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“E’ l’Anima che parla”, un pocket-book di Cleonice Parisi, commentato da Antonio Valsecchi e illustrato da Teodoro Cotugno

 

Non solo bar, ristoranti, discoteche e luoghi del turismo consumistico, ma anche l’Opera Diocesana sant’Alberto di Lodi ha ripreso i preziosi servizi nelle sue case vacanza, “san Bassiano” a Bellaria  e “Neve” alla Presolana.

In particolare, iI ritorno alla piena  attività  della casa riminese ha dato suggerito al presidente d. Antonio Valsecchi  il “recupero” e la  messa in circolo di una delle “favole dell’anima“ della scrittrice napoletana, naturalizzata milanese, Cleonice Parisi. Si tratta di un pocket-books fuori commercio stampato su carta Hahnemuhle e tirato dalla Tipografia Sollicitudo di Lodi: una vera “squisitezza” tipografica, una “chicca” di una ventina di pagine arricchite dalle acqueforti e chine di Teodoro Cotugno e dagli interventi a pastello del giovane riminese Maurizio Sampaoli. “E’ l’Anima che parla…” è titoloche si trova  spesso nell’editoria minore. Ma Valsecchi, che si è fatto attrarre da un blog per festeggiare il 50° anniversario della casa per ferie di Bellaria, lo arricchisce con una lettura ricca di richiami letterari in interpretazioni particolare argute, che fanno superare i pregiudizi verso la letteratura favolistica.

L’analisi del sacerdote-letterato lodigiano,  condotta alternando notazioni di grandi scrittori e riflessioni critiche suggerite dall’originale, mette con contenutezza in risalto la passione personale dell’ autrice, contribuendo – senza attribuzioni esagerate o d’effetto – a far conoscere meglio la sua scrittura.  Parisi non “rilancia”, oggigiorno, poi!, la favolistica religiosa. La sua storia (fantasiosa) del canguro e del faro insinua il lettore in un mondo irripetibile, fa ritrovare il sentimento del tempo e l’illuminazione di una didattica immateriale o cristiana.

” E’ l’Anima che parla…” è’una storiella di mare. Di estrema attualità visti gli sbarchi insistenti e incessanti di popolazioni

diverse sulle nostre coste. “Il mare non ha paese nemmeno lui”, diceva il Verga ripreso da Valsecchi nella sua nota finale. “Parla attraverso la simbologia degli elementi”: le acque agitate, l’oscurità, il vento, la paura, l’ anelito, l’affanno, gli abissi sono richiami. ”La barca anela al mare, eppure lo teme”. I viandanti del mare, hanno bisogno della luce del faro, dei lampi ch’esso irradia, vogliono dire accoglienza, aiuto. I messaggi sono chiari: dilatano verità, vanno incontro con sincera passione a temi d’attualità, danno centralità all’impegno umanitario, sociale, politico e religioso.

Aldo Caserini

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LE TESTIMONIANZE POETICHE DEL 17ENNE ERMANNO MERLO “Nel tempo della casa” “Borse di stelle” due raccolte che dimostrano quanto è capace il giovanissimo poeta lodigiano

Nel groviglio deI tracciati e dei codici guida delle tecniche interpretative, cosa si può dire di un giovane che alle prime esperienze di scrittura poetica rivela sguardo penetrante e sensibilità acuta e fornisce prove stilistiche adulte e autosufficienti?

“Fonzi Merlo”, alias Ermanno Merlo, è un diciassettenne, studia alle Magistrali di Lodi e da un paio d’anni ha rapporto con la versificazione. Sembra semplice e difatti lui ha deciso che con la metrica non vuole avere niente a che fare. Infatti, scrive poesie di predominante discorsività o di realismo ereditato, in cui ognuno potrà tentare di trovare eventuali tracce e corrispondenze con le esperienze di poeti famosi. Le note che Giacomo Camuri ha scritto per “Nel tempo della casa” e “Borse di stelle”-non appiccicano etichette, dimostrano di quanto è capace il giovanissimo poeta.

