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Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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OLIVIERO FERRI, NEL SEGNO DELL’IMMAGINE

Il pittore TEODORO COTUGNO in un ritratto fotografico di OLIVIERO FERRI (al Caffè Letterario di LOdi)

Il pittore TEODORO COTUGNO in un ritratto fotografico di OLIVIERO FERRI (al Caffè Letterario di LOdi)

Ci sono regole che dicono come va fatto un buon ritratto fotografico (le lunghezze focali, l’aperture, l’ottica fissa o con zoom, il posizionamento delle luci, l’eventuale ricorso all’ombrello, il numero degli scatti, eccetera). Ma un buon ritratto fotografico non ha ancora un proprio vangelo o irrinunciabili dogmi.
Ogni fotografo l’esegue come meglio gli pare. A seconda si tratti di un principiante, di un fotoamatore, di un appassionato, di un professionista, di un super esperto.. Ci sono fotografi navigati come Oliviero Ferri, che non perdono la testa dietro ai dettagli tecnici, perché di tecnica ne hanno digerita da poterne fare a meno (non da dimenticarla). Come dimostra il suo “archivio”, Ferri preferisce la regola personale della libera interpretazione, della sperimentazione, della fedeltà o dell’invenzione. A volte cerca di avvicinarsi con la maggiore intensità alla fisionomia, a volte preferisce esprimere l’essenziale, a volte puntare sulla precisione e profondità, a volte sull’espressionismo, sull’individualità, il surreale, il glamour, la commistione, le tonalità divertenti, leggere. Il fotografo borghettino è uno che cerca nell’esecuzione di in ritratto l’emozione per sé e per chi lo guarda. Liberi entrambi di riconoscere quel che preferiscono. Anche un fardello di ambiguità. Dice Ferdinando Scianna “ niente è più astratto e sfuggente della nostra identità e nello stesso tempo niente è più esposto al giudizio altrui, è più concreto e visibile” Con la ritrattistica, Ferri ha una costante marcatura e un motore di ricerca. La mostra al Caffé Letterario della Biblioteca Laudense, mette “in posa” (tranne in pochi casi) pittori, musicisti, poeti, cantanti del territorio e non: Felice Vanelli, Dante Vanelli, Teodoro Cotugno, Luigi Poletti, Luigi Maiocchi, Giacomo Bassi, Mattia Montemezzani,, Daniela Gorla, Ilia Rubini, Enrico Barazzotto, il poeta Fausto Pelli, i cantanti Leo Nucci e Ambrogio Maestri, il musicista Paolo Marcarini, il batterista Vanni Stefanini, il trombettista Gianni Satta, il borghettino Rocco Fortugno. Per tutti (o quasi) c’è un ritratto del genere “posato”. Non è una mostra di caratteri psicologici, che indaga introspettivamente aspetti della personalità, della coscienza, della volontà. E’ una mostra che punta in prevalenza sul leggero, sul divertimento e sull’ humor sottilissimo, centrato in alcuni casi, in altri meno. Non per qualità, ma per la sua corrispondenza emozionale con l’identità del soggetto L’artificio del maquillage non in tutti è aderente col modo di essere e di vivere e operare della persona ritratta. A volte li coglie in una esposizione poco spontanea, più teatrale, enfatica. “Posata” appunto. In cui è difficile riconoscere al trucco un qualche vincolo.
Una mostra di ritratti fotografici, non è comunque un risultato scientifico. La fotografia non sempre certifica il ruolo del certificato, spesso è una traccia, che decide di approdare a una immagine che delega non più alla persona il concetto di identità. E, che in alcuni casi, può far prevalere “spostamenti” e performance meno scomodi.

