Archivi tag: Marcello Simonetta

E’ morto Marcello Simonetta

Marcello Simonetta

E’ morto al Maggiore di Lodi, dov’era ricoverato, il pittore Marcello Simonetta. Da anni risiedeva e aveva studio a Spino d’Adda. Godeva reputazione e stima su tutto il territorio nazionale. Diverse le sue mostre tenute a Lodi e sul territorio (all’Archivio Storico, al San Cristoforo, alla galleria Oldrado, a Cascina Roma a San Donato Milanese, al Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, ecc.).
Collegato a forme di espressività non uniche, espressioniste-astratte e di action painting, delle quali tuttavia non presentava le ossessioni e le arbitrarietà, anzi, ne era completamente avulso, in particolare per quanto concerne le compattazioni, le sovrapposizioni e le intensità che inghiottono linee e spazi.
Agli automatismi gestuali e segnici, all’ ossessione espressiva dell’action painting storica, Simonetta contrapponeva, in una sorta di progress espressionista, la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il marginale ricorso ai neri in una struttura semantica non priva di idee e di “pretesti”. Un dato è consueto: il ritmo, lo svelarsi percettivo delle cose, la pulsazione unitaria nelle texture.
Il suo repertorio non ha mai sofferto la ripetitività, l’appiattimento. Ha sempre sorprende per la vivacità, la varietà, la scorrevolezza, l’imprevedibilità. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate” che scorrono all’interno del foglio e della tela. Dove non c’è nulla di quella retorica che ha accompagnato tanta pittura della seconda metà del secolo scorso.
Simonetta ha preservato la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non c’è la preoccupazione del fare, ma la incessante coerenza del fare. I suoi lavori intercettano lo sguardo e costringono a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione. Obbligano con il loro magnetismo a tenere la direzione, a cogliere in essi l’intuizione, l’invenzione, la vitalità, la filosofia.
Le citazioni lo hanno collocato in consonanza o collaterale alla poesia di Mallarmé, alle figurazioni prima di Afro poi alle gestualità di Vedova, persino dello spagnolo, premio Guggenheim”, Saura, finché critici accorti come Russoli, Valsecchi, Cavallo e l’amico pittore Emilio Tadini, conoscendo l’artista e l’uomo, ne corressero il tiro.
Simonetta è stato pittore di “pretesti”. Ultimamente era sembrato sposarsi con quello del narratore, facendo emergere anche la natura intima dell’uomo: spigoloso, sempre impegnato contro il sacro labile della moda. Superati gli ottant’anni ha mostrato con l’innocenza e la grazia del “qui e ora” di vivere con la fiducia e la freschezza creativa di un ventenne.
Caro Marcello, ci mancherai.

 

Annunci
Contrassegnato da tag , ,

RICORDO DI MAURIZIO SIMONETTA (1891-1961)

