Archivi tag: Pittori

“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

“GIOCHI D’ACQUA” E LA PITTURA “LIQUIDA” DI ROBERTA TIBERI

tiberi-2

ROBERTA TIBERI: Giochi d'acqua: Deviazione 1 (acquerello)

 

Il percorso che ha portato Roberta Tiberi, a una pratica di artifici significativi rispetto le precedenti correlazioni con il campo vasto del sistema figurale, condensati come “giochi d’acqua, merita qualche esplorazione aggiuntiva per il significato (o supposizione) e la diversa relazione tra segno e cosa che tali artifici introducono.
Tiberi si era fatta conoscere tre anni fa con una attività fondata essenzialmente sulla figura e sui simboli. A far tempo dalle “uscite” al Convivio De Lemene, galleria Oldrado, Centro Cornici La Bottega fino alla Fondazione Bipielle (dove ha esibito però manufatti di taglio decorativo) ha marchiato, per attribuzione di referenti, le proprie scelte come intese a “rendere pensabile” l’uomo contemporaneo. Nella mostra in corso al “Bizzò”, insieme agli elementi tradizionali, presenta lavori di varietà formale che fanno immaginare il possibile strutturarsi nel sistema semantico di diversificazioni da poter rompere (o superare) la precedente unità culturale figurativa, tali da suggerire attenzione benché l’artista dichiari la propria preferenza per la narrazione figurale.
Negli acquerelli al “Bizzò”, i ritratti sovrastano per impulso e unità figurativa la serie di quelli disegnati con linee e visioni optical che ruotano attorno al concetto di percezione e trasformazione. La scelta, può sorprendere, anzi, ha sorpreso. La decisione di tenere sotto uno stessa titolazione (“giochi d’acqua”) visual design di invenzione fantastica e ottica e lavori tradizionali, offre, con la grazia del gioco, di immaginare illimitati significati ed emozioni, fa pensare a un orientamento in divenire, a un’arte “liquida” che affida a uno spazio mentale infinite possibilità di visioni. E’ dubbio, comunque, almeno per ora, che la pittrice di Tavazzano proceda su un percorso di superamento del figurativo. La compresenza di figurativo e non-figurativo è più espressione di “qualcosa” che spinge il suo senso di libertà artistica a straripare da regole, modelli e tradizioni, da ciò che è la rappresentazione e il prodotto di circostanziati procedimenti formali. Iconismo e aniconismo sono sempre stati coltivati dalla Tiberi, che, soprattutto nelle “installazioni” ha mostrato di saperli ben controllare e dirigere. Resta da vedere fin dove, in futuro, le scelte figurative lasceranno definitivamente spazio ai processi collegati ai gesti e all’intenzione, cioè a un arte intesa come luogo di sperimentazioni percettive e dinamiche, o se invece la cultura tradizionale non ritroverà un recupero di riflessioni attraverso il linguaggio figurale.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Riccardo Buttaboni: Sarabande, chimismi e dialoghi con la memoria storica