 

 

 

 

 

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ALDO MILANESI: IL DIALETTO CASALINO DI PADRE IN FIGLIO

home-1Se per  lo studioso di problemi linguistici Ludwig Wittgenstein  “la nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse e, intorno, una cintura di nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali.”, per Aldo Milanesi, il vernacolo è solo un giardino campagnolo, con quel vago che hanno i giardini un po’ trascurati; cinto da una muraglia in cui la vite vergine, l’edera e il glicine, mescolati insieme, rovesciano rami rampanti con rustica prodigalità.Il dialetto, dice Milanesi, insegna a recuperare il tempo e l’età. Il dialetto casalino poi, è “vicino al latino tanto quanto l’italiano, se non di più” ed ha compilato, per dimostrarlo, un dizionario (“ ‘sa vol dì? ‘me se dis?..”) di ben 5900 lemmi, arricchito da una vera e propria grammatica.
Risaputamente, iI dialetto del capoluogo Lodi è catalogato fra quelli italo-gallo-ladini (Lidia Ferla, 1943), sia pure con distinzioni gergali tra quello burghesàn  e quello ludìn-madalénin (A.C., Il canzoniere Lombardo, 1971); per contro, le ricerca etimologiche del Milanesi rivelano come il casalino sia anch’esso di derivazione gallo-latina, ma vanti una ricchezza di apporti straordinaria di parole germaniche, bizantine, longobarde, franco-provenzali, villanoviane, etrusche, venete e cimbriche.
Tecnicamente, il vernacolo è un linguaggio dialettale caratterizzato da un forte contenuto locale e particolaristico. Dunque un idioma domestico (vernacolo sembra infatti derivare da quel latino  verna che indica “lo schiavo nato in casa del padrone”) spesso contrassegnato, in ogni parte d’Italia, da una spontaneità tutta paesana.
Una riprova di quel che contiene “Le parole dei contadini” (Silvana editoriale d’Arte, 1976), la ricerca condotta da Aldo Milanesi e Giacomo Bassi e da Roberto Leydi inserita nella serie dei Quaderni regionali dedicati alla cultura tradizionale in Lombardia.
Dop una quarantina d’anni , i problemi del vernacolo sono vissuti all’interno di un processo di radicale cambiamentodecalogo1 del lessico. La lingua madre è quotidianamente modificata dall’invasione dell’inglese (o meglio, dall’americano), tanto da far dire a un filologo come il Pittàno che oramai parliamo l’“italese”. Ma mentre i fenomeni di contaminazione linguista stanno assumendo carattere di vera rivoluzione, i dialetti conoscono momenti di conoscenza e valorizzazione culturale (territorialmente sono da ricordare i recenti contributi di qualificazione grammaticale, semantica, fraseologica, fonetica, testuale, orale, ecc. di Alessandro Caretta, Andrea Maietti, Antonio Ferrari, Pino Carrera, Giacomo Bassi, Bruno Pezzini, Giovanni De Vecchi, Achille Mascheroni ma sono anche sempre meno “parlati”.
In questo contesto, Milanesi aspira a un ritorno del vernacolo come “lingua espressiva”, e mette in campo gli strumenti in suo possesso (i libri) per fronteggiare l’azione del tempo e  quella ben più erosiva dei nuovi linguaggi, fino a farsi trascinare da tenerezza e rabbia davanti a una parola perduta. Perché, se le parole nascono, è un arricchimento del lessico, ma se muoiono “scompare un concetto.” “E ci troviamo tutti intellettualmente più poveri.”, dice.
L’apertura delle frontiere linguistiche, gli scambi internazionali quotidiani e veloci, le conquiste di scienza e tecnica, l’informatizzazione, Internet, la presa dei mercati mondiali da parte delle potenze economiche sconvolgono prepotentemente il nostro vocabolario, costringendo i dialetti a una demarcazione ulteriore. Peraltro già prevista nell’ottocento dal Leopardi, e, nel 1965, da Pier Paolo Pasolini che aveva profetizzato la nascita di “una nuova lingua”, quella della “borghesia tecnologica”. Aveva perciò ammonito che quando “il linguaggio della tecnica” sarebbe prevalso “la forza dei dialetti si sarebbe spenta” e “il comunicativo” avrebbe prevaricato “sull’espressivo”.
A distanza di alcuni lustri la profezia di Pasolini si è rivelata abbastanza realistica e al Maestòr, legato ai ritmi e ai timbri della sua terra, divorato dall’ansia per la perdita di senso della vita d’oggi, non rimane che consegnare alla poesia le sue riflessioni. Rigorosamente in dialetto.  Pubblicando disinvolti zibaldoni in cui si possono ritrovare tante cose, dalle Confessioni di Sant’Agostino alla Bibbia, dall’Iliade di Omero ai miti greci, dal big-bang alla materia, da san Francesco a san Tomaso, dalle colpe di chi governa a quelle di chi è amministrato,; e altre cose ancora:la materia e il mistero, la religione e i litigi in suo nome. Tutto detto, anzi ritmato, con parole leggere, come il canto del grillo che contempla il cielo stellato.
La poesia dialettale di Milanesi non soddisfa solo l’erudizione sociale, ma l’esigenza di brevità, di immediatezza, di brillantezza e di coloristica, la foneticità di gente con solida storia collettiva.
L’autore, una volta in pensione, si è gettato con accanimento sul dialetto della sua gente, pubblicando libri  che ne rivelano i tratti  pittoreschi e una illesa freschezza, rivelando come esso costituisca un grande archivio di massime, di detti, di fonemi, di dati filosofici, umorali, scherzosi, scientifici, tutti naturalmente in chiave popolare.
Secondo Milanesi Il “casalino” è una “lingua vera e propria “, “una lingua che solo per le vicende storiche non ha avuto lo sviluppo della lingua nazionale”, ma ha “pari dignità”. Ciò lascia intendere che non è solo mezzo di comunicazione primario, ma elemento fondamentale della cultura locale e strumento espressivo della cultura popolare. Per paradosso – almeno come lo l’intendono Sanga e Leydi, suoi estimatori – funge da contrapposto storico alla lingua nazionale, quale strumento espressivo delle classi egemoni.

