Archivi tag: Luigi Bartolini

“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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“Le Stanze della Grafica d’Arte” /2 Luigi Bartolini, l’arte sottile di un grande alla BPL

Svuotate le valige delle vacanze e tornati al tran tran quotidiano, anche l’attività espositiva, sostanzialmente ancoraBartolini connessa con il periodo precedente, presenta i primi segnali di ripresa, novità e proposte.
Carte d’Arte, tradizionale appuntamento organizzato dall’Associazione Monsignor Quartieri, dopo venti anni di eccezionali esperienze prende atto che anche il mondo della grafica d’arte spinge per uscire dalla stagnazione. Cambia quindi nome, amplia l’organizzazione, si rinnova negli spazi, offre spunti e suggerimenti di novità che sono già una prima risposta. Lascia l’esperienza a Le Stanze della Grafica d’Arte, che da subito si presenta decisa ad ampliare l’orizzonte degli interessi e delle suggestioni alla conquista di prospettive e di profondità meno tradizionali. Con questo spirito, Patrizia Foglia e Gian Maria Bellocchio hanno curato per il primo ottobre prossimo una mostra omaggio a una delle figure che hanno animato l’incisione italiana fra le due guerre, dedicando a Luigi Bartolini (1892-1963) una delle sezioni (delle “stanze”) con cui è stato ripensato lo spazio espositivo di via Polenghi Lombardo.
Per linguaggio grafico e modo stesso di interpretare l’incisione, Bartolini è oggi considerato tra i grandi della nostra storia incisoria. L’averlo scelto per una mostra è un modo intelligente per ritornare al “linguaggio” fuori dalle retoriche della contemporaneità. Nato nelle Marche , a Capramontana, Bartolini morì a Roma nel maggio del 1963 Trent’anni prima scrisse a Giovanni Scheiwiller: Si potrebbe fare a meno della autobiografia inquantoché la mia opera è autobiografica. Io non ho fatto altro – dipingendo, scrivendo, incidendo – che comandare, a me stesso, della grazia.”
Vissuto in un’epoca ancora sedotta dalla magniloquenza dannunziana e dalle retoriche del regime, Bartolini ebbe vita dura, al di la del conflitto con tutte le avanguardie attive in Italia, fu disertato dalla critica e dal pubblico che allora sembravano conoscere soprattutto l’opera incisa di Morandi, Viviani, Casorati, Delitala. La sua collocazione risultò difficile anche nel secondo dopoguerra, dovette fare i conti con il “dopo”. Le sue opere si sono dunque fatte largo da sole. Possiamo bene immaginare l’impegno di Patrizia Foglia nel recuperare gli esemplari (una ventina) per la mostra, che sono fra le cose belle e interessanti realizzate in incisione dall’artista.
La mostra allo Spazio Bipielle in un certo senso si accosta e aggiunge a quella tenuta tra febbraio e marzo allo Sforzesco di Milano, curata da Giovanna Mori, conservatore della Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli, che presentò una selezione di fogli dell’autore di proprietà dell’Istituto e di incisioni di proprietà privata.
Fra opere compiute, abbozzi, piccole lastrine Bartolini realizzò quasi duemila incisioni. In maggioranza soggetti legati alla natura. Fanno comprendere in che modo egli l’amasse, da perfetto conoscitore del mondo animale e vegetale, attratto dalle cose umili da cogliere sottili alternanze di segni e poesia. Il linguaggio è assolutamente quello dell’incisore di razza.
Incisioni bionde o incisioni nere, com’egli le definiva, per distinguere (nell’unità del linguaggio) le opere condotte con un tratto veloce, rapido e leggero, senza indugiare al contrasto, oppure basate toni di luce e atmosfere, in cui si scopre l’ interesse ai valori di un Goya e di un Rembrandt e recupera tematiche profonde, con rimandi e sospensioni al silenzio e alla solitudine.

L’opera grafica di Luigi Bartolini . Le Stanze della Grafica d’Arte – Spazio Arte Bipielle, via Polenghi Lombardo a cura Associazione Monsignor Quartieri, Mostra collettiva di grafica originale d’arte – Inaugurazione 1 ottobre p.v.

