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NATURARTE / Una mostra rievocativa dei venti anni

naturarte-303x207Naturarte entra nel ventesimo anno con una selezione rievocativa alla Bipielle Arte. Venti edizioni sono un risultato rispettabile, da rendere quasi scontate le parole di stima e di elogio. Sennonché far la semplice conta delle edizioni significherebbero poca cosa – quasi quanto giudicare un libro dalle copie vendute, dal suo peso o dal numero delle pagine – se non si considerassero insieme l’impatto e il “contesto”. E questo, al di la di quanto possono legittimamente chiedere, per il loro meritorio lavoro, i curatori.
Nel suo percorso, Naturarte ha conosciuto saliscendi che un anniversario inclina per simpatia a trascurare. Sarebbe un giochetto malinconicamente infantile praticarlo. In primis perché a Naturarte non sono mancate le prove ben connotate espositivamente, che hanno saputo mettere in scena la sfida costante del soggettivo col collettivo, dell’individuo con la cultura del tempo. Basterà citare gli apporti di Alix Cavaliere, Floriano Bodini, Ugo La Pietra Ennio Morlotti, Paolo Baratella, Lucia Pescador, Joseph Beuys, Renato Galbusera, Giansisto Gasparini, Attilio Forgioli, Fabrizio Merisi, Giuliano Mauri, Renato Galbusera, Gabriella Benedini, Clara Bartolini, Piero Leddi, Maria Jannelli…artisti di valore nazionale che hanno lanciato messaggi precisi diversi dalle frivolezze presenti invece in “percorsi” impegnati più a mostrare elenchi di artisti.
Mostre del tipo di Naturarte difficilmente potrebbero avere un cammino lineare. Sono spesso un rompicapo: risentono di associazioni, contrasti e corrispondenze, anacronismi e dissonanze. Dotarle della forza di interpretare una “visione” che raccolga l’espressione di un dato momento richiede progetti curatoriali accurati e scrupolosità nel selezionare opere ed espressioni in grado di portare in superficie la loro relazione con la tematizzazioni della rappresentazione, di rivelare le parentele tra “le cose” presentate e quelle pensate o immaginate.
Nell’abbondanza delle opere che hanno tracciato la strada di Naturarte, a parte lo sfiancamento procacciato da replicanti implacabilmente presenti, mentre nelle prime edizioni non facevano difetto opere di qualità e di contenuto da fornire risposte alle domande che la gente pone al mondo delle arti visive, nei frammenti di informazione e di “nuova narrativa” che successivamente hanno preso sopravvento, a parte le eccentricità e le trasgressioni della contemporaneità, non hanno brillato le idee veramente originali e nuove.
Al di la delle querelle che l’hanno sempre accompagnata, l’esperienza di Naturarte resta l’unica manifestazione territoriale sorretta da una impalcatura o progetto pubblico “consortile” per la divulgazione delle arti visive. Se a questo dato di natura intellettuale si affianca la consapevolezza che il successo di pubblico delle mostre non deriva solo dalle premesse di un progetto culturale, ma dal piacere e dall’emozione che provocano le opere esposte, il seguito del discorso non può che suggerire considerazioni che ratificano la forzata presenza di condizioni diverse e opinabili. Una senz’altro non trascurabile : nei venti anni di Naturarte è esplosa in Italia la mostramania, fenomeno di proliferazione delle attività espositive promosse e sostenute da flussi finanziari e turistico-commerciali, che hanno orientato il pubblico verso offerte di contenuto. Si chiama “competitività”. Una risorsa che nel lodigiano non si è mai fatta vedere. La mostra che si inaugura mercoledì a Bipielle Arte sarà l’occasione per approfondire questi aspetti che hanno accompagnato i primi venti anni di un progetto espositivo che tra “alti e bassi” ha saputo reggere a una concorrenza spietata e impari per risorse finanziarie e organizzazione.

