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Le acqueforti di Teodoro Cotugno all’Abbazia di Chiaravalle

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Natura e arte nella Valle dei Monaci

In tempi di mostre ipertrofiche e di esposizioni improvvisate (di cui si hanno ripetuti e incerti esempi anche nel sudmilanese e nel lodigiano) la veloce e leggera presentazione dell’arte calcografica di Teodoro Cotugno ordinata nei giorni 26,27 e 28 marzo prossimi all’Oratorio San Bernardo presso l’abbazia di Chiaravalle a cura dell’Abbazia stessa e dell’Associazione Art9, è senz’altro da mettere tra le eccezioni. Da un lato esibirà un gruppo di una ventina di stampe selezionate, tirate personalmente dall’artista e raffiguranti l’abbazia di San Lorenzo in Milano, l’abbazia di Viboldone, San Bassiano in Lodi Vecchio, l’abbazia di Chiaravalle (2 versioni) eccetera e una serie di cartelle, dall’altra, è un invito anche a visitare la storica abbazia cistercense di Santa Maria di Roveniano tra il Parco Sud e Rogoredo per cogliere nella suggestiva cornice di spazi e di storia l’indovinato collegamento con l’armoniosa opera dell’artista lodigiano.
In questi anni, dell’arte di Cotugno, si sono interessati in parecchi, che potrebbe suonare quasi ozioso citare i maggiori: da Philippe Daverio a Walter Piacesi, da Paolo Bellini a Trento Longaretti, da Renzo Biasion a Gianfranco Grechi, da Cesare Angelini ad Antonio Fugazza, da Tino Gipponi a Giuseppe Spiazzi, da Giuseppe De Carli a Patrizia Foglia a Marco Fragonara… In tanti anni di esercizio di lui sia stato detto e scritto tutto quanto di meglio critici ed esperti italiani potevano dire.
COTUGNO Teodoro Scan_Pic0185Sulla sua tipologia non rimane molto da aggiungere: misurata, affettuosa, è un’arte che parla da sola. Le tirature non sono mai equivoche. Evidenziano qualità tecnica e abilità strumentale da conferire forza comunicativa attraverso una penetrante ricchezza di segni e contenuti. Nei suoi fogli c’è una costante energia: concettuale, muscolare e nervosa, che muta e modula gesti convertendo tagli e incavi in valori grafici, ovvero in immagini. Ma c’è anche una scelta di “fedeltà”, costituita dalla “ostinazione” dell’artista di non rompere con la tradizione figurativa dell’ acquaforte e nell’ orientare il gusto attorno al paesaggio naturalistico.
In questo quadro operativo la mostra all’Oratorio San Bernardo dell’abbazia di Chiaravalle si annuncia come una conferma di professionalità alta, fatta di rispetto delle regole, di rigore segnico e di sottostante sintesi disegnativa, condotta dall’artista su una linea di narrazione articolata da visioni “en plain aire”, sentimenti ed emozioni.

Acquafortista di grande mestiere, di taglio “dolce” e segno raccolto, affidatati al nitore, alla pulitezza e alla totale assenza di irregolarità, Cotugno conferisce una impronta creativa coerente, non di facciata, che nello spessore del linguaggio e nelle stesse formule figurative ha la spiegazione di tante performance altamente rappresentative.

 

Natura e arte nella Valle dei Monaci . Acqueforti di Teodoro Cotugno – Oratorio San Bernardo – Abbazia di Chiaravalle, via S. Arialdo 102 Milano – 26, 27, 28 marzo dalle 10 alle 18

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LA “POESIA MUTA” DEGLI EX LIBRIS