Buttaboni 3La personale di Riccardo Buttaboni all’ex- chiesa dell’Angelo, di recente conclusione, è degna di qualche ‘riguardo’ supplementare, se non altro per strapparla al grigio che segue ogni mostra una volta chiusi i battenti. Presentata da Marina Arensi l’esposizione ha riportato sulla scena cittadina un artista di affinata vivezza, autore di una pittura segmentata da un lato da orme ‘attualiste’e, dall’altro da forme e richiami figurativi ( momenti storici, mitici, ritualistici e velature romantiche), riacquisiti con perfetta fruizione in linea con i gusti d’oggi.
Oli, acquerelli, pastelli, disegni, pur negli spezzettamenti che la diversità dei linguaggi in mostra ha indicato – senza BUTTABONI 2012deroghe all’equilibrio espositivo- , hanno rafforzato le qualità note dell’artista: il suo interesse – quasi una posizione etica o ideologica – per il mondo ideale (museale) e a quelle per la pittura fantastica – fatta di sarabande, segni grafici e chimismi cromatici, da segnalare nell’ovvia diversa articolazione delle forme e del tessuto materiale, l’ acutezza dell’apertura critica.
Buttaboni disegna e dipinge adottando di volta in volta linguaggi e tecniche diverse, riservando un interesse assoluto al controllo della tecnica e del tono che accresce la forza espressiva. Non esita a scegliersi opere di maestri e a lavorarvi sopra. Senza limitarsi però alla pura riproposizione. La curiosità pratica e l’osservazione riservata alle opere “storiche” danno la misura culturale personale.buttaboni4
Nella vasta gamma all’ex-chiesa dell’Angelo una attenzione particolare hanno raccolto i disegni, in cui hanno trovato conferma la perizia di mano e di occhio dell’artista, e la sensibilità musicale (non a caso egli è noto anche come musicista)attraverso ritmi e movimenti di abilità e narrazione visiva.
Abbagliato dalle maschere, dai personaggi, dalle scene, dai costumi, dal colore, Buttaboni esplora nei suoi disegni le matrici della grafica e quelle del linguaggio teatrale e della pittura. Scandaglia effetti e movimenti, segno e colore con capacità abbagliante nel trasferire l’appagamento fantastico al visitatore.Di questi momenti vibranti di poesia, creati con estrosa libertà del gesto e un abile uso del pigmento, la mostra di Buttaboni ha offerto persuasiva dimostrazione di intelligenza e di equilibrio, mettendo in corso un confronto tra questo tipo di pittura personale – vivace e libera, creata con estrosità e finezza -, e quella di soggettistica storica in cui a prevalere è elemento iconografico – filtrato con sensibilità formale senza veicolare messaggi distorti.

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

 

Contrassegnato da tag , , , ,

Giancarlo Bozzani : La descrizione è finita

BOZZANI GiancarloSiamo inchiodati a un mondo di immagini, di apparenze, sembianze, forme e rappresentazioni. Quindi di inganni. Che cambiano secondo necessità del momento o per fattori esterni o per fattori endogeni. Un’astuzia, direbbe Ortega y Gasset che sosteneva: non essendo più l’arte una cosa molto affidabile, toccava raccontare. “Fuoco fatuo” aveva ammonito secoli prima, Platone, che è però meno di quanto attribuisce la critica ostile al contemporaneo.
Giancarlo Bozzani (Boz), designer e pittore milanese che si può apprezzare all’ex-chiesa dell’Angelo sabato con una serie di opere titolata “ Sepolcri imbiancati”, intendendo darle un’impronta da “scavalcare” la struttura della stessa pittura.
Bozzani un lavoroLe sua fantasmatiche figurazioni di Bozzani sono note per avere impresso nella struttura uno schematismo da procedura, indipendentemente le si chiami Sguardi dall’Aldiquà, Generazioni dialoganti, L’ultima ora, Peccati mei, Occultum, ecc., i titoli dati a precedenti mostre analoghe. Sono state tutte pressoché marcate dall’analisi del filosofo della mente Emanuele Beluffi, che a partire da quella alla “Rosso Tiziano” di Piacenza ha fatto notare come la pittura di Boz nasca slegata da connotazioni argomentative e razionali” e che gli eventuali soggetti semmai arrivano improvvisamente ma “dopo”, da quel che suggerisce sulla tela il ricorso alla “pittura d’azione”, ovvero le macchie spontanee procurate dai getti di colore, dall’intervento della spatola sulla materia e dall’uso del tampone zuppo di acquaragia.
Cinquant’anni superati da un po’, esperto di visual design, pittore con all’attivo una decina di personali e la partecipazione a una lunga serie di collettive, fiere e premi, anche all’estero dove ha raccolto una sua buona dose di successi, Bozzani all’ex chiesa dell’Angelo propone un “immaginario di immagini”, tradotte su superfici scure fatte di terra naturale calcinata, acrilico, olio, bitume. Con questa procedura tira fuori con la spatola “apparenze”, immagini fantasmatiche non definite precedentemente e neppure, come dice sempre il Beluffi, che hanno ricevuto “determinazione in corso d’opera”, ma sono “surdeterminate”. Qui però ci addentriamo nello psicanalitico.
Alla luce di quanto dice il Beluffi, poteva generare sorpresa che la mostra dell’artista, non certamente inedita, venisse annunciata come una costruzione “militante” antisacerdotale, contraria al mondo confessionale, religioso, per “tutte le sue contraddizioni: le crociate, gli aborti nei monasteri, le vocazioni forzate, i giubilei indetti per procurare fondi”, eccetera. Significava smentire i meccanismi formativi che rimandavano a certo espressionismo astratto anni Cinquanta. Fermo che in pittura non esistono paratie stagne e che l’artista può modificare il proprio orientamento e creare cogliendo spunto o pretesto dal mondo esterno, dalla letteratura e dalla storia, correttamente, Anita Cerrato curatrice della bella esposizione, ci ha fatto sapere che “Bozzani non ha in alcun modo cambiato metodologia di lavoro”, che la sua pittura è sempre fatta di “apparizioni” inconsce” e che “l’idea anticlericale “ è stata solo sua, “quando sono state scelte le opere da mettere in mostra”. Ne prendiamo volentieri atto perché restituisce all’intrigante pittura di Boz quel che è suo.