NATURARTE – Percorsi artistici nel territorio lodigiano 1998-2017- a cura di Mario Quadraroli e Renato Galbusera – Dal 18 gennaio al 12 febbraio – Inaugurazione mercoledì 18 gennaio alle ore 18 – Info:Fondazione Banca Popolare di Lodi tel. 0371 440711 – Fax 0371 565584

 

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ARTE E IMPEGNO POLITICO NELLA MILANO DEGLI ANNI ’70

gallery-lissone21Tra gli anni Sessanta e Settanta l’ideologia e la politica si respiravano nelle strade, al punto che si cominciò a parlare di “politicizzare il quotidiano”. L’arte scoprì la vocazione al sociale e la trasformò nel “motore del fare”. “La parola agli artisti”, inaugurata sabato al Museo d’arte contemporanea di Lissone è un po’ il seguito di quella tenuta a Palazzo Reale nel 2012, e, come quella, risulta particolarmente vivace e ricca di esperienze tanto decisive quanto in parte rimosse dalla critica e dalla cultura ufficiale. Curata da Cristina Casero docente di storia dell’arte dell’Università di Parma ed Elena Di Raddo, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica di Milano, e co-autrici dei volumi “Anni Settanta. La rivoluzione nei linguaggi dell’arte” (Postmedia books, 2015) e “Anni ’70: l’arte dell’impegno (Silvana Editoriale, 2009), l’esposizione riaccende l’attenzione sull’arte politica della contestazione; documenta com’essa fu frutto dell’affioramento di una esigenza culturale e della presa di coscienza dei mutati presupposti materiali-economici. L’evento espositivo pone inoltre interrogativi, più di quanto non sembri dal titolo: in primis la questione della sua rimozione, poi quella di un potenziale ritorno, nell’attuale crisi, dei temi e delle rivendicazioni di quel “decennio”.
All’arte “sessantottina”, parteciparono diversi artisti del territorio ( Mauri, Volpi, Staccioli, Quadraroli,…). Fu un’arte che si fondava sulle celebri “M” della saggistica allora in voga ( Marx, Marcuse, Mao, McLuhan), che sosteneva il passaggio dell’arte all’estetica e al vedere mentale; e ammetteva il “momento artistico” solo come operazione perimetrata dall’ideologia (“rivoluzionaria”).

Fernanda Fedi

Fernanda Fedi

Con Restany – uno dei profeti-accompagnatori più seguiti del ’68 sul versante delle arti -, l’adesione nel milanese si fece più decondizionata. Permise forme di espressione diverse, in cui molti trasferirono il loro sogno di utopia universale.  La mostra lissonese rivisita quei momenti. La mappatura  coglie l’ impegno degli artisti del momento nel confrontarsi con le altre forme di espressione visiva e l’interazione con le questioni legate alla vita sociale, alla politica, all’economia; si sdebita con la “metalinguistica” che segnò la creativa del periodo; cattura l’attenzione su alcuni dei protagonisti, molti dei quali divenuti noti dopo la contestazione anche sul territorio: Nanni Balestrini, Paolo Baratella, Gabriella Benedini, Fernando De Filippi, Ugo La Pietra, Giangiacomo Spadari, Umberto Mariani, Emilio Isgrò, Enzo Mari, ecc.

Gino Gini

Gino Gini

E, tra di essi, Fernanda Fedi e Gino Gini, due artisti sempre disponibili a incrociare con rispetto i propri occhi con la ricerca e l’esistenza, presenti in molte iniziative locali: il Gelso, Semina Verbi, Cesaris per l’arte, Biennale di Lodi.

I temi della mostra verranno affrontati anche in un convegno dal titolo “Arte Fuori all’Arte. Incontri e scambi fra arti visive e società” che si terrà il 12 e 13 ottobre all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 Opere e documenti di Fernanda FEDI e Gino GINI sono presenti a: “LA PAROLA AGLI ARTISTI” – Arte e Impegno a Milano negli anni Settanta – MUSEO d’ARTE CONTEMPORANEA di Lissone -Fino al 27 novembre 2016
 

 

 

 

 