BarbarossaTanto per aprire con una curiosità: alla Biblioteca Vaticana si può vedere l’ex libris a colori e oro di un artista tedesco che nel 1188 ne fece omaggio all’imperatore Federico Barbarossa per avere punito Milano per le barbare incursioni e i saccheggi della piccola Lodi. Non è un vero ex libris, ma una miniatura. Il richiamo serve solo a ricordare i secoli in più che l’ex libris ha rispetto al Bianco e Nero affermatosi solo col XV secolo, quando fu inventata la stampa. Da allora ne è passato del tempo, e gli alti e bassi si sono succeduti. Gli alti l’ex libris li raggiunse nel XVI secolo, grazie ai disegni di Albrecht Durer, Holbein, Cranach, Beham e altri grandi artisti. I bassi li conobbe nell’Ottocento, anche se la sonnecchiosa indifferenza dura ancor oggi a causa del poco amore degli italiani per il libro. Si spiega così anche perché una mostra di ex-libris non la si organizza tutti i giorni. Sono talmente rari i pittori e gli incisori d’oggi che si occupano di questo artistico ornamento librario che è caduto (o è rimasto) in disuso o peggio. Non vogliamo dire che, di tanto in tanto, qualche momento celebrativo o anche solo concorsuale non ci scappi, resta il fatto che il grosso del pubblico gli ex libris non sa cosa siano e quali gli exlibristi, nonostante gli indubbi meriti di una Associazione che non trascura proprio nulla per salvaguardarne la conoscenza, la diffusione e la cultura. Era, questo, un po’ anche il cruccio di Gian Franco Grechi, scrittore di origini cremasche che ha abitato gli ultimi anni della sua vita a Villabissone, in territorio melegnanese, curatore del Fondo Stendhal alla Sormani, organizzatore di concorsi e curatore di esposizioni di quella “poesia muta”, che sono appunto gli ex libris.

L’ex-libris è niente più niente meno, che un segno di proprietà del libro, costituito da un piccolo cartellino applicato nella seconda pagina di copertina di un volume. Può perciò apparire semplicemente un documento dell’avere, del possesso del libro. Ma è anche una documentazione dell’essere, della pulsione ancestrale a lasciare traccia di sè. Per dirla con Egisto Bragaglia, che con Gian Franco Grechi, Marco Fragonara, Paolo Bellini, Cristiano Beccaletto è uno dei maggiori studiosi contemporanei di questa forma espressiva: “L’ex libris è il ritratto intellettuale del lettore che palesa il suo pensiero, i suoi gusti, le sue passioni e anche le verità e i valori nei quali si riconosce”.

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“LODI. PIAZZA MAGGIORE E IL DUOMO” di Teodoro Cotugno

TEODORO COTUGNO "Lodi. Piazza Maggiore e il duomo" (acquaforte, 2014)

TEODORO COTUGNO
“Lodi. Piazza Maggiore e il duomo” (acquaforte, 2014)