 

 

 

Sepolcri Imbiancati : Opere di Giancarlo Bozzani a c. di Anita Cerrato – Chiesa dell’Angelo, via Fanfulla, 22, Lodi – Inaugurazione 6 febbraio ore 17 – Dal 6 al 21 febbraio : Orari giovedì-venerd’ dalle 17 alle 19 – sabato e domenica 10-12, 16-19

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

I PENTAGRAMMATICI: “OCCHIO INCANTATO, TRA POESIA E IMMAGINE” A CASALPUSTERLENGO

Poesia immagineL’hanno chiamata  Occhio incantato: tra immagini e poesia, la prossima mostra all’I.I.S. Cesaris, programmata all’interno del XIV ciclo “Cesaris per le Arti Visive” curato da Amedeo Anelli. Nella sua concezione si tratterà di una mostra insolita, che vedrà esposte poesie autografe di poeti contemporanei e lavori di piccolo formato di artisti diversi, in grado di accendere  la curiosità del visitatore, non solo, ma la voglia di sapere qualcosa di più su un problema estetico antichissimo: è possibile l’unità tra poesia e pittura?
Qualunque attività umana, appare agli occhi comuni come un’arte quand’è un saper fare, e quindi un far bene, un perfezionare il risultato da avvicinarlo all’idea, all’espressività. Non è evidentemente la forma o lo stile che può far accostare l’attività del poeta e quella del pittore, ma il contenuto. Fermo che gli atti e il segno del pittore sono irrimediabilmente diversi dal fonema, in entrambi i casi,  pittura e poesia sono strumenti di rappresentazione dell’immagine e della soggettività , qualcosa di “mentale”. Orbene, se la parola non vale per la sua propria forma, ma per i significati ai quali rinvia e dei quali non è che un segno sostitutivo o simbolico – come vuole l’uso teoretico – lo stesso è per la pittura, che non si realizza nel puro soggetto, ma nella soggettività e poeticità.
L’ impegno dei “Pentagrammatici”  è appunto speso a ritrovare ciò che unisce arti tecnicamente diverse, arti che figurano e arti che costruiscono. Naturalmente anche a rivelare” i problemi che stanno sotto nascosti”, avrebbe detto Adelchi Baratono ( riproposto nel n.32 di Kamen’). La mostra in programma al Cesaris di Casalpusterlengo è chiamata ad affrontano un problema estetico antichissimo: come raggiungere l’unità fra le loro distinzioni. Ci proveranno i “Pentagrammatici”,  un collettivo nato quasi due anni fa, che s’incontra periodicamente con l’idea di scambiare concetti, dottrina ed esperienze sul fronte “della forma, del suono e della parola”
Occhio incantato: tra immagini e poesia, promossa dalla associazione coordinata da Gianfranco De Palos, è concepita appunto per tenere insieme sul terreno dell’arte, liberando dai sentimenti del dubbio, poesia e arti figurali, l’arte della lingua e l’arte costruttiva, differenti tra loro ma solo per i mezzi e strumenti adoperati ad esprimersi.
L’allestimento prevede l’esposizione dei testi poetici di Lino Angiuli, Amedeo Anelli, Marisa Brecciaroli, Domenico Cara , Flaminia Cruciani, Luigi Cannillo, Gabriella Colletti, Maddalena Capalbi, Annita Di Mineo, Giuseppe Langella, , Gianpaolo Mastropasqua, , Mario Rondi, Ambra Simeone, Adam Vaccaro, autori già conosciuti attraverso “42 voci per la pace” e alla Giornata della Poesia tenuta alla Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni, a cui si sono aggiunti gli apporti di Maria Carla Baroni, Daniela Muti, Alessandro Magherini, Francesco Piscitello , Angela Passarello, Paolo Pezzaglia, Pierangela Rossi.
Le pitture saranno invece quelle firmate da Gloria Bornancin, Maurizia Carantani, Gianfranco De Palos, Giovanni Maesano, Eduardo Palumbo, Salvador Presta, Vinicio Tartarini.

