Archivi tag: Giovanni Bellinzoni

Roberto Fenocchi, l’officina post-concettuale a “CasaIdea”

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

Alcune opere di Roberto Fenocchi esposte a CasaIdea

All’ex-chiesetta del Viandante di Tavazzano, storica location di “Casa Idea” che i fratelli Acerbi, affermati arredatori lodigiani, ambientano a eventi culturali, esposizioni, conferenze e concerti, prosegue l’interessante vetrina dei prototipi di Roberto Fenocchi, il cui “decollo” artistico fu segnato da Giovanni Bellinzoni a scavalco degli anni Settanta-Ottanta al Gelso, fuori dagli imperanti standard di validità operativa e qualitativa.
Ora, in una fase avanzata dell’età contemporanea, in cui i fronti dell’arte accavallano logiche diverse, meridiane e parallele, e la rappresentazione è resa ostica dalle difficoltà di ricostruzione filologica delle mappe, la ricerca artistica di Fenocchi si propone per il modo un po’ audace e un po’ estroso, fuori dagli appiattimenti del “contesto”, attraverso una pittura che traduce manualità e concetti senza uscire completamente dall’esercizio del pennello, della tela e dei fogli di carta, del quadro e dei suoi riti. Ancora in grado di star lontana dal “presente banale” delle esperienze conformate agli stagni diffusi, con un proprio individuale coefficiente di novità, posto a distanza dalla congestione dei dijà vù del figurativo accademico e dalle lievitazioni sui generis di tanta pittura ornamentale aniconica, chiassosa e aggressiva quanto guarnita di lacerti sfarzosi.
In un clima di “tutti bravi” e di panoplia squadernata, il pittore di Villavesco riafferma un proprio personale percorso il cui primo merito è di non imbrogliare le carte con significati di “flusso verbale”. Consapevolmente o meno, di sicuro fuori da ogni teorizzazione redatta nei modi del messaggio pubblicitario, l’arte in mostra alla chiesetta del Viandante è condotta al recupero di caratteri sensibili-sensuosi, tra materia e atteggiamento estetico. Con passi di libertà e mosse di imprevedibilità, che la critica etichetta “post”. Ma che segnalano anche indirizzi “neo” scoperchiando segnali di “piccola poesia”, che innalzano il gesto, la materia, la casualità, la scoperta, il capriccio, il significante, la procedura, il repertuale, il movimento, il colore, l’insieme, l’accordo, il richiamo a modi liberi, vari, informali. E’ un’arte condotta all’insegna del “rompete le righe”, che non si preoccupa di imporre una legittimità di concetti, ma del “fare”, di una koiné di austerità compositiva, il cui voltaggio è ricaricato con note sensibili di accese colorazioni, giocando con una molteplicità di moduli, corpi e caratteri.

ROBERTO FENOCCHI: Antologia di opere recenti e non – CASAIDEA, ex-Chiesetta del Viandante, via Emilia, 23- Tavazzano con Villavesco – L’esposizione è visitabile tutte le domeniche, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.). O previo appuntamento telefonando al  333 2301800 Fino a: data non definita

 

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OMAGGIO A PAOLO MARZAGALLI (1928-2004)

