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50 RICOGNITOTORI DEL PRESENTE-PASSATO – Un’arte sospesa tra il “non più” e il “non ancora”

Mangiare libri50 artisti hanno concluso domenica all’ex Chiesa dell’Angelo “Mangiare libri… per nutrire il pianeta”, una delle tante mostre che vuole essere in presa diretta con Expo, la Giornata del Libro, il Festival dei comportamenti e – per via di quel “nutrimento della mente” – di Naturarte; una collettiva che ha posto il proprio orizzonte sotto tante bandierine protettive, rischiando di trovarsi riservati posti di seconda fila o marginali. Quanto al “che cosa” queste collettive intendono esaminare non può essere tutto chiaro o tutto soddisfacente. Al loro interno s’incontrano coi buoni prodotti altri non del tutto soddisfacenti. Dove fosse da trovare la cifra caratteristica di “Mangiar libri… per nutrire i pianeti” ( messa in piedi da Mario Quadraroli, Ruggero Maggi e Ambrogio Ferrari) se nei motivi delle delocazioni o in quelli “poveri” e minimali dei libri d’artista (impareggiabile come sempre Franco De Bernardi, Mangione, Bernazzani, Quadraroli, Tresoldi…), oppure in quelli iconici, consacrati dalla tradizione, o in quelli che ancora riflettono lo “spauracchio” della qualità, della fatica, dell’originalità linguistica, lo lasciano discernere ai protagonisti di questi connotati e a coloro che si sono lanciati in questa impresa un po’ revivalista e un po’ accanita nel ribaltare le leggi del paradosso, o semplicemente fissare il transito. La mostra – se si sta sulle opere che avevano la forza intrinseca dei significati o che tessevano il loro destino con fantasia creativa – è andata in ogni caso bene. Nel cammino dei nostri eroi ci pare doveroso (osando) non spulciare su qualche protagonismo locale meritevole di non vedere contate le righe a lui dedicate. Sgomberiamo perciò il campo dalle presenze lodigiane, dagli ex tali e dai cugini: Elena Amoriello, Luca Armigero, Franco De Bernardi, Marcello Chiarenza, Tonino Negri, Carlo Adelio Galimberti, Loredana De Lorenzi, Daniela Gorla, Nico Galmozzi, Marilena Panelli, Eleonora Ghilardi, Domenico Mangione, Marco Uggé, Ornella Bernazzani, Franchina Tresoldi, Carlo Fracchi, Ambrogio Ferrari, Mario Quadraroli, Angelo Savaré, Giampiero Brunelli, Beppe Cremaschi, Gregorio Dimita. Mario Diegoli, Alessandra Rovelli, Rossana Pellicani. Tutti selezionati per qualche titolo o merito e diversi per intendere il prestito come un elemento essenziale; tutti impegnati, o quasi, a recuperare caratteri sensibili-sensuosi del fare (direbbe Renato Barilli). Con lo spazio è avaro, resta solo la citazione degli altri in locandina, composta da una fitta rete di protagoniste al femminile ( Maria Lai, Micaela Tornaghi, Marina Bertagnin, Elena Parati, Chiara Ornaghi, Nora Ciottoli, Gabriella Grazzani, P.Angela Bilotta, M. Celeste Bossi, Donatella Baruzzi, Elena Bartolini, Gabriella Bodin, Ida Rosa Scotti, Luisa Fontalba, Laura Zilocchi, Monika Wolf, Damiana De Gaudenzi, Antje Stelim), e senza essere soffocati dal confronto di Ruggero Maggi, Mario Massari, Marcello Diotallevi, Luciano Dossena, Roberto Munari, Mario Giavino, Angelo Reccagni, P.Luigi Meda). Dal contenitore di differenze consacrate alla consolazione ci prendiamo l’azzardo di segnalare un nome solo, quello di Diana Danelli per i connotati e l’uso diretto di applicazioni di mezzi extraartistici offerti dallo sviluppo tecnologico (video, luce, diffusori, computer, fotografia, recording, emittenti alternative). Non perché sia risultata in assoluto la migliore dei presenti, ma perché diversa per procedure, materiali, strumenti. Con fissaggio su pellicole sottoposte a lettori ottici che consentono di andare a sintonizzarsi su ambiti diversi, smaterializzati, o viceversa, tuffarsi nella materialità opaca. Il ricorso a mezzi di specie fotoelettronica, fotoelettrica, lenticolare e altri permette svolgimenti e moti devianti, sovrapposti, levogiri, mantenendo nel contesto una organizzata oscillazione di termini oppositivi opposizione-recupero, accompagnati-seguiti da richiami all’ordine. Con misurata condotta la Danelli rivisita pagine di esperienze che hanno costituito una “officina” dei giovani visual, coglie modalità di letture diverse del reale, in una sorta di interscambio di “descrizioni sistemiche”, da rendere le realtà facilmente assimilabili e omologabili. Dunque, codificare e decodificare. Il risultato è un effetto attrattivo. Il problema non sembra quello di essere “originale” una volta di più, ma di spingersi un palmo avanti sulla via della applicazione verso un grande viaggio. Che non si sa (non sappiamo) dove muove: se verso l’avventurosa ricerca o il ritorno all’espressione.