Il Lions Club Lodi-Torrione ha realizzato per Natale una preziosa cartella di grafica d’arte – Lodi. Piazza Maggiore e il Duomo – che raccoglie una equilibrata dimostrazione di stampa originale d’arte di Teodoro Cotugno, accompagnata da un testo critico di Tino Gipponi che, a sua volta, offre esempio di critica non in posizione d’attesa e di autorefenzialità o di Cassandra noiosa e inascoltata, ma di riflessione e di dialogo. A sua volta, il lavoro di prensa o torculo che replica l’impressione vuol essere, per le sue particolarità, dice il presidente del Lions Sandro Tiberi,. un adeguato “segno di riconoscenza specifica” per coloro che contribuiscono e contribuiranno alle molteplici iniziative del sodalizio lodigiano.
Niente affatto lussuosa, ma curata, di gusto sicuro, realizzata su carta Hahnemuhle e incisa su rame, numerata e firmata dall’autore in cento esemplari contrassegnati in numeri arabi e, dieci esemplari, in numeri romani, “biffata” secondo le buone regole della stampa originale d’arte, l’edizione rappresenta un prezioso granello di taille-douce dell’ampia produzione concepita e manualmente elaborata dall’artista lodigiano. Decisamente, e detto senz’enfasi, da considerare uno dei migliori acquafortisti italiani, il cui segno estende l’interesse della vita a territori che si trovano in lui stesso e a territori “in cui è sospesa la nostra minuta terra”, per usare un’espressione della grande poetessa, Wislawa Szymborska.
Autore di piana limpidezza e ingannevole semplicità Cotugno esige, per essere colto, occhio allenato e scelta sensibilità come si sono ritrovati a riconoscere insieme a Tino Gipponi nella ancor viva presentazione allo Spazio Arte Bipielle a Lodi, critici e storici d’impianto diverso ma deciso quali Paolo Bellini, Marco Fragonara, Patrizia Foglia, Chiara Gatti e Umberto Seveso e maestri del linguaggio grafico quali Walter Piacesi, Renzo Biasion e Trento Longaretti.
La nota di Tino Gipponi introduce e “impagina” l’opera di Cotugno, nella sua vasta esperienza grafica e artistica,“nell’alveo di un personale naturalismo poetico”, affidandola attraverso un discorso evoluto che è insieme sintesi estetica e analisi critica da cui è colto il carattere “più sorvegliato” e “meno descrittivo” dell’artista, la “perspiquità ispirativa di raccontare col segno”, riconoscendogli un segno “meno convenzionale” e di più “autorevole definizione”.
Cotugno è fra i protagonisti dell’arte lodigiana del nostro tempo. Sicuramente, quello che ha colto e affermato il carattere profondo e durevole di una poesia dei luoghi e della terra, a prescindere, in un certo senso, dagli esiti di certe “traduzioni”. La sua arte incisoria risulta funzionalmente connessa, in senso generale – per contenuti, sostanze, visioni e sentimento – a Lodi e al Lodigiano , senza trascurare comunque i richiami che gli possono essere derivati da altri territori ricchi di variabili liriche e insieme concettuali, quali la Liguria, l’Oltrepo’, il Piacdentino, il Pavese, la Normandia, la Bretagna, il Sud Italia eccetera.
Quel che il calcocrafo prosegue è una linea di sostanziale continuità tonale, oggi condotta con una maggiore libertà (o liberazione) del segno, che in primo luogo sembra ignorare polemicamente le provocatorie e non di rado velleitarie invenzioni o trovate che si affacciano – facili, facili – nell’ opera di tanti manipolatori dell’ arte calcografica. Cotugno lo fa concentrando in modo esclusivo le risorse della sua sensibilità sintattica e lessicale, sulla resa, fattasi, nelle migliori stampe, più asciutta e ferma, libera da apparenze formali e dagli stessi artifici del proprio pensiero e delle proprie emozioni. Come appunto può confermare questa cartella dedicata alla Piazza Maggiore e al Duomo di Lodi, risultato d un procedere graduale e proprio per questo in modo incisivo.

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OMAGGIO A CAROLINA MARISA OCCARI (1926-2014)

 

