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Giuseppe Novello e Paolo Monelli: “La guerra è bella, ma è scomoda”

GuerraBellaNe centenario della Grande Guerra, il Circolo Arci Ghezzi di Lodi, l’Associazione Amici del Nebiolo e ArciSolidale hanno presentato a Lodi La guerra è bella ma è scomoda, concerto-spettacolo prodotto dall’ Associazione Culturale Musicarte Alla musica si sono alternati brani scelti dal libro La guerra è bella ma è scomoda di Paolo Monelli e Giuseppe Novello.e un brano poetico di Clemente Rebora, letti da Ferruccio Filipazzi.
La serata è stata introdotta da Amedeo Anelli direttore della rivista Kamen’ che ha preso spunto dalla recentissima ristampa da parte dell’editore “Il Mulino” di Bologna del volume, da anni introvabile, con i disegni di Novello e il commento testuale di Monelli.

Il libro evidenzia fin dal titolo il modo inedito di raccontare l’esperienza di guerra degli autori, attraverso il filtro di un’ironia goliardica e giocosa. Così lo contestualizza Amedeo Anelli:
«Nella copiosa letteratura sulla prima Guerra Mondiale, Paolo Monelli nel 1921 aveva pubblicato Le scarpe al sole (Cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini di muli e di vino), libro fortunato che ebbe numerose ristampe, una anche nel 1929, e poi nel 1933 con ventiquattro litografie di Vellani Marchi. É lui, come al solito in questi anni, a spingere Novello a pubblicare le tavole uscite su «L’Alpino» in volume sotto l’auspicio dell’Associazione Nazionale Alpini, ed è appunto nel 1929 che esce La guerra è bella ma è scomoda di Novello, da Treves, col testo di Monelli in “contrappunto” alle tavole. In quello stesso anno Monelli traduce dal tedesco, sempre per Treves, un classico del genere: La guerra di Ludwig Renn, volume di grande successo a quel tempo, poi subissato da Niente di nuovo sul fronte occidentale di Eric Maria Remarque. La guerra è bella ma è scomoda è il primo volume di disegni di Novello, dalla struttura essenziale e brulicante, ricco di ironia, che lo porterà, per il successo ottenuto, alla breve collaborazione al «Guerin Meschino» nello stesso anno, in seguito al “Fuorisacco” della «Gazzetta del Popolo», e a produrre negli negli anni a venire la fortunata serie di Albi che gli daranno una visibilità anche internazionale».

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L’OPINIONE / LA IV BIENNALE D’ARTE DI LODI

arti

TRASFORMAZIONE E PROSPETTIVE 

 

La IV Biennale d’arte di Lodi era ancora in fieri e già faceva parlare di sé. In qualche caso, anche discutere. Succede a tutti gli eventi. Una grande mostra è sempre occasione di attese ma anche di sussurri. Vedete a quel che succede alla Biennale di Venezia.
Benché si conosca poco della Biennale di Lodi che aprirà a novembre le “indiscrezioni” hanno preso a circolare da tempo. In questo si può senz’altro  cogliere il segno che l’iniziativa della Associazione Mons. Quartieri muove aspettative e curiosità. Tuttavia non muove solo queste. In effetti, un’organizzazione complessa come la Biennale di Lodi, è un dispositivo simbolicamente denso e assolutamente non neutrale, per non scontare anche qualche incertezza di giudizio (preventivo).
Il coinvolgimento sul terreno organizzativo di alcune “strutture esterne” è di quegli aspetti che spingono altri ambienti locali a misurare la novità con ottica particolaristica, come una “sottrazione di territorio”. Le obiezioni di questi ambienti sono sollecitate dal timore di una loro marginalizzazione all’interno del sistema locale. Ovviamente, si tratta di posizioni a loro volta discutibili,  che quando non si banalizzano per inconsistenza, non tengono comunque conto della evoluzione degli scenari e dei significati subiti in questi anni dalle mostre e e dalle esposizioni in generale.  Che spesso soggiacciono a una cultura di campanile, da non accorgersi che l’arte negli ultimi decenni ha cancellato ogni confine, è divenuta una rete orizzontale che si confronta e interagisce in un generale processo di trasmigrazione e contaminazione (anche organizzativa). Altri brusii, invece, dubitano che da noi possano essere provate  strategie di sperimentazione. Sia chiaro, certe preoccupazioni possono benissimo reggere, ma occorrerebbe prima verificarle sul campo. Senza dimenticare poi che la Biennale di Lodi è una struttura privata, e, come tale, può assumersi rischi, azzardi e inquietudini nelle proprie scelte relative all’organizzazione.
Il problema della effettiva ricaduta delle partnerships (collaborazioni) in termini di qualità (scommessa da giocare, se si vuole creare una nuova identità del pubblico), è discorso da svolgere semmai a posteriori, tenendo inoltre conto nell’analisi del fenomeno che si devono anche individuare strategie che ne garantiscano solidità, svolgimento e sviluppo.
Divagazioni? Probabile. Ma l’interlocuzione fa parte anch’essa di un evento. Quello adottato per la Biennale di Lodi è un modello espositivo che da importanza al coinvolgimento e alle collaborazioni, già adottato e sperimentato sui banchi di tante esperienze dalla Associazione Monsignor Quartieri.
L’avere affidato la IV Biennale  a un tema di vitale esemplarità  – “La circolarità del Tempo”  – impegna tutti, artisti e partners, a una coerenza nelle proprie scelte. L’argomento è solitamente terreno di filosofi che nell’eterno ritorno del sistema, teorizzano le tante combinazione che si possono ripetere “infinite volte”.
Adattata al campo specifico dell’arte, la circolarità del tempo costituisce  una  affermazione di poetica, che nulla esclude dalle esperienze, neppure i ritorni, le riproposte, le restituzioni.E’ su questo filo conduttore che andrà cercata la trama, l’intreccio, la storia della nuova Biennale.