Marzagalli in uno scatto di Franco Razzini

UN PITTORE NEI LABIRINTI DELL’ESISTENZA

L’ ex chiesa dell’Angelo accoglie da sabato una bella mostra di Paolo Marzagalli, una raccolta di lavori attraverso i quali è possibile rendersi conto dell’attività di questo pittore lodigiano morto più di dieci anni fa. Per quanto sia stato scritto, tornare a scoprire immagini e tempi della sua storia segreta e intima è sempre una emozione.
Marzagalli appartiene alla generazione del secondo dopoguerra di Lodi, quella dei Bosoni, Vertibile, Perego, Vailetti (Benito), Maffina (Franco), Sportelli, Stromillo, Vanelli, Franchi, Maffi, Weremeenco, Belò; prima della stagione dei Volpi, Napoli (Mino), Farfaglia, Cotugno, Poletti, Tresoldi, Bertoletti, Vailati, Bracchi, De Lorenzi, Martinato, Mai; e di quella dei Staccioli, Mauri, Chiarenza; Santus, Corsini, Costa, Podini Garbelli, Minelli Mocchi. Ma le sue scelte sono stilisticamente ed esteticamente spostate dagli uni e dagli altri. Anche dai predecessori Monico, Vigorelli, Bonelli, Vecchietti, Locatelli, Roncoroni, Bassi, Igildo e Angelo Malaspina, Vailetti (Santino), Maiocchi, Migliorini, Ottobelli.
Oggi è comodamente accettata l’abolizione di ogni “confine tecnico” dell’espressione artistica, i principi dell’azione artistica inglobano e occupano tutti gli spazi, senza sostare ad alcuna regola di convenzione. Non così quando Marzagalli, uomo di fatica in una impresa lodigiana, impugnò per la prima volta i pennelli e a poco a poco, pur rimanendo un pittore estremamente schivo, si fece strada tra i lodigiani sostenuto dal gallerista Giovanni Bellinzoni e dal critico Amedeo Anelli. Contribuì, così con altri (Maffi, Staccioli, Corsini, Mauri, Costa, Napoli, Bruttomesso, Frosio), a introdurre nel lodigiano un diverso modo di guardare e intendere l’arte; di distinguere il presente dal passato, con soluzioni originali e insolite che hanno legato il suo discorso pittorico alla condizione umana attraverso rappresentazioni di sottile tensione, collocate in una orditura originale.marzagalli_opera
Marzagalli è stato tra coloro che hanno gettato in città semine d’avanguardie, mature altrove e sconosciute da noi. Il suo sguardo non si è adagiato sul mondo, ma sull’individuo, collocato in stanze chiuse, in scatole-labirinto dagli intricati siparietti e cornici in cui la realtà è percepita sospesa e l’uomo intrappolato è alla ricerca di una via d’uscita, a una permanente fuga da sé stesso; dolente protagonista di una realtà curiosa e separata, un po’ da brivido, richiama i drammi esistenziali di un Camus o gli interni alla Quarta Strada Est di Manhattan descritti da Mario Maffi o gli sdoppiamenti joneschiani e pirandelliani.
L’uso delle materie extrapittoriche (legni, carte pesanti, juta, cemento), introducono un rinnovamento tecnico, ma sono i colori ruvidi e luminosi che condizionano la struttura compositiva verso il tridimensionale. La retrospettiva all’Angelo, curata da Mario Quadraroli e da Ambrogio Ferrari, esibisce “stanze” sbilenche, tristi, a volte vivaci a volte quasi vuote, dove lo sdoppiamento è gioco, richiamo, testimonianza, non ha nulla di invidiabile e neppure di “vissuto” o di “cronaca”. I motivi compositivi di questa astratta inquietudine, sono creati con un calibrato gioco di superfici. Il tutto svela un autore diarista più che narratore. Raramente si notano finestre o porte, e neppure cose: oggetti, miserie, gioie, vizi. C’è solo un fiume di tormentati sogni affidati all’affacciarsi, ritrarsi, confrontarsi delle figure, che testimoniano la rappresentazione attraverso contrappunti che condensano i bisogni di fuga, di liberazione, di riscatto dell’uomo.
Paolo MARZAGALLI Interno Preparazione, olio su tavola, 70x100, 1980Un critico rigoroso, Aurelio Natali, negli anni Ottanta lo definì un poeta artigiano esistenziale. Saltati i miti della forma accademica e del realismo Marzagalli non si è lasciato lusingare dalle raffinatezze del figurativo stretto e in coerenza con la sua ispirazione ha affermato una posizione di lavoro apertamente rivolta alla collettività, invitata a cogliere il senso della vita e quello della commedia.
Con semplice processo simbolico e formalistico, la struttura plastica e gli accordi che sanno di cubismo, la pittura di Marzagalli si riduce a cristalline composizioni, a formule e a strutture contrapposte, si basa o quasi sull’ intuizione delle infinite possibilità e valenze assicurate dalla composizione di elementi.
a figura nasce dai materiali e dal sentimento, dialoga con le ombre. Ma l’ evanescenza della pittura, non ne marca descrittivamente le caratteristiche. fa avvertire solo un crogiolo di disagi, interiori, intellettuali, forse sociali, forse spirituali.
Anziché seguire le avanguardie storiche, Marzagalli si è avvicinato istintivamente alle strade del neoplasticismo, del suprematismo, del costruttivismo, a momenti della metafisica, facendole rifluire in un unico alveo personale, traendone un flusso di arcane presenze.

(Nota pubblicata sul quotidiano lodigiano e sudmilanese “il Cittadino”, 1 dicembre 2015)

I labirinti dell’esistenza – Retrospettiva di Paolo Marzagalli -ex- Chiesa dell’Angelo, via Fanfulla n.22 Orari: da martedì a venerdì dalle 16,00 alle 19,00; sabato e festivi: dalle 10,00 alle 12,00, dalle 16,00 alle 19,00

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CINQUE PITTORI RICORDANO PAOLO MARZAGALLI ED EDGARDO ABBOZZOZZO

 

Particolare della mostra omaggio a Carlo Marzagalli ed Edgardo Abbozzo a Casalpusterlengo

Particolare della mostra omaggio a Carlo Marzagalli ed Edgardo Abbozzo a Casalpusterlengo