Ciò che subito, a noi,  ha chiamato attenzione è l’io-poeta, gli impulsi verso l’umano, poi il fatto di comporre versi brevi e compatti, che a volte suonano come colpi di martello e in altre occasioni dolci, consegnati da parole semplici e profonde.  

Naturalmente nella poesia di Merlo c’è anche altro: la sua poesia non cerca di essere oscura, anzi…; la lettura può essere un osso duro, dipende da quel che noi si cerchi e che non sempre è quello che vuole dirci il poeta. La chiarezza è comunque una regola ben collaudata. Insieme a propositi etici e morali Merlo libera sonorità che danno senso, colore, forma anche a delle “sorprese”. Come a quell’ “Io, forse poeta?, che si legge in una forma “haiku” e che non può essere considerata un inciampo ma è il segno di una esplicita  consapevolezza. Almeno per chi non ha aggirato la definizione “esercizi”  con cui è dato certificazione in copertina a tenaci composizioni dedicate al fermentante mondo della natura: dallo scorrere dell’acqua d’estate alla danza delle farfalle, dai silenzi di una preghiera ai moti di un colloquio interiore…

Le poesie di Merlo hanno tutte  data di nascità,’ incipit tra il giugno 2019 e il dicembre  2020, Avviate alla stampa da “Media&Grafica” di Lodi sono editate in due volumetti  da “Laboratorio degli Artefici” (Associazione culturale di Teatro Scuola Poetica Ambiente e Poesia). Con le illustrazioni di copertina della grafica codognese Sabrina Inzaghi eda Marcello Chiarenza un artista che sta da  decenni  nella figurazione simbolica. Le introduzioni di Giacomo Camuri  rivelano la loro consistenza sin dalle titolazioni: Una voce fuori campo, Dare forza alla vita. Oltre a tracciare il ritratto del giovane poeta dicono molte cose interessanti sulla vita stessa della poesia. A noi non resta che qualche qualche filamento di commento  

Il primo: è la scelta, non convenzionale, di un giovane che si dedica a una poesia di Valori.  Merlo non scrive giochi verbali, consegna una scrittura concisa, essenziale che sfreccia veloce tra pensieri, sentimenti, aspirazioni, emozioni … E non “carica” il lettore con rappresentazioni mentali o contenuti inafferrabili e insensati..

Il secondo: è una fucina di idee. Merlo non tiene nascosto nulla: sogna, si arrabbia, riflette, denuncia, parteggia per l’umanità dolente e tante altre cose che spesso i poeti d’oggi neppure sfiorano. Mentre lui sa rimettere in circolo parole che la poesia ha messo in disuso: intrattiene con le stelle, i tramonti, accende il semibuio che è nel cervello con la bianchezza della neve, i campi e di grano che invocano il sole. I suoi versi contengono un assortimento di inviti: ad  ascoltare il vento, a fermare lo sguardo sul paesaggio, a scrutare le rondini che volano tra i tetti, a godere la pioggia, ad ascoltare la voce del mare. Tutto senza slogan né ad allegorie simboliste, senza vetrine “sentimentaliste” e magniloquenze retoriche.

Il terzo: Non è una poesia chiassosa ne pedante. Raro s’incontri in essa qualcosa di estraneo alla nostra vita. Le parole usate non “dipingono” astrazioni immaginative. Merlo descrive, racconta, commenta. Rallenta solo su dettagli importanti dei giorni di attesa e di quelli di festa.  Ritmo e musica sono dentro.  Nell’uso delle parole si avverte la convinzione del poeta di farsi sentire. Non di “nevrotizzare” il lettore. Ermanno. Detto Fonzi dagli amici, scrive secco, stringato, non introduce dati eterogenei. La via migliore per farsi leggere e conoscere.

