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Il corpo umano nella figurazione di Tindaro Calia

Di Tindaro Calia di Dio si è detto e scritto in gran quantità. L’artista milanese si è fatto conoscere anche dai lodigiani con un gruppo di mostre all’ex-chiesa dell’Angelo, alla Muzza di Cornegliano, a La Cornice, allo Spazio Arte Bipielle e la presenza in diverse collettive. Con l’ultima esibizione ha praticamente riaffermato la profondità della propria esperienza e della ricerca pittorica avviata negli anni Settanta. Ha posto sotto i riflettori l’esistenza tra la maniera di affrontare le figure, lo stesso “dialettismo” e lo stesso gusto di conferire un modo realisticamente “impressionante”.
Già docente al Liceo artistico Calisto Piazza, le sue esibizioni fanno sempre snocciolare aggettivi; non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi le stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo.
Calia è artista vigile nel cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana e a tradurla in immagini intensamente morali, di valore educativo. Come tali, strumento di una teoria che può far venire in mente “Corrente” ma prima ancora – azzardiamo un poco -, Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, e tradusse “i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca” in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”.
Nella testimonianza critica di Giorgio Severo, al centro della sensibilità del pittore viene individuato il corpo umano, “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Riafferma a sua volta Dominga Carruba: “La poetica della pittura di Calia rievoca l’allegoria che alberga tra l’apparenza narrata dal vedere quel che appare dintorno e la verità riconosciuta con l’intuizione, che non si ferma alle forme apprese dai sensi né al “sentito dire” di vana sostanza che la ragione elabora.
I consensi ch’egli quotidianamente riceve sono dunque il risultato di una pittura non ingannevole indirizzata a indagare la figura umana, con cui il pittore ha definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico.
Al di là delle nuove attribuzioni che gli si potrebbero attaccare, una cosa è certa: la sua è una pittura che pur avendo un profondo carattere iconografico è tutt’altro che un prodotto commerciale. E’ figurativa nel senso migliore del termine, di idee. Arricchita di composto intellettuale, spirituale e affettivo.
Tematizzando i fili della ricerca e pur rispettando modalità ricorsive, fornisce di indicazioni somatizzanti l’individuo, l’umanità e delle stagioni della vita. Unitamente ai dettagli pittorici, è il suo un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Rende il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio” . Ne fa ragione di poetica

 

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IN HOC SIGNO…LO SPIRITO, IL CORPO, IL SACRO NELL’ARTE CONTEMPORANEA

PAOLO BARATELLA: " Giorgione, la grande opera sacra", 2010, tecnica mista su tela, 270x100

PAOLO BARATELLA: ” Giorgione, la grande opera sacra”, 2010,
tecnica mista su tela, 270×100