Occhio incantato: tra immagini e parola”  .  IIS Cesaris, Casalpusterlengo, via Cadorna – Inaugurazione martedì 1 dicembre – Orari apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17, 30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse La mostra terminerà il 2 febbraio

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

TEODORO COTUGNO, LA NATURA INSEGNA.

“Lungo le acque della Muzza”

TEODORO COTUGNO: Tramonto sulla Muzza, olio, 2015

TEODORO COTUGNO:
Tramonto sulla Muzza,
olio, 2015

Nella Sala Consiliare del Comune di Salerano,
sabato 21 novembre alle ore 21,00 un’ anteprima “virtuale”
della mostra che si inaugurerà
nello studio dell’artista

 il 28 novembre e proseguirà fino al 13 dicembre

 

di Tino Gipponi

L’amore per la natura in Teodoro Cotugno non è solo raffigurazione pittorica di vedute agresti, da viandante di pianura scrutatore di paesaggi e di cascine, quest’ultime un tempo un vanto dell’economia del nostro territorio. Fiorista anche nel senso etimologico preciso, con certe tripudianti cantate di varietà di fiori.
Questo amore trova concordanza in un altro aspetto.
Infatti, questa mostra nasce dalle passeggiate dell’artista lungo le rive che costeggiano il canale Muzza derivato dal nostro fiume all’altezza di Cassano propriamente con il patronimico Adda.
Quindi non solo attenzione da vedutista di pianura preteso dal mestiere, ma anche da difensore della fiorente e selvatica vegetazione che accompagna il fluire dell’acqua, piante, in particolare, da salvaguardare dai nefasti viluppi soffocanti. Silenzioso e schivo per natura il pittore s’è confessato in un libretto: “L’uomo che salvava gli alberi”, dove quel malinconico imperfetto suona male perché consegna al passato ciò che Teodoro con i giusti arnesi salva tuttora con la sua opera, per dire meglio, missione.
Questo è l’antefatto ispiratore del tema che riunisce nell’accogliente studio di palazzo Vistarini a Salerano sul Lambro,Cotugno-naturalismo%20poetico-rid una trentina di quadri tra cielo, acque, nuvole e arbusti e i dominanti alberi, opere da osservare per i felici risultati.
Ripeto spesso che il pittore lodigiano, già consacrato come ottimo incisore e riconosciuto oltre le nostre mura, negli ultimi anni ha indugiato in modo diverso sul vero di natura, approfondendo il cromatismo con più consistenza, semplificando l’insistito descrittivismo e portandovi dalla lontananza in primo piano la composizione, riducendo il gemmicare di infiocchettamenti  a una più distesa e sorvegliata pennellata meno stillante di tocchettii più densi, nel gioco anche dell’irrinunciabile suo controluce.
Ho scritto tempo fa che Cotugno è costantemente progredito nel suo naturalismo poetico, tanto da mutare le penne in piume e i pennelli nei colori.
Nato pittore di paesaggi, fedele è rimasto con tutta la perspicuità ispirativa che discende dalla sua sensibilità.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

I ritratti di Tindaro Calia in Catalogna

 