Aldo Caserini

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NUOVI LIBRI/ : LA TERRA DEI TRE FIUMI di Ferruccio Pallavera e Antonio Mazza

Il libro di Pallavera e Mazza
Il libro di Pallavera e Mazza

di Aldo Caserini

<p class="has-drop-cap" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, <em>“La terra dei tre fiumi</em>” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.<br>“<em>La terra dei tre fiumi</em>” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.<br>Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.<br>L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere <em>sul</em> e <em>nel</em> territorio.<em>“La terra dei tre fiumi</em>” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a <em>“Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.</em>Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.<br>Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.Il Lodigiano tra Adda, Po e Lambro, “La terra dei tre fiumi” titola il nuovo libro del documentatissimo storico locale Ferruccio Pallavera, direttore di “Archivio Storico Lodigiano”, autore di almeno un centinaio tra volumi e saggi sul Lodigiano e ex-direttore de “Il Cittadino”; e Antonio Mazza, fotografo di riconosciuta capacità professionale, anche lui autore di piacevoli titoli sull’Alaudense, e non soltanto.
La terra dei tre fiumi” non è il solito libro di fotografie. Fa parte di una collana di preziosità e raffinatezze dedicate a chiese, fortificazioni, biblioteche e archivi, architetture e arti di casa nostra, che ha raggiunto il numero di dieci volumi. Come quelli che lo hanno preceduto appartiene alla serie progettata per Bolis Edizioni, dal designer fuori gregge Roberto Magrini. Una  pubblicazione da tenere con due mani. L’ elaborato segue una “angolatura” particolare, costruita sui corsi fluviali. Documenta, ambiziosamente estranea alle costanti di pubblicazioni analoghe l’atteggiamento dell’uomo verso la natura e quello dei fiumi che a loro volta, attraverso le alluvioni, si sono ripresi parte del territorio ad essi sottratto.
Pallavera, autore dei testi, e Mazza, artefice delle fotografie,  convincono dando centralità a questo rapporto tra l’uomo e il fiume, agli aspetti storici che su di esso sono maturati, alla narrazione scaturitane e ai dettagli delle trasformazioni: un contributo alla conoscenza della antropologia culturale della nostra terra, della sua  storia e delle sue caratteristiche geomorfologiche.
L’analisi non poggia sulla descrizione della qualità e della competitività territoriale. L’indagine e il racconto riserva una attenzione forte ad altri contenuti. Favorisce una lettura trasversale di luoghi, fatti, parametri, valutazioni che parevano obsoleti e fa ritrovare nella loro testimonianza d’allora e d’oggi, le ragioni fondamentali del nostro vivere sul e nel territorio.“La terra dei tre fiumi” accosta forme e immagini, storia e cronaca, leggende e curiosità e le fa convivere in uno stesso paesaggio, come se ciascuna di esse, per vie proprie, facesse da tramite verso le altre. Una sfida che storico e fotografo hanno saputo affrontare, passo per passo, in sei capitoli e 176 pagine, l’ultimo dedicato a “Traffici, battaglie, devozioni e mestieri scomparsi”.Fa incontrare (sia pure di passaggio), Petrarca, Leonardo, Napoleone e Carducci; santi, martiri, devoti e santuari e dedica anche attenzione ai mestieri, a cercatori d’oro, lavandaie, barcaroli, cavagera, i mugnai, sandoni , pescatori, batelé… che fanno filtrare l’aria del tempo, il passato e il presente, le parole e le testimonianze.
Grazie allo screening storico e la versatilità fotografica, il libro procura percezioni penetranti attraverso uno sciame di scatti panoramici, spettacolari e inedite. Una autentica  sorpresa che non coglie in ogni caso in contropiede chi conosce i due artefici . Il libro è da leggere e guardare, da cima a fondo, come fosse una lunga storia scritta stando sui margini dell’Adda, del Po e del Lambro, ma anche dell’Addetta, del Brembiolo, del Sillaro e del Tormo. Può aiutare la memoria di noi lodigiani se incomincia a diventare sfuocata, incerta e in qualche momento magari assente.