CAROLINA MARISA OCCARI

CAROLINA MARISA OCCARI

Carolina MariSa Occari aveva iniziato a incidere ventiseienne nel 1952, ma quasi subito aveva interrotto per dedicarsi ai figli e alla famiglia. Una parentesi che durò trent’anni, fino agli anni Ottanta, quanto poteva bastare per dimenticare tutti o in parte gli insegnamenti ricevuti da Giuseppe Romagnoli, un innamorato degli artisti veneti del 18° secolo, all’Accademia di Bologna. Non solo non li dimenticò, ma li estese insieme a quelli appresi da Morandi, nelle sue composizioni, semplici, senza fronzoli, giocati su effetti chiaroscurali che ne evidenziano bene la capacità tecnica. Che si è potuta ammirare a Lodi in occasione della XII edizione di Carte d’Arte all’Angelo, dove l’artista è stata messa a confronto con un autore meticoloso, meditativo ed evocativo, Girolamo Tregambe, veneto come lei, nata a Stienta di Rovigo nel 1926, trasferita a Ferrara, lui di segno moderno, lei seicentesco, attenta a ostentare bravura con la punta e a trasmettere sensazioni di pace e dolcezza.
Artista particolarmente cara a Paolo Bellini, Carolina MariSa Occari ci ha lasciati nel maggio scorso all’età di 88 anni Opportunamente l’Associazione culturale Monsignor Quartieri gli dedica un “Omaggio” all’interno della XVI edizione di Carte d’Arte presentata da Patrizia Foglia, con l’esposizione di alcuni fogli che ne riassumono bene la personalità e le doti tecniche di acquafortista, nei fiori e nature morte disposte alla luce, nel paesaggio solita a cogliere sul posto le impressioni e le emozioni suscitate dai luoghi.
“Quando mi metto in mente di fare un’incisione – dichiarerà a Laura Gavioli, curatrice nel 2004 di un catalogo delle sue incisioni -, sono spinta ad andare fuori, è una necessità di andare nel paesaggio. La difficoltà di trovare il luogo è tormentosa: il punto di osservazione mi deve suggerire delle emozioni, mi deve parlare dentro”.
La citazione è apposita. Nella semplicità delle parole si ritrova la stessa semplicità e l’atteggiamento colloquiale che l’artista fa emerge nelle sue opere.
Nel corpo degli anni l’attività della Occari ha spaziato dal disegno alla calcografia, all’acquerello e al pastello, rimanendo fedele alla dimensione prima del fare arte, quella cioè che affida la struttura dell’operare all’emozione del “saper fare”, al segno e al disegno. Nella semplicità, c’è la poesia che la unifica al segno, alla regola, alla componente. Quello che la Occari offre è un affresco “filosofico”, senza naturalmente il linguaggio della filosofia. L’uomo, sembra volerci dire attraverso la grafica, è il proprio linguaggio, il linguaggio che sceltamente utilizza. La lucentezza e genuinità del suo pensiero è affidata al segno. Che non vuol dire ingenuo o semplice o leggero di spessore. Il gioco, gli effetti rivelano anzi sapienza, analisi, ricercatezza nella composizione. Il complesso della paesaggistica trasferisce sensazioni di serenità, di intensità poetica all’osservato. Il segno apparirà a qualcuno “antico”. Certamente raro oggi in cui si privilegia il disordine, la confusione, la gestualità. Mentre nella Occari primeggia sempre l’ordine, non c’è mai un gran divagare nei soggetti, c’è il richiamo alle poche che concentrano attenzione, poesia e vita.

Carte d’Arte all’Angelo – Omaggio a Carolina Marisa Occari (1926-2014) – Presentazione Patrizia Foglia – Ex chiesa dell’Angelo, via Fanfulla, 22 – Lodi – Inaugurazione sabato 27 settembre ore 17,30 – Aperta fino al 12 ottobre p.v. – Orari: da martedì a venerdì dalle 16 alle 19; sabato e festivi 10-12,30 e 16-19.

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ALBERICO MORENA XILOGRAFO, LA PERIZIA TECNICA E L’INTERPRETAZIONE FANTASTICA

L'artista umbro Alberico Morena e Aldo Caserini a Pienza nel 2000 (Foto Franco Razzini)

L’artista umbro Alberico Morena e Aldo Caserini a Pienza nel 2000 (Foto Franco Razzini)

Pittore, principalmente xilografo, 88 compiuti, città di nascita Gubbio, studi a Urbino alla Scuola del Libro, vive e lavora (ancora) in piazza San Lorenzo a Spoleto in provincia di Perugia. Già questo suggerisce che Alberico Morena è uno legato alla sua terra. Anche quando la dolce Umbria non si vede sta sullo sfondo dei suoi fogli ricchi di stralunate fantasie d’ispirazione enigmatica, in cui si mischiano stupefazione e malinconia, letteratura e fantasia, scene di vita tradotte in spettacolo, dolce e spesso amaro insieme.
Dire di Alberico Morena xilografo, artefice di una produzione molteplice, ricca della presenza di “omettini” fissati nel legno con segno raro, minuzioso e raffinato, stampata su sottilissimi fogli di velina, è facile e difficile al tempo stesso. Un po’ perché si affaccia subito il nome di Brueghel data la capacità dell’egubin-spoletino di mettere in scena masse, senza disperdere l’umanità dei singoli individui, anzi cogliendola arricchita negli atti, gesti e arie degli “omini” che animano le festa, il lavoro, il riposo, le fantasie. Ma la sua perizia tecnica, secondo gli esperti, può richiamare a volte anche Van Eych o un Van der Goes. E rivelare, almeno inizialmente, prima d’essere stato direttore all’Istituto d’Arte di Spoleto, l’ attenzione a certi maestri umbri.
L’ esordio grafico di Morena risale almeno a una sessantina di anni fa e prodotto centinaia e centinaia di silografie. Ma il maestro è restio ad