simonetta MAURIZIO SSdgo2201L’ARTISTA DI PROVINCIA
CHE INCONTRAVA
I GIGANTI

 COME ORGANIZZATORE DI EVENTI DIEDE UN CONTRIBUTO IMPORTANTE ALLA DIFFUSIONE DELL’ARTE MODERNISTA IN LOMBARDIA

La storia dell’arte moderna – potremmo anche dire del paesaggio moderno – è fatta di tante piccole storie personali di pittori dei quali si è perduta memoria o traccia, ma che hanno contribuito a dare fisionomia ai fenomeni artistici, non solo all’interno dei gruppi, delle correnti e dei movimenti che hanno animato con assortimento l’arte prima e dopo le due grandi guerre, e  contribuito a quelle aggregazioni nominali “trovate” da storici e critici d’arte: postimpressionismo, simbolismo, cubismo, futurismo, astrattismo, realismo lirico, realismo impegnato, metafisica, dada, surrealismo, fino alle più svariate etichette del contemporaneo attuale.
La storia dell’arte moderna si appoggia su una ricchissima documentazione da corrispondere nella maniera più formativa e problematica alle esigenze di approfondimento, nei maggiori casi sintetico, attraverso lo spulcio dei ruoli e delle funzioni avute da migliaia e migliaia di artisti raggiunti dal consenso e dal successo, ma anche “minori” o cosiddetti tali, che tuttavia sono intervenuti, nelle rispettive realtà, nell’organico complesso storico del proprio tempo con un contributo personale, in senso qualitativo e quantitativo, concorrendo alla diffusione e alle conoscenze del prodotto artistico.
Nell’indistinto coacervo dei fatti e delle opere che ci hanno accompagnati per oltre cento anni, sino all’indistinto attuale, è importante che si inizi a cercare e a discernere – in un certo senso a “ritrovare” – quelle personalità veramente attive e innovative, che nel loro ambito ambientale e nel loro tempo hanno partecipato ad ampliare gli spazi di conoscenza dell’arte, attraverso un’opera di guida e trascinamento oltre che di coagulo di posizioni formali ed espressive.
Nel nostro quotidiano rovistare tra le tante pagine dall’arte moderna lombarda, non è stato per noi difficile accertare una figura come quella di Maurizio Simonetta, individualità genuina e immediata anche nel carattere, le cui opere si trovano oggi collezionate a Legnano (Palazzo Malinverni), San Donato Milanese (Cascina Roma), Milano (Permanente e Castello Sforzesco), e da numerosi istituti bancari, un nome sfuggito alle tante “ricostruzioni” con cui l’arte lombarda si è trovata negli ultimi decenni a fare i conti, il più delle volte risultate più attente alle rivalutazioni suggerite da gallerie e mercanti che non da scelte di intrinseca qualità e contestualità culturale.
Raffinato, colto, a volte romantico in pittura da contraddire le asprezze del proprio carattere; appassionato del “mestiere” da incoraggiare uno dei figli, Marcello, allo studio e alla pratica della pittura; intelligente organizzatore di mostre di richiamo internazionale, Maurizio Simonetta è stato un vero figlio di quella “cultura di provincia” che nei suoi strati più intelligentemente aperti sul mondo, ha saputo in modo profondo e sottilmente radicato esprimere con efficacia la poesia assorta della natura nell’arte e accoglierne con ampiezza di articolazione l’eredità, mentre in molti la stavano non solo abbandonando ma offendendo.
Nella pittura lombarda compresa tra la prima decade del secolo scorso e quella successiva agli anni Cinquanta, Simonetta incarna una concezione della attività di pittore che è una concezione di vita, quella di una società e di una pittura traenti. Diversamente non avrebbero potuto riconoscersi e scrivere o dire di lui i maggiori critici, letterati e poeti, pittori e galleristi del suo tempo: Leonardo Borgese, Raffaele ju. De Grada, Gillo Dorfles, Guido Piovene, Carlo Carrà, Edoardo Persico, Ivo Senesi, Giorgio Keisserlian, Elena Pontiggia, Leonardo Sinisgalli, Raffaele Giolli per citarne solo alcuni.
Amico di Angelo Del Bon, ma anche di Attanasio Soldati e di tanti altri, il suo nome e la sua attività pittorica sono apparsi a lungo nelle cronache d’arte delle maggiori testate italiane ed estere: “L’Illustrazione Italiana”, “Il Sole”, “Il Corriere della Sera”, “Italia”, “Milano sera”, “La Notte”, “Il Corriere Lombardo”, “L’Avanti”, “Il Popolo”, “Il Giornale dell’Arte”, “Il Gazzettino”, “Il Giornale d’Italia”, “La Sicilia”, “Alto Adige e molte altre.
Già queste poche sintetiche note biografiche ci danno con intensità l’immagine alta del ruolo da lui avuto nel mondo dell’arte e della cultura di quegli anni, offrendo lo specchio emozionante di un artista le cui qualità hanno trovato consacrazione in due Biennali d’Arte di Venezia (1926 e 1942), alle Biennali di Brera, al Premio Bergamo, al Salone degli Indipendenti a Parigi, e in mostre alla Permanente, al Milione, alla Galleria Pesaro eccetera. Dove hanno dovunque colpito con opere di acuta sensibilità pittorica e lirica, di altezza di canto e pregnanza di significati. Una produzioni di raffinato rigore, disinvolta spigliatezza, dove nella realtà naturale e delle cose sembra affiorare un “qualcosa”, un “sentore” di quel processo di trasformazione che sul finire degli anni Cinquanta sarebbe scoppiato a livello generale in forme aperte e lancinanti, creando il terreno minato sul quale avrebbe poi preso il via lo sviluppo dell’arte contemporanea.
Morto 53 anni fa nel 1961, nelle opere figurative di Maurizio Simonetta si avverte un certo distaccarsi dai romanticismi allora ancora in voga nella pittura del “ritorno all’ordine” dopo le fughe del novecentismo, e, sottotraccia il vibrare di una poesia moderna che guadagna consenso con Jacques Prevért ed entusiasmo con Antoine de Saint Exupéry. Per una quindicina d’anni, dal 1947 alla fine, Simonetta si affermò in Lombardia come grande animatore e organizzatore di mostre, premi, iniziative culturali a pieno campo. Fu tra l’altro fondatore della Associazione Artisti Legnanesi, portata in breve tempo al livello operativo delle maggiori Permanenti italiane.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Marcello Simonetta ricorda Giorgio Upiglio a un anno dalla morte