 

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L’OPINIONE / Repetita iuvant. A proposito di “marchette” e “stroncature”

by Aldo Caserini

copMamma mia,  quanti fotografi. Quanti grafici, quanti designers, quanti creativi. Quanti letterati, poeti, musicisti. Tutti, o quasi tutti, pieni di pretese nel raccogliere consenso dal mondo editoriale. Un po’ come i loro cugini pittori e artisti che pensano di nascondere i propri difetti dietro introduzioni o recensioni affettuose.
Questo non rispecchia solo loro mancanze bensì i difetti di coloro che dovrebbero usare con severità le presentazioni e la critica come un’arma (un antibiotico!) e invece si sborniano di aggettivi. Tutto ciò si chiama (volgarmente) “marchette”, sia che riguardi i protagonisti di tanta produzione artistica (che a volte non è di livello neppure artigianale), sia i testimoni della loro bontà stilistica e argomentativa, che ne rispecchiano i difetti, cambiati di segno. Cioè noi che spesso ne scriviamo.
Non so se ve ne siete accorti, ma nessuno più scrive un assaggio su un artista o un letterato o gente di spettacolo che contenga una qualche riserva. Tutti sono bravi allo stesso modo, incondizionatamente. Tutti superstar. Tutti protagonisti assoluti. Mentre da ammirare c’è solo la bravura consumata con cui si riempiono le note di presentazione di aggettivi lodativi, senza dire nulla.
Negli anni preistorici chi scriveva di argomenti d’arte e di cultura era esigente, implacabile, a volte persino arrabbiato. Le note fornivano un riscontro attendibile, l’inflessibilità di giudizio di chi scriveva era più preziosa che ogni indulgenza di complice. Da quando dipingere, scrivere, suonare, fare spettacolo è finito sotto tutela di chi promuove, organizza o cura, non è più creare qualcosa, ma uno svolgimento di attività.  Importante non è ciò che si fa, come lo si fa, perché lo si fa, per chi,  ma il semplice fare. E, naturalmente, chi lo promuove, lo sponsorizza, lo sostiene, lo commercializza.  Non esiste più il ruolo del critico, ma quello del produttore di giudizi (condizionato al marketing). Questo per l’esigenza che ha il mondo editoriale e dei media di promuovere e allargare l’offerta anche a un pubblico intellettualmente non esigente. Solo che non sempre il rigore risulta imprescindibile, da evitare la certificazione con fantomatici attributi di dozzinali praticoni agli altari della storia.
Un tempo la saggezza popolare insegnava a diffidare del “successo” e metteva in guardia. Un poeta e scrittore inglese lo poneva alla stessa condizione della “disgrazia” invitando a diffidare di questi “due impostori”. Nella modernità, guidata tirannicamente dai media, il successo è inseguito in maniera esasperata da tutti,  poggiando, anche là dove un autentico valore esiste, su aspetti marginali, caduchi e fuorvianti.
Incredibilmente, coloro che avrebbero il compito di ristabilire se non una scala di valori almeno un “bilanciamento” tra la qualità del fare, la novità e la sperimentazione, l’ esperienza e il gusto estetico, l’occhio critico e l’occhio comune, finiscono per esserne complici accettando il dato di fatto che su tutto scenda un fasullo sigillo culturale.
Dinnanzi alle dilaganti “marchette” del mondo dell’arte e della cultura di consumo non resta che rimpiangere le storiche “stroncature” di Papini, Arbasino, Citati, Ferroni, Golino, Pontiggia, Sigfrido Bartolini, Luigi Bartolini, Berenson, Zeri, ecc., lontani da critici-piazzisti e da promotori-curatori-allestitori scombinati o maldestri che spesso propongono patacche per pura convenienza o vanità.
Nessuno, purtroppo, che s’avveda come l’assenza di un occhio critico favorisca la fabbrica dell’ incensazione e quanto questo abbassi l’asticella della conoscenza e il piacere dell’intelligenza e dello stile.