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GIULIANO MAURI (1938-2009). LA NATURA BARRIERA CONTRO IL NULLA

GIULIANO MAURI

GIULIANO MAURI

L’avanguardia è stata la controversa avventura d’avvio di Giuliano Mauri. Dietro a una certa maschera ideologica c’era un illuminista. Scostante, come un pugile che tiene a distanza l’avversario, egocentrico, irrequieto, quel che si vuole. Ma internamente cartesiano. Progettare era per lui il dispositivo che lo spingeva a creare, sorretto dal desiderio di costringere la visione umana (e i comportamenti) dentro sistemi ritenuti esatti. Che prima erano stai quelli teoricamente dell’arte-icona-sociale suggeritagli da gruppi milanesi, poi quelli delle prime ricerche naturalistiche, corrette da slanci e da passioni, infine di una “filosofia” dove superfici architettoniche e simboli sono divenuti territori aperti dove l’arte entrava in natura e la natura dimensionava l’arte, Un modo per dar contro a certa arte ecologica o arte del territorio o Land Art da salotto che allora andava di moda. Non lo ha mai confessato, ma forse lo ha aiutato a cambiare Enrico Baj, feroce critico dei vandalismi che certa imbecillità artistica procurava in giro. O forse semplicemente perché dietro la maschera e alle parole nascondeva emozione e sensibilità poetica.
La mostra all’ex Chiesa di San Cristoforo – prima delle undici tappe lombarde messe in piedi dalla Triennale di Milano in occasione di Expo 2015 – secondo il progetto “Expo Xtra” articola una serie di mostre che oltre Lodi vede coinvolte Milano, Sesto San Giovanni, Brescia, Mantova, Dalmine, Sondrio e Varese -. Costituisce un’occasione per i lodigiani per riprendere il rapporto con la vicenda artistica di Mauri, conoscere alcune sue strutture-immagini che riportano l’uomo entro i confini della natura. Con essa, negli anni Ottanta egli ritrovò una grammatica artistica personale, portata poi avanti con coerenza, fino all’esperienza di un linguaggio in cui oggi è difficile non riconoscere “consacrazione”.
In un sistema disperatamente condizionato dall’esigenza di trovare un nuovo equilibrio con la terra, il processo esperenziale di Mauri ha trovato unità nella consapevolezza culturale del rapporto con la terra, il fiume, i vegetali, il tempo. Attraverso elementi costruttivi e l’individuazione di tecniche di intreccio ha modificato la sua espressione in senso plastico, dotandola di una diversa dimensione estetica, legata alla godibilità, ma sottoposta al concorso del tempo, atteso e vissuto come momento di compartecipazione alla creazione/corruzione dell’intervento umano.
Nelle opere che la Triennale di Milano propone al San Cristoforo e che rappresentano una sorta di viaggio immaginario oltre a indicazioni di segni di propensione naturale e di dimensione plastica, si scopre la tensione – a volte concettuale, mai religiosa, senz’altro interiore – che lo spingeva verso l’attrazione vegetale. Tra reti e reticoli che assumono a volte ritmi fantasmagorici, come in alcuni pannelli che richiamano la creatività del ragno – l’ordine espositivo diventa nello spazio architettonico un impianto di segnali originali, di espressioni generative, di simboli che ricordano il percorso dell’uomo e della natura legati entrambi indissolubilmente all’azione del tempo. La manualità fattasi abile modula però soprattutto emblemi di ritrovata “alleanza”. Non sono tanto o solo gli elementi scenografici o i modellini di effettive installazioni realizzate nel corso di numerosissime operazioni a colpire e intrigare. E’ la forza dei lavori che aiuta a individuare radici: quelle delle sue meditazioni, dei suoi gesti, del suo congiungere alla manualità il trasporto lirico e persino di un certo suo misticismo. Termine che sappiamo bene a lui non sarebbe piaciuto, ma è l’unico che aggiunge ulteriore spessore all’impronta individuale delle sue scelte.

Giuliano Mauri – Chiesa San Cristoforo Lodi- Retrospettivaa curata da Studio Azzurro e Francesca Regorda. Per info tel 0371.409238 IAT di Lodi – email iat@comune.lodi.it  Fino al 20 settembre 2015