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NEL SEGNO DI EDGARDO ABBOZZO LA MOSTRA PER IL 50° DEL CESARIS

CESARISAll’interno del XII ciclo organizzato dal “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli,  è visitabile al salone d’ingresso dell’istituto di Casalpusterlengo l’esposizione “Per i 50 anni del Cesaris”, curata e allestita dallo stesso Anelli  per il mezzo secolo dell’Istituto.
ono in mostra, fino al 6 febbraio del prossimo anno, lavori di Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Giovanni Blandino, Francesco Borsotti, Adamo Calabrese, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Fernanda Fedi, Gianmario Ferrari, Gino Gini, Alfredo Mazzotta, Vito Melotto, Pierluigi Montico, Giulio Sommariva, Pino Secchi, Antonio Tonelli, Gianfranco Tomassini, Riccardo Valla. La selezione è costituita dal nucleo fondamentale degli  artisti locali e nazionali che nell’arco delle dodici edizioni hanno contribuito a dare completezza alla formazione dei giovani studenti dell’istituto. Una esperienza che ha garantito ottimi risultati e la cui “formula pedagogica” costituisce un importante precedente e modello culturale oltre che un vanto per la città di Casale e per l’Istituto Cesaris, ed è anche punto di riferimento per la trasmissione di conoscenze dell’arte contemporanea, del gusto e della sensibilità estetica. I “cicli” del Cesaris costituiscono un tentativo di far uscire la conoscenza dell’arte dalle “ristrettezze e costrizioni” territoriali, attraverso una esperienza che da sviluppo a una scuola vera, seriamente formativa, non solo nelle acquisizioni tecniche esemplari per correttezza e funzionalità, ma capace di abituare l’occhio dei giovani alla ricerca dell’arte, arricchendo la loro sensibilità di armoniche misure ed equilibri.
Tra gli espositori di sicuro interesse Edgardo Abbozzo, meritevole oltre che per la varietà e complessità della produzione artistica, per avere tenuto il testimone dell’insegnamento nella sua Perugia per tanti anni, rilanciando attraverso la propria arte la sfida a una cultura e a una società divenute forse troppo massificate, omologate e nell’uniformità.
Con lui è un consistente gruppo di autori lodigiani: Francesco Borsotti, Franco De Bernardi, Gianmario Ferrari, Andrea Cesari, Giacomo Bassi, Giulio Sommariva, Pierluigi Montico. Tutti artisti che portano avanti una elaborata strutturazione e un’arte di sensibilità evocativa (Borsotti, Cesari), in alcuni casi di prorompente vitalità espressiva (Bassi), in altri di casualità giocata nella definizione degli accadimenti (Montico), in altri ancora riflessa nel magma lucente della materia (De Bernardi), o in cui il canone scandisce il ritmo del pensiero (Sommariva), oppure il vissuto della materia sembra ripercorrere tracciati della memoria (Ferrari).
Tre gli artisti che si applicano alle applicazioni della fotografia artistica, come impaginazione, partitura, energia di elementi o di rigore metafisico o strutturale. Sono: il lodigiano Pino Secchi, autodidatta, dedito alle nuove tecniche digitali, autore di immagini che trasmettono la poesia del tempo e dei luoghi; il perugino Gianfranco Tomassini, docente di fotografia, artista di aurea compostezza, dallo sguardo sensibile alla luce, alla figura, al lavoro di riflessione e alla elaborazione concettuale; il parmense Riccardo Valla, residente a Casale, autore attento alla vibrazione dinamica del segno e della luce, al fluire incessante di forme ed energie, che recuperano alla forma uno stato di primordiale vitalità.
Dei restanti, Fernanda Fedi e Gino Gini, sono noti come autori di consolidato prestigio, autori di libri d’artista e adepti della poesia visiva, oltre che per la consolidata presenza alle iniziative lodigiane. Attorno a loro si raccolgono, con le rispettive cifre stilistiche e originalità espressive  le figure di Giovanni Blandino,  Adamo Calabrese, Gianfranco De Palos, Alfredo Mazzotta, Vito Melotto e Antonio Tonelli.