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Completo in ceramica di LiXiaofeng

Completo in ceramica di LiXiaofeng

 L’OPINIONE/9

Ceramica d’arte a Lodi

 di Aldo Caserini

Dire “crisi della ceramica artistica”, è solo un pleonasmo al quale ormai nessuno o pochi prestano attenzione. Lo stesso primato riconosciuto alla città di Lodi –  l’unica in Lombardia a esibire il titolo di Città della ceramica -, è sospettatissimo, vale poca roba senza una convincente presenza di attività artigianali e artistiche ed è carente il senso della specificità del contributo nella attualità, in grado di farne cogliere e avvertire un qualche spessore qualitativo, di peculiarità e aggiunta del nuovo.
Iniziative intese a dare spinta localmente alla pratica ceramistica non mancano, ma al di là della loro specie mirabilmente sintetica, sappiamo quale ridotta evidenza ha la ceramica artistica  sul territorio,.
Non da oggi l’artigianato creativo è in difficoltà. Facciamo riferimento alla ceramica d’arte – non a quella tradizionale, appartenente a un patrimonio nozionale di esperienza artistica quotidiana -, a quella moderna, tonificata dal gioco metaforico immaginativo di artisti, creativa e plastica o anche collegata al design moderno. E’ questa la ceramica che risente tremendamente il malessere: praticata con svigorito interesse dagli artisti e quindi non in grado di muovere l’attenzione della gente anche là dove vi sarebbero cose ineccepibili.
Fare ceramica nel senso inventivo e plastico, oggettivamente inserita in un quadro di consonanze espressive, evitando cioè la designazione puramente materica, non è oggi semplice. Difetta l’atteggiamento giusto, un atteggiamento di accettazione culturale diffusa della sua validità. Più di altro è evidente il disimpegno degli artisti sul fronte dell’espressione, il loro disinteresse verso una lavorazione che chiede conoscenze tecniche-pratiche, acquisizione sperimentale, destrezza manuale e metodo individuale. E naturalmente fantasia, inventiva, estro, sensibilità estetica. Manca in sostanza  alla ceramica artistica la funzione di “trascinamento” che può dare l’arte.
La ceramica d’arte copre un campo vasto di applicazione: dalla scultura all’arredo, dall’architettura al decoro, al design, dal gioiello all’ornamento. Si può fermare al puro e semplice prodotto di artigianato (artistico), ma può aggiungere valore aggiunto, rappresentare l’inedito. Ci vengono in mente le sculture di Giancarlo Scapin viste a Casale e a Villa Vistarini Biancardi di Zorlesco, i bassorilievi di Nino Caruso, le sculture di Ersilietta Gabrielli di Caselle, la produzione per Danese di Enzo Mari, ai murali per l’architettura di Anne Currier e di Robert Sperry, i refrattari ingobbiati di Giulio Busti, i vasi di Antonella Cimatti, le forme cubiche di Martino Goerg.
Da noi sono purtroppo pochi coloro che si riservano alla ceramica come materia plastica, gli artisti che hanno individuato in essa soluzioni di creatività e di richiamo per un linguaggio sdogmatizzato capace di testimoniare il nuovo.
Quasi a contraddire e far dispetto a una situazione culturale di compresenza delle più diverse forme operative, legittimate da produzioni artistiche avanzate, da noi  sorprende il distacco – con le poche eccezioni rappresentate da Bernazzani, Negri, Rubini, Gabrielli, Barbieri, Vanelli, Ghilardi, Esposti, De Lorenzi; saltuariamente di Maffi, Bruttomesso, Mangione e l’esclusione (ovvia) dei ceramografi –  la disattenzione degli artisti locali per la ceramica.
Mentre l’arte contemporanea afferma una poliedrica identità basata su materiali diversi che disinvoltamente entrano nella pluralità dei linguaggi, sono pochi quelli che da noi impostano la  ricerca sulla ceramica. Le motivazioni possono essere diverse. Una è senz’altro quella che la specialità artistica della ceramica richiede grossi sacrifici e la rinuncia ai facili successi, che sono invece la principale aspirazione dell’arte di consumo oggi. Una seconda motivazione può essere quella che mentre per la ceramica applicata (d’uso, vasellame, decorazioni, rivestimento, bigiotteria, ecc.) fiere, mostre e concorsi meritevolmente non mancano,  poca o nessuna attenzione è riservata alla ceramica contemporanea come fatto creativo. Non è un fenomeno circoscritto al Lodigiano, alla terra dei Coppellotti, Rossetti, Ferretti e Dossena. Di questa negligenza soffre l’intero Paese dei Della Robbia, tanto da trovarci, non a caso, fuori da ogni contesto internazionale, dove altri Paesi sono invece, vivacissimi nel dare rilievo a questo settore .
Frequentemente sentiamo dire che la ceramica artistica risente localmente una troppo forte dipendenza dalla tradizione e che una tale dipendenza è causa della mancata rigenerazione. Può darsi. Se ne può parlare. Oggi conta che  il fenomeno ha prerogative economiche, sociali e culturali.
Che fare per incoraggiare gli artisti del territorio a interessarsi di ceramica? Occorre che chi ha modo e autorità per influenzare e gestire si impegni anche a diffondere la ceramica contemporanea. Bisogna aiutare la formazione di un “interesse” capace di capire e apprezzare la ceramica come linguaggio artistico e non solo come prodotto d’artigianato.
Lodi Città della ceramica  deve tornare a dare spessore qualitativo e peculiare con l’ aggiunta del nuovo al proprio primato storico.

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MARCELLO SIMONETTA, UNA VITA D’ ARTISTA