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GIULIANO MAURI: ARCHITETTURE DELL’IMMAGINARIO

MAURI Giuliano (foto) 2“Architetture dell’immaginario”, che la Triennale di Milano dedica a Giuliano Mauri all’ex chiesa di San Cristoforo, fa parte di un “viaggio” rappresentato da undici mostre di architettura, arte e design messe in piedi dall’istituzione per Expo 2015. Costituisce un esempio di forme e strutture che traducono – non già nel senso di mera strumentalità esterna ed occasionale – l’idea di artisticità coltivata dall’artista, in cui si ritrovano l’essenza naturale, storica e culturale di un’arte coltivata riacquistandone il vigore problematico all’interno di una visione d’architettura e di scienza fenomenologica.
L’inaugurazione ha richiamato allo spazio di via Fanfulla il pubblico delle migliori occasioni, dagli esponenti dell’Istituzione milanese (Andrea Cancellato, direttore della Triennale) a rappresentanti della cultura (Gino di Maggio della fondazione Mudima) a personalità dell’amministrazione provinciale (Mauro Soldati) e cittadina (il sindaco Simone Uggetti, gli assessori Andrea Ferrari e Giuliana Pozzoli) a galleristi amici dell’artista (Jean Blanchaert). L’ottimo allestimento (curato da Studio Azzurro e dalla nipote di Mauri, Francesca Regorda) su progetto di Fabio Cirifino e Laura Moncolini) mette in luce con energia le pecualiarità e il cifrario estetico dell’autore, morto sei anni fa. Quella offerta – in attesa della Cattedrale – è un’occasione per riavvicinarsi all’opera dello scultore e abbattere i resistenti muri della diffidenza (e della retorica).
Codici, Tessuti, Accumuli, Bozzoli, Spirali, Anfore, Cornucopie, Isole vaganti, Barche sospese, Ombre, Nidi, Soli. Case della memoria eccetera, raccolti e ordinati per argomenti e soggetti (Culle per oliere e poetiti, Tele e azioni al vento, Bosco, isole e zattere, Osservatori e Ponti, Codici acquatici, Colonne e cattedrali) mettono in campo un particolare sistema segnico, una presentazione di valori fruibili anche in perfetta consumazione percettiva, sottraendoli a quelle teorie che dogmatizzavano l’arte in natura. Mauri tiene insieme il saper fare e la poesia, la manualità e l’idea, le preposizioni emotive e quelle razionali, i simboli estetici descrittivi e i simboli estetici normativi. L’esperienza artistica condotta, con i suoi livelli interagenti intuitivi e operativi, trovano nell’esposizione resa possibile dalla Triennale e dal Comune di Lodi una ricostruzione interpretativa e una riflessione unitaria. Le architetture di Mauri, attraverso l’immaginario si collocano all’interno di una cultura della natura, dove la natura non è solo il paesaggio da ammirare, ma la filosofia, il perimetro del mondo umano vivibile. E, dove acquisisce significato il superamento da parte dell’artista di quell’allineamento politico e formale sessantottino, Spadari, De Filippi, Baratella, Mariani eccetera, nunzi del “mito della contestazione” e delle lotte politiche legate agli avvenimenti di quel tempo (in mostra rappresentate dai teli); e la scoperta di altri “temi”, il muoversi verso una consapevolezza sdogmatizzata e una poetica che non esclude estensioni estetiche.
In queste sue scelte Mauri si è mosso da solitario. Ha mandato, a farsi benedire i generi “imposti”, le strutture espositive esistenti, mettendosi a praticare un’arte povera che “si situa nella natura”;;, un’arte che aveva ( è bene ricordarlo), assertori e antesignani gli artisti svedesi e finlandesi dell’arte nordica e svizzeri dediti a trasformare le zone boscose in una sorta di contro-mondo, mettendo a confronto le contraddizioni culturali e l’eterno conflitto tra il razionale e l’irrazionale del nostro secolo.
Delle tante operazioni (anche di dubbio significato ) che hanno attraversato la Ecologic Art , l’arte di Mauri si distingue sia concettualmente che nei risultati.
Personaggio di talento poetico, ha praticato con devozione un’arte non da appendere (salvo alcune eccezioni), fatta di vimini, canne, paglie, bambù e di ogni altra vegetazione flessibile, situata “nella natura”. Negli ultimi anni, prima che il male lo aggredisse, ha raggiunto con l’elevata manualità una percezione dello spazio e uno sviluppo immaginativo che lo hanno differenziato dai troppi pronti a sposare una qualsiasi moda, anche ecologica