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LIBRI: Le nuove memorie (discrete) di GIANMARIA BELLOCCHIO

 

Non c’è il due senza il tre” recita un vecchio proverbio popolare, per dire che un risultato o un evento si ripete almeno due volte. E’ un detto di sapienza che si esprime in chiave ottimistica quando l’esito è riferito a qualcosa in cui speriamo.
Ispirato (si fa per dire)  da una musa onnivora  con cui ha infiorato di fatti, fatterelli, incontri, aneddoti e memorie 160 pagine di Succede vivendo 3-Memorie discrete (stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi, editore Bolis, Bergamo, in distribuzione dall’ ottobre 2020, € 12,00)  Gianmaria Bellocchio, l’autore, si domanda  “Adesso come faccio a fermarmi?”. Il proverbio ha un seguito (…e il quattro vien da sé).
A noi recensori non resta pertanto che attendere il  quarto volume che qualche amico (linguacciuto)  fa sapere  d’essere già in preparazione.
Da recensori minori che si affidano nel migliore dei casi al gusto individuale, e nel peggiore a teorie estetiche strampalate e che scriviamo di libri e autori per mera informativa ad uso del lettore volenteroso e perbene, non resta che  impegnarsi in qualche descrizione empirica. Principalmente dopo che nel risvolto di copertina lo storico Ercole Ongaro  gli ha dedicato, con  invidiabile sintesi,  tutto quello che un critico può riconoscere e dire di uno scrittore: “lo stile limpido e misurato, la varietà di toni, la profondità di sentimenti, una vena di umorismo non artificioso,il culto delle relazioni, l’empatia che le caratterizza, la custodia della memoria degli amici scomparsi. Una attribuzione a cui c’è poco da aggiungere, se non che nel libro l’autore manifesta particolare attenzione oltre che alla buona tavola e ai ristoranti anche per la poesia. I dodici capitoli del libro sono tutti introdotti da citazioni di Gibran, Herriot, Scotellaro, Pozzi, Saba, Pascoli, Dal Bianco, Merini, Carlesi, Lorca, Tugan, Ungaretti, Zafòn e della lodigiana Chiara Cremonesi.
Anche nel suo nuovo lavoro Bellocchio si destreggia a narrare sentimenti, ricordi, affetti, amicizie, simpatie, incontri, chiacchiere e a richiamare la forza e il piacere della poesia.
Può darsi che ad alcuni lettori non ponga nessun problema, neppure di curiosità, tanto esso può apparire ovvio. Ma in ogni caso, per essere espliciti, va riconosciuto, per riaffermare come il “raccontare” di Bellocchio sia la diretta conseguenza della sua storia personale e familiare, della vita quotidiana che intreccia l’esistenza a giudizi e responsabilità culturali  e alla rivisitazione del passato con l’attualità. Ma può anche darsi che ad altri colpisca il suo tenere insieme l’amore e l’arte, il colloquiare e la poesia, l’autenticità delle piccole cose e dei fatti e fatterelli e, i momenti di invenzione letteraria, un garbatissimo umorismo col rinverdire ricordi, emozioni, luoghi…
Per uno come noi, che scrive senza essere un recensore, cioè un critico letterario,  non è facile affrontare l’intera dinamica di questo libro. Individuare i passaggi importanti, metterli nella giusta prospettiva, portare a termine l’analisi.
Oggi molti scrivono, pochi comperano libri, pochissimi leggono. Eppure la scrittura appare un esercizio di facile accesso. Basta vedere il rivolo dei nuovi scrittori che si inseguono nel lodigiano.
Perché Bellocchio scrive?  E’ la domanda che diversi si pongono. Perché si è messo a scrivere lo confessa lui stesso nei suoi libri. A noi piace ricavarlo dalle dediche. L’ultimo libro è dedicato a sua moglie Antonia e a suo figlio Matteo, ma se leggiamo “Diventare uomo”, scopriamo anche l’esistere di un “ filo rosso che lega le generazioni”, l’arrivo di Giada, figlia di Eleonora e ll raccontare semplice di cose semplici imprime una permutazione allo stile, che diventa dolce, tenero, attenzionato