Marcello Simonetta

Marcello Simonetta

Pittore, scultore e grafico Marcello Simonetta, nato a Legnano un’ottantina d’anni fa e da almeno sessantacinque sulla breccia, è’ quel che si dice “un “giovanissimo”, uno  che oggi nel gran mare dei celebrativi e dei decorativi sa farsi distinguere, incurante delle nuove ricette, indifferente delle definizioni e ridefinizioni. Pratica la scena artistica lombarda su linee problematiche ed estetiche in dialettica  con quelle che ieri erano le avanguardie e con quelle che oggi sono  le  varietà linguistiche. A Simonetta non fa difetto neppure il ricorso a qualche una sferzata d’ironia, come nel ciclo dedicato a  “Il Pretesto”, che altro non era se non l’occasione o l’ appiglio per parlare e far parlare di sé, ma anche per portare in evidenza problemi di pittura o di nascondimento, di interdipendenza tra risultato e linguaggio, di liberazione della poesia.
Sappiamo tutti che degli artisti oggi si può dire tutto e il contrario di tutto. Un po’ come del linguaggio dell’arte contemporanea, con cui tutti fanno ormai tutto. L’evoluzione dell’arte, soprattutto contemporanea, ha stravolto ogni schema estetico, metodologico, interpretativo. L’opera ha  assunto una identità instabile Gli artisti si muovono da una disciplina all’altra, da un supporto all’altro, senza introdurre la benché minima gerarchia. Questa polifonia è connaturata al venir meno di convinzioni univoche e profonde sulla vita, ancor prima e più che sull’arte. Quest’ultima è ridotta a ciò che il mercato decide si debba “etichettare” arte. Lo si diceva (polemicamente) già mezzo secolo fa. Oggi non è più un assioma, ma semplicemente un luogo comune, che vive nel concreto delle esposizioni e delle manifestazioni artistiche, dove spesso i linguaggi di incontrano, osteggiano e negano vicendevolmente o coincidono, si accavallano, copiano, replicandosi e ridicendosi. ASenza che nessuno lo evidenzi. Artista viene chiamato chi fa del basso artigianato, artigiano chi non possiede neppure i rudimentali della koiné. Un sistema che Simonetta osteggia e contrasta, praticando un’arte controcorrente. Il “sistema”, articolato com’è in strutture e circuiti di produzione, circolazione, vendita, valorizzazione, con  numerosi attori diversi che giocano ruoli di sinergia e antagonismo, non può che avere la meglio sul singolo artista. E all’artista autentico non resta che identificarsi con l’ultima ruota del carro.
Padrone di una pittura coinvolgente per elaborazione di immagini, segni e simboli,  attento a non cedere al fittizio e all’ intercambiabile, Simonetta  è rimasto nei decenni coerente con le proprie scelte artistiche ed espressive. E, ancora oggi, insiste su una linea di meditato sviluppo iniziata nel clima dell’informale degli anni Cinquanta, quando spazio, materia, segno avevano  un valore logico di contesto e di svolgimento.