IN HOC SIGNO…”. Con il titolo con cui comunemente è tradotto un moto greco riferito da Eusebio, si inaugura sabato 15 novembre alo Spazio Bipielle Arte e al Museo Diocesano, a cura della Associazione Monsignor Quartieri, in collaborazione con il Museo Diocesano di Arte Sacra, una rassegna di lavori vagliati da Giorgio Seveso e Chiara Gatti, con opere di Timoncini, Arrivabene, Vago, Baratella, Raciti, Zucconi, Corradini. Gregori e di un’altra decina di artisti. Il titolo secondario “Lo spirito, il corpo, il sacro nell’arte contemporanea”, lascia intendere l’ampiezza e varietà delle proposte in cui si ritrovano linguaggi frutto di esperienze di maniera differenti per funzioni persuasive, didattiche e rigeneratrici dell’operare. Si tratta di risultati importanti, illuminanti di artisti di formazione prevalentemente formaliustica, che affrontano con serietà di obiettivi e assennatezza di posizioni (lasciando fuori il semplice svago, divertimento ed evasione), tematiche letterarie legate al sacro.
L’iniziativa promette ai visitatori di via Polenghi di esplorare una antologica ricca di concordanze, di ispirazione (termine insuperato quanto insuperabile), realizzata in un equilibrio di segni d’espressione e di contemporaneità con una drammatizzazione intelligente e responsabile di aspetti etici, sociali, psicologici e sacrali. A dimostrazione che, indipendentemente dai linguaggi, nella ricerca di gran numero di artisti “il segno” resta un elemento di distinzione privilegiata.
Tra le presenze sono nomi di sperimentata qualità, in grado di dare definizione alla mostra, a cominciare dai decani Luigi Timoncini e Bianca Orsi, il primo moto per le investigazioni intellettuali attorno ai temi cristologici, la seconda conosciuta per le note metafore dedicate alla crocefissione femminile; e, a seguire: Agostino Arrivabene, artista tutt’altro che esteticamente disinteressato ai temi dell’esposizione, che è presente con una citazione figurale dal vecchio testamento; Valentino Vago, autore inconfondibile per qualità della luce e liricità; Mario Raciti, rapito dai frammenti e da in“altrove”tenacemente cercato; il bolognese Paolo Baratella, autore di una  Madonna con Bambino e di dilatazioni suggerite dalla condizione umana; Franco Corradini, pittore di luce e accelerazione tonale e segnica, autore di importanti cicli in numerosissime chiese piacentine. Una fisicità quasi erotica è presente in Maria Micozzi mentre di vibrante spiritualità è la scultura di Vincenzo Balena. L’insieme è completato da artisti meno noti ma comunque presenti nel tessuto artistico nazionale. Da segnalare un Graziano Gregori ricco di tensioni; la cruda poesia iconica Angela Maltoni; un tagliente Iros Marpicati autore di turbamenti fotogrammatici; i minuti poemetti di mistica della milanese J.Marie Barotte; le figure “grattuggiate” di Sebastiano Benegiamo; le atmosfere liturgiche di Elena Madorati. Per finire con Gioxe De Micheli, Mirco Marchitelli, Marco Seveso, Marilisa Pizzorno, Daniela Novello, Luciano Sozio, Verdiana Calia e Serena Zanardi.

“In hoc signo…” – Dal 15 novembre 2014 al 6 gennaio 2015- Inaugurazione sabato 15 novembre, ore 17 allo Spazio Bipielle Arte – via Polenghi Lombardo Lodi –Orari: da martedì a venerdì: dalle 16 alle 19, sabato, domenica e festiuvi: dalle 10 alle 13, dalle 16 alle 19  Info: 0371.580351, 0371.611051
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COSCIENZA E CASUALITA’ NELL’ARTE DI MARCELLO SIMONETTA

SIMONETTA Scan_Pic0119“”Pretesto= Motivo addotto palesemente a spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i veri motivi. Dal latino praetextus–us (ornamento); poi fig.(argomento) ornamentale (non sostanziale)””.