Bellocchio scrive “per parlare con la gente”, e, forse, questo lo diciamo noi, con sé stesso. Per chiarire le  idee, fermare la memoria, capire di sé e del mondo. Che son poi corollari per un autore in cui non c’è pretesa letteraria, non ha rapporti conflittuali di stile o di linguaggio, scrive di cose spesso intime, che rivelano sentimenti nascosti, con uno stile che accorda tratti musicali. Si potrebbe dire quale scrittore lo influenzi, ma commetteremmo una enorme idiozia…

Sappiamo tutti che la scrittura non nasce dal nulla, ma da una cultura fatta di tradizioni, di idee, di libri, di linguaggio, di gusti. Scrivere pagine semplici vuol dire scrivere buone pagine. E’ diverso dallo scrivere  piatto o banale, che non comunica umanità, emozioni, sentimenti.  Nei rendiconti di Bellocchio circolano anche, senza pomposità, parole di estetica, di etica, insieme a una naturale capacità affabulatoria.
“Succede vivendo 3” è un distillato di fatti, tracce, esperienze, reminiscenze, persone; in esso c’è la consapevolezza che ogni persona o fatterello può insegnarci qualcosa; è un capitale sociale e di relazione; un ponte che mette in collegamento generazioni, amici, uomini e donne chiamate a rispecchiarsi negli universali di una comune e immutabile humanitas. Non è poco.
Aldo Caserini

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LIBRI: La scrittura narrativa nel lodigiano si rafforza. I nuovi scrittori commentati da Forme 70

Sono parecchi i lodigiani, soprattutto giovani, che in questi due ultimi mesi hanno scelto l’avventura dello scrivere e dei quali  Formesettanta ha “recensito” (Giorgio Magrelli non  ci avrebbe perdonato il termine).
“Scrivi che è la cosa più bella”, mi dissero quand’ero un ragazzino tredicenne, ed io mi misi in testa idee meravigliose. La cosa più bella oggi è che vedo sorgere Il sole. Per il resto sarà anche un piacevole “intrattenimento” o semplicemente, “un non pensare alle morte” come mi disse una volta  Indro Montanelli alla trattoria Camperio”. In ogni caso una fregatura, una trappola,  a volte persino “una galera”. Magari ti rovi anche bene a scrivere  di mostre, di libri, di avvenimenti culturali, come faccio da settant’anni, ma ci sono momenti che maledisci il giorno in cui hai deciso di fare questo mestiere. “Sempre meglio che lavorare”, diceva Luigi Barzini. Naturalmente, altri tempi.  Oggi, se anche dedichi una giornata e più a scrivere di un chicchessia e del suo “prodotto” raccomandato (mostra, libro, evento, artista, poeta, conferenza) manco ricevi un “grazie”. Meglio così, in tal modo, puoi continuare ad essere più libero, d’essere più generoso con chi vuoi tu e fare torto ad altri che non ti convincono.
Metto per iscritto le note redatte negli ultimi trenta giorni così i fedelissimi lettori potranno verificare come abbiamo surfato sull’ onda della leggerezza:

Andrea Faliva:        “Il bel giorno che conobbi Nelson”
Massimo Valente: “Alla fine della strada”
Giampiero Curti: “Pioggia”
Anna Rigamonti: “Apprezziamo
Dario Mondini: “Diario di un perdente di successo”
Aldo Germani: “Due case”
Andrea Maietti: “Giuanbrerafucarlo. Secondo me”
Alan Zeni: “ Baci di AZ”
Emanuele Frjio: “Alibi”
Ilaria Rossetti:Le cose da salvare”
– Luca Greco: “Le strade dell’Apartheid”
Michele Crea: “La mia esperienza col cigno nero”
Fabrizio Arcari: “Orwell”