Connessione non è ripetizione di modelli, ma di mutazione animata dallo stesso filo conduttore:  perché tutto in pittura può essere rivelato o mascherato, essere argomento ed essere ornamento, difficile da collocare nel senso reale che è. Nei suoi ultimi lavori presentati a Lodi, al Museo del Ghisallo (Magreglio), a La Spezia egli ha ribadito quel che gli si è sempre riconosciuto: l’ emotività immaginativa e la razionalità che lo ha guidato nelle esperienze espressive. Solo l’’articolazione esprimente ha abbandonato schemi liberi (o liberatori), per riprendersi un c erto rapporto con  la natura ispiratrice. Comunque lontano dalla  maniera del già fatto. Simonetta è  artista che essenzializza. La sua è un ‘arte di evocazione immaginativa. Indipendentemente dai linguaggi tecnici, che “riconfigura” la rappresentazione per opera di scenari artificiali, senza maiperdere il filo conduttore della riflessione e del gusto estetico. Potrà suonare come  contraddizione, ma non lo è: i suoi lavori sono  il risultato di un mix di coscienza e casualità, dove dentro nella fluttuazione di ogni equilibrio formale e non, si rintracciano tra visioni e intermittenze, identità di sentimenti, emozioni e tensioni.

 

 

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PIPPO ZENI, UN PITTORE DA SCOPRIRE PROSSIMAMENTE AL CONVIVIO DE LEMENE

Pippo Zeni è un bravo pittore lodigiano che alla pittura si dedica per diletto, più per sé che per altri, caparbiamente restio a mostrare in pubblico le sue opere. Fa parte di quella insolita schiera, che nel secolo delle quotazioni (vere e fasulle), della comunicazione pubblicitaria e della manipolazione dei flussi, è rimasta fedele a una certa idea dell’arte  “artigianale”: praticata con piacere intimo ed emozione composta, mescolando ricerca della qualità e della pratica a “regola d’arte”. Per scelta, natura o temperamento Zeni non ha mai sgomitato per raccogliere visibilità e consenso. Ha sempre praticato senza mai esporre. Salvo un paio di volte al negozio di belle arti e colorificio Biancardi in Corso Umberto – negli anni novanta e primi duemila –  dove si è fatto apprezzare con piccole tele di sicura fattura, in cui rivelava felicità di approccio e sicurezza nella rappresentazione nel paesaggio e nella piccola veduta. E’ rimasto un pittore coi “germogli di riuscita”, disse di lui Rosario Mondani. Una sua personale è (finalmente!) in preparazione, a cura di Mario Mazzi, al Convivio Delemene Lodi
Oggi lo sguardo dell’artista si sofferma come allora, con felicità e amorevole cura sui suggestivi dettagli della terra lodigiana, la campagna, il fiume, i pescatori ecc, cogliendone ed evidenziandone particolari e poesia.  Proprio il buon livello espressivo raggiunto fa aumentare il rimpianto ch’egli non abbia mai affrontato più impegnative occasioni. Eppure, di cose da mostrare ne avrebbe e non poche, a cominciare dal suo attaccamento alla lezione impressionista, che pare ben approfondita e interiorizzata, per finire alla sua caratteristica raffinatezza di tocco e alla capacità descrittiva.