“Per i 50 anni del Cesaris”. – Salone d’ingresso dell’Istituto Cesaris di Casalpusterlengo – Mostra collettiva a cura di Amedeo Anelli –  Fino al 6 febbraio 2014.  Nei giorni di apertura dell’Istituto scolastico.

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A FOMBIO: GONG, percorsi di arte contemporanea

Un'opera dell'artista romano  e sestese d'adozione De Palos

Un’opera dell’artista romano e sestese d’adozione
Gianfranco De Palos

Le collettive sono sempre una incognita, se manca alla base un’idea. Collettiva è un termine che disegna tante cose. Che possono essere opposte, conflittuali. Oppure tenersi insieme se si vuole misurare la produzione artistica in un dato  periodo di tempo, se esiste la necessità di un raffronto-confronto di esperienze, se si vuole dare sintesi a situazioni locali e particolari. Sono lontani i tempi in cui i pittori cubisti organizzavano mostre di pittori cubisti, gli astrattisti di pittori astratti, i minimalisti di pittori minimalisti, e via di seguito. Erano mostre con un carattere unitario, di specifico significato. Poi tutto è cambiato, in modo più semplice e spesso banale e disordinato. Le “collettive” hanno perso il loro carattere, per diventare un procedimento un po’ arruffato che serve a molti curatori per “mettere in piedi” una mostra in fretta. Nel Lodigiano di questi minestroni se ne sono visti (se ne vedono). Oggi è solo attenendosi al principio della “qualità”, che riguarda sia le opere presentate, sia le caratteristiche degli autori ammessi, che le collettive possono rispettare la loro funzione di “collante” di “utilità culturale”: l’inserimento, l’accostamento di tecniche diverse, che nel confronto esclusivamente pittorico (non dopolavoristico, congregativo, colmereccio, casuale o estemporaneo) danno tono e gusto.  
Domenica 9 giugno al Castello di Fombio all’interno di De-cre-tento fiera della decrescita, dell’artigianato e dall’autoproduzione, si aprirà la mostra “Gong. Percorsi dell’Arte Contemporanea” a cura di Amedeo Anelli, uno che di collettive ne organizza un bel po’, sempre tenendo fermo il principio della qualità, proprietà distinta e determinata dell’aspetto formale dei manufatti artistici, concetto estetico e morale  di fondamentale e costante valore. A Brembio verranno presentati i lavori di Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Francesco Borsotti, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Fernanda Fedi, Gian Mario Ferrari,  Gino Gini, Gabriele Grecchi, Pierluigi Montico, Pino Secchi, Gianfranco Tomassini, Riccardo Valla. Nomi noti. O come dice qualcuno, con venatura polemica, “ i soliti”. Che in fatto di qualità però  garantiscono decor e contenuti (temi, invenzione, iconologia). Non mancheranno inoltre nomi nuovi, come quello del romano De Palos, artista astrattista, dal curriculum internazionale, diplomatosi alla Scuola degli Artefici di Brera sotto la guida del bronzista Ettore Calvelli e avviatosi all’arte della ceramica nella bottega di Giuseppe Tagliarlo (in arte Bepy Tay) a Vedano; del borghettino Gianmario Ferrari, autodidatta, interprete di diversi percorsi pittorici; di Pino Secchi, nato come fotografo, che attualmente dedica una personale  attenzione all’applicazione sul piano del linguaggio espressivo della tecnologia digitale; del codognese Gabriele Grechi, che tra l’altro ha in curricula di aver realizzato oggetti di scena per La Boiteà joujoux  di Claude Debussy rappresentata alla Fenice di Venezia.