Sono titoli in maggioranza di scrittori debuttanti, anche se alcuni di loro  hanno già familiarità con lo scrivere. Segnalano che nel campo  delle pratiche culturali gli interessi si stanno spostando. Se aumenta l’offerta di nuovi titoli e tentano di farsi strada nuovi scrittori, vuol dire che cambia anche il consumo (la lettura) di libri. Ma questa è solo una regola di mercato che non serve a raccontare il virus dell’industria editoriale.
Alcuni dei nuovi narratori del territorio affrontati si distinguono per la scrittura, altri per la costanza, altri per saper mettere in produzione narrativa cronache e fatti, altri ancora per la passione con cui si sono schierati, altri, infine, per unire alcune di queste qualità. Se è vero che i talenti del Creatore vanno poi messi a frutto, alcuni degli esordienti ce la stanno mettendo tutta per farli fruttare, affidandosi alla comunicazione, alla pubblicità, all’ informazione, alla promotion.
Sbaglia chi pensa che la prosa sia solo l’originalità di quei pochi che sanno scrivere. E’, invece, soprattutto, del lavoro certosino, maniacale: stendere, cancellare, correggere, limare, stravolgere, arricchire … sostenere (investire) per diffondere il risultato (il libro, oggi detto anche prodotto).
Un libro può essere partorito per molte ragioni: per un bisogno o un travaglio interiore proprio; per la voglia di scrivere, di mettersi alla prova, di cercare evidenza, di comunicare, di sentirsi dire “bravo” o “brava”, di mettere sulla carta quel che si è sentito dire con le proprie orecchie o vedere con i propri occhi; per raccontare, per dar sfogo al fabulare; per bagnare il naso a questo o  quel concorrente, suscitare insicurezze e gelosie e (perché no?) risentimento, invidia; per mettere alla prova la propria capacità: lasciarsi ispirare dalla prosa di qualche scrittore, farsi amare o invidiare (il successo disturba soprattutto chi non  ce l’ha), oppure, dato i tempi che corrono, mettersi in gioco con un mestiere nuovo (il compenso che alletta? Ma va …). In questo caso catturare l’attenzione di qualche politico è d’obbligo, o di qualche direttore di banca o di un esperto del giornale locale (dietro cui c’è sempre un po’ il sospetto della combutta o della camarilla). Poco importa se poi ci dedica vagonate di banalità o smentisce quello che prima aveva detto un  altro suo collega. E’ il saldo che gli oracoli del nuovo danno prova regina in tanti loro interventi. Capita anche a noi che scriviamo per combattere le emergenze del lockdown del Covis 19 di caderci dentro, illudendoci di tenere il passo a quel che accade nel mondo della letteratura di casa e dell’arte semplicemente offrendo un affresco che spesso fresco non è. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri: “Alla fine della strada” del lodigiano Massimo Valente. “Camminare aiuta a pensare e a vedere le cose”

Massimo Valente non ha bisogno di presentazioni, è, per opinione comune, il maggior bartender della periferia di Lodi. Ma a questa perentoria acquisizione storica finora non si è mai unita una analisi anche delle sue “passioni” più o meno celate: la buona tavola, le belle ragazze, il camminare e, appunto, la scrittura.

“Alla fine della strada” è il libro che segna, dopo un lungo travaglio durato tre anni, il suo debutto come scrittore. Editato in proprio, lo ha affidato a un motto di Mark Twain, narratore e umorista americano, a un aforisma che tiene insieme la sua decisione di scrivere e raccontare e quella di peregrinare o camminare .”Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quello che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele .Esplora .Sogna Scopri”.

Valente non ci ha pensato due volte: ha preso l’aereo con l’amico Paolo, destinazione St. Jean Pied de Port, decisi entrambi a mettersi in cammino per Santiago di Compostela. Con sé  Valente  aveva portato penna e notes e alla fine di ogni tappa ha appuntato ciò che un percorso, ricco di sorprese e di conferme suggeriva di ricordare: luoghi, paesaggi, incontri, soste, ecc. Questo giorno dopo giorno, tappa per tappa, particolare per particolare. Un vero diario.

“Alla fine della strada” non è un’opera letteraria, almeno di quelle che siamo abituati a considerare tali. In essa c’è il privato (non troppo), niente è affidato all’invenzione, il resoconto è tutto reale. Non è un lavoro  organizzato in relazione al linguaggio. Non crea “attesa”. Nella scrittura c’è però ritmo, naturalezza, chiarezza e precisione in ciò che si vuol dire; lo scrittore non coltiva effetti, non “cucina”, non introduce tecniche, meccanismi, trucchi. Non immagina fuori da quanto ha sul suo taccuino. Mostra equilibrio, sobrietà, misura. Le divagazioni non sono sconfinamenti, ma integrazioni.