Quella di Zeni è certamente una pittura di tradizione, che ha la sua ragion d’essere ancora oggi per la descrizione affettuosa dei luoghi di casa, non solo,  ma perché da voce ai coinvolgimenti della natura rappresentandoli con  misurato equilibrio e rispetto formale, sottolineandone il vitale rapporto con l’uomo.

Nel piccolo formati, che sembra  a lui più congeniale, egli rivela quel che una volta si diceva finezza e libertà di tocco, oggi qualità dispersa o parecchio infrequente, e, insieme, sorprende per la meticolosa attenzione nei particolari. Un insieme di tante piccole cose che si sposano bene con il gioco cromatico, conferendo alle immagini poesia. malinconica o gaia.

Fedele al concetto che la pittura si impara “standoci sopra”, acquisendo passo a passo il mestiere, affinando la sensibilità per la materia colore, coltivando l’attenzione e guardando chi è capace di farla, cioè “i grandi”, le sue immagini non si connotano con quelle di altri autori che operano sullo stesso filone. Al contrario, si distinguono e bene, rifiutando ogni inganno, sceverando la qualità delle vibrazioni coloristiche, la severità dell’impianto, il rigore degli accordi. Sostanzialmente, sono, le sue, pagine di riflessione, annotazioni di contenuto, manifestazioni della propria passione per la vita. La mano, capace di raccontare grazie al sapiente tirocinio di ininterrotte stagioni riveste le immagini di intensità lirica, ma è l’ occhio a descrivere con concretezza ciò che percepisce, la rappresentazione dell’attimo luminoso e delle ombre colorate.

A fine lettura, la sua figura artistica si allontana dal rischio di essere ritratta dentro la così detta logica della “provincia”. La sua pittura meditativa è fatta di racconto e di frammenti, di sentimenti e di affetti dentro le pieghe di una quotidianità ricca di modulazioni tonali, di umori, di significati e valori umani. Spoglia da ogni eccesso di retorica e d’enfasi. A differenza dei molti che con esse condiscono la loro “militanza” pittorica.

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PALAZZINI ANGELO (Opere 1980-2011)- recensione

Chi avvertisse il bisogno (o l’obbligo) di sottrarsi all’inquinamento procurato da chilometri di arte contemporanea maestosamente orrenda o inutile, spericolata o prudente, può rigenerarsi a Bipielle Arte, dove Tino Gipponi ha curato e allestito una antologica di Angelo Palazzini, inaugurata sabato 11 febbraio 2012.

Nell’ipotesi che “lo spiazzamento della realtà” (così Gipponi) risultasse ostica, il fruitore potrà ricorrere al conforto di Raffaele La Capria, autore di un saggio memorabile su l’arte di fare i tuffi (nello sport, in letteratura e in arte). Spiega quel che bisognerebbe tenere d’occhio quando si affronta un’opera creativa (narrativa o quadro): la buona costruzione, la buona esecuzione, i coefficienti di difficoltà, il rispetto delle regole, l’adeguamento della tecnica alla fantasia.

Raccomandazioni morbide per questa mostra, saggiamente impostata per evitare le eccessive semplificazioni. L’antologica recupera il visitatore all’approccio compartecipe con una sagra trionfalistica della tecnica e della fantasia, in cui imperversano estravaganze e visioni, ma niente che venga  sottratto alle altre suggestioni. Neppure quelle che di volta in volta arrivano  da  architetture,  oggetti, mobili, vetture e animali; tutti soggetti sui quali il pittore ha stratificato memoria culturale, fantasmi e metafore per consegnarli a una figurazione “divertente” ed estroversa.