GIORGIO UPIGLIO Editore, stampatore

GIORGIO UPIGLIO
Editore, stampatore

UN EDITORE, STAMPATORE, CONOSCITORE D’ARTE

“Ho cominciato nel 1945 all’ ATLAS, Arti Litografiche Ambrosiane a Milano in Porta Vittoria, con mio padre Emilio e mio zio Raffaele Cervone. Uno spazio di circa mille metri quadri con un reparto litografico condotto dal mio maestro Dante Caldara, un reparto tipografico e un dipartimento per il confezionamento del prodotto finito. In quel periodo, la sera, con mio cugino Luciano Cervone, stampavamo opere originali per amici pittori quali Gianni Brusamolino, Piero Leddi, Floriano Bodini e molti altri.”

 

SIMONETTAby MARCELLO SIMONETTA

Ho conosciuto Giorgio Upiglio quando aveva ancora il suo laboratorio a Tagliedo, un quartiere periferico di Milano, delimitato grossomodo dalle vie Mecenate, Bonfadini e Salomone. E’ lì che abbiamo agganciato il primo rapporto, poi sviluppato con cordialità e franca amicizia e tradotto in varie forme di collaborazione.. Frequentandolo ho visto lavorare molti artisti poi divenuti famosi. Mi ci vorrebbe una pagina di giornale per farne l’elenco, ammesso di saperli ricordare tutti. Di sicuro non potrei dimenticare Lam, De Romans, Matta, Vedova, Giacometti, Grass, Falkestain, Ackerman, Jorn, Errò, Fabbri.  Allora Upiglio cercava un collaboratore e mi chiese se avessi da consigliargli qualche volenteroso giovine. Gli proposi Giancarlo Pozzi, un giovane mio allievo di cui apprezzavo la tenacia operativa e la curiosità vivace.
Nel ’64, esattamente mezzo secolo fa, proposi a Upiglio di realizzare sotto la mia curatela una mostra a Legnano, alla