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ANDREA CESARI, RIGOROSAMENTE CRITICO

UN’ARTE CHE PROVOCA ASSOCIAZIONI DI IDEE MULTIPLE

 

ANDREA CESARI: "Assemblati"

ANDREA CESARI: “Assemblati”

Andrea Cesari, classe 1950, codognese di nascita, oggi piacentino di residenza dove ha un proprio studio di graphic-designer in via Sant’Antonino 34, appartiene al nucleo di quegli artisti laudensi (Ugo Maffi, Franco De Bernardi, Luigi Bianchini, Paolo Marzagalli, Gabriella Podini, Maria Chicco, Fabio Scatoli, Giuliano Mauri, Mauro Staccioli, Vittorio Corsini, Paolo Tatavitto) che prima (e meglio) di altri hanno legato il proprio nome ad esperienze artistiche degli anni Settanta-Ottanta del XX secolo, contribuendo alla loro esplorazione e diffusione. In particolare, Cesari ha saputo indicare, attraverso scelte di linguaggio e di materiali una aderenza particolare alle esperienze dell’arte contemporanea, contribuendo alla rivalutazione del segno, della materia, della composizione, delle procedure tecniche e della percezione, proponendo sul territorio, dopo una prima fase dedicata al soggetto realistico, un genere di arte basato principalmente sulla esecuzione, sull’impiego di elementi materici naturali, senza tuttavia abbandonare la stesura e il “disegno”, la forma e il cromatismo. In altre parole dedicandosi all’uso di segni a volte astratti, a volte mossi da un “significato” concettuale, altre volte da interessi “applicati” (pensiamo alle stoffe, ai tessuti monocromatici e policromi) di riferimento industriale sia di carattere naturalistico che di carattere simbolico, col ricorso a foglie, semi, aghi, legni, sugheri eccetera.
A parte le prime esposizioni (figurativa la personale di esordio, esattamente quarant’anni fa a Bergamo, alla galleria “Il Capricorno”), dalla presenza al “Gelso” di Giovanni Bellinzoni (presentato da Amedeo Anelli), fino alle ultime esibizioni (Gong, Syrinx III, Semina Verbi, Orizzonti d’arte, Notte Blu, Ciò che unisce, Per cinque+1 ecc.) è possibile ritrovare e distinguere nella sua produzione filoni diversi, esperienze di arte progettuale, concettuale, oggettuale, minimale, concreta, materica, spaziale. Insomma, tutto quanto può essere classificato oggi come arte “attuale” o “attualista”, in cui si ritrovano e combinano il contingente e l’investigativo. Scelte che in Cesari trovano omogeneità di sviluppo e carattere nella mutevolezza del proprio linguaggio. E’ evidente che all’ artista non è mai piaciuta la ripetitività, ha sempre impostato la sua ricerca sul “nuovo” e su una sua interpretazione attendibile, senza preoccuparsi troppo delle parentele, vere o presunte. “Oggi – dichiara lui stesso – opere che sembrano diverse hanno in realtà molto in comune. In architettura o nell’arredo urbano, i progetti che prendono in considerazione lo spazio tridimensionale o bidimensionale dell’ambiente conciliano l’uso e la modulazione del colore con l’architettura, la materia e lo spazio”.

Nella foto: Amedeo Anelli,  il gallerista Giovanni Bellinzoni e Andrea CesaRI

Nella foto: Amedeo Anelli, il gallerista Giovanni Bellinzoni e Andrea CesaRI

Stoffe, carte, plastiche, foglie, semi, legni e altro materiale danno spessore al suo “fare” arte, ai modi costruttivisti e concretisti, senza che essa slitti nel campo di situazioni ambigue. Inserzioni, modulazioni, intersecazioni, insieme al segno e al colore trovano rispondenza in una razionalità, in architetture, in texture e anche in richiami allusivi e magici, mai freddi o spenti e altrettanto mai convulsi (espressionistici). La forma (variabilmente geometrica) è sempre una presenza problematica o come intenzionalità d’un divenire, di un nuovo diverso percorso.
Quella di Cesari è un’arte che provoca sempre associazione di idee multiple, di sensazioni visuali ora fuggitive ora pregnanti, di emozioni ora coscienti ora incoscienti. L’artista chiaramente lavora sulla percezione visiva di segno, materiale, composizione, colore; sulle modificazioni spaziali, sul rimando reciproco e dialettico degli elementi che reclamano sempre una buona partecipazione. A proposito delle “parentele” vale scomodare quel che diceva di sé un minimalista americano, Sol LeWitt: “La mia arte non è di invenzione. Sono influenzato da tutte le forme dell’arte che ammiro, assimilate dal mio processo mentale”. Ecco come originano e concentrano i richiami sottilmente mentali dell’arte di Andrea Cesari.