 

 

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L’OPINIONE / LE “MARCHETTE” DELL’ARTE

ALDO FOTO AUGURIby Aldo Caserini

 Mamma,  quanti fotografi. Quanti grafici, quanti designers, quanti creativi. Quanti letterati, poeti, musicisti. Tutti, o quasi tutti, pieni di pretese nel raccogliere consenso dal mondo editoriale. Un po’ come i loro cugini pittori e artisti che pensano di nascondere i propri difetti dietro introduzioni o recensioni affettuose. Ma questo non rispecchia solo loro mancanze bensì i difetti di coloro che dovrebbero usare con severità presentazioni e critiche come un’arma (come un antibiotico!) e invece si sborniano di aggettivi.
Tutto ciò si chiama (volgarmente) “marchette”, sia che riguardi i protagonisti di tanta produzione artistica (che a volte non è di livello neppure artigianale), sia i testimoni della loro bontà stilistica e argomentativa, che ne rispecchiano i difetti, cambiati di segno.
Non so se ve ne siate accorti, ma nessuno che scriva o dica o pubblichi più un assaggio su un artista o letterato che contenga una qualche riserva o limitazione. Tutti bravi allo stesso modo, incondizionatamente. E’ da ammirare la bravura consumata con cui si riempiono colonne di giornale di aggettivi lodativi senza dire nulla.
Negli anni preistorici chi scriveva di argomenti d’arte e cultura era esigente, implacabile, a volte persino arrabbiato. Le note dei giornali fornivano un riscontro attendibile, l’inflessibilità di giudizio di chi vi scriveva era più preziosa che ogni indulgenza di complice. Da quando dipingere, scrivere, suonare è sotto tutela di chi organizza o cura (sic!) esposizioni e iniziative, non è più creare qualcosa, ma uno svolgimento di attività.  Importante non è ciò che si fa, come lo si fa, perché lo si fa,  ma il semplice fare. e naturalmente chi lo promuove, lo sponsorizza o lo sostiene, lo commercializza. Nelle redazioni non esiste più il ruolo del critico, ma il produttore di giudizi condizionato al marketing.  Questo per l’esigenza che ha il mondo editoriale di promuovere e allargare l’offerta anche a un pubblico intellettualmente non esigente.
Di conseguenza non sempre il rigore risulta imprescindibile, da evitare la certificazione con fantomatici attributi di dozzinali praticoni agli altari della storia locale.
Un tempo la saggezza popolare insegnava a diffidare del “successo” e ne metteva in guardia. Un poeta e scrittore inglese lo poneva alla stessa condizione della “disgrazia” e invitava a diffidare di questi “due impostori”. Nella modernità, guidata tirannicamente dai mass media, il successo è inseguito in maniera esasperata da tutti,  poggiando anche là dove un autentico valore esista su aspetti marginali, caduchi e fuorvianti. Incredibilmente, coloro che avrebbero il compito di ristabilire se non una scala di valori almeno un “bilanciamento” tra la qualità del fare, la novità e la sperimentazione, l’ esperienza e il gusto estetico, l’occhio critico e l’occhio comune, finiscono per esserne complici accettando il dato di fatto che su tutto scenda un fasullo sigillo culturale.
Dinnanzi alle dilaganti “marchette” nel mondo dell’arte e della cultura di consumo non resta che dissotterrare le storiche “stroncature” di Papini, Arbasino, Citati, Ferroni, Golino, Pontiggia, Sigfrido Bartolini e Luigi Bartolini, Berenson, Zeri lontani da critici-piazzisti e dai curatori-allestitori-pasticcioni che propongono mostre sconclusionate solo per la loro convenienza.
L’assenza di un occhio critico favorisce in provincia la fabbrica dell’ incensazione. L’appiattimento dilaga,  considera tutti allo stesso livello, i bravi e meno bravi, i valenti gli esperti e gli improvvisatori, ma abbassa soprattutto l’asticella della conoscenza e il piacere dell’intelligenza e dello stile.

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