Il laboratorio stamperia di Giorgio Upiglio

Il laboratorio stamperia di Giorgio Upiglio

Associazione Artisti Legnanesi, di cui ero segretario. Accettò senza esitazione. Era la prima mostra di suoi lavori – di quei procedimenti tecnici di incisione e di stampa che lo renderanno poi uno specialista unico in tutta Europa. Arrivò all’allestimento con le opere di Arp, Alechinsky, Bellmer, Brauner, Ernst, Fontana, Giacometti, Guerreschi, Falkenstein, Hsiao Chin, Lam, Matta, Sugai e Volpini e fu un successo immediato, una sorta di rivalutazione dell’homo faber e dell’art graphiques, delle matrici ideate o incise o litografate o serigrafate manualmente, le cui “battute” ne consacreranno la maestria artigianale in giro per il mondo. E in giro per il mondo Upiglio ci andò personalmente presto, soprattutto in America e in Asia, nei mesi estivi, chiamato a insegnare quella sua personale tecnica di stampa, dove materiali e procedimenti erano medium, o meglio, diventavano potenzialità primarie ed elementari dell’espressione. Fu a Cuba – in quegli anni era d’obbligo per gli artisti andarci, ora non più o molto meno – incontrò Castro, fu al centro anche di situazioni “avventurose”, oggetto spesso di nostre successive “dispute” più che altro colorite.
Nel ’68 mi decisi a realizzare con Giancarlo Pozzi e Luciano Bianchi (con me nella Raccolta di Cascina Roma, a San Donato Milanese) una cartella di sei acqueforti che fu subito acquistata dall’editore Cerastico, noto collezionista milanese e consulente di Mattioli, mentre una seconda cartella con Davide Laiolo, dedicata a Cesare Pavese, che Upiglio avrebbe dovuto stampare per conto di Cerastico e destinata alla moglie di questi, non se ne fece nulla, per la morte improvvisa dell’editore.
Il mio approccio con l’arte incisoria è sempre stato molto sperimentale. Dopo le prime lastre di zinco incise in modo tradizionale, sono subito passato a disegnare sul catrame fresco e ad asportare la materia con una semplice asticciola. Vedendo lavorare Alechinsky, scoprii successivamente la tecnica cosiddetta all’acqua zuccherata colorata, una maniera – una tecnica incisoria e di stampa – che permette esiti grafici analoghi a quelli del disegno a penna e/o pennello su carta. Non l’ho più lasciata, anche perché la stampa di Giorgio Upiglio mi garantiva totalmente: volevo un fondo morbido, non piatto ma vibrante e l’amico Giorgio sapeva trovare sempre la soluzione per quanto da me immaginato e preteso, tanto che Leo Lionni poté scrivere di lui in “Etrusca”: “…oppure il caos rilassato che uno spirito più irrequieto e disordinato non potrebbe tollerare. O il fatto che tutto ora è nelle “sue” mani e che la lastra che gli porti, pasticciata dai troppi ripensamenti o incompleta per i troppi dubbi ritroverà nella sua saggezza artigianale la chiarezza degli originali intenti”. Giorgio mi assecondava nei miei accostamenti sperimentali. Mi suggeriva quel che la gente considera la sensibilità o il gusto: territori di preferenze puramente soggettive, di attrazioni misteriose, soprattutto sensuali, non assoggettate alla ragione. Per intrappolare una sensibilità (e lui sapeva farlo) bisogna essere guardinghi e delicati.
Da Mico, a tavola, si discutevano le soluzioni ed egli trovava sempre come conseguire il risultato voluto. “Interpretava”. Il termine può suonare ambiguo, ma Giorgio non si sostituiva con una sua “lettura” alla idea originale dell’artista. Era bene accorto a non sovrapporsi ad essa. Cercava e trovava solo la tecnica giusta per la soluzione attesa. Non suggeriva piani di trasformazione, ma di rafforzare l’opera nel suo contenuto.
Grande lavoratore, indefesso sperimentatore, una miniera di talento, non aveva bisogno di giustificarsi e di chiedere che cosa “dicesse” un’opera. Perché lo sapeva da sé. Possedeva un occhi critico allenatissimo. Era per tutti la consapevolezza umana, a cui gli amici affidavamo il compito di difendere la loro prestazione.
Il laboratorio di via Fara 9 dove si trasferì divenne presto un porto di mare, frequentato da personaggi di varia estrazione e provenienza, dagli scrittori ai fotografi ai giornalisti ai venditori di carte particolari o di vasellame di provenienza tombale etrusca, Un giorno un venditore di acque e birra mi propose l’acquisto di un mio dipinto in cambio di una camionata di acque minerali. Naturalmente non accettai e la scusa addotta fu semplicemente quella che non possedevo spazio sufficiente alla collocazione.
Abbandonata Milano a causa dell’avanzare dell’età, anche i nostri incontri si diradarono. Ma mi sono sempre mancati quegli incontri, quei rituali di devoto completo abbandono al colorato bagliore dell’arte. Tanto più oggi che se ne è andato definitivamente. Tra le ultime occasioni di scambio ricordo una importante iniziativa promossa con felice sinergia da Archivio del Moderno, Accademia di Architettura di Mandrisio, Museo Cantonale di Lugano e Biblioteca Salita. Upiglio aveva deciso di donare all’Archivio Moderno di Mendrisio migliaia di fogli incisi, lastre, manoscritti, volumi e altro materiale documentale. Mi chiese se ero disponibile a donare le lastre che lui aveva inciso. Non ebbi perplessità, lo feci, anche perché era lui a chiedermelo.
A Lodi ci gratificarono entrambi con una medaglia d’oro: “Una vita per l’arte”. Strano destino quello di vedersi accomunati in un riconoscimento che aveva già il sapore del rimpianto. Più avanti gli mandai il catalogo della mia personale di La Spezia e la nota apparsa sul Cittadino di Lodi. Seppi dal figlio della sua morte, mi consigliò di non vedere la salma.
Era l’11 ottobre di un anno fa.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

RILETTURE: LUIGI CAVALLO e MARCELLO SIMONETTA “DIARI PARALLELI”

MARCELLO SIMONETTA: Acquaforte (1975)

MARCELLO SIMONETTA: Acquaforte (1975)