All’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, con inaugurazione il 3 dicembre, si terrà a Casalpusterlengo una mostra in ricordo di Edgardo Abbozzo e Paolo Marzagalli nel decennale della morte. La mostra fa parte del progetto “Per i 50 anni del Cesaris e permette di approfondire oltre ad aspetti della produzione di Paolo Marzagalli e del maestro perugino Edgardo Abbozzo, quella di cinque loro amici: Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Paolo Marzagalli, Domenico Mangione, Pino Secchi, Riccardo Valla.
Paolo Marzagalli è nato a Lodi nel 1927 e qui è mancato nel 2004 . Si deve a Giovanni Bellinzoni nel 1977 l’organizzazione della sua prima personale al “Gelso”. Tale sostegno in numerose collettive e altre personali (1981,1985) non è mai cessato nei restanti anni, ricambiato con un’intensa partecipazione alle attività del Circolo Culturale che si contraddistinse per un’intensa attività di animazione ed incontro con l’ambiente artistico internazionale. Negli anni Ottanta Marzagalli partecipò al Premio Puecher di Casalpusterlengo e fu premiato nel 1982 al Premio Fabriano. L’anno successivo Il Museo civico di Lodi gli dedicò una mostra e negli anni successivi il pittore partecipò agli scambi con la città di Costanza. Sempre a cura di Aurelio Natali è da segnalare la sua mostra a Roma nell’86 alla sede della Popolare di Milano. Fra le iniziative più recenti si ricordano la personale all’ex Chiesa dell’Angelo a Lodi nel 1997, quella all’ I.I.S. “Cesaris” Casalpusterlengo 2003/2004 e la partecipazione alla mostra Realtà e Realismi del Lodigiano 1970-2001 a cura di Raffaele De Grada.

Un'opera di Polo Marzagalli in mostra al Cesaris

Un’opera di Polo Marzagalli in mostra al Cesaris

Di Edgardo Abbozzo si è detto molte volte. Nato a Perugia il 25 febbraio 1937 è stato fra gli artisti europei ad occuparsi del rapporto arte-alchimia, partecipando nel 1986 alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (XLII) nella sezione curata da Arturo Schwarz. Amico del gallerista Giovanni Bellinzoni, Abbozzo ha tenuto personali e preso parte a collettive nei maggiori centri d’Europa, d’America e del Giappone.
L’ omaggio a queste due figure che hanno contribuito ad indicare negli anni Settanta-Ottanta al territorio una via d’uscita alla diffusa pratica artistica di maniera, promette anche un aggiornamento sull’opera di cinque artisti tra i più interessanti del lodigiano per poetica e qualità del contributo.

 

 

 

 

 

 

 

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ANDREA CESARI, RIGOROSAMENTE CRITICO

UN’ARTE CHE PROVOCA ASSOCIAZIONI DI IDEE MULTIPLE

 

ANDREA CESARI: "Assemblati"

ANDREA CESARI: “Assemblati”

Andrea Cesari, classe 1950, codognese di nascita, oggi piacentino di residenza dove ha un proprio studio di graphic-designer in via Sant’Antonino 34, appartiene al nucleo di quegli artisti laudensi (Ugo Maffi, Franco De Bernardi, Luigi Bianchini, Paolo Marzagalli, Gabriella Podini, Maria Chicco, Fabio Scatoli, Giuliano Mauri, Mauro Staccioli, Vittorio Corsini, Paolo Tatavitto) che prima (e meglio) di altri hanno legato il proprio nome ad esperienze artistiche degli anni Settanta-Ottanta del XX secolo, contribuendo alla loro esplorazione e diffusione. In particolare, Cesari ha saputo indicare, attraverso scelte di linguaggio e di materiali una aderenza particolare alle esperienze dell’arte contemporanea, contribuendo alla rivalutazione del segno, della materia, della composizione, delle procedure tecniche e della percezione, proponendo sul territorio, dopo una prima fase dedicata al soggetto realistico, un genere di arte basato principalmente sulla esecuzione, sull’impiego di elementi materici naturali, senza tuttavia abbandonare la stesura e il “disegno”, la forma e il cromatismo. In altre parole dedicandosi all’uso di segni a volte astratti, a volte mossi da un “significato” concettuale, altre volte da interessi “applicati” (pensiamo alle stoffe, ai tessuti monocromatici e policromi) di riferimento industriale sia di carattere naturalistico che di carattere simbolico, col ricorso a foglie, semi, aghi, legni, sugheri eccetera.
A parte le prime esposizioni (figurativa la personale di esordio, esattamente quarant’anni fa a Bergamo, alla galleria “Il Capricorno”), dalla presenza al “Gelso” di Giovanni Bellinzoni (presentato da Amedeo Anelli), fino alle ultime esibizioni (Gong, Syrinx III, Semina Verbi, Orizzonti d’arte, Notte Blu, Ciò che unisce, Per cinque+1 ecc.) è possibile ritrovare e distinguere nella sua produzione filoni diversi, esperienze di arte progettuale, concettuale, oggettuale, minimale, concreta, materica, spaziale. Insomma, tutto quanto può essere classificato oggi come arte “attuale” o “attualista”, in cui si ritrovano e combinano il contingente e l’investigativo. Scelte che in Cesari trovano omogeneità di sviluppo e carattere nella mutevolezza del proprio linguaggio. E’ evidente che all’ artista non è mai piaciuta la ripetitività, ha sempre impostato la sua ricerca sul “nuovo” e su una sua interpretazione attendibile, senza preoccuparsi troppo delle parentele, vere o presunte. “Oggi – dichiara lui stesso – opere che sembrano diverse hanno in realtà molto in comune. In architettura o nell’arredo urbano, i progetti che prendono in considerazione lo spazio tridimensionale o bidimensionale dell’ambiente conciliano l’uso e la modulazione del colore con l’architettura, la materia e lo spazio”.