Siamo troppo inclini al virtuale per non simulare i professori Giacomo Devoto e Giancarlo Oli che danno definizione al lemma, incoraggiati dai “Pretesti” figurali di Marcello Simonetta.
Che i titoli assegnati dall’artista alle sue opere, non siano niente più che un pretesto, non nascondiamo dubbi; così i suoi quadri, che danno pretesto all’esplorazione delle immagini in diverse direzioni. Se dubbi esistono, sono nel nostro strano modo d’abitare la pittura secondo la descrizione, attraverso le parole stabili, rimettendo ad esse la promessa di salvezza e verità. Sapendo che parola e pittura sono oggi regni nomadi senza-confine, dove il non-senso contamina il senso, il possibile eccede sul reale e ogni progetto che tenti comprensione e abbraccio totale è follia.
I Pretesti di Marcello Simonetta si susseguono da anni con singolare coerenza, attraverso una pittura che “riconfigura” la rappresentazione mediante scenari artificiali, segnici, gestuali, lirici potenti e minacciosi al tempo stesso, dove l’uomo si sposta in continuazione, dal cielo al mondo animale, e da questo a quello vegetale e via retrocedendo, introducendo coscienza e casualità, – il primato del gesto e della riflessione, un sentimento, il bisogno d’essere, la visione e l’intermittenza, l’oracolo caldaico-, la libertà nella fluttuazione di ogni equilibrio (non solo formale). Col pretesto della coerenza.
Dove per coerenza non s’intende, come accade spesso nell’arte contemporanea, una ripetitività monotona e incapace di mutamenti, ma una mutazione continua, animata da uno stesso filo conduttore: quello che tutto può essere rivelato e mascherato, reso patente e sottinteso, essere argomento ed essere non sostanziale, semplicemente ornamentale, difficile da collocare nel senso reale che è – è infatti nello stesso momento il passato, il presente e il futuro -; può adottare riferimenti emotivi che determinano una sorta di “allucinata condizione”, senza misura temporale, senza possibili datazioni, come tale, quindi, fonte di malintesi, fraintesi – gesti suggeriti dall’urgenza di esprimere, senza dettaglio a margine -; altre volte, affermare in maniera più insistita e riflettuta, più emotivamente partecipata un sentimento di appartenenza, di attenzione, o anche pure e semplici ragioni di pittura.
Il Pretesto di Marcello Simonetta è tra le parole usate e abusate dell’ arte e della creatività, l’unica parole che permette di nominare territori indecifrabili, o spazi di molteplice significanza: un’esalazione, un abisso, un abuso, una nostalgia, una genialità, un’invocazione dell’anima, un rumore nel mondo.
Pretesto può essere (metaforicamente) la perla che nasce dal difetto della conchiglia (K.Jasper): come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirando la perla, così la forza vitale di un quadro, non fa pensare alla condizione della sua nascita. In ogni caso, non ogni malattia produce una perla, e non è la malattia che si ammira nella perla.
Pretesto può essere una diversità, una simmetria, un imbarazzo, un’etichetta, un’imprudenza, un prorompere; può essere caduco, contingente, pulsionale, nutritivo, ricostruttivo.
Il pretesto è un ricorso saliente nel comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni capaci di riconoscere tra pensiero e cose nuove commistioni, mentre in altri produce una creatività senza regole, istintiva, naturale, versatile, talvolta addirittura arbitraria. E’ uno stretto parente della creatività. Il carattere creativo – Marcello Simonetta lo evidenzia – è contrassegnato da una forma di pensiero che il filosofo chiama divergente e che, a differenza di quella convergente che tende all’unicità della risposta cui tutte le problematiche vengono ricondotte, presenta originalità di idee, fluidità concettuale, sensibità per i problemi (Umberto Galimberti). Talché il pretesto può essere anche semplicemente occasione o pretesto per parlare di sé, portare in evidenza problemi di pittura o di nascondimento, di interdipendenza tra risultato e linguaggio, di liberazione della poesia.
Nella pittura del nostro tempo in particolare, il pretesto ha radici in una massa di ricerche sperimentali che danno profilo alla personalità creativa: oggi un pittore è motivato da curiosità, dal successo, è scarsamente inibito, non formale, non convenzionale, ha autodisciplina, versatilità, è costruttivamente critico, non facilmente soddisfatto, è intuitivo, empatico, ecc.
Cose che agiscono, di volta in volta, in modo eclatante, esplosivo o anche solo preteso, sul momento emotivo o intelligente dell’artista, fornendogli pretesto ad intingere i pennelli nei colori; cose che offrono pretesto alla creativitàdi vivere quel regime di doppia verità: che da un lato riconosce la realtà, dall’altro la sconfessa, risolvendola in un regime di falsificazione idealizzante, indispensabile per una produzione creativa.
I Pretesti di Marcello Simonetta sono il pretesto che costringe a sudate e vischiose interpretazioni. Sapientemente il Devoto-Oli richiama la funzione ornamentale del pretesto. Cosa può essere di più il titolo su una tela, se non elemento “non sostanziale”? Talvolta però un titolo (il Pretesto insaziabilmente usato da Simonetta) può assumere la funzione traslata, di metafora: essere pretesto per ricordare che “non sotto ogni metafora si nasconde un’idea vera”. Idea, peraltro, che neppure può essere cercata nel solo linguaggio espressivo, dal momento che “il linguaggio non riproduce, ma distorce la verità”, e che però non ha altro modo di annunciarsi se non nella distorsione del linguaggio.
L’ “avvitamento” non può che essere pretesto alla chiamata in gioco di un’altra grande in circolo, la nuova psicanalisi. Tutte le interpretazioni, possono essere rovesciate affermando affermando il pretesto : “Penso dove non sono, dunque sono dove non penso” (Lacan), con l’individuo attraversato da un’impersonale trama di simboli e di significati che la costruiscono e che egli non ha creato, ma da cui è piuttosto catturato.
Se l’ipotesi dell’operare artistico, è ridotto a pretesto di difesa contro la realtà interna abitata dalla fantasia inconscia, perché rinchiudere anche l’arte in camera da letto?Meglio restare nell’equivoco, e lasciare a Marcello Simonetta la libertà di chiamare le tele come preferisce. Naturalmente, un pretesto.

ALDO CASERINI

 

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