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SYRINX III, l’arte al Griffini di Casalpusterlengo

Momento della inaugurazione di Syrinx III a Casalpusterlengo

Momento della inaugurazione di Syrinx III a Casalpusterlengo

 Giacomo Bassi, Francesco Borsotti, Giulio Sommariva, Riccardo Valla di Casalpusterlengo, Franco De Bernardi e Andrea Cesari di Codogno e Pierluigi Monticone (in arte Montico) artista cremasco di Dovera, danno vita al “Griffini”, scuola secondaria di Casalpusterlengo, a “Syrinx III” una iniziativa di “accompagnamento” della attività artistica nel Basso Lodigiano e di “introduzione” all’arte immaginata da Amedeo Anelli per gli studenti delle scuole lodigiane.
Ha poca importanza sapere se il titolo Syrinx prende le mosse da una composizione di Debussy per flauto solo, o, traslativamente, dalla medicina o ancora da una canzone di Redman. Di certo è che la mostra al Griffini non è una “mappatura” ma una “selezione” dei migliori artisti della nostra Bassa, una scelta (un po’ obbligata per problemi di spazio) di quegli autori che nel corso della loro esperienza si son presi carico di rendere visibile qualcosa che artisticamente distacca dal conformismo e dall’impoverimento della “tradizione”.
Trattandosi di una iniziativa “didattica”, sia pure con riferimento ad “aspetti” dell’esercizio dell’arte nel Lodigiano, essa non può farsi carico della grande e indistinta cucina che è l’arte presente sul territorio. Più direttamente essa punta ad accendere la curiosità e la riflessione degli studenti e dei docenti fuori da schemi canonici e pregiudiziali, su aspetti fondamentali dell’arte del nostro tempo.
Contribuisce ad avvicinare i fruitori alla conoscenza di momenti della ricerca locale. Stimolando nel contempo il loro interesse con richiami visivi in grado di dare alla rappresentazione descrittiva eventualmente anche una lettura teorica.
Oltre ad andare incontro a esigenze di didattica culturale, l’iniziativa può servire  a far cadere persistenti steccati che le fobie campaniliste hanno eretto nel tempo tra gli artisti casalesi e quelli codognesi, impedendo di avere una visione completa delle esperienze e  delle presenze operative sul territorio.
Indipendentemente dagli orientamenti, dalle tecniche, dalle procedure e dalle sottoclassificazioni attribuite ai singoli, Bassi, Borsotti, Cesari, De Bernardi, Sommariva, Valla e Monticone costituiscono un nucleo forte e utile in grado di far conoscere il passaggio intercorso nell’arte lodigiana fra passato e presente, sulla base di fatti accertati. E a far cogliere il dato storico della irradiazione di certi fenomeni di segno distintivo e lessicale nella geografia stessa del territorio.

Syrinx III, Scuola Griffino di Casalpusterlengo – a cura di Amedeo Anelli. Opere di Giacomo Bassi, Francesco Borsotti, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Pierluigi Montico, Giulio Sommariva, Riccardo Valla.- Fino al 18 maggio .

