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L’allegoria dell’Invidia nelle stampe tra XV e XVII secolo

Grafica d'arte n 97Alle abituali rubriche di storia dell’incisione, recensioni di mostre, presentazione di artisti e notizie dal mondo della grafica, nel suo ultimo numero «grafica d’arte» (n.97, gennaio-marzo 2014, Edi Artes, Milano), oltre agli interventi sull’arte grafica e sui disegni di Duilio Rossoni, Barbara Scacchetti, Francesco Giuliari, Valentine Rau ecc. firmati da Agnese Sferrazza, Marzio Dell’Acqua, Rebecca Carnevali, Barbara Germani, Carol Morganti, Margherita Fratarcangeli e Jonathan Beechet, dedica una trascinante ricerca su “L’allegoria dell’invidia in alcune stampe tra il XV e il XVII secolo” di Silvia Bianchi.
Veneziana di nascita da tempo adottata da Milano, Silvia Bianchi – laurea in Lettere e Filosofia con una tesi in storia dell’arte e diploma di perfezionamento in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi in storia dell’incisione-, è apprezzata per i suoi studi dell’incisione. Da oltre una trentina d’anni è presente con ricerche e analisi su «Rassegna di Studi e di Notizie» dei Musei di Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano e su «grafica d’arte», rivista di storia dell’incisione antica e moderna e storia del disegno diretta da Paolo Bellini. Oltre alle linee interpretative su Lino Bianchi Barriviera (in «grafica d’arte», Milano 1991, nn.7 e 8) la Bianchiè autrice di alcune voci del Dizionario della stampa d’arte di Paolo Bellini.
Il nuovo elaborato mette sotto lente di ingrandimento come il vizio capitale dell’Invidia è stato affrontato da incisori eccellenti sin dal XIV secolo, attraverso schemi iconici insoliti, come nel bulino (1465) di Anonimo che lo rappresenta attraverso un avvoltoio accanto a una femmina in piedi sulle fiamme.
Tema affascinante quello dell’Invidia, non per i soli richiami a episodi mitici e biblici e a versioni popolari, ma per come nei secoli passati è stato elaborato. Spesso affidato all’immagine di una megera (Cristoforo Robetta, Allegoria dell’Invidia”, bulino, fine sec. XV) o attraverso simboli e allegorie (Andrea Mantegna nel bulino Battaglia di divinità marine, 1470-1480) a cui son seguite “letture”, interpretazioni e illustrazioni cariche di allegorie e di pensiero, di ironia, di verve proverbiali e letterarie ispirate dal momento storico e ambientale: serpenti al posto di capelli, serpenti dalla lingua biforcuta, pipistrelli, draghi alati, ragni neri, donne artigliate, animali aggressivi, occhi umani schizzati… Un quadro che risulta sempre originale di vari sensus, passabili di molteplici interpretazioni, in cui si scontrano con la dinamica della tensione progresso e conservazione le rappresentazioni di incisori toscani, emiliani, germanici, olandesi e fiamminghi, dal prolifico bolognese Giuseppe Maria Mitelli all’altro felsineo Giovanni Giuseppe Del (o Dal) Sole, dal tedesco George Pencz al connazionale da lui influenzato Heinrich Aldegrever, dai grandi Bosch a Bruegel il Vecchio (inciso da van der Heyden), dall’olandese Cornelis Cort al bulinista fiammingo Van Mallery Karel. L’ iconografia dell’Invidia individuata da Silvia Bianchi mette in sequenza gli apporti e gli aspetti estetici presenti negli olandesi Jan Matham, incisore di riproduzione, Hubert Goltzius e Van de Passe Cristin, nel disegnatore e incisore francese Jacques Callot, nel fiammingo Vorsterman (vedi immagine di copertina) offrendo con forza un filone di immagini che attorno all’Invidia sviluppa elementi centrifughi prendendo ispirazione da Ovidio e dai proverbi popolari. Dalla descrizione affiora un traboccante quadro iconico e di qualità incisoria, ma anche uno spaccato che avvicina filosofia e vita quotidiana. L’ individuo spiritualmente volgare è oppresso da una specie di “mostruoso egoismo metafisico”, per cui considera sottratto a sé tutto ciò che altri posseggono, anche se la cosa invidiata non gli giova in alcun modo. Le radici dell’invidia sono quindi nell’ inimicizia e nel disprezzo verso gli altri, nell’insofferenza del bene altrui, nel turbamento dinanzi alla supposta felicità degli altri. Lo studio della Bianchi fa emergere, attraverso le immagini, l’Invidia come la sorella degenere dell’emulazione. E’ figlia della superbia, dell’egoismo, dell’arrivismo, dell’ambizione, delle menzogne, dell’anarchia e dei disastri.