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GIOVANNI BELLINZONI GALLERISTA (1929-1992)

IL VIZIO DELL’ARTE

“Il Gelso” 1970-1990
“Il Nuovo Gelso” 1991-1992

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

Il Gelso non è stata una delle tante gallerie, una dei tanti contenitori vuoti sorti prima e dopo in città. Merito del suo fondatore, di quel Giovanni Bellinzoni che ha subito fatto della sua autonomia e del suo “profilo” critico, il motore per ricavare esperienza estetica ancor prima che organizzativa e dal diretto rapporto con artisti e critici suoi consulenti e amici l’occasione per sollecitare stupori e nuovi interessi. Realizzando in via Marsala a Lodi il punto per un racconto corale al quale partecipavano artisti di tutta Italia.
E’ senz’altro apprezzabile che nel 2002 si sia tornati parlare di questo gallerista d’avanguardia, conduttore dello spazio di via Marsala a Lodi (prima al n.50, poi al n.31), sede di mostre indimenticabili e, soprattutto, centro di irradiazione culturale, di dibattiti e incontri di livello nazionale e internazionale.
Personalmente siamo testimoni del suo dolore, quando si vide costretto a chiudere i battenti. Allora sperò creando il “Nuovo Gelso” di poter riannodare il rapporto dei lodigiani con l’arte visiva. Nel dicembre del 1991, inaugurò lo spazio in piazzale Barzaghi con Edgardo Abbozzo, con il quale aveva solidale amicizia. Subito dopo, con “Scaffali”, propose Abbozzo, Baj, Brindisi, Cantatore, Castellani, Dorazio, Nespolo, Spinoccia, Tamburi, Turcato. Poi, a maggio, una collettiva di Abbozzo, Calderara, Ceroli, Consagra, La Pietra, Mastroianni, Tadini, Vedova, ecc. Ma i lodigiani ormai guardavano ad altro. Una constatazione che ne accelerò il declino fisico, fino alla morte avvenuta il 21 dicembre 1992.
Come gallerista Bellinzoni portò a Lodi nomi significativi dell’arte italiana del tempo. Bastano pochi nomi: Umberto Mastroianni, Ibrahim Kodra, Lucia Pescador, Pippo Spinoccia, Rino Sernaglia, Lucio Fontana, Alik Cavaliere, Dadamaino, Eugenio MOntale, Emilio Scanavino, Agostino Bonalumi, Umberto Mariani, Paolo Baratella, Enrico Baj Fernando De Filippi, Piero Dorazio, Dadamaino, Fernanda Fedi, Bruno Munari, Emilio Tadini, Mario Schifano, Antonio Fomez, Edgardo Abbozzo, Ugo Nespolo. Nomi assolutamente inimmaginabili oggi

