere e rivelare complementarietà e COTUGNO Omaggio a A Negrirelazioni speculari e renderla attraente e desiderabile in quanto genere di classe in grado di impreziosire la propria  biblioteca o raccolta.
IX e X Quaderno sono arricchiti da due acqueforti di Teodoro Cotugno: 40 copie raffiguranti il Ponte di Lodi e 50 esemplari in omaggio a Monico che rappresentano un Interno tratto da un’opera dell’artista. Due stampe originali d’arte che sono vere e proprie chicche, autentici contributi di poesia e calcografia da conferire pregio e raffinatezza ai due quaderni, a loro volta esempi di costruzione tipografica e di cultura. Nell’apparente semplicità le due piccole calcografie di Cotugno rivelano una sapiente sintesi di segno e di immediatezza raffigurativa. Può sembrare una modalità espressiva facile e accattivante, ma anche questi piccoli lavori rispondono all’impulso della volontà creativa del maestro calcografo lodigiano, sono frutto di una costante energia concettuale prima che manuale, ch’egli fedele alla propria consuetudine riflessiva e operativa converte in segni, gesti, incavi, in valori grafici e quindi in immagine.

(Nota pubblicata su “il Cittadino” quotiidiano del Lodigiano e del Sudmilano il 29 dicembre 2015)

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PROTAGONISTI/ FRANCO RAZZINI : La memoria salvata di artisti lodigiani

FRANCO RAZZINI fotografo

FRANCO RAZZINI fotografo

Coi suoi click  Franco Razzini ha praticamente scritto la storia della città di Lodi e dei suoi abitanti dai primi anni Sessanta ad oggi. Il suo obiettivo dispone su più piani una materia ampia, in parte sociologica, per il gusto dell’osservazione sapida e precisa su personaggi e ambiente, in parte tradizionale, legata a tematiche sentimentali, di colore e di umanità locali.
Radicato nel tessuto umano e sociale di Lodi, riesce difficile pensarlo come fotografo in attività altrove. Anche se ovviamente non mancano in tal senso risultati sorprendenti: Londra, Dublino, Mosca… Il bisogno di autenticità lo riporta immediatamente a casa. Ne sono dimostrazione le numerose mostre, sempre di straordinario richiamo, circondante da grande attenzione e curiosità, che costituiscono un sicuro indizio delle sue qualità.
A queste ascendenze è rimasto fedele nel tempo. Girando quotidianamente (oggi un po’ meno) come una sorta di rabdomante alla ricerca di volti e di soggetti. E quel che ne viene fuori è un discorso di umanesimo: Il suo obiettivo non critica, non denuncia, non giudica, non condanna. Anche nelle rimarcature mordaci, il tono è quello del rispetto. L’ ironia (là dove c’è) è discreta e sobria. Quel che basta per conferire al risultato un tocco di lirismo.  Le immagini colgono con misura, in modo ritmico e visivo, l’essenzialità. senza retoriche, il gioco dei contorni o dei contrasti senza eccessi di preziosismi formali. Inutile dire che vanta un portfolio fotografico traboccante di immagini di personaggi. Tra tante attenzioni particolare è senz’altro quella da lui riservata agli artisti di casa: una serie di scatti in cui esplicita l’idea di scrittura fotografica. Perchè di scrittura vera e propria si tratta, cioè di una sorta di lavoro artigianale che privilegia il messaggio la capacità di conferire a immagini ottenute  in tempi diversi e spesso lontani, una sequenza narrativa, un racconto breve e completo. Di molt di questuii artisti Razzini, coi suoi scatti, ha salvato memoria.
L’ambiente dell’arte locale risulta essere stato minuziosamente setacciato. Sul trapezio sono saliti pittori, scultori, incisori, musicisti, cantanti, registi, fotografi, poeti e giornalisti. Alcuni tornano in mente: Angelo Bosoni, Pedi da Lodi, Ugo Maffi, Felice Vanelli, Alberto Bergo, Paolo Marzagalli, Luigi Poletti, Luigi Volpi, Dionisio Urbans, Pier Antonio Manca, Luigi Bonelli, Tino Gipponi, Nino Bassi, Luigi (Gino) Franchi, Benito Vailetti, Mario Ottobelli, Teodoro Cotugno, Flavia Belò, lo scultore Angelo Vigorelli, il fotografo Antonio Pallavera, il cantante Leo Nucci, l’attore e regista Giancarlo Rivolta. E ancora: Angelo Balconi, Pasqualino Borella, Bruna Weremeenco, Loredana De Lorenzi e Elena Amoriello, Marcello Chiarenza, Franco Marchesi, Franco Gianotti, Oliviero Ferri, Angelo Palazzini, Fausto Pelli, Paola Maestroni, Franchina Tresoldi. E scusate se qualcuno l’abbiamo dimenticato.
Di tanti Razzini ha fermato momenti giornalieri, di routine. Verrebbe di dire ha”dipinto”. Senza preferenze: gli sono bastate la conoscenza e la coscienza del proprio mestiere. D’artista ovviamente.