Valente racconta la condivisione con gli altri pellegrini: l’amicizia, gli sguardi, i sorrisi, le lingue, le bevute di birra, le strade, i percorsi, le risate, gli abbracci, il piacere di ascoltare i racconti, il pregare, le cantate, eccetera. Naturalmente c’è anche altro: le fatiche, le vesciche, i dolori, le sgambate, i chilometraggi, i contrattempi, i rigonfiamenti muscolari, le sveglie mattiniere, il Voltaren e gli antiinfiammatori e, tante volte, il “chi me l’ha fatto fare”. Un’immersione totale.

Per conoscere il perché del viaggio di Massimo a Santiago di Compostela il lettore dovrà però arrivare alle pagine 97 e 158  prima che riveli perché si è messo in cammino.

A parte le sviste del proto ( una volta, in tipografia, era quello al quale si attribuivano gli errori di stampa) il libro orienta attraverso il sestante degli incontri umani con visioni (poetiche, spirituali), coi sentimenti e la mente a chi seguiva il viaggio “da casa”: al padre, ai figli, alle sorelle. E’ come facesse entrare il lettore in una sorta di “laboratorio” di stemperate sfumature in cui i rapporti umani spiegano una supremazia universale, l’armonia, il dialogo tra mente e cuore, il percorso fisico e l’ anima.

E’ un raccontare che si legge di buon grado e simpatia. C’è ritmo, una narrazione garbata, felice, ricca di particolari e dettagli, una scatola gigantesca di frammenti subitanei e con intensi significati. “Alla fine della strada” diventa una sorta di piacevolissimo vagabondaggio attraverso sentieri affollati di immagini cinematografiche. Non vi è psicologia, ma nomi di tanti compagni di strada che diventano emblemi perché tutti concorrono a portare senso a quel “essere lì”.. (Aldo Caserini)

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Libri – GIAMPIERO CURTI: “Pioggia”, l’esordio dello scrittore melegnanese

 “Lei è licenziato! Si rende conto che mi ha bruciato cinquantanove torte già prenotate?!”.“Le chiedo scusa signor Merani, non so come scusarmi, ero da solo e dovevo sia tenere d’occhio il banco sia controllare le torte…”
“Ma cosa vuole che mi interessi delle sue scuse? Per lei, oggi è l’ultimo giorno di lavoro da noi! Ah, chiaramente il costo delle torte bruciate lo trattengo dalla sua liquidazione. Adesso finisca la giornata senza fare altri danni e non si disturbi a tornare domani!” Questo, l’incipit di “Pioggia” il romanzo di  Giampiero Curti, con cui il melegnanese ha segnato il suo esordio da Giovane Holden Edizioni, ma disponibile anche in Ebook,  un racconto talmente fresco d’interessi da essere stato presentato recentemente a Cerro al Lambro nel corso di “Piume Stelle”,  evento culturale promosso da quell’ assessorato alla Cultura. Pioggia è un romanzo piacevole, scritto da un “chiaccheratore” ( non a caso finito in tv a Forum dalla Palombelli); uno di quei giovani debuttanti, lievemente narcisisti, che sa raccontare in modo divertente e squisito, che alla fine si può perdere il filo della storia, per godere della scrittura suadente, divertente, vagabonda, perché Curti ha la qualità (stavamo per dire il talento) della divagazione e va ha spasso raccontando a tutti come ha scritto un libro, non convenzionale, in bilico tra lo stravagante e l’ ironico, l’ ilare e il graffiante.
Pioggia è la storia di un trentacinquenne, Luca, batterista degli “Schiamazzi, Poco invogliato dallo studio, che sta con i genitori Si avvia a lavorare in una pasticceria fino al giorno in cui, intento a fare il cascamorto con una cliente, lascia bruciare decine di torte. Preoccupato per il minacciato licenziamento, vagabonda in cerca di un pub in cui affogare i dispiaceri con la  proprietaria la quale gli fa le sue “proposte” Si può credere alle parole di una incantatrice che sogna la solitudine eterna?. La storia assume i caratteri di un avviamento, di una relazione condotta per amore e per necessità, attraverso un montaggio narrativo in cui i personaggi partecipano  delle reciproche e incompatibili nature. Centoun pagine in cui si riconosce una figura femminile  dominante, una prefigurazione di dea, perpetuamente attiva e ispirante nella vita psichica di ogni uomo in cui passa anche l’idea generale ecologista messa insieme a una serie di punture rivolte  a una classe politica dissoluta e corrotta. E’ un libro pensato e organizzato in modi singolari, comunicativo quanto consapevole della propria struttura, condotto da Curti in modo morbido e a tratti gentile.
Ovviamente tutti siamo stati allievi e taluni insegnanti. Tutti, ma privilegiatamente i secondi godranno della lettura di questo libro d’esordio, scritto con amabile estro e un finale a sorpresa. (Aldo Caserini)