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

Nel ventennale della morte si poteva pensare a qualcosa di diverso rispetto alla prima iniziativa.. A ricostruirne non solo la pratica curatoriale, ma il percorso, a studiare i confini del Gelso sulla scena dell’arte milanese, ad approfondire le condizioni della sua “visibilità” e del suo successo oltre che strettamente espositivo come luogo di transito e di metamorfosi di ricche stagioni.
Avrebbe restituito una immagine più completa di questo promotore coraggioso, con il fiuto dell’anticipatore. Basti pensare alla sua attenzione per la fotografia, proposta attraverso le opere di Luigi Ghirri, Aldo Tagliaferro, Stefano Valabrega, Migliori, Fabrizio Garghetti, Pino Secchi). Oltre che i meriti di esser stato uno straordinario sostenitore di artisti locali (Mauro Staccioli, Giuliano Mauri, Maria Chicco, Gabriella Podini, Fabio Scatoli, Andrea Cesari, Vittorio Corsini, Mino Eboli, Paolo Costa, Paolo Marzagalli, Mario Quadraroli, Franchina Tresoldi, Luigi Poletti ecc.).
Nelle vesti di curatore, Giovanni Bellinzoni è stato un personaggio necessariamente eclettico – a un tempo animatore, pusher e fratello degli artisti, un creatore di comunità, uno che faceva che le cose accadessero, suggerendo idee, letture, interpretazioni. Sempre disposto a misurarsi con i diversi linguaggi dell’arte e con le più diverse interpretazioni. Le mostre a cui ha dato forma, sono tracce inconfondibili. Interpretano una pratica “creativa”, che non si limitava ad “attaccare” quadri alle pareti. Di ogni artista era attento al vissuto, con tutti condivideva l’esigenza di mettere in scena le tracce delle loro mitologie individuali. In tanti anni di intensa attività ha avuto il merito di provare e riproporre la natura propositiva dell’esposizione, non una vetrina “di lusso”, ma di un esibito discorso sull’arte e. quindi, sul mondo. Non è mai stato un “commerciante” di opere d’arte, ma un cantiere di idee, tra i cui compiti c’era anche quello di scuotere il gusto e i rituali di una città di provincia ridefinendone il ruolo rispetto alla vicina Milano..

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PAOLO MARZAGALLI A DIECI ANNI DALLA MORTE

PAOLO MARZAGALLI: "Interno con figure", olio su tela, 90x100

PAOLO MARZAGALLI: “Interno con figure”, olio su tela, 90×100

Domenica 1 giugno al Castello di Fombio all’interno di “DecreTento” (fiera della decrescita, dell’artigianato e dall’autoproduzione) si aprirà la mostra “Gong II. Percorsi dell’Arte Contemporanea” a cura di Amedeo Anelli.
In esposizione saranno lavori di Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Fernanda Fedi, Gianmario Ferrari, Mario Ferrario, Gino Gini, Paolo Marzagalli (nel decennale della morte), Pierluigi Montico, Pino Secchi, Giulio Sommariva, Gianfranco Tomassini, Riccardo Valla, tutti o quasi tutti artisti ben noti ai lodigiani. Le opere presentate aiuteranno a rinverdire l’attenzione sugli autori, a risvegliare curiosità attorno alle loro singolari produzioni, a dividere l’ attenzione per categorie e classificazioni: quelli che pongono interesse ai fatti quotidiani; quelli che muovono (o si sono mossi) da una concezione della vita: quelli che rimandano per figurazione agli sviluppi della pittura, propongono immagini di fluidità e cercano l’espressione nella autonomia dei linguaggi

Paolo Marzagalli ((foto F.Razzini)

Paolo Marzagalli ((foto F.Razzini)

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La scelta di Anelli offrirà una posizione comunque d’insieme. Servirà al visitatore per scoprire come attraverso evoluzioni, approfondimenti, ribaltamenti, un nucleo di artisti locali – in particolare Cesari, Montico, De Bernardi, Ferrario, Marzagalli – sia arrivato ad accompagnare l’adozione di mezzi diversi per costruire nuove immagini.
Significativo poi l’omaggio che “Gong II” renderà a Paolo Marzagalli a dieci anni dalla scomparsa. Marzagalli è stato (con Maffi, gli scultori Staccioli, Corsini, Mauri, Paolo Costa e ad Angelo Frosio), l’artista che ha introdotto nel lodigiano (grazie anche all’appoggio del gallerista Giovanni Bellinzoni) un diverso modo di guardare e intendere l’arte; di distinguere il presente dal passato, la bellezza attuale rispetto a quella passata, studiando soluzioni originali e insolite che hanno legato il suo discorso pittorico alla condizione umana. Attraverso rappresentazioni di sottile tensione, collocate in una orditura originale, l’artista ha contribuito a far passare in città la distinzione tra modernità e attualità. Marzagalli è stato uno dei pochi che hanno gettato semine d’ avanguardie, che altrove risultavano mature ed erano colte mentre da noi erano coltivazione sconosciuta.

 

          Aldo Caserini

 

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