Nella foto: Amedeo Anelli,  il gallerista Giovanni Bellinzoni e Andrea CesaRI

Nella foto: Amedeo Anelli, il gallerista Giovanni Bellinzoni e Andrea CesaRI

Stoffe, carte, plastiche, foglie, semi, legni e altro materiale danno spessore al suo “fare” arte, ai modi costruttivisti e concretisti, senza che essa slitti nel campo di situazioni ambigue. Inserzioni, modulazioni, intersecazioni, insieme al segno e al colore trovano rispondenza in una razionalità, in architetture, in texture e anche in richiami allusivi e magici, mai freddi o spenti e altrettanto mai convulsi (espressionistici). La forma (variabilmente geometrica) è sempre una presenza problematica o come intenzionalità d’un divenire, di un nuovo diverso percorso.
Quella di Cesari è un’arte che provoca sempre associazione di idee multiple, di sensazioni visuali ora fuggitive ora pregnanti, di emozioni ora coscienti ora incoscienti. L’artista chiaramente lavora sulla percezione visiva di segno, materiale, composizione, colore; sulle modificazioni spaziali, sul rimando reciproco e dialettico degli elementi che reclamano sempre una buona partecipazione. A proposito delle “parentele” vale scomodare quel che diceva di sé un minimalista americano, Sol LeWitt: “La mia arte non è di invenzione. Sono influenzato da tutte le forme dell’arte che ammiro, assimilate dal mio processo mentale”. Ecco come originano e concentrano i richiami sottilmente mentali dell’arte di Andrea Cesari.

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GIOVANNI BELLINZONI GALLERISTA (1929-1992)

IL VIZIO DELL’ARTE

“Il Gelso” 1970-1990
“Il Nuovo Gelso” 1991-1992

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

Il Gelso non è stata una delle tante gallerie, una dei tanti contenitori vuoti sorti prima e dopo in città. Merito del suo fondatore, di quel Giovanni Bellinzoni che ha subito fatto della sua autonomia e del suo “profilo” critico, il motore per ricavare esperienza estetica ancor prima che organizzativa e dal diretto rapporto con artisti e critici suoi consulenti e amici l’occasione per sollecitare stupori e nuovi interessi. Realizzando in via Marsala a Lodi il punto per un racconto corale al quale partecipavano artisti di tutta Italia.
E’ senz’altro apprezzabile che nel 2002 si sia tornati parlare di questo gallerista d’avanguardia, conduttore dello spazio di via Marsala a Lodi (prima al n.50, poi al n.31), sede di mostre indimenticabili e, soprattutto, centro di irradiazione culturale, di dibattiti e incontri di livello nazionale e internazionale.
Personalmente siamo testimoni del suo dolore, quando si vide costretto a chiudere i battenti. Allora sperò creando il “Nuovo Gelso” di poter riannodare il rapporto dei lodigiani con l’arte visiva. Nel dicembre del 1991, inaugurò lo spazio in piazzale Barzaghi con Edgardo Abbozzo, con il quale aveva solidale amicizia. Subito dopo, con “Scaffali”, propose Abbozzo, Baj, Brindisi, Cantatore, Castellani, Dorazio, Nespolo, Spinoccia, Tamburi, Turcato. Poi, a maggio, una collettiva di Abbozzo, Calderara, Ceroli, Consagra, La Pietra, Mastroianni, Tadini, Vedova, ecc. Ma i lodigiani ormai guardavano ad altro. Una constatazione che ne accelerò il declino fisico, fino alla morte avvenuta il 21 dicembre 1992.
Come gallerista Bellinzoni portò a Lodi nomi significativi dell’arte italiana del tempo. Bastano pochi nomi: Umberto Mastroianni, Ibrahim Kodra, Lucia Pescador, Pippo Spinoccia, Rino Sernaglia, Lucio Fontana, Alik Cavaliere, Dadamaino, Eugenio MOntale, Emilio Scanavino, Agostino Bonalumi, Umberto Mariani, Paolo Baratella, Enrico Baj Fernando De Filippi, Piero Dorazio, Dadamaino, Fernanda Fedi, Bruno Munari, Emilio Tadini, Mario Schifano, Antonio Fomez, Edgardo Abbozzo, Ugo Nespolo. Nomi assolutamente inimmaginabili oggi