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Libri – “Apprezzami” l’esordio della carpianese Anna Rigamonti

Apprezzami è il romanzo d’esordio di Anna Rigamonti, nativa  lecchese, trasferitasi ventenne a Carpiano nel melegnanese.  In esso si racconta la storia di un lei e di un lui, di un lei alla disperata ricerca del principe azzurro e di un lui che si guarda bene di assumerne il ruolo. La loro storia è una storia al peperoncino, una delle tante storie d’amore che hanno per sfondo la campagna sudmilanese, ma che conferma una volta di più che l’ amore ha più facce e riserva a volte delle sorprese.
A Carpiano la Rigamonti, fa la mamma, pratica la massoterapia e si diletta nel tempo libero di scrittura. “Sono una sognatrice, amo viaggiare, il buon vino e le cene con gli amici” ha messo in una sua autopresentazione.
In Apprezzami , non c’ è nulla di personale o che possa apparire tale. Il romanzo racconta di un’ Alessia e di un Maurizio e dei loro amici, fra luoghi autentici e persone comuni, senza lo straricco e la ragazza sexy. La scrittrice ha annunciato un secondo romanzo, ambientato nel lecchese (nel ballabiese)  con personaggi già intervenuti in Apprezzami.

Il romanzo della Rigamonti è un romanzo edito da Montag nella collana “Chiamatelo amore”. Inserisce i due personaggi centrali, il Lei e il Lui, Alessia e Maurizio, in una piccola scacchiera, della quale non sempre sembrano averne la lucidità per tirarsi fuori; inquieti e enigmatici (fino a un certo punto) il loro è un  percorso che evidenzia il contrasto tra l’apparente obiettività del racconto e le illusioni vissute dai singoli. E’ attraverso una serie di semplici meccanismi metonimici che la scrittrice crea situazioni che raccontano i rapporti che legano, malgrado situazioni complesse, un personaggio all’altro. La scrittrice sembrerebbe aver fatto sua la lingua dei due personaggi principali e la utilizza per esprimere pensieri e raccontare. Si ritira nel personaggio e la rappresenta come lui la vede. La struttura narrativa non ha niente di particolarmente “profondo” (tranne l’amore e i suoi “giochi” e le imprevedibilità), la scrittrice è attenta a far sì che il lettore si affezioni alla storia di Alessia e Maurizio, la cui felicità da una parte è vincolata al possesso del bene e dall’altra parte a mantenere una certa libertà da vincoli troppo rigidi. Situazioni che muove  comunque entrambi i protagonisti a trovare sempre un equilibrio. Questa è la traccia all’interno della quale si inseriscono varianti con tutta libertà. Naturalmente attendiamo la nuova fatica della Rigamonti per trovare conferma. Il suo è un lavoro agile che risulterà più agile di quanto si crede ora che la conoscenza di tecnica e di mestiere hanno preso spazio alla generosa  “voglia di scrivere”.  (Aldo Caserini)

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Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”

Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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