 

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valorizzazione del patrimonio culturale del comune di casalpusterlengo

“Intrecci d’arte”, una raccolta di artisti contemporanei
Della Torre

Il Comune di Casalpusterlengo mette in mostra i suoi tesori. Sparse per le diverse sale, uffici e scale, decine e decine di opere d’autori contemporanei sfuggono facilmente all’occhio comune e a quello esperto. Eppure sono nomi di artisti molto noti, parecchi dei quali hanno fatto la storia della pittura italiana del  nostro tempo. Si tratta di centinaia di tele e fogli che contengono cultura, ricerca, genialità (ed anche peccati); che ci dicono, soprattutto, dicono come il Comune di Casalpusterlengo sia sempre stato molto attento alle arti visive, impegnandosi non solo come organizzatore ( es. la famosa Biennale dell’arte surreale), ma come collezionista, da saper mettere insieme una Raccolta di indubitabile interesse e attualità: più di un centinaio di opere ad olio e tecniche diverse e più di una quarantina di fogli di grafica di artisti anche di fama nazionale, tra cui Armodio, Carrera, Moro, Luca Crippa, Attilio Rossi, Piacesi, Della Torre, Napoleone, Giunni, Baj,  Tamburi, Reggiani, o del territorio, come Ottavio Steffenini, Angelo Prada, Luigi Brambati, Enrico Groppi eccetera.

Nei decenni scorsi c’era stato un gran fiorire di pubblicazioni intese a ricostruire il rapporto tra le città e il patrimonio artistico-culturale. Ci avevano provato anche a Casalpusterlengo, in occasione del trentennio della nomina a città con un catalogo generale. Quel che è mancato affinché l’operazione di valorizzazione del patrimonio artistico riuscisse completata è il seguito (promesso): una rassegna che dimostrasse come i contenuti di quel “censimento” non fossero poca cosa. Ma una mostra, si sa, richiede sempre impegno organizzativo, e, impostazione metodologica. Doveva offrire una analisi che sapesse leggere e cogliere le caratteristiche di sviluppo delle collezioni casalesi.
A distanza di tempo l’incarico è stato assegnato ad Amedeo Anelli, che avrà come primo compito quello di allestire una selezione di opere, sottraendo l’ esposizione al Museo di piazza del Popolo a un  minestrone senza distinzione per gli ingredienti, di modo che la Raccolta risulti in grado di suscitare interesse per la storia dell’arte locale e per il patrimonio artistico cittadino.
“Intrecci d’arte”, il titolo dato all’evento, che si inaugurera sabato 31 marzo alle ore 17. L’esposizione, organizzata con il concorso del Comune di Casalpusterlengo (proprietario delle opere) e del “Centro Culturale “Mons. Enrico Orsini”,  è un primo excursus di autori nel panorama e nelle tensioni poetiche che hanno animato la città nel Novecento. MargonariIn questa prima selezione figureranno un nucleo di artisti di valore internazionale (il metafisico e ardito Armodio, piacentino, il sarcastico e umano Walter Piacesi; il sempre inedito Enrico Della Torre; l’allusivo e sfuggevole Gino Carrera; la radicata tradizione di Federica Galli; ill raffinato e cromatico Renzo Margonari; il “parigino” di clima realista Orfeo Tamburi; il ricercatore dell’anima Ernesto Treccani, l’iconico Saverio Terroso; il fantasioso Nicola Vietti; l’ “esistenziale” Liberio Reggiani) e nazionale (il “mediterraneo” Alfredo Mazzotta, il nostalgico Vito Melotto, l’intensamente lirico Bruno Missieri, l’interprete del Po Giuseppe Motti, il solido e luminoso Luciano Richetti; l’ondivago e letterario Ottavio Steffenini; il compatto  Giovanni Blandino). In rassegna anche due autori apprezzati dal selezionatore per le loro qualità pittoriche, ma praticamente sconosciuti : Malfatti e Montargolo. Ad essi farà  corona una scelta rappresentanza di pittori lodigiani (Angelo Prada, Luigi Brambati, Angelo Palazzini, Luigi Volpi, Franchina Tresoldi, Franco De Bernardi e Giacomo Bassi).

Intrecci d’arte – Museo della Parrocchia dei SS. Bartolomeo B. e Martino V. (piazza del Popolo 8, Casalpusterlengo)Inaugurazione  sabato 31 marzo alle ore 17  La mostra si protrarrà sino al 15 aprile 2012. Orari: sabato ore 17-19; domenica ore 10-12 e 17-19.

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