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

Nel ventennale della morte si poteva pensare a qualcosa di diverso rispetto alla prima iniziativa.. A ricostruirne non solo la pratica curatoriale, ma il percorso, a studiare i confini del Gelso sulla scena dell’arte milanese, ad approfondire le condizioni della sua “visibilità” e del suo successo oltre che strettamente espositivo come luogo di transito e di metamorfosi di ricche stagioni.
Avrebbe restituito una immagine più completa di questo promotore coraggioso, con il fiuto dell’anticipatore. Basti pensare alla sua attenzione per la fotografia, proposta attraverso le opere di Luigi Ghirri, Aldo Tagliaferro, Stefano Valabrega, Migliori, Fabrizio Garghetti, Pino Secchi). Oltre che i meriti di esser stato uno straordinario sostenitore di artisti locali (Mauro Staccioli, Giuliano Mauri, Maria Chicco, Gabriella Podini, Fabio Scatoli, Andrea Cesari, Vittorio Corsini, Mino Eboli, Paolo Costa, Paolo Marzagalli, Mario Quadraroli, Franchina Tresoldi, Luigi Poletti ecc.).
Nelle vesti di curatore, Giovanni Bellinzoni è stato un personaggio necessariamente eclettico – a un tempo animatore, pusher e fratello degli artisti, un creatore di comunità, uno che faceva che le cose accadessero, suggerendo idee, letture, interpretazioni. Sempre disposto a misurarsi con i diversi linguaggi dell’arte e con le più diverse interpretazioni. Le mostre a cui ha dato forma, sono tracce inconfondibili. Interpretano una pratica “creativa”, che non si limitava ad “attaccare” quadri alle pareti. Di ogni artista era attento al vissuto, con tutti condivideva l’esigenza di mettere in scena le tracce delle loro mitologie individuali. In tanti anni di intensa attività ha avuto il merito di provare e riproporre la natura propositiva dell’esposizione, non una vetrina “di lusso”, ma di un esibito discorso sull’arte e. quindi, sul mondo. Non è mai stato un “commerciante” di opere d’arte, ma un cantiere di idee, tra i cui compiti c’era anche quello di scuotere il gusto e i rituali di una città di provincia ridefinendone il ruolo rispetto alla vicina Milano..

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EDGARDO ABBOZZO (1937-2004) E IL LODIGIANO