Aldo Caserini

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GIUSEPPE ORSINI, fughe nello spazio

 

Berlino-Potsdamer PLatz (Renzo Piano)

Berlino-Potsdamer PLatz (Renzo Piano)

Con una trentina di stampe, tutte di immagini architettoniche, rubate a Piano, Tange, Gehry, Libesking, Spreckelsen, Hans, Benisshand, Pelli Clarck Pelli – celebri architetti che hanno fatto uscire a partire dagli anni Ottanta l’edificio da certi stereotipi figurali di entità lineare -, e reinventate nello spazio, Giuseppe Orsini si è presentato sabato al pubblico della Biblioteca Laudense. Si tratta di strutture che mettono in relazione fotografia, computer e architettura, nel reciproco interesse coltivato per l’immagine e l’apparire.
Orsini è, sostanzialmente, un manipolatore di rappresentazioni.  Nei suoi lavori recenti combina spesso elementi di realtà e di fantasia. Nelle ultime personificazioni si è immaginato grattacieli (genericamente espansioni in senso verticale) trasformandoli in edifici e costruzioni non sempre linearmente concepiti,  risultanti da un gioco compositivo e prospettico che ne hanno modificato il disegno e la visione reale. L’appoggio del  colore segue a sua volta standard in uso per certi fumetti a strisce. In sintesi, l’autore mette in sincronia la superficie architettonica con una visione pubblicitaria ed epidermica di messaggi luminosi. Come sta succedendo a Milano, San Donato Milanese, Berlino, Hannover,  Valencia, Bilbao. Nei risultati esibisce una architettura trasformata in uno strumento di sfruttamento non solo spaziale, ma poco informativo e molto fantastico e pubblicitario, agevolato dalla prestazione del computer che assiste la mobilità e la manovrabilità delle forme e dei messaggi in superficie.
L’avvio è lo scatto originale sottoposto a rimaneggiamento al computer con ardita fantasia, e affidato all’intervento della “postproduzione fotografica” di Tommaso Miredi, che ha saputo introdurre atmosfere cariche di suggestione, e dare sviluppo a momenti intuitivi e di pura “visibilità”.
Ne sono scaturite architetture diverse. Che veicolano un messaggio che non riguarda l’uso, la funzione, l’abitare, il vivere o il lavorare, ma l’esteriorità della struttura.
Orsini non fa tuttavia  un discorso di architettura. Non sostiene  tesi a sostegno dell’evento architettonico nel senso performativo. Neppure centra il rapporto  tra architettura e società, tra architettura e urbanistica. L’occhio creativo è tutto sulla funzione dell’immagine. L’effetto ricercato dalla “post produzione fotografica” di Miredi rivolto a coinvolgere il fruitore, suscitando emozioni, pensieri, reazioni.

Fughe nello spazio – Elaboraz.fotografiche di Giuseppe Orsini – Biblioteca Laudense, corso Umberto I, 63, Lodi –  Presentazione in catalogo di Beppe Cremaschi –  Orari apertura: mar.giov. ven. dalle 13,39 alle 18,30; merc. Sabato dalle 8,30 alle 17,30. Fino al 23 marzo.

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