A.Morena: "La distanza dalla luna 1 (Omaggio a Calvino), 1965, silografia in b.n., mm.400x 267, stampata su carta velina, Raccolta Bertarelli Milano

A.Morena: “La distanza dalla luna 1 (Omaggio a Calvino), 1965, silografia in b.n., mm.400x 267, stampata su carta velina, Raccolta Bertarelli Milano

apparire. E’ un artista che preferisce star lontano dai media, dalle riviste specializzate, da Internet, dai social network, dalle gallerie e dalla mondanità. Per ricordare una sua mostra che ha fatto notizia bisogna andare indietro di un quarto di secolo, quando fu “omaggiato” dal Festival dei Due Mondi.
Quello che raffigura è un mondo di “coralità”, di insiemi di uomini che si incontrare alla festa patronale, nel lavorare la terra, nei cantieri, ad ascoltare il comizio dell’oratore, a vedere architetture, a godersi le scampagnate, i momenti d’ozio estivi, le tavolate. Nel salire e scendere le scale (“Omaggio a Calvino, La distanza dalla luna 1”, Raccolta Bertarelli, Milano), “una interpretazione personale del labirinto inteso come schema antropologico dell’esistenza, come separatore dell’individuo dal mondo a causa di una volontà superiore non spiegabile” . Le sue descrizioni sono condotte con arte sottile e rara ironia, a volte con linguaggio sognante e naive, trasformando tutto in un palcoscenico dove tutto è sottoposto a indagine, commentato, tradotto in racconto e parabola, ed ogni comportamento individuale è visto nella trama sociale, ripensato e trascritto in chiave di “destino comune”.
Morena compone le sue visioni incantate e seducenti, senza contrasti, contraddicendo se vogliamo le spiegazioni strettamente “tecniche” che identificano l’immagine xilografica nella contrapposizione netta tra bianchi e neri, nella abolizione pressoché totale o anche parziale o ridotta dei valori chiaroscurali. Realizza le sue “veline” intagliando il legno con una punta finissima; “tesse” variate trame di segni bianchi utilizzando un particolare tipo di bulino (da alcuni chiamato velo, da altri pettine o anche rigato) a punte multiple, con il quale si incidono numerose linee parallele ravvicinate e si acquista una morbidezza chiaroscurale. Crea giocose visioni che spesso mettono in evidenza i valori effimeri di tante azioni comuni.
Nel suo profilo storico critico dell’incisione italiana del XX secolo, Paolo Bellini lo ha collocato tra gli artisti fantastico-visionari o fantastico-surreali (Bruno Caruso, Giacomo Soffiantino e altri) che hanno cercato o cercano soluzioni in chiave di “giochi di fantasia”.
Nei legni di Morena convergono umori, emozioni, sentimenti, poesia. Autentico maestro del segno è prima di tutto un osservatore straordinario dei comportamenti individuali e collettivi che traduce in una sorta di viaggio esistenziale, arricchendolo di annotazioni bonarie, a volte canzonatorie a volte beffarde, sempre originali e incantatrici.

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L’allegoria dell’Invidia nelle stampe tra XV e XVII secolo