Anno 1975, esce per la Errepi Volumi d’Arte di Milano una edizione in 500 copie di Diari Paralleli di Luigi Cavallo e Marcello Simonetta, un’opera in cui i testi del primo (critico, saggista e poeta) e del secondo (pittore, scultore e grafico) si incontrano su un terreno particolare: quello delle visioni, in cui “il segno si conferma di volta in volta nell’idea” e l’idea che ha fatto scattare “il disegno”, si perfezionai in una storia. I primi 50 numeri del libro contengono un’acquaforte originale di Simonetta, tirate sul torchio di Giorgio Upiglio, mentre le sue dieci tavole, litograficamente riprodotte, hanno avuto un intervento diretto dell’artista legnanese (ora residente a Spino d’Adda) sulle pellicole con l’aggiunta del colore Il volume, stampato su carta delle Cartiere Ventura  è una sorta di annotazioni critiche e diaristiche, suggerite a Luigi Cavallo dai ricordi dei suo passaggi a Moneglia,  Passo delle Cento Croci, Portovenere, Oltrepo, Torre del Lago, Levanto,  Elba, Milano, Orio Litta. Dieci in tutto gli interventi di Marcello Simonetta raccolti in altrettante tavole: Testa dell’imperatore, Passeggio nell’acqua, Testa e canne secche, Lo specchio del sole Come il mare, Al confine dei campi,Più oltre il cielo,  Simbiosi di piante, Variazioni di figura e Campo padano.

Dal volume riprendiamo la presentazione di Luigi Cavallo dedicata a Marcello Simonetta.

 
by Luigi Cavallo

C’è una forma che sorprende se stessa, che si rivela mentre diventa qualcosa di diverso da quanto poteva apparire in un primo momento. Non cambia la radice ma il tema dell’immagine. Uno spazio diventa sfera e poi testa. Una serie di linee parallele diventa rete e poi campo arato. La finale drammatica dei sillogismi si risolve, fatalmente, nelle cose riconoscibili, conosciute. Qualche confusa, o particolare, ragione, si conclude in una parola precisa: albero, testa, specchio. Le forme allora rientrano nel guscio della realtà, riproducono le apparenze. La sostanza iniziale di questa visione, che aveva fatto scattare il disegno, non è rimasta nella sua proprietà logica e pratica, ma si è tradotta in un diverso complesso di visioni o di immagini che sono sempre attinenti a quel sensibile progetto di comunicazione che si era deciso. La linea del contorno, o la linea stessa che è in solido contorno e narrazione, sostanza dell’immagine, segue la dinamica tavolta occasionale dell’artista, un motivo inedito, se non inaspettato, anche per lui. Ma sembra che il disegno, in questi casi ibridi dove convergono la ricerca e l’occasione, il pretesto e la predeterminazione, sia un gesto posteriore all’idea, che l’idea cresca col segno e ils egno si confermi di volta in volta nell’idea. Non ha poi grande importanza questa meccanica, quando i fogli vengono scelti dall’artista, riosservati come opera compiuta e da lì rielaborati con un lavoro di riadattamento e di messa a punto delle forme su quell’idea che, infine, si è formata. In questa genesi l’osservatore è escluso di solito. Simonetta invece porta con sè il lettore proprio in una storia che dubita se stessa, in forme che sono perfezionate nella prova, con disegni che stanno tra l’appunto e la conclusione. Potrebbero suonare in modo onomatopeico le sue immagini: la testa del campo è coltivata di luce, la caduta dei semi dall’albero, il suo dello spazio, dell’aria.

(Luigi Cavallo, .presentazione di  Marcello Simonetta in “Diari Paralleli, Milano 1975)

Contrassegnato da tag , ,

COSCIENZA E CASUALITA’ NELL’ARTE DI MARCELLO SIMONETTA

SIMONETTA Scan_Pic0119“”Pretesto= Motivo addotto palesemente a spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i veri motivi. Dal latino praetextus–us (ornamento); poi fig.(argomento) ornamentale (non sostanziale)””.