Negli ultimi venti anni Palazzini si è  avvicinato a posizioni magrittiane, mantenendo tuttavia zone sue proprie. In questa esposizione “Il cronista nostalgico”, ha il compito dello spartiacque da certi modi di fare pittura. E’ da quel momento che l’artista elabora un suo deciso linguaggio fantastico, in parte già “atipico”, non condiviso col simbolismo o gli altri movimenti collegati. Anche se  richiami si possono sempre rintracciare, la poetica resta diversa. Mitologia. alchimia, occultismo, misticismo, inconscio, onirismo, cinismo, anarchismo, daddinismo  eccetera stanno comodi dove sono: in certo manierismo, nella pittura magica realista, nell’arte romantica, nel simbolismo appunto o nel surrealesmo originale, nel recente lowbrow o in quella pittura emiliana (piacentina) citata spesso come “scuola” influente sul  pittore, ma da lui sempre dichiaratamente rifiutata. Un’area di vaste categorie dalle quali ha probabilmente piluccato, non in modo decisivo. I francesi chiamerebbero il suo genere semplicemente “fantastique“, gli inglesi visionary art o highbrow, che in inglese colloquiale significa “intellettuale”, i tedeschi groteske. Ma le lingue estere (compresi i dialetti),  inducono a significati spesso riassuntivi e difformi. Riuscirebbe difficile ritrovarvi una pittura che concentra problematiche estetiche, autobiografiche, oniriche, sociali basate su corrispondenze emblematiche, allegoriche, metaforiche.

Mettendo insieme un arco abbastanza ampio di produzione  (la selezione condotta da Gipponi risulta oltremodo persuasiva, anche se alcune presenze, pochissime, sembrano più “obbligate”, da integrarsi poco al disegno filologico del curatore) la rassegna permette di cogliere valori e variabili che la sottraggono ai luoghi comuni correnti, necessariamente non omogenei.

Le opere di Palazzini non tutte reggono sulla leggerezza di spirito, sulla fantasia o sul gioco puramente narrativo. In prevalenza convincono ma per altre distinzioni. La lontananza  da ogni limite realistico e naturalistico ha indotto il pittore ad avere per compagni altri elementi, trovati nella preparazione delle tele, nelle procedure di applicazione del colore, nelle fioriture murali (i fondi) che sono un aspetto centrale della sua pittura, nei “grattages” delle tinte, nelle ornamentazioni. Una via che da spessore a una pittura poggiata sulla scelta di immagini emblematiche, ma decisa dalla qualità della mano-mente. Da procedimento, materiali, metodo operativo. In grado di costringere alle corde gli  intrusi, ripetitività e decorativismo inclusi.

Nell’ ampia produzione palazziniana si ritrovano bastimenti, tramvai, auto, animali, architetture, cassettoni, oggetti. Rappresentano un mondo di pensieri e di sentimenti osservati attraverso specchi deformanti. Un’aggiuntiva di stupore e di ironia la portano i titoli. Come le immagini spiazzano. “Non spiegano i quadri così come i quadri non illustrano i titoli”.

Prima del teatro però, ogni tela  conta per la qualità, per l’elaborazione tecnica e ottica, per la ricchezza della preparazione e dell’esercizio, per quei mixages che conferiscono eleganza e suggestione finale.

Il soggetto serve a Palazzini come riflessione, per affrontare i lati ordinari malinconici e scherzosi della vita. In ogni quadro sono colti aspetti sottili, credenze, usanze, costumi, vicende; si indaga l’attualità, il passato e i ricordi. Non si avvertono  sintomi disordinati e febbrili, ma una crescente capacità di cercare intenzioni provocatorie e arbitrarietà in nuove combinazioni diaristiche di racconto.

Angelo Palazzini – Opere 1980-2011 – Fondazione Banca Popolare di Lodi – a c. di Tino Gipponio – Spazio Bipielle Arte, via Polenghi Lombardo, Lodi – Fino al 25 marzo – Orari: da martedì a venerdì:16-19; sabato domenica e festivi 10-13, 16-19. Lunedì chiuso, Ingresso gratuito.