Grafica d'arte n 97Alle abituali rubriche di storia dell’incisione, recensioni di mostre, presentazione di artisti e notizie dal mondo della grafica, nel suo ultimo numero «grafica d’arte» (n.97, gennaio-marzo 2014, Edi Artes, Milano), oltre agli interventi sull’arte grafica e sui disegni di Duilio Rossoni, Barbara Scacchetti, Francesco Giuliari, Valentine Rau ecc. firmati da Agnese Sferrazza, Marzio Dell’Acqua, Rebecca Carnevali, Barbara Germani, Carol Morganti, Margherita Fratarcangeli e Jonathan Beechet, dedica una trascinante ricerca su “L’allegoria dell’invidia in alcune stampe tra il XV e il XVII secolo” di Silvia Bianchi.
Veneziana di nascita da tempo adottata da Milano, Silvia Bianchi – laurea in Lettere e Filosofia con una tesi in storia dell’arte e diploma di perfezionamento in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi in storia dell’incisione-, è apprezzata per i suoi studi dell’incisione. Da oltre una trentina d’anni è presente con ricerche e analisi su «Rassegna di Studi e di Notizie» dei Musei di Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano e su «grafica d’arte», rivista di storia dell’incisione antica e moderna e storia del disegno diretta da Paolo Bellini. Oltre alle linee interpretative su Lino Bianchi Barriviera (in «grafica d’arte», Milano 1991, nn.7 e 8) la Bianchiè autrice di alcune voci del Dizionario della stampa d’arte di Paolo Bellini.
Il nuovo elaborato mette sotto lente di ingrandimento come il vizio capitale dell’Invidia è stato affrontato da incisori eccellenti sin dal XIV secolo, attraverso schemi iconici insoliti, come nel bulino (1465) di Anonimo che lo rappresenta attraverso un avvoltoio accanto a una femmina in piedi sulle fiamme.
Tema affascinante quello dell’Invidia, non per i soli richiami a episodi mitici e biblici e a versioni popolari, ma per come nei secoli passati è stato elaborato. Spesso affidato all’immagine di una megera (Cristoforo Robetta, Allegoria dell’Invidia”, bulino, fine sec. XV) o attraverso simboli e allegorie (Andrea Mantegna nel bulino Battaglia di divinità marine, 1470-1480) a cui son seguite “letture”, interpretazioni e illustrazioni cariche di allegorie e di pensiero, di ironia, di verve proverbiali e letterarie ispirate dal momento storico e ambientale: serpenti al posto di capelli, serpenti dalla lingua biforcuta, pipistrelli, draghi alati, ragni neri, donne artigliate, animali aggressivi, occhi umani schizzati… Un quadro che risulta sempre originale di vari sensus, passabili di molteplici interpretazioni, in cui si scontrano con la dinamica della tensione progresso e conservazione le rappresentazioni di incisori toscani, emiliani, germanici, olandesi e fiamminghi, dal prolifico bolognese Giuseppe Maria Mitelli all’altro felsineo Giovanni Giuseppe Del (o Dal) Sole, dal tedesco George Pencz al connazionale da lui influenzato Heinrich Aldegrever, dai grandi Bosch a Bruegel il Vecchio (inciso da van der Heyden), dall’olandese Cornelis Cort al bulinista fiammingo Van Mallery Karel. L’ iconografia dell’Invidia individuata da Silvia Bianchi mette in sequenza gli apporti e gli aspetti estetici presenti negli olandesi Jan Matham, incisore di riproduzione, Hubert Goltzius e Van de Passe Cristin, nel disegnatore e incisore francese Jacques Callot, nel fiammingo Vorsterman (vedi immagine di copertina) offrendo con forza un filone di immagini che attorno all’Invidia sviluppa elementi centrifughi prendendo ispirazione da Ovidio e dai proverbi popolari. Dalla descrizione affiora un traboccante quadro iconico e di qualità incisoria, ma anche uno spaccato che avvicina filosofia e vita quotidiana. L’ individuo spiritualmente volgare è oppresso da una specie di “mostruoso egoismo metafisico”, per cui considera sottratto a sé tutto ciò che altri posseggono, anche se la cosa invidiata non gli giova in alcun modo. Le radici dell’invidia sono quindi nell’ inimicizia e nel disprezzo verso gli altri, nell’insofferenza del bene altrui, nel turbamento dinanzi alla supposta felicità degli altri. Lo studio della Bianchi fa emergere, attraverso le immagini, l’Invidia come la sorella degenere dell’emulazione. E’ figlia della superbia, dell’egoismo, dell’arrivismo, dell’ambizione, delle menzogne, dell’anarchia e dei disastri.