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“L’IMPRECISATO PASSATO ” DI ORNELLA BERNAZZANI

 

ORNELLA BERNAZZANI. Inquietudine, 2000, h. cm.23

ORNELLA BERNAZZANI. Inquietudine, 2000, h. cm.23

Se si vuole comprendere l’invisibile, si deve penetrare il più profondamente possibile nel visibile. Spero di divenire a poco a poco sempre più semplice, sempre più concentrato nell’ espressione, ma mai abbandonerò la pienezza plastica”, così Max Beckmann. Così Ornella Bernazzani che ha trasformato la sua personale a Bipielle Arte in una parafrasi: niente arabeschi, solo qualche concessione nei panneggi; niente calligrafie, semplicI discreti  richiami  alle parentele, niente vuoti e pieni, niente impollinazioni incrociate tra linguaggi, solo pienezza e plasticità. Così ha riempito lo spazio di figure dell’età antica, del medioevo, dell’età moderna, di personaggi femminili corporei collegati con la trattazione spaziale del luogo. Figure che assumono una configurazione che li rende comprensibili nella grande incertezza dello spazio. Forme, aspetti, volti che fanno entrare nel mondo dell’umanità. E fanno scorrere pensieri, Non unicamente poesia. Siamo in Samotracia, vicino alle dee di Pitocrito, nel Veneto delle madri di Martini, nella toscana di Pier della Francesca e di Marini, o nella poesia solare del nostro Sud dove la civiltà esce dalla terra e nutre ancora personaggi e il senso popolare è un senso arcaico ?

Ornella Bernazzani: Maternità, 2002 h. cm.30

Ornella Bernazzani: Maternità, 2002
h. cm.30

Operare costruzioni con elementi figurativi significa oggi proteggersi dall’attualismo superficiale e divoratore. La Bernazzani lo fa attraverso l’incontro di volumi e luminosità, o meglio, l’incontro di forme e di luce, tipico delle sue creazioni, dove sporadiche sono le tensioni – in questa mostra presenti in tre o quattro opere: L’Angelo Portiere, L’inquietudine, Cassandra, la figlia di Priamo che ebbe da Apollo la facoltà di prevedere terribili sventure e Donna spaventata – da superare, in ogni caso, le esistenze maschili, che immaginiamo partecipi ai Teatrini e sicuramente in Giovane addormentato -. Scelte che fanno pensare a una figurazione completamente dominata, creata in maniera puramente artistica. Che non rappresenta qualcosa al di fuori di sè o che significhi al di là di sé stessa. La scultura della Bernazzani esalta – come dice Giancarlo Consonni, poeta e architetto milanese, ordinario di Urbanistica al Politecnico nella sua sobria presentazione alla mostra – “l’eterno femminino non solo e non tanto perché ha per soggetto prediletto la figura femminile, ma perché sa unire l’accogliere con il nutrire”.
Dal crudo al cotto, dall’idea alla narrazione, si consolida il passaggio della Bernazzani dalla koiné del “semplice ben fatto” – dall’artigianato -, al “valore aggiunto”, all’arte e alla scultura..
L’esposizione è una delle migliori monografiche di artisti locali e non, viste a Lodi negli ultimi anni, per qualità del prodotto, per progetto, ordinamento, allestimento e definizione poetica.