Siamo troppo inclini al virtuale per non simulare i professori Giacomo Devoto e Giancarlo Oli che danno definizione al lemma, incoraggiati dai “Pretesti” figurali di Marcello Simonetta.
Che i titoli assegnati dall’artista alle sue opere, non siano niente più che un pretesto, non nascondiamo dubbi; così i suoi quadri, che danno pretesto all’esplorazione delle immagini in diverse direzioni. Se dubbi esistono, sono nel nostro strano modo d’abitare la pittura secondo la descrizione, attraverso le parole stabili, rimettendo ad esse la promessa di salvezza e verità. Sapendo che parola e pittura sono oggi regni nomadi senza-confine, dove il non-senso contamina il senso, il possibile eccede sul reale e ogni progetto che tenti comprensione e abbraccio totale è follia.
I Pretesti di Marcello Simonetta si susseguono da anni con singolare coerenza, attraverso una pittura che “riconfigura” la rappresentazione mediante scenari artificiali, segnici, gestuali, lirici potenti e minacciosi al tempo stesso, dove l’uomo si sposta in continuazione, dal cielo al mondo animale, e da questo a quello vegetale e via retrocedendo, introducendo coscienza e casualità, – il primato del gesto e della riflessione, un sentimento, il bisogno d’essere, la visione e l’intermittenza, l’oracolo caldaico-, la libertà nella fluttuazione di ogni equilibrio (non solo formale). Col pretesto della coerenza.
Dove per coerenza non s’intende, come accade spesso nell’arte contemporanea, una ripetitività monotona e incapace di mutamenti, ma una mutazione continua, animata da uno stesso filo conduttore: quello che tutto può essere rivelato e mascherato, reso patente e sottinteso, essere argomento ed essere non sostanziale, semplicemente ornamentale, difficile da collocare nel senso reale che è – è infatti nello stesso momento il passato, il presente e il futuro -; può adottare riferimenti emotivi che determinano una sorta di “allucinata condizione”, senza misura temporale, senza possibili datazioni, come tale, quindi, fonte di malintesi, fraintesi – gesti suggeriti dall’urgenza di esprimere, senza dettaglio a margine -; altre volte, affermare in maniera più insistita e riflettuta, più emotivamente partecipata un sentimento di appartenenza, di attenzione, o anche pure e semplici ragioni di pittura.
Il Pretesto di Marcello Simonetta è tra le parole usate e abusate dell’ arte e della creatività, l’unica parole che permette di nominare territori indecifrabili, o spazi di molteplice significanza: un’esalazione, un abisso, un abuso, una nostalgia, una genialità, un’invocazione dell’anima, un rumore nel mondo.
Pretesto può essere (metaforicamente) la perla che nasce dal difetto della conchiglia (K.Jasper): come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirando la perla, così la forza vitale di un quadro, non fa pensare alla condizione della sua nascita. In ogni caso, non ogni malattia produce una perla, e non è la malattia che si ammira nella perla.
Pretesto può essere una diversità, una simmetria, un imbarazzo, un’etichetta, un’imprudenza, un prorompere; può essere caduco, contingente, pulsionale, nutritivo, ricostruttivo.
Il pretesto è un ricorso saliente nel comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni capaci di riconoscere tra pensiero e cose nuove commistioni, mentre in altri produce una creatività senza regole, istintiva, naturale, versatile, talvolta addirittura arbitraria. E’ uno stretto parente della creatività. Il carattere creativo – Marcello Simonetta lo evidenzia – è contrassegnato da una forma di pensiero che il filosofo chiama divergente e che, a differenza di quella convergente che tende all’unicità della risposta cui tutte le problematiche vengono ricondotte, presenta originalità di idee, fluidità concettuale, sensibità per i problemi (Umberto Galimberti). Talché il pretesto può essere anche semplicemente occasione o pretesto per parlare di sé, portare in evidenza problemi di pittura o di nascondimento, di interdipendenza tra risultato e linguaggio, di liberazione della poesia.
Nella pittura del nostro tempo in particolare, il pretesto ha radici in una massa di ricerche sperimentali che danno profilo alla personalità creativa: oggi un pittore è motivato da curiosità, dal successo, è scarsamente inibito, non formale, non convenzionale, ha autodisciplina, versatilità, è costruttivamente critico, non facilmente soddisfatto, è intuitivo, empatico, ecc.
Cose che agiscono, di volta in volta, in modo eclatante, esplosivo o anche solo preteso, sul momento emotivo o intelligente dell’artista, fornendogli pretesto ad intingere i pennelli nei colori; cose che offrono pretesto alla creativitàdi vivere quel regime di doppia verità: che da un lato riconosce la realtà, dall’altro la sconfessa, risolvendola in un regime di falsificazione idealizzante, indispensabile per una produzione creativa.
I Pretesti di Marcello Simonetta sono il pretesto che costringe a sudate e vischiose interpretazioni. Sapientemente il Devoto-Oli richiama la funzione ornamentale del pretesto. Cosa può essere di più il titolo su una tela, se non elemento “non sostanziale”? Talvolta però un titolo (il Pretesto insaziabilmente usato da Simonetta) può assumere la funzione traslata, di metafora: essere pretesto per ricordare che “non sotto ogni metafora si nasconde un’idea vera”. Idea, peraltro, che neppure può essere cercata nel solo linguaggio espressivo, dal momento che “il linguaggio non riproduce, ma distorce la verità”, e che però non ha altro modo di annunciarsi se non nella distorsione del linguaggio.
L’ “avvitamento” non può che essere pretesto alla chiamata in gioco di un’altra grande in circolo, la nuova psicanalisi. Tutte le interpretazioni, possono essere rovesciate affermando affermando il pretesto : “Penso dove non sono, dunque sono dove non penso” (Lacan), con l’individuo attraversato da un’impersonale trama di simboli e di significati che la costruiscono e che egli non ha creato, ma da cui è piuttosto catturato.
Se l’ipotesi dell’operare artistico, è ridotto a pretesto di difesa contro la realtà interna abitata dalla fantasia inconscia, perché rinchiudere anche l’arte in camera da letto?Meglio restare nell’equivoco, e lasciare a Marcello Simonetta la libertà di chiamare le tele come preferisce. Naturalmente, un pretesto.