Aldo Caserini

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DEDICATO ALLA XILOGRAFIA IL N.96 DI”GRAFICA D’ARTE”

La copertina di "grafica d'arte" dedicata alla silografia

La copertina di “grafica d’arte” dedicata alla silografia

 Il n.96 di grafica d’arte, la rivista dell’incisione antica e moderna e storia del disegno fondata e diretta da Paolo Bellini, pubblicata dalla Edi.Art e inserita in B.H.A (Bibliographay of the History of Art) è interamente dedicato alla silografia italiana del XIX secolo con fitti contributi di specialisti: Giuliano Basilico ( Thomas Bewick e l’incisione su legno di testa), Daniele Vasta (Le riviste illustrate italiane del XIX secolo), Francesca Mariano (La silografia italiana nel periodo dell’Ottocento: storia, tecnica e protagonisti), Barbara Germani (Ernesto Mancastroppa ), Francesco Parisi (L’illustrazione sul legno di testa, dal bel taglio alla silografia originale ), Matteo Chiarelli ( Le”gemme d’Arti Italiane”), Alberto Milano ( Giovanni Antonio Meda: Un “incisore in legno ed in qualsivoglia metallo” ), Giovani donne nelle xilografie del XIX secolo. Alle varietà delle proposte, non avrebbe stonato l’aggiunta di una scheda per ricordare Clelia Alberici e Giorgio Lise, per molti anni direttrice e conservatore della Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli, raccoglitore e autore di importanti cataloghi sulle stampe popolari lombarde ed anche Luigi Servolini, grande studioso di storia dell’incisione e fondatore a Carpi del primo museo italiano della xilografia, citati in ogni caso nelle ricche note  che accompagnano i singoli saggi .
La silografia o xilografia o xilo  rispetto alle altre procedure grafiche presenta indizi tecnici caratteristici: la pressione, lo spessore dell’inchiostro, le micro sbavature, le irregolarità naturali del legno, tarlo, fenditure, nodi, venatura che a volte sono utilizzati dagli artisti come elementi espressivi. Non sempre, anzi ormai molto facilmente, tutte cose che non si ritrovano nelle xilo di autori recenti. All’uso faticoso del legno essi hanno sostituito materiali alternativi, come il linoleum (più facile da lavorare perché senza venature), PVC, plexiglas, sughero, compensato, gesso, eccetera.
A seconda delle procedure si ottengono risultato di diversa forza e caratteristiche, tali da suggerire l’esplicitazione della “fisicità” del materiale utilizzato. Per dirla con Dino Formaggio (Fenomenologia della tecnica artistica), nella “pienezza multilaterale della loro implicita funzionalità artistica” i materiali contribuiscono alla sapidità e gustosità del risultato artistica. Anche se poi sono sempre l’invenzione e la creatività a procurare l’apprezzamento pubblico, al di là della classificazione tecnica.

Il numero 96  di “grafica d’arte” è completato da una ricca sezione di recensioni dei seguenti volumi: P.Bellini, L’opera incisa di Giovanni Francesco Grimaldi (a c. di Daniela Vasta); B.Barnes, Michelangelo in Print (di Giorgia Marini), T.Ketelsen – O. Halin – P.Kuhlmann – Hodich, Gli olandesi a Dresda: metodologia per lo studio del disegno nordico del Cinquecento ( di Willem te Slaa e Giorgio Marini); Z.Zavoli , La raccolta di stampe Angelo Davoli ( di Chiara Panizzi) C. Morganti (a c.) Henry de Groux (di Stefani Allegrati); S. Aloisi – E. Boreau (a c.), Henry de Groux – Le Visage de la Victoire (di Benedetta Spadaccini); F. Parisi, Carlo Romagnoli. Gli anni della scuola libera del nudo (di Giorgio Marini); Premio Acqui, Biennale internazionale per l’Incisione (di Francesca Mariano); M. Fiori – M. Dall’Acqua (a c.) Annuario 2013 Associazione Liberi Incisori Bologna (di Carol Morganti).

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