Lo studio dell'alchimista. Foto di Attilio Quintili

Lo studio dell’alchimista. Foto di Attilio Quintili

Dinnanzi alla “avventurosa” vicenda di una amicizia intensa e pubblica come quella dell’artista umbro di fama internazionale Edgardo Abbozzo e del gallerista lodigiano Giovanni Bellinzoni non si può non soffermarsi sui significati che essa ha avuto nella proiezione della cultura visiva di una città allora piuttosto provinciale nella scelta dei propri interessi ed estranea all’ intrecciarsi dei mutamenti dell’arte. Negli ultimi anni del “Il Gelso”, lo scultore, pittore, grafico ceramista di Perugia è stato l’ascoltato consigliere del gallerista lodigiano. Alcune iniziative e artisti hanno trovato visibilità in via Marsala a Lodi proprio grazie alle sue indicazioni. Giovanni Bellinzoni usava preferibilmente definirle “insegnamenti”, intendendo con ciò dare alle proprie scelte di gallerista l’impronta suggestiva del magistero dell’allora direttore dell’Accademia di Belle Arti Vannucci di Perugia e membro del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, già direttore degli Istituti d’Arte di Deruta e di Firenze e docente di scultura alle Belle Arti di Carrara e di Perugia. Erano quelli, gli anni della svolta, della rottura e delle innovazioni fuori dalla tradizione, delle performance, del comportamento, dei materiali, Sotto l’aspetto della ricerca, Abbozzo, l’ Etrusco, come affettuosamente lo chiamava Bellinzoni, era un cervello delle avanguardie artistiche del centro Italia, senza essere uno di quell’esercito che con manifesti politici e carri allegorici rincorreva le mode dettate dal mercato, i temi e le tecniche suggerite dalla società dei consumi, ma un artista che nell’ arte tecnicamente avanzata cercava di far convergere e convivere elementi disparati in una logica appropriata alla tradizione e da guardare al futuro. Faceva circolare nelle sue opere i temi suggestivi della luce e dell’ombra, della temporalità e della percezione e dell’intuizione, cautelando nelle forme l’armonizzazione degli elementi. Ndel suo laboratorio didattico, come lo definiva, insieme agli sforzi della ricerca accompagnava quelli per il rilancio dei saperi artigianali, sollecitava anche un nuovo professionismo presso gli artisti. Da qui la grande importanza che dava all’educazione estetica e al ruolo della scuola. Era un maestro di dialogo, di uno scambio che non è mai stato né informativo né didascalico, esperto nel gioco delle prospettive. Nella formazione degli allievi rompeva con certi schemi d’accademia, coltivando rapporti speciali, non da “maestro” ma da collaboratore. Nella seconda metà degli anni ’80 l’amicizia col direttore di Kamen’ che svolgeva un fertile lavoro di consulenza per Bellinzoni, facilitò l’incontro tra i due, che si stabilì subito in confidenza e affiatamento anche sul terreno degli orientamenti espositivi. Abbozzo mirava a saldare l’attività dell’amico su percorsi creativi meno “illusionistici” (parole sue); l’altro, puntava a sovvertire in città le tradizionali funzioni dell’arte, da strumento di decoro degli uffici e dei salotti della borghesia a mezzo del dibattito culturale. Rincresce che proprio questo profilo non risulti esaminato e posto in luce nel volume sulla mostra commemorativa dell’attività del gallerista. Tra le carte e i referti non sarebbe stato malagevole rintracciarne il filo conduttore. Ricordare è importante, ricordare bene lo è ancor di più, soprattutto se i fatti sono chiamati a distinguere nelle biografie. Quali, appunto, le qualità dei rapporti di due appassionati cultori dell’arte che coltivarono la suggestione di rompere col “vuoto” (parole del gallerista) di una tradizione conformista radicata nei luoghi comuni. Quanto importante sia stato il lsodalizio si riceve dal fatto che nel decimo anniversario della morte del gallerista, mentre il “montaggio” istituzionale era tutto intento a promuovere le agende dell’ufficialità ufficiali, da Deruta Abbozzo non esitò a mandare a Kamen’ un gruppo di aforismi, di massime e pensieri pubblicandoli con dedica all’amico. Di Abbozzo, nel lodigiano, si è scritto molto, che è quasi difficile riprendere il filo di una tessitura tanto ricca, affidata in qualche caso a quella logica “cosmologica”, nutrita di “platonismo antico e moderno” (Anelli), che ha accompagnato la poetica ultima dell’artista. Il quale, preferiva parlare di “vocazione oscura” quanto “irresistibile”, di una necessità culturale. Di fronte alle sue opere ricordiamo ancora l’interrogativo di uno scultore che ci sollecitava a renderlo esplicito attraverso “Forme ‘70” ( un foglio da noi diretto e sostenuto da Bellinzoni): come neutralizzare l’azione di teorie e azioni di un’arte sottratta alla configurazione definita secondo le regole delle avanguardie degli anni ’50 ? Coniata da riferimenti non ideologici? Come reagire a una posizione che attribuiva al momento artistico d’essere “uno zoo”. Nello spirito la sua arte Abbozzo ha anticipato le ricerche “tecnologicamente avanzate” con cui oggi gli esperti teorizzano una diversa elaborazione attenta al portato dei media, di altre tecnologie elettroniche, chimiche, magnetiche, industriali applicate eccetera. Chi ha interesse a ricostruire la storia recente non ha difficoltà a riconoscere all’esperienza del maestro umbro una ricchezza di perfezionamenti e connessioni, di apparati e elementi incardinati nell’uso. La lingua comune dell’arte ha sempre usato ossimori, figure retoriche che negli accostamenti servono a tenere insieme due contrari. La complessità della natura non sempre può essere ridotta a unità. Abbozzo ha cercato l’unità, la coincidenza tra luce e ombra. Per il resto l’arte da lui elaborata (dopo l’abbandono a partire dagli anni Ottanta dei riferimenti precedenti) ha resi innocui quei rimandi retorici. Troppo diversa e lontana, da modificare la stessa esperienza del mondo. Ha ridotto la luce a segno, la luce a cosa, la luce a traccia. Ha evocato “l’oscura chiarità”. Come Corneille. Il suo è un universo nuovo, che diventa