Calia-TindaroDi indole mediterranea, ma nato nell’hinterland milanese, Tindaro Calia è da una quarantina d’anni sulla scena artistica come pittore figurativo. Dedito all’immagine, ma con un suo personale e ben chiaro terreno espressivo, si è imposto all’attenzione per la speciale attenzione da lui dedicata riservata al ritratto.
Insegnante di discipline pittoriche al Liceo artistico di Lodi l’artista sudmilanese ha inaugurato sabato una personale di recenti lavori a Castell-Platiz d’Aro, località della Girona nella Catalogna.  Come è ben noto, è al ritratto che Calia riserva la sua dedizione. I lodigiani ricorderanno appunto la sua mostra all’ex-chiesa di San Cristoforo, dedicata all’adolescenza, e quella più recente alla Galleria La Cornice in corso Adda a Lodi. Il ritratto, in particolare il ritratto di adolescenti ( la serie spagnola è dedicata a Michelle) è tema ricorrente della sua indagine artistica. Anche in questa mostra catalana, dunque, egli celebra tutte le possibili espressioni in cui si cadenza la vita dei giovani: stili, azioni, gesti, progetti, sogni, passioni, incertezze, modelli, contegni…Scelta non facile, più di quanto non possa sembrare. Non s’intende per le opzioni di pittura, ma per gli orientamenti di trattabilità dell’adolescenza. Non a caso sono assai rari i riscontri che gli artisti contemporanei offrono.
In Calia la scelta non sorprende, perché è stata sempre una sua passione tematica soffermarsi sulla potenza espressiva dei volti, delleCaliaT%20(9) mani e dei corpi giovanili, sin dalla prima scelta realista. Quella che presenta in Girona non è pertanto un ampliamento o aggiornamento della soggettistica in senso post-impressionista. La figura umana – giovane, longeva, matura – ha sempre fatto parte delle rimeditate formule del pittore. Dedicandosi alla figura dell’adolescente come persona in una fase di transizione problematica Calia  fa prevalere timbri e accensioni cromatiche che arrivano, in alcuni lavori, quasi a comprimere la forza dell’immagine.
Forse, il tema dell’adolescenza per questa mostra a Castell-Platiz , al castello dei Benedormiens, è stato suggerito dall’esigenza di far conoscere un filo conduttore della sua vasta produzione, e far ritrovare dietro i volti  seduzioni, rigidità,  devianze, sogni e comunicazione impossibile. Gli adolescenti raffigurati potrebbero pesino non esistere;  ed esistere invece gli adolescenti-in-rapporto-agli-adulti. Dove il rapporto non significa “confronto di posizioni”, ma aspirazione a capire ciò che invoca la trasformazione della vita. I suoi soggetti, resi sempre con tratti espressivi classici, che richiamano, per altri aspetti, l’attenzione su particolari “letterari”: gioie, malinconie, fantasie, tumulti, sfide, rassegnazioni.Praticando da decenni una pittura di immagine, anche in questa uscita internazionale, è ovvio che il pittore offra un compendio formale di una stagione della vita, solitamente affidata alle spiegazioni degli psicologi e degli educatori. Naturalmente senza mettersi al posto loro.

Tindaro Calia : Mostra di Pintura – Castell de Benedormiens-Girona, Spagna -fino al 29 de novembre 2015- info:+34 972 81 86 09

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

RICCARDO BUTTABONI: Ritorno alla “koinè”

Buttaboni RiccardoDi Riccardo Buttaboni, pittore e grafico , si parla poco. E’ un artista isolato, fedele alle sue idee, ai suoi oggetti e soggetti . Che naturalmente ha le sue passioni e propensioni. E può per questo aggiungere tensioni di suscettibilità. Nella euritmia plastica riassume prerogative e modelli diversi in cui prevalgono, di volta in volta, automatismi segnici, gestuali, puri virtuosismi, e finanche simulazioni accademiche (in chiave modernista). Un dato è certo: la sua è una pratica condotta con scrupolo, in cui le risoluzioni scaturiscono da un fondo di personalità autentica. Di lui si può dire: è artista attento, pronto a figurare e adottare destrezze; a coniugare con personali sfumature emotive quel che il suo occhio e la sua intuizione colgono. Se si ha chiaro il quadro di tanta produzione non si fatica a ritrovare nella sua opera un agire scrupoloso, lucido, asciutto, l’ apprezzamento riservato ad ogni emento di assetto, movimento, essenzialità.
Autodidatta, Buttaboni pratica un’arte di impressione grafica, costruita sul ritmo e il movimento, dove il segno e gesto si combinano, dialogano, casualmente o per concettuale giustapposizione, mostrano di intendersi con il colore, creano una sorta di alchimia seducente .Buttaboni Riccardo
In essa si ritrovano forme, sembianze, figure che esaltano la misura e la cadenza, il movimento e l’intreccio, e cenni di colore dagli effetti accattivanti. E’ un insieme controllato, che da all’immagine scorrevolezza visiva.
Nei disegni, nei pastelli, negli acquerelli raccoglie la sfida del gesto e del segno insieme a quella della disinvoltura e del movimento. Manifesta estrosità individuale ed eclettismo. Maneggia scene di teatro, decori e architetture, esibizionismo anatomico, forme di composizione ritmica, figure femminili ecc. Fonde grafica e colore, libera temperamento ed energia, mescola senso ludico e inventivo, coglie caratteri di segno posto. Con qualità positive, mano attiva e leale.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

