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Gianni Vigorelli scultore. A venti anni dalla morte

Gianni Vigorelli: Monumento alla Resistenza

L’ anno passato è stato il centenario della nascita dello scultore Gianni Vigorelli (1916-1998), l’anno a venire, a maggio, sarà quello dei venti anni della sua morte.Per settant’anni la scultura è stata praticata da Vigorelli con sobrietà e robusta visione per comprendere ed esprimere il mondo dell’uomo. Lo ha fatto con una coerenza profonda, in un rapporto stretto e necessario con la poesia, che rende impossibile considerare la sua opera secondaria nel contesto dell’arte alaudense e lombarda.Allievo di Messina a Brera, amico stretto e confidente di Archinti, sodale di Fausto Locatelli di cinque anni più anziano di lui, che morirà sotto i bombardamenti nel 1945 – Vigorelli si cimentò anche con la poesia, coltivata con commossa e austera idealità e in cui ricondusse l’espressione delle variazioni e reazioni del sentimento individuale. Solo la frenetica attività “culturale” (si fa per dire!) di frettolosi promotori da tavolino poteva far dimenticare un anniversario tanto importante. Una imperdonabile negligenza che rende consapevoli dei perché l’eredità di Vigorelli non è ancora apprezzata in città come meriterebbe. Certo, un po’ anche per colpa sua, che in vita non ha sofferto il non esibirsi, riducendo la sua presenza a pochissime uscite di gruppo; un po’ per una sua naturale propensione all’isolamento e per il fastidio che già nella seconda metà del secolo scorso – lui appena trentenne -, gli procurava l’onda effimera delle mode, da fargli rinunciare a una Biennale di Venezia; eppoi per i “meccanismi” presenzialistici che si erano affermati in città e che tradivano le sue convinzioni di artista. Sta di fatto che delle sue opere si è visto e parlato poco, non quanto richiedevano e meritavano. Anche se, per la verità, qualche occasione è da stimare. E’ servita almeno a fissare alcuni passaggi della ricerca linguistica: dall’iniziale asciuttezza accademica a una impronta naturalistica, dalle forme classicheggianti ovoidali a quelle di rinnovamento plastico, dal geometricamente strutturato e di interpretazione dell’immagine a una ideazione ritmica della sofferenza psicologica e fisica…).Era uomo di poche parole. Quella che amava spiccare era “umanesimo” a cui aggiungeva “pietas” e “poesia”. Potrebbero bastare a cogliere il filo conduttore dei messaggi nelle sue opere. Vigorelli puntava a far apprezzare la scultura come arte delle idee, non secondaria nella crescita civile della società. L’accanita polemica che sul finire degli anni ’60, accompagnò il Monumento alla Resistenza, costituì una sorta di propagazione di una realtà cittadina cieca, dove non esisteva una tradizione di ricerca artistica moderna. Solo a scavalco tra gli anni settanta-ottanta la scultura conobbe, in modo forse eccessivamente generica, l’esigenza di ricondursi a categorie in grado di darle una diversa immagine. Vigorelli non fu “faro” ma un “caso” con la sua continua lezione di libertà nella ricerca, di indipendenza dagli schemi riconoscibile nelle madonne e maternità, nei bronzi dedicati a vestali, santi, a temi religiosi e civili e a richiami di stile arcaico, a strutture romboidali e a losanga ( apprezzate dall’architetto Degani, artefice del Duomo), dall’intreccio primitiveggiante nelle figurazioni, ecc. Un linguaggio distintivo, volumetrico, lontano dai convenzionalismi sia classicheggianti sia moderni, pronto ad accogliere (con equilibrio) intensificazioni espressioniste.La mostra in preparazione alla Banca Centropadana di Lodi affidata a Tino Gipponi, si annuncia perciò preziosa per i dati oggettivi di pensiero e poesia oltre che per la “lettura” estetica che potrà offrirà delle fasi più significative e personali della ricerca di Vigorelli

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