gioco della comunicazione, effetto della suggestione, svalutazione della parola. Va oltre a confini che fino a ieri erano dalle stesse avanguardie ritenuti invalicabili. Persino nella “rottura” c’era in lui precisione concettuale rara, cura del linguaggio, scelta personale efficace nella analisi estetica e nella ricapitolazione teorica. Insomma, Abbozzo è Abbozzo, quel che si è visto diverse volte al Gelso, a Semina Verbi, all’Istituto Cesaris di Casale, recentemente ricordato da CasaIdea a Tavazzano; è quello degli Aforismi di Kamen’, vere e proprie dichiarazioni di poetica e di teoricità, di tradizione anche metafisica; è quello delle cronache del Cittadino, di Formesettanta, soprattutto è quello delle analisi di Vittorio Fagone che gli riconosceva il gusto dell’ironia e la capacità del silenzio, di Italo Tomassoni che gli attribuiva un segno magico e illusorio, di un Amedeo Anelli che vi coglieva forza di mediazione allegorica. Un autore difficile? Probabilmente. Di sicuro un artista piacevole all’occhio, che intrigava ma non sempre era facile cogliere nei risvolti e nelle allegorie. Era un artista che a un certo punto del suo percorso, ha fatto del problema della complessità e della semplicità un problema di ribaltamenti: di determinazione iconica, segnica, di luce e di materia. Senza dimenticare la qualità. Muovendosi, anzi, contro l’ accettazione acritica diffusa che l’aveva sostituita. Proverbiale è il senso della sua intera esperienza, il suo innamoramento per la tecnologia che ha fatto dire a qualcuno che usava il laser come il “nuovo pennello”; e che al termine della nuova epifania, ha riorientato la ricerca alla interiorizzazione, mostrando quasi stupore nel guardarsi dentro. Sulle mutevoli e mutanti rotte del contemporaneo riusciva sempre a far parlare di sé, a centrarsi nel dibattito culturale più vivo, a costringere attraverso modi e motivi davanti a uno specchio. Ha praticato un’arte filosofale, in parte costruita sulla cosiddetta “magia della saggezza”. Le sue novità quasi sempre partivano dall’esigenza di un entroterra culturale, dall’attenzione riservata agli sviluppi formali, dalla capacità di trovare piani nuovi di consistenza attraverso immagini lucide e improvvise in cui fissare varianti emotive e di pensiero, il particolare e lo scrutinarsi. Quello conosciuto dai lodigiani è stato un artista sperimentatore. Che sapeva destreggiarsi con competenze sofisticate, inventare strumenti e soluzioni nuove, rivolgere attenzione ai mutamenti e perfezionamenti. Proverbiale anche la sua didattica. Ha ammaliato i giovani studenti del Cesaris con la parola. Costringendoli, senza copione, a stare sulla ricchezza dei concetti. L’ironia era parte della sua natura di pensatore. “L’incomunicabile? E’ la comunicazione”. Amava le proprie convinzioni da discuterle con chicchessia, senza rinunciare agli ideali che le avevano create. I suoi aforismi su Kamen’ godono di un successo sorprendente. La loro brevitas è il segno del saper essere in sintonia con il tempo. Sono sottolineature, citazioni, mischiano filosofia, speculazione, provocazione, paradosso, poesia, ironia, costituiscono un campo immensamente aperto, uno spazio che si dilaga, sono strumenti di “collimazione” con il mondo. Gli stessi delle sue strutture in ferro. Nelle numerose presentazioni nelle sedi lodigiane c’è un termine associato alla sua straordinaria versatilità artistica, l’alchimia. Abbozzo, alchimista lo era per la naturale attitudine alla ricerca, alla manipolazione dei materiali più diversi. Probabilmente per scelta e per implicito sviluppo ha richiamato l’antico sistema filosofico-esoterico facendolo convergere nella propria poetica.
Nei lavori ha utilizzato vari materiali: metallo, legno, plastiche, bronzo, filo di ferro, specchi, marmo, terra; ha modellato, tagliato, tornito, cotto, fuso, stampato, sabbiato, ossidato, cromato; ha utilizzato fonti di luce per problemi di fissaggio, di luminosità o di necessità espressiva. Ha conosciuto effetti e fenomeni dovuti a magnetismo, interferenze, fosforescenze, rifrazioni; casi, fatti, elementi legati alla pluralità delle esperienze. Tra tecniche d’artigianato e tecnologia avanzata, tra materiali e materia, la sua arte si è collocata tra l’ ethos – l’inizio, l’apparire, la disposizione – ela burla. Si, la burla, il divertimento. La sua è stata una pratica esercitata non in rapporto al solo piacere estetico (e quindi sottoposta al giudizio critico), ma guidata dalla consapevolezza e dalla distinzione: nessun piacere artistico è in grado di rendere comprensibile perché l’artista può strappare al marmo o alla ceramica “altri effetti” che il bronzo o il colore. Materia e materiali raccolgono in Abbozzo complessi elementi tecnici che vanno oltre alla strumentalità d’uso. L’artista li ha evidenziati attraverso il costruire e l’agire tecnico, superando l’equivoco della disputa metafisica, cercando relazioni (tra filosofia e scienza, arte e poesia). In questo si è approssimato alla fenomenologia di Dino Formaggio. Ovviamente è solo una ipotesi o un nostro azzardare. Al di là degli aspetti teoretici, a scavalco del decennio tra l’80 e il ‘90 Abbozzo ha contribuito a dare impronta al Gelso nella sua fase finale, esponendovi fino al 1990. Nel mese di maggio lo ricordiamo presente con Baj, Del Pezzo, Dorazio, Mastroianni, Schifano, Rotella; in dicembre coi lodigiani Andrea Cesari, Paolo Tatavitto, Franco De Bernardi, Vittorio Corsini, Paolo Marzagalli, Paolo Costa ecc. In occasione di Gelso 2 proporre una personale di acquerelli fluorescenti, e contribuìrei a due iniziative: “Gli scaffali del Gelso:le opere e i tempi” e “Arser. Arte e Marketing”. In sintesi, un “vissuto” (anche interiore) di metodi operativi e materiali dell’opera che, in una dialettica strettissima fra intenti teorici, prassi esecutiva e prassi formali hanno in lui spostato il concetto di intervento modificativo tecnico-formale in quello di conoscenza, penetrazione, meditazione, operatività e materiali attinti anche dall’immaginario alchemico.