La pittura Zen di Maurizio Marotta

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Maurizio Marotta, lodigiano, classe 1961, si dedica da anni alla pittura. Oggi, è lui stesso a definire la sua espressività il risultato di un avvicinamento alla “pittura Zen”. Ieri, (lo si ricorderà alla all’ex-chiesa dell’Angelo presentato da Pier Antonio Manca), veniva diversamente apparentato con le “passeggiate informatiche” di J. Pollock.
A distanza di una decina d’anni è più che naturale che gli stili di mutino per affinità o altri percorsi culturali e sociali. Da quella “uscita” dell’ex chiesa dell’Angelo, Marotta sembra essersi dotato di una impronta segnica, più definita, anche se non si può ancora dire linguaggio. In un alternarsi dinamico di diverso equilibrio, collocato su sfondi bianchi, conduce a considerazioni effettivamente episodiche. Lo si ricava dai lavori esposti al Bar Bizzo in via Cavour a Lodi, un luogo da tempo abituale spazio espositivo di artisti forti del fatto che esiste localmente un ampio settore di arte “media” fatta poco conoscere e investigata. Naturalmente non diciamo un’arte migliore o peggiore o di insolito gusto, ma non legata alla convivenza con i tipi e gli indirizzi di pittura diffusi in città.
Del tipo di pittura portata avanti da Marotta, è lui steso a fornire i punti di riferimento: i suoi disegni sono realizzati “a mente libera”, non corrispondono cioè a un decorare, com’è in uso in molta pratica contemporanea, ma a una scelta di “filosofia Zen”. Non un’arte d’èlite, dunque, ma un’arte sottratta ai discorsi tradizionali che si fanno parlando di cose dell’arte.
L’artista dichiara di partire non da un concetto o idea, ma “da in punto non definito e, servendosi dei colori e della fantasia arrivare a segni ed elementi di razionalità”. “Questo modo di operare non solo mi soddisfa molto, ma soprattutto fa della mia persona e del mio pensiero il vivere quotidiano”:
Il risultato è lasciato, di conseguenza a una campo di possibilità interpretative, come configurazione di stimoli dotati di sostanziale indeterminatezza, così da indurre l’osservatore a “letture”, sempre variabili. Marotta affida al pennello il compito di far sorgere forme materiali in cui si alternano dinamismo e movimento segnico, schizzi e sfumature, che a volte possono indicare l’indicibile, e, altre volte ritrovarsi in figurazioni di base individuabile.
Una variante di “pittura Zen”?. Le pietre di paragone fornite dalla pittura Zen tradizionale sono parecchio lontane dalla pittura Zen contemporanea che parla al gusto o meglio ai gusti senza più rispettare troppo i confini di una civiltà artistica. Fin dove le scelte del pittore lodigiano corrispondano a certi postulati, riesce difficile raccontare.. Più facile prenderla per ciò che la sua pittura mostra di essere: una pittura segnica, che valorizza lo spazio, rifiuta il calcolo, ha una sua base impressionistica a volte informale e a volte figurale; una pittura che richiede a chi l’osserva una apertura alla linea interpretativa. Ciò non esclude di riconoscervi quel “movimento interiore”, al quale l’artista sembra tenere. Lasciando da parte le teoriche Zen, si può ravvisare come il segno coincida con la trascrizione di impulsi gestuali, che in molti casi sono frutto però di operazioni lucide e controllate, meno istintive e automatiche. La scoperta essenziale è la libertà. Il diritto dell’artista di andare al limite di sé stesso. Il disordine dei segni, il disintegrarsi dei contorni, l’esplodere delle configurazioni invita a un gioco personale di relazioni, dove il gesto non rimane qualcosa di estraneo al segno. E’ una pittura che non induce allo sbuffo. In ogni caso un artista da seguire.