ALDO CASERINI

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , ,

MARCELLO SIMONETTA e LORENZO VARELA, arte e poesia

Marcello Simonetta

Marcello Simonetta

Marcello Simonetta, pittore quasi ottantenne di Spino d’Adda non è mai stato  nuovo alle pubblicazioni d’arte. Non a caso, meno di cinquant’anni fa,  frequentava l’atelier di Giorgio Upiglio, allora non ancora considerato uno dei nostri massimi stampatori. Con la poesia poi, Simonetta ha sempre coltivato un rapporto molto stretto e simpatico. Tra i tanti Raffaele Carrieri gli dedicò Sei capricci per Vivaldi. Amico di Davide Lajolo,  Simonetta ha dedicato disegni e dipinti alla poesia di Cesare Pavese e quella di Lorenzo Varela ecc.
Dalla collaborazione con Luigi Cavallo, poeta e critico, è nato  In disordine sparso. L’opera raccoglie cinque acqueforti e una poesia:”…la bellezza / altro non è che un frammento / fra un’incisione e un graffio, / un’incursione di luce…” Tiratura limitatissima, venticinque esemplari, le lastre sono state tutte e subito biffate dopo la stampa  ammirevolmente curata dallo stampatore milanese Rino Cervi su carta Arches. Una autentica chicca per i collezionisti, ma non solo. Le cinque acqueforti (richiami e citazioni a parte), confermano quanto Franco Russoli colse in occasione di una sua mostra  alla galleria del centro San Fedele e cioè l’ansia di Simonetta “ di dare immagine emblematica ad inquietudini spirituali, a sogni e domande inarrestabili e confuse”, servendosi di “una scrittura tesa e scabra, un infittirsi di segni decisi, quasi sbarre tra le quali scatta una luce di opposizione e di riscatto”.
Quattro pittori per un poeta” è invece una cartella di poesie della Ediciòs do Castro, che comprende quattro composizioni del poeta galiziano Varela tradotte da Luigi Cavallo  con quattro acqueforti di MaMarcello Simonetta Omaggio a Lorenzo Varelarcello Simonetta, Luciano Bianchi, Nando Luraschi, Giancarlo Pozzi.
Morto nel 1979, Lorenzo Varela, figlio di emigranti, componente del Gruppo Poeti Andanti e Naviganti, evidenzia la frequentazione e la conoscenza di quella poesia medievale che nelle sue forme tradizionali segnò,  come nota Isaac Diaz Pardo, un momento di splendore per la lingua galiziana. Nella sua poesia si trovano fusi i due principali interessi: la letteratura e l’arte. Varela esalta soprattutto i valori della giustizia, la libertà, l’amore, la terra, la solidarietà, la lotta e la resistenza per gli ideali sociali.  Che sono poi i valori a cui ha ancorato la propria arte  Marcello Simonetta. La sua acquaforte è stata eseguita all’acqua zuccherata con china nera su zinco.
Le parole del poeta galiziano dedicate a Maria Pita, “Maria delle battaglie”, “donna di libertà sovrana”, permettono a Simonetta di indagare e confermare territori indecifrabili e esignificanza: una nostalgia,  un’invocazione dell’anima,  un fremito della natura. Agiscono sul momento emotivo o intelligente dell’artista, forniscono pretesto alla creatività,  di vivere quel regime di doppia verità: che da un lato riconosce la realtà, dall’altro la sconfessa, risolvendola in un regime di falsificazione idealizzante.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