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Antonio Mazza, l’INDISTINGUIBILITA’ DELL’ARTEFATTO RISPETTO ALLA REALTA’ QUODITIANA

LE IMMAGINI FOTO-PITTORICHE  DI ANTONIO MAZZA  ALLA BOTTEGA DI ISKRA A LODI

Antonio Mazza, riesce sempre a sorprendere. Come fotografo e come manipolatore di forme artistiche. Ha una grande libertà sensoriale e intellettuale, nel fare ricorso al materiale comunicativo, nel destreggiarsi tra alcune interfacce tra le arti, là dove si configurano meglio lo scambio e il flusso delle forme estetiche. Non stupisce pertanto che la sua personalità professionale e d’artista, ancora una volta, faccia parlare di sé e si affermi convincentemente alla Bottega di Iskra, la nota enoteca di via Lodino, dove presenta una ventina di immagini di grande suggestione e poesia. Si tratta di lavori frutto di un imbrigliamento di elementi tecnici e fantastici. da cui trasluce l’esperienza, l’avvedutezza, la scaltrezza, ed anche la creatività dell’autore.

Dall’iniziale clic Mazza “mescola” procedure e processi. Pratica interventi e lacerazioni sui tempi di impressione, ricorre all’uso di solventi che dematerializzano e deformano il risultato. Tutto viene poi ricompattato attraverso il gesto o il segno grafico, le punte e i legni, la materia d’uso e il colore.

Se ciò sia da “leggere” in relazione al gusto e con un certo spirito del nostro tempo (alla ricerca spesso di escogitazioni d’ingegno e di perizia tecnica), o abbia una propria logica nei rapporti strutturali interni dei diversi strati dell’opera e dei diversi elementi che vi partecipano, è problema che non riguarda la  “cronaca” di una mostra. La quale è utile per conoscere l’autore o per richiamare su di lui una giusta attenzione. Nel caso di Mazza notando la perizia e la sensibilità con cui egli traduce “combinazioni” di fotografia, grafica e pittura.

Volti, figure, nudi, paesaggi  sono i soggetti preferiti, attraverso cui egli espone  plurivalenze di simboli, di contenuto e di forma. In questo, è evidente, la stampa polaroid lascia il campo alla elaborazione artistica, estetica. Mazza accompagna lo sguardo del fruitore su elementi di qualità formali e di buon gusto in cui convergono principi di attualità e di modernità della sua ricerca, e anche mutamenti di posizione e di respiro dell’arte.
In un’altra ottica, la mostra alla Bottega di Iskra (dal russo scintilla: di poesia, di rivoluzione, tecnica, rischio, arte) non presenta particolari rimescolamenti di linguaggio. Alle pareti sono opere in parte note, che tuttavia preservano una vitalità da risvegliare nel fruitore un rinnovato interesse.
Nell’arte di Mazza non c’è nulla di eccentrico, alcuno spirito di “rottura”. Da accorto e intelligente manipolatore di immagini, egli costringe quasi ad “entrare”  nei suoi lavori per coglierne l’essenza. Distinguere se essi siano fotografia o pittura è semplicemente ozioso. Sono “opere di invenzione”, fotografica e pittorica insieme. L’intervento del segno grafico conserva la figuralità primaria e l’avvia, attraverso altri interventi, alla allusività impressionistica. Il tutto su un percorso che dichiara più di una ragione poetica e strutturale.
In questo procedere risultano consistenti:: la soggettività d’ispirazione naturalistica; la volontà di penetrare nella psicologia dei ritratti; la determinazione del segno grafico, veloce, rigoroso e autonomo; la dimensione iconografica nei nudi maschili e femminili resi con una cromia trasparente; l’espressività affidata a scelte accorte e di intelligente declinazione.

Nei lavori presentati l’intervento grafico conferisce movimento ed effetti. L’anticipazione dello “strappo” scolora le immagini, che sono poi recuperate con la rimescolatura dei valori cromatici da riportarle a una esteriore uniformità.
Vien quasi spontaneo richiamare gli impressionisti e le loro teorizzazioni  sulla cosiddetta “miscela ottica”. Ma si può semplicemente concludere che la ricchezza dei risultati espressivi è più degli elementi emotivi. Mazza li ha dentro sé da anni. E questo contribuisce certamente al suo successo.

Antonio MazzaOpere foto-pittoriche – via Lodino 16/18 
Per informazioni tel. E fax 0371.420786 ; info@labottegadiskira.it

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