L’attuale scritto appare sul n.45 della rivista Kamen’, nella sezione che raccoglie brevi saggi, ricordi e dediche su Edgardo Abbozzo nel decimo anniversario della morte.

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PAOLO MARZAGALLI A DIECI ANNI DALLA MORTE

PAOLO MARZAGALLI: "Interno con figure", olio su tela, 90x100

PAOLO MARZAGALLI: “Interno con figure”, olio su tela, 90×100

Domenica 1 giugno al Castello di Fombio all’interno di “DecreTento” (fiera della decrescita, dell’artigianato e dall’autoproduzione) si aprirà la mostra “Gong II. Percorsi dell’Arte Contemporanea” a cura di Amedeo Anelli.
In esposizione saranno lavori di Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Fernanda Fedi, Gianmario Ferrari, Mario Ferrario, Gino Gini, Paolo Marzagalli (nel decennale della morte), Pierluigi Montico, Pino Secchi, Giulio Sommariva, Gianfranco Tomassini, Riccardo Valla, tutti o quasi tutti artisti ben noti ai lodigiani. Le opere presentate aiuteranno a rinverdire l’attenzione sugli autori, a risvegliare curiosità attorno alle loro singolari produzioni, a dividere l’ attenzione per categorie e classificazioni: quelli che pongono interesse ai fatti quotidiani; quelli che muovono (o si sono mossi) da una concezione della vita: quelli che rimandano per figurazione agli sviluppi della pittura, propongono immagini di fluidità e cercano l’espressione nella autonomia dei linguaggi

Paolo Marzagalli ((foto F.Razzini)

Paolo Marzagalli ((foto F.Razzini)

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La scelta di Anelli offrirà una posizione comunque d’insieme. Servirà al visitatore per scoprire come attraverso evoluzioni, approfondimenti, ribaltamenti, un nucleo di artisti locali – in particolare Cesari, Montico, De Bernardi, Ferrario, Marzagalli – sia arrivato ad accompagnare l’adozione di mezzi diversi per costruire nuove immagini.
Significativo poi l’omaggio che “Gong II” renderà a Paolo Marzagalli a dieci anni dalla scomparsa. Marzagalli è stato (con Maffi, gli scultori Staccioli, Corsini, Mauri, Paolo Costa e ad Angelo Frosio), l’artista che ha introdotto nel lodigiano (grazie anche all’appoggio del gallerista Giovanni Bellinzoni) un diverso modo di guardare e intendere l’arte; di distinguere il presente dal passato, la bellezza attuale rispetto a quella passata, studiando soluzioni originali e insolite che hanno legato il suo discorso pittorico alla condizione umana. Attraverso rappresentazioni di sottile tensione, collocate in una orditura originale, l’artista ha contribuito a far passare in città la distinzione tra modernità e attualità. Marzagalli è stato uno dei pochi che hanno gettato semine d’ avanguardie, che altrove risultavano mature ed erano colte mentre da noi erano coltivazione sconosciuta.

 

          Aldo Caserini

 

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