Maurizio Marotta. Opere recenti – Bar Bizzo di Gabrfiele Bizzoni, via Cavour Lodi. Aperto dal martedì alle domenica.Durata non fissata..

Contrassegnato da tag , , , , , ,

GIACOMO MASSIMO BASSI: I “madonnini” della devozione popolare

artistaSulla scena casalese è tornato a dare riscontro della propria produzione di pittore, dietro cui sta quella del ricercatore, Giacomo Massimo Bassi, studioso locale del mondo contadino, dei comportamenti sociali e degli orizzonti tracciati dalla religiosità popolare.
Temi non nuovi, che a molti possono apparire replicati dalla pittura votiva e popolare dell’artista, dato che sono nel suo repertorio sin dai tempi della sua giovinezza, perdipiù riproposti con continuità in tutta una serie di mostre, che hanno scandagliato ampliamente all’interno della cultura contadina legami e connessioni tra arte e religione, tra devozione popolare e storia. Nei motivi conduttori del discorso, è inevitabile risalti perciò una certa ripetitività di struttura, anche se non di campionatura.
La pittura votiva dei “Madonnini” è uno dei tanti capitoli della ricerca di questo studioso, legato come pittore alle tecniche dell’immagine figurativa, autore di una serie di cicli di storie di terra e di cultura contadina.
A una ricchezza di icone di devozione popolare e a un calarsi in epoche distanti (ma da comprendere) si ritrovano con un certo ritmo i santi eletti a patroni o tutelari di lavori, animali, date, vedove, mal di denti, corporazioni, pestilenze, raccolti, piogge, siccità, eccetera.
E’ evidente che se non si conoscono i numerosi episodi che stanno dietro all’immagine , la particolare dotazione del Bassi nel realizzare opere di identificazione con la devozione popolare contadina, davanti alla nuova mostra faccia correre qualche perplessità.
Segni di religiosità popolare”, inaugurata giovedì nello spazio un tempo adibito a esposizioni “ricostituenti” (per attitudine, interessi, latitudine) è l’ennesima appassionata interpretazione che Bassi propone per la sagra di San Bartolomeo, un concentrato di espressività atemporale, non toccata dalle tendenze dell’arte d’oggi. L’atmosfera è quella di un viaggio tra tradizione, memoria e folclore, di testimonianze espresse in modo abbreviato e ripetute come un mantra. Dalla lettura affiora quasi un desiderio: quello di non evadere dalla ruota, di un affidarsi con tenacia a storie umane non sempre sorprendenti, fatte di brevi sequenze popolari e d’ispirazione religiosa. Le nuove immagini non tornano a sedurre come una volta, anche se Bassi è abile nel mettere “cerotti” alla mostra, ampliando l’offerta con una serie di icone della tradizione russa, riprodotte su legno antichizzato. Una alchimia generosa, che non libera però la pittura da componenti conformistiche. I manufatti o prodotti figurativi fermano comunque l’attenzione sulle “distinzioni” e le “convenzioni” che hanno fatto la storia della gente del Brembiolo e oltre.
La tecnica espressiva è quella iconica del realismo. In questa mostra più che all’immaginario chagalliano, al fantasmagorico e al sogno, l’autore punta su elementi di sentimento religioso. Lo stile non pare improntarsi a invenzioni, o a qualche “guizzo” appagante, ma a sé stesso. Bassi non rinuncia ai caratteri certi, quelli di cui è sicuro possono raggiungere la sensibilità dello spettatore. Nelle scelte di repertorio, mette in primo i legami tra uomo e le usanze, i costumi il folclore, la devozione popolare, l’ organizzazione sociale, cogliendo stimoli individuali e collettivi della stratificazione culturale, sociale, allegorica e simbolica della pittura votiva dei Madonnini..Una pittura che naturalmente può essere giudicata in modi diversi. Non è  da salotto, sa smuovere idee, ma inizia a risentire qualche effetto da replay.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,