Artist’s Book, il libro come lavoro d’arte

Un libro d'arte di Gino Gini

Un libro d’arte di Gino Gini

Grazie a Franco De Bernardi, Amedeo Anelli, Ugo Maffi, Teodoro Cotugno, Marcello Simonetta, Gino Gini e Fernanda Fedi, di tanto in tanto ci si trova anche da noi nel Lodigiano a far menzione al libro d’artista. Cosa però siano veramente i libri d’artista, come nascano, qual è la loro storia, quali  le loro potenzialità ai fini artistici, resta sempre materia da chiarire, almeno al grande pubblico. Anche se negli ultimi tempi l’espandersi della fotografia, dei video e dei programmi di grafica computerizzata e l’ampliamento del campo degli utilizzatori,  hanno reso maggiormente evidente l’ efficacia di questo strumento nella diffusione del pensiero e dell’arte. Naturalmente con le dovute distinzioni, che a volte possono essere delle vere e proprie separazioni e altre volte delle contraddizioni.
Per farla breve: c’è chi realizza libri d’artista per la loro flessibilità e chi per la loro economicità, chi mettendo d’accordo il dato manuale e la stampa industriale, oppure come nel caso di Pulcinoelefante di Alberto Casiraghy combinando sul retro della copertina un acquarello, un’incisione o un collage, una lettera inedita, una dedica, un aforismo, una poesia e la composizione di caratteri mobili; c’è chi lo vede  strumento per realizzare un prodotto accessibile e chi semplicemente un’occasione per sottrarsi ai meccanismi commerciali; c’è chi lo adotta perché adatto a una propria visione elitaria e chi perché corrisponde meglio all’esigenza di sperimentare nuove forme espressive; chi, ancora, vi si applica mantenendone la struttura di prodotto artigianale e chi è propenso ad avvicinarlo nelle finitezze (la carta, i caratteri, la stampa, la copertina) al prodotto industriale; mentre altri se ne servono per veicolare idee intime e personali. Naturalmente sono solo alcune delle caratteristiche che, di volta in volta, il libro d’artista può assumere. Una cosa  è unica a tutti : il libro d’artista non viene mai distribuito attraverso librerie e gallerie, ma prevalentemente attraverso lo scambio diretto.

Un libro d'artista di Fernanda Fedi

Un libro d’artista di Fernanda Fedi

Se non mancano dunque i casi in cui l’aspetto estetico è inseguito e garantito dal coinvolgimento delle nuove tecnologie industriali (pensiamo ai libri a tiratura ridotta di Teodoro Cotugno e don Antonio Valsecchi), nella maggioranza dei casi l’aspetto estetico del libro d’artista finisce invece in secondo piano. Non sempre cioè i risultati mostrano particolari raffinatezze. Prevalentemente i libri d’artista sono realizzati manualmente, utilizzando tecniche e materiali poveri, hanno tiratura limitata, in qualche caso unica ( è il caso di De Bernardi), spesso abbinano disegni, acquerelli, interventi di grafica a testi e poesie (Simonetta, Maffi). Non mancano, infine, neppure  casi in cui il libro d’artista mette in discussione lo stesso concetto di libro e di opera. Insomma i percorsi e le scelte che portano alla sua realizzazione (o creazione) possono essere disparati, moderni e tradizionali, pratici e intellettuali. Lo si è visto bene nelle recentissime esposizioni di libri d’artista tenutesi a Milano e Foligno, dove l’Archivio Libri d’Artista di Milano, curato da Gino Gini e Fernanda Fedi ha  fornito ottimi esempi proprio con De Bernardi e  EdgardoAbbozzo-Amedeo Anelli oltre che con se stessi. In senso stretto, il Moeglin-Delcroix (1985) li definisce nel modo seguente: “ Quei libri che sono in sé opera d’arte e non strumenti di diffusione di un’opera. Questo implica che il libro non sia soltanto un semplice contenitore indifferente al contenuto: la forma-libro è parte integrante dell’espressione e della significazione dell’opera realizzata attraverso il libro stesso”

Un libro d'artista di Franco De Bernardi

Un libro d’artista di Franco De Bernardi


La storia del libro d’artista in Italia è tutta da scrivere. Ricca di apporti, comincia dalle provocazioni di un Carlo Belloli, ma il vero padre è Bruno Munari, anche se per alcuni il vero  capostipite sarebbe il napoletano Stelio Maria Martini. Medaglie e classifiche a parte, che possono valere una citazione, cioè niente, è importante notare come il fenomeno del libro d’artista abbia attraversato con intensità gli anni ’60 e ’70 e sia stato praticato dai maggiori movimenti di avanguardia: dai fluxus ai poeti visivi e concreti, dai concettuali alla narrative art, dall’alte povera all’arte minimale.
Se il libro d’artista è arrivato fino a noi, vuol dire che non ha paura di vivere.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,