 

 

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TEODORO COTUGNO, LA NATURA INSEGNA.

“Lungo le acque della Muzza”

TEODORO COTUGNO: Tramonto sulla Muzza, olio, 2015

TEODORO COTUGNO:
Tramonto sulla Muzza,
olio, 2015

Nella Sala Consiliare del Comune di Salerano,
sabato 21 novembre alle ore 21,00 un’ anteprima “virtuale”
della mostra che si inaugurerà
nello studio dell’artista

 il 28 novembre e proseguirà fino al 13 dicembre

 

di Tino Gipponi

L’amore per la natura in Teodoro Cotugno non è solo raffigurazione pittorica di vedute agresti, da viandante di pianura scrutatore di paesaggi e di cascine, quest’ultime un tempo un vanto dell’economia del nostro territorio. Fiorista anche nel senso etimologico preciso, con certe tripudianti cantate di varietà di fiori.
Questo amore trova concordanza in un altro aspetto.
Infatti, questa mostra nasce dalle passeggiate dell’artista lungo le rive che costeggiano il canale Muzza derivato dal nostro fiume all’altezza di Cassano propriamente con il patronimico Adda.
Quindi non solo attenzione da vedutista di pianura preteso dal mestiere, ma anche da difensore della fiorente e selvatica vegetazione che accompagna il fluire dell’acqua, piante, in particolare, da salvaguardare dai nefasti viluppi soffocanti. Silenzioso e schivo per natura il pittore s’è confessato in un libretto: “L’uomo che salvava gli alberi”, dove quel malinconico imperfetto suona male perché consegna al passato ciò che Teodoro con i giusti arnesi salva tuttora con la sua opera, per dire meglio, missione.
Questo è l’antefatto ispiratore del tema che riunisce nell’accogliente studio di palazzo Vistarini a Salerano sul Lambro,Cotugno-naturalismo%20poetico-rid una trentina di quadri tra cielo, acque, nuvole e arbusti e i dominanti alberi, opere da osservare per i felici risultati.
Ripeto spesso che il pittore lodigiano, già consacrato come ottimo incisore e riconosciuto oltre le nostre mura, negli ultimi anni ha indugiato in modo diverso sul vero di natura, approfondendo il cromatismo con più consistenza, semplificando l’insistito descrittivismo e portandovi dalla lontananza in primo piano la composizione, riducendo il gemmicare di infiocchettamenti  a una più distesa e sorvegliata pennellata meno stillante di tocchettii più densi, nel gioco anche dell’irrinunciabile suo controluce.
Ho scritto tempo fa che Cotugno è costantemente progredito nel suo naturalismo poetico, tanto da mutare le penne in piume e i pennelli nei colori.
Nato pittore di paesaggi, fedele è rimasto con tutta la perspicuità ispirativa che discende dalla sua sensibilità.

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