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ANTICIPAZIONI/ORNELLA BERNAZZANI ALLO SPAZIO ARTE BIPIELLE

 Dall’11 settembre al 5 ottobre

ORNELLA BERNAZZANI scultrice, ceramista

ORNELLA BERNAZZANI
scultrice, ceramista

C’è la crisi, ma l’Italia continua ad essere una meta obbligata per i tanti nuovi creativi con “la passione del fare”. Vengono da tutto il mondo per imparare le tecniche, avvicinare il mestiere alla nostra cultura, assorbire il gusto della nostra tradizione. Mentre da noi si chiudono le scuole di ceramica, serrano le manifatture dell’artigianato artistico, danno forfait i creativi Non tutti, per fortuna.. C’è anche chi in questo clima generale ha imparato a convivere: Ornella Bernazzani.
Vincitrice di importanti premi internazionali, a Grottaglie e a Gualdo Tadino, sulla breccia da più di una trentina d’anni, è da appena dopo Brera e dopo la laurea in architettura che si dedica alla ceramica e alla scultura e che, grazie alle terrecotte, si è costruita un distinto spazio di autonomia a tutela della propria identità creativa e artistica.
Allieva a Schio di Giancarlo Scapin, che gli ha rimbalzato la coscienza della terra o materia da trasformare entrata a far parte di lei; e, a Milano, all’Accademia di Brera, di Arpino Giovanni Marchese, scultore dimenticato, che ha più volte praticato un’arte di tradizione ma ha saputo anche riconfigurarsi a espressioni diverse da quelle tradizionali, dal quale ha (probabilmente) preso quella tenacia e volontà che non consentono risultati diversi da quelli voluti, la Bernazzani ha in agenda dall’11 settembre al 5 ottobre P.V. allo Spazio Arte Bipielle in via Lombardo a Lodi una esposizione. di sculture in terracotta.
La ricchezza del suo repertorio potrà far palese come un’artista vera, produttrice di sé stessa, può innescare con una creazione di nicchia un dispositivo che gli permette di affrontare le congiunture difficili.
Ma una mostra di scultura è prima di tutto quel che si dice “una mostra d’arte”, deve soddisfare determinati requisiti. Già quella realizzata all’ex-chiesa dell’Angelo diversi anni fa aveva fissato l’attenzione sulle sue coordinate intellettuali, motorie ed emozionali nel trattare la materia, la terra e sui tanti “segni” che di essa sono linfa vitale. La nuova esibizione oltre che a richiamare la “visione della vita”, peraltro già chiara nella mostra precedente, drizzerà sicuramente l’attenzione del visitatore su una serie di rapporti: terra e immagini, terra e spazio, terra e miti, materia e non materia, terra e risonanze… Soprattutto attiverà i riflettori nel far cogliere i significati del mito, il mito della natura madre, il mito della Terra: che sono già per sé valore aggiunto rispetto al “saper fare bene” e al saper “fare a regola d’arte” preteso dalla koiné.

BERNAZZANI: " L'albero della vita"

BERNAZZANI: ” L’albero della vita”


L’arte della Bernazzani è un’arte essenzialmente di terra, in cui contano indiscutibilmente le idee (e ve ne sono!), ma è la terra ad essere supporto di poesia, di espressione poetica, che rende il connubio di scultura e ceramica non qualcosa di duale bensì una congiunzione.
La terracotta ha storie secolari. Ha accompagnato l’uomo nello sviluppo delle civiltà. A parte le destinazioni pratiche quotidiane ( come non citare almeno la scena di “Ghost”, con  la bellissima Demi Moore e l’irresistibile Patrick Swayze che affondano le loro mani nella creta di un vaso?), ha avuto grande rilievo decorativo nei rivestimenti dei templi, nelle ornamentazioni architettoniche ecc., e, in forma di vere e proprie opere di arte plastica (statue, bassorilievi, busti, figure votive, ecc.). La cottura in forno dell’argilla modellata, fa assumere la caratteristica colorazione rossastra. Nulla impedisce di conferirgli altri colori (la nostra artista lo fa), ottenendoli con applicazioni precedenti o successive alla cottura.

IL CITTADINO, 12 agosto 2014

IL CITTADINO, 12 agosto 2014

Nei suoi lavori gli elementi di distinzione sono però altri, si legano sia alle proprietà tecniche, all’accuratezza nelle scelte dei materiali, ai procedimenti e alle sperimentazioni, sia al senso di libertà dalle regole che a volte si concede. In essi si affacciano richiami etruschi, classici, rinascimentali, ma anche frutto di percezioni e dinamiche tipicamente attuali. Attorno alle forme e alla figura umana l’autrice rielabora stimoli culturali ed emozioni che hanno di volta in volta carattere di solennità, commozione, drammaticità, familiarità. Al di là dei simboli, delle allegorie e delle traslazioni è sempre la qualità della scultura però che vince. E’ il creare artisticamente proprio della Bernazzani. Il creare significati di immagini e di forme, astratti fuori e fatti esistere dal fondo della argilla. Che in questo suo lavoro creativo trova sintesi piena e alta. Quello che il suo maestro Giancarlo Scapin, parlando di sculture in terracotta e in ceramica agli studenti del Cesaris di Casalpusterlengo,chiamava la “formalizzazione di un’ arte autonoma”.

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